Tutti contro don Ravagnani, da influencer cattolico dico la mia

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Don Alberto Ravagnani sponsorizza una marca di integratori. Un nuovo video crea polemiche, ospitiamo il commento di Pietro Calore.

 

• E’ presente un aggiornamento del 03/10/2025 in fondo all’articolo.


 

di
Pietro Calore*
 
 
*Filosofo e scrittore

 
 

Sta facendo molto discutere l’ultimo reel del giovane (32) sacerdote influencer don Alberto Ravagnani.

Sul suo profilo Instagram lo si vede in canottiera da palestra mentre sponsorizza una marca di integratori.

Tra i commenti al video, tolte le opposte tifoserie dei plaudenti acritici e degli odiatori a priori, se ne possono trovare molti da cui traspare una teoria di sentimenti tanto amari quanto sinceri da parte dei suoi followers.

Disappunto, perplessità, delusione per un contenuto che valutano ambiguo, inopportuno o inadeguato per un sacerdote verso il quale comunque esprimono stima.

 

Don Ravagnani, gli integratori e le polemiche

Davanti alla wave polemica, Don Alberto non si è sottratto al confronto: senza animosità ha messo in campo un preciso argomento in propria difesa, ovvero la necessità di finanziare le sue attività pastorali “come fa un qualunque parroco”.

Polemiche analoghe erano sorte di recente per un altro reel in cui Don Alberto raccontava di aver scelto di non indossare l’abito sacerdotale in alcune circostanze nelle quali ritiene che ponga un’indebita distanza con le persone.

In realtà è da mesi che il sacerdote è al centro di polemiche per il fatto di mettere sempre più in evidenza sui social il suo fisico e l’attività in palestra. Molti già preannunciano il suo addio al sacerdozio, altri si limitano a rimproverargli eccessiva mondanità, mancanza di pudore sacerdotale, vanità e così via.

 

Perché non condanno don Alberto Ravagnani

Ora, sarebbe facile per me prendere parte alla “sassaiola dell’ingiuria” contro Don Alberto. Ma non lo farò.

E non perché debba difendere un qualche interesse di categoria dei “missionari digitali”. Né perché gli sono amico: anzi, da amico credo che il mio primo dovere sia proprio la sincerità.

Non lo farò perché non posso che avere oggettiva stima del Don Alberto sacerdote.

Le sue attività di pastorale giovanile (“LabOratorium” e “Fraternità”) rappresentano le iniziative più di successo e all’avanguardia nel panorama ecclesiale italiano.

Si badi, quando dico “di successo” e “all’avanguardia” non mi riferisco solo all’alto numero di partecipanti e allo stile fresco e social media friendly. Mi riferisco a molte storie di conversione fra miei coetanei e Gen Z che stanno avendo ricadute nei rispettivi territori di provenienza, dove molti portano un nuovo zelo orante ed evangelizzatore.

Per cui comprendo che, negli ultimi tempi, le pose che sta assumendo siano considerate da molti più che borderline.

Ma, insomma, quanti dei suoi critici condividono il peso del suo carisma che, guarda caso, è il più borderline di tutti oggi, cioè avvicinare i giovani? Io no e lo riconosco.

Per questo non sparo sentenze ma tendo a fidarmi del suo intuito, della sua vicinanza allo Spirito Santo e quindi anche – e chi lo nega? – della sua capacità di maturare in quegli aspetti che voci pacate e serene faranno sempre bene a evidenziargli.

 

Tra ragioni e torti, la difficile missione sui social

Mi collego così al secondo motivo per cui non mi accoderò al malcontento verso Don Alberto.

Ormai ho capito quale perverso meccanismo di comunicazione si nasconde dietro il turbinio di critiche social che lo circonda, e da cristiano sento il dovere di mettermici di traverso.

Un vero tritacarne ecclesiale che fa – questo sì – da contro-catechesi per il mondo, mal celando dietro il paravento dell’indignazione una mistura di invidie, nevrosi e frustrazioni.

Posso capire che qualcuno ritenga inopportuno finanziare attività pastorali tramite pubblicità.

Dico di più: se Don Alberto non avesse consultato la Curia prima di pubblicare questo video (come prescrive il canone 286 del Codice di diritto canonico1“E’ proibito ai chierici di esercitare, personalmente o tramite altri, l’attività affaristica e commerciale, sia per il proprio interesse, sia per quello degli altri, se non con la licenza della legittima autorità ecclesiastica”) sono il primo a dire che dovrebbe rimuoverlo.

D’altra parte riconosco che, al netto di questo aspetto giuridico, finché si resta nel limite di prodotti non immorali (limite finora rispetto da Don Alberto), è un puro e semplice fatto di sensibilità.

Inoltre la replica di Don Alberto mi sembra inappuntabile, la pastorale non vive d’aria.

Posso capire che molti non siano abituati a vedere un prete in palestra o in canottiera e possano restarne disorientati.

Oggi la cura del corpo e una sua certa esposizione è vissuta dai giovani in modo spontaneo: Don Alberto vive e mostra questo, nel suo contesto, senza imporlo a nessuno.

 

In conclusione, Don Alberto smuove gli animi e non è detto che lo faccia sempre dalla parte della ragione.

Lascio solo questo spunto di riflessione: non sarà che risulti così pungente perché rappresenta un rimprovero alla coscienze di molti che nella Chiesa italiana, a differenza sua, mentre ne lamentano l’assenza a Messa e alle loro iniziative, dai giovani si tengono ben lontani e al sicuro?

 


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AGGIORNAMENTO del 03/10/2025

La Curia di Milano ha dialogato con don Ravagnani comunicando che la sponsorizzazione degli integratori sui social non è ritenuta opportuna. Si riferisce di una «chiacchierata molto tranquilla» e di alcuna sanzione disciplinare. L’arcivescovado aggiunge che «la missione di don Alberto non viene bloccata anzi, viene apprezzata».

Autore

Pietro Calore

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9 commenti a Tutti contro don Ravagnani, da influencer cattolico dico la mia

  • Ettore ha detto:

    Pietro non condivido tutto quello che scrivi ma apprezzo lo sforzo di trovare le ragioni da entrambi gli schieramenti, gli accusatori e i difensori. Trovo sempre troppo facile schierarsi a prescindere senza valutare le ragioni altrui, è purtroppo tipico dei social network che ci abituano a scrivere senza pensare troppo.

  • Stefano ha detto:

    Ciao, io vi leggo spesso e seguo (da lontano) Don Ravagnani. Sono tra i suoi haters se proprio devo dirla tutta e quando ho visto la pubblicità degli integratori ho espresso il mio disappunto sulla sua pagina (educatamente si intende). Comprendo quello che scrivi e il tuo punto di vista ma voglio sottolineare un punto che mi sta molto a cuore e che è al centro della mia antipatia per Don Ravagnani. Chi fa, chi porta acqua, chi crea fedeli dovrebbe partire dal presupposto che a farlo sia lui con l’aiuto dello spirito santo. Uno che nel reel mi chiama “Ciccino” e che mette il suo Ego davanti alla croce non mi ispira alcuna simpatia. La domanda è chi segue lui lo segue per quello che predica o perché ama parlare con un linguaggio fuori dagli schemi come fosse una Chiara Ferragni qualsiasi? E altra domanda chi viene raggiunto poi ha l’opportunità di conoscere Cristo o lo segue solo perché è (presuntamente) “figo”. La lezione di Papa Francesco non ci ha insegnato nulla? Un Papa che piaceva più agli atei che ai cattolici e che non ha riscossoi consensi della Chiesa ma solo gli applausi dei media. Quante persone si salvano così? La mia ovviamente è una provocazione ma davvero noi cattolici abbiamo bisogno dei “Ciccini” di Ravagnani? Sui social abbiamo Mazzai che fa contenuti per tutti senza scadere mai. Io penso che chi fa il sacerdote dovrebbe imparare l’arte di stare un passo indietro. Altrimenti il dare l’esempio di cui parla il Vangelo dove sta? Mi scuso se mi sono dilungato. Un caro saluto

    • Francesco ha risposto a Stefano:

      Su don Alberto Ravagnani può legittimamente avere la sua opinione, ma c’è un grave problema in ciò che ha scritto.
      Se pensa che papa Francesco piacesse più agli atei che ai cattolici, o conosce solo un determinato tipo di cattolici (quelli che tra loro se potessero comunicherebbero solo in latino, tanto per restare fedeli al proprio indietrismo ad oltranza) o semplicemente ha preferito la narrazione giornalistica fatta su Francesco, una narrazione che stava ben attenta a censurare ogni volta che il papa ribadiva la centralità della famiglia tradizionale, della vita umana e di tutti quei temi scomodi per una parte di opinione pubblica. Conferma ne abbiamo dal fatto che ora Leone si rifà più volte al suo predecessore, magari è più prudente nello stile ma ci tiene a ribadire la continuità.

      Attenzione a dare giudizi sui papi. Sempre.

  • Giulia ha detto:

    Buonasera Pietro,
    Il fatto che tenti una comunicazione “alternativa” può essere lodevole, come il fatto di avvicinare più giovani alla fede lo sia. Bisognerebbe forse fare un discorso di modalità con la quale si perseguono certi obiettivi e la qualità delle adesioni. Sa, Pietro, tanti ragazzi si avvicinano a queste realtà per la sacrosanta voglia di stare insieme ma sull’avvicinarsi alla fede e sulla qualità di questo avvicinamento bisognerebbe indagare. La chiesa si sostentamento come può, ma il diavolo si nasconde proprio nei dettagli e, sì, sicuramente è questione di sensibilità personale ma anche questione di etica un po’ borderline: utilizzare la sponsorizzata con gli integratori è francamente di cattivo gusto soprattutto se fatta da un prete (ma questo, ripeto attiene alle sensibilità individuali) ma, la questione è bordeline su più livelli anche solo guardandola sotto la lente dell’influenza marketing: dopo il caso Ferragni e tanti altri casi meno noti, dovrebbe essere arrivato forte e chiaro che è finita l’epoca delle comunicazioni poco chiare in tema di donazioni, soldi, come vengono destinati. Per essere massimamente corretto e trasparente, avrebbe dovuto esplicitare forte e chiaro (e non puntualizzarlo in risposta a dei commenti perplessi..) che i suoi guadagni sarebbero serviti per finanziare le sua attività pastorali. E no, non è affatto “ovvio” solo perché prete. Ci sono influencer laici o atei che si fanno molti più scrupolo comunicativi di lui. È stata una mossa superficiale che sicuramente andava comunicata meglio. Poi, entriamo nel dettaglio del contenuto: sponsorizza integratori, in modo innovativo ma non è esattamente la stessa cosa che sponsotizzare siti di bigiotteria cristiana (come per altro ha già fatto). L’attinenza qui vacilla e qualsiasi azienda fa scelte in linea con i valori, con la propria identità. Lui ne ha una ben definita, è prete, l’integratore che messaggio dovrebbe trasmettermi? In che modo mi avvicina alla fede? Oltretutto, Don Ravagni stesso ha ammesso in risposta a dei commenti, che se vendesse liquori o torte di produzione propria ci guadagnerebbe di più. Perché non farlo allora? Di fatto, lui percepisce una percentuale misera che serve per far fare margine ad un’azienda che porta dei valori che sono quali precisamente? Aggiungo, nella sponsorizzata, porta inevitabilmente la sua identità da prete, ne è ben consapevole l’azienda (che con questa specie di stonatura palese ne trae maggior profitto), ne è ben consapevole il don..
    Ma andiamo al mero contenuto: i reels sono all’insegna del contenuto breve, sintentico, basta pochissimo per essere fraintesi. Ecco l’uscita infelice “pregare non basta” a mo’ di spot, per quanto sia pur vero, francamente è infelice, soprattutto detta da un prete. Davvero da un prete ci aspettiamo uno spot tanto superficiale passibile di malinterpretazioni? Mi chiedo la convenienza di tutto ciò. Mi chiedo anche, se non promuova di più la fraternità, il senso di comunità, il vendere torte e liquori: i proventi andrebbero interamente alla chiesa locale, il rapporto di vendita è di persona, autentico, costringe le persone ad incontrarsi, anche solo per fugaci momenti, e magari conoscere ciò che Don alberto fa per i giovani. A me sembra che si stia portando allo stremo questo voler compiacere ciò che ai giovani piace col rischio di spogliarsi dell’identità da prete temendo di allontanarsi o spaventarli. Eppure, ha avuto successo, inizialmente proprio vestito da prete, proprio per il suo essere anticonvenzionale ma non snaturato. Mimetizzarsi in mezzo ai giovani per avere le loro simpatie non mi sembra una gran mossa. A me sembra una gran mossa, invece, avvicinarli proprio in virtù di quello che sei o “nonostante” quel prete che sei, quel prete che non va di moda, eppure sa avvicinare, non rinnega la sua identità, la afferma.

  • Francesco Malaspina ha detto:

    Scritto con logica, garbo ed equilibrio. Mi piace.

  • Marina ha detto:

    Perché non andare nelle scuole ad insegnare, allora?

  • Bruno ha detto:

    Qualche giorno fa ho letto per caso su Avvenire della polemica in corso su don Ravagnani. Appena ho intravisto nell’articolo la foto instagram del giovane prete che sponsorizzava l’integratore alimentare con tanto di spot “pregare non basta”, ho avuto un moto di indignazione. Io, cinquantenne laico che non si confessa né va a messa da trent’anni, ma che da poco ha ripreso in mano la Bibbia. Finito l’articolo ho chiesto a me stesso: “perché ti sei indignato? Non sai niente di questa storia.”
    E allora ho cercato e trovato molte cose in rete, tra cui su Youtube un video di una catechesi di Don Ravagnani rivolta ai ragazzi e incentrata sul fuoco. Proprio in quei giorni stavo rileggendo Esodo… Risultato: ho trascorso 40 bellissimi minuti accompagnato dalle sue parole, che mi hanno smosso e fatto pensare. Qualche giorno dopo ho letto sue interviste e anche altre critiche che gli sono state rivolte, e da lì si è acceso in me un certo interesse per il giubileo dei giovani e degli influencer digitali.
    Pietro, mi sembra che il tuo contributo su Don Ravagnani, che ho letto molto attentamente e che nel mio piccolo condivido, aggiunga ulteriori spunti di riflessione, che non mi sento in grado di svolgere, perché sono un neofita rispetto alla questione del rapporto Chiesa/generazione digitale, e quindi preferisco ascoltare piuttosto che giudicare.
    Però concludo dicendo che la tua espressione “la Pentecoste della rete” riferita, in un tuo articolo, alla tua esperienza romana del giubileo degli influencer digitali, mi ha dato una strana e bella scossa, simile a quella provata ascoltando don Ravagnani. Per cui non posso che ringraziarti.

  • Giacomo Camilli ha detto:

    Se persone come ad esempio Fabio Rosini, Don Giussani o Kiko Arguello (cito i primi 3 che mi vengono in mente) avessero fatto la loro predicazione sui social non credo che avrebbero avuto lo stesso successo. Per fare cose di spessore che durino nel tempo e siano sentite come autentiche da chi cerca Dio, non credo bisogni tanto farsi problemi di forma, ma di contenuto e nessuno dei 3 citati sopra ha avuto bisogno di sponsor per arrivare ai giovani, altrimenti ogni parrocchia dovrebbe cercare soldi dai privati in modi discutibili (ma fino a prova contraria ciò non avviene). Ravagnani lo sono anche andato a sentire una volta dal vivo, ma non mi ha sconvolto. Comunque lo ricordavo un appassionato di oratorio, non di palestre. Attenzione a non fare la fine della ex suora che aveva vinto il concorso canoro in Tv anni fa.