Giovanni Battista è davvero esistito? Nuovo dossier UCCR

Ieri, 24 giugno, abbiamo festeggiato San Giovanni Battista. Ma è davvero esistito? E’ storicamente avvenuto il suo incontro con Gesù? Lo ha davvero battezzato? Quando gli studiosi del cristianesimo antico affrontano la vita di Gesù di Nazareth partono sempre dal suo mentore, l’unico uomo del quale Gesù è stato discepolo, almeno per un breve tempo.

San Giovanni Battista è una figura molto importante nel cristianesimo, venerato da tutte le Chiese ed il primo nella storia cristiana -dopo i suoi genitori- a porsi la domanda se quell’uomo era davvero il Messia che il mondo attendeva. Se si estraggono dai Vangeli solo le informazioni storicamente accertabili tramite criteri storici (dunque sospendendo il giudizio sul quarto Vangelo), occorre ammettere che Giovanni non risolse mai questo dubbio interiore.

In ogni caso, come ha scritto John Paul Meier, docente di Nuovo Testamento presso l’Università di Notre Dame, «non comprendere il Battista significa non comprendere Gesù, una massima confermata negli studi di recenti studiosi» (J.P. Meier, Un ebreo marginale, Vol. 2, Queriniana 2003, p. 17). Per questo, avvalendoci dei lavori di grandi studiosi, abbiamo voluto pubblicare un dossier storico su Giovanni Battista (nella sezione, in alto, chiamata “Fede e storicità”), cercando di rispondere a diverse domande su di lui e presentando ciò che l’analisi storica può confermare senza troppi dubbi.

Abbiamo affrontato diversi temi legati al Battista: se era davvero un esseno di Qumran, se era cugino di Gesù, se gli ha realmente preparato la strada profetizzando la sua venuta, se Gesù è stato un suo discepolo, se ha copiato i suoi insegnamenti e se il battesimo che ha ricevuto nel Giordano ha una base storica. Ne è uscito un agile contributo, fino ad ora assente nel panorama del web in lingua italiana.

 

Clicca qui per consultare il dossier:
La storicità di San Giovanni Battista e del battesimo di Gesù

 
 
 
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La prima e completa fonte su Gesù di Nazareth? Risale al 30 d.C.

I quattro Vangeli sono inattendibili essendo stati redatti a molti anni di distanza dai fatti che pretendono narrare. Così si sente dire spesso, ma è un’affermazione falsa. Vediamo perché.

Innanzitutto più volte abbiamo sottolineato che le informazioni su Gesù di Nazareth sono più numerose e vicine ai fatti raccontati rispetto a moltissimi altri personaggi storici, come Giulio Cesare, Adriano, Marco Aurelio, Giuseppe Flavio, Socrate, Alessandro Magno ecc. Tanto che il celebre studioso John Robinson ha commentato: «La ricchezza dei manoscritti, e, soprattutto, lo stretto intervallo di tempo tra la scrittura e le prime copie esistenti, di gran lunga fanno dei Vangeli il miglior documentato testo di qualsiasi scritto antico della storia» (Can we Trust the New Testament?, Grand Rapids 1977, p. 36).

In secondo luogo, gli evangelisti hanno tratto gran parte delle informazioni da fonti pre-sinottiche (orali e scritte), in circolazione già pochi anni dopo la morte di Gesù. «Alcuni discepoli di Gesù», ha aggiunto il principale biblista vivente, John P. Meier, «possono aver cominciato a raccogliere e sistemare detti di Gesù anche prima della sua morte» (Un ebreo marginale, Vol. 1, Queriniana 2006, p. 157).

Ma c’è un altro argomento su cui vorremmo soffermarci più dettagliatamente: le lettere di San Paolo scritte, come tutti sanno, precedentemente ai Vangeli. In particolare, la Prima Lettera ai Corinzi è stata composta nel 50-55 d.C., dunque soltanto circa vent’anni dopo la crocifissione del Cristo. In essa sono già presenti tutti i “dati salienti del cristianesimo”: è morto per i nostri peccati; fu seppellito ed è risorto il terzo giorno; apparve a Pietro, e poi ai Dodici; apparve a più di cinquecento fratelli; apparve a Giacomo, poi a tutti gli apostoli; per ultimo è apparso anche a Paolo stesso.

In questa lettera Paolo afferma di voler trasmettere ai lettori quel che lui stesso ha ricevuto (παραλαμβάνω) direttamente dai discepoli. Il defunto ebreo ortodosso Pinchas Lapide rimase così impressionato da tale lettera (il capitolo 15, in particolare) che la definì «una formula di fede che può essere considerata come una dichiarazione di testimonianza oculare» (The Resurrection of Jesus: A Jewish Perspective, Ausburg 1983, p. 98-99). Il biblista Richard Bauckham, dell’Università di Leeds, ha sottolineato che il termine “testimonianza oculare” «non ha significato forense, ma significa osservatori di prima mano di quegli eventi». Ovvero, Paolo è entrato in contatto con «informatori che parlavano per conoscenza diretta» (Jesus and the Eyewitnesses, William B. Eerdmans Publishing Company 2006).

Anche gli studiosi più critici sono concordi che ciò che Paolo sta trasmettendo lo ha appreso nell’imminenza dei fatti descritti. Lo studioso non credente Gerd Lüdemann ha affermato: «gli elementi della tradizione citati da Paolo devono essere datati ai primi due anni dopo la crocifissione di Gesù, non più tardi di tre anni. La formazione delle tradizioni di apparizione menzionate in 1 Cor. 15,3-8, cade tra il 30 e il 33 d.C.» (The Resurrection of Jesus Christ: A Historical Inquiry, Promethus 2004, p. 38). L’agnostico Bart. D. Ehrman ha scritto: «Paolo deve aver incontrato Cefa e Giacomo tre anni dopo la sua conversione, ricevendo le tradizioni che riportò nelle sue lettere, verso la metà degli anni Trenta, diciamo nel 35 o nel 36. Le tradizioni che ereditò erano, ovviamente, più vecchie e risalivano probabilmente a un paio d’anni circa dopo la morte di Gesù. Ciò dimostra in modo lampante quanto fosse di pubblico dominio, immediatamente dopo la data tradizionale del suo decesso o quasi, che Gesù fosse vissuto e morto (Did Jesus Exist? HarperCollins Publishers 2012, p. 132). Lo stesso affermano studiosi del calibro di John Dominic Crossan, EP Sanders, Gary Habermas, Ulrich Wilckens, Joachim Jeremias, Robert Funk («La convinzione che Gesù fosse risorto dai morti aveva già messo radici nel momento in cui Paolo si convertì intorno al 33 d.C. Dato che Gesù morì verso il 30 d.C., il tempo per il loro sviluppo era quindi di due o tre anni al massimo», What Did Jesus Really Do?, Polebridge Press 1996).

Tutto questo attesta una semplice verità: il contenuto dei Vangeli (compresa passione, morte e resurrezione di Cristo) era già noto, diffuso e discusso appena dopo la morte in croce di Gesù. Quando tutti i testimoni oculari (amici e nemici dei Dodici apostoli) erano ancora vivi e potevano smentire tali racconti, se fossero stati falsi o alterati. Il Sinedrio e i nemici di Cristo, se avessero voluto, avrebbero taciuto immediatamente i suoi seguaci…ma nessuna fonte ebraica o romana riporta nulla del genere. Anzi, fonti non cristiane come Giuseppe Flavio, confermano i contenuti evangelici.

Lasciamo la conclusione al già citato non credente Bart D. Ehrman, ricercatore dell’Università della Carolina del Nord: «Non dobbiamo attendere il Vangelo di Marco, datato attorno all’anno 70, per sentir parlare del Gesù storico. La prova, che traiamo dagli scritti di Paolo, combacia perfettamente con i dati forniti dalle tradizioni evangeliche, le cui fonti orali risalgono quasi certamente alla Palestina romana degli anni Trenta del I secolo. Paolo dimostra che, a pochi anni di distanza dal periodo in cui era vissuto Gesù, i suoi seguaci discutevano di quanto aveva detto, fatto e vissuto il maestro ebreo palestinese che era stato crocifisso dai romani su istigazione delle autorità ebraiche. E’ una straordinaria convergenza di prove: le fonti evangeliche e i resoconti del nostro primo autore cristiano. E’ difficile spiegare tale convergenza se non dando per certa l’esistenza di Gesù» (Did Jesus Exist? HarperCollins Publishers 2012, p. 132, 133).

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«Gesù di Nazaret è certamente esistito, lo dico da studioso agnostico»

ehrman 
 
di Bart D. Ehrman*
*docente di Nuovo Testamento presso l’Università di North Carolina

 
da Did Jesus Exist?, HarperCollins Publishers 2012, pp. 3-8

 

Ogni settimana ricevo due o tre e-mail in cui mi si chiede se Gesù sia esistito o meno come essere umano. All’inizio, qualche anno fa, ho pensato che si trattasse di una domanda stravagante e non l’ho presa sul serio. Gesù è esistito, certo. Lo sanno tutti. O no?

Il quesito tuttavia si è ripresentato e ben presto ho cominciato a domandarmi perché tanta gente me lo rivolgesse. Il mio stupore si è accresciuto non appena sono venuto a sapere che in certi ambienti mi viene, erroneamente, attribuita la tesi secondo cui Gesù non è mai esistito. Mi sono meravigliato perché la mia formazione di studioso è avvenuta sul Nuovo Testamento e sul cristianesimo delle origini, e da trent’anni dedico la mia ricerca alla figura storica di Gesù, ai vangeli, al movimento cristiano primitivo e ai primi tre secoli di storia della Chiesa. Come tutti gli studiosi del Nuovo Testamento, ho letto migliaia di libri e articoli in inglese e in altre lingue su Gesù, sui vangeli e sul cristianesimo delle origini, ma ero del tutto all’oscuro, come la maggior parte dei miei colleghi, dell’esistenza di un simile corpus dii testi improntati allo scetticismo.

Va premesso che nessuno di questi libri è stato scritto da esperti del Nuovo Testamento o da studiosi del cristianesimo delle origini che insegnano in scuole di teologia, nei seminari, o nelle università più importanti, e nemmeno in quelle di second’ordine americane o europee (né di altri parti del mondo). Per quanto ne so, nessuno studioso del cristianesimo delle origini, tra le migliaia che insegnano negli istituti citati, nutre alcun dubbio circa l’esistenza di Gesù.

Basta una rapida ricerca su Internet per capire quanta influenza abbia avuto in passato quello scetticismo radicale e con quanta rapidità si stia diffondendo tutt’oggi. Per decenni è stata l’opinione dominanti in paesi come l’Unione Sovietica. Fatto ancora più sorprendente, pare che oggi sia l’opinione prevalente in certe regioni del mondo occidentale, fra cui alcune aree dei paesi scandinavi. Gli autori di questa letteratura scettica si ritengono “miticisti”, cioè persone convinte che Gesù sia un mito, intendendo un racconto privo di basi storiche, una narrazione storicamente verosimile di fatti che in realtà non sono mai avvenuti. Gesù sarebbe un mito perché i tanti racconti antichi che lo vedono protagonista sono privi di basi storiche. La sua vita e i suoi insegnamenti sarebbero stati inventati dai primi narratori orali.

Come ho già detto, l’opinione che Gesù sia esistito è condivisa pressoché da tutti gli specialisti della disciplina. Ciò non costituisce di per sé una prova, naturalmente: l’opinione degli studiosi, in fondo, è solo un’opinione. Eppure, quando dovete prendere un appuntamento con il dentista, volete che sia un esperto, giusto? Qualcuno potrebbe replicare che la storicità di Gesù è un caso diverso, poiché si tratta di storia e gli studiosi hanno la stessa facoltà di accedere al passato di chiunque altro. Ma non è così. Milioni di lettori hanno acquisito le proprie “conoscenze” sul cristianesimo delle origini da Dan Brown, autore del Codice Da Vinci. Ma la lor è stata una scelta sensata? Tutti gli storici seri del movimento cristiano primitivo, nessuno escluso, hanno dedicato molti anni di vita ad acquisire le conoscenze necessarie per diventare esperti nel loro settore di studi. La sola lettura delle fonti richiede competenze in una serie di lingue antiche: greco, ebraico, latino e spesso aramaico, siriaco e copto, per non parlare delle lingue moderne usate nell’ambito specialistico (tedesco e francese, per esempio). E questo è solo l’inizio. Per acquisire competenze sono necessari anni di paziente esame dei testi e una conoscenza approfondita della storia e della cultura greca e romana, delle religioni del mondo mediterraneo antico, pagano ed ebraico, della storia della Chiesa cristiana e dell’evolversi della sua vita sociale e della sua teologia, oltre, naturalmente, a molte altre cose.

Ora, se tutti coloro che hanno dedicato anni di studio al raggiungimento di tali competenze sono convinti che Gesù di Nazaret sia stato una figura storica, il dato deve far riflettere. Non è una prova, lo ripeto, ma se non altro dovrebbe far sorgere qualche dubbio. Eppure, non c’è modo di persuadere i teorici della cospirazione che i loro assunti poggiano su prove troppo esili per essere convincenti, mentre invece sono del tutto persuasive quelle a favore della storicità di Gesù. E sono sostenute da tutti gli studiosi del mondo antico, del Nuovo Testamento, della classicità, delle origini cristiane del Nord America e, in generale, del mondo occidentale. Molti di loro non nutrono interessi personali e, per la verità non lo faccio nemmeno io. Non sono cristiano e non sono interessato ad appoggiare la causa cristiana o a promuovere un programma di orientamento cristiano. Sono un agnostico molto vicino all’ateismo, e la mia vita e la mia visione del mondo non sarebbero diverse se Gesù non fosse esistito.

Come storico, penso che le prove siano importanti. E così il passato. E per chi attribuisce valore alla prove e al passato, l’esame imparziale del caso porta a una conclusione inequivocabile: Gesù è davvero esistito, e se qualcuno lo nega con tanta insistenza non è perché abbia esaminato le fonti con le lenti obiettive delle storico, ma perché il suo diniego serve ad altri propositi. Da una prospettiva imparziale, una sola affermazione è possibile: Gesù di Nazareth è esistito.

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Lo studioso diventato cristiano grazie alla ricerca sul Gesù storico

.Un nome che spesso emerge nel dibattito sul Gesù storico è quello di Bart Ehrman, tra i pochi studiosi del cristianesimo primitivo e del Nuovo Testamento che non credono a quel che Gesù Cristo diceva di essere. Per questo viene spesso citato dai critici della storicitá.

Ehrman ha scritto molti libri divulgativi, ma non é uno studioso importante né é riconosciuto tra i principali addetti ai lavori, basti pensare che in nessun libro viene citato dal più importante biblista vivente, il prof. J.P. Meier. Essendo un abile oratore, Ehrman ama spesso raccontare la sua de-conversione dal cristianesimo evangelico all’agnosticismo. Secondo molti avrebbe abbandonato la sua fede a causa dei suoi studi, in realtà spesso ha ricordato che l’approdo allo scetticismo seguì all’incapacità di comprendere la coesistenza di Dio con la sofferenza nel mondo. Un’obiezione valida, forse l’unica seria mai partorita dall’uomo nei confronti di Dio, verso la quale abbiamo più volte giustificato la nostra posizione (qui, qui e qui).

Sono tanti invece gli studiosi che andrebbero citati come testimoni di un percorso inverso, che sono cioè passati dall’ateismo o dall’agnosticismo alla fede cristiana grazie agli studi sulla storicità del cristianesimo. Uno di questi è Michael Bird, oggi famoso teologo australiano e docente di Nuovo Testamento presso il Ridley Theological College di Melbourne. «Sono cresciuto in un ambiente laicista nella periferia dell’Australia», ha raccontato recentemente, «la religione era categoricamente respinta, vista come un’inutile stampella e le persone di fede venivano derise per la loro ipocrisia morale. Da adolescente ho scritto poesie beffarde contro la fede in Dio, mentre mia madre bestemmiava talmente tanto da far arrossire anche un marinaio».

Questo fino a quando ha iniziato a leggere il Nuovo Testamento, studiandolo seriamente anche come professione: «Il Gesù che ho incontrato è stato molto diverso dal grande illuso o dal mito che mi era stato descritto. Il Gesù della storia era reale, mi ha fatto riflettere sul senso dell’esistenza umana, mi ha colpito la testimonianza della Chiesa primitiva su Gesù: con la sua morte Dio ha vinto il male e con la sua risurrezione ha portato vita e speranza a tutti». Così è arrivata anche la conversione personale, «quando ho attraversato l’incredulità per arrivare alla fede, tutti i pezzi improvvisamente hanno iniziato a combaciare: avevo sempre sentito uno strano disagio verso il mio scetticismo, un grave sospetto che avrebbe potuto esserci qualcosa di più, qualcosa di trascendente, ma sapevo anche che mi era stato detto che era stupido pensarci. La fede è cresciuta dai semi del dubbio ed è emerso un mondo tutto nuovo che, per la prima volta, aveva un senso per me».

Oggi Bird è un noto biblista e spesso è entrato in dibattito proprio con le tesi di Ehrman, il quale conferma la storicità dei Vangeli ma ritiene Gesù un apocalitticista ebreo che predicava l’immediata fine del mondo, trasformato gradualmente in un essere divino dai suoi discepoli. Bird, assieme ad altri quattro noti studiosi -Craig Evans, Simon Gathercole, Chris Tilling, e Charles Hill-, ha anche pubblicato un libro, intitolato How God Became Jesus: The Real Origins of Belief in Jesus’ Divine Nature—A Response to Bart D. Ehrman, rispondendo alle tesi di Ehrman e mostrando i suoi numerosi errori.

«La mia fede e i miei studi mi hanno portato a credere l’opposto di quello in cui crede Ehrman», ha spiegato ancora il prof. Bird. «Gesù non è stato visto come un dio greco, come Zeus che trotterellava sulla terra o un essere umano che si è trasformato in un angelo al momento della morte. Piuttosto, i primi cristiani hanno ridefinito il concetto di “un solo Dio” per la persona e l’opera di Gesù Cristo. Molti sono convinti che Gesù era solo un profeta e non ha mai affermato di essere Dio, ma uno sguardo attento ai Vangeli dimostra che il Gesù storico chiaramente esercita prerogative divine. Egli si identifica con l’attività di Dio nel mondo e credeva che nella sua persona, il Dio di Israele stava tornando a Sion proprio come i profeti avevano promesso. Queste affermazioni, quando sono studiate da vicino, sono de facto affermazioni di divinità, motivo per cui i capi religiosi del tempo si indignarono. L’evidenza mostra che Gesù ha affermato di essere Dio incarnato, e entro 20 anni dopo la sua morte e risurrezione, i cristiani lo identificando con il Dio di Israele, utilizzando il linguaggio e la grammatica del Vecchio Testamento».

Proprio su quest’ultimo tema, ovvero l’auto-dichiarata divinità di Gesù, consigliamo il libro recentemente pubblicato in italiano Gesù figlio di Dio (EDB 2015) di Gérard Rossé, ordinario di Teologia biblica presso il Sophia University Institute. «La vera storia di Gesù Cristo è una buona notizia, e ha trasformato la mia vita», ha concluso il prof. Michael Bird. «È per questo che sto combattendo per raccontarla in mezzo a una cacofonia di voci sbagliate».

La redazione

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Il Gesù storico è una leggenda? Alcune risposte a Dan Barker

lordolegendNei tanti blog e siti web cattolici presenti sulla rete notiamo spesso una grossa lacuna negli argomenti trattati: il Gesù storico. E’ un tema poco approfondito anche nelle parrocchie e nella Chiesa, sono rarissimi gli incontri nei circoli culturali cattolici e nelle iniziative delle diocesi, nonostante sia e sia stata una passione di Benedetto XVI. Secondo noi è un tema importante, moltissimi credenti covano ancora dubbi e paure a parlare della storicità del cristianesimo, sicuramente dovuti a false informazioni comparse sui media.

Noi, che qualche studio sul Gesù storico lo abbiamo intrapreso, abbiamo il dovere di informare che non c’è nulla da temere ma, al contrario, la ricerca sul Gesù storico può essere molto utile alla fede, a stabilizzarla e a confermarla. Inoltre, impedisce di ridurre la fede in Cristo ad un messaggio simbolico/mitico ed è un baluardo contro la riduzione della fede cristiana a un’importante ideologia di qualsiasi genere.

Per questo, anche oggi, diamo spazio ad un approfondimento sul tema commentando il dibattito avvenuto il 6 giugno 2015 negli Stati Uniti tra Dan Barker, ex pastore protestante, scrittore ateo e co-fondatore della Freedom From Religion Foundation, e Justin W. Bass, docente di Nuovo Testamento presso il Dallas Theological Seminary. La pagina Wikipedia italiana di Barker è pessima: secondo l’autore lo scrittore avrebbe lanciato una “sfida” ai cristiani sulla storicità di Gesù e nessuno la avrebbe accolta (a parte due anonimi sacerdoti che poi si sono tirati indietro). Barker è autore di tre libri sul cristianesimo (“Losing Faith in Faith”, “Godless” e “Life Driven Purpose”), dove si occupa anche del Gesù storico, tuttavia è facile notare che non ha alcun titolo accademico nel suo curriculum e la bibliografia che cita a suo sostegno non include nessun serio studioso del cristianesimo primitivo, a parte RJ Hoffman e Bart Ehrman. Egli fa parte di miticisticioè il gruppo di scrittori/giornalisti/opinionisti americani che negano l’esistenza di Gesù, parlando di storia leggendaria. Una tesi ormai decaduta, gli stessi studiosi che Barker cita a suo (presunto) sostegno, Hoffman ed Ehrman, hanno entrambi scritto numerosi libri contro i miticisti e a sostegno del Gesù storico, seppur entrambi si dichiarino non credenti.

 

Durante il dibattito con J.W. Bass, Barker ha usato alcuni argomenti per sostenere che Gesù è una leggenda, andiamo a confutarli.

1) La città di Nazareth esisteva ai tempi di Gesù.
Fin dall’inizio del suo discorso di apertura, Baker ha dichiarato che la città di Nazareth non esisteva al tempo di Gesù, ne ha parlato anche nel 1992 nel libro “Losing Faith in Faith” (p. 191), sostenendo che Nazareth non sarebbe esistita fino a prima del secondo secolo. Tuttavia, è alla portata di tutti la notizia che le scoperte archeologiche hanno definitivamente dimostrato che Nazareth esisteva ai tempi di Gesù (grazie anche al lavoro dell’archeologo italiano Bellarmino Bagatti). Non solo, nel 1962 il professor Avi-Yonah dell’Università di Gerusalemme ha rinvenuto vicino all’antica Cesarea Marittima una lapide di marmo grigio, datata al III secolo d.C, che cita la località di Nazareth (testimoniandone l’esistenza da tempi ben più antichi), mentre nel 2009 l’archeolologa Yardenna Alexandre ha scoperto anche una casa privata risalente all’epoca di Gesù. Lo stesso Bart Ehrman, citato come fonte da Baker, afferma in un suo testo: «Molte convincenti prove archeologiche indicano che in realtà Nazareth esisteva ai tempi di Gesù e che, come gli altri villaggi e le città in quella parte della Galilea, è stata costruita sul fianco della collina. Gesù è veramente venuto da lì, come conferma l’attestazione multipla» (“Did Jesus Exist?”, HarperOne 2012, p 191). Dunque il primo argomento usato da Baker è completamente in contrasto con i fatti.

 

2) Tacito si riferisce a Gesù in Annali 15,44
Nel suo secondo argomento Baker ha sostenuto che lo storico romano Tacito non si riferisce a Gesù Cristo nel suo celebre passo di “Annali” 15,44, quando scrive: «Allora, per troncare la diceria, Nerone spacciò per colpevoli e condannò ai tormenti più raffinati quelli che le loro nefandezze rendevano odiosi e che il volgo chiamava cristiani. Prendevano essi il nome da Cristo, che era stato suppliziato ad opera del procuratore Ponzio Pilato sotto l’impero di Tiberio». Come abbiamo dimostrato nel nostro apposito dossier, l’autenticità del passo è sostenuta dalla maggior parte degli studiosi, J.P. Meier -tra i maggiori biblisti viventi- ha scritto: «nonostante alcuni deboli tentativi di mostrare che questo testo è un’interpolazione cristiana in Tacito, il passo è certamente genuino. Non solo è attestato in tutti i manoscritti degli Annali, ma il tono decisamente anticristiano del testo rende quasi impossibile un’origine cristiana» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 89). Lo stesso Bart Ehrman, a cui Baker si affida, ha scritto: «non conosco alcun classicista di professione, e nessuno studioso dell’antica Roma, che non ne sostenga l’autenticità. E’ evidente che Tacito sapesse qualcosa di Gesù. Il suo riferimento dimostra che al principio del II secolo le massime cariche istituzionali romane sapevano che Gesù era vissuto ed era stato giustiziato dal governatore della Giudea» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 57,58). Oltretutto occorre ricordare che oltre a Tacito, esistono almeno 9 autori non cristiani che, tra il 50 d.C. e il 170 d.C., testimoniano l’esistenza di Gesù (molti in modo indipendente).

 

3) San Paolo ritenne l’apparizione di Gesù fisica e corporale.
Le lettere di San Paolo sono molto importanti perché la maggior parte scritte a ridosso della morte e resurrezione di Cristo, prima ancora dei Vangeli. Dan Baker ha contestato il fatto che Paolo riteneva fisica e corporea la risurrezione di Gesù, sostenendo che la parola greca ὤφθη, da lui usata, indica un’esperienza visionaria, spirituale. Occorre dargli ragione sul fatto che a volte questa parola greca è utilizzata nella Bibbia per indicare un’esperienza visionaria/spirituale, ma è falso che non venga mai utilizzata anche per indicare un’esperienza fisica, corporea. Ad esempio ὤφθη compare in Lc 24,34 (“Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone”) e lo stesso Baker ha concordato sul fatto che Luca presenta una apparizione fisica del Gesù risorto (è indubitabile, d’altra parte, se si legge tutto il brano, sopratutto Lc 24, 36-43). Ma anche nella traduzione greca dell’Antico Testamento questa parola viene adoperata per le apparizioni fisiche, ad esempio in Gn 46,29 (Giuseppe incontra Giacobbe), Es 10,28 (Mosè e il Faraone), 1Re 3,16 (due prostitute si recano da Salomone), 1Re 18,1 (Elia si reca da Acab) ecc. Quindi, basarsi soltanto su questa parola greca non può aiutare a decidere la questione.

Inoltre, secondo Baker, Paolo in 1 Corinzi 9, non afferma di aver “visto” il Signore («Non ho veduto Gesù, Signore nostro?»). Per lui è una «traduzione sbagliata». Eppure, la traduzione greca è οὐχὶ Ἰησοῦν τὸν κύριον ἡμῶν ἑόρακα, dove la parola greca ἑόρακα deriva da ὁράω, che significa “(io) vedo”. La cosa comunque importante è che Baker ha riconosciuto che la parola ἀνάστασις è utilizzata per indicare la resurrezione fisica. Egli ritiene però che Paolo non l’abbia mai utilizzata, anche se la conosceva, ed invece è vero il contrario dato che la utilizza nella Lettera ai Romani 1,4 (ritenuta totalmente autentica di Paolo): «costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti, Gesù Cristo, nostro Signore» («ἐξ ἀναστάσεως νεκρῶν, Ἰησοῦ Χριστοῦ τοῦ κυρίου ἡμῶν), tanto che nel procedere del dibattito anche lui stesso lo ha riconosciuto. Ma anche nella stessa Lettera ai Corinzi, che tanto ha creato obiezioni al noto ateo, Paolo utilizza molte volte la parola ἀνάστασις per riferirsi alla risurrezione: «Ora, se si predica che Cristo è risuscitato dai morti (ἐκ νεκρῶν ἐγήγερται, nda), come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti (ἀνάστασις νεκρῶν, nda). Se non esiste risurrezione dai morti (ἀνάστασις νεκρῶν, nda), neanche Cristo è risuscitato! (ἐγήγερται)» (1 Corinzi 15, 12-13, 20-21). Si può dunque concludere che Paolo disse di aver ricevuto un’apparizione fisica di Gesù (tanto da trasformarlo in un istante da cacciatore di cristiani ad apostolo tra le genti) e, di conseguenza, di credere alla sua resurrezione fisica e corporale.

 

4) I 500 testimoni oculari della resurrezione di Gesù
In 1 Corinzi 15,6, Paolo afferma rispetto a Gesù: «In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti». Questa affermazione è stata spesso al centro del dibattito tra i due relatori: entrambi hanno concordato che la maggioranza degli studiosi ritiene il brano attendibile, tuttavia non sono unanimi nel ritenere se Paolo abbia appreso questa informazione direttamente o in seconda mano. E’ inoltre appurato che tutti i principali studiosi (Lüdemann, Dunn, EP Sanders, J.P. Meier, NT Wright ecc.) concordano sul fatto che Paolo scriva vent’anni dopo i fatti ma citi informazioni che ha appreso entro 2-5 anni dalla morte di Gesù. Secondo Baker non può averle apprese direttamente a causa della distanza tra Gerusalemme e Corinto, tuttavia sappiamo per certo che Pietro e Giacomo hanno viaggiato frequentemente da Gerusalemme a Corinto. Inoltre, sappiamo che Paolo, a causa del suo passato, dovette dimostrare la sua buona fede e credibilità ai primi cristiani, offrire un’informazione falsa come i 500 testimoni oculari, facilmente verificabile da chiunque, avrebbe oscurato non poco la sua reputazione. Oltretutto, occorre osservare che Paolo spiega anche che di questi 500 testimoni oculari, alcuni sono vivi mentre altri sono morti. Qualcosa di parallelo c’è in Flavio Giuseppe quando sostiene che 23 anni dopo l’evento di cui parla le persone sono ancora vive, lo dice «per dimostrare» ciò che afferma (Antichità giudaiche, 20,266). Ugualmente Paolo fornisce questa informazione per invitare i suoi uditori ad andare a verificare, “sono ancora vivi!”.

 

5) Anche se Gesù è risorto non è il Signore?
Un’affermazione scioccante e molto importante è stata pronunciata da Dan Baker negli ultimi 15 minuti del dibattito: anche se Gesù è risorto dai morti e c’è un Dio, tuttavia non lo avrebbe accettato e riconosciuto come il Signore. E’ una onesta rivelazione di un pregiudizio ideologico che muove gli oppositori della storicità di Cristo: egli non DEVE essere quel che disse di essere. Perciò, prove ed argomenti di fatto poco importano a loro.

Questo è molto importante da capire per chi si interessa del Gesù storico: le prove storiche sono molto importanti ma non costituiscono il motivo per chi decide di credere o non credere in Lui. La fede nasce soltanto come dono in coloro che hanno fatto un misterioso incontro personale con Gesù, ed avevano il cuore e la libertà aperti per riconoscerLo. Non c’è altro modo di “originare” la fede se non facendone un’esperienza diretta. E’ la presenza viva di Gesù, qui e ora, che attrae e innamora, le “prove storiche” dei Vangeli possono solamente essere una conferma di quel che si crede. Non il motivo.

 

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Nuovo dossier UCCR: le testimonianze extrabibliche su Gesù di Nazareth

Fonti extrabiblicheLa redazione UCCR ha preparato, e oggi pubblicato, un nuovo dossier, questa volta su una tematica che riteniamo molto importante e affascinante e, purtroppo, poco trattata nella miriade di siti web e blog cattolici a livello internazionale. Stiamo parlando della storicità dei Vangeli e, in particolare, di Gesù di Nazareth.

Abbiamo infatti affrontato il tema della sua esistenza nelle fonti non cristiane (extra-cristiane), ovvero quelle pagane greco-romane, quelle pagane siro-palestinesi e quelle ebraiche. Allo stesso tempo, abbiamo sinteticamente valutato la testimonianza delle fonti cristiane al di fuori dei vangeli (extra-canoniche) e al di fuori del Nuovo Testamento (extra-testamentarie). Il tutto è stato premesso da un approfondimento sulla (presunta) scarsità dei dati che abbiamo a disposizione nei confronti di Gesù.

E’ una tematica che è stata al centro del dibattito negli ultimi due secoli ma che, tuttavia, oggi ha perso di attenzione in quanto ritenuta non così necessaria. Dalla seconda fase (postbultmaniana) e, sopratutto, dalla terza fase dello studio sul Gesù storico (dagli anni ’90 in poi), i vangeli hanno infatti aumentato sempre più, agli occhi degli storici, la loro attendibilità sui dati che presentano. Molti pregiudizi sono stati in parte abbandonati e l’onestà intellettuale è stata abbastanza riguadagnata, anche grazie al contributo delle scoperte archeologiche e dei convincenti argomenti sulla retrodatazione della loro composizione. Parallelamente, si è quindi sentita meno l’esigenza di vagliare le tracce di Gesù al di fuori dei quattro vangeli canonici, ritenendo comunque sufficiente l’autorità evangelica.

E’ rimato comunque un argomento molto utile, semmai per confermare l’attendibilità dei vangeli in quanto tutte le fonti extraevangeliche indipendenti non fanno altro che ribadire le informazioni offerte dai quattro evangelisti (mai alcuna contraddizione o smentita, nemmeno negli autori pagani satirici). In questo dossier abbiamo presentato direttamente il pensiero di diversi principali studiosi del Nuovo Testamento, di fede protestante, cattolica e non credenti, come B.D. Ehrman della North Carolina University. Proprio quest’ultimo ha riconosciuto che i numerosi documenti che parlano di Gesù di Nazareth al di fuori dei vangeli «forniscono allo storico una dovizia di materiali su cui lavorare, un fatto piuttosto insolito per le testimonianze sulla vita di chiunque, letteralmente chiunque, sia vissuto nel mondo antico» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 79).

Oltre ai quattro vangeli canonici, infatti, gli studiosi sostengono la storicità di Gesù basandosi anche sulle rispettive fonti-presinottiche (la cosiddetta fonte Q, la fonte M, L e altre ), su 8 testimonianze non cristiane, indipendenti e riconosciute come autentiche (Tacito, Plinio il Giovane, Svetonio, Marco Cornelio Frontone, Luciano di Samosata, Tallo, Mara Bar Serapion e Flavio Giuseppe), e su 10 testimonianze cristiane, anch’esse ovviamente indipendenti (e addirittura alcune precedenti) ai vangeli canonici (Atti degli Apostoli, Tredici lettere di Paolo, Lettera agli Ebrei, Due lettere di Pietro, l’Apocalisse, la Lettera di Giuda, la Didaché, gli scritti di Papia, Ignazio di Antiochia e la Prima lettera di Clemente Romano ai Corinzi).

Dopo aver presentato l’opinione maggioritaria della comunità scientifica su ognuna di queste fonti, abbiamo concluso che oggi non solo non è più possibile mettere in dubbio la storicità di Gesù (e nessuno più lo fa), ma -come è stato scritto poco sopra- è anche d’obbligo ritenere le fonti più complete che abbiamo sulla vita di Gesù, cioè i vangeli, dei documenti storici, la cui attendibilità è confermata da quasi 20 documenti indipendenti, cristiani e non cristiani, risalenti ai primi due secoli dell’era cristiana.

 

Clicca qui per consultare il dossier: “Le testimonianze extrabibliche su Gesù di Nazareth”

 

La redazione

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Fede e Storicità

La maggioranza degli studi e delle principali autorità in campo storico e archeologico -best seller e thriller religiosi a parte-, concordano nell’affermare ormai con certezza l’esistenza storica di Gesù Cristo e la comptabilità tra il Gesù ricostruito dalla ricerca e il Gesù proclamato e riconosciuto come Cristo nella fede.

Allo stesso modo si riconosce, anche grazie al progredire dei successi archeologici, l’alta attendibilità storica del racconto evangelico.

Grazie alle numerose scoperte archeologiche del secolo scorso e alla crisi del metodo demitizzatore dei Vangeli, oggi possediamo con certezza una mole di dati storici indiscutibili: l’esistenza storica di Gesù Cristo nel primo secolo d.C.; la veridicità e l’attendibilità storica del contenuto dei Vangeli anche in seguito alla necessaria ri-datazione a ridosso dei fatti narrati.

In questa sezione del sito, nel menu a sinistra, dimostreremo quanto abbiamo ora descritto sinteticamente dando spazio alle tante certezze che in questi secoli abbiamo potuto acquisire circa la storicità di Gesù Cristo, dei Vangeli e dell’Antico Testamento.

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Possediamo i Vangeli originali? No, ma non è un problema

AmanuensiIl professore di Nuovo Testamento presso il Dallas Theological Seminary, nonché direttore del Center for the Study of New Testament Manuscripts, Daniel B. Wallace, ha pubblicato di recente una risposta ad alcune affermazioni di un intellettuale americano contro la storicità dei Vangeli e contro il cristianesimo in generale.

Tra le tante confutazioni proposte, ci interessa in particolare quella che risponde a questa tesi d’accusa: «nessuno di noi oggi ha mai letto l’originale dei Vangeli, tranne una cattiva traduzione che è stato alterata centinaia di volte, prima di arrivare a noi». Ovvero: nessuno possiede le copie originali dei Vangeli ma soltanto traduzioni di traduzioni che inevitabilmente avrebbero modificato il senso e le parole contenute nel testo originale, dunque non si può sapere cosa davvero scrissero gli autori dei Vangeli.

La tesi è citata dallo studioso agnostico Bart Ehrman nel suo noto libro “Misquoting Jesus”, tuttavia la posizione di Ehrman non è così radicale come viene riportata da quanti lo usano a loro supporto. Egli ad esempio riconosce che «la gran parte delle differenze tra le copie in nostro possesso sono del tutto irrilevanti. In genere dimostrano solo che gli antichi scribi non conoscevano l’ortografia meglio della maggioranza di noi (oltre a non disporre di dizionari ne, tantomeno, del controllo ortografico automatico)» (Harper Collins Publishers 2005, p.16). E ancora: «Gli scribi, sia i non professionisti dei primi secoli sia gli amanuensi professionisti del Medioevo, erano decisi a “salvaguardare” la tradizione testuale che trasmettevano. La loro principale preoccupazione non era quella di modificare la tradizione, bensì di preservarla per se stessi e per coloro che sarebbero venuti dopo. La maggioranza tentava senza dubbio di lavorare in modo fedele accertandosi che l’opera riprodotta fosse uguale a quella ereditata. Ciononostante, ai primi testi cristiani furono apportate delle modifiche. Talvolta (spesso) gli scribi commettevano errori, sbagliando l’ortografia di una parola, tralasciando una riga o anche solo confondendo le frasi che avrebbero dovuto copiare. E di tanto in tanto modificavano il testo di proposito, introducendovi una “correzione” che in realtà finiva per essere un’alterazione di ciò che aveva scritto in origine l’autore». Tuttavia, ha aggiunto, «non vorrei destare la falsa impressione che questo tipo di modifica di ordine teologico si verificasse ogni volta che uno scriba si metteva a copiare un brano. Accadde in modo sporadico» (p. 205, 206).

Il prof. Wallace ha quindi aggiunto che «in realtà oggi ci stiamo avvicinando sempre di più al testo originale del Nuovo Testamento e sempre più manoscritti vengono scoperti e catalogati». Anche se alcune traduzioni, soprattutto quelle successive, si basano su traduzioni in altre lingue dal testo greco (quindi, una traduzione di una traduzione del greco), queste non sono affatto le traduzioni che gli studiosi utilizzano per arrivare fedelmente alla formulazione originale. Complessivamente, ha spiegato, «possediamo almeno 20.000 manoscritti in greco, latino, siriaco, copto e altre lingue antiche che ci aiutano a determinare la formulazione originale». Quasi 6000 di questi manoscritti sono in greco. Abbiamo inoltre più di un milione di citazioni del Nuovo Testamento da parte dei padri della Chiesa. «Non c’è assolutamente nulla nel mondo greco-romano che arriva neanche lontanamente vicino a questa ricchezza di dati, il Nuovo Testamento ha più manoscritti all’interno di un secolo o due dall’originale di ogni altra cosa del mondo greco-romano. Se dobbiamo essere scettici sull’originale del Nuovo Testamento, allora lo scetticismo dovrebbe essere moltiplicato mille volte per tutta la letteratura greco-romana e antica». Proprio in questi giorni, per l’appunto, è stato scoperto un testo che potrebbe essere la più antica copia di un vangelo, ovvero un frammento del Vangelo di Marco, risalente al primo secolo.

Anche Ehrman offre comunque una confutazione della sua stessa tesi nel libro “Did Jesus Exist?”, rispondendo proprio a quelli che chiama “miticisti” (coloro che non credono ai Vangeli e all’esistenza di Gesù), i quali usano questo argomento contro l’attendibilità dei Vangeli: «I Vangeli sono tra i libri del mondo antico che hanno più riscontri». E’ vero, le migliaia di manoscritti che possediamo non sono le copie originali e presentano delle varianti, «ma la portata del problema non è tale da rendere impossibile farsi un’idea di quanto scrissero gli antichi autori cristiani. Non esiste un solo critico testuale che la pensa diversamente perché nella stragrande maggioranza dei casi la formulazione delle frasi da parte degli autori non è in discussione» (Harper Collins Publishers 2012, p.181-183). Ovvero l’autenticità e non autenticità di un brano è tranquillamente rilevabile.

La redazione

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Scoperto palazzo di Erode e nuove prove storiche su Re Davide

Palazzo erodeIl Washington Post ha rilanciato in questi giorni la tesi esposta nel 2010 nel libro The Final Days of Jesus del prof. Shimon Gibson, archeologo della University of North Carolina a Charlotte: sarebbe stato trovato nella Vecchia Gerusalemme il palazzo di Erode dove Ponzio Pilato processò Gesù.

In esso sarebbe emerso il praetorium del prefetto romano dove egli si lavò le mani della sorte di Gesù, consegnandolo alle autorità ebraiche che lo condannarono alla crocifissione. Il Vangelo di Giovanni descrive il luogo come situato vicino a una porta della città e su un lastricato di pietre irregolari, il “litostrato”. Il palazzo di Erode trovato da Gibson si trova effettivamente non lontano dalla porta di Giaffa e ha un pavimento costruito con “pietre irregolari”.

La lettura dei Vangeli sembra però far corrispondere il pretorio anche con la Fortezza Antonia, dimora di Pilato, che s’ergeva a nord del Tempio, area dalla quale partono oggi i pellegrinaggi per la Via Dolorosa. Ma per Gibson non è così: «Tutti gli indizi, archeologici, storici ed evangelici, fanno pensare che fosse proprio questo il luogo del processo a Gesù». E anche il pastore anglicano David Pileggi è convinto che gli scavi nella prigione confermano «quel che tutti si aspettavano, e cioè che il processo avvenne vicino alla Torre di David». Le due tesi oggi convivono con buone motivazioni per entrambi.

A proposito di Re Davide, il Metropolitan Museum of Art ha esposto una pietra di 3000 anni (830 a.C. circa) che si aggiungerebbe alle prove sull’esistenza storica del grande protagonista dell’Antico Testamento (seppur 150 anni dopo il periodo storico in cui si ritiene abbia vissuto). L’iscrizione sulla pietra riporta in modo evidente il riferimento della nazione di Giuda come “casa di Davide”, dimostrando che in quella zona dell’attuale Israele Davide era ben noto. Secondo gli esperti, si tratta della più importante scoperta mai fatta in relazione alla Bibbia. In un articolo precedente approfondivamo le prove storiche su Re Davide e rispondevamo anche alle accuse del prof. Zeev Herzog.

La redazione

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Il Vangelo di Marco si basa sulla testimonianza di Pietro

Vangelo di MarcoAll’estero, sopratutto in America, tantissimi studiosi del cristianesimo primitivo hanno un loro blog personale in cui pubblicano documenti, riflessioni, rispondono a domande e dialogano tra loro. Storici, teologi, biblisti, studiosi del Nuovo Testamento di diverso orientamento: cattolici, agnostici, protestanti, ebrei.

E’ molto interessante seguire il dibattito, in particolare recentemente sul blog di Larry W. Hurtado, noto docente di Nuovo Testamento presso l’Università di Edimburgo, è apparso uno scambio epistolare tra lui e Richard Bauckham, tra i maggiori biblisti americani, docente all’University of St Andrews e membro della British Academy e della Royal Society of Edinburgh. Bauckham, discutendo con Hurtado sul ruolo dei testimoni oculari nella formazione dei Vangeli, ha spiegato di stare lavorando ad un sequel del suo fortunato libro “Jesus and the Eyewitnesses: The Gospels as Eyewitness Testimony” (2008) (“Gesù e i testimoni oculari: i Vangeli come testimonianze oculari”), e che, in questo nuovo volume, presenterà nuove prove sul fatto che il Vangelo di Marco è basato in gran parte sulla testimonianza oculare dell’apostolo Pietro (come d’altra parte affermava già Papia).

Diciamo che non è proprio una novità, da tempo la comunità scientifica ha accertato questo dato. Secondo un’ampia parte degli studiosi, Marco avrebbe composto il suo vangelo attorno al 70 d.C., seppur utilizzando materiale redatto molti anni prima, trascrivendo fonti pre-sinottiche diffuse fin dagli anni immediatamente successivi alla morte di Gesù: ad esempio secondo Barth Ehrman tutto quello che riguarda la Passione. Rudolp Pesch le chiama fonti “pre-marciane”, scritte uno-due anni dopo la morte di Gesù. Willibald Bosen, ad esempio, ha fatto notare che Marco non cita il sommo sacerdote Caifa, come se esso fosse ancora in attività (vi restò fino al 37 d.C.).

Altri studiosi, invece, ritengono che tutto il Vangelo di Marco vada anticipato al 44 d.C., quando l’evangelista accompagnò Pietro a Roma. Ad affermarlo è anche la scuola dei sostenitori del papirologo José O’Callaghan, il quale ha attribuito il frammento 7Q5 dei rotoli di Qumran (trovati in grotte chiuse nel 68 d.c.) al VI capitolo del Vangelo di Marco (Mc 6, 52-53), comparazione confermata da successivi studi e sostenuta da innumerevoli studiosi (in Italia, ad esempio, Orsolina Montevecchi, presidente dell’Associazione Internazionale Papirologi: «è praticamente impossibile che possa trattarsi di un altro testo, magari sconosciuto. Mi pare giunto il tempo di inserire il frammento 7Q5 nella lista ufficiale dei papiri del Nuovo Testamento», “Aegyptus” 1994, p. 206-207), compresi molti iniziali critici, come J.M. Vernet che nel Simposio a Roma nel 2002 intitolato “Contributo delle scienze storiche allo studio del Nuovo Testamento”, ha pubblicamente decretato, assieme ad altri studiosi, che «è divenuta praticamente unanime l’idea che l’identificazione del gesuita catalano sul 7Q5 è la più sicura e la più chiara, comparata alle numerose altre presentate come alternative. Lo studio e il metodo scientifico di O’Callaghan e di altri autori favorevoli all’identificazione di 7Q5 con Mc 6, 52-53 sono corretti, seri e scientifici» (firmato da P.Parker, C. Roberts, C. Hemer, P. Gamet, V. Spottorno ecc). Le conclusioni di Vernet corrispondono a quelle del Simposio internazionale sul frammento 7Q5 dell’ottobre 1991 a Eichstätt, dove quasi tutti gli studiosi che vi hanno partecipato si sono detti d’accordo con la attribuzione di O’Callaghan (gli atti del Simposio sono pubblicati in M. Bernhard, “Christen und Christliches in Qumran?, Eichstätt Studien XXXII, Regensburg, Verlag Friedrich Prustet 1992).

In ogni caso l’autore del Vangelo di Marco è da ritenersi un testimone oculare, secondo Bauckham. Il quale ha anche aggiunto: «Penso anche che il “discepolo amato” scrisse lui stesso il Vangelo di Giovanni, e che anche lui è stato quindi un testimone oculare. Naturalmente il suo Vangelo è il prodotto della sua riflessione, su ciò che aveva visto durante la sua vita». Per quanto riguarda Luca, così come ha fatto Marco, «ha preso ogni occasione per incontrare i testimoni oculari e li ha intervistati. Ha raccolto materiale probabilmente da un certo numero di testimoni oculari minori dai quali ha ricevuto storie o detti individuali».

La redazione

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