Il mito del Rinascimento, nato per deformare il Medioevo

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La storica Ada Palmer spiega il mito del Rinascimento in contrasto con i “secoli bui” del Medioevo. Un’invenzione illuminista per deformare la storia.


 

Il Rinascimento è un mito moderno.

Ne parliamo come un’epoca luminosa, una gloriosa rinascita della ragione in contrasto con l’oscura e superstiziosa età medievale.

Si tratta però di un’interpretazione costruita a posteriori, soprattutto tra Settecento e Ottocento, per proiettare sul passato gli ideali illuministici.

Ada Palmer, docente di Storia dell’Europa moderna presso l’Università di Chicago e autrice di “Reading Lucretius in the Renaissance” (Harvard University Press 2014) e del più recente “Inventing the Renaissance: Myths of a Golden Age” (University of Chicago Press 2025), ha smontato questa visione semplificata in un lungo intervento su YouTube, offrendo un’analisi più precisa e affascinante.

 

I confini arbitrariamente elastici del Rinascimento

La studiosa spiega che il suo primo libro è stato il frutto di dieci anni di lavoro per rispondere al collega e amico Stephen Greenblatt e al suo The Swerve: How the World Became Modern (W. W. Norton & Company 2012).

La tesi di Greenblatt? Quella che dopo un terribile e oscuro periodo chiamato “secoli bui”, pieno di monaci flagellanti, arrivò il libro di Lucrezio, “De rerum natura”, che tutti lessero e che aprì finalmente alla modernità.

Ma da dove viene l’idea che ci sia stata un’età di rinascita e che, al contrario, vi sia stata un’epoca oscura?

Si tratta di una narrazione molto soddisfacente perché «ci piacciono le età dell’oro e le età oscure», spiega la storica, e nel farlo si individua un qualche fattore che ci rese moderni diversamente dalle persone medievali. Alcuni dicono da Machiavelli in poi, altri da Petrarca, altri da quando è nato il capitalismo, altri dalla Guerra dei cent’anni o dalla morte di Giotto.

Il primo ostacolo però, spiega Palmer, è che ogni libro sul Rinascimento ha un’opinione diversa su quale fattore abbia segnato il passaggio dall’oscurità alla modernità.

Se l’eminente Jacques Le Goff spiegò a lungo che il Rinascimento non è mai esistito ma si trattò di un lunghissimo Medioevo, Palmer conferma che i confini temporali del Rinascimento sono elastici e ognuno lo anticipa o lo estende come crede.

Si è così finito per credere che il Rinascimento è quando pensiamo siano iniziate le cose belle che ci rendono diversi dal passato. «E dato che è elastico, è anche soggettivo, cangiante e incoerente».

 

Come nacque il termine “secoli bui” per il Medioevo

Il termine “secoli bui” nacque la prima volta nel XIX secolo per indicare che c’erano poche fonti scritte per quel periodo, «è così che gli storici hanno davvero cominciato a usare questo termine», spiega la storica americana.

C’erano molte fonti testuali dall’antichità e delle epoche successive, ma poche nel mezzo. Per motivi molto pratici: l’Europa medievale perse l’accesso al papiro perché i mari erano infestati dai pirati e non si poteva più importarlo in sicurezza dall’Egitto. Si scriveva così su costosa pelle di pecora e, di conseguenza, la produzione di libri era molto più limitata.

Gli storici moderni invece hanno sviluppato altre tecniche per scrivere la storia, utilizzando fonti non testuali e non considerano più il Medioevo “oscuro” nel senso di poco documentato. Gli storici medievali dell’epoca, spiega Palmer, se avessero avuto le nostre tecnologie l’avrebbero considerato un periodo luminoso.

D’altra parte, nel Quattrocento, non esisteva l’idea che si stesse vivendo un’epoca di rinascita o di frattura netta con il passato medievale.

La corsa a recuperare gli scritti dimenticati del mondo classico, aggiunge la studiosa, «non fu animato da uno spirito laico, ma da un profondo senso religioso: l’idea che Dio avesse disseminato la verità nel mondo e che fosse dovere dell’uomo cercarla ovunque, anche nei pagani. È in questo contesto che avviene il cosiddetto “ritorno a Lucrezio“».

 

Come la “propaganda rinascimentale” ha inciso sull’arte

C’è poi un altro aspetto sottolineato da Palmer: c’è una grande differenza distorsiva tra quanto un’epoca appaia impressionante e “dorata” dai resti che ci ha lasciato.

Infatti, «la propaganda rinascimentale è riuscita a far sì che l’arte e la cultura italiana di un periodo molto specifico fossero celebrate come bellissime e come simboli di cultura, così le opere di quel periodo sono state preservate in modo sproporzionato rispetto a quelle medievali, che sono state ridipinte, lasciate marcire e distrutte».

Questo è un altro motivo per cui abbiamo moltissima arte rinascimentale e poca medievale: gran parte è andata perduta, non è stata salvaguardata e «la nostra idea di bellezza è in realtà fortemente modellata dal Rinascimento».

In particolare, spiega Palmer, nel mondo anglosassone, «c’è stato un enorme apparato propagandistico negli ultimi 200 anni teso a farci disprezzare tutto ciò che era spagnolo. Questo ha fatto sì che amassimo il Rinascimento, lo trovassimo bello e di buon gusto, perché è diventato un linguaggio di potere artistico con cui comunichiamo messaggi positivi. E usiamo l’arte della decadenza e della primitività — quella medievale — per comunicare negatività».

 

L’Inquisizione e i processi di Bruno e Galileo

La seconda parte dell’intervista alla storica statunitense riguarda l’Inquisizione che, con grande sorpresa di molti, è un fenomeno rinascimentale e non certo medievale.

Palmer cita due casi celebri, quello di Giordano Bruno e di Galileo Galilei e spiega chiaramente perché non possono essere assunti a modello del comportamento inquisitorio. Ne abbiamo già parlato replicando a un articolo che “Il Foglio” ci ha dedicato qualche giorno fa.

«E’ come prendere due vignette da un fumetto», spiega la storica, «ingrandirle e appenderle al muro come ritratti, senza conoscere il resto della narrazione che li circonda, cioè il contesto più ampio in cui quei fatti avvennero».

La studiosa annuncia che il prossimo libro sarà proprio dedicato all’Inquisizione perché, ancora una volta, ha scoperto quanto sia falsa la leggenda. «Se scorri i registri dell’Inquisizione — parliamo di centinaia di migliaia di casi —, dell’Inquisizione romana, troverai 12 processi rivolti agli scienziati. E sono tutti nello stesso decennio». Oltretutto, «tutti assolti o con semplici multe».

Non era una dinamica tipica dell’Inquisizione indagare gli scienziati e «quei processi non rappresentavano l’attività usuale dell’Inquisizione». Nei processi inquisitoriali, infatti, si notano picchi improvvisi su certi temi che poi scompaiono, «perché in certi momenti un determinato tema viene usato come capro espiatorio, quello che la gente teme di più in quel preciso frangente».

Lo si evince anche dai processi per giudeizzazione dell’Inquisizione siciliana, cioè le (presunte) false conversioni al cristianesimo degli ebrei: passarono da 1000 a 8 nel giro di dieci anni perché era “il caso del momento”, esattamente come avviene oggi.

Chi non ricorda, ad esempio, il panico sociale per TikTok nel 2020, quando si temevano lavaggi del cervello da parte della Cina o l’ansia globale per le sfide “Blue Whale” (2016) e il suicidio giovanile. Oggi non ne parla più nessuno.

Quindi, conclude Ada Palmer, «se scopri che tutti i processi agli scienziati sono nello stesso decennio, non hai scoperto cosa faceva l’Inquisizione. Hai scoperto cosa faceva l’Inquisizione tra il 1590 e il 1600 perché c’era qualcosa che in quel momento la spingeva ad agire così».

 

Qual è il messaggio da portarsi a casa dal lungo intervento della storica statunitense?

Il Rinascimento non fu una “rinascita” nel senso moderno e non fu la favola rassicurante del progresso lineare.

Si trattò piuttosto di un’epoca travagliata, certamente affascinante ma strumentalizzata dai moderni come specchio deformato per proiettare le proprie illusioni.

Autore

La Redazione

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