Luzzatto e Prosperi non si arrendono: «la Sindone è un falso, capito? Un falso!»

SindoneLo ripetiamo spesso: gli unici liberi pensatori sono coloro che non sono affatto obbligati a credere ai miracoli, perché la loro fede non si basa su alcun prodigio, su alcuna apparizione, su alcuna guarigione miracolosa. Al contrario, chi non crede in Dio è obbligato a negare a prescindere ogni miracolo, non può concedere nulla ma ha bisogno di smentire sempre tutto altrimenti sarebbe costretto a cambiamenti esistenziali troppo sconvolgenti da accettare.

Per chi desidera un esempio concreto potrebbe leggere il divertente articolo contro la Sindone di Sergio Luzzatto, laicissimo docente di Storia moderna a Torino. E’ talmente alto il fastidio verso il sacro telo che non c’è spazio per alcuna prudenza: «è un falso», si legge già alla prima riga. «Basta. La verità sulla Sindone esiste, non c’è più alcun dubbio né alcun mistero. La Sindone è una fabbricazione medievale, è un finto sudario del I secolo d.C. approntato da un qualche falsario in una data compresa fra la metà del Duecento e la metà del Trecento». Più odio invece traspare nell’articolo anti-sindone di qualche giorno dopo dello storico (in pensione) Adriano Prosperi, secondo cui la Sindone è «un falso che trionfa col regno dei Savoia, li accompagna sul trono d’Italia fino al termine inglorioso del loro regno e si trasferisce poi nelle mani della curia di Torino e del Vaticano per la felicità di un popolo di feticisti».

Su cosa basano i due storici anticlericali la loro fiera sicurezza? Entrambi si appoggiano all’ultimo libro di Andrea Nicolotti, assegnista presso l’Università di Torino, anch’egli noto avversario dell’autenticità della Sindone. Eppure le tesi storiche avanzate da Nicolotti sono note da anni e decisamente scarse, alle quali oltretutto è stato più volte risposto in altrettanti libri. L’argomento principale di Nicolotti è l’opinione di un vescovo francese del 1389, Pierre d’Arcis-sur-Aube, secondo cui a Troyes ci sarebbe «una stoffa raffigurata con artifizio, su cui in modo abile è stata raffigurata l’immagine duplice di un uomo», che viene spacciata come quella che avvolte il corpo di Gesù Cristo dopo la crocifissione. Secondo il vescovo francese «quello in realtà non poteva essere il sudario del Signore, dal momento che il Santo Vangelo non fa alcuna menzione di un’impressione di tal fatta, mentre invece, se fosse vero, non è verosimile che sia stato taciuto od omesso dai santi evangelisti, né che sia stato nascosto od occultato fino a quel tempo». Tale vescovo avrebbe anche riferito che in passato un artista avrebbe ammesso di esserne stato l’autore, ovviamente rigorosamente anonimo e ovviamente senza spiegare come avrebbe fatto.

Tutto qui, Nicolotti crede all’opinione di un vescovo scettico del 1300. Eppure, è fin troppo facile ricordare che nel 1300 nessuno poteva sapere che l’immagine sindonica avrebbe manifestato tutta la sua incredibilità soltanto diversi secoli dopo grazie all’avvento della scienza moderna: l’immagine si comporta infatti come un negativo fotografico e contiene informazioni tridimensionali del corpo, caratteristiche eccezionali ma invisibili a occhio nudo. Se il vescovo francese avesse avuto modo di saperlo certamente non solo non avrebbe capito nulla -dato che non esisteva ancora né il concetto di negativo fotografico né la possibilità di creare immagini su stoffe con caratteristiche tridimensionali- ma sarebbe stato decisamente più cauto nelle sue affermazioni. Come ha spiegato mons. Giuseppe Ghiberti, presidente onorario della Commissione diocesana per la Sindone, proprio in risposta a Luzzatto, «una cosa però è ormai acquisita: l’immagine non è frutto di un intervento pittorico. Su questo punto la discussione dovrebbe dirsi chiusa e la letteratura è ormai abbondante. Le conseguenze sono importanti e orientative: non si potranno prendere in considerazione ipotesi che si muovano nel contesto di una origine pittorica. È la ragione che sottrae i presupposti alla diatriba sorta nel secolo XIV tra i canonici di Lirey, che custodivano ed esponevano la Sindone, e il vescovo di quella diocesi, Pierre d’Arcis. Il fatto che tale vescovo, per comprovare l’origine dolosa dell’immagine sul telo, affermasse che un suo predecessore ne avesse individuato l’autore, senza che peraltro venga fornito alcun dato per identificarlo, fa solo pensare o che si trattasse di un’altra realtà “sindonica” o che l’inganno stesse dalla parte degli informatori del vescovo. Su questo punto è possibile affermare che la ricerca scientifica ha detto una parola definitiva». E’ la scienza che ha l’ultima parola in questo caso, non la storia.

Anche l’obiezione che le Scritture non parlano dell’immagine sindonica è stata spiegata dagli scienziati moderni: i ricercatori dell’ENEA di Frascati hanno realizzato un’immagine similsindonica irraggiando un telo di lino con luce UV e VUV, l’immagine apparsa è simile a quella sacro lino anche se ancora non è possibile riprodurne tutte le incredibili proprietà (non riescono i laboratori di fisica oggi, figuriamoci gli artisti medievali). In ogni caso è stato rilevato che la luce UV e VUV è in grado di generare una colorazione invisibile, che appare soltanto dopo invecchiamento del tessuto: «Il processo di invecchiamento può provocare una colorazione dei fili nella sola area irraggiata dalla luce laser anche quando non appare nessuna colorazione subito dopo l’irraggiamento. In altre parole, è possibile ottenere una colorazione latente, che si manifesta uno o più anni dopo l’irraggiamento», ci ha spiegato il fisico Paolo Di Lazzaro. Se dunque si assume che la Resurrezione di Cristo abbia prodotto quell’esplosione di energia tale da irraggiare le fibre del tessuto, l’immagine sarebbe apparsa soltanto tempo dopo grazie al processo di invecchiamento del tessuto (andando direttamente a sfidare la cultura scientista del XX e XXI secolo). Dunque per questo, probabilmente (risposte certe non ce ne sono, a parte quelle degli scientisti), chi entrò nel sepolcro vuoto non si accorse di nulla.

Il secondo argomento, prevedibile, è la radiodatazione al carbonio del 1988 che stabilì l’origine medievale della Sindone. Peccato che più nessuno crede all’autenticità di questo test, e non soltanto perché il campione prelevato fu quello sull’angolo maggiormente contaminato. A prendere le distanze dal responso sono stati Harry Gove, il coordinatore degli scienziati per la datazione della Sindone (che ha cambiato idea mostrando in uno studio scientifico seri dubbi), il chimico Raymond N. Rogers, tra i maggiori esperti a livello internazionale in analisi termica, il responsabile di uno dei laboratori in cui è stata realizzata la datazione, Christopher Ramsey di Oxford, che ha affermato in un comunicato: «Ci sono un sacco di altre prove che suggeriscono a molti che la Sindone è più vecchia della data rilevata al radiocarbonio». Andrebbe citata anche la relazione della Società Italiana di Statistica, con la quale sono stati rilevati errori di calcolo e la fraudolenta modificazione di alcuni dati per arrivare al livello di attendibilità dall’1 al 5%, ovvero la soglia minima per poter presentare l’esame scientificamente. Un recente documentarioLa notte della Sindone, ha anche rivelato uno strano giro di denaro e numerose anomalie dietro l’operazione del 1988.

Queste sarebbero le due prove “definitive” che galvanizzano Prosperi ad insultare tutti i pellegrini che si recano a Torino (Papa Francesco compreso) e basterebbero per Luzzatto a smentire la «fucina di assurdità “autenticiste” non si sa se più esilaranti o più inquietanti». Su Avvenire giustamente hanno commentato: «Sergio Luzzatto, “lanciato” come sempre superbamente cellofanato nelle sue certezze di bronzo. Ma nelle 4 colonne seguenti, 200 righe e circa 8.000 battute, a giustificare la tesi del libro e la sua fede di recensore non trovi alcunché che giustifichi la tesi del falso. «Ma perché “falso”?» Perché è un falso!».

Come detto inizialmente comprendiamo il bisogno di Prosperi e Luzzatto di affrettarsi in questi giudizi perentori, non potrebbero fare altrimenti. Lo scettico di professione è costretto dal dogma a negare ad oltranza, senza accorgersi di avvallare tesi imbarazzanti: bisognerebbe infatti ricordare ai tre storici che se davvero credono in quello che affermano allora dovrebbero coerentemente iniziare ad insegnare nei loro corsi di storia che i principi della fotografia non sono nati nel 1800 ma ben cinquecento anni prima, inventati dal falsario della Sindone. Un artista anonimo, sparito nel nulla, talmente geniale che avrebbe inventato la fotografia (conoscendo la differenza tra immagine positiva e negativa), appunto, il microscopio (indispensabile per realizzare le micro-caratteristiche sindoniche), la possibilità di creare immagini tridimensionali su un tessuto invisibili a occhio nudo e irriproducibili con la moderna tecnologia e tante altre capacità e conoscenze impossibili per l’epoca storica medioevale (ad esempio la differenza tra sangue venoso e sangue arterioso ecc.). Tenendo tutto nascosto, ovviamente, e utilizzando il suo incredibile genio per produrre soltanto la Sindone (non esiste infatti alcun reperto neanche lontanamente simile).

Questo è ciò in cui credono Luzzatto e Prosperi inspirati da Nicolotti. Chi è che poco sopra parlava di “assurdità esilaranti”?

La redazione

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Nuovi studi: la Sindone di Torino è del I° secolo

Mistero sindoneNon poteva arrivare in un periodo dell’anno migliore la notizia di nuovi risultati sulla Sindone di Torino, ovvero il Sudario che secondo la Tradizione avvolse il corpo di Gesù Cristo dopo la crocifissione.

I nuovi esperimenti scientifici sono stati eseguiti all’Università di Padova (in collaborazione con quella di Modena e Bologna) e confermerebbero una datazione della Sindone riferibile al I° secolo dopo Cristo. I risultati stanno per essere pubblicati anche su una rivista specializzata e dunque sottoposti al giudizio di un comitato scientifico.

Si tratta in particolare di tre nuove analisi, due chimiche e una meccanica. Le prime due sono state effettuate una con sistema FT-IR, cioè con luce infrarosso e l’altra con la spettroscopia Raman. La terza è invece un’analisi meccanica multi-parametrica, basata su cinque parametri meccanici diversi riguardanti la tensione del filo. Per questa indagini delle fibre sindoniche è stata realizzata un’originale macchina per prove di trazione in grado di valutare fibre estremamente piccole sono state analizzate insieme a una ventina di campioni di tessuti di età certa dal 3000 avanti Cristo al 2000 dopo Cristo.

Le analisi hanno coinvolto diversi docenti universitari di vari atenei italiani e i risultati conclusivi indicano per le fibre della Sindone in esame le seguenti date, tutte al livello di confidenza del 95%, e tutte lontane dalla datazione medievale ottenuta nel 1988 con l’esame del Carbonio14: per l’analisi FT-IR la data è 300 a.C. ±400, per l’analisi Raman 200 a.C. ±500, per l’analisi meccanica multi-parametrica 400 d.C. ±400. Eseguendo una semplice media aritmetica delle tre date si ottiene 33 a.C. ±250 anni, con un’incertezza – osservano i ricercatori – inferiore alle singole incertezze, compatibile con la data storica della morte di Gesù Cristo attribuita dagli storici all’anno 30 dell’era moderna.

Gli esami sono stati effettuali utilizzando piccole fibre sindoniche provenienti dal materiale aspirato dalla Sindone dal micro-analista Giovanni Riggi di Numana, scomparso nel 2008, che partecipò alle ricerche del 1988 e che aveva donato questi materiali al ricercatore di Padova Giulio Fanti attraverso la Fondazione 3M. Il lavoro dell’equipe scientifica è contenuta in un libro in uscita in questi giorni, scritto proprio dal professor Fanti, docente di misure meccaniche e termiche alla Facoltà di Ingegneria dell’ateneo padovano, intitolato: «Il mistero della Sindone» (Rizzoli 2013).

Il Centro Internazionale di Sindonologia (CIS) e l’Arcivescovo di Torino hanno tuttavia pubblicato un documento con alcune riserve sul lavoro, in particolare dubitando sull’autenticità del materiale su cui si sono basati gli studi (ricordiamo che la Chiesa cattolica non si è mai espressa sulla veridicità della Sindone come sudario di Cristo). Il prof. Fanti, tuttavia, ha replicato sottolineando che nel suo libro c’è proprio un’appendice riguardante la tracciabilità dei campioni utilizzati, che provengono dal materiale prelevato con esplicita autorizzazione durante gli esami dell’ottobre 1978. In ogni caso, ha spiegato, le ricerche pubblicate potranno essere confermate da test paralleli condotti dal CIS, e lui stesso si è dichiarato disponibile a fornire il proprio know-how per tale scopo.

Proprio su questo sito web, il prof. Paolo Di Lazzaro aveva anticipato i risultati (poi pubblicati ufficialmente) realizzati al Centro ricerche ENEA di Frascati, grazie ai quali è stato mostrata l’impossibilità di replicare l’immagine sindonica con strumenti medievali e anche con la moderna tecnologia. Soltanto la radiazione ultravioletta (UV), ha spiegato Di Lazzaro, può essere oggi utilizzata per colorare un tessuto di lino in modo similsindonico. In parallelo è stata ormai generalmente rifiutata l’attendibilità della datazione al radiocarbonio eseguita nel 1988, lo ha mostrato la Società Italiana di Statistica e anche un documentario (anche qui) con materiale inedito realizzato pochi mesi fa.

Ricordiamo la programmazione televisiva per questo Venerdì santo su Rai1: alle 14.10 uno Speciale di “A sua immagine”, centrato su “L’uomo della Sindone”. Alle 20.30 andrà in onda lo Speciale Porta a Porta “Sindone, mistero svelato?”, condotto da Bruno Vespa, interamente dedicato alla possibile soluzione del mistero che circonda da secoli il volto impresso sul velo. Alle 21.10 la diretta con la Via Crusi di papa Francesco dal Colosseo di Roma, a cura del Tg1 e Rai Vaticano con la telecronaca di Fabio Zavattaro. Alle 22.40, andrà in onda “Vivere con Passione”, uno speciale realizzato in collaborazione tra Tg1, Rai Vaticano e Tgr, dedicato al racconto dell’Italia dei simboli, che da quasi due millenni si rinnova il venerdì santo.

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Sindone: «l’esito del C14: la più grande truffa scientifica di sempre»

Questi due ultimi anni sono stati davvero importanti per la Sacra Sindone e i suoi appassionati, ovviamente per la contrapposta disperazione dei militanti del CICAP, l’associazione italiana che spreca risorse andando a caccia di fantasmi.

Il documento principale del 2011 è stato senza dubbio il report di alcuni ricercatori di ENEA, coordinati dal fisico Paolo Di Lazzaro, i quali hanno respinto con ragionevoli argomentazioni la possibilità di un falsario medioevale. Proprio su UCCR il dott. Di Lazzaro ha presentato in anteprima i risultati (prima parte, seconda parte), pubblicati successivamente in un vero e proprio documento scientifico. I ricercatori hanno dimostrato anche la possibilità di colorare tessuti di lino in modo similsindonico (cioè abbastanza somigliante all’originale) soltanto tramite la luce UV e VUV di un laser eccimero impulsato della durata di alcuni miliardesimi di secondo (diversi video su Youtube, come questo, ripropongono le varie interviste di approfondimento al ricercatore dell’ENEA).

Nel febbraio 2012 è invece apparso il documentario “La notte della Sindone”, prodotto da Polifemo e RAI con la regia di Francesca Saracino, il quale ha fatto luce sulle ricerche, i personaggi e le misteriose manovre che hanno caratterizzato la controversa datazione al radiocarbonio eseguita nel 1988. Un responso, quello del c14, che vede oggi decisamente scettici sulla sua validità la maggior parte degli studiosi (ovviamente a parte quelli ideologicamente impegnati). In questa pagina viene riassunta la situazione attuale, qui basterà citare la relazione della Società Italiana di Statistica, con la quale sono stati rilevati errori di calcolo e la modificazione di alcuni dati per arrivare al livello di attendibilità dall’1 al 5%, ovvero la soglia minima per poter presentare l’esame scientificamente.

UCCR aveva per l’occasione intervistato la regista, la quale aveva preannunciato contenuti inediti e sconvolgenti. Ancora non siamo riusciti a visionare il documentario, che è divenuto acquistabile proprio in questi giorni, ma la recensione apparsa in questi giorni su Vatican Insider ha certamente confermato le parole della dott.ssa Saracino. Gli autori dell’inchiesta hanno infatti intervistato Franco Faia, che insieme a Luigi Gonella e a Giovanni Riggi di Numana fu protagonista e testimone dell’operazione di datazione della Sindone con il Carbonio 14, il quale ha definito così ciò che accadde allora: «Si tratta della più grande truffa scientifica di tutti i tempi».

Tre laboratori (Tucson, Zurigo, Oxford), come sanno i nostri lettori, ebbero qualche minuscolo frammento della Sindone per datarlo con il metodo del radicarbonio. I risultati fecero risalire la Sindone al periodo tra il 1290 e il 1360 (guarda caso proprio il momento in cui i dati storici segnalano la prima presenza certa della Sindone), ma tale esito venne raggiunto in una continua e persistente violazione delle procedure che ha gettato un’ombra pesante sulla serietà dell’ente di coordinamento. I “dati grezzi” degli esami, cioè le cifre di base che sono servite a stilare il rapporto, non sono però mai stati resi pubblici nonostante le richieste della diocesi di Torino. Francesca Saracino e Paolo Monaci sono riusciti ad arrivare ad una copia di questi.

Il professore di statistica Pierluigi Conti, dell’Università a Sapienza, ha studiato il rapporto pubblicato allora dalla rivista Nature, osservando l’esistenza di un errore aritmetico: «Un errore semplicissimo, di cui non sono stato il primo ad accorgermi. Un piccolo errore aritmetico che però è decisivo: perché fa sì che si concluda che il materiale esaminato dai tre laboratori è omogeneo». Se questo errore viene corretto, ha continuato, «si arriva a una conclusione opposta: e cioè che l’età del materiale sindonico datato dal laboratorio di Arizona è diversa – 50, 60, 70 anni – dal materiale datato dagli altri due laboratori». La conclusione è dunque inevitabile: «Questo inficia completamente le conclusioni statistiche che derivano dall’articolo di Nature». Un risultato analogo, condotto con altri metodi di calcolo statistico, è stato ottenuto in maniera indipendente dal prof. Marco Riani, docente di statistica presso l’università di Parma.

Così come ha dunque osservato la Società Italiana di Statistica citata più sopra, questi errori sono fondamentali perché se in un campione così piccolo – qualche centimetro di stoffa – si trova una disomogeneità così forte nell’età del tessuto, nel momento in cui si considera l’intera Sindone  – quattro metri di lino – «potremmo avere variazioni di centinaia e anche di parecchie migliaia di anni». E, da un punto di vista strettamente scientifico, «non c’è un’evidenza sufficiente a favore dell’ipotesi che la Sindone sia un reperto medievale» ha concluso lo statistico. Occorre ricordare che il chimico Raymond N. Rogers, considerato uno dei maggiori esperti a livello internazionale in analisi termica, ha effettivamente individuato proprio nella zona in cui è stato prelevato il campione per la datazione del 1988, delle inserzioni di rammendo invisibile con filo di cotone, probabilmente di origine medioevale, arrivando ad affermare«La data emersa dall’esame al radiocarbonio non è da considerarsi valida per determinare la vera età della Sindone». Perfino il responsabile di uno dei laboratori in cui è stata realizzata la datazione, Christopher Ramsey di Oxford, ha dichiarato in un comunicato ufficiale del 2008: «Ci sono un sacco di altre prove che suggeriscono a molti che la Sindone è più vecchia della data rilevata al radiocarbonio».

Tutto questo è ancora una volta una anticipazione, possibile grazie al fatto che Vatican Insider ha potuto visionare in anteprima il DVD e i contenuti extra, ma “La Notte della Sindone” presenta molti altri elementi decisivi e altamente sospetti. Invitiamo dunque tutti i nostri lettori all’acquisto del documentario.

 

Qui sotto il servizio sul documentario svolto dal TG2 del 24/09/2011

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Sindone: il fisico Di Lazzaro risponde alle (poche) obiezioni

Il Centro di ricerche ENEA di Frascati ha recentemente pubblicato un documento scientifico di enorme portata per tutti gli interessanti alla Sacra Sindone, in quanto si conclude che la scienza non è oggi in grado di replicare l’immagine sindonica nella sua totalità, ma si è solo riusciti a realizzare una colorazione similsindonica attraverso un irraggiamento di un tessuto di lino tramite impulsi laser eccimero. Il dott. Paolo Di Lazzaro, fisico e dirigente di ricerca presso il Centro Ricerche Enea di Frascati, ha anticipato questo studio proprio su questo sito web nell’ottobre scorso.

La notizia ha fatto in breve tempo il giro del mondo, generando diverse reazioni. Molte appaiono dettate da puro nervosismo, come quella apparsa sul quotidiano britannico “The Telegraph”, dove si è voluto così titolare l’articolo con la notizia: “La Sindone è un falso. Fatevene una ragione”. Si nota come l’autore del testo, Tom Chivers, sia davvero preoccupato nel cercare di allontanare la possibile autenticità della Sindone dalla divinità di Cristo. Essendovi comunque presenti numerose imprecisioni nella citazione del documento ENEA, l’articolista è stato contattato dal dott. Di Lazzaro e ne è nata un’interessante intervista. Le “vere” critiche sono invece arrivate da due soggetti in particolare: il primo è ovviamente il chimico Luigi Garlaschelli dell’Università di Pavia, responsabile scientifico del CICAP e autore dell’imbarazzante “Seconda Sindone”, l’altro è Joe Nickell, scettico e investigatore del paranormale, con un passato da mago da palcoscenico, clown per il carnevale, investigatore privato e mazziere del Casinò. Entrambi hanno prodotto delle argomentazioni e ad entrambi il dott. Di Lazzaro ha inviato delle risposte.

 

In merito a tutto questo UCCR ha intervistato il ricercatore dell’ENEA, cercando assieme a lui di fare il punto sulle obiezioni e sulle risposte.

“Dott. Di Lazzaro, è stato apprezzato il distacco dei ricercatori ENEA da eventuali implicazioni filosofiche/teologiche che i risultati del Rapporto possono aver portato. Tuttavia le maggiori critiche ricevute sono arrivate da studiosi – Garlaschelli e Nickell – affiliati ufficialmente ad associazioni di scettici “di professione”. Valutando tutte le obiezioni ricevute, ha trovato che in generale le loro posizioni siano pertinenti e sufficientemente neutrali?”
«Di fatto, molti studiosi sindonologi si dividono in due fazioni, gli autenticisti a prescindere e gli scettici a prescindere, che si fronteggiano in una sorta di guerra ideologica che non porta ad una sintesi figlia del rispetto reciproco e della comprensione delle altrui ragioni. Questa è almeno l’impressione che ho ricevuto quando mi sono accostato agli studi scientifici sulla Sindone: all’inizio era difficile per me capire chi avesse ragione, come conciliare affermazioni categoriche e opposte, districarsi tra accuse reciproche che ricordano quelle tra Capuleti e Montecchi, tra Guelfi e Ghibellini. Di conseguenza, non mi aspettavo obiezioni neutrali da due esponenti “Ghibellini” come Garlaschelli e Nickell. Sarebbe stato pretendere troppo. Tuttavia, mi aspettavo obiezioni più pertinenti e documentate, e invece nel caso di Nickell (si legga qui l’intervista) ho avuto risposte che mostrano chiaramente come Nickell stava commentando un Rapporto che non ha mai letto.

Questo approccio, se da una parte è comprensibile a causa della lingua (il nostro Rapporto è scritto in italiano) dall’altra depone per una scarsa serietà della persona. Come si fa a commentare qualcosa che non si conosce? Il risultato di questa mancata lettura del Rapporto da parte di Nickell è stato un commento “per sentito dire” a presunte affermazioni che non abbiamo mai scritto. In aggiunta a questo handicap, Nickell si è avventurato in dichiarazioni che evidenziano la sua ignoranza (nel senso proprio del termine: non conoscenza) di alcuni importanti risultati STURP, e questa “non conoscenza” lo porta a fare affermazioni che non trovano riscontro scientifico. E’ possibile che questa inadeguatezza a commentare risultati scientifici sia anche dovuta alla radice culturale di Nickell, che è un famoso prestigiatore e detective, laureato in Letteratura Inglese e Folklore, ma non ha mai seguito studi scientifici, e a maggior ragione poco conosce di misure e laboratori, per non parlare dei fondamenti di fisica e chimica applicata ai tessuti. Incredibilmente, in internet è possibile trovare una sua foto in camice, con in mano una lente e una provetta, davanti ad un microscopio, ma forse questo fa parte dei suoi studi sul folklore».

 

“Entrando più nel merito, come ha valutato gli argomenti del prof. Luigi Garlaschelli? Sembra che il cuore della sua critica sia l’argomento usato da McCrone, ovvero che sulla Sindone –afferma lui- ci sarebbero fibre ingiallite anche al di fuori dell’immagine stessa e questo dipenda da un normale processo di invecchiamento. Inoltre tende a minimizzare i risultati dicendo che anche lei e il suo team avete fallito –assieme a lui e alla sua “seconda” Sindone- poiché siete soltanto riusciti a colorare una sola fibra, su migliaia con le caratteristiche desiderate. Cosa ne pensa?”
«Il Prof. Garlaschelli ha scritto due commenti sul nostro Rapporto, uno sul sito “UARR” e l’altro sul sito “Queryonline”. Sono commenti molto diversi nel tono e nella forma, tanto da sembrare scritti da due persone distinte. Gli argomenti proposti nel sito “Queryonline” mi sono apparsi garbati e meritevoli di una risposta, che è stata pubblicata in questa pagina. In generale, ho avuto l’impressione di una lettura affrettata del nostro Rapporto, parzialmente riconosciuta da Garlaschelli nella sua replica. Nello specifico, ci sono diversi punti “tecnici” nel commento del Prof. Garlaschelli che a mio parere sono errati e/o confusi, e li ho elencati nella mia risposta, a cui rimando per i dettagli.

Per quanto riguarda l’obiezione di Garlaschelli sulle fibre ingiallite al di fuori dell’immagine, si tratta di un fatto ben noto e riportato già nel 1981 dai chimici STURP Heller e Adler in un articolo che abbiamo citato nel nostro Rapporto. Heller e Adler scrissero che tutto il telo sindonico è ingiallito a causa dell’età, ma le fibre di immagine apparivano più gialle delle fibre non di immagine, come se avessero subito un invecchiamento accelerato rispetto alle altre fibre. Apparentemente Garlaschelli sembra ignorare gli studi al microscopio delle fibrille effettuati da Rogers, dai quali risulta chiaro che solo le fibre di immagine presentano la sola pellicola esterna colorata, il cosiddetto “ghost”. Insomma, sia le fibre di immagine che quelle non di immagine sono colorate, ma non si tratta della stessa colorazione, né dello stesso invecchiamento. Deve esserci stato un fattore esterno che ha generato l’immagine solo in corrispondenza del corpo avvolto dal telo. Per quanto riguarda il lavoro di McCrone, consiglio di leggere l’interessante dibattito scaturito nella replica di Garlaschelli al link precedentemente riportato. Più in generale, la scarsa rilevanza scientifica e la non obiettività dei risultati riportati da Mc Crone e pubblicati sulla rivista da lui stesso diretta (questo fatto da solo la dice lunga) è stata dimostrata in un lavoro di grande pazienza del Dr. Heimburger che ha confrontato punto per punto tutti i risultati sperimentali e le deduzioni di Mc Crone con i risultati STURP. L’articolo si intitola “A detailed critical review of the chemical studies on the Turin Shroud: facts and interpretations” e si trova in questa pagina.

Infine, l’obiezione di Garlaschelli sulla sola fibrilla (tra le circa mille che abbiamo esaminato al microscopio) colorata nella sola pellicola esterna che dimostra il nostro fallimento, è davvero stupefacente e merita un commento. Garlaschelli non fa altro che riportare (pro domo sua) quanto affermato nel nostro Rapporto, che qui riassumo: grazie ad impulsi di luce ultravioletta estremamente brevi e potenti siamo riusciti a replicare alcune caratteristiche dell’immagine sindonica, tra cui la tonalità del colore, la mancanza di fluorescenza, la bassa temperatura di processo. La superficialità della colorazione ottenuta è di circa 7 millesimi di millimetro (quindi molto più sottile di quanto ottenibile con metodi chimici) e almeno una fibrilla risulta colorata nella parete primaria cellulare (spessa 0,2 millesimi di millimetro). Come spiegato in dettaglio nel Rapporto, la difficoltà di colorare la sola parete primaria cellulare risiede nello strettissimo intervallo di valori di intensità, numero e modalità di successione degli impulsi laser che porta alla colorazione sub micrometrica. Per inciso, è possibile che l’uso di una lunghezza d’onda ancora più breve, nell’ultravioletto estremo, possa migliorare la statistica di fibrille colorate nella parete primaria cellulare, oltre a favorire l’effetto 3D a causa del forte assorbimento di questa parte dello spettro elettromagnetico da parte dell’aria, per cui le parti del telo più distanti dalla sorgente non vengono colorate. Ora, tornando all’obiezione del Prof. Garlaschelli, risulta stupefacente perché implicitamente afferma che abbiamo fallito a riprodurre la Sindone. Ma noi non abbiamo mai pensato di riprodurre l’immagine sindonica tramite un laser. Che senso avrebbe? Viceversa, il successo e le novità dei nostri risultati sperimentali sono testimoniate dai seguenti fatti:
a) Abbiamo dimostrato che impulsi di luce possono innescare alcuni processi fotochimici che permettono di avvicinarci ad alcune delle straordinarie caratteristiche fisico-chimiche dell’immagine sindonica, risolvendo una diatriba scientifica (sinora mai chiarita) tra i Professori Jackson e Rogers (membri STURP) che risale al 1990, sulla reale possibilità che impulsi di luce possano creare una colorazione similsindonica.
b) Abbiamo confermato sperimentalmente per la prima volta che alcune catene di reazioni chimiche ipotizzate da Heller e Adler nel 1981 possono effettivamente giocare un ruolo nella colorazione similsindonica.
c) Gli impulsi di luce generano una colorazione che al microscopio si rivela nettamente più simile all’immagine sindonica rispetto alla colorazione ottenuta tramite tecniche chimiche a contatto, specie per quanto riguarda lo spessore della colorazione.
d) La estrema difficoltà tecnologica nel riprodurre alcune caratteristiche microscopiche dell’immagine sindonica (confermata peraltro dai risultati del Prof. Garlaschelli) permette di poter ragionevolmente escludere l’ipotesi di falso medioevale».

 

“Rispetto agli argomenti usati da Nickell, il centro del suo dissenso è basato sempre sulla “seconda” Sindone creata da Garlaschelli, la quale avrebbe dimostrato che sia possibile replicare l’immagine mediante l’applicazione di pigmenti, vernici chimiche e acidi rimanendo ad una profondità di colorazione di soli 0,2 micrometri di spessore, come di fatto si vede sulla Sindone originale. Sostiene anche che comunque questa profondità non sia verificata in tutti i punti dell’immagine sindonica. Cosa ne pensa?”
«Per quanto riguarda la (in)competenza di Nickell nel parlare degli aspetti chimici e fisici della colorazione sindonica, ho già espresso il mio parere nella risposta alla prima domanda. Lasciamo stare. Per quanto riguarda invece lo spessore di colorazione ottenuto dal Prof. Garlaschelli, lui stesso ammette nella sua replica che non ha mai effettuato questa misura, che pure dovrebbe essere una delle più importanti da controllare prima di poter dichiarare di aver riprodotto una Sindone molto simile all’originale. I Colleghi chimici che ho consultato escludono che con le paste, acidi, coloranti usati da Garlaschelli si possa ottenere uno spessore di colorazione inferiore a 15-20 millesimi di millimetro. Oggi sappiamo che lo spessore della colorazione è solo una delle tante differenze sostanziali, visibili a livello microscopico, tra la Sindone di Torino e la copia di Garlaschelli, si veda ad esempio questo articolo. Ribadisco che la mal riuscita copia di Garlaschelli, al contrario di quanto dichiarato dal Professore, è una ulteriore dimostrazione di quanto sia improbabile che un falsario del Medioevo abbia potuto realizzare la Sindone senza microscopio, senza conoscenze medico-legali, senza un laboratorio chimico attrezzato come quello del Prof. Garlaschelli».

 

“Dopo questa pubblicazione, per continuare ad indagare su questo affascinante mistero, quali altri studi andrebbero fatti secondo lei? Su cosa bisognerebbe concentrarsi per avvicinarsi alla verità?”
«A parer mio, è utile tornare alla lista di esami proposta nella relazione conclusiva dello STURP. Tanto per fare un esempio, ripetere la misura del C14 su campioni prelevati in diverse parti del telo che siano stati preventivamente analizzati e caratterizzati con diagnostiche avanzate, sia chimiche che microscopiche. Oggi abbiamo a disposizione tecnologie diagnostiche molto avanzate come lo SNOM (Scanning Near Field Optical Microscopy) che potrebbe dare utili informazioni. Sarebbe anche interessante provare tecniche alternative di datazione oggi disponibili (posso citare i metodi enzimatici e diversi tipi di spettroscopia). Si tratta di tecniche meno precise della radiodatazione tramite C14, perché possono datare il telo con una incertezza di diverse centinaia di anni. Tuttavia, essendo queste tecniche alternative basate su principi completamente diversi da quelli della radiodatazione, e quindi con differente sensibilità rispetto ai problemi che possono condizionare i risultati, sarebbe assai utile il loro confronto con le misure C14, per individuare eventuali errori dovuti, ad esempio, a contaminazioni».

 

“Un ultima domanda, professore. A livello personale, con la Sindone è un capitolo chiuso? Oppure c’è il desiderio di proseguire negli studi in futuro?”
«La Sindone è un enigma scientifico interessante e sfaccettato, e come Scienziati non possiamo rimanere indifferenti ai diversi quesiti scientifici tuttora insoluti sulla immagine sindonica. Per fortuna non sono le idee che ci mancano. Se un domani dovesse aprirsi la possibilità di acquistare la strumentazione adatta a migliorare la nostra conoscenza sui fenomeni chimici e fisici all’origine della immagine sindonica, io e il mio gruppo saremmo ben lieti di dare un contributo fattivo sulla base della nostra esperienza dei meccanismi di interazione luce-materia acquisita in decenni di sperimentazioni e studi. Più in generale, allargando la visuale, in Italia sono presenti competenze scientifiche a largo spettro e di livello internazionale che potrebbero essere utilizzate per mettere insieme i pezzi del puzzle scientifico che l’immagine sindonica ci propone. Quello che manca in Italia è la volontà di investire nella Ricerca, in modo da mettere a frutto le enormi competenze esistenti. Non solo in campo sindonico».

 

Concludiamo ringraziando ancora una volta della disponibilità il dr. Di Lazzaro e informando che da ieri sono ricominciati gli incontri settimanali presso l’Ateneo Regina Apostolorum di Roma all’interno del II° semestre del Diploma in Studi Sindonici. E’ possibile avere ulteriori informazioni su questo sito, ricordiamo che tra i relatori parteciperanno, tra gli altri, il fotografo Barrie Schwortz, il Prof. Avinoam Danin, la Prof.ssa Emanuela Marinelli e il dott. Di Lazzaro.

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Il Centro Ricerche ENEA sulla Sindone: «rimane un mistero per la scienza»

Dopo cinque anni di studi sulla colorazione simil-sindonica per capire come abbia potuto generarsi l’immagine sulla Sindone di Torino, il Centro Ricerche ENEA di Frascati, l’agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile, ha pubblicato un resoconto ufficiale arrivando ad affermare che tutti i tentativi di replica dell’immagine sinora effettuati con le più moderne tecnologie (e con i mezzi disponibili nel passato) sono falliti. La Sindone non è un falso, e ancora oggi la scienza non è ancora in grado di spiegare come si sia formata l’immagine.

Il dott. Paolo Di Lazzaro, fisico e dirigente di ricerca presso il Centro Ricerche Enea di Frascati, ha onorato questo sito web presentando più sinteticamente una versione molto simile di quello che è ora disponibile sul sito web di ENEA. I risultati hanno dimostrato la possibilità di colorare tessuti di lino in modo simil-sindonico tramite la luce UV e VUV di un laser eccimero impulsato della durata di alcuni miliardesimi di secondo. Un brevissimo e intenso lampo di radiazione VUV direzionale può colorare un tessuto di lino in modo da riprodurre molte delle peculiari caratteristiche della immagine corporea della Sindone di Torino, incluse la tonalità del colore, la colorazione superficiale delle fibrille più esterne della trama del lino, e l’assenza di fluorescenza. Tuttavia, l’immagine sindonica presenta alcune caratteristiche ancora impossibili da riprodurre, per esempio le striature e la sfumatura dell’immagine dovuta ad una diversa concentrazione di fibrille colorate gialle alternate a fibrille non colorate. Come spiegava il fisico Di Lazzaro, è forse possibile la loro replica usando una batteria di diecimila laser eccimeri, ma evidentemente questo -sempre che sia possibile- non ci porterebbe molto lontano. La questione non è la possibilità teorica di riprodurre l’immagine con macchinari ad alta tecnologia, ma spiegare come abbia potuto formarsi prima del 1353, data universalmente accettata dagli storici come prima documentazione certa dell’esistenza della Sindone (ricordiamo che la fotografia venne inventata dopo il 1700).

Viene dunque smentita di fatto l’ipotesi del falsario medievale, indipendentemente dai controversi risultati dell’esame al C14, sui quali aleggia un’ombra di assai poca scientificità e molta “forzatura” dei risultati. Un documentario inedito a breve uscita si concentrerà proprio su questa faccenda. Si legge nel rapporto ENEA: «ad oggi la Scienza non è ancora in grado di spiegare come si sia formata l’immagine», questo perché l’immagine non si è formata dal contatto del lino con il corpo, c’è solo un’estrema superficialità della colorazione e non c’è presenza di pigmenti. Sotto le macchie di sangue non c’è immagine e quindi esse si sono depositate prima dell’immagine, formatasi in un momento successivo alla deposizione del cadavere. Inoltre, tutte le macchie di sangue hanno contorni ben definiti, senza sbavature, quindi si può ipotizzare che il cadavere non fu asportato dal lenzuolo. E ancora: «Mancano segni di putrefazione in corrispondenza degli orifizi, che si manifestano dopo circa 40 ore dalla morte. Di conseguenza, l’immagine non dipende dai gas di putrefazione e il cadavere non rimase nel lenzuolo per più due giorni». Tutto questo «rende estremamente improbabile ottenere una immagine simil-sindonica tramite metodi chimici a contatto, sia in un moderno laboratorio, sia a maggior ragione da parte di un ipotetico falsario medioevale».

Il cuore della questione è tutta qui, «indipendentemente dall’età del lenzuolo sindonico, che sia medioevale (1260 – 1390) come risulta dalla controversa datazione al radiocarbonio o più antico come risulta da altre indagini, e indipendentemente dalla reale portata dei controversi documenti storici sull’esistenza della Sindone negli anni precedenti il 1260, la domanda più importante, la “domanda delle domande” rimane la stessa: come è stata generata l’immagine corporea sulla Sindone?». Non siamo alla conclusione, dicono gli scienziati, «stiamo componendo i tasselli di un puzzle scientifico affascinante e complesso. L’enigma dell’origine dell’immagine della Sindone di Torino rimane ancora “una provocazione all’intelligenza”», citando le parole di Giovanni Paolo II pronunciate il 24/6/98.

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La storica tessile Flury-Lemberg: «la Sindone è stata fabbricata nel primo secolo»

Dal 10 aprile al 23 maggio, per la decima volta dal 1578, la celebre reliquia sarà esposta al pubblico in una sala allestita all’interno del Duomo di Torino. Il Corriere della sera informa che più di un milione e 400 mila persone si sono prenotate per poter osservare il lenzuolo utilizzato per avvolgere il corpo di Gesù nel sepolcro. Ma all’interno del Duomo di Torino, nelle sei settimane dell’ostensione, ne sono attese almeno un milione e 800 mila. Tanto arriva l’attenzione riservata al Sacro telo.

Intanto Mechthild Flury-Lemberg, celebre studiosa di conservazione tessile che nel 2002 ha guidato i lavori di restauro della Sacra Sindone, afferma: «nulla può contraddire il fatto che il telo sia stato fabbricato nel primo secolo». L’annuncio è stato fatto durante il programma di Bruno Vespa “Porta a Porta” e nasce dalla certezza acquisita dopo aver analizzato il tessuto filato a mano e lavorato a spina di pesce come era usanza ai tempi della sepoltura di Cristo. La notizia è apparsa su Il Tempo.

Anche il direttore del Centro internazionale degli studi di Sindologia, Bruno Barberris, ha avallato la tesi secondo cui l’uomo «ritratto» nel sacro telo è Gesù Cristo, sottolineando come la Sindone rappresenti «una lettura sinottica del racconto evangelico». Il lenzuolo non può essere un manufatto medioevale perché «in quel tempo non c’erano conoscenze adatte ad una simile fabbricazione. L’unica ipotesi – ha aggiunto lo studioso – è che nel 1300 ci sia stata una crocifissione di un uomo in modo da simulare quella di Gesù, ma è un’ipotesi che non ha nessuna giustificazione»

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