To be continued…

Il progetto era interrompere l’aggiornamento al 1 giugno 2017 per la consueta pausa estiva, data che sarebbe coincisa con il trasferimento all’estero del nostro principale amministratore.

Abbiamo tuttavia scelto di anticipare i tempi di un mesetto anche perché, a causa del brutto clima antipapista che si respira nel cattolicesimo mediatico italiano, l’interesse è venuto meno da tempo. Non lo nascondiamo e crediamo si sia ben capito.

Verificheremo in questi mesi se l’attività potrà essere portata avanti anche dall’estero e, certamente, sarà l’occasione per concentrarci maggiormente sul creare l’esperienza di UCCR anche in altre lingue (inglese e spagnolo, in particolare). Obiettivo che ci appassiona parecchio, assieme alla creazione di dossier su tematiche specifiche.

Per ora è tutto, un saluto ai lettori. Arrivederci a presto.

La redazione

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La liquida amoralità: l’unica scelta coerente senza Dio

soggettivismoSe Dio non esiste allora non può esistere il fondamento della morale, non si può parlare di valori, di diritti, né di un Bene e di un Male assoluti: solo un debole e capriccioso relativismo estremo. A riconoscerlo è innanzitutto Joel Marks, filosofo laico dell’University di New Haven, nel suo Manifesto amorale: «Ho fatto la sconvolgente scoperta che i fondamentalisti religiosi hanno ragione: senza Dio, non c’è moralità. L’ateismo implica l’amoralità, e poiché io sono un ateo, devo quindi abbracciare l’amoralità».

Ma indirettamente lo ha confermato, messo alle strette, anche l’attivista Matt Dillahunty, ex presidente della Atheist Community di Austin (Texas): «Il campo di concentramento nazista di Dachau è stato oggettivamente un male? Non lo so, non lo so. Si potrebbe dire che l’Olocausto è stato ovviamente un male perché non ha fatto il bene delle vittime, il problema è che le persone decidono loro stesse cosa è il bene. Se sono allevate nel darwinismo sociale del regime nazista potrebbero credere che l’Olocausto è stato il meglio per il benessere della società nel suo complesso». La sospensione di qualunque giudizio di merito (il “non lo so” di Dillahunty) è l’approdo obbligato.

Se non c’è nulla e Nessuno preesistente l’uomo, allora non possono esservi alcun Bene e Male preesistenti, indipendenti dall’uomo stesso. Tutto è una mera opinione la quale, però, ha lo stesso valore dell’opinione contraria. Chi decide, infatti, chi ha ragione? Perché dovrei scegliere il bene se ne ricavo uno svantaggio personale, essendo questa l’unica vita che ho da vivere? «Non esistendo la verità», ha scritto il filosofo Emanuele Severino, «il rifiuto della violenza rimane una fede che, appunto, non può avere più verità della fede (più o meno buona) che invece crede di dover perseguire la violenza e la devastazione dell’uomo» (C.M. Martini, In cosa crede chi non crede?, Liberal 1996, p.26).

Nel 2011 il filosofo americano William Lane Craig ha anche confutato l’argomento principale di coloro che, comprensibilmente, rifiutano di dover abbracciare l’amoralità come unica posizione coerente alla loro non fede. Appoggiandosi a Platone, infatti, affermano che l’esistenza del Bene sia una sorta di idea auto-sussistente, un’entità in sé e per sé. Il bene esisterebbe, semplicemente. La giustizia, la misericordia, l’amore, la tolleranza, esisterebbero in se stessi privi di fondamento. Ma «questa visione», ha spiegato Lane Craig, «è semplicemente incomprensibile. Cosa significa che il valore morale della giustizia auto-sussiste? Capisco cosa significa dire che qualche azione è giusta, ma i valori morali sembrano essere proprietà delle persone, quindi è difficile capire come la giustizia possa esistere solo come una sorta di astrazione».

Inoltre, è un punto di vista debole poiché mantiene nel relativismo e non implica affatto alcun obbligo morale. «Supponiamo, per amor di discussione, che i valori morali come la giustizia, l’amore, tolleranza, sussistano per conto proprio. Perché questo dovrebbe porre un obbligo morale su di me? Perché l’esistenza di questo regno delle idee dovrebbe rendermi misericordioso? Chi o che cosa stabilisce un tale obbligo?». Va anche notato, inoltre, che se si assume questo punto di vista, «vizi morali come l’avidità, l’odio e l’egoismo presumibilmente esistono anch’essi come astrazioni. In assenza di un Legislatore morale, nessuno mi obbliga ad allineare la mia vita ad una serie di idee astratte piuttosto che all’altra. In assenza di una Legge morale data, la morale atea platonista è priva di qualsiasi base di obbligo morale». Si ritorna dunque da capo.

L’esistenzialista Jean-Paul Sartre ammise: «Senza Dio svanisce ogni possibilità di ritrovare dei valori in un cielo intelligibile, non sta scritto da nessuna parte che il bene esiste, che bisogna essere onesti, che non si deve mentire» (in L’esistenzialismo è un umanismo, 1945). Senza Dio, tutto è permesso. Ma la conseguenza più devastante del dover abbracciare l’amoralità e il relativismo estremo è che la vita si immerge «in una selva di irriducibile pluralità», ha spiegato il filosofo francese Philippe Nemo, direttore del Centro di ricerche in Filosofia economica presso ESCP Europe. L’«assenza di una visione unificatrice» condanna all’affermare che il «non-Senso sarebbe l’unico e vero Senso. Almeno le grandi catastrofi come la Shoah dovrebbero aver fatto ragionare l’uomo moderno: se infatti non esiste un Bene assoluto, che senso ha parlare di un Male assoluto? E se non c’è un Male assoluto che senso ha, alla fin fine, condannare la Shoah?». Così, le attività umane legate al non-senso, «private di un ancoraggio trascendente, si disperdono in un assurdo moto browniano, che condanna l’uomo a tentare di creare un senso su misura, sulla scia di una preoccupazione parziale che egli ben percepisce, comprendendo, a ragione, che tutte le piccole cose di cui si occupa finiranno nell’abisso, non essendo assicurate a qualcosa di più grande» (P. Nemo, La bella morte dell’ateismo moderno, Rubbettino 2016, p. 129, 130)

L’amore alla coerenza dovrebbe quindi portare ad ammettere che, senza un fine trascendente, la vita è inevitabilmente ridotta all’assurda liquida del soggettivismo morale e, quindi, del nichilismo. Eppure, aggiunge il filosofo Nemo, «l’intima coscienza di ogni uomo sa che questa mancanza di senso è un errore», un’ingiustizia verso la natura umana che aspira l’infinito, brama il Senso e percepisce continuamente l’esistenza di valori oggettivi e di un Bene e di un Male necessari, e a sé preesistenti.

La redazione

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La paladina Lgbt: «I figli sono cose, io vorrei una roba con gli occhi verdi»

figli sono cose«Voglio un figlio a 60 anni, a tutti i costi. Io voglio sempre cose nuove e farò tutto quello che si può fare». Esordisce così (video più sotto) Lory Del Santo, una delle tante showgirl che animano il grande circo televisivo.

Abbiamo deciso di parlarne poiché si rileva una continuità di disprezzo del mondo Lgbt verso i bambini. Da quelli acquistati e brutalmente strappati dalle loro madri biologiche da parte di Nichi Vendola e Sergio Lo Giudice, alle dichiarazioni della politicante Lgbt Rosaria Iardino sul «diritto dei bambini ad avere due mamme», dal «la coppia omosessuale vuole farselo il figlio» pronunciato da Ivan Scalfarotto fino ai 18 genitori che «andrebbero bene per i bambini» secondo Giuseppina La Delfa, ex presidente delle Famiglie Arcobaleno.

Poi arriva la paladina del mondo gay, Lory Del Santo, che dedica i suoi film all’associazionismo Lgbt, testimonial di Gay Pride e bandierine arcobaleno. «I figli sono delle cose che uno deve amare, come arrivano non importa. Farei anche l’utero in affitto», ha dichiarato in una delirante intervista radiofonica. «E’ bello poter scegliere i figli – dice la Del Santo –, come ad un supermercato. Io vorrei una roba nordica, dovrebbe assomigliare al nordico, occhio un po’ azzurro o verde».

Nessuna ironia, purtroppo la signora è estremamente seria, così come lo sono i due omosessuali Andrea Rubera e Dario De Gregorio che, in diretta televisiva, hanno elogiato il gesto della madre surrogata da cui hanno acquistato il bambino: «E’ stato un atto di generosità, come donare il sangue o qualcosa del genere». Alla domanda di dove fosse ora la madre di quel bambino, la risposta: «La madre è un concetto antropologico».

Bambini sempre più concepiti come oggetti da donare come fossero pacchi regalo, da ordinare, scegliere, acquistare e impossessarsene. Al crescere dell’ideologia Lgbt si osserva per questo la nascita spontanea di associazioni in difesa dei più piccoli, come il Comitato difendiamo i nostri figli guidato da Massimo Gandolfini. Il quale, pochi giorni fa, è intervenuto ad un convegno a Treviso assieme all’avv. Gianfranco Amato, co-fondatore del Popolo della Famiglia, anch’egli impegnato nella stessa resistenza: un bel segnale dopo l’incomprensibile e controproducente frattura tra le due realtà.

 

Qui sotto l’intervista a Lory Del Santo

 
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Don Minutella senza freni: «Bergoglio non è papa, ma massone satanista»

don minutella palermo«Bergoglio non è più il papa. La massoneria, con l’appoggio delle logge sataniche, ha costretto Benedetto XVI a dimettersi e hanno piazzato lì un loro adepto. L’adepto di questo progetto di distruzione della Chiesa cattolica è Jorge Mario Bergoglio». E’ questo ciò che realmente pensa (il video più sotto) il parroco palermitano don Alessandro Minutella, allontanato poco tempo fa dall’arcivescovo Corrado Lorefice a causa delle sue omelie-show contro la Chiesa e la comunione ecclesiale.

Una sofferta decisione, quella dell’arcivescovo, che si conferma, dunque, più che lungimirante, anche alla luce di queste nuove dichiarazioni. Lo avevamo già scritto qualche tempo fa e dobbiamo purtroppo ribadirlo ancora oggi: seppur animato da motivazioni che possono essere condivisibili, il prete tradizionalista (e, confermatosi sedevacantista) ha oltrepassato ogni limite. Così come lo hanno superato molti di coloro che si trincerano dietro al “vogliamo solo chiarezza”.

Don Minutella è un esempio di cosa può emergere dal connubio tra le profezie catastrofiche del gruppetto di giornalisti impegnati nell’antipapismo, la disinformazione di diversi organi cattolici sulla “confusione” che si vivrebbe nella Chiesa e il noto complottismo del tradizionalismo (massoneria, nuovo ordine mondiale ecc.). Come se non bastasse, il prete di Romagnolo ha anche annunciato di ricevere divine locuzioni interiori e -come rivela nel video- di essere stato scelto e mandato da Dio per fermare «il falso profeta», cioè Papa Francesco. Come? Attraverso le omelie-comizio e, ovviamente, le dirette Facebook su Radio Domina Nostra dove, assieme al sacerdote, viene esaltato anche il giornalista Antonio Socci, noto riferimento giornalistico di don Minutella.

 

Qui sotto il video con le dichiarazioni di don Minutella

 

Il sacerdote si lamenta di “prenderle da tutte le parti” (ma è lui che le dà a Papa Bergoglio nel video qui sopra, no?) e si dichiara martire a causa di un raduno organizzato da mons. Lorefice, quando in realtà si è trattata di un’iniziativa dei sacerdoti e dei cattolici di Palermo autoconvocatisi in Cattedrale, il 4 aprile scorso, per un’adorazione eucaristica presieduta dal vescovo, a cui è stata invitata tutta la diocesi. Una chiesa gremita fino all’inverosimile, una bella espressione di popolo. Contro nessuno, ma a favore dell’unità della Chiesa palermitana.

Unità messa a repentaglio da un insano ribellismo che si anima grazie alla rete e alle false notizie sul Papa che trapelano quotidianamente da alcuni vaticanisti, portando allo scoperto sorprendenti frange del cattolicesimo italiano di cui nessuno sospettava e si augurava l’esistenza. Il nemico comune è Papa Francesco e verso di lui devotissimi fedeli, antimodernisti, antisemiti, nostalgici di Pio X, tradizionalisti, neofascisti, sedevacantisti, sedicenti ratzingeriani e difensori della Tradizione cattolica, con tanto di crocifissi e immagini mariane come immagine-profilo Facebook, perdono qualunque freno inibitorio. Qui sotto alcuni esempi raccolti in poco tempo, ci scusiamo per frasi e immagini violente.

dubia cardinali

 

Le frasi di don Minutella carpite dalle Iene, nella puntata andata in onda domenica sera, parlano da sole. La trasmissione televisiva ha tuttavia utilizzato un metodo illegale e deprecabile per confezionare il suo servizio, interpretando oltretutto in modo falso diverse dichiarazioni di Francesco (compresa la sua frase “Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?”, omettendo volutamente il resto del suo pronunciamento: “Il catechismo della Chiesa cattolica dice che queste persone non devono essere discriminate ma accolte”: nulla di innovativo, dunque).

Ma le dichiarazione del sacerdote sono divenute di dominio pubblico e devono essere oggetto di riflessione. A proposito di falsi profeti.

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Mamme-single? Conviventi? Più successo scolastico con genitori sposati

E’ di pochi mesi fa la notizia del drammatico suicidio di una ragazza quattordicenne della provincia di Catania, dovuto probabilmente alla sofferenza per la separazione dei genitori.

Effettivamente se si interroga la letteratura scientifica sulle conseguenze verso i figli della scelta dei genitori sul sposarsi, convivere, separarsi, divorziare, essere coppie di fatto o rimanere single, il responso è univoco.

«La famiglia naturale», ovvero i due genitori biologici sposati, «è una risorsa per il benessere della società e ha importanti conseguenze positive (biologiche, psicologiche, economiche e sociali) per bambini e adulti» come ha detto recentemente il prof. Pierpaolo Donati, ordinario di Sociologia presso l’Università di Bologna.

Abbiamo raccolto in un dossier tutti gli studi che dimostrano ciò. Occorre però aggiungerne un altro, pubblicato recentemente dal prof. W. Bradford Wilcox, direttore del National Marriage Project presso l’ Università della Virginia e dallo psicologo americano Nicholas Zill.

Concentrandosi esclusivamente sugli studenti dell’Ohio (USA), rinomato per le istituzioni educative e culturali, ha analizzato gli indicatori del successo scolastico, rilevando la povertà infantile, il reddito familiare e le disparità socio-economiche tra le famiglie monoparentali, quelle con genitori non sposati e quelle con genitori biologici sposati.

I figli di famiglie con due genitori sposati hanno ottenuto migliori risultati dal punto di vista educativo e scolastico, anche dopo il controllo dei correlati socio-economici e demografici della struttura familiare, e «più probabilità di evitare deviazioni che possono far deragliare il loro rendimento scolastico ed essere studenti di successo, rispetto ai bambini provenienti da famiglie non sposate o non intatte».

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L’orribile verità dietro la Rivoluzione francese, chi ne parla viene bandito

illuminismo terroreE’ curioso come pochi sappiano che l’evento madre da cui è nata l’ideologia laicista nella società europea, cioè la Rivoluzione francese, nei dieci anni della sua durata ha registrato una media di quasi 200 morti al giorno.

Lo ha fatto presente Vito Mancuso qualche tempo fa ironizzando -perfino lui che è editorialista del quotidiano che più incarna l’ideologia illuminista-, sul fantomatico motto liberté, égalité fraternité. Per gran parte della società europea la Rivoluzione francese è sinonimo di liberazione, di faro di civiltà, di progresso. Ma si tratta di un’opera di disinformazione nata paradossalmente proprio dai libri di storia, sopratutto in Francia è impossibile raccontare qualcosa di diverso.

Ci ha provato lo storico Reynald Secher, membro dell’Académie de recherche, specializzato nella guerra di Vandea. Il suo libro, Le génocide franco-français: la Vendée-Vengé (Presses universitaires de France 1986), divenuto bestseller, ha scatenato un polverone mediatico e un enorme successo popolare. Con prefazione degli storici Jean Meyer e Pierre Chaunu, ha ampliato la sua ricerca per la tesi di dottorato alla Sorbona di Parigi, dimostrando che la repressione attuata in Vandea da parte dei rivoluzionari corrisponde ad un vero e proprio genocidio di un popolo cattolico, che non volle piegarsi alla dittatura anticlericale.

Intervistato recentemente, Secher ha raccontato: «ho subito una reazione apertamente ostile perché il principio della Rivoluzione non deve essere macchiato. Dire che le conseguenze sono state per me molto difficili è un eufemismo: ho dovuto rinunciare alla mia cattedra e non ho più potuto insegnare in università. Gli attacchi sono stati estremamente violenti, addirittura mio nonno è stata accusato di essere stato una collaboratore durante la Seconda guerra mondiale, quando tutti tutti sanno che era un noto membro della Resistenza». Ancora oggi lo storico francese è bandito dai convegni.

«Contrariamente a quanto si è sempre voluto credere», ha proseguito Secher, «quello che è successo in Vandea non è stata una gaffe causata da iniziative locali, ma il risultato di ordini emessi dal più alto livello statale. Nel 2011 ho dimostrato che dietro a tutto c’era il Comitato centrale della sanità pubblica». Età del Terrore la si chiama, dove la ghigliottina era l’unica alternativa alla sudditanza. Il genocidio vandeano è solamente uno degli eventi più noti e tragici: «l’obiettivo è stato sterminare tutti gli abitanti e radere al suolo le loro proprietà, a partire dalle donne e dai bambini, “futuri briganti”».

Ma il negazionismo sul genocidio vandeano ha vita breve anche grazie all’opera di un altro storico, Alberto Bárcena, professore di Storia all’Università CEU San Pablo. Egli ha confermato che a fondamento dell’odio dei rivoluzionari per i vandeani era la religione da loro praticata, il cattolicesimo. Dal febbraio 1790, infatti, vennero soppressi tutti gli ordini religiosi e oltre 4000 parrocchie, chiusi i conventi che non avevano fine caritativo e avvenne l’esproprio forzato dei beni della Chiesa. Tutti i membri del clero divennero funzionari pubblici, senza legame con il Papa, i sacerdoti che si rifiutarono di giurare fedeltà alla Rivoluzione dovevano essere perseguitati e sacrificati.

Pochi giorni fa un altro libro ha chiesto il riconoscimento ufficiale del genocidio, l’autore è il diplomatico e avvocato francese Jacques Villemain, che ha a sua volta raccontato la distruzione sistematica da parte delle autorità della Rivoluzione francese verso gli abitanti cattolici della Vandea. Nel 2009 a Le Mans è stata rinvenuta una fossa comune (vedi foto in alto) con corpi dei vandeani mutilati e massacrati.

«Il secolo dei lumi, l’età d’oro dell’illuminismo, terminò con un massacro», ha scritto lo storico tedesco Michael Hesemann. «Nel nome della gloriosa rivoluzione francese, che portava sui suoi stendardi il motto: “libertà, uguaglianza e fraternità”, nel giro di un anno furono uccise più persone di quante erano morte nella crociata contro i catari, nei “secoli bui” del Medioevo, e di quante erano state le vittime dell’Inquisizione nei suoi cinquecento anni di storia in Europa. Questi morti furono uomini e donne che facevano parte della Chiesa: vescovi e preti, monaci e suore. Il loro unico “crimine” fu la fedeltà alla loro fede» (M. Hesemann, Contro la Chiesa, San Paolo 2009, p. 276-279).

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«La Sindone esisteva già prima del 1300», un altro storico lo riconosce

livio zerbini emanuela marinelliNel giorno del Venerdì santo i cristiani fanno memoria della passione di Cristo, in attesa della resurrezione pasquale. La possibilità di avere una testimonianza storico-archeologica di questi due eventi è qualcosa di incredibile e questo spiega la potenziale importanza della Santa Sindone.

Nessun obbligo a credervi ma, a nostro avviso, le prove a favore della sua autenticità ci sembrano attualmente più determinanti di quelle contrarie. In ambito scientifico, in Italia, gli studi più interessanti sono stati svolti dai fisici dell’Enea che, proprio sul nostro sito web, hanno voluto pubblicare un’anteprima della conclusione a cui sono giunti: non si è in grado di replicare l’immagine sindonica con le più moderne tecnologie (né con i mezzi disponibili nel passato, come dimostra il fallimento del tentativo del dott. Luigi Garlaschelli e del Cicap), soltanto attraverso l’irraggiamento di un tessuto di lino tramite impulsi laser eccimero è stato possibile ottenere un risultato similsindonico.

E’ dal punto di vista storico, invece, che le obiezioni all’autenticità sono più efficaci. Certamente un enorme peso è quello del  responso medioevale emerso dalla datazione al radiocarbonio, realizzata nel 1988 su un campione purtroppo altamente contaminato. Ma che sia un risultato controverso è ormai ammesso da chiunque, basti pensare che durante il Simposio internazionale di Roma, nel giugno 1993, lo statistico Philippe Bourcier de Carbon dell’Institut national d’études démographiques, elencò ben quindici punti di gravi anomalie avvenute durante le operazioni, tra cui l’assenza di verbali e archivio video; contraddizioni nei rapporti ufficiali sul taglio e peso dei campioni; mancato rispetto dei protocolli previsti per l’operazione di datazione; rifiuto della procedura usuale del test a doppio cieco; l’esclusione degli scienziati che meglio conoscevano la Sindone (quelli dello STURP, ad esempio); la comunicazione ai laboratori, prima del test, delle date dei campioni di controllo; l’intercomunicazione dei risultati tra i tre laboratori nel corso dei lavori; la divulgazione ai media dei primi risultati prima della consegna delle conclusioni ecc. Bourcier de Carbon ha concluso: «Una tale constatazione di carenze rimane completamente inusitata nel quadro di un dibattito autenticamente scientifico e non si può che deplorare questa deroga alla deontologia usuale».

In ambito storico, inoltre, esistono chiare tracce della Sindone ben prima del 1300 d.C. e in passato ne abbiamo parlato in modo più approfondito. A chiarire le cose oggi è uscito un libro interessante firmato da Emanuela Marinelli, autorità indiscussa sull’argomento, e dallo storico Livio Zerbini, docente di Storia romana e storia antica all’Università degli studi di Ferrara, dove è anche direttore del Laboratorio di antichità e comunicazione (LAC), e docente presso la scuola di dottorato dell’Università di Bologna. Il titolo è La Sindone. Storia e misteri  (Odoya 2017). L’autorevole contributo del prof. Zerbini si è proprio concentrato sul contesto storico del processo e della crocifissione di Gesù e della ricostruzione del percorso storico compiuto dalla Sindone.libro sindone

La Sindone «di puro lino» viene effettivamente citata dagli antichi liturgisti orientali e latini, come appare nei testi di San Giovanni IV Nesteutes, patriarca di Costantinopoli e San Germano, vescovo di Parigi (VI secolo), San Rabano Mauro, arcivescovo di Magonza (IX secolo), Remigio d’Auxerre (IX-X secolo), Onorio di Autun (XII secolo) e così via. Arculfo, vescovo della Gallia del VII secolo, riferì anche di aver visto il sudarium che era stato sul capo di Gesù durante il suo viaggio in Palestina, assieme ad un linteamen più grande, sul quale compariva l’immagine dello stesso Signore. La presenza a Gerusalemme di un sudarium di Cristo nella Basilica del Santo Sepolcro è testimoniata anche dal “Commemoratorium de casis Dei vel monasteriis” (808 d.C.) redatto per l’imperatore Carlo Magno.

La prima presenza certa della Sindone risale comunque al 1356-1370, riprodotta in un Medaglione votivo ritrovato nel 1855 su cui appare uno stemma legato a Geoffroy I de Charny. Quest’ultimo, cavaliere crociato, ebbe certamente possesso della Sindone. Come arrivò nelle sue mani? Esistono varie ipotesi, le più certificate sono concordi nel seguire per l’appunto la pista dei Crociati o dei Templari, nati per difendere i luoghi santi e i pellegrini che li visitavano. D’altra parte su un coperchio di cassa ritrovato nel 1944 a Templecombe, nel sito che fu una precettoria templare dal 1185 sino all’inizio del XIV secolo, è venuta alla luce l’immagine di un uomo barbuto simile al Volto della Sindone: con la tecnica della sovrapposizione in luce polarizzata sono emersi ben centoventicinque punti di congruenza tra le due immagini.

A questo proposito, è davvero interessante l’approfondimento di Marinelli e Zerbini sulla somiglianza «tra il volto sindonico e la maggior parte delle raffigurazioni di Cristo conosciute nell’arte, sia orientale sia occidentale». «E’ evidente», scrivono «e non può essere attribuita a un puro caso; deve essere il risultato di una dipendenza, mediata o immediata, di un’immagine dall’altra e di tutte da una fonte comune». A chi ipotizza che è stato il presunto autore della Sindone a copiare l’immagine classica nella raffigurazione di Gesù nell’arte, rispondono che «è una tesi non sostenibile, perché le ricerche e le analisi eseguite sulla reliquia hanno escluso, con certezza assoluta, ogni ipotesi di una fabbricazione con mezzi artistici» dell’immagine sindonica. Sia le immagini classiche di Cristo, sia l’Uomo della Sindone, presentano «parecchi elementi non regolari, difficilmente attribuibili alla fantasia degli artisti, che permettono di dedurre come le antiche raffigurazioni del volto di Gesù possano dipendere dalla venerata reliquia» (p. 155).

L’ispirazione sindonica «è evidente, ad esempio, nei segni esistenti tra le sopracciglia, sulla fronte e sulla guancia destra del volto di Cristo delle catacombe di Ponziano a Roma (VIII secolo). Il volto di Cristo di Hosios Loukas nella Focide, databile attorno all’anno Mille, e quello della chiesa di Santa Sofia a Kiev, della prima metà dell’XI secolo, mostrano realmente la stessa persona» (p. 156). Occorre anche considerare che la Sacra Scrittura non tramanda alcuna descrizione della persona fisica del Salvatore e nei primi tempi del Cristianesimo furono usati soltanto simboli (come l’agnello, il pane, il pesce ecc.). Altre prove di una matrice comune sono nel volto di Cristo nella cappella di San Lorenzo in Palatio a Roma (V-VI secolo), il mosaico della Cappella di San Venanzio presso il Battistero di San Giovanni in Laterano (VII secolo), il Cristo della Cattedrale di Tarquinia (XII secolo), il Salvatore della Cattedrale di Sutri (XIII secolo) e il mosaico (XIII secolo) dell’abside della Basilica di San Giovanni in Laterano. Ancora più evidente è la coincidenza tra il volto sindonico e quello che appare sul vaso d’argento del VI secolo trovato a Homs (in Siria). Qui sotto alcuni esempi.

livio zerbini emanuela marinelli

 

La seconda parte del libro affronta l’argomento dal punto di vista scientifico, ripercorrendo tutti gli studi e le evidenze emerse, così come una descrizione di quanto avvenuto durante il prelievo per la datazione tramite radiocarbonio. In quell’occasione vennero rifiutati i ventisei esami proposti dallo STURP -il gruppo internazionale di ricerca nato per studiare scientificamente la Sindone-, «per ragioni che il cardinale e io non riuscimmo mai a capire», ha dichiarato il prof. Luigi Gonella, docente di Strumentazione fisica al Politecnico di Torino e consulente scientifico del card. Ballestrero, «si delineò uno schieramento inteso a escludere ogni ricerca che non fosse la radiodatazione» (p. 133). Lo STURP suggerì di prelevare almeno in tre diverse zone del lenzuolo, mentre il prelievo avvenne in un punto solo, l’angolo a sinistra. I responsabili dei tre laboratori, ha proseguito il prof. Gonella, ripetevano: «”se non lascerete fare a noi, soltanto a noi, i risultati non saranno accettabili”. Così, alla fine, Ballestrero ha dovuto cedere, pur soffrendone moltissimo. Ed io, sottomettermi. Anche perché quei signori facevano di tutto per avvalorare la tesi che la Chiesa stava mettendo i bastoni fra le ruote alla scienza. Ci hanno messo con le spalle al muro proprio con un ricatto. O accettavamo il test del 14C alle condizioni imposte dai laboratori o si sarebbe scatenata una campagna con accuse alla Chiesa di temere la verità, di essere nemica della scienza» (p. 145).

Lo storico Zerbini e la dott.ssa Marinelli, dopo il lungo excursus storico, concludono affermando che viaggiando «a ritroso nel tempo, a cominciare dalle origini della Cristianità», siamo condotti «nei luoghi in cui è stata attestata la presenza» della Sindone, conoscendo «i protagonisti della sua protezione e conservazione, nonché tutti coloro che l’hanno visto o ne hanno parlato» (p. 211).

 

Ne approfittiamo per augurare una Santa Pasqua a tutti i lettori e alle loro famiglie, l’aggiornamento del sito web riprenderà il 24 aprile 2017.

 
La redazione

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«Le stelle? Rimandano al destino dell’uomo», parola dell’astrofisico Bersanelli

destino uomo bersanelli«Da sempre le stelle rimandano al destino dell’uomo. Anche per Van Gogh rimasero fino alla fine il segno di un’ultima speranza possibile. Confidò che “la speranza è nelle stelle”, le sue tante raffigurazioni notturne nascono da “un bisogno tremendo di – userò la parola – religiosità, per questo alla sera vado fuori e dipingo le stelle”». L’eminente astrofisico italiano, Marco Bersanelli, si conferma capace di unire magistralmente scienza, arte e filosofia, rendendolo -almeno ai nostri occhi- uno dei più interessanti scienziati italiani.

Ordinario di Astrofisica all’Università di Milano, dov’è anche direttore della Scuola di Dottorato in Fisica, Astrofisica e Fisica Applicata, il prof. Bersanelli è membro del Planck Science Team ed è tra i responsabili scientifici della missione spaziale Planck dell’ESA, nonché autore di circa 300 pubblicazioni scientifiche. Da poco ha pubblicato Il grande spettacolo del cielo (Sperling & Kupfer 2016), volume nel quale ha raccolto riflessioni personali, citazioni di suoi colleghi e di poeti ed artisti che si sono lasciati sedurre dalla bellezza del cosmo.

«È paradossale», ha spiegato in un’intervista recente, «oggi la tecnologia ci permette di scrutare le profondità dell’universo a un livello inconcepibile anche solo pochi decenni fa, eppure questa è la prima generazione che ha perso l’abitudine di esporsi alla meraviglia del cielo stellato. Non ci stupiamo più di quel che ci circonda». Senza dubbio la cultura scettico-materialista di cui siamo purtroppo figli ha contribuito enormemente alla disillusione con cui affrontiamo la vita e al disinteresse per le questioni ultime, per il gusto del bello e del vero. Il cielo stellato, ad esempio, che pochissimi vedono abitando nelle luminose e benestanti città occidentali, suscita raramente qualche domanda sul senso dell’esistenza.

Eppure sono incancellabili le pagine di Leopardi che «a soli quindici anni scrisse un trattato di storia dell’astronomia, la “più sublime, la più nobile tra le scienze fisiche”», ha spiegato Bersanelli. «Nel cosmo secondo lui si rispecchiava la domanda ultima dell’uomo, sul significato della sua vita e del mondo, come nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia. E d’altra parte Leopardi aveva colto come nell’essere umano c’è qualcosa di più grande dell’intero universo, che non può essere ridotto a nessuna misura. La ragione riconosce che ci sono eventi che i numeri non possono spiegare: come la nascita di un bambino, davanti a cui anche un miliardo di anni luce rimarrà sempre e soltanto un numero». Infatti, ha proseguito l’astrofisico, «il motore che sta sotto la passione con cui gli scienziati si muovono in questo campo è poter svelare qualcosa di un ordine dato, che non abbiamo fatto ed esiste prima di noi. Non è un caso che la Chiesa abbia attivamente sostenuto l’astronomia, tanto che la Specola Vaticana è uno dei più antichi osservatori al mondo. Nella tradizione cristiana la bellezza della natura e del cielo in particolare è il segno per eccellenza della grandezza del Creatore».

L’astrofisico ha anche approfittato per ridimensionare l’eccitazione di qualche tempo fa della scoperta di sette piccoli pianeti “simili” alla Terra, notizia che puntualmente esce ogni anno sui quotidiani. «C’è stato un eccessivo clamore mediatico. Alcuni pianeti erano già noti e non è vero che sono paragonabili alla Terra, hanno solo alcune grossolane caratteristiche simili. La presenza di acqua non è sufficiente per dire che sono “abitabili”. E di pianeti extrasolari di questo tipo ne sono stati censiti già a migliaia. Se non altro però questa notizia ha spinto molti ad interrogarsi sul grande mistero dell’universo, è fondamentale anche dal punto di vista educativo imparare a lasciarsi interrogare e stupire dalla realtà, anche solo da una falce di Luna».

Il grande chimico e fisico Robert Boyle, arrivò a scrivere: «Quando con i telescopi io esamino le vecchie stelle e i pianeti di recente scoperta, quando con microscopi eccellenti discerno la sottigliezza inimitabile di singolare fattura della natura, e quando, in una parola, con l’aiuto di coltelli anatomici e la luce di forni chimici, io studio il libro della natura, mi ritrovo spesso ad esclamare con il Salmista: “Quanto son numerose le tue opere, o Signore! Tu le hai fatte tutte con sapienza”».

 

Qui sotto una bella intervista all’astrofisico Marco Bersanelli

La redazione

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«Per noi sacerdoti il celibato è un dono, non un sacrificio»

Perché la Chiesa continua a richiedere ai sacerdoti di praticare il celibato sacerdotale? Una risposta semplice è arrivata da padre Gary Selin, professore al St. John Vianney Theological Seminary di Denver.

Nel suo libro, “Priestly Celibacy: Theological Foundations” (CUA Press 2016), ne ha presentato i fondamenti biblici, spiegando che la scelta nasce direttamente da Gesù Cristo, il quale era «povero, casto e obbediente alla volontà del Padre. Allo stesso modo, il sacerdote cerca di imitare Gesù in questi modi, attraverso il suo ministero sacerdotale e con la sua stessa vita». La cosa più importante da far capire, tuttavia, è che «per permettere al sacerdote di compiere la sua missione, lo Spirito Santo dà a lui doni particolari, o carismi, tra i quali c’è appunto il celibato sacerdotale. Visto in questa luce, il celibato è un dono per la Chiesa che deve essere protetto e amato». Non un onere, come alcuni credono.

Lo stesso San Paolo parla di questo: «Io vorrei vedervi senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie. Così la donna non sposata, come la vergine, si preoccupa delle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito; la donna sposata invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere al marito. Questo poi lo dico per il vostro bene, non per gettarvi un laccio, ma per indirizzarvi a ciò che è degno e vi tiene uniti al Signore senza distrazioni» (1 Cor 7, 32-33).

Oltre all’imitazione e all’obbedienza verso la scelta di vita di Gesù, dunque, il celibato sacerdotale «permette al sacerdote di essere unito, con cuore indiviso, a Gesù Cristo, Sommo ed Eterno Sacerdote. Questo dono dell’intimità divina è il primo frutto del celibato. Di conseguenza, il sacerdote è maggiormente in grado di donare se stesso in una vita di servizio alla Chiesa attraverso la carità pastorale». A dirlo è anche l’esperienza concreta, lo testimonia don Andrea Giordano della diocesi di Biella: rimasto vedovo della moglie, con tre figli, ha chiesto e ottenuto il permesso di entrare in seminario diventando sacerdote dopo 12 anni. E’ contrario all’apertura della Chiesa ai preti sposati: «Non si può, la vita di un sacerdote deve essere libera da impegni che possano diventare un ostacolo al servizio quotidiano come seguire una parrocchia. Io stesso non posso farlo».

Il celibato non è comunque un dogma e Papa Francesco ha dichiarato: «la Chiesa cattolica ha preti sposati, nei riti orientali. Il celibato non è un dogma di fede, è una regola di vita, che io apprezzo tanto e credo che sia un dono per la Chiesa». Prima di diventare Papa, si espresse più direttamente: «io sono a favore del mantenimento del celibato, con tutti i pro e i contro che comporta, perché sono dieci secoli di esperienze positive più che di errori».

I pro del celibato sacerdotale sono confermati da Richard Cipolla, vicario della parrocchia di St Mary in Norwalk (Connetticut), un ex prete anglicano convertitosi al cattolicesimo e, per concessione di Giovanni Paolo II, rimasto sacerdote nonostante moglie e due figli. «Non riesco ad essere un padre normale», ha dichiarato. «Nonostante la mia situazione, che è simile ad altri preti sposati entrati nella Chiesa cattolica a partire dagli anni ’80, io sono un forte sostenitore del celibato sacerdotale. Il cuore del sacerdozio cattolico è il sacrificio ed il celibato, imitando Cristo, rende libero il prete di offrirsi completamente alla Chiesa e al suo gregge». Il grande rischio, infatti, è quello di essere pessimi mariti, pessimi padri e pessimi preti.

Ciò che a volte manda in crisi non è affatto il celibato, piuttosto la solitudine e la mancanza di una profonda amicizia spirituale con altri sacerdoti. Una buona idea per risolvere questa situazione riteniamo sia applicare alla realtà parrocchiale delle città il modello della fiorente Fraternità sacerdotale dei missionari di San Carlo Borromeo che, tra le sue regole, applica la vita comune. Vivendo assieme tra sacerdoti, confrontandosi quotidianamente nell’amicizia, ha spiegato il fondatore, il vescovo Massimo Camisasca, «possiamo parlare di prove, cioè di momenti difficili in cui Dio ci chiede di riscoprire le ragioni per cui siamo sulla strada in cui Lui ci ha messo, di riandare al tempo dell’innamoramento, di ricordare le cose grandi che Lui ha fatto con noi e per noi, di fidarci di Lui seguendolo e accettando anche i momenti in cui le nubi sembrano oscurare completamente il cielo, ma non sarà sempre così perché il sole ritorna a dirci che il diluvio è terminato». Perché non estendere questa regola a tutti i sacerdoti?

La redazione

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Psicologia e cristianesimo, un ottimo libro ne ricostruisce i rapporti

recensione libro
 
 
di Stefano Parenti*
*psicologo e psicoterapeuta

 

Un cristiano che voglia leggersi un buon libro di psicologia è costretto ad attuare una preventiva opera di discernimento. Deve valutare non solo i contenuti che l’autore propone, come è bene per qualsiasi tipo di lettura, ma anche le premesse, sovente implicite, che lo scritto porta con sé. Ovvero l’idea di uomo e di mondo che lo scrittore veicola attraverso le sue riflessioni.

A differenza di altri campi del sapere, in psicologia la concezione dell’uomo e della realtà costituisce un fondamento decisivo per lo sviluppo di qualsiasi discorso psicologico, ovvero sull’uomo e sulla realtà. Se, ad esempio, ritengo che le persone non siano altro che esseri poco più evoluti degli animali, descriverò i loro comportamenti come esito di dinamiche animalesche. L’amore sarà quindi il termine di un istinto, la famiglia la conseguenza di un impulso sessuale, l’amicizia una necessità utilitaristica di autoconservazione, ecc. È difficile trovare un buon libro di psicologia. Anche gli autori che si dichiarano cattolici corrono il rischio di veicolare idee aliene alla concezione cristiana dell’uomo poiché, consapevolmente o incoscientemente, approfonditamente o superficialmente, assumono le prospettive delle psicologie contemporanee.

È uscito un testo che analizza tali rischi e pone le basi per risolvere il problema. S’intitola Da Aristotele a Freud (D’Ettoris Editori 2016) ed è scritto dal professor Martin F. Echavarria, direttore del dipartimento di Psicologia e docente presso l’Università Abat Oliba di Barcellona. È un volume fondamentale.

Per coglierne la portata, poniamoci un interrogativo di tipo storico: prima delle impostazioni contemporanee, prima cioè di Wilhelm Wundt, ritenuto il precursore della psicologia contemporanea, e prima di Sigmund Freud, il “padre” della psicoterapia, che cosa c’era? Quando studiai io all’università, la risposta che ricevetti fu lapidaria: non c’era assolutamente nulla. Qualche esorcismo qua e là, e caccia alle streghe. Niente di serio. Anzi, nel testo base di ogni corso universitario di psicologia (P. Legrenzi, Storia della psicologia, Il Mulino 1980), leggiamo: «Per molti secoli il pensiero umano occidentale ha escluso che l’uomo potesse essere oggetto di indagine scientifica. […] Questa impossibilità affermata di studiare l’uomo è tipica del pensiero cristiano medievale. […] Il pensiero medievale è infatti del tutto alieno dallo studio dell’uomo, di cui nega addirittura la possibilità».

Quale può essere il pensiero sulla psicologia, allora, di un uomo formato alla cultura del terzo millennio? Echavarria lo riassume così: «Ai nostri giorni è comune pensare e insegnare che la psicologia moderna abbia dato inizio a qualcosa di realmente nuovo e rivoluzionario, che annovera pochi antecedenti o abbozzi prima della fine del XIX secolo» (p. 29). Dunque, si potrebbe concludere, l’unica possibilità per addentrarsi nello studio della psicologia è di confluire in una delle impostazioni contemporanee. Echavarria si pone in netto contrasto a tale ricostruzione: «Abbiamo intenzione di dimostrare la falsità di questa credenza» (p. 29). La dimostrazione si sviluppa lungo tre tappe. Dapprima il professore riprende le fonti cristiane: «I primi autori cristiani dimostrano una conoscenza tanto profonda del modo di funzionare della personalità umana che li rende dei veri classici per chi si occupa di queste tematiche» (p. 36). I Padri del deserto, Evagrio Pontico, Giovanni Cassiano, san Gregorio Magno e, ovviamente, Sant’Agostino sono gli esempi più noti. È però con la «grande sintesi medievale» che tutto lo studio sull’uomo «accumulatosi durante l’età patristica rispetto alla conoscenza pratica della persona umana raggiunge la pienezza, dal punto di vista sistematico» (p. 39).

Il vertice della conoscenza psicologica, teorica e pratica, viene sintetizzato da San Tommaso d’Aquino il quale, come sostiene Francisco Canals Vidal citato nel testo, arricchisce le conoscenze sulla «scienza del carattere» elaborata dagli antichi greci, Platone ed Aristotele specialmente, con le letture patristiche e l’esperienza di vita dell’ascetica cristiana. Per la verità, che San Tommaso rappresenti un apogeo di conoscenza umana se ne era accorto anche uno psicologo ben poco cristiano come Erich Fromm, che aveva detto: «In Tommaso d’Aquino si incontra un sistema psicologico da cui si può probabilmente apprendere di più che dalla gran parte degli attuali manuali di tale disciplina» (p. 41). Con la decadenza della filosofia scolastica il processo di disgregazione del sapere viene contrastato dai mistici del Rinascimento: «Questa tradizione mistica incontrerà il suo culmine nella modernità del Secolo d’Oro spagnolo, in santa Teresa di Gesù (1515-1582) e in san Giovanni della Croce (1542-1591)» (p. 42).

Echavarria cita e inquadra i riferimenti cristiani ma non si sofferma a descriverne gli apporti, poiché desidera far luce sul motivo per cui tale tradizione sia oggi dimenticata. Eccoci alla seconda tappa. La causa viene rintracciata negli autori dell’illuminismo, di cui Christian Wollf ed Immanuel Kant costituiscono gli esponenti più importanti nell’ambito del sapere filosofico e psicologico. Gli illuministi, eterogenei e discontinui al loro interno, attuano un progetto condiviso: la «rottura» con la tradizione. «Ciò che unisce questi pensatori è l’intento di liberazione nei confronti del cristianesimo, cioè, un motivo soprattutto politico-religioso» (p. 47 nota 4). Echavarria riassume così il loro obiettivo: «Si tratta di ricostruire, partendo da zero, l’insieme del sapere umano con indipendenza dalla tradizione scientifica anteriore (specialmente da quella aristotelica), dalla Rivelazione, e da ogni ipotesi “metafisica”, considerate come saperi svincolati e fantasiosi» (p. 47). In questo disegno di «rottura», che dall’illuminismo prosegue sino al XX secolo, un ruolo principale è svolto da Friedrich Nietzsche. Egli non solo si oppone frontalmente e radicalmente alla concezione cristiana, ma utilizza la psicologia come strumento principe per la ribellione: «Il tema della psicologia in Nietzsche deve essere inquadrato nel suo progetto di trasvalutazione di tutti i valori. In questo contesto, la psicologia gioca un ruolo capitale, è l’aspetto distruttivo di quel suo filosofare “con il martello”, al punto che il filosofo tedesco giunge a considerarla come “regina di tutte le scienze”» (p. 68).

Nietzsche accusa di «nevrosi» l’uomo occidentale, precisando che «la specie più grave di nevrotico è il santo» (p. 71). Per il filosofo tedesco la colpa di questa nevroticizzazione – giusto per ricordarlo – è del cristianesimo ed in particolare della sua morale. Essa che va decostruita (p. 70), non per giungere ad una nuova moralità, bensì per condurre l’umanità ad uno stadio «extramorale, al di là del bene e del male» (p. 72). È una «posizione totalmente antitetica a quella tradizionale (classica e cristiana) […] poiché la morale è vista come repressiva della soggettività, invece che come promotrice del suo dispiegamento e pienezza» (p. 74). Per la concezione tradizionale il santo è il virtuoso per eccellenza; per Nietzsche il santo è il nevrotico per eccellenza. Ora, ci si potrebbe chiedere cosa centri tutto questo con la psicologia contemporanea. Echavarria è molto chiaro al riguardo: «Questa concezione, in cui la morale “è posta sul lettino”, analizzata e curata da se stessa, ha un peso nei fondamenti della psicoanalisi di Freud e di quasi tutti gli psicologi successivi, segnando profondamente le caratteristiche della prassi. Lo psicologo sarà qualcuno che aiuta un individuo, esausto e infermo a causa della morale vigente nella cultura occidentale, a liberarsi e a superarla, trasformandosi in un individuo “eccezionale”, o almeno a relativizzarla e viverla come una finzione necessaria, però non sempre obbligante» (p. 75).

Giungiamo così alla terza tappa del percorso. Se l’influsso di Nietzsche, come dice Echavarria, «è stato più profondo su Freud» (p. 68), tanto da poter dire che «il più rilevante esponente del “medico filosofo” nietzscheano è stato senza dubbio Freud» (p. 80), e se quest’ultimo «sia con il suo atteggiamento di fondo sia con le sue teorie, è alla base dell’attuale prassi della psicologia» (p. 68), possiamo ben intuire il perché le psicologie contemporanee siano distanti, se non ostili, alla concezione cristiana dell’uomo. Non solo la psicologia del profondo, quindi, ma anche le numerose correnti che da essa nascono o ad essa si oppongono, come le teorie umaniste, sistemiche, cognitiviste, nascondono delle insidiose premesse antropologiche distanti dalla concezione tradizionale. Il professore precisa che non mancano i tentativi di recupero della concezione tradizionale, come la psicologia positiva; né mancano gli autori che ne hanno proposto una sintesi, benché parziale e problematica, come Alfred Adler; neppure sono assenti i contributi cristiani. Tutti, però, sono molto problematici: «Da un iniziale atteggiamento di sospetto o di rifiuto in ambito cristiano verso la nuova psicologia, ci si è spostati poco a poco sino alla posizione opposta di un’assimilazione eccessivamente acritica e una confusione di linguaggi e di teorie che non sembra aiutare la comprensione reale ed efficace dell’uomo» (p. 123).

Echavarria conclude quindi con una proposta: «Non ci sembra di avere un’altra strada che la dura riscoperta della grande concezione tradizionale del perfezionamento dell’uomo, sforzandoci di comprendere le sue connessioni con le problematiche contemporanee, senza cadere nell’identificazione con posizioni in sé estranee, né evitare la discussione, a volte basata su di una opposizione radicale, con gli autori contemporanei. In questa riscoperta, lo studio approfondito di san Tommaso gioca un ruolo fondamentale» (p. 126). Il volume si chiude una deliziosa appendice, dedicata al Magistero di Papa Pio XII. Anche questo sembra essere oggi dimenticato: il Pontefice si era direttamente interessato alla psicologia, dedicandole tre bellissimi discorsi in cui ne aveva sostenuto il valore ed aveva indicato la strada per superarne le problematicità. Grazie a questo saggio ora ogni appassionato studioso può accedervi.

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