Canada, gli orrori del suicidio assistito scoperti da The Atlantic
- Ultimissime
- 24 Set 2025

Il suicidio assistito in Canada è fuori controllo. Lo denuncia una lunga inchiesta del magazine The Atlantic, presentando in anteprima ciò che accadrà nei Paesi in cui diventa legale.
Doveva essere riservato ai malati terminali, oggi rappresenta circa il 5% di tutte le morti.
Si parla del suicidio assistito in Canada, legale tramite la cosiddetta Medical Assistance in Dying (MAiD), oggetto di un’inchiesta di The Atlantic firmata da Elaina Plott Calabro.
Un lavoro poderoso sul magazine americano che non è certo “di parte” e che chiunque dovrebbe leggere per capire il destino riservato ai Paesi in cui viene legalizzato il suicidio assistito. Uno scenario che definire horror è poco, un autentico paradiso per Marco Cappato.
Nel 2023 le persone morte per suicidio assistito sono state 60mila. In Quebec la percentuale supera il 7% dei decessi, il tasso più alto al mondo.
Il piano inclinato del suicidio assistito in Canada
E’ il Paese che ha concretizzato tutte le previsioni dei critici, a partire dall’inevitabile piano inclinato.
La legge era nata solo per i pazienti gravemente malati ed in fin di vita, poi è stata estesa per le persone affette da patologie ma non a rischio di morte.
Tra due anni sarà accessibile a chi soffre di disturbi mentali e il Parlamento sta lavorando per garantire l’accesso ai minori, con l’obbligo di consultare i genitori ma senza la necessità del loro consenso.
Nel frattempo, il Quebec College of Physicians ha sollevato la possibilità di legalizzare l’eutanasia per i neonati nati con “gravi malformazioni”, una pratica rara attualmente legale solo nei Paesi Bassi e che, si specifica, è stato «il primo paese ad adottarla dopo la Germania nazista nel 1939».
Così, si legge, «la domanda di eutanasia ha iniziato a superare la capacità dei medici di fornirla». D’altra parte il desiderio ripetuto dei pazienti di morire avrà sempre la precedenza su qualunque rigida condizione di legge una volta che si apre il primo spiraglio.
Con il tempo è infatti emersa un’interpretazione innovativa per “condizione medica incurabile”, cioè quando non può essere curata con mezzi accettabili per il paziente. L’autonomia del paziente prevale su tutto ed è insindacabile così, si legge, all’eutanasia accede chiunque abbia sintomi assolutamente curabili ma semplicemente non è intenzionato a curarsi.
«Molte decisioni sulla vita e sulla morte», scrive la giornalista, «si basano sui valori personali dei medici e dei pazienti piuttosto che su criteri medici oggettivi». Così la pensa la psicologa Madeline Li, pioniera del MAiD ma oggi molto a disagio rispetto alla degenerazione in cui si è trovato il suo Paese.
«Essere stanchi della vita» come ragione sufficiente per accedere al suicidio, spiega la psicologa, «teoricamente non è legale. Ma la verità è che lo è, lo è sempre stato, e sta accadendo» in tantissimi casi.
Il futuro dell’eutanasia, si legge, «non è più sotto il controllo delle leggi» e «la continua espansione non è una realtà che il governo sta scegliendo, ma piuttosto concedendo». D’altra parte, se l’autonomia nella morte è un diritto sacrosanto, c’è qualcuno che non dovrebbe essere aiutato a morire? Perché solo i malati terminali e non chiunque, letteralmente?
Commenta Elaina Plott Calabro: «Non è del tutto corretto affermare che il Canada sia scivolato lungo un pendio scivoloso, perché tenersi lontani da esso non sembra mai essere stata la priorità». E una volta avviata la legalizzazione del suicidio assistito «diventa estremamente difficile da contenere».
Le pressioni sociali su disabili e anziani
Plott Calabro racconta anche il passaggio da tutela dell’autonomia individuale alla pressione sociale per anziani e disabili.
«È più facile accedere al MAiD che ottenere una sedia a rotelle», ha ammesso Carla Qualtrough, ministro per l’inclusione della disabilità. Molti disabili e malati cronici riferiscono infatti di percepire la morte assistita come l’unica via possibile: «Quasi la metà dei canadesi deceduti a causa della morte assistita si considerava un peso per familiari e amici», scrive l’autrice dell’inchiesta.
Emblematico il caso di Sathya Dhara Kovac, affetta da SLA, che scrisse il suo necrologio prima di morire tramite eutanasia: «Non è stata una malattia genetica a farmi fuori, è stato il sistema». Dopo aver chiesto invano servizi di assistenza domiciliare adeguati, concluse che la morte era più accessibile della vita.
Le testimonianze raccolte da The Atlantic descrivono un Paese in cui «si assiste i cittadini disabili più nella morte che nella vita».
Quello che sta accadendo è che «molti familiari preoccupati non hanno altra scelta che portare la persona cara in tribunale per cercare di fermare una morte programmata», convinti che non sia in grado di decidere autonomamente e che le cliniche a cui si rivolgono modifichino arbitrariamente e di volta in volta i requisiti per portare i pazienti al suicidio.
Tra app e mancati controlli su irregolarità
Elaina Plott Calabro descrive i medici che praticano l’eutanasia come potenti corporazioni, che si ritrovano per conferenze con buffet e DJ set. A Vancouver ne ha incontrati diversi, tra cui il neurologo Gord Gubitz che ritiene l’eutanasia «energizzante».
«La differenza», commenta la giornalista, «è che, 10 anni fa, ciò che molti dei partecipanti fanno per lavoro sarebbe stato considerato omicidio».
E poi la totale ambiguità della situazione canadese.
La definizione di “condizione incurabile” ormai include non ciò che non è curabile, ma ciò che il paziente non intende curare.
Per non parlare del proliferare di app che per 10,99 dollari ti aiutano a organizzare la “cerimonia di addio”, dopo aver fissato la data di morte sul calendario. Per i bambini ci sono persino proposte di “pigiama party” nelle agenzie funebri o la verniciatura di una bara nel cortile di una scuola.
The Atlantic tocca anche il tema della presunta «rigorosa valutazione della capacità di intendere e di volere» che la legge prevede per procedere all’eutanasia su pazienti con deficit cognitivo. Si legge che «delle centinaia di irregolarità segnalate nel corso degli anni» quasi tutte vengono liquidate velocemente e «nessun caso è mai stato deferito alle forze dell’ordine per le indagini».
L’ambiguità e il caos dello scenario canadese
Non tutti i medici sono favorevoli, alcuni lo fanno solo per senso del dovere.
Ci colpisce cosa dice Jonathan Reggler, un medico: «Una volta accettato che le persone dovrebbero avere autonomia, che la vita non è sacra e che può essere presa solo da Dio, un essere in cui non credo, allora alcuni di noi devono farsi avanti e dire: “Lo facciamo”».
Un altro medico, Claude Rivard, racconta infine di un paziente che chiama per annullare l’eutanasia programmata, richiesta dopo un incidente in moto che lo aveva costretto alla cecità e alla sedia a rotelle. E raramente riceveva visite.
Quando la famiglia ha saputo della sua intenzione, ha ricominciato a fargli visita e questo ha cambiato tutto: «Ho ritrovato il piacere nella vita», ha detto l’uomo, «la famiglia, i bambini stanno arrivando. Anche se non posso vederli, posso toccarli e parlare con loro. Quindi cambio idea».
The Atlantic non parla solo di statistiche o leggi, è un allarme morale: ci mette davanti alla dura realtà di una società che preferisce la morte dei suoi cittadini più che garantire loro una vita dignitosa.








1 commenti a Canada, gli orrori del suicidio assistito scoperti da The Atlantic
Come diceva Mario Palmaro, si possono considerare tre scenari possibili riguardo la scelta individuale:
O il soggetto chiede eutanasia/suicidio assistito ma in base al principio di indisponibilità della vita né medici né Stato soddisfano la richiesta;
O il soggetto, con un potere illimitato, chiede eutanasia/suicidio assistito per cui medico e Stato si trovano costretti a soddisfare qualunque richiesta venga posta (anche di una persona sana, come si deduce dall’articolo inchiesta di Calabro). Questa però non è, in generale, la posizione sostenuta dai radicali italiani (che reclamano un controllo da parte dello Stato);
O il soggetto fa tale richiesta e viene soddisfatto solo quando Stato e medico hanno stabilito che esso rispetta i requisiti necessari per poterla soddisfare. Questa è la configurazione “normale” dell’istanza eutanasica.
Nel terzo caso «l’elemento decisivo per la realizzazione dell’eutanasia non è più la volontà del paziente – che pure è condizione imprescindibile – ma il giudizio di un soggetto terzo sulla condizione oggettiva del richiedente. Dunque, il fondamento dell’eutanasia su richiesta non è il principio di autonomia, bensì il principio di “qualità della vita”, cioè un giudizio inevitabilmente arbitrario da parte della società sul valore della vita umana in certe condizioni».
Il principio di autonomia, quindi, nasce come affermazione dell’individuo contro la volontà arbitraria del potere pubblico e subisce la sua più cocente sconfitta ritrovandosi proprio in balia di tale potere, avendo rinunciato al baluardo dell’indisponibilità della vita.