Maturità e ribellione: perché boicottare l’orale è un errore

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Un docente affronta le ragioni degli studenti che hanno boicottato l’esame di Stato. Pietro Calore spiega perché questa protesta non convince.


 

di
Pietro Calore*
 
 
*Filosofo e scrittore

 
 

Lo scorso luglio alcuni studenti hanno fatto scena muta all’orale di maturità.

Il clamore è stato tale che lo stesso ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara si è detto intenzionato a intervenire con una nuova norma che renda obbligatorio lo svolgimento della prova orale, pena l’annullamento per gli studenti dell’Esame di Stato.

Cari ragazze e ragazzi che avete rifiutato il vostro orale di maturità, questo articolo è rivolto innanzitutto a voi. Ma anche a tutti i vostri colleghi studenti e ai lettori di questo blog.

La scelta da voi compiuta, infatti, in un contesto così importante per la società come la scuola, chiama in causa tutti, in qualità di cittadini oltre che di cristiani, di uomini e donne di scienza e coscienza interessati a capire oltre che a credere.

In questo caso, vorrei farvi capire perché a parere di me insegnante, boicottare la prova orale dell’Esame di Stato è stato e sarà un errore. Lo argomenterò a partire dalle parole vive degli studenti protagonisti della vicenda e sulla base delle mie competenze di docente di scuola superiore.

 

Gli studenti “ribelli” e le loro ragioni

Tutto è iniziato proprio nella mia città, Padova, dove lo studente Gianmaria Favaretto, il 27 giugno di quest’anno, si è rifiutato di sostenere la prova orale.

Ha spiegato la propria scelta come un gesto di ribellione al sistema di valutazione scolastico, che istigherebbe ad una forma «tossica» di competizione e che, valutando «nozioni e basta», non rifletterebbe “quel che gli studenti sono”.

Questo punto è stato ribadito da un’altra studentessa, Maddalena Bianchi di Belluno, che ha affermato: «Da parte dei docenti non c’è mai stata la voglia di scoprire la vera me».

Entrambi gli studenti concordano sul fatto che il clima di competizione malsano nelle classi non dipenderebbe dalle famiglie bensì «dalle istituzioni e da ciò che ci viene insegnato».

Un altro studente, Pietro Marconcini, il 17 luglio ha scritto una lettera al ministro Valditara. Qui ha affermato di essersi pentito di aver sostenuto l’orale, di essere contrario all’idea «che un voto possa davvero descriverci come persone», e di concordare con gli altri studenti sul fatto che «dire che la vita è una competizione e che bisogna farsi le ossa è una visione tossica».

In risposta alle reprimende di Valditara ha detto: «Eppure, i suicidi sono la quarta causa di morte tra i giovani di 15-19 anni. Non protestiamo per capriccio, ma perché la scuola è diventata dannosa».

 

Boicottare è un salto logico

Da docente sono il primo a dire che la scuola italiana soffre di gravi problemi, a proposito dei quali si è già speso molto inchiostro, per cui non ritengo utile aggiungerne altro se non per dire che, per come oggi concepito, per quanto mi riguarda l’Esame di Stato potrebbe proprio essere abolito.

Tuttavia, per la stessa onestà intellettuale, non posso esimermi dal dire a voi, studenti “ribelli”, che pur essendomi sforzato di capire il fulcro della vostra protesta, quale sia la vostra critica concreta, puntuale al sistema di valutazione scolastico, non l’ho capito e, per questo, non mi sento di condividerla.

Prima di andare a fondo di questo, ho diversi interrogativi da porvi, a cui le vostre parole non mi hanno permesso di trovare da solo una risposta.

Perché boicottare l’orale di maturità dovrebbe rappresentare una protesta contro alcunché? Non ho trovato alcuna spiegazione da parte vostra di quello che a me sembra un salto logico.

Non vi sembra di aver compiuto delle generalizzazioni pesanti contro i docenti, a partire dal vostro puro e semplice vissuto personale?

La scuola sarebbe “dannosa”, suggerite. Proprio la scuola? L’unica istituzione sociale ancora interessata a fornirvi degli strumenti che vi permettano di farvi una vita degna di questo nome, nel Paese più analfabeta d’Europa?

La scuola sarebbe la causa del tasso dei suicidi tra gli adolescenti, suggerisce Pietro. Non ti sembra di confondere i concetti di “nesso causale” e “correlazione”?

E di non tenere conto di fattori eppure ben più certificati, oltre che più decisivi per la vita di un adolescente? Gli strascichi dell’isolamento sociale pandemico1Istituto Superiore di Sanità con l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, 2022, l’esposizione sui social media2Documenti di lavoro 1827 del Dipartimento di Economia dell’OCSE, la crisi della genitorialità e della struttura familiare3Bauman Z., Amore Liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi, Laterza 2013.

 

Sì, la scuola deve valutare le competenze

Da studenti, sapete che i voti nella pagella di fine anno non sono la media aritmetica dei voti del secondo periodo e che tengono conto (per legge4Decreto del Presidente della Repubblica 122/2009, Art. 1 com. 3) della progressione e della condizione particolare dei singoli studenti5Legge 104/1992, legge 170/2010.

Sapete che vi vengono offerte plurime occasioni di recupero e che la frase “tu non sei i tuoi voti” è diventata un mantra tra i docenti.

Se non lo sapete, vi posso confermare che tutte le normative scolastiche degli ultimi vent’anni, dall’UE in giù, hanno spostato completamente il focus dell’insegnamento dalla “didattica di discipline” all’“apprendimento6Legge 53/2003 di competenze trasversali7Decreto Ministeriale 139/2007”, imponendo l’applicazione di griglie di valutazione dettagliatissime, in cui il valore dato alle “nozioni” è molto relativo.

Ma poi, al di là di questo, a voi non appare del tutto evidente che la scuola debba valutare (per lo meno) anche l’apprendimento di nozioni? Non vedete in tutta la loro chiarezza le devastanti conseguenze sociali che conseguirebbero a non farlo?

Chi si farà più operare da un chirurgo o chi si fiderà più di passare sotto il ponte costruito da un ingegnere, entrambi sicuramente rilassatissimi ma che nessuno ha mai appurato se sappiano il fatto loro?

 

Si studia per il voto?

Andiamo al cuore della vostra protesta.

Cosa vuol dire che la valutazione scolastica dovrebbe “rispecchiare il vero sé” degli studenti? Nessuno di voi ha dato delle indicazioni chiare in proposito, benché proprio questo fosse il punto di caduta di tutte le vostre rimostranze.

L’unico indizio lo ha dato Gianmaria quando ha detto:

«Secondo me la valutazione dall’esterno dovrebbe essere una conferma da un esterno – appunto – del tuo lavoro, del tuo impegno. Nel senso: se io so che per un’interrogazione, una verifica, io ho studiato, mi sono impegnato e nella verifica ottengo un risultato che secondo la mia coscienza rispecchia questo impegno… Io credo che sia – appunto – una conferma dall’esterno, ma non deve diventare una giustificazione o proprio il fine dello studio e dell’apprendimento».

Avrei molte domande da farti Gianmaria: seguendo le tue stesse parole, come si potrebbe non ridurre qualunque valutazione scolastica alla semplice domanda “ti sei impegnato?”?

E come dovremmo impostarle perché riescano a leggere nella «coscienza» degli studenti? E come potremmo non finire a dare “10” a chiunque, con i rischi sociali di cui sopra?

Tante domande che, infine, voglio accompagnare a un “grazie”.

Anche se su tanti punti delle vostre eventuali risposte potremmo non essere d’accordo: grazie per esservi fatti sentire, in un Paese abituato al silenzio del quietismo o al rumore della vana chiacchiera.

Ad Maiorem

 


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Pietro Calore

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