Il CIO salva lo sport femminile: stop agli atleti trans

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Il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) esclude gli atleti trans dopo cause legali di atlete danneggiate e studi scientifici. Donna si nasce, non si diventa.


 

Il Comitato Olimpico Internazionale ha annunciato poche ore fa una svolta significativa e attesa.

D’ora in avanti nelle competizioni femminili potranno competere soltanto atlete biologicamente femmine.

E’ una nuova politica destinata ad incidere profondamente sul dibattito globale ma anche una vittoria di buon senso che annulla decenni di retorica sul gender. Donna si nasce, non si diventa.

 

Il sesso vince sul genere

La decisione è maturata dopo mesi di consultazioni scientifiche e istituzionali ed entrerà in vigore a partire dai Giochi Olimpici di Los Angeles 2028.

La verifica si baserà su test genetici mirati a individuare la presenza del gene SRY, associato allo sviluppo sessuale maschile. Non si tratta di una procedura invasiva ed è un tentativo di stabilire un criterio uniforme valido per tutte le discipline olimpiche.

Il cambiamento segna una netta discontinuità rispetto al passato. Fino a oggi, infatti, il CIO aveva adottato un approccio decentralizzato, delegando alle singole federazioni sportive la definizione delle regole di ammissione. Questo aveva prodotto una notevole eterogeneità normativa.


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Perché il CIO ha stoppato gli atleti trans

La nuova politica nasce anche alla luce delle sempre più numerose controversie legali di donne ferite e fisicamente danneggiate durante l’attività sportiva da atleti transgender, senza considerare la grave violazione della sportività.

Il CIO ha deciso di mettere in pratica i valori di “equità e integrità competitiva” anche grazie a diversi studi scientifici che evidenziano come individui biologicamente maschi mantengono vantaggi fisici significativi (oltre il 10%) anche dopo trattamenti ormonali.

 

Il fisiologo: “Salvare l’etica dello sport”

In Italia la tematica è poco sentita ma arriverà presto anche qui.

Uno dei pochi luminari che si è espresso è stato il prof. Arsenio Veicsteinas, ordinario di Fisiologia Umana dell’Università statale di Milano, già preside della facoltà di Scienze Motorie.

Riprendiamo qui le sue parole, quanto mai attuali:

«L’etica dello sport è che si gareggi ad armi pari. Chi nasce uomo ha le caratteristiche anatomiche maschili. Chi decide di cambiare sesso conserva il proprio DNA, nonostante le cure ormonali. Mi sembra tutto molto superficiale e demagogico, figlio di una tendenza sbagliata che c’è oggi: aprire tutto a tutti. La lealtà della competizione è minata soprattutto per un uomo che diventa donna: come si potrà sostenere davanti alle proteste di una donna che si è giocato ad armi pari.

Autore

La Redazione

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