Psicologia e cristianesimo, un ottimo libro ne ricostruisce i rapporti

recensione libro
 
 
di Stefano Parenti*
*psicologo e psicoterapeuta

 

Un cristiano che voglia leggersi un buon libro di psicologia è costretto ad attuare una preventiva opera di discernimento. Deve valutare non solo i contenuti che l’autore propone, come è bene per qualsiasi tipo di lettura, ma anche le premesse, sovente implicite, che lo scritto porta con sé. Ovvero l’idea di uomo e di mondo che lo scrittore veicola attraverso le sue riflessioni.

A differenza di altri campi del sapere, in psicologia la concezione dell’uomo e della realtà costituisce un fondamento decisivo per lo sviluppo di qualsiasi discorso psicologico, ovvero sull’uomo e sulla realtà. Se, ad esempio, ritengo che le persone non siano altro che esseri poco più evoluti degli animali, descriverò i loro comportamenti come esito di dinamiche animalesche. L’amore sarà quindi il termine di un istinto, la famiglia la conseguenza di un impulso sessuale, l’amicizia una necessità utilitaristica di autoconservazione, ecc. È difficile trovare un buon libro di psicologia. Anche gli autori che si dichiarano cattolici corrono il rischio di veicolare idee aliene alla concezione cristiana dell’uomo poiché, consapevolmente o incoscientemente, approfonditamente o superficialmente, assumono le prospettive delle psicologie contemporanee.

È uscito un testo che analizza tali rischi e pone le basi per risolvere il problema. S’intitola Da Aristotele a Freud (D’Ettoris Editori 2016) ed è scritto dal professor Martin F. Echavarria, direttore del dipartimento di Psicologia e docente presso l’Università Abat Oliba di Barcellona. È un volume fondamentale.

Per coglierne la portata, poniamoci un interrogativo di tipo storico: prima delle impostazioni contemporanee, prima cioè di Wilhelm Wundt, ritenuto il precursore della psicologia contemporanea, e prima di Sigmund Freud, il “padre” della psicoterapia, che cosa c’era? Quando studiai io all’università, la risposta che ricevetti fu lapidaria: non c’era assolutamente nulla. Qualche esorcismo qua e là, e caccia alle streghe. Niente di serio. Anzi, nel testo base di ogni corso universitario di psicologia (P. Legrenzi, Storia della psicologia, Il Mulino 1980), leggiamo: «Per molti secoli il pensiero umano occidentale ha escluso che l’uomo potesse essere oggetto di indagine scientifica. […] Questa impossibilità affermata di studiare l’uomo è tipica del pensiero cristiano medievale. […] Il pensiero medievale è infatti del tutto alieno dallo studio dell’uomo, di cui nega addirittura la possibilità».

Quale può essere il pensiero sulla psicologia, allora, di un uomo formato alla cultura del terzo millennio? Echavarria lo riassume così: «Ai nostri giorni è comune pensare e insegnare che la psicologia moderna abbia dato inizio a qualcosa di realmente nuovo e rivoluzionario, che annovera pochi antecedenti o abbozzi prima della fine del XIX secolo» (p. 29). Dunque, si potrebbe concludere, l’unica possibilità per addentrarsi nello studio della psicologia è di confluire in una delle impostazioni contemporanee. Echavarria si pone in netto contrasto a tale ricostruzione: «Abbiamo intenzione di dimostrare la falsità di questa credenza» (p. 29). La dimostrazione si sviluppa lungo tre tappe. Dapprima il professore riprende le fonti cristiane: «I primi autori cristiani dimostrano una conoscenza tanto profonda del modo di funzionare della personalità umana che li rende dei veri classici per chi si occupa di queste tematiche» (p. 36). I Padri del deserto, Evagrio Pontico, Giovanni Cassiano, san Gregorio Magno e, ovviamente, Sant’Agostino sono gli esempi più noti. È però con la «grande sintesi medievale» che tutto lo studio sull’uomo «accumulatosi durante l’età patristica rispetto alla conoscenza pratica della persona umana raggiunge la pienezza, dal punto di vista sistematico» (p. 39).

Il vertice della conoscenza psicologica, teorica e pratica, viene sintetizzato da San Tommaso d’Aquino il quale, come sostiene Francisco Canals Vidal citato nel testo, arricchisce le conoscenze sulla «scienza del carattere» elaborata dagli antichi greci, Platone ed Aristotele specialmente, con le letture patristiche e l’esperienza di vita dell’ascetica cristiana. Per la verità, che San Tommaso rappresenti un apogeo di conoscenza umana se ne era accorto anche uno psicologo ben poco cristiano come Erich Fromm, che aveva detto: «In Tommaso d’Aquino si incontra un sistema psicologico da cui si può probabilmente apprendere di più che dalla gran parte degli attuali manuali di tale disciplina» (p. 41). Con la decadenza della filosofia scolastica il processo di disgregazione del sapere viene contrastato dai mistici del Rinascimento: «Questa tradizione mistica incontrerà il suo culmine nella modernità del Secolo d’Oro spagnolo, in santa Teresa di Gesù (1515-1582) e in san Giovanni della Croce (1542-1591)» (p. 42).

Echavarria cita e inquadra i riferimenti cristiani ma non si sofferma a descriverne gli apporti, poiché desidera far luce sul motivo per cui tale tradizione sia oggi dimenticata. Eccoci alla seconda tappa. La causa viene rintracciata negli autori dell’illuminismo, di cui Christian Wollf ed Immanuel Kant costituiscono gli esponenti più importanti nell’ambito del sapere filosofico e psicologico. Gli illuministi, eterogenei e discontinui al loro interno, attuano un progetto condiviso: la «rottura» con la tradizione. «Ciò che unisce questi pensatori è l’intento di liberazione nei confronti del cristianesimo, cioè, un motivo soprattutto politico-religioso» (p. 47 nota 4). Echavarria riassume così il loro obiettivo: «Si tratta di ricostruire, partendo da zero, l’insieme del sapere umano con indipendenza dalla tradizione scientifica anteriore (specialmente da quella aristotelica), dalla Rivelazione, e da ogni ipotesi “metafisica”, considerate come saperi svincolati e fantasiosi» (p. 47). In questo disegno di «rottura», che dall’illuminismo prosegue sino al XX secolo, un ruolo principale è svolto da Friedrich Nietzsche. Egli non solo si oppone frontalmente e radicalmente alla concezione cristiana, ma utilizza la psicologia come strumento principe per la ribellione: «Il tema della psicologia in Nietzsche deve essere inquadrato nel suo progetto di trasvalutazione di tutti i valori. In questo contesto, la psicologia gioca un ruolo capitale, è l’aspetto distruttivo di quel suo filosofare “con il martello”, al punto che il filosofo tedesco giunge a considerarla come “regina di tutte le scienze”» (p. 68).

Nietzsche accusa di «nevrosi» l’uomo occidentale, precisando che «la specie più grave di nevrotico è il santo» (p. 71). Per il filosofo tedesco la colpa di questa nevroticizzazione – giusto per ricordarlo – è del cristianesimo ed in particolare della sua morale. Essa che va decostruita (p. 70), non per giungere ad una nuova moralità, bensì per condurre l’umanità ad uno stadio «extramorale, al di là del bene e del male» (p. 72). È una «posizione totalmente antitetica a quella tradizionale (classica e cristiana) […] poiché la morale è vista come repressiva della soggettività, invece che come promotrice del suo dispiegamento e pienezza» (p. 74). Per la concezione tradizionale il santo è il virtuoso per eccellenza; per Nietzsche il santo è il nevrotico per eccellenza. Ora, ci si potrebbe chiedere cosa centri tutto questo con la psicologia contemporanea. Echavarria è molto chiaro al riguardo: «Questa concezione, in cui la morale “è posta sul lettino”, analizzata e curata da se stessa, ha un peso nei fondamenti della psicoanalisi di Freud e di quasi tutti gli psicologi successivi, segnando profondamente le caratteristiche della prassi. Lo psicologo sarà qualcuno che aiuta un individuo, esausto e infermo a causa della morale vigente nella cultura occidentale, a liberarsi e a superarla, trasformandosi in un individuo “eccezionale”, o almeno a relativizzarla e viverla come una finzione necessaria, però non sempre obbligante» (p. 75).

Giungiamo così alla terza tappa del percorso. Se l’influsso di Nietzsche, come dice Echavarria, «è stato più profondo su Freud» (p. 68), tanto da poter dire che «il più rilevante esponente del “medico filosofo” nietzscheano è stato senza dubbio Freud» (p. 80), e se quest’ultimo «sia con il suo atteggiamento di fondo sia con le sue teorie, è alla base dell’attuale prassi della psicologia» (p. 68), possiamo ben intuire il perché le psicologie contemporanee siano distanti, se non ostili, alla concezione cristiana dell’uomo. Non solo la psicologia del profondo, quindi, ma anche le numerose correnti che da essa nascono o ad essa si oppongono, come le teorie umaniste, sistemiche, cognitiviste, nascondono delle insidiose premesse antropologiche distanti dalla concezione tradizionale. Il professore precisa che non mancano i tentativi di recupero della concezione tradizionale, come la psicologia positiva; né mancano gli autori che ne hanno proposto una sintesi, benché parziale e problematica, come Alfred Adler; neppure sono assenti i contributi cristiani. Tutti, però, sono molto problematici: «Da un iniziale atteggiamento di sospetto o di rifiuto in ambito cristiano verso la nuova psicologia, ci si è spostati poco a poco sino alla posizione opposta di un’assimilazione eccessivamente acritica e una confusione di linguaggi e di teorie che non sembra aiutare la comprensione reale ed efficace dell’uomo» (p. 123).

Echavarria conclude quindi con una proposta: «Non ci sembra di avere un’altra strada che la dura riscoperta della grande concezione tradizionale del perfezionamento dell’uomo, sforzandoci di comprendere le sue connessioni con le problematiche contemporanee, senza cadere nell’identificazione con posizioni in sé estranee, né evitare la discussione, a volte basata su di una opposizione radicale, con gli autori contemporanei. In questa riscoperta, lo studio approfondito di san Tommaso gioca un ruolo fondamentale» (p. 126). Il volume si chiude una deliziosa appendice, dedicata al Magistero di Papa Pio XII. Anche questo sembra essere oggi dimenticato: il Pontefice si era direttamente interessato alla psicologia, dedicandole tre bellissimi discorsi in cui ne aveva sostenuto il valore ed aveva indicato la strada per superarne le problematicità. Grazie a questo saggio ora ogni appassionato studioso può accedervi.

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Lo psicologo Rudolf Allers: «l’unico libero dalla nevrosi è l’uomo che accetta di essere creatura»

Rudolf AllersL’austriaco Rudolf Allers è stato un celebre psicologo e psichiatra del secolo scorso, da molti definito “l’anti-Freud” (termine affibbiatogli dal filosofo Louis Jugnet) dato che mantenne sempre verso di lui e verso la psicoanalisi una posizione radicalmente critica. Lavorò per anni con Emil Kraepelin, padre della psicopatologia nonché con Alfred Adler, uno dei fondatori della psicodinamica che inizialmente fu collaboratore di Freud dal quale si separò nel 1912 a causa del dogmatismo estremo del creatore della psicoanalisi e del pansessualismo che in quell’epoca sosteneva.

Allers fu docente di psichiatria nella Scuola di Medicina dell’Università di Monaco, docente di psicologia alla Scuola di Medicina dell’Università di Vienna, dove divenne direttore del Centro di psicologia medica e di Psicologia della sensazione dell’Istituto di Fisiologia, insegnò alla Georgetown University e alla Catholic University of America. Infatti lo psicologo austriaco fu sempre un devoto cattolico, sul blog “Psicologia e cattolicesimo” si può trovare un’ottima biografia e sintesi del suo pensiero.

Proprio in questi giorni, come ha annunciato “Avvenire”, è uscito un libro a lui dedicato: Rudolf Allers psichiatra dell’umano (D’Ettoris 2015), la stessa casa editrice ha già pubblicato “Rudolf Allers. Psicologia e cattolicesimo”. Secondo Roberto Marchesini, autore della prefazione di entrambi i libri, lo studioso austriaco è il più grande psicologo cattolico, superiore anche al connazionale Viktor Frankl (1905-1997), e fu un protagonista della vita culturale del Novecento: entrò in contatto con i maggiori esponenti della filosofia e della psicologia del tempo, ebbe una brillante carriera accademica e conseguì una serie di prestigiosi riconoscimenti.

Allers era fermamente convinto che la psicologia e la psichiatria per essere davvero efficaci dovevano avere una solida base metafisica, fu mentore del teologo Hans Urs von Balthasar e amico di santa Edith Stein. Negli ultimi anni, malato, visse nella casa di cura dell’arcidiocesi di Washington dove le suore trasformarono il solarium in un’aula nella quale gli studenti si accalcavano per seguire ancora le sue lezioni. Morì a Georgetown il 14 dicembre del 1963 all’età di 80 anni con il desiderio irrealizzato di promuovere in America un istituto cattolico di psicologia medica. Un’opera da affidare a «scienziati cattolici laici» che, come confidò all’amico padre Agostino Gemelli, favorissero l’ascesa di un pensiero capace di «opporsi a tutte le tendenze anticattoliche, fra le quali quelle nel campo della psicologia sono particolarmente importanti».

La critica a Freud verteva sulla nevrosi, riteneva infatti che non si trattasse dello scontro tra diversi istinti o tra la pulsione e l’impossibilità di realizzarla come invece sosteneva Freud. Bensì ciò che causava la nevrosi per Allers è l’atteggiamento dell’uomo dinanzi a questo conflitto. La nevrosi, diceva, è la «forma di malattia e aberrazione derivante dalla conseguenza della rivolta della creatura contro la sua naturale mortalità e impotenza». Compito quindi della psicoterapia è quello di farci prendere coscienza della nostra finitezza, rinunciando a un’ingiustificata superbia in nome dell’umile accettazione della realtà, anche quando essa si mostra diversa da come la vorremmo.  «Non mi sono sino ad ora mai imbattuto in un caso di nevrosi, che non rivelasse in fondo, un problema metafisico non risolto, come conflitto e problema finale», disse.

E difatti secondo Allers «l’unica persona che possa essere interamente libera dalla nevrosi è quella che passa la vita in una sincera dedizione ai doveri naturali e soprannaturali e che ha costantemente affermato la sua posizione come creatura e il suo posto nell’ordine del creato; in altre parole, al di là del nevrotico c’è solo il santo». Eppure, ripeteva, la strada per battere la nevrosi è meno lontana di quanto si pensi: «Per guarire una nevrosi non è necessaria un’analisi che discenda fino alle profondità dell’inconscio, per tirare fuori chi sa quali reminiscenze, né un’interpretazione che veda le modificazioni o maschere dell’istinto nei nostri pensieri, sogni e atti. Per guarire una nevrosi è necessaria una vera metanoia, una rivoluzione interiore che sostituisca l’umiltà all’orgoglio, l’abbandono all’egocentrismo. Se diventiamo semplici, possiamo vincere l’istinto con l’amore, che costituisce – se gli è veramente dato di svilupparsi – una forza meravigliosa e invincibile».

La redazione

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La psicoanalista Françoise Dolto e il Vangelo: «qualcosa di divino»

 Non è bastata la profonda spiritualità di Carl Gustav Jung per creare un’inimicizia tra psicologia e religione, la causa di tutto è sicuramente il pensiero di Sigmund Freud, il quale ha rinnegato la fede in Dio liquidando tutto come una proiezione della figura del padre.

Questa incomprensione è durata parecchio, oggi fortunatamente è ampiamente superata. Risulta comunque interessante l’intervista finora inedita in Italia, pubblicata da Avvenire, a Françoise Dolto, psicoanalista e figura emblematica in Francia e in Europa, allieva di Jacques Lacan è stata una delle figura di maggior spicco del movimento psicoanalitico del Novecento e un autorità riconosciuta a livello mondiale per lo studio della psicologia infantile. Cristiana, cattolica di formazione, ha scoperto attraverso il suo matrimonio l’ortodossia e più volte si è confrontata da psicoanalista con il messaggio del Vangelo. Un libro pubblicato di recente, I vangeli alla luce della psicoanalisi (Brossura 2012), ne ha raccolto le riflessioni.

In esso, ad esempio, vengono riportate frasi come queste: «I Vangeli hanno cominciato a interrogarmi e io ho reagito alla loro lettura. Mi stupiva il fatto che l’interesse si rinnovasse a mano a mano che facevo esperienza della vita e soprattutto della clinica psicoanalitica, grazie alla scoperta della dinamica dell’inconscio di cui, dopo Freud, stiamo sperimentando la portata e decodificando le leggi. Mi pare sempre più evidente che ciò che scopriamo dell’essere umano, questi testi lo contengono già e lo lasciano intendere. Nelle loro parole qualcosa parla».  Paragonando il contenuto dei Vangeli all’esperienza con i suoi pazienti, ha raccontato: «Vedevo l’educazione cosiddetta cristiana, che è quella di tanti nostri pazienti, come nemica della vita e della carità, in totale contraddizione con ciò che una volta mi era apparso nei Vangeli un messaggio di amore e di gioia. Allora li ho riletti ed è stato un shock (…) Nulla, nel messaggio di Cristo, era in contraddizione con le scoperte freudiane».

Nell’intervista, citata poco sopra, la Dolto approfondisce il feedback ricevuto: «Quando leggo i Vangeli, io incontro qualcuno. Attraverso i generi, le immagini, fantasmi letterari dei Vangeli, scopro un’umanità che si esprime, una personificazione così straordinaria, una carnalità così profonda che hanno del divino. I Vangeli producono in me delle onde d’urto, di cui cerco di rendermi conto […]. La psicoanalisi non spiega tutto. A un certo punto si ferma perché l’umano si ferma, non può andare oltre. Ma il desiderio ci trascina sempre oltre… Allora, è o il nonsenso e l’assurdo oppure è il senso che continua a interrogarci nel più profondo di noi stessi fin nel nostro inconoscibile; e questo, per me, è il campo di Dio».

La vita, dice, è una morte continua: la morte del feto quando nasce il bambino, la morte nel bambino quando si accorge che i genitori non sono onnipotenti, la morte nel momento della pubertà, la morte nel tradimento affettivo, insomma «facciamo continuamente l’esperienza della nostra immaginazione impotente sulla realtà. Questa vita, mi dica lei, non è forse una morte permanente? Siamo esseri che scoprono, un giorno dopo l’altro, la propria impotenza. Un’impotenza che è sempre una morte per il nostro desiderio che vorrebbe essere onnipotente». L’uomo ritrova in sé questo desiderio di infinito, eppure la vita è una costante delusione di questo desiderio, perché nulla lo soddisfa veramente. Per questo è fondamentale la figura di Gesù Cristo«Noi siamo esseri di carne, cerchiamo la soddisfazione del nostro desiderio, il godimento della carne. Ma mai questa carne e i piaceri che essa ci procura ci bastano né ci appagano», ha spiegato la Dolto. «Gesù risuscitato ci insegna che se cerchiamo in spirito e in verità, affrontando il dubbio e la sua prova, se superiamo la carne senza bandire i piaceri condivisi, senza fare l’economia dei rischi per il nostro corpo, oltre la morte troveremo la pienezza del nostro desiderio».

 

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Recensione del libro: “Il Vangelo oltre le parole”

«Con questo articolo diamo avvio alla collaborazione con Valentina Sciubba, psicologa e psicoterapeuta, laureata in Psicologia e Medicina, conseguite entrambe all’Università “La Sapienza” di Roma. Si occupa di diverse tipologie di disturbi, dai problemi relazionali fino ai disturbi mentali e psicosomatici, esegue corsi di preparazione al parto, consulenze e terapie individuali, di coppia e familiari. Ha svolto anche attività di ricerca, pubblicando vari articoli su riviste scientifiche. Gestisce il sito web www.valentinasciubba.it e recentemente ha pubblicato il libro: “Il Vangelo oltre le parole” (ed. Youcanprint 2011), che presenterà qui sotto»

 

di Valentina Sciubba*
*psicologa e psicoterapeuta

 

Come lo psicologo cerca di capire significati “oltre le parole” del cliente tramite l’osservazione del Linguaggio Non Verbale dei gesti, della postura, della voce ecc. che accompagna il linguaggio verbale, così è possibile cercare analoghi significati nascosti nel linguaggio scritto. Infatti ognuno di noi ha un personale stile di scrittura e la scelta, la collocazione delle parole, la punteggiatura ecc. sono indicatori di significati non espliciti, emozionali, spesso inconsci, che rivelano qualcosa della psiche dello scrittore e ampliano e rendono più comprensibili i significati espressi.

E’ presumibile inoltre che poiché con il Linguaggio Non Verbale del corpo è molto difficile se non impossibile mentire, l’analogo del linguaggio scritto riveli contenuti profondi e difficilmente dissimulabili che possono non coincidere con l’informazione esplicita. L’opera “Il vangelo oltre le parole” è un esempio di analisi psicologica del testo applicata agli scritti degli evangelisti, una sorta di “Metavangelo” che ci guida nella comprensione del linguaggio utilizzato dagli evangelisti per raccontare la vita di Cristo e prova a svelarcene i significati inconsci e più reconditi.

L’interpretazione e l’analisi psicologica si fa bisturi e cerca di farci entrare nella psiche del linguaggio. Il risultato è la scoperta di un sentiero interpretativo che è frutto di uno studio psicodiagnostico dei vangeli stessi dove l’analisi psicologica è strettamente ancorata al testo ma allo stesso tempo lo sopravanza scoprendo una trama unificante e logica. L’autrice, utilizzando un linguaggio semplice ed accessibile per qualsiasi neofita della materia, ci conduce per mano in questa indagine che apre inequivocabilmente una originale prospettiva sul legame tra psiche umana e ispirazione divina.

E’ possibile acquistare il libro e visualizzarne l’anteprima sul sito dell’editore. E’ possibile acquistarlo anche in librerie internet e tradizionali e visualizzarlo sul sito www.valentinasciubba.it

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Lo psicoanalista Arènes: «il peccato originale è liberante»

Ogni tanto capita di leggere i pensieri di qualche sedicente “libero pensatore” nel quale si accusa il cristianesimo e la Chiesa di aver “buttato” addosso all’uomo innocente il peso di una colpa ancestrale derivante dall’errore commesso da Adamo ed Eva”. Bisogna sottolineare che in realtà il peccato originale è la più valida spiegazione per la debolezza umana per cui “anche volendo fare il bene si sceglie il male”. Proprio questo insegna la Chiesa, ovvero una fragilità intrinseca della natura umana che porta l’uomo all’inclinazione verso il male. E’ una visione assolutamente realista.

Lo conferma anche il noto psicoanalista e psicoterapeuta francese Jacques Arènes: «Nel mondo cristiano, fin dall’inizio, si credeva al peccato originale. Si condivideva più o meno questa “colpa”. Era impossibile esserne esenti, anche se si era comunque assolti. Trovo questo profondamente liberante. Il senso di colpa, quando non scade in un aspetto morboso, è libertà. Il fatto di avere un rapporto personale e soggettivo con la colpa, davanti all’altro – il prossimo e/o Dio – è molto importante per la libertà di ciascuno. Ma oggi siamo in una società che si vuole de-colpevolizzata. Invece di cercare “colpe” personali, si rinvia a “colpe” collettive identificando dei gruppi di “cattivi”». Per Arènes, ciò che è sbagliato è l’idea che «ci si possa premunire contro la “colpa”, essere dalla parte dei puri, di coloro che sono in buoni rapporti con gli altri, è molto “imprigionante”. Molte persone pensano ad esempio che si possa evitare di commettere errori se appena si è un po’ informati. Così, sono sprovvedute di fronte alla violenza, a volte alla loro violenza, e di fronte ai conflitti in generali. Ora, bisogna avere il realismo della fallibilità. C’è una opacità della vita umana che fa sì che non si possa sempre evitare di commettere errori».

Questo realismo è ben presente nel cristianesimo: «la vita non è quello che si percepisce immediatamente. C’è anche un realismo sulla sofferenza, sui limiti della vita, sulla fragilità e sulla vulnerabilità, anche sulla colpa. Certo, vogliamo essere persone “buone”, ma non ci riusciamo sempre. È la vita. Le religioni sono particolarmente realiste in rapporto alle questioni ampiamente rimosse oggi, come la fine della vita e il lutto. Tutti affronteremo questo problema. Ma la nostra società non propone che soluzioni dell’ordine della potenza. In quanto l’idea è di invecchiare restando giovani, o di scegliere una “buona morte”. È un tranello. Il cristianesimo ci insegna anche che si può scegliere una maggiore libertà interiore…, anche a costo di una certa sofferenza. Penso che non si debba eliminare completamente l’idea che nelle nostre vite ci siano mancanze. La vita cristiana postula che si possa attraversare la sofferenza con una forza che accompagna la persona».

La psicanalisi convive benissimo con la religione, come affermava similmente qualche mese fa il neuroscienziato Matthew S. Stanford, «non ho visto ostilità nel mondo universitario. Vent’anni fa, ci sarebbe stata un’accoglienza più fredda», continua lo psicoanalista. «È vero che il concetto di guarigione in psicanalisi è abbastanza vicino a quello del giudeo-cristianesimo. Ma la psicanalisi e la religione sono in parte irreconciliabili, soprattutto in Europa, dominata dalla psicanalisi freudiana. Per Freud, nato in un secolo positivista, l’inconscio è puramente laico. Per molto tempo, gli psicanalisti tendevano a dire: dell’interiorità dell’essere umano, tocca a noi occuparci, è il nostro territorio ed è puramente laico. L’essere umano diventa così in fondo padrone e possessore di se stesso. Ma subito si scontra con ciò che è sconosciuto dentro se stesso. Del resto, è per questo motivo che le persone vanno dagli psicologi/psicanalisti. Oggi, gli psicanalisti diffidano meno delle religioni. Il vero pericolo per gli psicanalisti non sono più le religioni, ma tutte le concezioni di pensiero puramente materialiste. Come certe derive naturaliste delle neuroscienze, che ci spiegano che lo spirito umano è un po’ come un hardware, come un “cablaggio” neuronico e che noi saremmo tutti determinati dai nostri neurotrasmettitori».

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Muore Cazzullo, padre della psichiatria italiana e presidente dei Medici cattolici

È morto il professor Carlo Lorenzo Cazzullo, considerato il padre della psichiatria milanese ed uno dei più grandi psichiatri italiani.

Il Corriere della Sera lo aveva già celebrato cinque anni fa, definendolo «il padre della psichiatria moderna». Grazie ai suoi rapporti internazionali ha costruito l’Istituto di Psichiatria dell’Università di Milano. L’Istituto è stato fondamentale per la psichiatria scientifica in Italia e ha diffuso una metodologia di ricerca secondo i modelli internazionali. Cazzullo è stato anche presidente della sezione dell’AMCI di Milano, Associazione Medici Cattolici Italiani.

La notizia della morte è riportata oggi sul Il Corriere della Sera, e sempre sul noto quotidiano, in un’intervista di qualche anno fa disse: «credo in Dio perché è l’elemento centrale della creazione».

 

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