Cari improvvisati di Flotilla, lasciate gli aiuti per Gaza ai vescovi
- Ultimissime
- 27 Set 2025

A Gaza non si arriva sfidando il mare e un blocco navale armato. La Flotilla mette in pericolo se stessa e la diplomazia per un capriccio, l’alternativa l’ha indicata Mattarella: i canali ecclesiali.
• E’ presente un aggiornamento del 02/10/2025 in fondo all’articolo.
Glielo stanno dicendo in tutti i modi, ma niente. Ieri è intervenuto persino Mattarella.
Le nobili intenzioni della Global Sumud Flotilla ci sono: un’azione internazionale di solidarietà verso Gaza, far arrivare aiuti umanitari – viveri, medicinali, beni di prima necessità – alla popolazione sotto assedio.
Ma l’impegno umanitario sembra sempre più una maschera che nasconde una provocazione ideologica e pericolosa.
Soprattutto pericolosa, in primis per le decine di imbarcazioni guidate da Greta Thunberg e formate da volontari, attivisti, politici, avvocati ma anche qualche noto svalvolato che si sarebbe volentieri unito alle guerriglie pro-Pal in corso nelle città italiane.
Dopo aver vissuto attacchi con droni, motori guasti, tensioni interne, dimissioni, allontanamento dei giornalisti, balli di gruppo a bordo, defezioni islamiche a causa dell’attivismo arcobaleno e l’abbandono della stessa Thunberg dalla leadership operativa, la Flottilla prosegue ostinatamente il viaggio.
L’ostinazione di Flotilla
Forse nessuno gli ha avvisati che nel 2010 un’operazione simile finì in tragedia, costando la vita a dieci persone. Le minacce da parte di Israele sono esplicite: non permetteranno l’ingresso delle imbarcazioni.
E la stampa italiana, di destra e sinistra, è unanime nel riconoscere che forzare il blocco è un serio e irresponsabile pericolo, “La Stampa” titola giustamente: la la vera vittoria sarebbe fermarsi ora.
Il governo italiano è seriamente preoccupato e il ministro Crosetto ha già inviato due navi a sostegno delle imbarcazioni, precisando però: «Le unità navali italiane non svolgono funzioni di scorta, né usciranno dalle acque internazionali, qualora la flottiglia dovesse decidere di forzare il blocco israeliano. Anzi uno degli obiettivi è quello di scongiurare tale eventualità ed evitare possibili conseguenze negative».
D’altra parte anche il ministro degli Esteri di Tel Aviv, Gideon Sa’ar, è stato altrettanto chiaro: «Il vero scopo di Flotilla è la provocazione e il servizio ad Hamas», perciò «non consentirà alle navi di entrare in una zona di combattimento attiva» né tanto meno «permetterà la violazione di un legittimo blocco navale».
Israele si è detto però «ancora pronto a impegnarsi in qualsiasi accordo costruttivo per trasferire gli aiuti in modo legale e pacifico».
L’alternativa sicura c’è: i canali ecclesiali
Ci si riferisce all’unica alternativa sensata: quella di affidarsi ai canali ecclesiali, vie sicure, collaudate e riconosciute per far giungere gli aiuti.
Flottila deve fermarsi a Cipro, consegnare gli aiuti umanitari e lasciare che a portarli a destinazione siano coloro che da sempre hanno esperienza nel farlo, senza causare incidenti diplomatici di portata internazionale.
E’ la scelta più responsabile, al netto dell’ansia di protagonismo di Greta Thumberg. In quelle aree i vescovi operano da anni, senza spettacolarizzazioni, senza selfie e senza rischi inutili.
Ieri è intervenuto anche il presidente Sergio Mattarella valorizzando l’intento umanitario degli attivisti ma invitandoli ad accettare la soluzione negoziale a cui sta lavorando il Vaticano:
«Raccolgano la disponibilità offerta dal Patriarcato Latino di Gerusalemme – anch’esso impegnato con fermezza e coraggio nella vicinanza alla popolazione di Gaza – di svolgere il compito di consegnare in sicurezza quel che la solidarietà ha destinato a bambini, donne, uomini di Gaza».
La disponibilità dei vescovi
Lo stesso presidente della CEI, il card. Matteo Zuppi, si mostra totalmente disponibile: «Il patriarca Pizzaballa ha la possibilità di attivare un’organizzazione che distribuisca tutto alla popolazione. E nessuno meglio di lui conosce la complessità di quel territorio. Altre soluzioni non paiono praticabili».
Aggiungendo poi: «A Gaza non si attracca. Dico proprio tecnicamente. Sarebbe complicato in condizioni diciamo normali, figuriamoci adesso dovendo anche portare viveri e beni di prima necessità. Si rischierebbe il caos. Ecco io mi sto adoperando per la logistica, per fare in modo che quegli aiuti arrivino».
A Gaza si arriva con competenza e credibilità
La Global Sumud Flotilla ha avuto il suo momento di celebrità, ha giustamente acceso i riflettori su Gaza, ha ottenuto la disponibilità di Israele, dei vescovi, dell’Italia e degli organismi umanitari a coinvolgersi per far arrivare davvero gli aiuti. Continuare a insistere non è più solidarietà.
A Gaza non si arriva sfidando il mare e un blocco navale armato: si arriva con la credibilità e l’esperienza di chi lavora da anni, senza proclami né telecamere.
Ignorare questa realtà significa mettere inutilmente a rischio la propria vita, creare gravi danni alla diplomazia internazionale con il rischio di trasformare un nobile gesto in una tragedia annunciata.
AGGIORNAMENTO del 02/10/2025
Sul tema Flotilla interviene direttamente anche il card. Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme, con parole nette e pienamente condividibili.
Intervistato nel podcast di Mario Calabresi, afferma: «Avrei evitato un confronto così diretto, soprattutto pensando alla gente di Gaza», perché «non porta nulla alla gente di Gaza, ecco non cambia la situazione a Gaza decisamente». Augurandosi che tutto finisca per il meglio per l’equipaggio, si augura che «si possa tornare a parlare meno della Flotilla» e «più su quello che sta accadendo a Gaza, col dovuto rispetto» per gli attivisti e «per le loro buone intenzioni».
Poche ore prima su “Avvenire”, anche il poeta e scrittore Davide Rondoni ha sottolineato il punto da noi sollevato in questo articolo. Se si vuole portare aiuti umanitari, i canali sicuri ed efficaci sono altri. Se si vuole provocare, si rischia di esacerbare la tensione. La domanda finale sulla spedizione verso Gaza è: a che pro?
In particolare, Rondoni scrive:
«Se si va a provocare un contendente, se pur ritenendolo colpevole di un massacro, si rischia di ottenere un esacerbarsi e un allargarsi del conflitto, non il suo rallentamento, figurando come azione indiretta di appoggio all’altro contendente (Hamas, Iran e loro alleati…). Il che certo non favorisce quel che sta più a cuore alle vittime dei conflitti: la tregua, il cessate il fuoco finalmente. Cosa che una flottiglia così non ottiene di sicuro».
Così, Rondoni sottolinea la differenza tra due posizioni in campo:
«I leader delle comunità cristiane di Gaza decidono di restare e non accettare l’invito all’esilio forzato fatto da Israele a un popolo che nessuno sembra voler sostenere (neanche i potentissimi “fratelli” arabi), per garantire cura e aiuto ai fragili, creando così da dentro un problema al governo israeliano. E poi c’è chi invece viene da lontano per allargare una crisi internazionale».








3 commenti a Cari improvvisati di Flotilla, lasciate gli aiuti per Gaza ai vescovi
Gli aiuti umanitari erano e sono l’ultimo dei loro pensieri
Così i preti potranno consegnare gli aiuti a che recita le loro preghiere, come fanno nei paesi del Terzo mondo i cristiani, i musulmani, i buddisti; realizzando così lo schifoso divide et impera che ha sempre consentito il dominio sui popoli.
Pare che i famosi “aiuti umanitari” non si trovino…Tradotto: non esistevano proprio, erano la fogliolina di fico (o di pino) per nascondere le vere intenzioni dei flotillanti.
@Manlio Padovan: vai a sfogare altrove la tua ignoranza, come sanno tutti (ma proprio tutti, tranne te, a quanto pare), i cristiani distribuiscono aiuti e beni di prima necessità a tutti coloro che ne hanno bisogno (sia in casa nostra sia altrove). Forse confondi persone.