J.K. Rowling e quel “vuoto a forma di Dio”: la nostra risposta

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Un post di J.K. Rowling su Dio nasconde una domanda radicale. Quali prove per la fede? Si crede senza vedere? Ecco cosa rispondiamo all’inquietudine di cui ha parlato.


 

JK. Rowling ha posto una domanda ai credenti e una riflessione ai non credenti.

Autrice celebre per la saga di Harry Potter, in un post già letto da quasi 1 milione di persone (e quindi meditato a lungo), la nota femminista britannica confessa di avere un «vuoto a forma di Dio» nel cuore che probabilmente porterà con sé fino alla tomba.

E poi domanda: cosa dovrei «vedere» per poter decidere? Una domanda radicale che raccogliamo e a cui rispondiamo, pur sinteticamente.

 

J.K. Rowling e Dio: “Cosa dovrei vedere per credere”?

Innanzitutto il contesto della domanda.

La confessione su Dio emerge da J.K. Rowling parlando delle sulle sue convinzioni mutate nel corso degli anni, tra cui cita il suicidio assistito e la non pericolosità delle droghe (il matrimonio con un medico dice di averle aperto gli occhi e oggi vi si oppone).

La scrittrice racconta che «dall’adolescenza ho faticato con la fede» ma, pur percependo dentro di sé questo “vuoto divino”, «non mi sembra mai di poter prendere una decisione».

Tra tutte le convinzioni che potrebbero cambiare in base a prove concrete contrarie, l’unica eccezione, scrive Rowling, è l’«enigma di Dio, perché non so cosa dovrei vedere per schierarmi fermamente da una parte o dall’altra».

Lei stessa prova a rispondere: «Suppongo che questo sia il significato della fede, credere senza vedere prove, ed è per questo che probabilmente andrò nella tomba con quella particolare questione personale irrisolta».

 

Quali prove servono per credere?

La nostalgia manifestata da J.K. Rowling è anche chiamata “senso religioso”, cioè la percezione originale e inestirpabile di un Significato ultimo, pur ritenuto inafferrabile.

Peccato che, da buona anglo-sassone, concluda buttandosi sulla difficoltà di “credere senza avere prove” che le servirebbero per decidere.

Torna quindi il tema di come nasce la fede, del “vedere per credere”. Ma che tipo di “prove oggettive” si aspetta? Una spiegazione matematica? O un’apparizione divina? Questo è il punto.

La fede cristiana è nata e si è diffusa nella storia sempre alla stessa maniera: da un incontro umano, fisico, con qualcuno che già vive autenticamente e radicalmente la fede, un testimone eccezionale di Cristo nel cui volto si intravede un Altro che opera.

Mancano le “prove oggettive” di Dio o mancano testimoni autentici, che generano nell’animo umano indizi e prove di un’apertura del cuore e della ragione verso il Mistero?

Ma questo incontro non c’è stato, non si è ancora verificato. Bene, che fare? J.K. Rowling chiede cosa “vedere per credere” e per decidere su Dio?

 

La “prova” del senso religioso

Ciò che le diremmo è iniziare a guardare seriamente questo “vuoto a forma di Dio” che si trova dentro. E’ una sua bizzarra creazione? Un auto-inganno?

Oppure è la stessa forma che sincronicamente si estende attraverso i tempi e i luoghi a tutta l’umanità e su cui la storia cristiana ha posto il focus?

Questo “vuoto a forma di Dio” fu descritto da Blaise Pascal come l’“abisso infinito” che solo un essere infinito e immutabile — cioè Dio — può colmare. Parimenti è celebre il pensiero di Sant’Agostino: «Ci hai fatti per te, Signore, e inquieto è il nostro cuore finché non riposa in te». San Francesco esclamava: “Quid animo satis?”, cioè: cosa basta all’animo umano?

Ma risale ancora prima, dagli uomini primitivi che iniziarono con inquietudine a prepararsi alla morte e all’Aldilà.

E’ un’esperienza comune a tutte le grandi religioni quella che l’uomo non è mai effettivamente libero e in pace con se stesso, che permane un’insoddisfazione ultima in sé. Cos’è questa nostalgia comune, presente in ogni uomo e donna che seriamente rifletta su di sé?

Il teologo Hans Kung si domandava: «Perché l’uomo è costretto a vivere separato ed estraniato rispetto a quella realtà nascosta, ultima ed altissima, che è la sua vera patria, costituisce la sua libertà e indica la sua vera identità: una realtà che l’uomo chiama l’Incondizionato, l’Ineffabile, l’Assoluto, la Divinità, Dio o in altri modi simili?»1H. Kung, Della dignità del morire, Rizzoli 2010, pp. 12-16.

Questa percezione è tanto meno percepita quanto più ci si butta a capofitto nelle attività frenetiche della vita, nei divertimenti, nei passatempi.

Per l’uomo contemporaneo, solo nei momenti più difficili della vita (detti “situazioni-limite”) il futile viene brevemente interrotto ed è l’occasione per molti dell’accorgimento non tanto della mancanza di un senso ultimo, quanto del desiderio che esso realizzi le attese del cuore umano, quel bisogno esistenziale che non ci siamo dati e che non riusciamo a togliere del tutto.

Lo capì Martin Heidegger, quando scrisse che «in certi momenti di profonda disperazione, quando ogni consistenza delle cose sembra venir meno e ogni significato oscurarsi, la domanda risorge»2M. Heidegger, Introduzione alla metafisica, Mursia 1986, p. 13.

Un passo oltre lo fece il filosofo e psichiatra Karl Jasper, scrivendo: «Il naufragio di ogni immagine definita del mondo, il fallimento dei nostri piani nel mondo […], l’incompiutezza dello stesso essere umano, ci conducono ai limiti in cui, davanti all’abisso, si trova il nulla o Dio»3K. Jasper, “La fede filosofica”, Marietti 1973, pp. 77, 78.

 

J.K. Rowling parla di “un vuoto a forma di Dio”, Jasper parla di “incompiutezza dello stesso essere umano”. E’ la stessa esperienza di tutti, la stessa inquietudine in tutte le epoche storiche. Come si fa a non vederlo?

Ci domandiamo: questa perenne nostalgia dell’Infinito potrebbe essere una ferita nel cuore, una “firma” posta appositamente da Dio perché l’uomo, nel suo libero girovagare, abbia un appiglio per non allontanarsi mai troppo dalla verità su se stesso?

L’autrice di Harry Potter sostiene che questo “non avere risposte certe” la terrà distante sempre da Dio. In attesa di un incontro, potrebbe iniziare a riflettere seriamente proprio sulla natura di questa mancanza, così tanto e a lungo percepita.

Autore

La Redazione

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2 commenti a J.K. Rowling e quel “vuoto a forma di Dio”: la nostra risposta

  • Antonio ha detto:

    Allora l’ho letto tutto d’un fiato e voglio rileggerlo almeno altre 10 volte perché c’è qualcosa di profondo difficile da trovare in giro, qeusto è il genere di articoli che grazie a voi mi hanno aiutato a uscire alcuni anni fa dalla mia crisi di fede. Non ho niente contro altri siti o contro il Timone ad esempio che pure ha parlato di queste parole di Rowling prima di voi ma noto come abbiano ridotto tutto all’opposizione al suicidio assistito. Ma chi se ne frega! Quanta piattezza! C’è una questione ben più radicale in quello che scrive la donna che può essere utile a tutti e che invece voi avete subito non solo osservato ma anche risposto. GRAZIE!!

    • Ipse_dixit ha risposto a Antonio:

      Condivido tutto e se posso aggiungere mi permetto: meno articoli su Charlie Kirk (con tutto il rispetto a quanto gli è accaduto) e più articoli di questo spessore.