Daniel Dennett, lo stesso solito irrazionale materialismo antimetafisico

Il filosofo Peter Geach una volta scrisse che dovremmo trattare le affermazioni materialiste di aver spiegato la mente nel modo in cui tratteremmo un’affermazione di aver quadrato il cerchio: l’unica domanda meritevole sarebbe: “Quanto è stato nascosto l’errore?”. Nel caso di Daniel Dennett, non  molto bene.

Il soggetto in questione è famoso filosofo e scienziato cognitivo, docente alla Tufts University e uno dei pochi residui della banda dei nuovi-atei, il gruppo di accademici che fino a pochi anni fa ha tentato di spacciare la fede religiosa come patologia mentale, sacralizzando (e violentando) senza limite la “scienza”.

Nel suo ultimo libro, From Bacteria to Bach and Back (W. W. Norton & Company 2017), ripropone le stesse identiche tesi di cinquant’anni fa, dimostrando una tenacia e una coerenza incredibile. Il suo è il solito abbraccio letale al più bieco e anacronistico materialismo, per il quale non può esserci alcun aspetto della natura non riducibile a forze fisiche cieche. «Per lui», ha commentato il filosofo David Bentley Hart, «il quadro meccanicistico è assoluto, convertibile con la verità in quanto tale, e qualsiasi cosa sembri sfuggire alla sua logica non può mai essere più che una mostruosità dell’immaginazione».

«Il cuore del progetto di Dennett», ha continuato il filosofo, «è l’idea di “competenze incomprensibili” modellate dalla selezione naturale nell’intricato meccanismo dell’esistenza mentale. Come modello della mente, tuttavia, la più grande difficoltà che questo comporta è produrre un catalogo credibile di competenze che non dipendono per la loro esistenza dalle funzioni mentali che presumibilmente compongono». Anche per questo, «Dennett fallisce in modo spettacolare».

Con Dennett si rimane al modello computazionale che vuole un’analogia tra cervello e computer, dove la mente è semplicemente una sorta di “interfaccia” tra il computer e il suo “utente”. E’ una ingenuità, il cervello non vive solo di funzioni, di ragionamenti e di processi logici, come avviene per un computer convenzionale, ma le sue operazioni contemplano anche innumerevoli approssimazioni, un’infinità di valutazioni arrischiate, e si alimenta di un gran numero di convinzioni scarsamente controllabili. «I computer sono prodotti di progettisti umani, quindi non ha senso cercare di spiegare la mente in termini di computer poiché l’esistenza di un computer stesso presuppone l’esistenza di una mente che progetta», ha commentato il filosofo Edward Feser, docente al Pasadena City College.

L’immagine scientifica è l’unica che corrisponda alla realtà per il cognitivista, l‘immagine manifesta (cioè come la realtà appare direttamente ai nostri sensi), al contrario, sarebbe una raccolta di illusioni utili, modellate dall’evoluzione per farci interagire con i nostri ambienti. Eppure, basterebbe chiedergli: perché presumere che l’immagine scientifica sia vera mentre l’immagine manifesta un’illusione quando, dopo tutto, l’immagine scientifica è una supposizione della ragione dipendente dalle decisioni sui metodi di inchiesta, mentre l’immagine manifesta – il mondo come esiste nella mente cosciente – si presenta direttamente a noi come una realtà indubitabile, ineluttabile ed eminentemente coerente in ogni singolo momento della nostra vita?

Anche la coscienza, ovviamente, sarebbe solo solo un’altra “illusione dell’utente”: solito ritornello, quel che non si può materialisticamente spiegare, non esiste, è pura illusione. Ma Dennett non riesce a tenere a bada le contraddizioni che crea: la scienza naturale -in nome della quale espone le sue varie teorie-, si basa in definitiva sull’evidenza empirica fornita dall’esperienza cosciente: però, se l’esperienza cosciente fosse davvero una “illusione dell’utente”, ne conseguirebbe che le basi della scienza empirica sono illusorie. Ciò priverebbe il cognitivista del suo dispositivo retorico preferito.

Il tentativo di ridurre i fenomeni dell’esistenza mentale a una storia puramente fisica è stato provato molte volte e finora ha sempre fallito. Non si spiega perciò la fatica di Dennett nel perseverare in questa sterile strada se non per il fatto che l’accantonamento del neodarwinismo meccanicista potrebbe lontanamente portare ad una disattenta vigilanza contro ogni intrusione da parte di “cause superiori”. Ogni volta che Dennett trova alcuni aspetti della mente che il materialismo non può spiegare -come l’idea di uno scopo, il sé, il libero arbitrio, il significato, l’esperienza soggettiva cosciente- conclude, non che il materialismo è falso ma che, dopotutto, l’aspetto in questione non può che essere una irreale illusione. «Per lui ciò che è reale», ha scritto il filosofo Feser, «è solo ciò che il materialismo può spiegare. Il materialismo è vero perché può spiegare tutto ciò che c’è da spiegare sulla mente; e ciò che non può spiegare non deve essere reale, perché il materialismo è vero. Bene, il suo ultimo libro è la dimostrazione che Dennett può rimanere su questa giostra per centinaia di pagine senza avvertire le vertigini».

Dennett replica ai suoi critici accusandoli di essere dominati da “paura”, “illusioni” e “amore al mistero”. Afferma che essi trovano semplicemente le sue opinioni come “inquietanti“. «Effettivamente ha ragione», ha commentato ancora il filosofo statunitense. «Una raffica costante di falsi artifici, di non sequitur, di straw man argument, di attacchi ad hominem e di altri fallacie manifeste può davvero essere inquietante, specialmente se provengono da un filosofo professionista».

La redazione

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