La FSSPX dialoga con UCCR: cosa la separa dalla Chiesa?

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Perché la Fraternità San Pio X (FSSPX) è ancora separata dalla Chiesa? UCCR si confronta con don Daniele Di Sorco sul fondamento delle posizioni della FSSPX, un dialogo fraterno.


 

Il 20 agosto scorso anche la Fraternità Sacerdotale San Pio X ha partecipato al Giubileo 2025 con un pellegrinaggio.

Quasi nessuno ne ha parlato ma a presentarsi a Roma sono stati oltre 7mila membri da tutto il mondo, tra cui 680 sacerdoti.

Abbiamo apprezzato sinceramente questo gesto, per nulla scontato dato che molti considerano ormai la FSSPX in una condizione di separazione irrimediabile con la Chiesa cattolica.

 

La FSSPX e la rottura con la Chiesa

Fondata dall’arcivescovo Marcel Lefebvre negli anni ’70, la Fraternità San Pio X ha da sempre avuto un rapporto complesso con Roma a causa del rifiuto di Lefebvre alle riforme del Concilio Vaticano II.

La rottura culminò con la sua scomunica nel 1988, quando consacrò quattro vescovi senza l’approvazione papale.

Nel 2009 Benedetto XVI revocò le scomuniche, esprimendo l’auspicio di una piena comunione, pur mantenendo l’irregolare situazione giuridica della FSSPX, che tuttora difetta del riconoscimento canonico fino a che non avvenga il pieno riconoscimento del CVII e dell’insegnamento dei papi post-conciliari.

Dopo anni di dialoghi e tensioni, con il pontificato di Papa Francesco sono stati fatti ulteriori passi di apertura pastorale: nel 2015, i sacerdoti della FSSPX furono autorizzati ad ascoltare validamente le confessioni nel Giubileo della Misericordia e, in anni successivi, si è facilitata la celebrazione dei matrimoni sotto supervisione diocesana.

 

Il dialogo tra UCCR e FSSPX: cosa la separa dalla Chiesa?

Per alcuni giorni UCCR ha dialogato fraternamente con la FSSPX, nella persona di don Daniele Di Sorco, delegato alle relazioni stampa. A lui abbiamo manifestato l’apprezzamento per la loro presenza al Giubileo.

Oltre a ricordarci la partecipazione della FSSPX al Giubileo 2000, ha citato anche l’adesione convinta «con tutto il cuore e con tutta l’anima» di Lefebvre alla «Roma cattolica custode della fede cattolica e delle tradizioni necessarie al mantenimento della stessa fede, alla Roma eterna, maestra di saggezza e di verità».

I membri della Fraternità San Pio X, ci comunica don Di Sorco, «sono pienamente cattolici, e per questo ci tengono a manifestare il loro attaccamento alla Sede Romana, anche attraverso la partecipazione al giubileo». Anche perché la FSSPX vede «in Leone XIV e nei suoi immediati predecessori i legittimi successori dell’Apostolo Pietro e ne riconosce in pieno l’autorità pontificia».

Da questo punto in avanti, però, sorgono i “ma” e i “però”.

Il referente della FSSPX ci dice infatti che la Fraternità «non può accettare quelle innovazioni che, dal Concilio Vaticano II in poi, si oppongono a quanto il Magistero della Chiesa ha già insegnato in modo definitivo. È unicamente per questa ragione che il nostro Istituto è stato colpito in passato da sanzioni canoniche che abbiamo sempre considerato ingiuste e dunque invalide».

Così, aggiunge don Daniele, «più che una legittimazione della nostra realtà, la Fraternità si augura e prega perché le autorità della Chiesa tornino a professare la fede cattolica nella sua integralità».

Questo è un concetto che il referente della FSSPX ci ribadisce più volte: la pietra d’inciampo per la piena comunione è la liturgia secondo rito romano ordinario e le dottrine del Concilio Vaticano II e dei Papi posteriori «che si oppongono a quanto la Chiesa ha sempre insegnato».

Perciò, attraverso i contatti con le autorità ecclesiali, la Fraternità non intende «ottenere la “normalizzazione” della propria situazione canonica, quanto contribuire alla soluzione della crisi nella Chiesa mediante il ritorno alla dottrina cattolica tradizionale».

 

FSSPX: adesione alla Chiesa ma deve correggersi

Non abbiamo nascosto a don Di Sorco di leggere in queste posizioni una contraddizione.

Da un lato si manifesta adesione formale all’autorità del Papa e della Chiesa di Roma, dall’altro la convinzione che non sia la Fraternità a dover cambiare, bensì la Chiesa universale a dover “ritornare” alla fede tradizionale.

Per un verso, cioè, la FSSPX riconosce Roma come custode della fede cattolica e mostra attaccamento visibile al Papa, alla Sede apostolica e persino agli eventi ufficiali della Chiesa, come il Giubileo. Dall’altro, rifiuta di considerare valide le sanzioni canoniche subite e non accetta come vincolanti le decisioni dei concili e dei pontefici postconciliari, che giudica in rottura con la Tradizione.

In questo modo, pur professando unità con la Chiesa, la Fraternità sembra porsi di fatto sullo stesso piano con essa, rivendicando la facoltà di giudicare quali atti del Magistero siano da accogliere e quali da rigettare. Non è più la Chiesa che chiede un ritorno all’obbedienza, ma la Fraternità che rovescia la prospettiva, domandando alla Chiesa di “correggere” se stessa.

 

Il Magistero odierno contraddice il passato?

A tali obiezioni, il referente della FSSPX ha risposto condividendole e ravvisando in esse proprio l’errore di Lutero e della Riforma.

Ha quindi precisato che la posizione della Fraternità è diversa da quella protestante: il rifiuto a certe dottrine del Concilio e del post-concilio non è dovuto a un conflitto con la loro interpretazione della Scrittura o della Tradizione, ma «perché esse sono in contraddizione con quanto il Magistero ecclesiastico ha già insegnato in modo definitivo».

Don Daniele ha quindi elencato tutta una serie di (presunte) contraddizioni commesse da Papa Francesco, Benedetto XVI e Giovanni Paolo II, concludendo che «occorre seguire quello che la Chiesa ha sempre costantemente insegnato e rifiutare quelle dottrine che gli si oppongono, anche se sono proposte dalla suprema autorità della Chiesa».

Tale approccio è attuato anche nei confronti delle sanzioni ricevute dalla FSSPX. Com’è possibile ritenerle “ingiuste” e “illecite” se comminate dalla Chiesa a cui si riconosce piena autorità?

La risposta di Don Di Sorco è che «una cosa è ingiusta non perché io la percepisco come tale, ma perché va contro ad una legge». Ovvero, chiarisce, «le autorità romane minacciano la Fraternità San Pio X di sanzioni se essa non accetta di aderire a delle dottrine che sono in opposizione con quanto la Chiesa ha già definitivamente insegnato, cioè contro il diritto divino. Si può facilmente capire quale sia il valore di tali sanzioni».

 

La FSSPX ha l’autorità per interpretare il Magistero?

I chiarimenti del referente della FSSPX sono comprensibili, tuttavia il nodo rimane completamente irrisolto.

La Fraternità vuole giustamente distinguersi dal protestantesimo, sottolineando che non fonda la propria resistenza sull’interpretazione privata della Scrittura, ma sull’idea che il Magistero conciliare e post-conciliare abbia contraddetto “oggettivamente” insegnamenti precedenti già definitivi.

Tuttavia, il punto rimane: chi ha l’autorità di stabilire cosa appartenga “oggettivamente” al deposito della fede in modo irriformabile e cosa sia invece sviluppabile o riformabile?

Nella Chiesa cattolica, tale autorità non è demandata al singolo fedele né a una fraternità sacerdotale, ma al Magistero stesso, esercitato in comunione con il Papa. Rovesciare questa logica significa, ancora una volta, collocarsi su un piano paritetico di giudizio alla Chiesa universale, non subordinato.

Senza voler forzare il collegamento, i riformatori del XVI secolo fecero esattamente lo stesso passaggio, affermando di obbedire alla “vera Chiesa” e accusando Roma di aver deviato. La Fraternità rigetta giustamente questo parallelo, ma la dinamica ecclesiologica appare molto simile.

Così, dichiarare “invalide” le sanzioni canoniche, pur riconoscendo formalmente l’autorità di chi le ha inflitte, equivale a negare in concreto l’efficacia del governo della Chiesa. Non si può dire: «riconosco il Papa come supremo pastore» e insieme aggiungere «ma le sue decisioni sono nulle se giudicate contrarie a ciò che io reputo Tradizione».

In tal senso, né noi, né il singolo fedele, né un singolo sacerdote, né la Fraternità San Pio X è deputata a stabilire il perimetro dell’ortodossia, né ha l’autorità per identificare errori o correggere la Chiesa stessa.

L’adesione alla Chiesa di Roma, abbiamo scritto a don Di Sorco, implica accettare che il criterio ultimo di verità non risiede nella propria visione/interpretazione del Magistero, ma in quello del successore di Pietro in unità con il collegio dei vescovi, ai quali Cristo ha affidato il compito di custodire, interpretare e trasmettere autenticamente la Rivelazione.

È proprio qui che si gioca la vera questione: se ognuno rivendicasse il diritto di rifiutare i concili, i documenti papali o le sanzioni canoniche in nome di una contraddizione “con quello che la Chiesa ha sempre insegnato”, la comunione ecclesiale si dissolverebbe in frammenti autoreferenziali.

 

Il rischio della soggettività

Don Di Sorco non condivide però questa posizione, sostenendo che «il Magistero parla direttamente al nostro intelletto. Tale è il motivo per cui un’eventuale contraddizione fra due atti che si presentano entrambi come Magistero può tranquillamente essere fatta dal nostro intelletto, senza cadere nell’accusa di libero esame».

Certamente il coinvolgimento del singolo è fondamentale altrimenti, come giustamente ci scrive il referente della FSSPX, «la fede cattolica si ridurrebbe ad un’adesione cieca e irragionevole all’autorità».

Tuttavia, che il Magistero sia “norma prossima” non significa che ogni fedele possa valutare isolatamente la validità di un atto magisteriale secondo il proprio intelletto. Si aprirebbe altrimenti la via al giudizio privato e alla soggettività individualistica, esattamente ciò che la Chiesa “di sempre” ha cercato di evitare.

Il proprio giudizio va sempre inserito in un contesto di comunione e continuità ecclesiale, collegato alla Tradizione vivente e alla guida dei pastori legittimamente costituiti. Altrimenti, ogni documento, anche conciliare o papale, rischierebbe di diventare un semplice testo opinabile, soggetto a giudizio privato, e la fede cattolica perderebbe quel carattere oggettivo e vincolante che la rende universale.

 

UCCR e FSSPX: un confronto fraterno

Il confronto tra UCCR e FSSPX è stato schietto, animato da carità fraterna, volontà di dialogo sincero e desiderio di comprensione reciproca.

Per i motivi esposti continuiamo però a ritenere che la Fraternità San Pio X sia in errore e, posizionandosi allo stesso livello della Chiesa e sovrastimando l’autorità della propria interpretazione sulla coerenza del magistero attuale con quello pre-conciliare, rischi di seguire la stessa strada dei riformatori luterani.

La storia insegna che ogni tentativo di “salvare la Chiesa dalla Chiesa” ha portato a nuove divisioni. Anche quando animato dalle migliori intenzioni.

La loro partecipazione al Giubileo 2025 è un passo importante, affidiamo al Signore la possibilità di una futura piena comunione con il successore di Pietro.

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La Redazione

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10 commenti a La FSSPX dialoga con UCCR: cosa la separa dalla Chiesa?

  • Marco ha detto:

    Al di là di tutti i ragionamenti e battibecchi, separarsi ufficialmente dalla Chiesa è un errore gravissimo.
    Ritenere che un Concilio ufficiale non sia assistito dallo Spirito Santo, e che si pronunci erroneamente in materia di fede, è gravissimo.
    Questi signori presuntuosi e arroganti stanno commettendo uno sbaglio che San Pio X mai avrebbe approvato. Preghiamo per il loro ravvedimento

  • Paolo Giosuè ha detto:

    Come ha affermato recentemente padre Cavalcoli, uno dei problemi più seri all’interno della Chiesa di oggi è proprio quello della mancanza del dialogo. E questo, perché? Perché ci si sciacqua la bocca con la parola dialogo e non si sa che cosa è il dialogo.
    Oppure questo dialogo è un dialogo a senso unico, è un guardarsi in faccia gli uni con gli altri di un dato partito, coccolandosi con le proprie idee ed escludendo sistematicamente gli altri.
    Che cosa fare, allora? Occorre un impegno da parte di tutti noi cattolici:
    1) Ad essere cattolici non come ci salta in testa, ma così come è stabilito dal Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC).
    2) Dobbiamo fare uno sforzo per liberarci da uno spirito di parte, che avvelena i rapporti fraterni e sopprime quel senso di universalità, che è proprio della Chiesa Cattolica e che ci è insegnato dal Vangelo.
    3) Dobbiamo imparare ad ascoltarci tra di noi e ad essere pronti a correggerci dai nostri errori.
    4) Bisogna ricuperare il rispetto per l’autorità del Papa, senza pretendere di strumentalizzarlo ai nostri interessi di parte.
    5) Dobbiamo imparare il valore della diversità e della libertà di pensiero, all’interno dell’unità di fede.
    6) Dobbiamo imparare il primato della carità sulla verità.
    Questa iniziativa di UCCR è quindi un bel contributo a far respirare questi ideali, grazie!

  • Gabriele ha detto:

    Purtroppo la FSSPX continua a credere che loro non hanno sbagliato nulla mentre sono gli altri, compreso il papa, che sbagliano. La riconciliazione non è certo impossibile, ma credo che ci vorrà ancora molto tempo. La ribellione di Lefevbre non era di per sè ingiustificata, è risaputo che subito dopo il concilio in tanti, troppi, si sentirono liberi di presentare qualunque cosa come il vero cattolicesimo ed era quindi giusto voler difendere la Tradizione. Il guaio è che Lefevbre (lui e/o chi è venuto dopo) hanno considerato immutabili non solo la dottrina ma anche le forme con determinate interpretazioni e lo stesso Pio X non lo avrebbe mai fatto, perchè papa Sarto tanto fu ferreo nel difendere la dottrina quanto fu innovatore sul piano pastorale e istituzionale (insomma, non fu affatto un sostenitore del ‘non deve mai cambiare nulla di niente’). Inoltre hanno semplicisticamente concluso che era tutta colpa del concilio, mentre quest’ultimo fu solo usato come valvola di sfogo da una crisi che covava da decenni sotto lo splendore formale.
    La Chiesa, nella sua essenza garantita dal magistero pontificio, ha saputo unire sviluppo e continuità e anche se oggi si compiono azioni ufficiali che nei decenni scorsi sarebbero state impossibili, questo non vuol dire che la dottrina è cambiata, semplicemente i suoi princìpi sono universali e quindi rendono possibili tanti tipi di azioni, non di qualunque tipo per via della distinzione indispensabile tra giusto e sbagliato ma comunque tante.
    Ma è difficile farlo capire a chi pensa di non aver mai sbagliato.

  • Francesco ha detto:

    Mi dispiace, ma non è un atteggiamento accettabile quello di pretendere di correggere la Chiesa, che è madre, nei suoi pronunciamenti ufficiali. Tutto questo per quello che è, alla fin fine, un capriccio. Il capriccio di voler celebrare a tutti i costi solo e soltanto con il vecchio rito, in latino, privilegiando le forme e non la sostanza della liturgia. Capisco sempre di più papa Francesco quando si lamentava dell’indietrismo e metteva in guardia da certi atteggiamenti ossessivi. La FSSPX dimentica che la nostra è fede in un Dio che si è incarnato nella storia. E certamente Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre, ma l’atto liturgico può legittimamente confrontarsi con la storia. Come del resto è sempre stato. Preghiamo perché capiscano e tornino davvero tra le braccia della Chiesa.

    • Otto ha risposto a Francesco:

      Quello che dici è importante e da tempo lo sto meditando anche io. La decisione presa da Papa Francesco con Traditionis custodes è certamente di rottura rispetto al passato ma penso sempre più che sia stato un atto dovuto. Senza riferirmi specificatamente alla FSSPX, troppi gruppi, troppi preti, troppi singoli vivono il rito antico come arma, come bandiera identitaria contro la Chiesa post-conciliare e questo non va bene. Sono sempre più convinto che aver demandato ai singoli vescovi l’autorizzazione ai gruppi che ne fanno richiesta di celebrare in latino sia sacrosanto proprio in quanto il vescovo sa valutare quali gruppi e associazioni locali vivono la liturgia antica in maniera autentica e quali invece in opposizione e minando la comunione della Chiesa.

  • Mario Alessandro ha detto:

    Nella Chiesa Romana (dell’antico Impero Romano) le persone e gruppi eterodossi vengono dichiarati eretici e scomunicati. Da cui le separazioni ecclesiali antiche e moderne. Peraltro per eresie teologiche (teoriche) e non evangeliche (pratiche).
    Ma sono necessarie le scomuniche e le separazioni? Giusto che la Chiesa abbia precise dottrine ufficiali, certo, da seguire. Ma in clima di tolleranza, cioè senza escludere chi ha/propone e/o segue dottrine diverse. In un’unica Chiesa per tutti.

    • Hugo ha risposto a Mario Alessandro:

      Non capisco il commento, come fai ad includere chi dice che il Papa è eretico o che il Magistero odierno contraddice quello passato? La comunione è una comunione di giudizio e di cammino, se uno prende altre strade come fai a includerlo?

  • Mario Alessandro ha detto:

    “La Fraternità «non può accettare quelle innovazioni che, dal Concilio Vaticano II in poi, si oppongono a quanto il Magistero della Chiesa ha già insegnato in modo definitivo.”
    Ma quale insegnamento in modo definitivo dopo la rottura dell’unità tra Oriente ed Occidente? Dopo il 1054 non è stato possibile nessun altro concilio ecumenico (con tutti i Patriarcati), ma solo concili generali, cioè patriarcali o papali in entrambe le parti. Quindi non vincolanti se non per il Patriarcato che li fa, ma non infallibili o definitivi. E il pur grande Vaticano II risente molto di questa reale mancanza di ecumenicità..
    Importante il magistero papale (o patriarcale per altri), custode della sacra tradizione ed interprete delle decisioni conciliari, ma non definitivo e sempre sviluppabile o riformabile, in base al Vangelo. Anche se appaiono contradditorie con quanto la stessa Chiesa (adeguandosi a tempi/situazioni diverse) ha sempre insegnato.

  • Jack ha detto:

    Mi fa strano vedere solo commenti positivi all’articolo, so per certo che sui social non sono tutti positivi. Non capiscono che commentare sui social non serve a nulla? I commenti li si perdono dopo pochi secondi che vengono scritti, al contrario commentare qui sotto l’articolo fa in modo che il commento rimanga per sempre

  • don Serafino Romeo ha detto:

    Grazie per l’articolo. Il confronto è sempre positivo. Comunque, quando si parla di tradizione o della liturgia di sempre, mi chiedo a cosa ci si riferisce. Ho l’impressione che si conosca poco la storia della Chiesa. Si dice che la storia della Chiesa è la storia della sua riforma. Gli esempi sono tanti, anche in campo dottrinale.