Gli universi paralleli? Una congettura, ma può coesistere con la creazione divina

multiversoIl noto fisico inglese, Alan Lightman, ha ben sintetizzato la crisi che attanaglia il mondo della fisica teorica e della cosmologia da diversi decenni.

Preso atto del cosiddetto fine tuning, ovvero che «le forze di base e altri fondamentali parametri del nostro universo sembrano essere “messi a punto” per permettere l’esistenza della vita», la grande questione è naturalmente il motivo per cui tali parametri fondamentali sono/sembrano esattamente calibrati all’interno dell’intervallo necessario per permettere la vita umana.

«L’universo si preoccupa della vita?», si è domandato Lightman. «Il disegno intelligente è una risposta. In effetti, un discreto numero di teologi, filosofi e scienziati ha utilizzato il fine tuning e il principio antropico come prova dell’esistenza di Dio». Ma, secondo il fisico inglese, l’ipotesi del multiverso è un’altra valida risposta concorrente: «Se ci sono innumerevoli universi differenti con diverse proprietà, allora alcuni di questi universi permetteranno la nascita della vita e altri no. Di tutta la vasta gamma di possibili universi previsti dalle teorie, la frazione di universi che permetterebbe la vita è senza dubbio piccola. Ma questo non importa. Viviamo in uno degli universi che permette la vita, perché altrimenti non saremmo qui a porci tale domanda».

Questa seconda opzione sembra apparentemente più adeguata per il mondo scientifico, ma non è affatto così. Lightman è onesto: «Non c’è modo di poter dimostrare questa congettura. Questa incertezza turba i fisici che si stanno adeguando al concetto di multiverso. Non solo dobbiamo accettare che le proprietà di base del nostro universo sono accidentali e incalcolabili, ma dobbiamo anche credere nell’esistenza di molti altri universi. Inoltre non abbiamo modo di osservare questi altri universi e non siamo in grado di dimostrarne la loro esistenza. Così, per spiegare ciò che vediamo nel mondo e nelle nostre deduzioni mentali, dobbiamo credere in ciò che non siamo in grado di dimostrare». Lo stesso ha concluso recentemente l’astrofisico Geraint Lewis, professore presso l’University of Sydney: «Come abbiamo visto, ci aspettiamo che la stragrande maggioranza di questi universi sia una fredda pietra morta, incapace di ospitare la complessità e la vita in ogni tipo di forma. Per alcuni, l’immagine del multiverso è confortante poiché spiega il mistero del fine-tuning. Ma, allo stato attuale, non abbiamo idea se esista davvero questo immenso mare di universi, e sarà sempre al di là della portata di esperimenti e osservazioni. Se è così, la meditazione sul multiverso è più filosofica che scientifica».

Le cose stanno effettivamente così, il multiverso non è una spiegazione scientifica. Italo Mazzitelli, dell’Istituto Nazionale di Astrofisica, lo considera addirittura «un vero e proprio dogma di fede in campo scientifico» (I. Mazzitelli, E se Dio esistesse?, Gremese 2008, pag. 39). Va chiaramente detto che nemmeno l’ipotesi del disegno intelligente è da considerarsi scientifica, come giustamente scrive il fisico italiano Ugo Amaldi: «sia la risposta del Dio creatore che quella del Principio antropico applicato al Multiverso si collocano entrambe al di fuori dei confini del sapere scientifico» (U. Amaldi, in Complessità, evoluzione, uomo, Jaca Book 2011, p.16).

Il celebre cosmologo Edward Harrison ha tuttavia fatto notare: «La regolazione fine dell’universo fornisce prima facie una prova del progetto deistico. Basta scegliere: puro caso che richiede moltitudini di universi oppure progetto che ne richiede uno solo. Molti scienziati, quando ammettono le loro opinioni, propendono per l’argomento teleologico o del progetto» (E. Harrison, Mask of the Universe, Macmillan 1985, p. 252). Il premio Nobel per la fisica Arno Penzias ha invece usato l’ironia rispetto agli universi paralleli: «Alcune persone si trovano a disagio davanti a un mondo creato per una finalità. Per escogitare cose che contraddicano la finalità, tendono a esprimere congetture su cose che non hanno mai visto» (citato in D. Brian, Genius Talk, Plenum 1995). La spiegazione del progetto/progettista è semplice, ordinata ed elegante mentre il concetto della comparsa dal nulla e grazie al caso di infiniti universi paralleli capaci di autogenerarsi l’un l’altro grazie a complicatissime leggi fisiche è assai complessa e piena zeppa di difficoltà logiche, oltre a rappresentare una violazione estrema del principio di Occam, ossia del cercare teorie che non comportino una moltiplicazione non necessaria delle ipotesi. Se si è onesti intellettualmente, non c’è gara tra le due risposte.

Ma chi l’ha detto che una è per forza alternativa all’altra? Un’interessante riflessione arriva dal filosofo della scienza e matematico John Lennox, docente presso l’ Università di Oxford. «In fin dei conti», ha scritto, «gli universi paralleli potrebbero essere opera di un Creatore. L’elemento sorpresa e la necessità di spiegazione sussistono all’interno di qualunque universo in cui si osservi il fine tuning. Dopo tutto, la probabilità che una data persona ottenga una serie di dieci 6 consecutivi gettando un dado non è modificata dal fatto che vi possono essere molte persone intente a gettare dadi nella stessa città e nello stesso momento» (J. Lennox, Fede e scienza, Armenia 2007, p. 93).

Il filosofo Richard Swinburne, professore emerito dell’University di Oxford, ha a sua volta confermato l’assenza di una inevitabile alternativa. Anzi, da devoto cristiano non avrebbe nemmeno problemi ad aderire all’ipotesi di un multiverso ristretto (cioè formato soltanto da universi che hanno un tipo di materia simile al nostro universo, governati da leggi della stessa forma delle nostre ma contenenti costanti differenti): «Il fatto che il multiverso sia governato da leggi molto generali, sufficientemente semplici da comprendere per noi (come devono essere se vogliamo essere giustificati nel postulare un multiverso) significa che tutti gli oggetti materiali in tutto il multiverso hanno gli stessi semplici poteri e obblighi generali l’uno verso l’altro. Dovremmo cercare di trovare una spiegazione di questo fatto, che colpisce molto. E abbiamo la stessa ragione di prima per postulare Dio come tale spiegazione» (R. Swinburne, Esiste un Dio?, Lateran University Press 2013, p.76).

Tirando le conclusioni, l’ipotesi degli universi paralleli (multiverso) non soltanto non sembra affatto reggere il confronto con la semplicità dell’ipotesi teleologica, a nostro avviso ben più appetibile per un onesto indagatore razionale. Ma, ancor più importante, la congettura di un multiverso ristretto può anche coesistere tranquillamente senza entrare in alternativa con la creazione divina. Al massimo, sposterà soltanto il problema iniziale: “perché esiste il tutto anziché il nulla?”.

La redazione

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