Mons. Lemaître, padre del Big Bang: cambiò la mente di Albert Einstein

Anche Google ha celebrato l’anniversario di nascita di mons. Georges Lemaître (17 luglio), padre del Big Bang e colui che ha aperto l’era contemporanea della cosmologia.

Sacerdote e fisico di origine belghe, non solo rappresenta uno dei più grandi rivoluzionari scientifici della storia, non solo è un esempio universale della compatibilità tra scienza e fede ma è stato anche colui che, con molta umiltà, corresse il suo amico e collega Albert Einstein. Tre furono i principali contatti pubblici tra Lemaitre ed Einstein, nei quali il gesuita belga convertì il padre della relatività alla teoria della nascita e della continua espansione dell’universo.

Nato nel 1894 a Charleroi, la precocità per la scienza per il giovane Lemaitre fu parallela alla vocazione religiosa, tanto che all’età di 9 anni decise di diventare sacerdote. Seguì comunque il consiglio dei genitori e si formò nei collegi dei gesuiti. Nel 1922 pubblicò una tesi sulla fisica di Einstein che lo portò all’Università di Cambridge in qualità di ricercatore in astronomia. Quasi in parallelo venne ordinato sacerdote, nel settembre 1923, all’età di 29 anni. Iniziò a collaborare con il celebre astrofisico Arthur Eddington e, nel 1927, Lemaître anticipò (sugli Annales de la société scientifique de Bruxelles) quella che oggi conosciuta come legge di Hubble, che riguarda la velocità con cui le galassie si separano (recessione delle nebulose).

Arriviamo al primo incontro tra Lemaitre ed Einstein. E’ il 1927 e tutti i più importanti fisici si incontrano alla famosa conferenza di Solvay a Bruxelles. I due si parlarono a lungo ma il fisico tedesco, pur confermando la correttezza delle equazioni di Lemaitre sulla relatività generale, si pronunciò scetticamente sull’idea di un universo in espansione, dicendogli: «I tuoi calcoli sono corretti, ma la tua comprensione della fisica è abominevole». Era troppo affezionato ad un modello di universo eterno e statico. Il gesuita incassò la critica, fino al 1929 quando Hubble pubblicò un’opera che presentava maggiore evidenza dell’espansione dell’universo, contraddicendo la teoria allora comunemente accettata. Nel 1931 il gesuita belga rispose alle obiezioni in un documento su Nature: «L’inizio del mondo», concluse, «è avvenuto poco prima dell’inizio dello spazio e del tempo». Fu la prima formulazione esplicita della teoria dell'”atomo primordiale”, che trovò sempre più conferme e venne accettata dalla maggior parte degli scienziati. Alcuni rimasero contrari: i sovietici, in particolare, considerarono questa “cosmologia relativistica” una teologia camuffata, troppo alleata della religione una riedizione della «vecchia teoria clericale dell’universo che si muove in una sola direzione (dall’inizio alla fine)». Anche l’astronomo inglese Fred Hoyle manifestò contrarietà e definì in modo dispregiativo, “Big Bang”, la teoria del sacerdote belga.

Lemaitre divenne una celebrità e durante una delle sue tante conferenze, in California, andò ad ascoltarlo l’amico Einstein. Siamo nel 1932 a Pasadena, è il secondo incontro tra i due. Passeggiarono per ore, chiacchierando di fisica e dell’ascesa di Adolf Hitler. Einstein ammise per la prima volta l’espansione dell’Universo, non digerendo ancora l’ipotesi dell’atomo primitivo, sospettando che il prete belga non fosse scientificamente obiettivo. Il fisico tedesco infatti giudicò questa ipotesi «ispirata dal dogma cristiano della creazione e ingiustificata sul piano della fisica». Al punto di dire, all’amico e collega, la famosa frase: «Questa faccenda somiglia troppo alla Genesi, si vede bene che siete un prete».

Il terzo ed ultimo incontro tra Einstein e Lemaitre avvenne l’anno successivo, il 1933. Terminata l’esposizione di Lemaitre all’Osservatorio del monte Wilson in California, Einstein si alzò e, applaudendo, disse: «Questa è la più bella e soddisfacente spiegazione della creazione che abbia mai sentito». In realtà vi saranno altri contatti tra i due scienziati, legati però a drammatici fatti storici: con l’ascesa del nazismo, Einstein rinuncia alla cittadinanza tedesca e Lemaitre, per aiutarlo, organizza a Bruxelles una serie di conferenze scientifiche animate dal padre della relatività. A sua volta, Einstein ricambierà stima umana e scientifica, sostenendo la candidatura del sacerdote belga all’importante premio Franqui, conferito effettivamente a Lemaître nel 1934 (F. Agnoli, Filosofia, religione e politica in Albert Eintein, ESD 2015, p. 35).

Lemaitre ottenne diversi incarichi presso la Pontificia Accademia delle Scienze, divenendo consulente personale di Papa Pio XII (che espresse “simpatia” per l’idea dell’Universo dinamico e del Big Bang il 22/11/1951) e fu presidente della stessa nel 1960. Morì nel 1966, all’età di 71 anni, due anni dopo la notizia della scoperta della radiazione cosmica di fondo, l’ultima decisiva prova della correttezza della sua teoria astronomica. «Il credente», scrisse, «ha forse il vantaggio di sapere che l’enigma ha una soluzione, che la scrittura soggiacente è, tutto considerato, l’opera di un essere intelligente, che il problema della natura può essere risolto e che la sua difficoltà è senza dubbio proporzionata alla capacità presente o futura dell’umanità. Tutto ciò non gli darà forse delle nuove risorse nella sua ricerca, ma contribuirà a mantenerlo in un sano ottimismo, senza il quale non si può conservare a lungo un forte impegno» (citato in O. Godart & M. Heller, Les relations entre la science et la foi chez Georges Lemaitre, Pontificiae Academiae Scentiarum Commentarium, vol. III, n. 21, p.21).

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Quello spot della Chicco che indigna i fautori dell’amore libero…

di Monica Mondo,
da Il Sussidiario, 14/07/18

 

Che strano. Un volta a vedere lo spot della Chicco si sarebbero scandalizzati benpensanti e clericali, prelati e beghine irrancidite. Oggi si scandalizzano i fautori dell’amore libero, gli ideologi del pensiero libero, i pasdaran della libera religione.

Curioso, i preti che ho conosciuto io l’han sempre detto, che i cristiani fanno l’amore più e meglio degli altri; forse sono rimasti i soli, a farlo consapevolmente e liberamente. E infatti oggi sono proprio i cattolici a strizzar l’occhio con simpatia a uno spot provocatorio ma innocente e reale come la vita: uomini e donne si incontrano, si guardano, si piacciono, si amano, e si uniscono sessualmente per amore.

Se non fosse provocatorio, non sarebbe uno spot. Abbiamo visto provocare con nudità di ogni tipo, con il nome di Gesù sui fondoschiena dei jeans, con amori saffici esibiti, e non credo che un solo bambino possa restare turbato da qualche acrobazia condita d’abbracci e baci, da qualche rovesciata sui divani. Uno spot esagera per antonomasia, i suoi protagonisti sono tutti fighi e rampanti, ma rappresentano una verità che appartiene a tutti. A tutti. Anche agli omosessuali, che sbagliano a sentirsi discriminati, ancora una volta innalzando steccati in cui autoconfinarsi: sono gli amplessi di uomini e donne che li hanno resi vivi, fors’anche per una notte.

Uno spot è leggero per antonomasia, e gioca, scherza su temi seri: e nulla è più serio della deprimente denatalità del nostro paese. Una ragazza che lavora con me aspetta un bambino, e da giorni cerca disperatamente con l’ausilio di ogni diavoleria tecnologica un negozio di abiti premaman: impossibile, rivolgersi ai centri commerciali fuori città, decine di km in macchina. Il premaman non tira, boom di microgonne e toppini adolescenziali. La Chicco vende passeggini, e sarebbe sbagliato farne l’alfiere della crescita felice, inneggiarla come bandiera di una battaglia a difesa dell’amore coi crismi e della famiglia naturale. Vien voglia anche solo per celia, per rispondere a decenni di manifesti e spot di altro tenore. Vien voglia, per affermare in una società omologata culturalmente il diritto a dire e pensare quel che si ritiene giusto, che la sociologia acclara, l’economia urla, non solo la Chiesa cattolica, e l’egoismo personale nega.

Troppo osé tra tante immagini lussuriose e oscene, tra tante ostentazioni del sesso ad ogni ora e angolo di strada, mostrare amplessi e bimbi che occhieggiano giocosi con le loro mamme e papà? O pensiamo davvero che saremo più felici in pochi, che saremo più forti da soli, che il futuro non ci riguarda e che il mondo sia così brutto che non sia il caso di popolarlo di nuova vita? Ragioniamo almeno che qualcuno dovrà pur pagarci le pensioni. Viva la Chicco, viva chi fa ragionare.

 

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Caro Vattimo, definirsi comunista è ancora peggio dell’essere fascisti

Mentre Benedetto XVI scrisse a Piergiorgio Odifreddi ringraziandolo di avergli inviato una copia di un suo libro, Francesco ha recentemente fatto lo stesso con il filosofo Gianni Vattimo. Telefonandogli, però, come è sua abitudine. Così, il leader italiano del pensiero debole si è trovato al centro dell’attenzione mediatica.

«Il fatto che il Papa abbia trovato il tempo di chiamarmi ha un grande significato, sono commosso ed emozionato da questo, cosa posso fare…», riferisce Vattimo. «Il Papa è pur sempre il Papa, e poiché sono un credente e credo soprattutto nella Chiesa, è chiaro che aver parlato con lui mi ha profondamente colpito». Un grande passo in avanti rispetto a 18 anni fa, quando diceva di sé: «credo a un cristianesimo senza il Papa, senza l’ etica sessuale, senza il peccato. Credo alla chiesa dei credenti, non alla chiesa delle gerarchie. Io sono un mezzo credente, un credente debole». Negli anni si è rinforzato?

Pochi giorni fa si è però anche lamentato: «Leggo anche di una mia conversione dopo la telefonata con il Papa. Ma non mi sono convertito ora! Io mi dichiaro credente da tempo». Solo credente? «No. Resto ciò che sono stato, ovvero un cattocomunista. Quello è il mio punto di riferimento, anche se i contesti sono cambiati». E, poco dopo, dice di sognare una “rivoluzione comunista”.

Siamo contenti della commozione di Vattimo, ma si resta stupiti dalla nonchalance con cui si definisce “comunista”. Ma come, non è l’ideologia comunista ad aver causato milioni di morti? Non è stata proprio la “rivoluzione comunista”, quella che prometteva il paradiso in terra, il “sol dell’avvenire”, ad aver prodotto purghe, spietate repressioni e gulag? Comunisti non sono anche stati i più feroci dittatori del Novecento, il cosiddetto “secolo senza croce”? Compreso il suo storico amico, Fidel Castro, per cui ha avuto sempre immensa ammirazione?

Vattimo aggiunge il prefisso “catto” a “comunista”, ma la questione non cambia. Così come il peso morale sarebbe identicamente grave se uno si definisse “catto-fascista”, proprio in questi giorni tra l’altro si ricorda il Manifesto della razza. E, a dirla fino in fondo, definirsi comunista è forse ancor peggio dell’essere fascisti. «Dovendo scegliere tra le due schifezze non esiterei: darei la preferenza alla prima», ha scritto Vittorio Feltri, in uno dei suoi pochi editoriali da sobrio. «La seconda infatti ha prodotto più danni se non altro perché è durata a lungo, oltre 70 anni». Il Duce e Stalin: «Tra i due tiranni», ha continuato il direttore di Libero, «non c’è dubbio che quello comunista fu più atroce e sanguinario di quello fascista, però ciò non turba le coscienze né solleva interrogativi acconci su quale dei due despoti fosse peggiore».

E’ davvero un mistero come esista (giustamente) un reato di apologia del fascismo ma l’essere comunisti rimanga un onore, un vanto, un orgoglio da esibire con il pugno al cielo. Il vignettista Vauro si è giustificato dicendo che si sente “comunista italiano”, cioè coloro che sarebbero stati inconsapevoli di quanto avveniva in Unione Sovietica e semplicemente partigiani, dunque liberatori d’Italia (o presunti tale, occorrerebbe un capitolo a parte sul loro effettivo contributo rispetto a quello degli Alleati). Ma sono decenni che gli storici hanno mostrato la collusione consapevole e volontaria dei comunisti italiani con l’Unione Sovietica: Sergio Romano, ad esempio, ha riflettuto sul silenzio complice del Partito Comunista Italiano (PCI) -di cui Vattimo è stato uno dei recenti leader- sulle purghe staliniane, aggiungendo: «la dirigenza del PCI e, probabilmente, gli stessi quadri intermedi, non potevano ignorare, sopratutto dopo il rapporto Krusciov al XX Congresso del partito, quali fossero le responsabilità del regime».

Lo storico Giancarlo Lehner nel suo Lenin, Stalin, Togliatti. La dissoluzione del socialismo italiano (Mondadori 2014), ha tracciato la linea di continuità politica tra i tre e la completa sudditanza del comunismo italiano a quello staliniano. I comunisti italiani, ha sottolineato Lehner, attivarono una cieca ostilità contro coloro che non si piegavano alle direttive del Komintern (l’organizzazione internazionale dei partiti comunisti, nata per iniziativa dei bolscevichi russi). Sarà proprio il Comitato Centrale del Partito Comunista Italiano a celebrare Joseph Stalin il giorno della sua morte, dipingendolo come il massimo esponente del socialismo mondiale, amante della pace e della libertà.

Dedichiamo un pensiero di Martin Luther King all’amico catto-comunista Vattimo: «Forse il comunismo è vivo, nel mondo di oggi, perché noi non siamo abbastanza cristiani».

La redazione

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Sindone: “false le macchie di sangue”? L’unica “falsità” è il nuovo tentativo di Garlaschelli

Esattamente 40 anni fa, nel 1978, la Sindone venne giudicata “falsa” in quanto lo studioso Walter McCrone affermò (erroneamente) che sul telo sindonico non c’era nessuna traccia di sangue ma una mistura di pigmenti di ossido di ferro e vermiglione. Ieri, due noti scettici dell’autenticità della Sindone, dopo aver amaramente digerito che sì, si tratta di sangue umano, hanno concluso che però le macchie sono irrealistiche rispetto alla posizione di una persona crocifissa.

Nelle ultime ore siamo stati sommersi da richieste di rispondere e confutare questo nuovo studio, pubblicato sul Journal of Forensic Sciences. Ma, in linea di principio, bisognerebbe accogliere con favore tutte le ricerche, a favore e contro l’autenticità della Sindone (alla quale nessuno, tanto meno la Chiesa, obbliga a considerarla autentica). Certo, quando tutto l’apparato mediatico in perfetta sincronia parla di “falsità” della Sindone senza che tale conclusione sia nemmeno contenuta nello studio (dove si legge solo di “colature di sangue irrealistiche”), quando si legge che l’autore è il solito chimico di Pavia, Luigi Garlaschelli (responsabile scientifico del CICAP, Comitato Italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze) che ha già fallito esperimenti simili sulla Sindone, allora l’odore di bufala inizia a sentirsi.

Analizzando la ricerca con serietà e distacco, si legge che i due studiosi hanno utilizzato un manichino facendovi colare -attraverso una cannula- del sangue intriso di anticoagulante per osservare la direzione del liquido ematico, confrontando il percorso con quello osservabile sull’immagine sindonica. Lo stesso Garlaschelli, in seguito, si è fatto colare del sangue -sempre con aggiunta di anticoagulante- dal polso. Per ottenere macchie simili a quelle sindoniche, hanno concluso, le braccia avrebbero dovuto essere in posizione quasi verticale, da qui i media hanno dedotto il “falso della Sindone”.

Ciò che rende chiaramente inattendibile l’esperimento è il persistente errore di Garlaschelli nel voler confrontare due “oggetti” con caratteristiche differenti. Se si paragonano situazioni diverse è ovvio e logico che i risultati siano diversi, sarebbe -questa volta, per davvero- “irrealistico” che fossero identici. Lo ha osservato anche il fisico Paolo Di Lazzaro, dirigente di ricerca presso l’Enea di Frascati e vicedirettore del Centro Internazionale di Sindonologia: «guardando il filmato che accompagna la ricerca, il sangue dalla cannula scorre sul braccio in modo molto fluido, al punto da sembrare quasi acqua colorata. Questo è dovuto alla presenza dell’anticoagulante, indispensabile per conservare il sangue fluido nella sacca. Ma questa fluidità del sangue usato per l’esperimento non ha nulla a che vedere con la situazione dell’uomo crocifisso della Sindone. L’uomo della Sindone era stato sottoposto a stress», a ripetuti traumi osservabili proprio dall’immagine sindonica, «di conseguenza, il sangue di questa persona doveva essere più vischioso del normale e dunque i percorsi dei rivoli fuoriusciti dalle ferite possono aver preso direzioni molto diverse da quelle del sangue fluidificato usato in questo esperimento».

Una seconda incognita che modifica il percorso del sangue è la differenza di velocità con cui il liquido viene introdotto nella cannulla che scorre sul braccio di Garlaschelli rispetto a quello che fuoriesce dalle ferite di un uomo crocifisso o, a sua volta, spruzzato, magari con più o meno decisione, nel caso di aggiunte successive da parte dell’ipotetico falsario. E’ un dato che non è conosciuto e, per questo, non può essere riprodotto in un esperimento. «Ma le sembra un criterio scientifico prendere un manichino di quelli che si usano per i vestiti delle vetrine dei negozi e con una spugna imbevuta di sangue artificiale fissata su un pezzo di legno premere sul lato destro del fantoccio per vedere dove cadono i rivoli di sangue?», ha commentato Emanuela Marinelli, nota esperta italiana, stupita dalla mancanza di professionalità. «Basta pagare e le ricerche si fanno», spiega la Marinelli. «E si trova pure chi te le pubblica».

Non è finita. Il terzo enorme errore è l’aver messo a confronto la pelle liscia di Garlaschelli e del manichino di plastica a quella dell’Uomo della Sindone. Quest’ultimo, come mostra sempre l’immagine sindonica, presenta una superficie cutanea piena di sporcizia, incrostazioni, lacerazioni, contusioni, graffi e ferite. E’ normale, quindi, che la colatura del sangue si comporti differentemente e prenda direzioni diverse. Sempre Di Lazzaro ha giustamente osservato: «Un conto è la pelle pulita e integra del professor Garlaschelli che ha prestato il suo corpo per l’esperimento, un altro è la pelle di un uomo torturato, disidratato, tumefatto. Sulla Sindone abbiamo trovato tracce di terriccio, a testimoniare che la pelle dell’uomo della Sindone era sporca a causa di ripetute cadute. La pelle del crocifisso doveva essere sudata, sporca di terriccio, con rigonfiamenti da ematomi e incrostata da sangue delle ferite inferte con il flagello». Ancora una volta: irrealistico sarebbe stato che le colature del sangue fossero state identiche, non che siano diverse.

Così, ha concluso Di Lazzaro, «prima di trarre le conclusioni uno scienziato serio deve tenere conto dei limiti sperimentali, dei parametri sconosciuti» e delle differenze tra la realtà e quanto vuol riprodurre in un asettico laboratorio. «Non possiamo affermare che le colature di sangue della Sindone non sono congruenti con la posizione del crocifisso se non ci si avvicina alle condizioni dell’uomo sindonico disidratato, con il sangue vischioso e la pelle tumefatta, sporca e sudata. Per questo credo che i risultati di questa ricerca vadano considerati come men che preliminari, in attesa di un esperimento che tenti di riprodurre le macchie visibili sulla Sindone usando parametri di sangue e pelle più vicini a quelli che si vogliono riprodurre. Di fatto, questo articolo di Borrelli e Garlaschelli non risponde (e anzi rinforza) le perplessità già sollevate dagli esperti nel 2014». Si, perché, tra le altre cose, lo studio risale a quattro anni fa quando venne presentato, senza essere pubblicato, a un congresso di medicina forense negli Stati Uniti: «Già all’epoca», afferma il fisico dell’Enea, «vi furono notevoli perplessità sollevate da parte di medici sulla validità dei risultati. Ora quello stesso studio, con l’aggiunta di qualche nuovo esperimento, è stato pubblicato».

Nel 2014 la coppia Garlaschelli&Borrini aveva già tentato il colpo grosso dicendo che Gesù sarebbe stato crocifisso con le braccia dietro la testa a “Y” e non a “T”, concludendo che l’impronta del corpo presente sulla Sindone non corrisponde alle rappresentazioni classiche della crocifissione usata tradizionalmente al tempo di Gesù. Nel 2009, sempre l’indomito Garlaschelli, venne lautamente finanziato dall’Unione Atei Agnostici Razionalisti (UAAR) per creare una “seconda” Sindone utilizzando pigmenti, vernici chimiche e acidi a disposizione dell’ipotetico falsario medievale. Il risultato fu talmente deludente e differente dall’originale che perfino Piergiorgio Odifreddi (presidente onorario dell’UAAR, oltretutto) ne prese immediatamente le distanze, il chimico del CICAP venne così criticato dagli esperti (qui un esempio) che l’esperimento cadde nel dimenticatoio.

Concludendo, gli autori dello studio non hanno parlato di “macchie false di sangue” come riportato dalle agenzie di stampa (e poi, copiandosi a vicenda, dai principali quotidiani), ma semmai di colatura ematica irrealistica sulla Sindone rispetto a quanto avvenuto nel loro esperimento in laboratorio. Ed è una conclusione ovvia e prevedibile poiché l’esperimento non è stato eticamente corretto ed è metodologicamente errato: si sono messe a confronto due sostanze diverse (sangue con aggiunta di anticoagulante, in laboratorio), due superfici di colatura diverse (un corpo pulito, privo di tumefazioni, ferite e lacerazioni, in laboratorio), tralasciando influenti incognite che possono aver alterato la direzionalità del sangue, come la velocità di fuoriuscita, persone che hanno toccato il corpo dell’Uomo della Sindone dopo la morte, l’essere avvolto nello stello lino, i suoi prevedibili movimenti e scatti di dolore durante le torture subite ecc. Ben vengano studi seri di studiosi scettici e non. Ma, per favore, la prossima volta Garlaschelli si limiti a fare da manichino.

La redazione

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La Chiesa discrimina se nega funerali ai buddisti, se li celebra è invece irrispettosa…

“Se sei bello ti tirano le pietre, se sei brutto ti tirano le pietre”. Il ritornello di questa vecchia canzone torna in mente nel leggere lo scandalismo dei media per un funerale cattolico negato ad una donna buddista. Curioso: se invece la Curia avesse celebrato il funerale, gli stessi avrebbero urlato al mancato rispetto delle scelte altrui, al “funerale cattolico inflitto”.

Barbara Budai, una donna di 45 anni di San Felice Circeo, è deceduta a causa di un cancro. Gli amici hanno testimoniato la sua conversione, durante la malattia, al buddismo e l’aver trovato conforto in una comunità buddista. Alla sua morte, però, gli stessi si sono rivolti al parroco del paese per chiederne il funerale cattolico ma il prelato non lo ha ritenuto opportuno proprio considerando le libere e legittime scelte religiose della donna. Il vescovo della diocesi di Latina ha confermato il giudizio e la vicenda è finita sui giornali.

In una lettera aperta, gli amici hanno criticato il rifiuto dicendo che perfino ai mafiosi viene concesso il funerale, ma viene rifiutato a chi è di un’altra religione. Ma da quando il “funerale cattolico” è un diritto umano, un rito obbligatorio per chiunque? Il paragone, inoltre, non regge poiché essere peccatori -anche terribili peccatori, come ladri e assassini- non autoesclude automaticamente dalla Chiesa cattolica (a meno che non si venga scomunicati come lo sono, di fatto, i mafiosi. Ai quali, salvo rare eccezioni, viene rifiutato il funerale pubblico), mentre ovviamente ci si autoesclude dalla comunità cattolica quando si aderisce ad un’altra religione.

Il Codice di diritto canonico è chiaro: se non c’è un ravvedimento prima della morte, deve essere privato delle esequie ecclesiastiche chi è notoriamente apostata, ovvero coloro che si sono staccati volontariamente dalla comunione della Chiesa cattolica. Nessuno obbliga ad essere cattolici ma, se si aderisce ad un’altra religione, perché parenti e amici -senza una dichiarazione della persona prima della morte- chiedono il rito cattolico e non quello della religione a cui il loro caro ha aderito?

«Per rispetto della stessa volontà e scelte di vita della defunta non è stato ritenuto opportuno celebrare il solo rito cattolico», ha dichiarato la Diocesi. In ogni caso, si legge, la comunità cattolica del piccolo paese ha recitato in parrocchia «il Santo Rosario guidato dal parroco», in suffragio della defunta. E una cerimonia cattolica si è tenuta alla camera ardente. Si chiama appunto rispetto della volontà, allo stesso modo venne negato in modo del tutto lecito il funerale al non credente Piergiorgio Welby, anche se il caso è più complesso come abbiamo già approfondito in passato. Così come è stato rifiutato il funerale di Assunta Buonfiglio, la madre della presunta jihadista Maria Giulia “Fatima”: «La Chiesa non può compiere un gesto d’imperio celebrando i funerali cattolici per una donna che aveva aderito alla fede islamica. Sarebbe un’imposizione», spiegò il vicario generale della Curia di Nola, don Pasquale D’Onofrio.

A confermare la correttezza etica di queste decisioni è perfino l’ex segretario dell’Unione Atei Agnostici Razionalisti, Raffaele Carcano, che nel libro Le scelte di vita di chi pensa di averne una sola (Nessun Dogma 2016), scrive: «Considerate anche la malcelata volontà di recuperare le “pecorelle smarrite” e comprenderete meglio l’instancabile volontà di assicurare le esequie religiose anche a chi non crede. Per molti cattolici (e anche per diversi non credenti) è incomprensibile che un ateo, un individuo che non crede e che identifica l’essere morto con il nulla, possa soffrire venendo a sapere che gli verrà inflitto un funerale religioso. Non capiscono che non è questione di sofferenza ma di rispetto delle scelte altrui».

L’importante è creare scandalo mediatico. Così, se la Chiesa concede i funerali ai non cattolici pecca di imposizione, ingerenza e mancanza di rispetto. Se invece non li concede, pecca di ferocia, mancanza di misericordia e insensibilità. Mettetevi d’accordo.

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«Sono un biologo e la scienza mai ha risposto al significato della mia vita»

La scienza ci mette spesso nelle condizioni di contemplare più da vicino la bellezza delle cose. Ma non può rispondere al perché abbiamo un desiderio di bellezza e, più in generale, al senso della vita. Il biologo James Holden lo ha ben chiaro: «Il fatto è che la scienza non mi ha mai dato spiegazioni soddisfacenti riguardo il senso e lo scopo della vita, né mi ha detto nulla sulle ragioni per apprezzare la bellezza o la carità».

Potrebbe benissimo essere una risposta all’entomologo naturalista E.O. Wilson, secondo cui «la scienza non è semplicemente un’altra impresa come la medicina, l’ingegneria o la teologia. È la fonte di tutto il sapere che abbiamo del mondo reale che può essere accertato e uniformato al sapere preesistente» (E.O. Wilson, La conquista sociale della Terra, Cortina 2013, p. 327). Al contrario, spiega Holden, docente di Microbiologia presso la prestigiosa Università del Massachusetts, già ai tempi del dottorato «non mi sentivo soddisfatto: i risultati raggiunti non mi appagavano, mancava qualcosa. Così, terminato il dottorato, iniziai a cercare una filosofia di vita alternativa. Ho esplorato i fondamenti di molte tradizioni religiose».

Ha così recuperato la fede cristiana abbandonata in gioventù: «ho capito che quella cristiana fosse la fede che aveva qualcosa in più da dirmi, soprattutto l’idea di grazia, di amore, di sacrificio e il fatto che quanto facevo era ispirato da una divinità incarnata, che io credo essere Gesù di Nazareth». Da quel momento, «ho avuto più pace e gioia nella mia vita, imparando a guardare le necessità degli altri anziché volgere lo sguardo solo su me stesso, sulle mie priorità. E’ chiaro che qualcuno senza fede può essere una persona migliore rispetto a me, ma ritengo che la fede aiuti a essere individui più positivi rispetto a quello che saremmo senza credere in qualcosa».

Holden è un biologo e per molti tale professione è la meno conciliante con una fede personale, l’evoluzione darwiniana è infatti un’arma spesso usata da ateisti e antiteisti come prova scientifica contro Dio. Eppure, «in realtà, la mia esperienza religiosa convive benissimo con la mia routine quotidiana. Il motivo? Semplice, penso che Dio voglia che io faccia quel che faccio abitualmente. Il mio lavoro, poi, mi aiuta ad apprezzare ancor di più Dio e ciò che lui ha fatto nella storia e nella mia vita d’ogni giorno».

Cadere nell’illusione del positivismo è frequente nel suo campo, ed infatti Holden lo riconosce: «Ho colleghi che crederanno sempre solo in ciò che è empirico e quindi verificabile. E’ il loro modo di conoscere la verità. Io però trovo questa filosofia limitante, dal momento che alcune evidenze che abbiamo nella vita, come l’amore, la bellezza, l’altruismo e il sacrificio non possono essere verificati empiricamente. Eppure, nessuno di noi dubita della loro esistenza».

Fede e scienza, dunque, ancora una volta un testimone mostra la piena conciliabilità. Uno scienziato, cioè colui che il progresso identifica -molto discutibilmente- come emblema della conoscenza e dell’intelligenza. Il quale, tuttavia, ci tiene a ricordare: «Credere in Dio può essere ragionevole e razionale. Come persona di fede, vedo segni di Dio ovunque attorno a me. Quando io faccio una scoperta scientifica o imparo qualcosa di nuovo riguardante la natura, dico sempre “Oh, allora è così che l’ha fatto Dio”».

La redazione

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Paolo VI mise il veto sulla pillola. L’elogio di Bergoglio: «fu un profeta coraggioso!»

«Penso al Beato Paolo VI. In un momento in cui si poneva il problema della crescita demografica, ebbe il coraggio di difendere l’apertura alla vita nella famiglia. Non è stato un arretrato, un chiuso. No, è stato un profeta, che con questo ci ha detto: guardatevi dal neo-Malthusianismo che è in arrivo». Peccato che nessuno stia ricordano questi netti giudizi di Francesco sul Papa della Humanae Vitae, l’enciclica che -tra le altre cose, poiché non bisogna ridurla a questo- ribadì anche il rifiuto alla contraccezione chimica da parte della Chiesa.

E’ un tema tornato d’attualità grazie allo studio di mons. Gilfredo Marengo, docente al Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II e autore del libro La nascita di un’enciclica. Humanae vitae alla luce degli Archivi Vaticani (Libreria Editrice Vaticana 2018). E’ emerso che Paolo VI, nell’ottobre 1967, chiese un parere sulla contraccezione ai padri sinodali in vista della pubblicazione dell’enciclica: soltanto 26 su 200 risposero per iscritto, la maggior parte si disse favorevole a una qualche apertura alla pillola contraccettiva, i contrari furono 7. Tuttavia, nonostante il parere positivo dei vescovi e dei teologi consultati, Montini ritenne comunque di non dover cambiare la posizione dei suoi predecessori e promulgò la famosa enciclica (seppur senza il crisma dell’infallibilità).

Tra i sette vescovi contrari vi fu anche il vescovo di Cracovia, Karol Wojtyla, futuro Giovanni Paolo II, tramite il cosiddetto Memoriale di Cracovia. Molti degli esponenti della Chiesa che guardarono con positività la liceità della pillola, invece, la considerarono un «mezzo per il quale il fine di evitare un nuovo concepimento veniva raggiunto rispettando le esigenze dell’amore coniugale e la dignità del coniuge», scrive mons. Marengo. Ma Montini «non giudicò accettabile questa tesi», sopratutto perché la diffusione della contraccezione chimica aveva già aperto la strada a «inquietanti politiche antinataliste in molte parti del mondo, in specie quelli più poveri e sottosviluppati». Che la preoccupazione per le politiche antinataliste fu determinante nella decisione lo ha anche ricordato anche Papa Francesco, che (non certo per questo!) ha voluto santificare Paolo VI.

Nonostante ciò, la galassia anti-papista ha creduto alla bufala del giornalista Marco Tosatti -a cui ha subito abboccato Roberto De Mattei di Corrispondenza Romana, accusando il Papa di voler distruggere «anche» (oltre a cosa?) Humanae Vitae-, il quale scrisse che «in Vaticano indiscrezioni di buona fonte fanno filtrare che il Pontefice sarebbe sul punto di nominare – o avrebbe addirittura già formato – una commissione segreta per esaminare ed eventualmente studiare modifiche alla posizione della Chiesa in tema di contraccezione, così come è stata fissata nel 1968 da Paolo VI nell’enciclica Humanae Vitae». Che le fonti di Tosatti non esistano o, comunque, siano farlocche, lo ha mostrato recentemente proprio il prof. Marengo, rispondendo indirettamente a queste inspiegabili e continue fake-news contro la Chiesa: «L’Humanae Vitae è un documento autorevole del magistero pontificio che siamo chiamati ad accogliere, attraverso un esercizio pastorale intelligente. Non c’è bisogno di un aggiornamento dell’Humanae Vitae».

Infatti, in più occasioni, Francesco –al contrario del card. Carlo Maria Martini, ad esempio- ha elogiato il coraggio di Paolo VI nel prendere questa decisione: «Il rifiuto di Paolo VI», ha dichiarato ad esempio nel 2015, «guardava al neo-Malthusianismo universale che era in corso». Nel 2014, invece, Bergoglio ha commentato: «la sua genialità fu profetica, ebbe il coraggio di schierarsi contro la maggioranza, di difendere la disciplina morale, di esercitare un freno culturale, di opporsi al neo-malthusianesimo presente e futuro». E ancora: «Lui conosceva le difficoltà che c’erano in ogni famiglia, per questo nella sua Enciclica era molto misericordioso verso i casi particolari, e chiese ai confessori che fossero molto misericordiosi e comprensivi con i casi particolari. Però lui guardò anche oltre: guardò i popoli della Terra, e vide questa minaccia della distruzione della famiglia per la mancanza dei figli. Paolo VI era coraggioso, era un buon pastore e mise in guardia le sue pecore dai lupi in arrivo. Che dal Cielo ci benedica questa sera».

Così Francesco ricorda i giustificati timori di Paolo VI verso la contraccezione -seppur interna alla famiglia- come chiusura al dono della vita e alla donazione totale di sé nell’atto sessuale e alleata alla denatalità. In un momento storico in cui quasi tutti credevano alla fantomatica bomba demografica, sappiamo invece come è tragicamente andata e oggi tocca alla pubblicità della Chicco ricordarci l’inverno demografico e l’urgente necessità di mettere al mondo dei figli.

In quelle occasioni Francesco ha anche fatto presente che la Chiesa, seppur opponendosi alla contraccezione, non ha mai promosso una “fecondazione illimitata”, una sessualità legata soltanto al concepimento. Riprendendo le parole di Giovanni Paolo II contro la “fecondità ad oltranza”, Papa Bergoglio infatti ha citato «tante e tante vie d’uscita lecite che hanno aiutato a questo». Ovvero i metodi naturali per la regolamentazione della fertilità, che la dottrina cattolica insegna ad utilizzare (nei corsi prematrimoniali, ad esempio) in quanto alternative efficaci ed in armonia con l’apertura alla vita e al dono totale di sé. La Chiesa non si limita a dire no, ma propone sempre dei  ad alternative che considera più rispettose della dignità umana.

La redazione

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L’UAAR costretta a chiudere il Forum ufficiale: i membri troppo aggressivi (tra loro)

L’Unione Atei Agnostici Razionalisti (UAAR) continua ad avere grossi problemi con i suoi razionalistici soci e tesserati, che persistono ad insultarsi tra loro piuttosto che sorseggiare laicamente approfondimenti sull’inclusività e rispettosità della morale laica, non arrogantemente detentrice di una inesistente “verità”.

Il 14 giugno scorso, infatti, la dirigenza UAAR ha dovuto chiudere una volta per tutte il Forum ufficiale, divenuto «una sorta di arena di utenti particolarmente rissosi» che producono «sfinenti ed interminabili diatribe tra utenti le cui responsabilità erano ormai distribuite pressoché alla pari. Si annullava, infatti, la differenza tra chi insultava e chi, talvolta anche in modo subdolo, provocava quell’insulto; tra chi appariva (a volte a torto e a volte a ragione) il violento e aggressivo e chi (a volte a ragione ma spesso anche a torto) vittima che denuncia». Adolescenti allo sbaraglio, altro che scettici illuminati.

Non è la prima volta che i razionalisti mostrano di non esserlo. Già nel 2012, come avevamo puntualmente documentato, l’UAAR è arrivata a nascondere il Forum, vergognandosi dei suoi frequentatori. Fu l’occasione in cui emerse l’enorme insoddisfazione dei militanti verso la dirigenza, accusata di mancanza di democrazia e, sopratutto, di collusione con i fascisti di Casapound e con i fascisti rossi del centro sociale Acrobax, dove dietro al palco su cui si discute dell’oppressione turbocapitalista della Chiesa cattolica vengono nascoste le armi usate dai Black Block. L’associazione ateista riuscì comunque ad infilare tutto sotto il tappeto, affidandosi ad un’azienda di esperti per la consulenza dell’immagine. Ma trucco e parrucco non modificano la sostanza e gli stessi problemi, di fatto, sono tornati.

Le stesse disavventure capitarono anche al povero Richard Dawkins, leader internazionale dell’ateismo fondamentalista: quando nel 2010 cercò di moderare i violenti seguaci che frequentavano il suo forum -chiedendo di «presentare solo discussioni inerenti a ragione e scienza»-, venne coperto da insulti e minacce di morte dai suoi stessi fan.

Mani nei capelli, ancora una volta, per il filosofo Paolo Flores D’Arcais che da anni invece si sforza di convincerci che la «sfera pubblica, per essere democratica deve restare atea», perché concedere alla religione uno spazio pubblico –afferma il poco tollerante direttore di MicroMega– metterebbe a rischio ogni forma di coesione sociale a causa delle «distruttive dispute religiose, con le varie confessioni tese a enfatizzare il proprio Dio contro quello degli altri» (P. Flores D’Arcais, “La democrazia ha bisogno di Dio”. (Falso!), Laterza 2013).

Caro professor D’Arcais, oltre ad aprire un libro di storia alla pagina delle democratiche dittature atee del Novecento, si faccia un giro sul forum dell’UAAR. Ah no, l’hanno già chiuso. Scoppiava di democrazia…

La redazione

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El Salvador dice “no” all’aborto, sconfitti New York Times ed Amnesty International

Nonostante una massiccia campagna di pressione da parte di New York Times, CNN, BBC, Human Rights Watch ed Amnesty International, l’uccisione di bambini non ancora nati tramite aborto continuerà a rimanere illegale in El Salvador. Quando queste grandi compagnie di corruzione ideologica falliscono i loro obiettivi è un momento di speranza per un mondo migliore.

I coordinatori di Amnesty International hanno dichiarato furiosi che i «legislatori di El Salvador hanno le mani macchiate di sangue dopo aver rifiutato persino di discutere la proposta di depenalizzazione dell’aborto. La fallita opportunità di porre fine a questa ingiustizia è un duro colpo per i diritti umani in El Salvador». Chi si rifiuta di uccidere avrebbe le “mani macchiate di sangue”. Amnesty International è come Hitler quando dal suo pulpito si indignò moralmente accusando il cristianesimo di aver macchiato di sangue i popoli precristiani.

Sul PanamaPost si legge che «sebbene la decisione sia stata presa a livello legislativo, decisive sono state le dimostrazioni di strada della società civile e la raccolta di decine di migliaia di firme in difesa della vita dei non nati». Davide contro Golia, in pratica.

La costituzione e la legislazione civile di El Salvador -paese che ha comunque risolvere tanti problemi di civiltà al suo interno-,  proibiscono l’interruzione di gravidanza dal momento del concepimento. Semplicemente, almeno in questo caso, sono coerenti con le evidenze dell’embriologia che riconoscono nella fecondazione il momento in cui appare l’essere umano, il quale da quel momento si svilupperà -senza soluzione di continuità- fino all’ultimo stadio della sua esistenza. La legge è fortemente difesa dalla principale associazione medica del paese, che comprende 37 diverse organizzazioni mediche. «Mai un medico può uccidere per azione o omissione», dichiara la legge. «Questo vale anche per l’aborto indotto, che è una grave violazione etica e deontologica. La biologia indica che la persona umana è l’oggetto del diritto assoluto alla vita dal suo concepimento».

Questa è una posizione politica ed etica in linea con la medicina. Osserviamo invece con quali argomenti viene giustificato l’aborto: «Possiamo dire che c’è l’uomo all’atto della fecondazione, alla fine della seconda settimana, alla prima reazione che l’embrione ha ad un disturbo esterno, al primo segnale elettroencefalografico, quando nasce, quando è in grado di ricordare. A noi la scelta» (E. Boncinelli, in Newton, luglio 07). A noi la scelta? Terribile. Comunque, El Salvador ha scelto.

La redazione

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Croazia finalista ai Mondiali. L’allenatore Dalic: «domenica? Come sempre, andrò a Messa»

Per chi segue i Mondiali di calcio, non potrà non essersi stupito di una cenerentola in finale. La Croazia ha infatti battuto l’Inghilterra e, per la prima volta, giocherà l’ultima partita, sfidando la Francia. Ancor più curioso è che l’allenatore della selezione croata sia un perfetto sconosciuto, che fino a ieri allenava, con alterne fortune, squadre albanesi, saudite e degli Emirati Arabi.

Il suo nome è Zlatko Dalic, 51 anni, sposato e padre di due figli. Segno caratteristico: umiltà, che non significa “buonismo”. Dopo la prima partita ha mandato a casa l’attaccante Kalinic rifiutatosi di scendere in campo contro la Nigeria. Un’altra caratteristica del tecnico croato è una genuina fede cattolica. Non tanto per il rosario custodito in tasca durante le partite -abitudine che per molti sportivi in realtà somiglia a mera scaramanzia pagana, una sorta di amuleto-, piuttosto per quanto ha raccontato di sé. «Tutto ciò che ho fatto nella mia vita e nella mia carriera professionale», le parole di Dalic, «lo devo alla mia fede e sono grato per questo al buon Dio».

In una lunga intervista per la rivista Glas Koncila, curata dall’arcivescovo di Zagabria, ha anche parlato della sua infanzia a Livno. «La casa dei miei genitori era la più vicina al monastero francescano. Ero un chierichetto da bambino, felice di andare in chiesa. E’ stata mia madre che mi ha insegnato e trasmesso la fede. Sono sempre stato un credente e ho educato i miei figli alla fede. Ogni domenica faccio di tutto per essere presente all’Eucaristia». Anche domenica prossima, giorno della finale.

Ha forgiato la sua fede nella Jugoslavia comunista: «ognuno porta la sua croce», ha detto ancora Dalic. «Ci sono momenti difficili nella vita e, per quanto mi riguarda, è la fede ad aiutarmi e darmi forza per portare la croce e combattere con essa». Essere stato educato dalla Chiesa, ha aggiunto, gli ha permesso di evitare grandi errori, sopratutto in gioventù. L’allenatore della selezione croata non è l’unico membro della squadra ad aver manifestato profonde convinzioni religiose. Anche il centrocampista del Real Madrid, Mateo Kovacic, si è più volte dichiarato cattolico. Come il suo allenatore, è stato un chierichetto in parrocchia, dove Kovacic incontrò la sua attuale moglie, una delle ragazze del coro. Regolarmente Kovacic si reca a Medjugorje ed in chiesa alla domenica.

Gossip religioso? Non lo amiamo, non ne saremmo interessati. E’, invece, una testimonianza. Sappiamo bene quanto gli eroi sportivi siano seguiti, quasi morbosamente, da schiere di adolescenti (e anche da parecchi adulti). Una vera religione di stato, con i suoi miliardi di fedeli, sacerdoti e ministri, da celebrarsi comunitariamente la domenica in ogni paese del mondo.

Così, riteniamo degno di nota che dall’interno di questo sport emergano, seppur raramente, autorevoli testimoni che sappiano indicare che il dio-calcio, a cui milioni di tifosi affidano ogni giorno tempo, energie, speranze e perfino l’attesa di una felicità che non arriva mai, è un idolo poiché non mantiene la promessa di compimento delle attese del cuore umano. «Guardando il mondo», ha infatti commentato l’allenatore della Croazia, «vediamo il grande impegno per profitti e guadagni. I culti degli uomini sono ovunque e la vita viene dedicata ad essi. Ma quando un uomo si calma, riflette e rimane nel silenzio, ecco che allora arriva la luce di Dio».

La redazione

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