Teologo musulmano: «Dopo Ratisbona, l’Islam non ha fatto autocritica»
- Ultimissime
- 12 Set 2026

Ahmad Milad Karimi, teologo e filosofo musulmano, torna sul celebre discorso di Ratisbona: la salutare sfida di Benedetto XVI all’Islam resta attuale.
A vent’anni esatti dal discorso di Ratisbona, un teologo musulmano riapre la questione.
La celebre lezione di Benedetto XVI fu una delle più lette e discusse, da molti viene ancora definita un “infelice inciampo”.
Ma Ahmad Milad Karimi non sembra condividere questo giudizio, anzi: la reazione del mondo musulmano si sarebbe fermata alla protesta, senza trasformarsi in una seria autocritica teologica.
Milad Karimi è filosofo, islamologo e teologo afghano, docente di Filosofia islamica all’Università di Münster.
E’ intervenuto sulle pagine della rivista teologica Communio in occasione del ventesimo anniversario del discorso di Ratisbona, pronunciato il 12 settembre 2006.
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Le reazioni dopo Ratisbona
Il punto centrale della riflessione riguarda proprio ciò che, secondo Karimi, è mancato dopo Ratisbona.
La citazione ratzingeriana di un passaggio del dialogo tra l’imperatore bizantino Manuele II Paleologo e un interlocutore musulmano provocò fortissime reazioni in numerosi Paesi islamici, con manifestazioni e violenze.
Benedetto XVI chiarì successivamente che quelle parole non rappresentavano una sua personale valutazione del Corano, ma erano state utilizzate per introdurre la questione del rapporto tra fede e ragione.
Per Karimi, tuttavia, quella controversia avrebbe potuto diventare l’occasione per affrontare alcune questioni teologiche decisive.
Invece, osserva, «sul versante musulmano prevalse il rifiuto di una rappresentazione percepita come offensiva e riduttiva», mentre sul versante cristiano prevalse la difesa o la spiegazione della posizione di Benedetto XVI.
Tra i primi a difendere Benedetto XVI vi fu l’allora card. Prevost, come UCCR ha documentato.

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Le domande senza risposta
Per Ahmad Milad Karimi, tuttavia, sia le reazioni cristiane che quelle musulmane, pur essendo comprensibili, non furono sufficienti.
La domanda lasciata da Ratisbona riguardava invece l’Islam stesso: come intendere la rivelazione coranica? Come conciliare la trascendenza e l’assoluta libertà di Dio con la distinzione tra libertà divina e arbitrio? E quale rapporto deve esistere tra fede e ragione?
E ancora: che cosa significa l’esistenza di una religione abramitica successiva al cristianesimo?
Il teologo islamico affronta direttamente anche uno dei nuclei della lectio magistralis.
Ratzinger aveva contrapposto la concezione cristiana di Dio come Logos a una concezione nella quale Dio, essendo assolutamente trascendente, non sarebbe vincolato nemmeno dalla razionalità.
Karimi non accetta questa lettura dell’Islam, sostenendo che la trascendenza divina non significhi distanza o arbitrio. Secondo lui, il Dio islamico è contemporaneamente trascendente e vicino all’uomo.
Al di là di ciò, è interessante che il teologo non si limiti a difendere l’Islam ma riconosca che la teologia musulmana deve comunque spiegare perché la sovranità assoluta di Dio non conduca a un modello di volontà imprevedibile o arbitraria.

L’Islam: il problema della violenza
Infine, il teologo concede esplicitamente un punto fondamentale a Benedetto XVI.
Una fede imposta con la violenza è una contraddizione, perché la fede richiede libertà.
Pur ricordando che il Corano contiene il principio «non c’è costrizione nella religione», formula una critica significativa: «Questi versetti non esimono la teologia musulmana dal confrontarsi con la violenza religiosamente legittimata».
E riferirsi «alle colpe del cristianesimo», osserva ancora, «non risponde alla questione relativa alla propria tradizione». Infatti «ogni religione deve verificare quali interpretazioni delle proprie fonti limitino la violenza e quali invece la favoriscano».

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Una lezione che resta attuale
È precisamente qui che Karimi vede la grande occasione mancata.
Il discorso di Ratisbona avrebbe potuto finalmente spingere la teologia musulmana a un esame critico della propria tradizione, anziché limitarsi a respingere le parole del Papa.
Altro che inciampo o uscita infelice!
Vent’anni dopo, la lezione ratzingeriana di Ratisbona rimane aperta: soprattutto per le domande che il suo discorso ha e avrebbe potuto suscitare all’interno del mondo islamico (e cristiano).












4 commenti a Teologo musulmano: «Dopo Ratisbona, l’Islam non ha fatto autocritica»
Il lucido commento del teologo Ahmad Milad Karimi ha il grande merito di riportare al centro del dibattito il vero nucleo della Lectio magistralis di Benedetto XVI a Ratisbona: il rapporto intrinseco e indissolubile tra la fede e il Logos (la ragione).
La resistenza dell’Islam istituzionale a compiere quell’autocritica invocata da Ratzinger non è una semplice questione di “orgoglio geopolitico”, ma affonda le sue radici in un nodo filosofico che stringe l’umanità fin dall’antichità classica. Si tratta del celebre “Dilemma di Eutifrone” posto da Platone: «Il santo è caro agli dei perché è santo, o è santo perché è caro agli dei?». Trasposto nella teologia monoteista, il dilemma si traduce in una domanda fondamentale: un’azione è buona perché possiede una sua intrinseca, oggettiva razionalità, o è buona semplicemente perché Dio la vuole?
Laddove prevale il volontarismo teologico (secondo cui la volontà divina precede e supera la ragione), Dio diventa puro arbitrio. Se Dio è pura volontà sganciata dal Logos, l’uomo perde la capacità di comprendere il bene attraverso le proprie facoltà intellettive. Al contrario, difendere la portata dell’argomentazione di Ratzinger significa riaffermare che la ragione umana ha la capacità e il dovere di individuare i principi universali e non negoziabili (la legge morale naturale), i quali vincolano l’agire umano e fanno da argine a qualsiasi pretesa teocratica o violenta in nome di Dio.
Tuttavia, l’aspetto più formidabile e profetico del discorso di Ratisbona – che il mondo intellettuale fa ancora fatica a digerire – è che questa non è una lezione rivolta esclusivamente al mondo islamico. Al contrario, essa rappresenta un monito severissimo per l’Occidente postmoderno.
La nostra civiltà ha imboccato la strada di una ragione secolare, funzionalista, positivista e relativista. Nel tentativo di emanciparsi da ogni assoluto religioso, l’Occidente ha finito per compiere l’errore speculare all’estremismo fideista. Se l’assolutismo teocratico fagocita la ragione in nome di un decreto divino insindacabile, il nichilismo occidentale riduce la ragione a mero calcolo utilitaristico, svuotandola della capacità di conoscere la verità oggettiva sulle cose e sull’uomo.
Ci troviamo così di fronte a una perfetta coincidenza degli opposti:
L’assolutismo teocratico dice: “Non esiste la ragione, esiste solo il potere della volontà di Dio”.
Il relativismo occidentale dice: “Non esiste una verità oggettiva, esistono solo i desideri individuali e i rapporti di forza tecnocratici”.
La ragione secolare contemporanea è, in questo senso, l’esatto specchio tellurico dell’assolutismo teocratico. Entrambi i sistemi, infatti, rifiutano l’idea che esista un ordine razionale comune a tutti gli uomini, accessibile attraverso il pensiero. Quando viene meno questo terreno comune (il Logos), l’unico criterio rimasto per stabilire ciò che è giusto diventa la forza: quella del decreto dottrinale da una parte, o quella della maggioranza politica e del potere tecnocratico dall’altra (la “dittatura del relativismo” di cui parlava lo stesso Ratzinger).
Il mancato esame di coscienza dell’Islam sulla violenza e sulla ragione cammina di pari passo con il mancato esame di coscienza dell’Occidente sulla propria cecità spirituale ed etica. Rileggere Ratisbona oggi significa comprendere che solo salvando la ragione – restituendole la sua ampiezza e il suo legame con la Verità – l’umanità può salvarsi sia dal fanatismo della fede senza ragione, sia dal cinismo della ragione senza fede.
Addendum a completamento del mio commento precedente:
Per comprendere l’urgenza di quanto espresso, è necessario tradurre l’astrazione filosofica in dati storici concreti. L’Occidente contemporaneo rappresenta un’eccezione antropologica assoluta: siamo la prima generazione nella storia umana ad aver tentato una secolarizzazione di massa, recidendo ogni legame con il sacro e con una legge morale oggettiva. Tuttavia, questa “emancipazione” si sta rivelando una via verso l’estinzione biologica e culturale, ponendoci in netto svantaggio rispetto a civiltà come quella islamica, che conservano una forte spinta demografica e identitaria.
Le conseguenze di una ragione puramente funzionalista, orfana del Logos, si manifestano chiaramente su due fronti drammatici:
La dissoluzione antropologica e demografica: Gli esiti deteriori della rivoluzione sessuale (iper-individualismo, atomizzazione familiare, crollo della natalità, epidemia di malattie mentali e abuso di sostanze) hanno trasformato la libertà in sterile isolamento. Una civiltà che non fa più figli è una civiltà che ha smesso di credere nel proprio futuro.
Il totalitarismo tecno-scientifico: Dalla scissione nucleare fino alle odierne quattro rivoluzioni industriali, la tecnica ha cessato di essere uno strumento al servizio dell’uomo. La minaccia più temibile è oggi rappresentata dalla convergenza NBIC (Nanotecnologie, Biotecnologie, Information Technology e Scienze Cognitive). Senza l’ancoraggio ai “principi non negoziabili”, la scienza perde i suoi confini etici e scivola verso derive transumaniste, con il rischio concreto di riprogettare, manipolare e infine annullare la stessa natura umana.
Questo scenario svela l’intuizione profonda di Ratzinger a Ratisbona. Il dramma dell’Occidente non è solo l’incapacità di dialogare con il mondo islamico, ma l’impossibilità di difendere se stesso. Se l’estremismo teocratico annulla l’uomo in nome di un decreto divino cieco, il nichilismo tecnologico occidentale lo annulla in nome di un’efficienza funzionale cieca. Salvaguardare la ragione – nella sua interezza etica e spirituale – non è più solo una disputa filosofica, ma una questione di pura sopravvivenza.
Eppure, proprio nel momento in cui l’Occidente sembra correre verso la propria dissoluzione, l’orizzonte non resta privo di una solida speranza. Laddove la geopolitica e la sociologia vedono solo un declino inevitabile, la prospettiva della fede riconosce l’azione misteriosa ma reale della Provvidenza attraverso la Chiesa e i segni celesti che costellano la nostra epoca.
Le grandi apparizioni mariane degli ultimi due secoli (da Lourdes a Fatima, Garabandal, Montichiari, Ghiaie e Medjugorje) hanno profeticamente anticipato i drammi della modernità secolarizzata e totalitaria, ma lo hanno fatto offrendo sempre un’ancora di salvezza. Maria si mostra nella storia non per incutere terrore, ma per richiamare l’umanità alla conversione, alla preghiera e al primato di Dio. La promessa divina racchiusa in questi messaggi – culminante nel profetico messaggio di Fatima (un’apparizione profetica, non devozionale, secondo il Cardinale Caffarra): «Il mio Cuore Immacolato trionferà» – ci assicura che il nichilismo e la manipolazione tecno-scientifica dell’umano non avranno l’ultima parola.
La Chiesa Cattolica, nonostante le sue fatiche storiche e le persecuzioni culturali, rimane l’unico vero baluardo universale a difesa del Logos e della dignità umana, dal concepimento alla morte naturale. Essa custodisce l’alleanza tra fede e ragione, impedendo che l’uomo venga ridotto a mero ingranaggio biologico della convergenza NBIC o a suddito di un arbitrio teocratico o, comunque, di una teologia politica (comune anche al neoimperialismo messianico russo e all’estremismo induista e sionista). Questa speranza non è un pio desiderio, ma la certezza che la Verità sull’uomo, custodita da Cristo, è destinata a risorgere anche dalle macerie della prima civiltà interamente secolarizzata.
Non è una questione di “mancata autocritica”, è proprio una mancata risposta a due questioni fondamentali:
Non rispondono perché sanno bene che la risposta onesta è “no”.