Il devozionismo alla scienza e l’errore di Vito Mancuso

Recentemente abbiamo pubblicato una piccola recensione del libro del prof. Alessandro Giuliani intitolato Scienza: istruzioni per l’uso, attraverso il quale il ricercatore presso l’Istituto Superiore di Sanità ha messo in guardia da una certa devozione alla scienza che si percepisce nel mondo culturale odierno, la quale -spiega Giuliani- è dannosa innanzitutto alla stessa ricerca scientifica.

Sulla falsariga di questa posizione così realista si è inserito recentemente anche Antonio Allegra, docente di Storia della filosofia nell’Università per stranieri di Perugia e Dottore di ricerca in filosofia e scienze umane. Anche lui ha rilevato un «pericolo in cui oggi la cultura diffusa, forse anche quella di ispirazione religiosa, rischia di incorrere», si tratta di una «deferenza o reverenza, nei confronti della scienza. Non si fraintenda: il rispetto della scienza è opportuno, anzi auspicabile; ma la reverenza inappropriata che caratterizza, in maniera un po’ schizofrenica rispetto a ostilità che pure sono frequenti, l’atteggiamento dominante rispetto ad essa, può fare danni gravissimi». Il filosofo nota che «molto spesso la scienza in questione non è altro che scientismo. Un’ideologia onnicomprensiva ed onniesplicativa che solo gli ingenui potrebbero credere tramontata col XIX secolo positivista: anzi, nella crisi di altri riferimenti ideologici potenti rischia di insediarsi come unica visione del mondo superstite. Ora, lo scientismo, come tale, non è affatto disponibile a dialogare seriamente con altre visioni del mondo, e trae dal complesso di inferiorità altrui nuove ragioni di superbia».

In particolare questo periodo storico è caratterizzato dalla moda definita (dal cognitivista Piattelli Palmarini) “neuromania”: neuroetica, neuroestetica, neuroteologia, neurodiritto…, «solo la parallela e analoga moda delle spiegazioni evolutive può essere paragonabile: abbiamo infatti anche un’etica evoluzionistica, una teologia evoluzionistica, etc. Siamo travolti da una massa sconsiderata di convegni, pubblicazioni, articoli di giornale la cui problematizzazione è inversamente proporzionale al tono messianico». Chiunque se ne può accorgere sfogliando alcuni quotidiani, “Corriere della Sera” e “Repubblica” su tutti (su quest’ultimo da considerare gli articoli scritti in larga parte da Elena Dusi). Questa divulgazione spiccia, non solo ignora le critiche interne alla tradizione scientifica, ma «taglia fuori la riflessione antropologica in generale». Gli esempi sono noti: la moralità corrisponde all’ossitocina (cfr. Sandro Modeo in un recentissimo articolo nell’inserto “Lettura” de il “Corsera”), il gene della generosità, quello della fedeltà, quello gay e così via. Ciò che sta dietro a tutta questa proposta riduzionista e determinista è «un ridimensionamento molto grave della dimensione della libertà, ridotta, almeno nei casi filosoficamente più consapevoli, ad un’apparenza da demitizzare o nella migliore delle ipotesi a un’utile finzione». Se infatti il determinismo (ormonale o di altro genere) è vero, come vorrebbero affermare queste facili spiegazioni teoriche totalizzanti, scrive il filosofo Allegra, allora «non ha senso rivendicare di essere, e sempre più voler essere, liberi». Questa è cattiva scienza, «non solo perché tali asserti scientifici hanno ancora uno statuto molto provvisorio, ma perché si tratta di operazione teoricamente primitiva». Il passato della filosofia, spiega, «è da sempre ricco di siffatti tentativi, irrisi dai pensatori più consapevoli. Che oggi molto spesso vengano presi sul serio è indice sconfortante del contemporaneo stato dell’arte».

Il docente ha concluso con un accenno al problema nel pensiero religioso, cioè quel «complesso di inferiorità nei confronti della cultura scientifico-tecnologica», il quale rischia di «generare un’ostilità preconcetta e ignara, da un lato; e dall’altro una ingenua reverenza». Viene citato correttamente l’esempio del teologo Vito Mancuso, il cui successo mediatico è ovviamente «legato all’abile miscela di aggiornamento scientifico di stampo “evoluzionistico” e suggestioni di tono spirituale (per inciso: abissalmente lontane dalla carnalità cristiana e dal peso inaggirabile del peccato ovvero del limite)». Mancuso sfrutta la scienza per correggere continuamente la sua teologia (sua, perché non c’è nulla di cattolico in quanto afferma). Ma «derivare conseguenze a livello antropologico a partire dai risultati scientifici, è di norma una tentazione da rifiutare».

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