Einstein, Dio e la religione: cosa pensava e in cosa credeva

“Einstein credeva in Dio?”, “Einstein era religioso?”. Queste le domande che molti si pongono sul pensiero del celebre fisico tedesco, Albert Einstein, noto anche al di fuori del mondo scientifico. Il suo nome è sinonimo di intelligenza e genialità ed è tra gli uomini che più hanno rivoluzionato la conoscenza scientifica del mondo. Quale fu la sua posizione religiosa? Era credente? Ateo? Positivista? Lo vedremo in questo dossier.

Il suo nome, infatti, è richiamato nell’acceso dialogo tra credenti e non credenti, ognuno nel tentativo di tirarlo dalla propria parte in nome di chissà quale vantaggio sull’altro schieramento. C’è chi lo definisce ateo, chi panteista spinoziano, chi deista, chi agnostico e chi ebreo. Non siamo appassionati di queste etichette e, oltretutto, il caso Einstein è uno di quelli impossibili da catalogare non avendo egli mostrato un pensiero costante, coerente ed univoco sul tema religioso (come, d’altra parte, gran parte degli esseri umani).

Nell’approfondimento che segue abbiamo cercato di fare chiarezza sulla sua visione etica e religiosa, studiando e citando le biografie più attendibili e documentate. A livello internazionale è imprescindibile il lavoro di Max Jammer, Einstein and Religion. Physics and Theology (Princeton University Press 1999). Mentre in lingua italiana è ottima la sintesi del saggista Francesco Agnoli, intitolato Filosofia, religione e politica in Albert Einstein (Edizioni Studio Domenicano 2015). L’ampia bibliografia utilizzata dallo scrittore e l’autorevolezza delle sue fonti (biografi ufficiali -come Walter Isaacson e Abraham Pais- lettere autenticate di Einstein e citazioni attendibili) ne fanno un riferimento importante.

 

 

 
 
 
 
 
 

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PRIMA FASE: LA “FISICA CLERICALE” DI EINSTEIN, NEMICO DI SOVIETICI E NAZISTI (1905-1920)

Curiosamente già durante la sua vita, Einstein si vide tirato in causa in diatribe metafisiche, certamente anche per il suo spiccato interesse verso l’ambito filosofico, verso quel «mistero che il libro della natura racchiude» (A. Einstein, L. Infeld, L’evoluzione della fisica, Bollati Boringhieri 2014, pp. 13-18). Il suo pensiero, fin da subito, è apertamente anti-materialista e per tutta la sua vita utilizzò spesso parole teologiche e metafisiche, per nulla neutrali, come “creazione”, “Dio”, “miracolo” ecc.. Per molti biografi ha inciso in lui il matrimonio con Mileva Marić, di religione serbo-ortodossa, probabilmente ha influito anche l’aver frequentato una scuola cattolica e, per alcuni anni (salvo poi allontanarsene con insofferenza), «i rigidi precetti religiosi ebraici in ogni particolare» (W. Isaacson, Einstein. La sua vita, il suo universo, Mondadori 2008, pp. 20-21). Il drammaturgo svizzero Friedrich Dürrenmatt ha infatti scritto: «Einstein parlava di Dio così spesso che mi è venuto il sospetto che fosse un teologo clandestino» (F. Dürrenmatt, I fisici, 1962).

Einstein si interessa di tutto, anche di arte: in un’intervista concessa nel 1930, accanto ad una netta condanna dell’arte moderna, che ritiene decadente, afferma: «Le idee più belle della scienza nascono da un profondo sentimento religioso, in assenza del quale resterebbero infruttuose. Io credo inoltre che questo tipo di religiosità che si avverte nella ricerca sia l’unica esperienza religiosa creativa della nostra epoca. Ben difficilmente l’arte d’oggigiorno potrebbe essere considerata come espressione di un tendere a Dio» (A. Pais, Einstein è vissuto qui, Bollati Boringhieri 1995, p. 112).

«La mia religione», sostenne il celebre fisico, «consiste in una umile ammirazione dell’illimitato e superiore Spirito che rivela se stesso negli esili dettagli che noi siamo capaci di percepire con il nostro fragile e flebile pensiero. La profonda emotiva convinzione di una Ragione superiore (a superior reasoning Power), come si rivela in un universo incomprensibile, questo forma la mia idea di Dio» (L. Barnett, The Universe and Einstein, New York 1963, p. 109).

Di questo “Spirito” superiore parlerà anche in una lettera ad un bambino, alla domanda se gli scienziati pregano: «Uno scienziato sarà difficilmente inclinato a credere che un evento possa essere influenzato dalla preghiera, per esempio da un’aspirazione rivolta a un Essere soprannaturale. Tuttavia si deve ammettere che la nostra attuale conoscenza di queste leggi è solo imperfetta e frammentaria, cosicché, realmente la credenza nell’esistenza di leggi fondamentali e onnicomprensive in natura resta, essa stessa, una sorta di fede. Ma quest’ultima è stata largamente giustificata dal successo della ricerca scientifica. Tuttavia, da un altro punto di vista, chiunque è seriamente impegnato nella ricerca scientifica si convince che vi è uno spirito che si manifesta nelle leggi dell’Universo. Uno spirito molto superiore a quello dell’uomo, uno spirito di fronte al quale con le nostre modeste possibilità, noi possiamo solo provare un senso di umiltà. In questo modo la ricerca scientifica conduce a un sentimento religioso di tipo speciale che è davvero assai differente dalla religiosità di qualcuno piuttosto ingenuo» (H. Dukas and B. Hoffmann, Albert Einstein: the Humane side, Princeton 1989, p. 32).

Già nel 1917, a circa 40 anni, Einstein presuppone un Universo spazialmente finito, misurabile, accodandosi così ai pensatori medievali (Copernico e Keplero). Inoltre, al contrario di quanto possa falsamente suggerire il nome della sua più celebre teoria, la relatività, Einstein ha sempre affermato gli assoluti e la sua fisica è la prima nemica di una visione relativistica. Uno dei suoi massimi biografi, Walter Isaacson, ha infatti scritto: «Alla base di tutte le sue teorie, e anche della relatività, c’era una ricerca di invarianti, di certezze, di assoluti. Soggiacente alle leggi dell’universo, secondo Einstein, c’era una realtà armoniosa, e lo scopo della scienza era scoprirla» (W. Isaacson, Einstein. La sua vita, il suo universo, Mondadori 2008, p. 9). Scrive infatti il fisico: «La scienza può essere creata soltanto da chi sia completamente vocato alla libertà e alla comprensione. Questa fonte emotiva, tuttavia, scaturisce dalla sfera della religione. Ad essa appartiene anche la fede nella possibilità che le regole valide per il mondo dell’esistenza siano razionali, cioè comprensibili per la ragione. Non riesco a concepire uno scienziato genuino che difetta di tale fede profonda» (A. Einstein, Pensieri, idee, opinioni, Newton 2004, p.29).

Ancora: «Non ho un aggettivo migliore di “religioso” per definire la fiducia nella natura razionale della realtà e nella sua accessibilità, in qualche misura, alla ragione umana. Quando manca questa percezione, la scienza degenera in cieco empirismo» (Lettera a Maurice Solovine, cit. in W. Isaacson, Einstein. La sua vita, il suo universo, Mondadori 2008, p. 447). La comprensibilità e l’intelligibilità del cosmo sono per Einstein il segno di uno spirito immensamente superiore. «Si potrebbe dire», aggiunge, «che “l’eterno mistero del mondo è la sua comprensibilità”. Il fatto che sia comprensibile è davvero un miracolo» (Novecento filosofico e scientifico, a cura di A. Negri, Marzorati, Milano 1991, vol. IV, pp. 778-779).

Per questo, gli ideologi nazisti e comunisti -che consideravano la scienza loro alleata contro la religione, obbligando a corsi scolastici di ateismo scientifico- condannarono aspramente il pensiero scientifico di Einstein, accusandolo di esercitare “fisica biblica”, “ebraica”, “giudaica” (i nazisti), “fisica clericale”, “non materialista”, “borghese”, “idealista”, “spiritualista” (i comunisti). Il concetto di valori assoluti, finitezza spaziale dell’universo e della materia, armonia del cosmo…per loro significavano, in qualche modo, tenere aperta la porta all’esistenza di Dio.

Lo stesso Einstein non lo nascondeva: «Gli atei fanatici, sono creature che – nel loro rancore contro la religione tradizionale vista come oppio dei popoli- non riescono a sentire la musica delle sfere» (W. Isaacson, Einstein. La sua vita, il suo universo, Mondadori 2008, p. 376).

Julian Huxley ha notato che la condanna sovietica -controfirmata dall’Accademia delle Scienze- comprese anche la relatività di Einstein, definita: «un tumore…il principale nemico ideologico dell’astronomia materialista» (J. Huxley, La genetica sovietica e la scienza, Longanesi 1952, pp. 179, 198). Il filosofo Grigory A. Gurev, ha denunciato: «L’Universo è finito o infinito? I clericali, si capisce, sostengono volentieri l’idea della finitezza, della limitatezza dell’universo. Ma non c’è un singolo fatto astronomico che parli in favore di questa loro concezione… poiché il riconoscimento della finitezza ha sempre un carattere metafisico, antidialettico, non conduce mai a una conoscenza scientifica, ma alle fantasticherie dei clericali. Non sorprende perciò che i teisti e i loro ausiliari secolari siano incantati dalle idee di Einstein e dalla sua cosmogonia rielaborata secondo il gusto creazionista… in contraddizione con lo spirito dialettico-materialista della vera scienza» (citato in A. Vucinich, Einstein and Soviet Ideology, Stanford University Press, 2001, p. 47).

Per tutta risposta, nel 1933, in un’intervista, Einstein dichiara: «Io sono un avversario del bolscevismo né più né meno che del fascismo. Sono contro tutte le dittature» (A. Pais, Einstein è vissuto qui, Bollati Boringhieri 1995, p. 182).

 

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SECONDA FASE: EINSTEIN TRA SPINOZA E DOSTOEVSKIJ (1920-1933)

Il pensiero del celebre fisico tedesco, come già detto, è segnato dalla genuina curiosità scientifica verso il mistero del cosmo e dall’incredibile comprensibilità di esso.

Lui stesso scrive: «È certo che alla base di ogni lavoro scientifico un po’ delicato si trova la convinzione, analoga al sentimento religioso, che il mondo è fondato sulla ragione e può essere compreso. Questa convinzione legata al sentimento profondo dell’esistenza di una mente superiore che si manifesta nel mondo dell’esperienza, costituisce per me l’idea di Dio; in linguaggio corrente si può chiamarla panteismo (Spinoza)» (A. Einstein, Come io vedo il mondo, Newton 1984, p. 35).

Egli parla di una “mente superiore”, di “Dio”, ma anche di “Spinoza”. Siamo nella prima metà degli anni ‘30 e sul suo comodino c’è L’Etica di Baruch Spinoza, dove non vi è spazio per il Dio personale ebraico-cristiano, il Padre che ha rivelato al mondo una legge morale. Si definisce “religioso”, spiegandone il significato nel 1934: «L’impressione del misterioso, sia pure mista a timore, ha suscitato, tra l’altro, la religione. Sapere che esiste qualcosa di impenetrabile, conoscere le manifestazioni dell’intelletto più profondo e della bellezza più luminosa, che sono accessibili alla nostra ragione solo nelle forme più primitive, questa conoscenza e questo sentimento, ecco, in ciò consiste la vera devozione. In questo senso, e soltanto in questo senso, io sono fra gli uomini più profondamente religiosi. Non posso immaginarmi un Dio che ricompensa e che punisce l’oggetto della sua creazione, un Dio che soprattutto esercita la sua volontà nello stesso modo in cui noi stessi la esercitiamo. i basta sentire il mistero dell’eternità della vita, avere la coscienza e l’intuizione di ciò che è, lottare attivamente per afferrare una particella, anche piccolissima, dell’intelligenza che si manifesta nella natura. Non è senza ragione che un autore contemporaneo ha detto che nella nostra epoca, votata in generale al materialismo, gli scienziati sono i soli uomini profondamente religiosi» (A. Einstein, Come io vedo il mondo, Newton 1984, pp. 22, 30).

Eppure, vi sono ampie contraddizioni tra Einstein e Spinoza, come riconosce il teologo Thomas F. Torrance, tra i principali studiosi del pensiero religioso del fisico tedesco:«Sebbene vi fosse molto nella filosofia di Spinoza che Einstein non potesse accettare, ciò che lo attraeva era il rifiuto spinoziano del dualismo cartesiano, così come di altre forme di dualismo, nonché la sua concezione unitaria dell’universo con la sua inerente armonia razionale». Tuttavia, «vi sono dei problemi nel riferirsi in modo troppo semplicistico all’appello di Einstein al Dio di Spinoza. Come Spinoza, Einstein aveva ragione nel rifiutare una stretta biforcazione della natura tra mente e corpo, soggetto e oggetto, ma cosa possiamo dire a proposito della concezione spinoziana, rigidamente logica e causalistica, di Dio e dell’universo?». Ed, infatti, ecco alcune differenze: «La filosofia di Spinoza era, a suo modo, una forma giudaica della vecchia idea dello stoicismo latino del Deus sive natura, in quanto essa contemplava un’unica e sola sostanza autoconsacrata, Dio oppure la Natura, che Spinoza identificava con l’universo stesso, concepito come un tutto infinito e necessario, che poteva essere compreso soltanto in un quadro logico-causale. Per lui Dio non era assolutamente qualcosa che trascendesse l’universo. Al contrario, la formulazione di Einstein del principio che “Dio non mette in piazza le sue cose” comporta un più profondo senso della meravigliosa intelligibilità (Verständlichkeit) dell’universo e del suo incomprensibile e trascendente fondamento in Dio. Lo scienziato è avviato nella sua ricerca dalla meraviglia e dal timore sperimentato di fronte alla misteriosa comprensibilità dell’universo, che in ultima analisi resta sempre qualcosa di inafferrabile. Nella sua essenza più profonda esso resta qualcosa di inaccessibile all’uomo. Questo il motivo per cui, per Einstein, la scienza senza la religione è zoppa».

Un altro grande punto di incompatibilità tra il “Dio” di Einstein e quello di Spinoza è -sempre secondo Torrance- l’intenzione del fisico tedesco di «introdurre nuovamente la domanda circa il perché nelle strutture intime delle scienze fisiche e naturali», ciò «equivaleva di fatto ad un chiaro rifiuto del razionalismo dualistico dell’Illuminismo tra il come e il perché, al quale devono essere ricondotte le dannose fratture verificatesi poi nella cultura occidentale, ma puntava al contempo verso la nozione di Dio come fondamento ultimo di tutto l’ordine razionale e ragione trascendente di tutte le leggi di natura. Quale luce sorprendente viene dunque recata da ciò che Einstein intendeva realmente col termine “Dio”. È solo partendo dalla nozione di Dio che noi possiamo comprendere il perché, ovvero lo scopo ultimo e fondamentale dell’universo creato».

Bisogna anche sottolineare che, da diversi anni, Einstein si appassionò anche del romanziere russo Fëdor Michajlovič Dostoevskij e del suo romanzo più religioso: I Fratelli Karamazov. Tale opera è incentrata sulla necessità dell’esistenza di un Dio misericordioso ma legislatore, per non rendere inutile e assurda la vita morale. Nel 1919, il fisico scrive ad un collega che tale romanzo è il «più meraviglioso che abbia mai avuto tra le mani», mentre nel 1930 afferma che Dostoevskij è un «grande scrittore religioso» capace di presentare un quadro «del mistero dell’esistenza spirituale… chiaramente e senza commento» (A. Vucinich, Einstein and Soviet Ideology, Stanford University Press 2001, p. 181).

Dostoevskij e Spinoza, dunque. Non è un’ennesima contraddizione? Il saggista Francesco Agnoli ha spiegato: «Bisogna tener presente che il pensiero di Spinoza, complesso e talvolta volutamente ambiguo, è conosciuto da Einstein solo marginalmente: in più occasioni gli viene chiesto di scrivere commenti o prefazioni alle opere, ripubblicate, del filosofo ebreo, ed Einstein rifiuta sempre, dichiarando la propria inadeguatezza; in secondo luogo occorre evitare di considerare il grande scienziato un filosofo sistematico, sempre coerente, con una visione dell’esistenza statica nel corso degli anni (Spinoza verrà elogiato e nello stesso tempo contraddetto, implicitamente o esplicitamente, più volte). La domanda religiosa attraversa tutta la vita di Einstein, e la risposta non è sempre identica, né è sempre nitida e precisamente delineata» (F. Agnoli, Filosofia, religione e politica in Albert Einstein, ESD 2015, pp. 39, 40). E’ acclarato, inoltre, che il pensiero scientifico di Einstein è opposto al credo di Spinoza, come chiarisce ancora una volta il teologo Thomas F. Torrance: «Einstein fece notare che non “si può concludere che “l’inizio dell’espansione” [dell’universo] debba corrispondere a una singolarità in senso matematico. Si deve solo ricordare che le equazioni non possono essere estese a queste regioni. Questa considerazione, tuttavia, non altera il fatto che “l’origine del mondo” costituisce realmente un inizio” (A. Einstein, Il significato della Relatività, Roma 1997, p. 120). Tale inizio, quasi una creatio ex nihilo, era ovviamente un’idea esclusa dalla nozione di Spinoza “Deus sive Natura”, come una infinita, eterna sostanza autocreantesi, e cui corrisponde una concezione dell’universo come qualcosa di non contingente, completamente necessario nella sua identificazione con Dio».

Un «credente nella trascendenza», lo definisce il suo amico e collega Freeman Dyson, suo successore all’Institute for Advanced Study di Princeton (F. Dyson, Lo scienziato come ribelle, Longanesi 2009, p. 30). Lo scienziato ateo Christof Koch lo definisce “deista”: «Che le galassie, le automobili, le palle da biliardo e le particelle subatomiche si comportino in maniera regolare descrivibile dalla matematica, e che dunque può essere prevista, è a dir poco stupefacente. In effetti alcuni fisici – il più celebre dei quali era Albert Einstein – credevano in un simile creatore (una sorta di Architetto Divino) proprio in virtù di questo stato di cose “miracoloso”. Non è difficile immaginare un universo complesso al punto da essere incomprensibile. Ma il Dio del deista ha creato un universo che non solo è ospitale per la vita: è anche così prevedibile che la sua regolarità può essere colta dalla mente umana» (C. Koch, Una coscienza, Le Scienze 2014, p. 209).

E’ verso la fine di questa seconda fase che compare una riflessione inedita sul cristianesimo e sulla figura di Cristo. In un’intervista del 1929, infatti, Einstein critica lo scrittore ebreo-tedesco Emil Ludwig, autore di una denigratoria biografia di Gesù Cristo, in cui ne viene negata la divinità e la resurrezione. L’intervistatore, George S. Viereck, pone ad Einstein tale domanda: «Fino a che punto è influenzato dalla cristianità?». Risposta: «Da bambino ho ricevuto un’istruzione sia sul Talmud che sulla Bibbia. Sono un ebreo, ma sono affascinato dalla figura luminosa del Nazareno». Domanda di Viereck: «Ha mai letto il libro di Emil Ludwig su Gesù?». Risposta: «Il libro di Ludwig è superficiale. Gesù è una figura troppo imponente per la penna di un fraseggiatore, per quanto capace. Nessun uomo può disporre della cristianità con un bon mot». «Accetta il Gesù storico?», domanda ancora il giornalista. «Senza il minimo dubbio!», risponde Einstein. «Nessuno può leggere i Vangeli senza sentire la presenza attuale di Gesù. La sua personalità pulsa ad ogni parola. Nessun mito può mai essere riempito di una tale vita» (G. Viereck, What Life means to Einstein, in The Saturday Evening Post, 26/10/1929; citato anche in W. Isaacson, Einstein. La sua vita, il suo universo, Mondadori 2008, p. 373).

 

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TERZA FASE: RISCOPERTA DEI VALORI BIBLICI ED EVANGELICI (1933-1955)

Pochi studiosi di Einstein hanno parlato della sua rivalutazione dei valori ebraico-cristiani nella fase più matura della vita. Per gran parte del mondo si tratta infatti di una cosa inedita. Il filosofo della scienza Paolo Musso, docente presso l’Università dell’Insubria di Varese, ha descritto il «progressivo spostamento del baricentro della spiritualità einsteniana verso le grandi religioni storiche e in particolare verso la tradizione ebraico-cristiana» che giunge, «in alcuni momenti, addirittura a suggerire la necessità di una qualche sorta di rivelazione per fondare i valori morali e religiosi». Tuttavia, ciò, convive con «l’originaria tendenza panteista» (P. Musso, La scienza e l’idea di ragione. Scienza, filosofia e religione da Galileo ai buchi neri e oltre, Mimesis 2001, p. 471, 472).

Il cambiamento filosofico del celebre fisico è causato dall’ascesa del comunismo e del Nazismo antiebraico e anticristiano («Il colpo più duro che l’umanità abbia ricevuto è l’avvento del cristianesimo», afferma Adolf Hitler l’11/07/1941, in Conversazioni a tavola di Hitler, Goriziana 2010, p. 45). Einstein si convince gradualmente che l’idea biblica di Dio e dell’uomo ha fondato un’antropologia che va riscoperta, poiché «l’indebolimento del pensiero e del sentimento morale» odierno, causa «dell’imbarbarimento dei modi della politica del tempo nostro», è connesso all’indebolimento del «sentimento religioso dei popoli nei tempi moderni» (A. Einstein, Pensieri, idee, opinioni, Newton 2004, p. 22).

Einstein matura la convinzione che l’uguaglianza tra gli uomini e la dottrina di una legge morale universale necessitano di un fondamento e capisce, meglio di molti altri, che il nazionalsocialismo è una guerra morale al messaggio evangelico ed una minaccia all’umanità in quanto ha preferito Machiavelli a Mosè: «Chi può dubitare che Mosè fu una guida migliore dell’umanità di Machiavelli?» (A. Einstein, Pensieri, idee, opinioni, Newton 2004, p. 16). Come riporta Francesco Agnoli, «non è facile capire quanto queste convinzioni e queste analisi diventino o meno fede personale», in Einstein, «ma certo esse ci sono, e vengono espresse sempre più frequentemente nel corso degli anni, insieme al riferimento commosso ai “nostri antenati ebrei, i profeti e i vecchi saggi cristiani”» (F. Agnoli, Filosofia, religione e politica in Albert Einstein, ESD 2015, p. 74).

Nel 1935, in una commemorazione di Mosè Maimonide, il pensatore ebreo che in età medievale aveva argomentato a favore dell’accordo tra razionalità ed insegnamenti biblici, e che Spinoza in età moderna eleggerà a proprio principale avversario ideale –, Einstein scrive: «Una volta che i barbari teutonici ebbero distrutto l’antica cultura d’Europa, una nuova e più raffinata cultura (quella medievale, ndr) cominciò lentamente a fluire da due fonti che in qualche modo erano riuscite a non lasciarsi seppellire del tutto nella devastazione generale: la Bibbia ebraica e la filosofia e l’arte greca. L’unione di queste due fonti così differenti l’una dall’altra contrassegna l’inizio della nostra epoca culturale e da quell’unione, direttamente o indirettamente, è scaturito tutto ciò che informa i veri valori della vita dei nostri giorni. La nostra lotta per preservare tali tesori contro le attuali forze della tenebra e della barbarie non potrà allora che dirsi vincente… Noi ebrei dovremmo essere e rimanere portatori e difensori dei valori spirituali…» (A. Einstein, Pensieri, idee, opinioni, Newton 2004, p. 227).

Dinnanzi alla Jewish Accademy of Sciences, nel 1936, citando l’episodio biblico della danza idolatrica attorno al vitello d’oro, Einstein afferma: «Dobbiamo tenerci saldi a quell’atteggiamento spirituale nei confronti della vita», fuggendo «quell’adesione totale alle mete materiali ed egoistiche che oggigiorno minaccia il giudaismo» (A. Einstein, Pensieri, idee, opinioni, Newton 2004, p. 30). Nell’aprile 1938, a circa 60 anni, il fisico tedesco scrive: «Essere ebreo significa anzitutto accettare e seguire nella pratica quei fondamenti di umanità proposti nella Bibbia, fondamenti senza i quali nessuna sana e felice comunità di uomini può esistere» (A. Pais, Einstein è vissuto qui, Bollati Boringhieri 1995, p. 243). Un anno dopo, il 19 maggio 1939, ammonisce «un ritorno a una nazione nel senso politico del termine equivarrebbe all’allontanamento della nostra comunità dalla spiritualizzazione di cui siamo debitori al genio dei nostri profeti» (A. Einstein, Pensieri, idee, opinioni, Newton 2004, p. 223).

Sempre in tale anno, annota: «I più alti principi su cui si fondano le nostre aspirazioni e i nostri giudizi ci vengono dalla tradizione religiosa giudaico-cristiana. Non c’è spazio in tutto ciò per la divinizzazione di una nazione, di una classe, e meno che mai di un individuo. Non siamo tutti figli di uno stesso Padre, come si dice in linguaggio religioso? In effetti nemmeno la divinizzazione dell’umanità, come totalità astratta, rientrerebbe nello spirito di tale ideale. È solo all’individuo che viene data un’anima. E l’alto destino dell’individuo è servire piuttosto che dominare o imporsi in qualsiasi altro modo» (A. Einstein, Pensieri, idee, opinioni, Newton 2004, p. 26).

In questi anni, dunque, si moltiplicano nei discorsi pubblici di Einstein i riferimenti biblici ed evangelici. Il 22 marzo 1939, in coincidenza allo scoppio con la seconda guerra, il padre della Relatività afferma: «In passato eravamo perseguitati malgrado fossimo il popolo della Bibbia; oggi, invece, siamo perseguitati proprio perché siamo il popolo del Libro. Lo scopo non è solo sterminare noi, ma insieme a noi distruggere anche quello spirito, espresso nella Bibbia e nel Cristianesimo, che rese possibile l’avvento della civiltà nell’Europa centrale e settentrionale. Se questo obiettivo verrà conseguito, l’Europa diverrà terra desolata. Perché la vita della società umana non può durare a lungo se si fonda sulla forza bruta, sulla violenza, sul terrore e sull’odio» (A. Einstein, Pensieri, idee, opinioni, Newton 2004, p. 26). E’ evidente, dunque, che «l’Einstein maturo critica apertamente, benché implicitamente, il darwinismo sociale, l’idea secondo cui la vita morale dell’uomo si risolve, come nelle bestie, nell’obbedire all’istinto di sopravvivenza e nel partecipare alla lotta per la sopravvivenza del più forte; rinnega del tutto il determinismo tipico dell’evoluzionismo di stampo materialista e panteista ed afferma la libertà, contro il “fato crudele”, contro l’idea dell’uomo figlio dei suoi geni e della sua biologia, dell’inconscio, del determinismo materialistico, e di tutte le moderne riproposizioni del Fato e della Necessità antichi» (F. Agnoli, Filosofia, religione e politica in Albert Einstein, ESD 2015, p. 119).

Per il celebre scienziato è un momento di messa in discussione delle sue visioni. Già dopo il 1933 cambierà infatti idea sul pacifismo, da cui se ne distaccherà: di fronte all’avanzare dell’esercito del male (il nazismo) non si può stare fermi, ci può invece essere spazio per una guerra “giusta”, quella di difesa, e se necessario di offesa, contro chi vuole schiavizzare l’umanità. Così, si spende per scongiurare il rischio che l’invenzione della bomba atomica possa generare una catastrofe mondiale ma, come già detto, senza lasciarsi «coinvolgere nei movimenti che si dichiarano pacifisti, ma che agiscono, in verità, sotto l’ombrello sovietico, e che dietro la parola “pace” nascondono altri scopi» (F. Agnoli, Filosofia, religione e politica in Albert Einstein, ESD 2015, p. 100).

In una lettera del 1945, Einstein definisce le costanti di natura «numeri genuini che Dio ha dovuto scegliere arbitrariamente, per così dire, quando si degnò di creare questo mondo» (I. e G. Bogdanov, I cacciatori di numeri, Piemme 2012, p. 40). Sempre, però, si tratta di un Dio non personale, che rifiuterà per tutta la sua vita. Come scrisse all’amico Guy Raner, nel 1949: «Ho ripetutamente detto che a mio parere l’idea di un Dio personale è puerile. Potete definirmi un agnostico, ma non condivido lo spirito di crociata dell’ateo di professione il cui fervore è in gran parte dovuto a un doloroso atto di liberazione dalle catene dell’indottrinamento religioso ricevuto in gioventù. Preferisco un’attitudine di umiltà corrispondente alla debolezza della nostra comprensione intellettuale della natura e del nostro stesso essere».

In una famosa lettera del 1952 a un amico, Einstein esprime la sua totale lontananza da una visione atea dell’esistenza, seppur chiarisce allo stesso tempo l’impossibilità di conoscere tale “dio”, rimanendo  dunque distante anche dalla visione cristiana: «Caro Solovine […]. Lei trova strano che io consideri la comprensibilità della natura (per quanto siamo autorizzati a parlare di comprensibilità), come un miracolo o un eterno mistero. Ebbene, ciò che ci dovremmo aspettare, a priori, è proprio un mondo caotico del tutto inaccessibile al pensiero. Ci si potrebbe (di più, ci si dovrebbe) aspettare che il mondo sia governato da leggi soltanto nella misura in cui interveniamo con la nostra intelligenza ordinatrice: sarebbe un ordine simile a quello alfabetico, del dizionario, laddove il tipo d’ordine creato ad esempio dalla teoria della gravitazione di Newton ha tutt’altro carattere. Anche se gli assiomi della teoria sono imposti dall’uomo, il successo di una tale costruzione presuppone un alto grado d’ordine del mondo oggettivo, e cioè un qualcosa che, a priori, non si è per nulla autorizzati ad attendersi. È questo il “miracolo” che vieppiù si rafforza con lo sviluppo delle nostre conoscenze. È qui che si trova il punto debole dei positivisti e degli atei di professione, felici solo perché hanno la coscienza di avere, con pieno successo, spogliato il mondo non solo di Dio, ma anche dei miracoli. Il fatto curioso è che noi dobbiamo accontentarci di riconoscere “il miracolo” senza che ci sia una via legittima per andare oltre. Dico questo perché Lei non creda che io – fiaccato dall’età – sia ormai facile preda dei preti» (A. Einstein, Opere scelte, a cura di E. Bellone, Bollati Boringhieri 1988, pp. 740-741). Concetto ribadito in un’altra riflessione: «Io non sono ateo e non penso di potermi chiamare panteista. Noi siamo nella situazione di un bambino piccolo che entra in una vasta biblioteca riempita di libri scritti in molte lingue diverse. Il bambino sa che qualcuno deve aver scritto quei libri. Egli non conosce come. Il bambino sospetta che debba esserci un ordine misterioso nella sistemazione di quei libri, ma non conosce quale sia. Questo mi sembra essere il comportamento dell’essere umano più intelligente nei confronti di Dio. Noi vediamo un universo meravigliosamente ordinato che rispetta leggi precise, che possiamo però comprendere solo in modo oscuro. I nostri limitati pensieri non possono afferrare interamente la forza misteriosa che muove le costellazioni» (D. Brian, Einstein a life, 1996, p. 127; M. Jammer, Einstein and Religion: Physics and Theology, Princeton University press 1999, p. 48).

Da diverso tempo Einstein ama recarsi in Italia, fermandosi nella zona di Fiesole (Toscana) al convento di San Francesco, dove approfondisce l’amicizia con alcuni francescani, tra cui il frate portinaio Clementino e padre Odorico Caramelli, musicista. Con quest’ultimo, in particolare, il fisico manterrà un rapporto epistolare anche negli ultimi anni di vita. L’amicizia di Einstein con i francescani di Fiesole coinvolge altri familiari dello scienziati, sopratutto Margot Einstein, la figliastra prediletta, che gli resterà a fianco sino alla fine dei suoi giorni. Margot è una scultrice, e nel 1955, anno della morte del padre Albert, invia al convento di Fiesole una statua della Madonna (foto a destra), da lei scolpita. Allegati i saluti di Albert al padre Caramelli: «Auguri di ogni bene per il 1955».

Il 18 ottobre 1960, padre Caramelli ha così ricordato la sua amicizia con Einstein durante un’intervista con il giornalista Alberto Maria Fortuna: «Einstein? L’ho conosciuto qui, tanti anni fa. Candido. Come un bambino. Umilissimo, di una umiltà naturale e spontanea. E se pure non era cattolico, andava volentieri in chiesa perché gli piaceva stare con Dio, in cui credeva. È venuto spesso a San Francesco. Prima mi ascoltava suonare, poi si decise e portò un violino e, strimpellando come sapeva fare lui, si faceva accompagnare da me all’organo. Di notte scendeva nel bosco del convento, e, seduto sul muricciolo della cisterna etrusca, suonava alla luna. Una volta, dopo che lo ebbi accompagnato in una Sonata di Bach, si commosse tanto che mi buttò le braccia al collo, quasi in pianto» (Due frati francescani da ricordare. Padre Caramelli, Fra Clementino, Fiesole 1972, pp. 43-44).

Cinque anni prima di morire, Einstein scrive qualcosa di inedito: si riferisce a Dio chiamandolo “Lui”, dandogli perciò una precisa fisionomia e contraddicendo sia la visione di Spinoza che il suo costante rifiuto ad un Dio antropomorfico. In una lettera datata 15 aprile 1950, destinata al suo vecchio amico italiano Michele Besso, il celebre fisico affronta diverse tematiche, tra cui quella religiosa. E così scrive Einstein: «C’è una cosa che ho imparato nel corso della lunga vita: è diabolicamente difficile avvicinarsi a “Lui”, se non si vuole rimanere in superficie».

 

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CONCLUSIONE

Abbiamo cercato di suddividire la vita di Albert Einstein in tre fasi, provando a tracciare il percorso -spesso contraddittorio- del suo pensiero filosofico e religioso. Dal giovane fisico antimaterialista alla voce che richiama la necessità di ripresa dei valori evangelici di fronte alle dittature atee. Senza mai diventare cristiano. Dal netto rifiuto di un Dio personale, al suo definirsi “agnostico” ma anche “credente”, passando per Spinoza e Dostoevskji. Poco prima di morire, abbiamo visto, arriva a scrivere di un Dio personale, un “Lui” (“Him”).

In generale, commenta il saggista Francesco Agnoli, «il grande fisico professerà per lo più, in modo non sempre chiaro, la fede non in un Dio personale, ma in una sorta di Dio sovrapersonale, in una Intelligenza ordinatrice del cosmo, muovendosi ambiguamente, in modo non risolutivo, non definito, tra il Dio di Spinosa, il deismo e il Dio biblico» (F. Agnoli, Filosofia, religione e politica in Albert Einstein, ESD 2015, p. 213). La non linearità del pensiero di Einstein è confermata dal noto teologo Thomas F. Torrance, dell’Università di Edimburgo: «Quale significato intendeva Einstein quando si riferiva a Dio come “intelligenza cosmica” e “magnificenza della ragione incarnata nell’esistenza” o, riferendosi ad un’espressione del Talmud, “the Old man”? Egli non fu sempre coerente e quindi non è facile afferrare precisamente cosa intendesse dire. Ma sembra chiaro che egli concepiva Dio come il definitivo fondamento spirituale di tutto l’ordine razionale che trascende ciò con cui lo scienziato ha a che fare mediante le leggi naturali ma, diversamente dalla religione ebraico-cristiana, egli non lo pensava in modo “personale” o “antropomorfico”, cioè come un Dio ad immagine dell’uomo, ma in modo “sovrapersonale” (ausserpersönlichen) liberato dalle catene del “solo personale” (Nur-Persönlichen), cui lo legherebbe il desiderio della gente di soddisfare i propri bisogni».

Il teologo Giuseppe Tanzella-Nitti, scrive a proposito: «Siamo convinti che Einstein, di origine e cultura ebrea, ebbe esperienza di ciò che ragionevolmente potremmo chiamare “senso religioso”, come senso di dipendenza dall’Assoluto e percezione dei fondamenti dell’essere, sebbene non fu in grado in tematizzarlo in modo coerente, anche quando ritenne di poterlo fare. Alcuni fattori giocarono un ruolo importante nell’impedire una sintesi matura della sua nozione di Dio. In primo luogo vi giocò l’idea che la tradizione religiosa ebraico-cristiana, di cui apprezzava il ruolo sociale e il valore umano, fosse depositaria di una visione antropomorfa di Dio che egli riteneva (giustamente) incompatibile con quel logos che intravedeva nascosto nelle pieghe della comprensibilità del mondo. In secondo luogo, Einstein mostrò a nostro avviso un’eccessiva dipendenza da una interpretazione positivista dello sviluppo della religione, dalla quale non riuscì mai ad emanciparsi del tutto. Tale interpretazione coesisteva in lui con una visione kantiana dell’idea di religione, come traguardo razionale di una umanità spiritualmente matura». L’ateo più famoso del mondo, il filosofo Anthony Flew (poi convertitosi al deismo), si è lamentato con gli “atei di professione”, come Richard Dawkins, per la loro non sincerità: «la complessità integrata del mondo fisico ha portato Einstein a credere che dev’esserci una Intelligenza divina dietro a ciò». Il fisico Angelo Tartaglia, docente al Politecnico di Torino, ha scritto: «Fra gli scienziati, l’idea di un ente supremo non personale trova un qualche seguito. Valga in primis l’esempio di Albert Einstein» (A. Tartaglia, La luna e il dito. Viaggio di un fisico tra scienza e fede, Lindau 2009, p. 156).

Il suo biografo più autorevole, Walter Isaacson, a sua volta ha confermato: «Per tutta la vita respinse l’accusa di essere ateo. A differenza di Freud, Russell o di G.B. Shaw, Einstein non avvertì mai l’esigenza di denigrare coloro che credono in Dio; anzi, tendeva piuttosto ad attaccare gli atei […]. In effetti Einstein tendeva a essere più critico verso gli scettici, che sembravano privi di umiltà e di senso di meraviglia, che verso i credenti» (W. Isaacson, Einstein. La sua vita, il suo universo, Mondadori 2008, p. 376). La sua visione di Dio era in coerenza non con cammino religioso, ma con quello che l’Universo da sempre gli suggeriva: «Osservando tale armonia del cosmo che io, con la mia mente umana limitata, sono in grado di riconoscere, ci sono ancora persone che dicono che Dio non esiste. Ma ciò che mi fa davvero arrabbiare è che sostengono che io supporti tale punto di vista» (citato da Prinz Hubertus zu Löwenstein, Towards the Further Shore: An Autobiography, Victor Gollancz 1968, p. 156).

Per Alexander Moszkowski, autore di una biografia basata su conversazioni con Einstein, «la musica, la natura e Dio si mescolavano in lui in un complesso di sentimenti, in un’unità morale, la cui impronta non svanì mai» (W. Isaacson, Einstein. La sua vita, il suo universo, Mondadori 2008, p. 20). Certamente la sintesi del teologo Giuseppe Tanzella-Nitti è quella più convincente: «Classificare lo scienziato tedesco come panteista o come deista può risultare forse comodo al filosofo frettoloso, ma non darebbe ragione delle aspirazioni più profonde che lo animarono. E il teologo perderebbe una buona occasione per riflettere su quale immagine di Dio sia accessibile da un soggetto che si occupa di ricerca scientifica ma non possiede le risorse adeguate per porla in relazione con il vero contenuto della Rivelazione. Una più stretta relazione fra questi due mondi, ad esempio, avrebbe consentito ad Einstein di chiarire l’infondatezza dei suoi timori circa l’antropomorfismo del Dio cristiano e di meglio compredere l’autenticità della vita morale nata da questa tradizione religiosa. Le lettere degli ultimi anni della sua vita tornano frequentemente sul tema di Dio, nominandolo come di passaggio e con tono quasi confidenziale — il grande vecchio, colui che conosce i segreti del mondo, ecc. Riteniamo lo facciano al di là del puro espediente retorico, probabilmente manifestando la nostalgia, ma anche la necessità, di riferirsi all’Assoluto come Qualcuno e non solo come razionalità impersonale. “Una cosa ho imparato in questa lunga vita — scriverà a Michele Besso il 15 aprile del 1950 —: non volendo rimanere in superficie, è maledettamente difficile avvicinarsi a Lui”».

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