L’ateismo cala nel Regno Unito, ma i cristiani sono secolarizzati

atei inghilterraAteismo in Inghilterra. Secondo un sondaggio citato dal “Times” nel 2018 si è confermata la diminuzione dei non credenti inglesi, i cristiani rimangono stabili e crescono gli “spirituali”. Il lucido giudizio del prof. Oliver Roy.

 

L’ateismo è in declino in Gran Bretagna. Una notizia che getta dubbi sulla prevedibilità della storia e illumina invece la verità che il cammino umano del mondo è più ciclico o punteggiato che lineare. Cioè, i fenomeni storici non sono mai irreversibili.

La notizia è apparsa sul Times, il principale quotidiano del Regno Unito, ed il sondaggio è stato svolto da YouGov. La percentuale di non credenti è costantemente scesa dal 38% del 2016 al 36% nel 2017 fino al 33% nel 2018, al contrario, i credenti in Dio sono rimasti stabili al 29%, mentre la proporzione di agnostici è salita dal 12 al 14%, assieme ai credenti in un “potere spirituale”: dal 23 al 24%. Il sondaggio ha rilevato anche un leggero aumento del numero di persone che afferma di rivolgersi a Dio con la preghiera.

 

Inghilterra: calano gli atei, aumentano i “credenti” e gli “spirituali”.

Sommando i risultati, la percentuale di “credenti” è del 53%, quella di non credenti è del 33% e gli agnostici sono il 14%. Tra gli altri dettagli interessanti c’è il calo di persone che non frequenta “mai” la chiesa (escludendo matrimoni e funerali), passato dal 63% nel 2016, al 61% nel 2017, 56% nel 2018 e coloro che dicono di essersi recati a Messa “diverse volte l’anno” sono cresciuti dal 6 al 7%. Le cifre suggeriscono che nel 2018 il 39% ha partecipato saltuariamente alla liturgia, passando dal 36% nel 2017 e dal 34% nel 2016. Anche coloro che “non pregano mai” sono diminuiti dal 54% del 2017 al 50% del 2018. Per concludere, 83.000 nuovi fedeli si sono uniti alla Chiesa anglicana lo scorso anno rispetto ai 59.000 che se ne sono andati.

Numeri di forte impatto per uno degli Stati più secolarizzati dell’Europa ma che significano ben poco, come ha giustamente spiegato lo storico John Dickson, fondatore del Centre for Public Christianity: «gran parte delle persone inglesi e nel mondo, alla domanda se credono in Dio risponde di “no”, perché ascoltano quella parola e pensano solo al io giudeo-cristiano o forse al Dio islamico. Tuttavia ciò in cui credono è una specie di spirito universale che ha creato e ordinato tutto». Dickson si riferisce in particolare ad un sondaggio dell’anno scorso apparso su Pew Research Center nel quale si è scoperto che il 9% dei dichiarati “atei” (19% in totale) crede in realtà a un potere intelligente all’origine della realtà.

 

Olivier Roy: “i cristiani nominali accelerano la secolarizzazione”.

Un sondaggio utile per monitorare il fenomeno secolarizzazione ma che dice ben poco di più. Una delle più interessanti interviste degli ultimi tempi sul tema è quella realizzata alcuni giorni fa a Olivier Roy, professore di Scienze politiche all’Istituto universitario europeo di Firenze. «L’Europa continua a percepirsi come cristiana, ma a partire dal 1968 conosce un cambiamento antropologico importante che separa profondamente i valori della società da quelli del cristianesimo», ha spiegato il prof. Roy. «La vera scristianizzazione non è tanto il crollo della pratica quanto il riferimento ad una nuova antropologia centrata sul desiderio individuale, totalmente contrario al cristianesimo. In compenso, ed è il vero paradosso, in tutti i paesi, ad eccezione dell’Inghilterra, una maggioranza di europei continua a dirsi cristiana. Ma questo non ha più nulla a che fare con la fede. Si constata al contrario una ignoranza totale degli elementi di base del cristianesimo».

Dirsi “cristiani” infatti significa sempre più un’appartenenza nominale ad una tradizione fai-da-te, ad alcuni valori estrapolati, selezionati e costruiti su misura. Credenti in un dio che è solo una controfigura di quello cristiano, come hanno rilevato i sondaggi a proposito della maggioranza dei sostenitori del presidente “cristiano” Donald Trump: apprezzato dal 55% degli americani che “raramente” frequentano la Chiesa e dal 62% di coloro che non frequentano mai. Così il politologo ha analizzato il recente ritorno del “conservatorismo religioso” (Italia, USA, Brasile ecc.):

«La mia tesi è che coloro che rivendicano per sé un’identità cristiana senza riferirsi ai valori cristiani accelerano la scristianizzazione. Proprio coloro che vogliono promuovere le radici cristiane non predicano assolutamente un ritorno alla fede, loro stessi non sono praticanti. Questo non ha niente a che fare con la religione. I sostenitori del populismo sono molto lontani dai valori cristiani, anche loro sono figli del 68. Il populismo di oggi non è un ritorno all’ordine morale. Se riprende elementi di cultura cattolici, è per opporsi all’islam. Questo ha condotto gli episcopati, italiano, polacco o tedesco, a prendere le distanze dai partiti che chiedevano, ad esempio, di rimettere i crocifissi nei luoghi pubblici. E, in definitiva, la sua espulsione dallo spazio pubblico come religione. Oggi, la distanza tra la comunità di fede e la cultura è grande, è un divorzio. Benedetto XVI e Giovanni Paolo II sono stati molto chiari su questo, in Europa si vive una crisi culturale, molto più che una crisi religiosa. E certe religioni come il salafismo e l’evangelismo sfruttano questa de-culturazione generale. Il divorzio dalla cultura è molto più doloroso per il cattolicesimo».

Qualcosa di simile lo ha scritto recentemente anche il vescovo di Albano, mons. Marcello Semeraro, proprio commentato il lavoro di Oliver Roy: «Il continuare a dirsi cristiani da parte di una maggioranza di europei (e di ‘italiani’, ovviamente) ha un che di paradossale, non avendo più nulla a spartire con la fede. L’identità cristiana non è più la fede in Cristo ed ecco che proprio quanti dicono di volere promuovere le radici cristiane non predicano affatto un ritorno alla fede. Loro stessi non sono praticanti. Al massimo, sono abili propagandisti di una folklorizzazione del fatto religioso».

La redazione

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5 commenti a L’ateismo cala nel Regno Unito, ma i cristiani sono secolarizzati

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  1. delio ha detto

    ovvero:religiosi,non religiosi ma ne atei ne agnostici,agnostici e atei totali.4 grandi categorie.

    • delio ha detto in risposta a delio

      Leggere questi dati,per chi crede in Dio e per chi si sente Cristiano,non dico che sia confortante, ma piuttosto incredibile.
      Dopo decenni(almeno 50 anni) di una intensissima campagna contro coloro che credono in Dio da parte di certi filosofi,fisici,biologi,evoluzionisti,cultori delle neuroscienze,ecc.ecc.;
      con poca o pochissima reazione(“democratica” sia ben inteso) da parte di sacerdoti,teologi ecc. mi sembra quasi incredibile di leggere: “un calo dell’ateismo”;
      in Gran Bretagna !!!!e detto dal Times…..ps.Campagna contro i Credenti tuttora vivacissima(anche se un po’ spenta).

      • delio ha detto in risposta a delio

        In Italia, su le stesse basi culturali e scientifiche;propio emulando la Guerra ai Credenti iniziata dal filosofo Russell,decennio dopo decennio l’iperattivismo ateo-scientista filosofico
        ha colpito durissimo per mettere in serissimo dubbio la Fede religiosa.E francamente insufficiente la risposta delle Istituzioni Cristiane che molte volte si sono ritirate in uno stato “diplomatico”imbarazzante.Semmai fosse possibile apprezzare qualcuno(in difesa del Credo) ;evitando di citare Pontefici(al disopra della “competizione”) citerei solo il Prof.Zichicchi e il Cardinale Ravasi.Non meravigliamoci se poi la Gente fugge dalle Chiese.

  2. Sisco ha detto

    Divorzio dalla cultura… Qui c’è da intendersi: per divorziare da una persona bisogna essere sposati con quella persona, nel caso di una persona che ha cultura non è che uno la può lasciare, a meno che non gli prenda una malattia degenerativa dei neuroni, se ce l’ha se la terrà per tutta la vita! Certo può capitare anche il caso che una persona di cultura scopra il nihilismo e allora si che può abbandonare le sue nozioni per andare alla ricerca di altri mondi, ma questo non significa che le nozioni apprese scompaiano, semplicemente sono sottoposte al vaglio della critica. Invece “divorziare” dalla religione può succedere e, contrariamente a quanto crede l’articolista, è un processo irreversibile nonostante le statistiche. Se non si crede più e si è intrapreso un cammino di “liberazione” poi non si può tornare indietro anche se Gesù Cristo ci ha salvati, anzi proprio per quello!

  3. giuliano ha detto

    Le argomentazioni di Roy sono condivisibili. Eppoi esser cristiano non vuol dire dichiararsi tale ma piuttosto testimoniarne/praticarne la fede e l’etica come precisò Gesù in tempi non sospetti (cioè quando nacque tutto). Se non si mette in pratica l’Insegnamento esporsi come (presunti) cristiani è vuota categorizzazione interessante solo per la statistica antropologica.

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