Lisa Canitano (“Vita di Donna”): «l’aborto uccide una vita? No, dirlo è ideologia»

L’associazione “Vita di Donna” dice di essere “in difesa della salute femminile”, offre servizi e indicazioni sicuramente utili volti a risolvere vari problemi di salute femminile. Peccato però che abbia una chiara impostazione abortista, come se l’interruzione di gravidanza fosse una cura per far tornare la donna in salute. Le stesse responsabili della Onlus sono legate all’associazione Luca Coscioni del partito radicale, in strenua difesa della RU486 e della “pillola del giorno dopo”. La presidente, Elisabetta Canitano, è anche particolarmente contraria al diritto di obiezione di coscienza da parte di medici e farmacisti, per loro (e solo per loro), non dovrebbe valere il diritto di autodeterminazione.

La Canitano esprime anche posizioni molto forti contro il mondo pro-life in generale. Lo ha fatto nel febbraio, quando la regione Piemonte, ha concesso ai “Centri di aiuto alla vita” di essere interlocutori accreditati delle ASL locali, in modo da partecipare a quella prevenzione dell’aborto volontario  che la  stessa Legge 194 prevede, offrendo ad esempio un sostegno economico alle donne che intendono abortire per problemi finanziari.  La Canitano ha espresso così la sua opposizione: «Nel mite, laico, austero Piemonte le donne si troveranno ad incontrare persone che al grido di “difendiamo la vita” gli spiegheranno che l’embrione è una persona umana». Ovvero non nasconderanno loro la realtà. Sentite poi con quale confusione contrasta chi intende aiutare le donne a superare i problemi che le portano ad abortire: «Per quello che riguarda il sostegno economico che viene promesso per chi rinuncia ad abortire si vedrà, ma perché, quelle che il figlio lo vogliono che male hanno fatto per non prenderlo? E chi vieta a quelle che il figlio lo vogliono di fare finta di voler abortire e poi di fingersi redente per prendere il sostegno? e magari ne hanno davvero bisogno…». 

Nel gennaio 2010 Lisa Canitano ha tenuto una serata presso l’UAAR di Roma, “l’associazione” di atei reazio-razionalisti italiani (nella stessa sede che nel 2011 ha contattato i neofascisti di Casapound per proporre loro lo “sbattezzo”), mentre pochi giorni fa ha preso posizione contro l’esistenza della “Sindrome Post Aborto”, rifacendosi ad un articolo apparso su “Libération”. Nel mondo scientifico c’è certamente un dibattito interno, ma non c’è nessuna strumentalizzazione -al contrario di quanto lei afferma- dato che numerosi ricercatori “pro-choice” hanno dimostrato la gravità di questa sindrome che colpisce anche le donne che hanno abortito volontariamente. Parliamo ad esempio del dott. David Ferguson il quale ha pubblicato nel 2006 su “Journal of Child Psychology and Psychiatry” il più grande studio del suo genere a livello internazionale, con cui dimostrava che le donne che hanno avuto un aborto indotto presentano un alto rischio di problemi di salute mentale tra cui depressione, ansia, comportamenti suicidi e disturbi da abuso di alcool e sostanze illecite, rispetto a coloro che non erano mai state in gravidanza e che avevano proseguito la gravidanza. Dopo le polemiche dal mondo abortista, Ferguson ha dovuto difendere i risultati dei suoi ricercatori, ribadendo di essere favorevole all’aborto ma «sarebbe stato “scientificamente irresponsabile” non pubblicare i risultati solo perché sono così critici» e confermando che «i risultati fanno pendere la bilancia delle prove scientifiche verso la conclusione che l’aborto crea maggiore disagio psicologico piuttosto che alleviarlo». In questa pagina comunque è possibile visionare un lungo elenco di studi scientifici che concludono allo stesso modo, l’ultimo pubblicato proprio il mese scorso sul “Bulletin of Clinical Psychopharmacology”.

La cosa più controversa affermata da Elisabetta Canitano, comunque, non sta tanto nell’aver definito “chiacchiere strumentali” decine e decine di studi scientifici, ma il sostenere che è «difficile anche fare dell’IVG un problema morale, con la motivazione che quando una donna fa un aborto sopprime una vita: certi atteggiamenti chiaramente ideologici sarebbero inaccettabili da parte di esperti nominati dal governo». L’embrione e il feto dunque, per la presidente di “Vita di donna”, non sarebbero vita umana, affermarlo è ideologia. Finalmente ora sappiamo quale atteggiamento ha uno dei più prestigiosi volumi di embriologia presenti nelle Facoltà di medicina americane, cioè  “The Developing Human: Clinically Oriented Embryology” (2003), di K.L. Moore, dove si trova scritto: «Lo sviluppo umano inizia al momento della fecondazione, cioè il processo durante il quale il gamete maschile o spermatozoo si unisce ad un gamete femminile (ovulo) per formare una singola cellula chiamata zigote. Questa cellula totipotente altamente specializzata segna il nostro inizio come individuo unico […]. Un zigote è l’inizio di un nuovo essere umano (cioè, l’embrione)». In the Womb, testo redatto dal National Geographic nel 2005 viene esplicitato: «Le due cellule gradualmente e con garbo diventano un tutt’uno. Questo è il momento del concepimento, quando un unico set di DNA di un individuo viene creato, una firma umana che non è mai esistita prima e non sarà mai ripetuta».

Inutile continuare, è già sbagliato prendere in considerazione chi nel 2012 afferma che l’embrione non è vita. Consigliamo alle donne bisognose di persone preparate a cui rivolgersi, l’associazione Scienza & Vita, o l’associazione Medicina e Persona.

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