Il velo delle suore e quello dell’Islam, i paraocchi di Montanari
- Ultimissime
- 23 Lug 2025

Il critico d’arte Tomaso Montanari accusa di incoerenza chi critica il velo nell’Islam ma non quello delle suore cattoliche. Un paragone sconsiderato, che banalizza la tematica per foga politica.
Nel suo intervento su Il Fatto Quotidiano, Tomaso Montanari, denuncia la strumentalità della destra italiana nel bersagliare il velo islamico, accusando la Lega e Giorgia Meloni di alimentare una campagna islamofoba sotto il pretesto della liberazione femminile.
Non entriamo nella retorica politica, non ci interessa.
Tra le sue argomentazioni, però, emerge un paragone che non vogliamo accettare senza riserve: quello tra il velo islamico e quello indossato dalle suore cattoliche. Ne abbiamo già parlato nel 2017.
Come può Montanari effettuare un parallelismo così superficiale, banalizzando sia il significato del velo cattolico che le vere dinamiche, spesso non proprio libertarie, che il velo islamico può rappresentare.
Il velo delle suore, libera decisione
«Non risulta che i nostri fascistoidi», scrive Montanari, «si siano mai scagliati contro il velo delle monache e delle suore cattoliche. Ad essere simboli di sottomissione sarebbero solo i veli “islamici”, non quelli imposti alle donne da altre religioni».
Il velo delle suore non nasce da un’imposizione culturale o da una costrizione sociale esercitata su una massa indistinta di donne, ma da una scelta consapevole e vocazionale. Chi prende i voti religiosi, lo fa dopo un lungo cammino di discernimento personale, libero e volontario. La suora non è una donna qualsiasi che viene segregata per tradizione, ma è una persona adulta che, nella piena libertà, decide di consacrare la propria vita a Dio.
E’ simbolo di appartenenza, di rinuncia al mondo per amore del Vangelo, e non di subordinazione all’uomo o di controllo del corpo femminile. È, semmai, una testimonianza visibile della radicalità evangelica, della povertà, della castità e dell’obbedienza professate. Non è una norma imposta a tutte le donne credenti, ma una libera assunzione da parte di chi sceglie una vocazione religiosa specifica.
Il velo nell’Islam, condizionamento culturale
Ben diversa è la situazione che si presenta in diversi contesti islamici.
Non possiamo ignorare che in vari paesi, il velo islamico non e una libera scelta, ma un obbligo imposto per legge o per pesante condizionamento culturale e familiare. Le giovani ragazze che crescono in tali ambienti non vengono messe davanti a un cammino di discernimento, ma a un imperativo: coprirsi per non “tentare” l’uomo, per non essere considerate “disonorevoli”, per non suscitare l’ira della famiglia o addirittura della polizia religiosa.
È in questo contesto che alcune critiche al velo islamico trovano terreno legittimo: perché in quei casi, il velo non è segno di libertà, ma di controllo e sottomissione.
Montanari accusa chi non se la prende con il velo delle suore o con quello delle donne ebree haredi, come se questo dimostrasse ipocrisia.
Ma questa “assenza di attacchi” non dimostra incoerenza: dimostra piuttosto che quei veli, a differenza di altri, non sono percepiti come strumenti sistematici di oppressione, proprio perché non lo sono. In nessun Paese al mondo si impone il velo alle donne cristiane. Nessuno lo pretende per entrare in chiesa, per andare dal Papa, per andare a scuola, per camminare per strada.
E le donne islamiche che scelgono il velo?
Per amore di verità va detto che esistono anche donne musulmane che scelgono liberamente di portare il velo.
Le scelte vanno rispettate ma la questione è complessa, perché anche quando si afferma che si tratti di una decisione libera, bisogna considerare il contesto sociale e familiare che condiziona quella libertà. Non possiamo chiudere gli occhi su realtà in cui il rifiuto del velo comporta l’emarginazione, la violenza, l’allontanamento da casa o addirittura la morte.
Per questo Montanari sbaglia a banalizzare il dibattito, come spesso accade ascoltando i suoi interventi.
Criticare il velo islamico non significa necessariamente cadere nell’islamofobia o nel razzismo. Piuttosto, interrogarsi su quali siano le condizioni sociali che permettono a una donna di essere veramente libera.
E in questo senso, la testimonianza silenziosa di una suora che sceglie di velarsi per amore di Cristo è diametralmente opposta alla situazione di chi è costretta a coprirsi per paura della vergogna o della punizione. Equiparare le due cose è, nel migliore dei casi, un’ingenuità. Nel peggiore, è un travisamento ideologico.








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