Romano Guardini disse “no” alla pena di morte: priva di fondamenta

Nel 2016 è stata avviata la causa di beatificazione di Romano Guardini, già definito giustamente un moderno “padre della Chiesa”. Il teologo tedesco si è occupato anche della questione riguardante la pena di morte, ultimamente tornata d’attualità in area cattolica dopo il giudizio di inammissibilità totale voluto da Papa Francesco.

Già anticipiamo che Guardini sarebbe pienamente d’accordo con Bergoglio, il quale ha semplicemente reso categorico ciò che era logicamente sottinteso nel Catechismo grazie alla totale chiusura dei suoi predecessori («la pena di morte è crudele ed inutile», disse San Giovanni Paolo II), con l’intenzione di rendere più solida la posizione del “favor vitae” della Chiesa.

Sul problema della reintroduzione della pena di morte è il titolo dello scritto di Guardini, reso noto dal teologo Andrea Grillo, docente al Pontificio Ateneo S. Anselmo. Il suo giudizio è illuminante e fuori dagli schemi. I difensori della pena di morte, scrive, partono da un presupposto metafisico-religioso: un giudizio sulla vita o sulla morte può essere pronunciato solo da uno Stato che si riconosca una autentica autorità. Non come esercizio di una funzione dell’ordinamento, ma come «rappresentante dell’autorità in quanto tale, dunque della autorità di Dio e della sua maestà».

Per Guardini questo modo di difendere la pena di morte non deriva da motivi dispotici o sadici, «ma dalla stessa radice da cui deriva l’amore, cioè dalla convinzione che l’esistenza è determinata personalmente, in ultima istanza dalla personalità assoluta di Dio». E’ valida in caso di “autorità legittima”, il problema è che non esiste più uno Stato con tale autorità divina, con questo “peso ontologico” e perciò il rapporto con la pena di morte diventa o utilitaristico o criminale. Così la sua reintroduzione è per lui priva di fondazione autentica. Un “eretico” quindi, come il tradizionalista Roberto De Mattei ha scioccamente bollato gli oppositori della pena di morte.

Guardini, spiega Grillo, «partecipa già del mondo nuovo e pertanto sa che le condizioni culturali, sociali e storiche non permettono più di comprendere ciò che “fonderebbe” la pena di morte in modo giustificato». Il suo pensiero è tradizionale ma «diventa tradizionalismo nel mondo tardo-moderno. Guardini è, sulla pena di morte, affascinato dalla tradizione, ma in modo non tradizionalistico. In modo singolare, ma efficace, sa di non poter semplicemente argomentare in modo “astratto”, come fanno i tradizionalisti. Se potessimo trovare solo un decimo della lucidità di Guardini, oggi, tra le schiere di coloro che si scandalizzano per la riformulazione del CCC sulla pena di morte! Da lui, se lo hanno letto, hanno imparato solo la nostalgia. Che Guardini sapeva signoreggiare e tenere al suo posto, mentre i tradizionalisti lasciano ad essa, con risentimento, di coprire tutto il campo della questione, senza prestare più alcuna attenzione né alla storia che cambia né alla cultura che si sviluppa».

L’atto di Papa Francesco è «in continuità con il magistero di Giovanni Paolo II e di Papa Benedetto», ha spiegato mons. Rino Fisichella, stretto collaboratore di Papa Ratzinger, che lo mise alla guida del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, da lui creato. C’è un cambio di prospettiva: «l’obiettivo non è più la difesa delle persone; non perché questo non rimanga come un principio fondamentale nella morale cattolica ma in quanto è superato dai nuovi sistemi anche di detenzione che hanno a disposizione gli Stati democratici e non. Adesso, la prospettiva è quella della dignità della persona. Quello che Papa Francesco fa compiere è il superamento di una visione restrittiva perché dice che a nessuno può essere tolta la possibilità di una riabilitazione, quindi di una reintegrazione, anche nel tessuto sociale». Non c’è rottura con la tradizione perché «la tradizione, se non è viva, se non è mantenuta viva da un magistero sempre vivo, come insiste la Dei Verbum, la Costituzione dogmatica sulla Rivelazione, non è più la tradizione. Quindi penso che siamo davanti a una considerazione notevole, importante. Si compie un passo veramente decisivo che aiuterà anche l’impegno dei cattolici nella vita sociale e politica dei propri Paesi».

La redazione

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Un commento a Romano Guardini disse “no” alla pena di morte: priva di fondamenta

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  1. Sisco ha detto

    Premesso che in certe questioni non si tratta tanto di progresso e di modernità, una cosa va detta prima di tutto e cioè che in fatti come la pena di morte non si può scegliere; da sempre praticamente vale il detto che di spada ferisce di spada perisce per cui che ci sia o meno uno Stato ad applicarla, la pena di morte vale a prescindere. Il fatto qui non è tanto l’applicabilità di un dato di fatto quanto la realtà, che è sempre altra, dell’imputato nei tribunali di stato. Generalmente questo non è colpevole di nulla se non del suo essere inconsapevole. Le condanne vertono sempre sull’innocenza dell’imputato, mai sulla sua colpevolezza, ché infatti, salvo rari casi, viene accertata. Che ci sia dunque la pena di morte, presupposto di questa esistenza è la capacità della corte di accertare la verità, cosa quasi mai garantita se non nei romanzi legal thriller. Il senso di essa è fondato su questa supposta capacità che però, come l’ultimo film di Polansky, è data sulle prove, che se ci fossero e fossero fondate giustificherebbero tutto.

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