Platinette, smetti di combatterti: non vincerai la tristezza con la parrucca

Il cuore delle persone che soffrono è sempre aperto, sincero. Non hanno tempo per le sottigliezze psicologiche ed il politicamente corretto. Forse è per questo che Mauro Coruzzi, quando si toglie le vesti pagliaccesche di Platinette, dice sempre qualcosa di interessante.

«Dietro il fenomeno mediatico», si legge su Gay.it (La vera storia di Platinette, 23/03/16), «c’è la schietta storia di una vita fatta di solitudine e desiderio di rivalsa, trascorsa nella ricerca sfrenata dell’eccesso per paura di fallire nella normalità. Dall’infanzia in famiglia, con una madre troppo amata e un padre assente» alla prostituzione, dal sesso adolescenziale alla droga, dall’omosessualità all’AIDS. «Una storia umana e personale, dai risvolti a tratti drammatici. Platinette ha affrontato il suo essere diverso indossando una maschera, una delle tante maschere che l’uomo indossa per nascondersi dalla società, per farsi accettare o, paradossalmente, per mostrarsi all’eccesso».

Il sito web omosessuale definisce con incredibile sincerità i travestiti (o Drag Queen) come uomini che indossano maschere per nascondersi dalla realtà. Senza riuscirci, oltretutto, poiché i problemi psicologici di confusione identitaria sono questioni serie e profonde e non spariscono mettendo una parrucca, bombardandosi di ormoni e amputandosi chirurgicamente i genitali. «Da ragazzino cambiavo già da allora identità con le cose che mi facevano sentire sicuro», afferma Coruzzi, indicando forse nell’insicurezza la fonte del sentirsi “diverso” (già è stato accennata l’assenza della figura paterna, sostituita da quella eccessiva della madre). Nega che la legge Cirinnà sulle unioni civili sia una conquista di civiltà: «Non lo è, perché io rifiuto questa brama di normalizzazione: è un orrore. Per gli omosessuali volere un figlio è soddisfare un desiderio egoistico».

In un’altra occasione ha ricordato il figlio che, assieme alla ex compagna, ha voluto abortire: «Se fosse nato oggi avrebbe avuto 42 anni e si sarebbero ritrovato un padre che esce vestito come una battona di quinta categoria. Io ho un’esistenza molto faticosa: sono un borderline. Non avendo una particolare inclinazione alla socievolezza, essendo un animale molto individualista e non capace di comunicare, non vorrei diventare un modello per nessuno». Parlavamo di sincerità totale e questa emerge al perché nella sua biografia, Tutto di me, parla di se stesso con forte disprezzo. «Non ho trovato amore per me stesso», replica Coruzzi, «Quando sento la frase “cerca di volerti bene” la prima risposta che mi do è “per quale motivo invece dovrei volermene”? Mi dica. Per quale motivo dovrei? Io combatto ogni giorno con me. Io sono il mio peggior nemico. Devo volermi talmente male da riuscire a vincermi».

Coruzzi appare come una ennesima vittima della società, che obbliga persone come lui, con un trascorso traumatico da cui è sfociata un’identità confusa, ad esibire tale diversità come fosse normalità, incrementando ancora di più la drammaticità della loro esistenza. Forse un buon suggerimento arriva da Matthew Attonley il quale, dopo aver cambiato chirurgicamente sesso per tentare di sembrare donna, ha chiesto al servizio sanitario americano di “riportarlo indietro”. «Ho sempre desiderato essere una donna, ma nessuna operazione chirurgia mi può dare un vero corpo femminile», ha affermato«Mi sono reso conto che sarebbe stato più facile smettere di combattere il mio modo di guardarmi e accettare che sono nato naturalmente e fisicamente come uomo». Ovvero, come ha invitato Papa Francesco, «imparare ad accogliere il proprio corpo nella sua femminilità o mascolinità, necessario per poter», finalmente, «riconoscere sé stessi».

La redazione

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