Medioevo nemico dei gatti? Il falso mito ha sette vite

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Ritorna l’immortale leggenda sui gatti neri odiati nel Medioevo. La rispolvera l’antropologo Marino Niola, ignorando le antiche fonti medievali in cui i gatti erano amati, tollerati e tenuti come compagnia.


 

Il Medioevo cristiano pullulava di crudeltà verso i gatti, soprattutto neri.

E’ la vecchia leggenda che instancabilmente ritorna, questa volta dalla penna di Marino Niola, antropologo di “Repubblica” e dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, affezionato a resoconti superficiali e approssimativi contro il cristianesimo.

 

Gatti e Medioevo, il mito rilanciato da Marino Niola

Lo dimostra il recente intervento sui gatti neri, accusando il Medioevo di averli relegati a «emissari del demonio», facendo «coppia fissa con le streghe» e con gli eretici a creando «l’aura malefica che circondava queste povere bestie».

Fortunatamente Niola si è premurato di evitare di aggiungere un’altra fake news, molto più popolare: l’idea cioè che con la bolla papale “Vox in Rama” (1232), Papa Gregorio IX avrebbe autorizzato lo sterminio dei gatti. Un falso di cui ci siamo occupati in passato.

Entriamo però nei contenuti, come siamo abituati a fare.

 

Una leggenda con una base di verità

Un’analisi attenta delle fonti medievali mostra un quadro molto più complesso e sfumato di quello superficialmente riportato da Marino Niola, che va oltre la semplice demonizzazione e svela una convivenza ambivalente tra gatti e società medievale.

Innanzitutto, è vero che il gatto nel Medioevo occupava una posizione ambigua, incapace di essere veramente “domesticato” come il cane. E, mentre quest’ultimo era simbolo di fedeltà e ordine, il gatto, con il suo carattere indipendente e sfuggente, era giudicato meno favorevolmente.

A ciò si aggiunga la tipica malizia felina del giocare con la preda prima di ucciderla che alcuni predicatori, a partire dal XIII secolo, usarono come metafora spirituale per illustrare l’idea del diavolo che gioca con il peccatore prima di condannarlo per sempre1I. Metzler, “Heretical Cats: Animal Symbolism in Religious Discourse”, Medium Aevum Quotidianum 2009, p. 18.

La simbologia “malefica” dei gatti neri è anch’essa reale, alcuni infatti li associavano alle streghe anche se la ricercatrice dell’Università di Swansea, Irina Metzler, definisce «occasionali» i «riferimenti a gatti e streghe nello stesso contesto»2I. Metzler, “Heretical Cats: Animal Symbolism in Religious Discourse”, Medium Aevum Quotidianum 2009, p. 21.

Allo stesso modo, la stessa attribuzione veniva effettuata -in questo caso più frequentemente- nei confronti degli eretici, soprattutto catari e valdesi, come raffigura bene una miniatura in una Bible Moralisée realizzata a Parigi nel 12203I. Metzler, “Heretical Cats: Animal Symbolism in Religious Discourse”, Medium Aevum Quotidianum 2009, p. 21.

Ma, al contrario di quanto viene detto, questa simbologia negativa non si traduceva affatto in un rifiuto generalizzato dei gatti o, addirittura, in una loro persecuzione indiscriminata.

 

Il Medioevo e i gatti: utilità primaria

Innanzitutto, i gatti avevano anche una simbologia positiva, trascurata dai detrattori del Medioevo.

Stowell Phillips e Sarah Jane Fergusson della Durham University, autrici di uno studio sugli animali nel Medioevo, riferiscono infatti che i gatti erano considerati con positività per il potere di tenere lontani i parassiti persino dopo la morte, attraverso la presenza del loro spirito4S. Phillips & S.J. Fergusson, “Animal visual culture in the middle ages”, Durham University 2008, p. 373

Nei bestiari medievali, i gatti erano infatti onnipresenti, soprattutto mentre svolgevano il dovere domestico di inseguire i topi5W. George & B. Yapp, “The Naming of the Beasts: Natural History in the Medieval Bestiary”, Duckworth 1991, p. 115.

Questa loro funzione li rese molto apprezzati, tanto che le varie congregazioni religiose, come i francescani a Narbona, permettevano esplicitamente di tenere gatti e certi uccelli per «la rimozione delle cose impure»6I. Metzler, “Heretical Cats: Animal Symbolism in Religious Discourse”, Medium Aevum Quotidianum 2009, p. 30. Secondo le “Etymologiae” di Isidoro di Siviglia, un nome alternativo per il termine più comune “catus” era infatti “musio”, proprio perché era il nemico del topo (“mus”).

La ricercatrice indipendente Madeline Swan, autrice di una minuziosa ricerca sulla storia dei felini domestici, suggerisce che nel Medioevo il gatto divenne addirittura un simbolo «delle classi dirigenti oppressive ed esose, mentre i ratti e i topi nelle storie rappresentavano i contadini oppressi»7M. Swan, “A Curious History of Cats”, Little Books 2005, p. 65.

 

Gli ordini medievali e i gatti come compagnia

C’era però anche chi riteneva -come Gozzelino di San Bertino, famoso monaco belga-, che la compagnia degli animali domestici rischiava di distogliere l’uomo da Dio e perciò ne sconsigliava la presenza nei monasteri. Il problema non era il gatto in sé, ma l’eccessivo amore per un animale che si riteneva distraente da Dio. E lo stesso valeva per l’animale che veniva distolto dai suoi doveri8I. Metzler, “Heretical Cats: Animal Symbolism in Religious Discourse”, Medium Aevum Quotidianum 2009, p. 30.

Ma in diversi altri contesti, le fonti ci dicono che i gatti venivano tenuti volentieri come compagni affettivi: è il caso di un codice di condotta per una comunità di monache cistercensi, che consentiva loro di tenere un gatto come compagno9M. Swan, “A Curious History of Cats”, Little Books 2005, pp. 59-62.

Anche nella “Regola delle anacorete” (XIII secolo) si leggeva: «Voi, mie care sorelle, a meno che non siate costrette dalla necessità e il vostro direttore ve lo consigli, non dovete tenere alcun animale se non un gatto»10I. Metzler, “Heretical Cats: Animal Symbolism in Religious Discourse”, Medium Aevum Quotidianum 2009, p. 31.

Anche il francescano Bartolomeo Anglico possedeva un gatto domestico a cui era affezionato, e ne descrisse dettagliatamente le qualità nella sua enciclopedia De proprietatibus rerum (1230)11F. Klingender, “Animals in Art and Thought to the End of the Middle Ages”, Routledge & Kegan Paul 1971, p. 358.

D’altra parte i gatti, lungi dall’essere genericamente odiati o perseguiti, compaiono in molti stemmi di grandi famiglie medievali. Un esempio è il Clan Mackintosh (XIII secolo) che, oltre a esibire un gatto al centro si riferiva proprio ai felini nel motto ufficiale: “Touch Not The Cat Bot A Glove”.

Lo stesso per il clan MacGillivray, il Clan Macpherson ecc.

 

I gatti tra papi e santi medievali

Il gatto era poi legato ad alcuni santi medievali.

Ad esempio Santa Gertrude di Nivelle, patrona dei gatti che curava amorevolmente anche per la lotta ai topi. E poi Santa Chiara d’Assisi, collaboratrice di Francesco d’Assisi e fondatrice dell’ordine delle Clarisse.

Antiche testimonianze riferiscono la sua affezione per una gatta che viveva nel convento di San Damiano, tanto da averla soprannominata “sora Gattuccia”12G. Caffulli, M. Cremonini, “Storia della gatta Eméline e di Frate Francesco che le insegnò l’amore”, Edizioni Terra Santa 2016.

Tra i tanti noti esponenti citati dalla storica Irina Metzler, si parla anche di Papa Gregorio I (540 – 604) che, come il suo futuro successore Benedetto XIV, amava i gatti e ne tenne uno come compagno costante durante gli anni da monaco alla fine del VI secolo. «Portava il gatto sul petto, accarezzandolo spesso»13I. Metzler, “Heretical Cats: Animal Symbolism in Religious Discourse”, Medium Aevum Quotidianum 2009, pp. 29, 30, dicono le fonti.

Così, scrive Metzler, al contrario della leggenda «nel Medioevo c’erano anche amanti dei gatti»14I. Metzler, “Heretical Cats: Animal Symbolism in Religious Discourse”, Medium Aevum Quotidianum 2009, p. 29.

 

Il video di Alessandro Babero

Sul nostro nuovo canale YouTube abbiamo pubblicato l’intervento di diversi anni fa dello storico Alessandro Barbero a SuperQuark dove, intervistato da Piero Angela, ha proprio confutato la leggenda che riguarda i gatti e il Medioevo.

 

 

I gatti nel Medioevo, amati e temuti

David Salter, docente di Letteratura inglese all’Università di Edimburgo, fornisce una buona sintesi spiegando che in definitiva, nel Medioevo, «un gatto nero poteva essere considerato un buon cacciatore di topi, un affettuoso animale domestico, una strega trasformata o un simbolo di sfortuna, o forse anche di buona sorte»15D. Salter, “Holy and Noble Beasts: Encounters with Animals in Medieval Literature”, D.S. Brewer 2001, p. 7.

E anche la citata Irina Metzler conclude in maniera simile: «I gatti, sia medievali che moderni, hanno svolto ruoli di animali puramente utilitaristici (cacciatori di topi), di compagni (animali domestici, amici di gioco per i bambini) e di animali simbolici (gatti eretici)»16I. Metzler, “Heretical Cats: Animal Symbolism in Religious Discourse”, Medium Aevum Quotidianum 2009, p. 32.

I gatti nel Medioevo erano quindi creature ambivalenti, utili e simboliche allo stesso tempo, amati e temuti, domestici ma mai del tutto sottomessi. La narrazione negativa che li lega esclusivamente alla stregoneria e al male è più un mito moderno che una realtà storica documentata.

Parlare di odio verso i gatti solo per condannare ancora una volta il Medioevo — tanto inviso a molti intellettuali moderni — ignorando le numerose testimonianze di affetto, tolleranza e persino ammirazione verso questi animali, significa selezionare i fatti in funzione di una tesi ideologica, non in nome della verità. È un atto di manipolazione, non di divulgazione.

Autore

La Redazione

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