L’apostolo Paolo era davvero di Tarso? E gli Atti sono affidabili?
- Ultimissime
- 11 Ago 2025

Una studiosa scettica avvalora la provenienza di Paolo da Tarso, ma utilizza criteri controversi e mette in dubbio l’autorevolezza storica degli Atti degli Apostoli. Ecco perché sbaglia.
Ma davvero San Paolo proveniva da Tarso, in Cilicia?
La figura dell’Apostolo delle genti è centrale nel cristianesimo delle origini, ma quanto possiamo davvero sapere della sua biografia?
Di questo ha parlato recentemente Robin Walsh, associata di Nuovo Testamento presso l’Università di Miami.
Pur avendo un approccio scettico e seguendo strade molto criticate dagli studiosi più affidabili, la studiosa ammette la plausibilità della tradizione cristiana nell’identificare Tarso come città d’origine di Paolo.
Critica all’affidabilità degli Atti degli Apostoli
Il video di Walsh sembra in realtà più orientato ad attaccare gli Atti degli Apostoli, avanzando la probabilità che i dati in essi contenuti, tra cui quelli biografici di Paolo, siano stati inseriti a posteriori per costruire una narrazione coerente.
E’ un modus operandi sottile di questa giovane studiosa che abbiamo già analizzato qualche tempo fa, quando ha cercato di screditare la storia del sepolcro vuoto di Gesù creando bizzarri parallelismi con storie e romanzi della letteratura romantica greca e pagana.
In questo nuovo intervento, la studiosa esprime dubbi che gli Atti degli Apostoli siano stati scritti da Luca, autore di uno dei vangeli. Ma non ci si sofferma molto.
Il cuore del suo messaggio è invece che «gli Atti degli Apostoli non sono particolarmente affidabili» e «non perché non siano un gran testo, non perché non raccontino una storia di valore, non perché non credo che contengano almeno un briciolo di verità sullo sviluppo del movimento di Gesù».
Il motivo è la loro datazione al II secolo e, in essi, vede un tentativo di «colmare le lacune nella biografia di Paolo» e «creare una specie di storia per Paolo e una sorta di retroscena che lo rendesse una figura fondamentale, ma che si collegasse bene al racconto dello sviluppo del movimento di Cristo».
Paolo era di Tarso ma neoplatonico?
Così, continua la studiosa americana, ci sarebbe il rischio di «riempire gli spazi vuoti con cose che sono probabili ma che forse ci sono ragioni per metterle in discussione». E una di queste è proprio la provenienza di Paolo, il quale non dice mai di essere di Tarso ma è l’autore di “Atti” ad attribuirglielo.
Tuttavia, per farla breve, Walsh la ritiene comunque una «buona ipotesi».
Citando altri studiosi, Walsh spiega infatti che Tarso infatti era un centro di cultura greca non indifferente all’epoca, con varie scuole filosofiche e frequentato anche da Cicerone. Così, «se stai completando la storia di Paolo e ti trovi nel secondo secolo a leggere le lettere di Paolo, sai quanto egli aderisca a un ideale platonico medio» e quanto utilizzi «la filosofia platonica».
Da ciò, l’autore di Atti avrebbe dedotto la provenienza di Paolo da Tarso. «Sì, ha senso. Paolo era di Tarso», conclude la studiosa.
Paolo nacque a Tarso ma crebbe in Palestina
Ora, il commento di Robin Walsh è piuttosto controverso e giunge ad avvalorare la provenienza di Tarso secondo un ragionamento estraneo e contrario alla storiografia più accreditata.
Ad esempio, l’eminente Willem C. van Unnik, docente all’Università di Utrecht (di cui fu rettore magnificus), dopo un accurato studio filologico sugli Atti degli Apostoli concluse che Paolo nacque a Tarso, ma fu allevato fin da piccolo a Gerusalemme, educato dal fariseo Gamaliele1W.C. van Unnik, Tarsus or Jerusalem. The City of Paul’s Youth, in Sparsa Collecta, Leiden 1973, pp. 273-296.
Alcuni si sono opposti a questa tesi ricordando questa affermazione autobiografica di Paolo: «Ma ero sconosciuto personalmente alle Chiese della Giudea che sono in Cristo» (Gal 1,22).
Questa sottolineatura però non è in contraddizione con quanto dice van Unnik in quanto Gerusalemme, all’epoca, contava più di 50mila abitanti2M. Hengel, Il Paolo precristiano, SB100 1992, pp. 78-80. Di conseguenza è difficile che tutti si conoscessero tra loro.
Per quanto riguarda invece le presunte radici filosofiche platoniche di Paolo, José Miguel Garcia, docente di Cristianesimo delle origini all’Università Complutense, allontana questa «ostinata identificazione» da parte di alcuni autori ricordando la descrizione che l’apostolo fa di se stesso come membro della setta farisea, che ci obbliga a «collocare la sua crescita e formazione in Palestina e, più concretamente, a Gerusalemme»3J.M. Garcia, Il protagonista della storia, BUR 2008, p. 363.
Il celebre teologo Martin Hengel (Università di Tubinga) conferma quanto fin qui detto, aggiungendo che «le fonti non offrono indicazioni sull’esistenza di scuole esplicitamente farisee fuori dalla Palestina, nel periodo del secondo Tempio»4M. Hengel, Il Paolo precristiano, SB100 1992, pp. 85-100.
Paolo non era culturalmente greco
Oltretutto, come può Paolo essersi formato nella città culturalmente greca di Tarso quando confessa più volte di non possedere la padronanza della lingua greca (2Cor, 10,10 / 11,5)?
La lingua madre dell’apostolo era infatti l’aramaico, secondo Martin Hengel è lui stesso ad affermarlo quando si definì «ebreo figlio di ebrei» (2Cor, 11,22) (Fil 3,5)5M. Hengel, Il Paolo precristiano, SB100 1992, p. 82. Anche van Unnik riscontra «numerosi esempi di associazioni mentali che possono trovare una spiegazione soddisfacente solo tramite l’aramaico»6W.C. van Unnik, Aramaisms in Paul, in Sparsa Collecta, Leiden 1973, pp. 142-143, anche quando si esprime in greco.
Fin dalla sua primissima infanzia, dunque, Paolo visse in Palestina e ricevette una formazione tipicamente ebraica.
Il valore storico degli Atti degli Apostoli
Infine, per quanto riguarda l’attendibilità degli Atti degli Apostoli presa di mira da Robin Walsh, va ricordato che il suo stesso maestro, B.D. Ehrman, non la pensa affatto come lei.
Rispondendo ai miticisti, lo studioso (a sua volta scettico) del cristianesimo chiarisce che gli Atti furono scritti alla fine del I secolo (attorno agli anni 80 d.C.) e non nel II secolo, come invece sostiene Walsh.
Si tratta di una fonte indipendente dai vangeli7B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2013, p. 108 e «non sono il frutto della fertile immaginazione di Luca, ma si basano sulle tradizioni orali»8B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2013, pp. 109, 110 che circolavano prima dei vangeli stessi9B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2013, p. 113.
Ehrman attribuisce poi gli Atti a Luca (l’autore dell’omonimo vangelo)10B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2013, p. 139 e spiega che in essi sono conservate «tradizioni primitive che sembrano risalire ai primissimi anni del movimento cristiano»11B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2013, pp. 173, 174.
La grande autorevolezza del contenuto degli Atti degli Apostoli, soprattutto per quanto riguarda le informazioni su Paolo di Tarso, derivano dal fatto che l’autore fu proprio un compagno di viaggio dell’Apostolo delle genti.
Lo spiega Craig Keener, professore di Nuovo Testamento all’Asbury Theological Seminary, tra i più esperti sulla loro storicità (4 volumi complessivi ed oltre 4.000 pagine!). L’autore degli Atti degli apostoli, spiega Keener12C. Keener, Acts an Exegetical Commentary, Baker Academic 2012 fu un testimone oculare del contenuto della predicazione di Paolo ed ebbe familiarità con lui e con le sue parole, compresi i dati biografici che lo caratterizzavano.
Quindi Paolo proveniva da Tarso, come conviene in qualche modo anche la studiosa (scettica) Robin Walsh. Ma, al contrario di quanto lei sostiene, crebbe e fu educato in Palestina. Totalmente da rivedere invece sono le sue affermazioni denigratorie sull’affidabilità degli Atti degli Apostoli.








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