Prove di coscienza negli stati vegetativi: una sfida all’eutanasia

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Gli studi sugli stati vegetativi permanenti e la coscienza: quasi la metà dei pazienti ha uno stato di coscienza e comprende l’ambiente circostante. Un’evidenza scientifica che entra nel dibattito sull’eutanasia, tanti risvegliati erano contrari.


 

Negli ultimi anni, le neuroscienze hanno portato alla luce evidenze sorprendenti riguardo alla coscienza negli stati vegetativi persistenti (PSV) in cui versano molti pazienti, una condizione clinica tradizionalmente associata all’assenza totale di consapevolezza.

Nel 2008 l’oncologo Umberto Veronesi definiva Eluana Englaro e le persone in stato vegetativo dei «penosi morti viventi», ed invece queste scoperte sollevano interrogativi profondi, soprattutto in relazione al dibattito sull’eutanasia e sulle decisioni di fine vita.

 

Il primo studio sulla coscienza negli stati vegetativi

Nel 2006, uno studio pionieristico condotto dal neuroscienziato Adrian Owen ha cambiato radicalmente la nostra comprensione dello stato vegetativo persistente.

Utilizzando la risonanza magnetica funzionale (fMRI), Owen chiese a una paziente di immaginare di giocare a tennis o di camminare per una stanza. Sorprendentemente, le aree del cervello associate a queste attività si attivarono, suggerendo una forma di consapevolezza precedentemente insospettata.

Quando invece le istruzioni venivano fornite in modo incomprensibile, l’attività cerebrale cessava, indicando che la risposta era basata sulla comprensione del linguaggio.

Nel 2011, in Italia, è stato osservato un caso simile su un paziente di 70 anni e in stato vegetativo da 5.

 

Il 40% dei pazienti ha segni di consapevolezza

Come spiegato dal neurochirurgo della State University of New York, Michael Egnor, successivi studi hanno confermato questi risultati.

Una revisione del 2015 ha rilevato che tra il 37% e il 43% dei pazienti diagnosticati in stato vegetativo mostrava segni di consapevolezza attraverso vari test clinici.

Queste scoperte hanno portato alla definizione di una nuova categoria diagnostica: lo stato di coscienza minima, per descrivere pazienti che, pur non potendo interagire, sono consapevoli dell’ambiente circostante.

Come già detto, queste evidenze sollevano interrogativi etici significativi, in particolare riguardo all’eutanasia.

Se una percentuale significativa di pazienti in stato vegetativo è in grado di comprendere l’ambiente circostante, è fondamentale considerare le loro potenziali volontà e desideri.

 

I casi di risveglio dagli stati vegetativi

Numerosi casi documentati mostrano che pazienti precedentemente considerati privi di coscienza hanno successivamente riferito di essere stati consapevoli durante il periodo di apparente incoscienza.

In Italia è noto il caso di Massimiliano Tresoldi, risvegliatosi nel 2001 dopo 10 anni di “coma irreversibile” e ad un passo da subire l’eutanasia, testimoniò di aveva sempre ascoltato tutto durante il lungo periodo in stato vegetativo sapendo perfino del passaggio dalla lira all’euro.

Lo stesso accadde a Rom Houbens e Salvatore Crisafulli, diventato dopo il risveglio un appassionato testimonial contro l’eutanasia.

 

La coscienza e l’eutanasia: perché è un abuso

Questi casi mettono chiaramente in discussione l’idea che lo stato vegetativo equivalga a una totale assenza di coscienza.

Le implicazioni etiche sono profonde: se i pazienti sono consapevoli, anche se incapaci di comunicare, le decisioni di porre arbitrariamente fine alla loro vita potrebbero andare contro i loro desideri. Se esiste anche solo la possibilità che questi pazienti siano coscienti, l’eutanasia non è compassione: è un abuso e un errore tragico.

Autore

La Redazione

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