Perché una morale laica o non esiste, o si contraddice
- Ultimissime
- 02 Ago 2025

Qual è il fondamento della morale laica? Può criticare altri principi morali? Se si basa sulla convenzione sociale, come difendere valori assoluti (come è “sempre” giusto o “sempre sbagliato”)? Ecco perché c’è chi abbraccia l’amoralità.
Nel 1993 si svolse a New York un dibattito surreale.
A confrontarsi furono due filosofi statunitensi, il celebre Richard C. Taylor e un allora giovane William Lane Craig. Entrambi credenti, il primo teista e il secondo cristiano. Il tema: il fondamento della morale è naturale (laica) o soprannaturale?
Fu un dialogo tra sordi.
O meglio, leggendo gli atti si evince che Taylor -a difesa del fondamento naturale della morale- capì molto poco degli argomenti di Lane Craig, il quale -a difesa della visione opposta- non seppe mai spiegarsi in maniera chiara.
Sulla morale laica: il grande equivoco
La tematica, d’altra parte, si presta a un enorme equivoco che deraglia la discussione fin dall’inizio.
Sostenere che la morale laica non può avere un fondamento oggettivo NON SIGNIFICA che i non credenti siano cattive persone, che non abbiano una morale o sciocchezze del genere.
E’ chiaro a tutti che molti non credenti si comportino in maniera cento volte più retta e migliore di molti credenti.
Il punto non è questo, piuttosto se la morale laica che seguono (che può essere la migliore) ha valore oggettivo oppure è frutto di una convenzione sociale.
Gran parte dell’intervento di R.C. Taylor si basò sul sostenere che non serve credere in Dio per vivere in modo etico e che «non c’è bisogno di essere religiosi per capire che, affinché gli esseri umani vivano in pace e felicità, non devono aggredirsi a vicenda».
Ma nessuno lo ha mai messo in dubbio (ecco l’equivoco!).
Piuttosto, il tema è quale fondamento usa la morale laica per le proprie pretese? Ad esempio, come giudicare una persona che non vuole vivere in pace e, perciò, si sente legittimata ad aggredire? Sta sbagliando, ok. Ma perché? Chi decide cosa è giusto o sbagliato?
La morale laica si basa sul costume della società
Quando il celebre filosofo Taylor riuscì a centrare l’oggetto del dibattito, ecco cosa disse: «La base della moralità è convenzionale, il che significa che le regole della moralità sono state inventate dagli esseri umani nel corso di molte generazioni».
L’astenersi dal mentire, dal rubare, dall’aggredire, dall’uccidere, dice Taylor, «non sono regole inventate da Dio. Nessuno immagina che se non ci fosse Dio a dirci queste cose, non avremmo saputo fare di meglio o non vedremmo nulla di sbagliato se le facessimo».
Al contrario, Taylor sostenne che Aristotele «dava per scontato che le persone conoscessero la differenza tra giusto e sbagliato, e che la derivassero dall’esperienza e dalle convenzioni. Il ruolo della religione e dell’etica è stato quello di rafforzare questa moralità convenzionale».
La base della moralità, secondo Taylor, è la cosiddetta etica della reciprocità: “Fai agli altri quello che vorresti essere fatto a te, non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”. «Solo così», affermò, «potremo vivere in pace e realizzare i beni umani di cui abbiamo bisogno».
Per Richard C. Taylor la morale (cioè principi come amare il prossimo, vivere in pace ecc.) si fonda su una convenzione, sull’esperienza delle persone, sul volere e sul costume di quella società in quel dato momento storico.
La debolezza della morale laica e le contraddizioni
Il problema è che questa posizione è difficilmente sostenibile e la contraddizione è quasi scontata. Bastano poche domande per metterne a nudo la debolezza.
Ad esempio, lo “sfidante” Lane Craig avrebbe potuto chiedere: se la maggioranza di una società ritiene che la pace non sia giusta e, invece, sia più utile e moralmente virtuoso vivere costantemente in guerra, allora la pace diventerebbe immorale in quella società?
Ci potrebbero essere molte motivazioni ideologiche a sostegno di una guerra costante, per esempio una concezione eroica all’insegna delle virtù belliche (coraggio, sacrificio, disciplina, onore), il conflitto come motore della storia e della selezione naturale, la priorità all’unità sociale contro un nemico comune ecc.
Sono posizioni etiche giuste? Sbagliate? Se quella determinata società ritiene siano giuste, chi sono le altre società per giudicare?
E ancora: se per convenzione una società decide che l’etica della reciprocità di cui parla Taylor è immorale e ritiene, piuttosto, più virtuosa la legge del puro vantaggio (cioè l’unico criterio morale è ciò che massimizza il proprio beneficio, indipendentemente dalle conseguenze per gli altri), allora, in quella società, l’egoismo etico diventa una virtù morale?
Ancora più diretta: in una società di cannibali, il cannibalismo diventa morale per convenzione? Oppure: la pedofilia smetterà di essere un male dopo la scomparsa dell’umanità, delle società e delle loro convenzioni?
Se la risposta a tutte queste domande è “no”, allora si cade inevitabilmente in contraddizione.
O la moralità è convenzionale, e allora non può esserci alcun principio universale e immutabile che resiste al volere della maggioranza della società, oppure la moralità si basa su un giudizio assoluto e i principi restano universali e immutabili anche se a sostenerli è una sola persona al mondo. O anche nessuno.
Dire che è sempre sbagliato torturare un bambino, ad esempio, significa esporre valori morali oggettivi indipendenti dal costume sociale e dal volere della maggioranza, cioè sono verità assolute e indiscutibili che rimarranno tali anche se nessuno più le sostenesse.
Come valutare dei principi morali migliori di altri?
Un altro aspetto critico della morale laica è come giustificare la critica verso chi, razionalmente e coerentemente, rifiuta il volere della maggioranza, del principio di reciprocità e del costume sociale?
Ad esempio, se uno ritiene che guadagnarsi da vivere tramite l’omicidio di persone innocenti sia un valore (per sé e per la sua famiglia), su quale base si può dire che “sbaglia”?
Si potrebbe dire che sbaglia perché non segue la convenzione sociale maggioritaria per la quale l’omicidio è sbagliato. Quindi si sta implicitamente dicendo che basterebbe semplicemente che mutasse il volere della società perché la sua etica diventi giusta.
E’ come dire che la discriminazione razziale imposta dal nazismo non è sempre sbagliata, potrebbe teoricamente diventare giusta in una società di nazisti che la accetti per convenzione.
Taylor e i sostenitori della morale laica sembrano invece affermare che certi principi morali — come la pace, l’amore, il rispetto — siano “evidenti”. E hanno ragione. Ma in un sistema che si basa sulla convenzione sociale, l’evidenza non ha alcuna autorità normativa.
Una società può convenzionalmente decidere che rubare è giusto, o che la guerra continua sia nobile, o che la reciprocità è debolezza. E, secondo la tesi convenzionalista, questa morale sarebbe giusta quanto qualunque altra. Con quale diritto sostenere infatti che la propria morale sia “migliore” di quell’altra (migliore in base a cosa, poi?).
Per fare un esempio concreto, in India la società si è auto-organizzata su una struttura sociale gerarchica in cui la popolazione è divisa in caste e i “Dalit“ sono al di fuori di questo schema, soggetti a gravi discriminazioni.
Un sostenitore della morale laica occidentale potrebbe dire che la morale induista è sbagliata perché provoca sofferenza verso i “Dalit”.
Ma così facendo starebbe arbitrariamente imponendo i propri costumi morali a quelli di un’altra società, senza neanche prima aver dimostrato che ciò che sostiene è eticamente migliore. E inoltre non spiega perché la sofferenza di qualcuno sarebbe un male in una società che, per convenzione e costume, è convinta che sia un bene premiare l’élite e punire l’ultimo grado della gerarchia.
La verità è che una morale laica, puramente convenzionale, non consente alcuna critica “dall’esterno” o “dall’alto” a ciò che una società approva.
Le uniche soluzioni: la morale laica è relativa o l’amoraltà
L’unico modo di non contraddirsi per chi sostiene un fondamento della morale laica è rispondere “si” alle domande poste sopra.
Ma nessuno — giustamente — lo farà. Quindi dovrebbe ammettere che esistono standard morali che non dipendono dalla convenzione, dal volere della maggioranza o dalla propria cultura: esattamente ciò che la sua teoria nega.
Detta più filosoficamente con le parole di Tristram H. Engelhardt:
«Tutte le morali e le bioetiche secolari diventano più o meno chiaramente narrative morali particolari, socio-storicamente condizionate, che affermano configurazioni particolari di intuizioni morali che si muovono nella dimensione del finito e dell’immanente. La morale laica contemporanea è necessariamente contingente e storicamente condizionata. Tale contingenza ha implicazioni drammatiche riguardo alla forza delle pretese normative avanzate dalla teoria morale contemporanea dominante di stampo secolare su questioni come il significato morale di autonomia, uguaglianza, uguaglianza di opportunità, diritti umani, giustizia sociale e dignità umana»
L’unica alternativa coerente ci sembra abbracciare l’amoralità.
Come già citato in passato, è la posizione a cui è giunto Joel Marks, professore emerito di Filosofia presso l’University of New Haven.
«Ho rinunciato del tutto alla moralità […], da tempo lavoro su un presupposto non verificato, e cioè che esiste una cosa come “giusto” e “sbagliato”. Io ora credo che non ci sia […]. Mi sono convinto che l’ateismo implichi l’amoralità, e poiché io sono un ateo, devo quindi abbracciare l’amoralità […]. Ho fatto la sconvolgente scoperta che i fondamentalisti religiosi hanno ragione: senza Dio, non c’è moralità. Ma essi non sono corretti, credo ancora infatti che non vi sia un Dio. Quindi, credo, non c’è moralità»1J. Marks, An Amoral Manifesto, Philosophy Now 2010
In breve, vediamo solo tre opzioni:
1) O la morale è laica è contingente, temporanea e relativa alle convenzioni, e allora nessun valore è universalmente valido e bisogna ammettere che ciò che riteniamo immorale lo è solo per noi e per un costume sociale che ha lo stesso valore del suo opposto (la guerra ha lo stesso valore della pace);
2) O si abbraccia l’amoralità, negando che esistano valori morali da difendere e ai quali educare;
3) Oppure si ammette che alcuni valori sono oggettivi e servono basi più profonde — trascendenti o metafisiche — che vadano oltre il semplice consenso sociale.








20 commenti a Perché una morale laica o non esiste, o si contraddice
Il pericolo del relativismo non è solo teorico: ha conseguenze concrete, politiche, esistenziali. Una società, come quella occidentale, che fonda la morale unicamente sulla convenzione e il diritto pubblico sul consenso pattizio—cioè su ciò che è approvato dalla maggioranza o dai potenti del momento—non ha alcuna difesa contro la tirannide, e le leggi contro natura (come l’aborto, la fecondazione in vitro, l’eutanasia, il mercato di organi, magari la clonazione in fututo) né alcun criterio per giudicare quando la stessa “consuetudine” diventa ingiusta. In un simile sistema, la libertà si riduce a una concessione, non è più conseguenza della verità.
La vera libertà, al contrario, può esistere solo là dove esiste un ordine morale oggettivo—dove la persona umana non è sottomessa al volere mutevole degli altri, ma responsabile davanti a una legge che trascende ogni cultura e ogni momento storico.
Questa legge è ciò che la tradizione classica chiama legge naturale. Essa non è semplicemente “religiosa” né “soggettiva”, né tantomeno arbitraria. È radicata in tre cause tra loro intrecciate:
la natura dell’atto stesso,
la volontà razionale di Dio,
la bontà della natura divina.
Ridurre la morale al solo comando divino, come fanno certe teologie volontaristiche, protestanti, dualiste, manichee, nominaliste religiose, rischia di presentare Dio come un despota. Ma ridurre la morale alla convenzione umana, come fa la modernità secolare, il nominalismo laico, significa consegnare l’etica alle voci più forti del momento. Solo la legge naturale, il realismo aristotelico tomista custodisce l’equilibrio: essa riflette una sapienza divina che non è né imposizione esterna né preferenza soggettiva. Ed è per questo che, paradossalmente, solo una legge che non è nostra può davvero renderci liberi e difendere i più deboli, biologicamente, dal concepimento alla morte naturale, e biograficamente, dalle ideologie, dalle passioni, dalle lobby del transumanesimo.
Posso fare una domanda?
Se voi cristiani vi trovaste davanti da un vostro conoscente ateo oppure di un credo diverso dal vostro, voi pur di convertirlo sareste disposti a minacciarlo, a umiliarlo, a limitargli la libertà, oppure a massacrarlo di botte?
Spero che sia no la risposta!
Certo che no. Dio ci ha creati liberi e non è con la costrizione che si convertono le persone…
Bene se avessi fatto la stessa domanda ad un cristiano del XVI secolo l’avrebbe pensata in maniera differente.
Questo per dimostrare che se la morale laica è irrazione lo è ancora di più la morale religiosa, perchè se fosse vero che la morale religiosa fosse immutabile, quello che tu mi hai appena risposto lo avremmo dovuto trovare sia in un cristiano del IV, del XII o del XVI secolo, ma la cosa in maniera differente.
Albert capisco la tua obiezione ma non coglie il punto.
Quando tu dici “spero che la risposta sia no”, stai invocando un principio morale assoluto. In pratica stai dicendo: “È sbagliato fare del male a qualcuno, anche se si pensa di avere ragione.” La questione non è avere idee diverse ma dove si fonda questa tua convinzione dell’essere “sbagliato”?
La tua obiezione viaggia su un binario parallelo, tu non affronti il fondamento della morale laica ma ti limiti a osservare che due persone credenti possano avere visioni diverse su cosa sia giusto fare. Uno dei due può semplicemente sbagliarsi…però si parla di fondamento della morale, non se sia più morale fare qualcosa invece che un’altra
Il problema di chi critica la morale laica è che riduce tutto a costrutto sociale e invece le morali, pur nella loro variabilità, hanno alla base delle motivazioni biologiche che si possono anche sovrapporre a motivazioni di tipo culturale.
Un altro aspetto che ci si dimentica è che l’uomo vive in società con l’obiettivo di farle funzionare al meglio eliminando i soggetti moralmente spegievoli come ad esempio i ladri che oggettivamente creano un danno alla società sia punendoli sia insegnando alle prole che rubare è sbagliato. Nel caso di picchiare a morte una persona per una idea che non esiste, creano un danno non solo all’individuo ma anche alla comunità perchè sono consci che un giorno potrebbe picchiare anche loro e quindi si coalizzano affinchè quella persona venga fermata.
Un problema della morale religiosa è quello di considerarla perfetta, ma sulla base di cosa si asserisce ciò?
Bisogna stare attenti a queste dichiarazioni così apodittiche perché sappiamo bene che la psicologia evoluzionista non ci ha mai preso molto.
La sociobiologia ci insegna che ci sono alcune tendenze condivise (vedi altruismo o reciprocità) ma nessuna morale si spiega con la biologia e con gli impulsi biologici. Infatti il messaggio evangelico, ad esempio, è profondamente controintuitivo e contro-naturale quando parla di amore per i nemici.
Il riferimento ai ladri l’ho riletto più volte ma non capisco cosa c’entri…si parla dell’ancoraggio della morale laica, che non può essere biologico (a parte delle tendenze comuni) e quindi rimane per la gran parte legato al costume del momento. E l’articolo dice proprio questo, non mi pare che tu abbia detto qualcosa di diverso.
Da dove trai la convinzione che la morale religiosa sarebbe considerata “perfetta”? Perfetta in base a cosa?
L’esempio del rubare l’ho preso proprio perchè è stato citato nell’articolo.
Se Dio è perfetto come attributo del dio cristiano logicamente lo deve anche essere la morale che dice di predicare.
Per quanto riguarda l’amare i nemici è la cosa più orrenda che possa esistere, è una mera sindrome di Stoccolma.
E non solo l’idea abberrante del “ama il tuo nemico” non l’ha inventata il Cristianesimo era presente anche nel Buddismo secoli prima di Cristo
Ah scusami non l’avervo visto nell’articolo.
Non vedo il collegamento tra l’attributo divino della perfezione con la morale cristiana. Tra l’altro qualcosa di perfetto potrebbe essere comunque interpretato scorrettamente, quindi il tema non mi pare sia quello della perfezione o della coerenza.
La sindrome di Stoccolma è una reazione patologica e inconscia, l’amore evangelico per i nemici è invece una scelta libera, razionale e profondamente umana che intende spezzare la catena di reazioni generata dall’odio. Puoi trovarla orrenda ma non va confusa con una patologia.
Mi citeresti delle fonti attendibili sulla presenza dell'”ama il tuo nemico” presenti nel Buddhismo prima di Cristo?
“Allo stesso modo, monaci, ci sono questi cinque aspetti del discorso con cui gli altri possono rivolgersi a voi: a tempo o fuori tempo, vero o falso, affettuoso o aspro, benefico o non benefico, con una mente di buona volontà o con odio interiore. Gli altri possono rivolgersi a voi in modo tempestivo o intempestivo. Possono rivolgersi a voi con ciò che è vero o ciò che è falso. Possono rivolgersi a voi in modo affettuoso o aspro. Possono rivolgersi a voi in modo benefico o non benefico. Possono rivolgersi a voi con una mente di buona volontà o con odio interiore. In ogni caso, dovreste allenarvi: ‘Le nostre menti non saranno influenzate e non diremo parole cattive. Resteremo comprensivi verso il benessere di quella persona, con una mente di buona volontà e senza odio interiore. Continueremo a pervadere quella persona con una consapevolezza intrisa di buona volontà e, a partire da lui, continueremo a pervadere il mondo onnicomprensivo con una consapevolezza intrisa di buona volontà, pari a una sacca di pelle di gatto: abbondante, ingrandita, incommensurabile, libera da ostilità, libera da cattiva volontà.’ È così che dovreste allenarvi.
“Monaci, anche se dei banditi dovessero tagliarvi selvaggiamente, membro per membro, con una sega a due manici, colui tra voi che lasciasse che il suo cuore si arrabbiasse anche in quel momento non farebbe la mia volontà**.** Anche allora dovreste allenarvi: ‘Le nostre menti non saranno influenzate e non diremo parole cattive. Resteremo comprensivi, con una mente di buona volontà e senza odio interiore. Continueremo a pervadere queste persone con una consapevolezza intrisa di buona volontà e, a partire da loro, continueremo a pervadere il mondo onnicomprensivo con una consapevolezza intrisa di buona volontà: abbondante, ingrandita, incommensurabile, libera da ostilità, libera da cattiva volontà.’ È così che dovreste allenarvi.
“Monaci, se prestate attenzione costantemente a questo ammonimento sulla similitudine della sega, vedete degli aspetti del discorso, lievi o grossolani, che non potreste sopportare?”
Kakacūpamasutta-Middle Discourses 21-The Simile of the Saw
In pratica non lo dice direttamente ma fa intendere che non bisogn odiare chi ti fa del male
Albert solleva una seria obiezione: amare i propri nemici non è forse solo debolezza psicologica, addirittura una sorta di sindrome di Stoccolma? E questo insegnamento non si trova forse anche al di fuori del cristianesimo, ad esempio nel buddismo?
San Tommaso d’Aquino insegna che per ascendere veramente a Dio, è necessario subire una radicale trasformazione interiore, non solo dell’intelletto, ma anche della volontà e degli affetti. Questo processo – che egli chiama teologia negativa – richiede al credente di distaccarsi anche dai propri costrutti spirituali. Il filosofo o l’asceta, persino il monaco buddista, possono raggiungere una grande serenità o intuizione, ma sono sempre in pericolo di amare la propria creazione, il proprio successo spirituale. Questo non è ancora il cammino cristiano.
La contemplazione cristiana, a differenza del distacco filosofico o buddista, non si ferma alla gioia dell’autocontrollo o alla pace intellettuale. È un movimento oltre sé stessi, ispirato dalla carità divina, e culmina nell’unione con un Dio personale che è Amore. Il segno più vero di questa unione non è la serenità, ma l’amore per i propri nemici.
Questo amore non è sentimentale, né frutto di traumi o compensazioni psicologiche. È il segno psicologico e spirituale che non si è più la misura della propria vita spirituale. È un dono di Dio, e il Signore stesso ci ha detto di chiederlo: “Chiedete e vi sarà dato” (Mt 7,7).
A differenza del Buddismo, che esige il distacco dall’odio, il Cristianesimo esige un amore attivo, anche verso coloro che ci perseguitano. Questa non è una pace neutrale; è una carità soprannaturale, possibile solo attraverso la grazia. Ed è proprio questo che segna la differenza tra la saggezza filosofica e la santità divina. Nel cristianesimo non è in definitiva tanto una questione di precetti, e nemmeno di peccato, ma di un grande amore, un amore che ha spinto il Figlio di Dio a pagare il prezzo delle nostre anime con un grande Amore, quello del suo Sangue prezioso sparso, alleluia!
Il concetto non cambia, è ovvio che poi ogni religione interpreta questo aspetto in maniera diversa.
Quello che ho voluto dimostrare è che la morale religiosa cristiani reclama l’aver inventato nuovi aspetti morali come l’amare il prossimo o non fare al prossimo quel che non che ti sia fatto. cose che era già presenti nelle società molti secoli prima di Cristo.
Il problema di questo articolo è che, semplificando, ha una aprroccio dicotomico tra morale laica (cattiva) e morale religiosa (buona), e invece la morale religiosa, cristiano, ebraica, musulmana e altre, non solo è stata attuata ma ha anche prodotto degli autentici abomini.
Nel caso del Cristianesimo si abbiamo avuto, la persecuzione dei non cristiani nella tarda antihità, il massacro dei padagi nella Germania del VIII secolo per evangelizzare quelle terre, l’inquisizione (al netto delle leggende che girano in tondo), l’indice dei libri proibiti, le crociate, gli ebrei nei ghetti ecc tutte cose che sono state che non sono state abolite dallla chiesa.
Ti ringrazio Albert.
Sei passato però dal dire che “l’idea abberrante del “ama il tuo nemico” non l’ha inventata il Cristianesimo era presente anche nel Buddismo” a “non lo dice direttamente ma fa intendere che non bisogn odiare chi ti fa del male”.
Ti faccio semplicemente notare che tra il “non bisogna odiare” e “l’amare” il nemico passa in mezzo un mondo intero. Il “non odiare” del Buddha era per preservare la propria pace interiore, il comandamento di Gesù invece invita a uscire da se stessi e amare il nemico riconoscendo in lui un valore eterno.
Anche se non sei credente puoi facilmente capire la differenza abissale tra i due concetti.
Albert, posso offrirti un modesto contributo? Se hai scritto su questa piattaforma vuol dire che sei coraggioso.
Hai ragione, l’amore per i nemici non è naturale. Va contro gli istinti di difesa, di fuga dal dolore e contro la legge di sopravvivenza. Ma è proprio questo il punto. Il cristianesimo non nasce dalla biologia: non è un prodotto dell’istinto, ma una risposta a Qualcuno, Cristo Gesù, che si incarna nel nostro mondo con un nuovo comandamento: “Amate come io vi ho amato”.
Gesù sulla Croce non dice “Ho vinto”, ma “Padre, perdonali”. È scandaloso. Il vero amore è sempre scandaloso, controculturale. Se la moralità deriva solo dalla biologia o dalla cultura, allora non si ha il diritto di dire a uno Stalin, a un Hitler o persino a una folla democratica che sbagliano nelle loro norme pattizie. Questo tipo di relativismo ci priva di una voce profetica.
Ma se esiste un Amore che è più alto di noi, potrebbe anche chiamarci a qualcosa di più della natura. A perdonare. A sperare. Ad amare, anche a costo di farlo.
Sì, i cristiani, noi, spesso non riusciamo a vivere secondo questo principio. Ma non vivere un insegnamento non lo rende falso, solo difficile.
Forse la cosa più difficile da credere non è che i nemici possano essere amati… ma che anche noi, nei nostri momenti più bui, potremmo essere amati.
@ Albert.
Rispondo,se posso, per quanto è possibile farlo in uno spazio come questo, soffermandomi per ovvi motivi di tempo e contesto, solo su due delle questioni che hai evocato: le Crociate e l’Inquisizione. Per orientarmi, mi affido a studiosi e filosofi più autorevoli di me. Come scriveva Montaigne, “Faccio dire agli altri ciò che non so dire bene, talvolta per debolezza del mio linguaggio, più spesso per quella della mia intelligenza”.
1. Una prospettiva storica: contro i giudizi anacronistici
Uno dei rischi più insidiosi per la verità, anche quella storica, è il vizio di giudicare il passato col senno di poi. I fatti del passato vanno certo conosciuti, ma anche compresi. E per capirli davvero non basta il mero elenco degli avvenimenti: occorre ricostruire, per quanto possibile, la mentalità del tempo, tenendo presente che il cuore dell’uomo – da cui nascono le scelte – non si lascia quasi mai leggere facilmente.
Molti giudizi sulle Crociate, ad esempio, sono stati formulati retrospettivamente a partire da paradigmi ideologici moderni, spesso ostili al cristianesimo. In particolare, l’Illuminismo ha letto il Medioevo come un’epoca buia, in opposizione alla ragione, ignorando che fu proprio la Chiesa, per secoli, a custodire la razionalità, la scienza, il diritto, la dignità della persona. È in questo contesto che la condanna sbrigativa delle Crociate si è fatta automatica, come se le si potesse liquidare con poche frasi indignate.
È vero che con l’Inquisizione e la caccia alle streghe furono colpite anche persone innocenti. E sì, fu una pagina triste, nella storia civile e anche in quella della Chiesa. San Giovanni Paolo II lo ha riconosciuto con coraggio nel Giubileo del 2000, parlando apertamente di “infedeltà al Vangelo” da parte di alcuni cristiani che, “nel servizio alla verità”, fecero ricorso alla violenza.
Ma giudicare il Medioevo (e la Chiesa medievale) senza alcuna empatia storica, senza distinguere contesto, mentalità e sviluppi successivi, significa cedere a un’operazione ideologica. Esiste una storiografia seria – da Bihlmayer a H. Tüchle, fino a autori contemporanei come Rodney Stark – che invita almeno a capire prima di condannare. Ed è un invito alla giustizia storica, non alla rimozione dei torti.
2. Una riflessione filosofica: la tolleranza non nasce dal relativismo
Tu sollevi una questione cruciale: la morale religiosa, soprattutto quando si presenta come assoluta, non ha forse prodotto intolleranza? È una domanda legittima, e la risposta non va né elusa né minimizzata.
Ma poniamoci allora una domanda più radicale: perché oggi condanniamo la violenza religiosa, l’Inquisizione, o le Crociate? In nome di che cosa diciamo che furono “sbagliate”? Perché infrangevano la nostra sensibilità? Perché oggi ci appaiono crudeli? Ma se ciò che è giusto o sbagliato cambia con il tempo, con la cultura o con il consenso, allora nulla vieta che in futuro quelle stesse pratiche possano tornare ed essere nuovamente ritenute accettabili.
Molte culture del passato erano certo , chiamiamole pure, insensibili alla tolleranza. Quindi ecco che ci troviamo di fronte a un dilemma quando si tratta di tolleranza interculturale. Dovremmo tollerare l’intolleranza di altre culture o no? Supponiamo di sì. Tollerare tutte le altre culture. Meglio smettere di parlare male dell’Inquisizione spagnola. E se dicessimo di no? Non tollerare l’intolleranza? Ma perché no? Perché diciamo “Non tollerare l’intolleranza”? Perché l’intolleranza è perniciosa. Perché l’Inquisizione spagnola merita di essere denigrata. Ma allora ci appelliamo a un valore universale e oggettivo che trascende le diverse culture. O stiamo semplicemente preferendo la tolleranza?
È il nostro giudizio. Ma il consenso, il giudizio della storia è contrario! Perché imporre la nostra? Non è forse intolleranza culturale? Non lo sappiamo. Ma sappiamo che l’intolleranza è un regresso. Lo sappiamo tutti oggi (con qualche eccezione, forse, di qualche dinosauro assolutista morale: qualche “talebano”, o cattolico non “adulto”). Abbiamo fatto molta strada -dice il mainstream storiografico hegeliano dominante – da quei brutti vecchi tempi, il medioevo, in cui persone come gli assolutisti morali governavano il mondo.
Ma proprio questa nozione – di progresso morale – presuppone l’assolutismo morale. Possiamo progredire solo se esiste uno standard oggettivo verso cui stiamo progredendo. “Progresso” non significa solo “cambiamento”, ma cambiamento in meglio. L’idea stessa di progresso presuppone un vero “migliore” e un vero “bene”. Anzi, un bene immutabile.
Immaginiamo di essere un corridore. Come potremmo progredire verso una linea di meta in movimento? Una che si allontana da noi con la stessa velocità con cui ci siamo avvicinati? Ma l’argomento principale, l’argomento più semplice, è proprio questo: se nessun valore morale è assoluto, nemmeno la tolleranza lo è. L’assolutista può concepire la tolleranza molto più seriamente del relativista.
È l’assolutismo,paradossalmente, non il relativismo, che promuove la tolleranza. Anzi, è il relativismo che promuove l’intolleranza. Perchè, infatti, perché non essere intolleranti? Solo perché è trend? Cosa succederà domani quando la situazione sarà diversa? Perché essere tolleranti? Solo perché è il consenso pattizio della nostra società? Cosa succederà domani, quando il consenso cambierà? Il relativista non può appellarsi a una legge morale come a un muro, una diga contro l’intolleranza.
Ma abbiamo bisogno di una diga perché le società sono volubili, come gli individui! Cos’altro può dissuadere una Germania – una Germania avanzata e umanista degli anni Venti – dal volgersi a una filosofia nazista disumana, distruttiva degli anni Trenta? Cos’altro può impedire a un’America ora tollerante di manifestare in futuro intolleranza – contro qualsiasi gruppo decida di opprimere? Sono stati i neri nel Sud-Est contro la schiavitù nell’800; potrebbero essere gli ispanici nel Sud-Ovest contro l’immigrazione il secolo prossimo. Oggi siamo intolleranti verso i bambini non ancora nati indesiderati; inizieremo a uccidere quelli già nati domani. Forse alla fine anche gli adolescenti. A volte sono “desiderati” anche meno dei bambini!
Il punto è che se davvero vogliamo condannare l’intolleranza – passata, presente o futura – dobbiamo appellarci a un principio che non cambia. A un bene oggettivo, che valga sempre e per tutti. In altre parole: a un valore assoluto.
È questo il paradosso che spesso si ignora. La tolleranza autentica non nasce dal relativismo, ma dall’assolutismo morale ben inteso. Perché è solo se qualcosa è sempre sbagliato – come la persecuzione, la disumanizzazione, la violenza biologica contro l’innocente, dal concepimento alla morte naturale, e la violenza biografica, contro il migrante o il povero, – che possiamo giudicarlo tale, a prescindere da chi lo compia, da quale cultura lo giustifichi o da quale maggioranza lo approvi.
Chi si limita a dire “preferisco la tolleranza”, senza fondarla su un principio oggettivo, non ha nessun argine logico contro l’intolleranza, quando questa si traveste da nuovo consenso sociale. Ecco perché anche oggi – proprio oggi – non possiamo permetterci di archiviare i concetti di bene e male come “residui medievali”.
In sintesi: l’assolutismo morale può certo essere pericoloso quando si accompagna ad arroganza e cieca volontà di potere. Ma l’alternativa – il relativismo etico – ci lascia completamente disarmati di fronte all’ingiustizia. E spesso, come la storia insegna, è proprio il vuoto di valori a generare le più grandi intolleranze.
Ottima risposta!
C’è un problema che tu continui a fare, così come questo articolo è citarmi con unico esempio di morale laica il relativismo, in realtà ne esistono tante di morali laica (non tutte sono buone), poi l’articolo fa un calderone di cose come i cannibali, il rubare o le caste, dicendo che la morale laica non ha gli strumenti per giudicare tali comportamente.
E io invece chiedo: il cannibalismo o le caste su cosa si basano? Ci sono delle ragioni razionali? No, perchè mangiare i morti non serve a nulla e può anche essere pericolo, le caste non hanno senso perchè il concetto di impuro o puro non esiste.
Tu hai detto” se davvero vogliamo condannare l’intolleranza – passata, presente o futura – dobbiamo appellarci a un principio che non cambia. A un bene oggettivo, che valga sempre e per tutti. In altre parole: a un valore assoluto” bene iniziamo col dire che le divinità non esistono ed è già un punto fermo.
Mi dispiace ma è cosi dicendo che Dio non esiste un talebale che vorrebbe farsi saltare in aria avrebbe un motivo in più per non farlo
Grazie ancora, Albert: le tue obiezioni continuano ad acuire la discussione.
Penso che i veri problemi siano ancora più profondi dell’etica o dell’antropologia. In definitiva, tutte queste questioni si basano sulla metafisica. L’etica si basa sull’antropologia (ciò che dovremmo fare dipende da ciò che siamo), ma l’antropologia, a sua volta, si basa sulla metafisica (ciò che siamo dipende da ciò che è).
Se l’uomo è semplicemente una scimmia intelligente, allora forse le nostre norme morali sono solo istinti evoluti o “contratti sociali”. Se l’uomo è un dio, allora forse dovremmo affermare i diritti divini. Ma se l’uomo è una creatura razionale creata a immagine di Dio, come afferma il teismo, la metafisica classica, aristotelico tomista, allora la legge morale non è inventata da noi, ma scoperta. Non è “proiettata” sul mondo, ma “ricevuta” da esso e, più profondamente ancora, dall’Autore dell’essere.
Questa visione metafisica – ciò che Tommaso d’Aquino chiamerebbe realismo analogico – è in contrasto con l’idealismo epistemologico introdotto dalla modernità. Mentre Tommaso d’Aquino sostiene che conosciamo la realtà attraverso concetti analoghi all’essere stesso, l’idealismo afferma che conosciamo solo idee – costrutti interni e soggettivi. Come proposto da Locke, non conosciamo le cose direttamente; conosciamo solo le nostre rappresentazioni mentali di esse. Ma se così fosse, come potremmo mai sapere quali delle nostre idee corrispondono alla realtà?
E questo è importante per l’etica. Perché se non possiamo sapere cosa è, allora non possiamo sapere cosa dovrebbe essere. Ecco perché lo scetticismo di Hume deriva naturalmente da Locke. Ed è per questo che Kant, nel tentativo di salvare la moralità dopo Hume, la rese autonoma: la moralità è ora una funzione della nostra volontà, non della realtà. Ma se la legge morale proviene solo da noi, vincola solo finché acconsentiamo. Questo non è obbligo morale, è solipsismo morale.
Tommaso d’Aquino, al contrario, offre una visione più solida: la mente è capace di conoscere l’essere e che attraverso tale conoscenza possiamo discernere i beni reali – i beni oggettivi – che perfezionano la nostra natura. Non “valori” che proiettiamo, ma fini reali che scopriamo. E poiché la nostra mente è analogicamente proporzionata all’essere stesso, possiamo conoscere quei fini – non perfettamente, ma veramente.
Questo è il cuore del realismo analogico: che esiste un ordine morale reale, radicato nel reale ordine dell’essere. E che questo ordine non è autoinventato, ma accessibile alla ragione – non nonostante Dio, ma perché il Logos è reale.
Albert, grazie ancora per le tue riflessioni. Se posso vorrei continuare il dialogo focalizzando su alcuni punti che mi hanno colpito, ponendo alcune domande in risposta, non polemicamente, ma dialetticamente (in senso socratico!).
Hai detto che Dio non esiste. Prendo questa affermazione sul serio e mi chiedo: come possiamo sapere se è vero o falso?
Entrambi concordiamo sul fatto che non possiamo vedere Dio. Ma se esiste, allora sia il credente che l’ateo un giorno incontreranno la stessa verità. Uno di noi ha una fede vera; l’altro, una falsa. Ciò significherebbe che la verità oggettiva sulle cose invisibili esiste, anche quando è contestata.
Non è forse lo stesso con la giustizia, l’amore, la bellezza e la matematica: cose invisibili, ma reali?
Molti sostengono che la moralità sussista anche senza Dio. Certamente, le persone si comportano moralmente anche senza una fede: mio suocero lo faceva. Ma la mia domanda non riguarda il comportamento morale, ma i fondamenti morali.
Se le leggi morali non provengono da una fonte trascendente, da dove provengono? Dalla società? Dall’evoluzione? Dalle preferenze? Se così fosse, non si tratterebbe di verità vincolanti, ma di “valori” mutevoli.
Storicamente, i grandi sistemi morali – da Antigone a Cicerone, dalla Torah a Confucio – non hanno trattato la moralità come qualcosa di inventato, ma di scoperto. Non scelto, ma ricevuto.
Dopo Kant e Nietzsche, abbiamo smesso di parlare di “bene e male” e abbiamo iniziato a parlare di “valori”. Perché?
Perché una volta che neghiamo che la verità possa essere conosciuta (idealismo epistemologico) e neghiamo che l’essere stesso sia reale al di là della percezione (materialismo metafisico), non abbiamo più fondamento per un bene oggettivo. La moralità diventa proiezione, non percezione, come abbiamo già visto sopra.
Eppure continuiamo a dire che le cose sono davvero ingiuste. Che il razzismo è davvero sbagliato. Che il genocidio, l’aborto è davvero malvagio, iniquo. Non trattiamo queste cose come gusti o finzioni.
Non è forse questo un indizio che alcune cose sono vere anche se non possiamo dimostrarle empiricamente, fenomenologicamente?
Per concludere, posso annotare quattro semplici domande filosofiche?
Se qualcosa non può essere visto o misurato, ne consegue che non può essere conosciuto o esistere?
Una credenza può essere vera anche se non possiamo dimostrarla?
Posso essere certo di qualcosa senza poterne convincere gli altri?
Esistono forme di conoscenza diverse dalla scienza empirica?
Suggerirei che queste semplici, basiche domande sono alla base delle nostre differenze nelle concezioni della legge morale.
Cordiali saluti,
Paolo Giosuè