Scienziati e giuristi plaudono alla sentenza contro la brevettabilità dell’embrione

Recentemente la Corte di giustizia europea si è espressa in maniera epocale in merito alla brevettabilità delle cellule embrionali umane: non è brevettabile un procedimento che, ricorrendo al prelievo di cellule staminali ricavate da un embrione umano allo stadio di blastocisti, comporta la distruzione dell’embrione stesso. Ce lo raccontava Aldo Vitale in Ultimissima 23/10/11. L’attesissima risposta rispecchia fortunatamente le previsioni che vennero avanzate a marzo di quest’anno (cfr. Ultimissima 26/3/11).

Bisogna dare il giusto merito alla Ong ambientalista Greenpeace per aver iniziato la controversia legale denunciando nel 1999 l’ottenimento di un brevetto da parte del neuropatologo tedesco Oliver Brüstle per produrre cellule neurali da staminali embrionali umane di una linea stabilizzata e commercialmente disponibile. In questi giorni tantissimi scienziati, bioeticisti e giuristi hanno preso posizione e la maggioranza di essi, sorprendentemente, è assolutamente a favore della decisione europea. Ne elenchiamo alcuni:

 

Il biologo e farmacolo Angelo Vescovi, direttore scientifico della Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo, recentemente insignito del premio «Alumnus of the year 2011» da parte dell’Hotchkiss Brain Institute, centro di eccellenza per le neuroscienze dell’università canadese di Calgary, dichiara su “Avvenire”: «Sentenza illuminata. L’elemento centrale della sentenza è che la vita umana non può essere sfruttata per fini commerciali, e questo è un principio eticamente condivisibile e importante. Non solo: questa decisione mette in luce l’aggravante della causalità in ciò che si vieta, ossia come non solo non si possa distruggere un embrione ma, meno che mai, costruirlo apposta con questa finalità. Si stabilisce, poi, che la vita comincia con la fecondazione dell’ovulo. La soddisfazione morale che provo è legata al fatto che, finalmente, anche dalla legge arriva un incitamento a svegliarsi, perché si capisca che è tempo di cambiare strategie politiche e bioindustriali. Non ha più senso continuare a investire sugli embrioni: ora l’alternativa c’è ed è data dalla tecnica della riprogrammazione delle cellule adulte sulla quale da tempo ha puntato la ricerca mondiale. Sono cellule più maneggevoli anche per la pratica industriale perché ottenibili in quantità elevate, utilizzabili sul paziente senza rischio di rigetto. A chi griderà all’oscurantismo del Vecchio continente, io rispondo che dimostra un’incompetenza tecnico-scientifica enorme. La ricerca non si ferma affatto perché la strada vincente, anche per l’industria, è la riprogrammazione».

 

Il genetista del Dipartimento di Scienze zootecniche dell’Università degli Studi di Napoli e filosofo della bioetica, Donato Matassino, dichiara su “Il Mattino”: «Da genetista, ricercatore e credente non posso che notare che, da due approcci diversi, quello cattolico e quello ambientalista, si è arrivati alle medesime conclusioni. Dimostrazione che esiste un nocciolo della questione condivisibile, mi faccia dire, laicamente. L’individuo inizia dal concepimento quindi sopprimere l’embrione, fosse anche per un farmaco, non si può […]. Le staminali embrionali le staminali embrionali si sono rivelate a rischio, geneticamente poco gestibili, possono anche produrre tumori invece che il tessuto atteso. Molto più gestibili sono quelle adulte già indirizzate per produrre il tessuto e l’organo che si vuole rimpiazzare». Lo scienziato si espone anche sulla problematica degli embrioni congelati.

 

Il genetista Bruno Dallapiccola, docente presso l’Università “La Sapienza” di Roma e direttore scientifico dell’Istituto Mendel, scrive su “Il Corriere della Sera”: «Il pronunciamento della Corte di Giustizia Europea è un atto di profonda civiltà e di rispetto per l’ uomo. È il riconoscimento dell’ inizio della vita umana fin dal momento del concepimento, come peraltro ci insegnano i libri di embriologia, in base ad evidenze di natura morfologica, biochimica e genetica, che comunque non è inopportuno ribadire attraverso un pronunciamento autorevole. La sentenza è del tutto in linea con un’idea che da medico e ricercatore ho fatto mia, dopo avere sottoscritto al momento della laurea in medicina il giuramento d’Ippocrate, forse datato, ma ancora oggi ricco di messaggi, in base ai quali sono diventato un sostenitore della libertà del ricercatore, ma fermo nell’affermare che quando la ricerca aggredisce l’uomo e lo distrugge in qualunque momento del suo sviluppo, quella libertà debba essere vigilata. La sentenza della Corte di Giustizia ridà voce a chi ancora non l’ha e ci riporta prepotentemente a riflettere sull’articolo 1 della legge 40, che «assicura i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito». Non credo peraltro che questa sentenza mini la ricerca scientifica destinata alle malattie oggi non curabili. Gli straordinari progressi conoscitivi sulle cellule staminali, sulla loro pluripotenza, il mantenimento, la differenziazione, la riprogrammazione, gli effetti paracrini aprono prospettive di grande speranza per i pazienti, superando gli aspetti bioetici della ricerca sulle cellule staminali prelevate distruggendo l’ embrione».

 

Il neurologo Paolo Calabresi, ordinario di Neurologia all’Università di Perugia e membro di un gruppo europeo di studio sul Parkinson, dice a “Il Messaggero”: «con le staminali contiamo molte sperimentazioni ma pochi risultati clinici davvero soddisfacenti. Oggi si utilizzano staminali prese dalla cute del paziente e si lavora per indurle a differenziarsi in neuroni in grado di rilasciare il neurotrasmettitore mancante in questi pazienti. I codici etici vanno comunque rispettati».

 
Il microbiologo Augusto Pessina, responsabile del Laboratorio di Colture Cellulari dell’Istituto di Microbiologia presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Milano, Presidente della Associazione Italiana Culture Cellulari (AICC), branch nazionale della European Tissue Culture Society (ETCS), e membro dello Scientific Advisory Board of NICB (National Institute for Cellular Biotechnology) presso l’Università di Dublino, ha scritto su “L’Osservatore Romano”: «Questa sentenza era attesa per il maggio scorso e, a quel tempo, non sono mancati tentativi di influenzarne il giudizio. Infatti sulla rivista «Nature» del 28 aprile un appello firmato da Austin Smith del Wellcome Trust Center di Cambridge e da alcuni suoi colleghi (in Italia era sostenuto da Unistem dell’università di Milano), — aveva avviato il dibattito con lo scopo di forzare la decisione della Corte nel senso di autorizzare la possibilità di brevettare cellule embrionali umane. In quel documento si sosteneva che le cellule staminali embrionali sono solo linee cellulari e non embrioni. Ma lo stesso documento ometteva deliberatamente di dire che queste linee sono derivate dalla distruzione di embrioni umani, esseri umani in via di sviluppo, definiti «surplus di ovociti fertilizzati in vitro» (sic!). Esistono già centinaia di queste linee (qualcuno sostiene migliaia), molte delle quali brevettate negli Stati Uniti. Il principio di dignità umana della direttiva 98/44 che «vieta l’uso di embrioni umani per scopi commerciali e industriali» è un principio da applicare non solo a una persona umana adulta e a un neonato, ma anche al corpo umano fino dal suo primo stadio di sviluppo. Quindi anche le cosiddette cellule staminali embrionali — che pure non sono in grado individualmente di produrre un essere umano completo, come le cellule che ha utilizzato Brustle — devono essere sottoposte alle stesse regole, in quanto non possono essere ottenute dalla blastocisti senza distruzione della stessa, e quindi senza distruzione dell’embrione umano. La sentenza sembra avere accolto in pieno questi principi. Speriamo soltanto che duri».
 

Il neonatologo Carlo Bellieni, docente all’Università di Siena, spiega a “Tempi”: «La sentenza dice una cosa che sanno tutti i bambini: la vita umana comincia con l’atto procreativo. Non è vero che si blocca la ricerca. Intanto diciamo che tutte le ricerche, se non sono etiche, si bloccano. Se uno studio non è ritenuto etico, si blocca: non è censura, è un rispetto per la persona. Inoltre, stracciarsi le vesti perché si ferma uno studio tra dieci milioni di studi che possono essere fatti per migliorare la situazione della medicina nel mondo, mi sembra poco proporzionale. Grazie a Dio le ricerche vanno avanti: usando le cellule staminali adulte o quelle prese al momento della nascita».

 

La bioeticista Assuntina Morresi, docente di Chimica fisica all’Università di Perugia e membro del Comitato nazionale di bioetica, ha scritto su “L’Occidentale”: «Un pronunciamento importante, che innanzitutto spazza via tante critiche strumentali alla legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita, trattata per anni da certi commentatori e politici come una norma “oscurantista”, “antiscientifica”, sostanzialmente la quintessenza dell’illegalità. Un embrione umano non può mai essere mercanteggiato perché la qualifica di “umano” è sua fin dal primo istante della sua esistenza, e non dopo certe fasi di sviluppo – per esempio a quattordici giorni di vita- fantasiosamente stabilite in alcuni paesi, in basi a convenzioni del tutto discutibili».

 

Il giurista Francesco D’Agostino, presidente onorario del Comitato nazionale per la bioetica, presidente dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani (UGCI) e membro del Consiglio Scientifico dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana, scrive su “Avvenire”: «Di notevolissima onestà intellettuale la sentenza della Corte europea di giustizia […] ha stabilito che per tutelare a tutto tondo la dignità umana, la nozione di embrione umano va interpretata nel senso più ampio possibile. È embrione non solo l’ovocita fecondato (e fin dal momento della fecondazione), ma qualunque ovocita che a seguito di qualsivoglia manipolazione abbia la potenzialità di svilupparsi e di dar vita a un individuo umano. Conseguenza coerente di quest’affermazione è la conferma dell’esclusione dalla brevettabilità di qualunque “invenzione” su materiale cellulare che presupponga la distruzione di embrioni umani e questo non solo nel caso che il brevetto risponda a meri interessi commerciali dell’”inventore”, ma anche quando esso venga richiesto da scienziati nel contesto di ricerche scientifiche. La Corte ribadisce così un principio fondamentale della biogiuridica e cioè che il rispetto della persona umana, fin dalle prime fasi sul suo sviluppo, ha un primato sui meri interessi della scienza e della ricerca, per quanto apprezzabilissimi. Una sentenza come questa costituisce però un ottimo esempio di ciò che Papa Benedetto, nel recente discorso al Reichstag di Berlino, ha qualificato come «ecologia umana»: una difesa dell’uomo fondata non su assunzioni ideologiche e politiche, ma su una seria e onesta riflessione su dati antropologici incontrovertibili».

 

La giurista Mariachiara Tallacchini, docente di Filosofia del diritto e di Scienza, tecnologia e diritto alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università Cattolica di Piacenza, commenta su “Avvenire”: «La sentenza non si occupa di vietare né la ricerca né la commercializzazione. Dice solo che non si può ottenere rispetto agli embrioni quella particolare forma di tutela giuridica e di esclusiva economica rappresentata dal brevetto – cioè forme di protezione che garantiscono un elevato profitto. Per esempio nel settore della brevettabilità delle sequenze genetiche, c’è forte polemica sull’uso dei brevetti, che sono giudicati un ostacolo alla ricerca: basta pensare a quelli sui geni Brca1 e Brca2 – correlati all’insorgenza di tumori al seno – che sono stati oggetto di sentenze contrastanti in Europa e negli Stati Uniti. Allora: perché i brevetti dovrebbero essere strumento di libertà quando si tratta della ricerca sulle cellule embrionali e ostacolo all’innovazione quando si tratta di sequenze genetiche?»

 

Il presidente emerito della Pontificia accademia per la Vita, il cardinale Elio Sgreccia, esprime soddisfazione su “Avvenire”: «Per la Corte anche se giustificata da motivi terapeutici, la brevettazione ha sempre di mira la commerciabilita’ delll’embrione umano e quindi come tale e’ vietata. L’uso dell’embrione per diagnosi e terapia sperimentale e’ autorizzato solo quando e’ a beneficio dell’embrione stesso: non si interviene per farlo morire, ma per farlo vivere meglio, per guarirlo da malformazioni. I procedimenti terapeutici sono a salvaguardia dell’embrione su cui si procede. Solo in questa situazione e’ consentita la sperimentazione sull’embrione».

 

Qui sotto l’interessante posizione di Giuliano Ferrara durante la puntata di Qui Radio Londra del 19/10/11

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