Il fisico McLeish: «la scienza non è progresso moderno, nasce dalla teologia»

«La storia del pensiero scientifico è strettamente legata a quella del pensiero religioso e con molta più continuità rispetto al contrario». Così esordisce la sua riflessione l’eminente fisico teorico Tom McLeish, docente presso la Durham University e direttore del Durham Center for Soft Matter, dal 2011 membro della Royal Society. Nonché autorità internazionale sui cosiddetti materiali soffici: né liquidi semplici né solidi cristallini.

Dal febbraio 2018 è anche professore di Filosofia Naturale alla University of York, essendo uno studioso di scienza medievale e membro del Institute of Medieval and Early Modern Studies a Durham. Ripetere all’infinito che scienza e fede sono sempre state ai ferri corti, ha scritto recentemente McLeish, «non lo rende vero. Un esempio chiave è il teologo di Oxford del XIII secolo, Roberto Grossatesta, che fu il pioniere del primo scienziato. Presentò una visione su come possiamo ottenere nuove conoscenze dell’universo, creò l’alba delle prime nozioni di esperimento e persino una teoria del “big bang” del cosmo e un concetto di universi multipli».

Grossatesta vedeva l’avventura scientifica come «un compito teologicamente motivato» e quando «Bacone sostenne un nuovo approccio sperimentale alla scienza, si rifece esplicitamente a tali motivazioni teologiche». Come sostengono vari storici, tra cui Peter Harrison, «i pionieri scientifici che seguirono Bacone, come Newton e il chimico Robert Boyle, ritennero di avere il compito di lavorare con i doni di Dio per recuperare una conoscenza perduta della natura».

Questo sguardo sulla storia «ci aiuta a vedere quanto siano antiche le radici della scienza. Insistere sul fatto che essa sia un progresso puramente moderno non aiuta il processo di incorporamento del pensiero scientifico nella nostra cultura, costringere le persone a separare la scienza dalla religione porta a negazioni dannose della scienza».

Le radici della scienza sembrano precedere anche gli antichi greci e -come ha mostrato la filosofa Susan Neiman, direttrice dell’Einstein Forum di Potsdam (Germania)- affondano nella storia ebraica antica. «Questo perché», spiega lo scienziato, «Giobbe affronta direttamente il problema di un mondo apparentemente caotico e instabile, estraneo alla situazione umana e impassibile di fronte alla sofferenza».

Ma, ha aggiunto McLeish, «potrebbe anche essere il punto di partenza per la scienza, poiché il Libro di Giobbe contiene nel suo punto cardine il poema della natura più profondo di tutti gli antichi scritti. La sua forma in versi di domande interessa anche gli scienziati, i quali sanno che formulare le giuste domande -piuttosto che avere sempre la risposta corretta- è ciò che sblocca il progresso».

La redazione

Condividi su:
  • Aggiungi su Facebook
  • Aggiungi su OKNOtizie
  • Aggiungi su Twitter
  • Aggiungi su Windows Live
  • Aggiungi su MySpace

____________________________________