Migranti, mons. Negri unito al Papa: «accoglienza ma integrazione»

migranti mons. negriMons. Negri e Papa Bergoglio. I media li dipingono agli antipodi ed invece il loro pensiero sul tema dell’immigrazione non è affatto lontano, lo spiega l’arcivescovo emerito di Ferrara in una intervista.

 

Con le navi Sea Watch e Sea Eye al largo del Mediterraneo la questione migranti è tornata al centro del dibattito politico italiano. Il fronte dei “sindaci ribelli”, targato Partito Democratico e 5stelle, si allarga e si oppone all’attuazione delle norme del decreto Salvini. Sono già sei le Regioni pronte a fare ricorso alla Consulta.

Anche la Conferenza Episcopale Italiana è compatta e lo stesso Francesco è intervenuto chiedendo «concreta solidarietà» nei confronti delle persone in mare. E nuovamente, ha ribadito che «ci si adoperi perché le persone non siano costrette ad abbandonare la propria famiglia e nazione, o possano farvi ritorno in sicurezza e nel pieno rispetto della loro dignità e dei loro diritti umani». Accoglienza quindi, ma anche soluzioni perché l’emigrazione si possa evitare. Perché, spiegò Francesco anche nel 2017, «deve essere garantitoil diritto di non dover emigrare».

In questa linea si è inserito anche un prelato definito dai media “conservatore” o “tradizionalista”, apparso addirittura nell’elenco -stilato da Il Fatto Quotidiano– dei porporati che vorrebbero destituire il Papa. Parliamo di mons. Luigi Negri, arcivescovo emerito di Ferrara. Dopo aver espresso stima ma anche disaccordo tecnico con il card. Angelo Bagnasco rispetto al ricorso dell’obiezione di coscienza da parte dei “sindaci ribelli”, ha rilasciato un giudizio sull’immigrazione non esattamente coincidente con quello dell’area politica in cui solitamente (a suo discapito o meno) viene inserito. Lo dimostra anche il fatto che, al contrario di quanto succede abitualmente con i suoi interventi, nessun organo d’informazione “conservatore” ha ripreso le sue parole.

 

Mons. Negri: “Il Papa parla anche di prudenza nell’accoglienza”.

1) Innanzitutto mons. Negri ha giustamente ammesso che il pensiero di Papa Francesco sul tema immigratorio è diverso da quello a lui attribuito dai suoi antagonisti. «Il Pontefice non dimentica di parlare anche di prudenza nell’accoglienza», ha riconosciuto mons. Negri. «Il Papa ha maturato un suo cammino, i primi interventi non sono stati come gli ultimi, che hanno avuto maggiore assunzione realistica del problema». Un giudizio corretto, anche se è lo stesso Francesco ad aver spiegato di aver voluto precisare meglio il suo pensiero iniziale, per evitare ambiguità: «Accogliere i migranti è una cosa antica come la Bibbia», ha detto infatti nell’agosto scorso. «E’ nello spirito della rivelazione divina e anche nello spirito del cristianesimo. E’ un principio morale. Su questo ho parlato, e poi ho visto che dovevo esplicitare un po’ di più, perché non si tratta di accogliere “alla belle étoile”, no, ma un accogliere ragionevole. E questo vale in tutta l’Europa».

 

Mons. Negri: “Accoglienza più alta possibile, i migranti però si assumano responsabilità”.

2) L’arcivescovo emerito di Ferrara si è mostrato d’accordo con la linea del Papa, spiegando -anche se in modo non proprio chiarissimo, dovuto anche al contesto di un’intervista probabilmente telefonica- che in campo ci sono due aspetti: l’accoglienza e l’integrazione. «L’accoglienza deve essere la più alta possibile», mentre l’integrazione «deve valutare tutti i costi, anche economici, e chi chiede di essere integrato deve assumersi delle precise responsabilità». Sintetizzando: un’accoglienza ragionevole, misurata alle possibilità di integrazione (che non sono però solo i costi economici), nella quale devono coinvolgersi anche le persone che vengono accolte, rispettando la cultura, le leggi e la tradizione del Paese ospitante. E’ anche il pensiero più volte espresso dal Pontefice, come mostra questo elenco di interventi.

 

Il giuramento di Salvini? “Chi strumentalizza il Vangelo sbaglia”.

3) Mons. Luigi Negri, a domanda secca, si è opposto alla decisione del ministro dell’Interno, Matteo Salvini, di non aprire i porti e lasciare i migranti in mare aperto: «il rispetto della persona in qualsiasi situazione non può essere mai diminuito». E, sempre a domanda specifica sul giuramento di vicepremier sul Vangelo, ha risposto: «in generale, chi strumentalizza il Vangelo sbaglia».

 

La posizione di mons. Negri è chiara ed è la stessa già manifestata in un’intervista del gennaio 2018 (non ci si fermi al titolo), seppur in quest’ultima occasione ad alcune domande precise le risposte appaiono volontariamente un po’ vaghe, forse nel tentativo di evitare uno strappo inconciliabile con gli ambienti più esasperatamente politicizzati -come La Nuova Bussola Quotidiana– nei quali è fortemente ammirato. Con tutto il merito, tra l’altro, essendosi sempre dimostrato una persona di buon senso e di grande cultura.

La redazione

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Marcia per la vita di Washington, 200mila fantasmi per i media

marcia pro life stati unitiAlla March for Life americana hanno partecipato migliaia di persone, in gran parte giovani e donne. Ma si è preferito dare visibilità alla piccola contro-manifestazione “Women’s March”, nonostante la presenza del vice-presidente Pence e del video-collegamento di Trump.

 

Oltre 200.000 le persone riversatesi sulle strade della capitale statunitense, adesioni trasversali e la massiccia presenza di giovani mostrano un cambiamento dell’opinione pubblica statunitense. Questo il commento di Vatican News, che da settimana sta sponsorizzando la 46.ma Marcia per la Vita americana, svoltasi il 18 gennaio scorso.

Ma è in completa solitudine (a parte Avvenire) perché i media occidentali hanno preferito parlare, quasi esclusivamente, della “contro-marcia per le donne” (la Women’s march) a cui hanno partecipato meno di cento femministe intonando cori a favore dei “diritti riproduttivi” e contro il presidente Trump. Una manifestazione che ha perso ulteriormente numero di partecipanti dopo che il Democratic National Committee e la Human Rights Campaign hanno ritirato il loro sostegno dopo che le leader femministe pro-choice si sono esibite in pesanti dichiarazione antisemite.

 

Nessun giornale ne ha parlato, ma le strade della capitale americana erano piene.

In ogni caso, in Italia in nessun telegiornale italiano sono passate le immagini della oceanica folla che, tra la neve e il freddo gelido, ha invaso Washington in nome del diritto alla vita e contro la crudeltà umana dell’aborto. Anche i quotidiani italiani hanno snobbato l’evento. Addirittura il gigante Youtube ha ammesso di aver volontariamente interferito con i risultati della ricerca con la parola “aborto”, nascondendo o eliminando i video più popolari.

“La vita inizia dal concepimento e termina con Planned Parenthood”, si legge su uno dei tanti cartelli esposti durante la marcia americana, facendo riferimento alla nota azienda di cliniche abortiste negli Stati Uniti. La data del 18 gennaio ricorda la sentenza della Corte suprema del 1973 che liberalizzò l’aborto negli Usa, lasciando un’ampia discrezionalità ai singoli Stati dell’Unione. A New York, ad esempio, si può uccidere un bambino non nato anche nelle ultime settimane di gestazione, praticando l’aborto sulle minorenni anche senza il consenso dei genitori.

 

March for Life: la presenza del vicepresidente Pence e il video-collegamento di Trump.

Ma il clima culturale sta lentamente cambiando e lo segnaliamo spesso anche noi, sempre più giovani invocano maggiori restrizioni alla “libertà d’aborto”. Donald Trump è intervenuto all’evento pro-life annunciando: «Oggi ho firmato una lettera al Congresso per chiarire che se inviano una proposta legislativa al mio tavolo che indebolisce la protezione della vita umana, metterò il veto». Sul palco, davanti ai manifestanti, si è presentato invece Mike Pence, il vice presidente americano, che ha partecipato come lo scorso anno assieme alla moglie. Sia lui che Trump hanno più volte citato la massiccia presenza dei giovani.

Dopo la celebrazione iniziale da parte del Nunzio Apostolico negli Stati Uniti,  mons. Christophe Pierre -che ha portato i saluti e la gratitudine di Papa Francesco «per questa grande testimonianza del diritto alla vita dei membri più innocenti e vulnerabili della nostra famiglia umana»-, molto applaudito è stato l’intervento della senatrice democratica della Louisiana, Katrina Jackson: «Non importa se sei un democratico, un repubblicano, un bianco e nero, lottiamo tutti per la vita. Quando le persone mi chiedono, perché un democratico di colore lotta per la vita? Rispondo, “perché innanzitutto sono cristiana”». Alla fine dell’incontro, la nipote di Martin Luther King, Alveda King, ha guidato la preghiera finale. «Se rifiuti il razzismo, combatti l’aborto», disse la King l’estate scorsa, legando la difesa dei diritti civili degli afroamericani, intrapresa dal nonno, a quella dei bambini non nati, considerando che 1 aborto su 3 è attuato su bambini di colore.

 

Qui sotto alcuni video della Marcia per la Vita, compreso l’intervento del vice-presidente Mike Pence.

 

AGGIORNAMENTO, ore 10
Soltanto il Corriere della Sera si è occupato marginalmente dell’evento, portando in Italia la rovente polemica riguardo alcuni studenti cattolici che sembrano deridere un nativo americano mentre protesta contro di loro con un tamburo in mano. Tuttavia, grazie all’uscita di altri video dello stesso evento, tanti opinionisti hanno chiesto scusa per la condanna prematura verso i giovani manifestanti pro-life, in quanto è visibile come essi stiano già cantando e proclamando inni prima dell’arrivo dei nativi americani i quali, oltretutto, li insultano, urlano slogan razzisti contro i bianchi (“questa non è la vostra terra, sei un uomo bianco: è tutto ciò che sai fare?”) e accusano la cristianità di essere fascista.

 
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«Non sei donna, perché parli?» La scrittrice bionda dice la verità a Luxuria.

Wladimiro Luxuria contro Alessandra Cantini. Sempre più donne e femministe contro i transgender, accusati di danneggiare l’unicità femminile. Ma intanto si approva in Italia l’operazione di transizione per minorenni confusi.

 

Non sappiamo bene chi sia Alessandra Cantini, né ci sembra un soggetto di particolare interesse culturale. Ma la bionda scrittrice ha detto una verità proibita in diretta televisiva, e già questa è una notizia. Rivolgendosi al transessuale Wladimiro Guadagno, in arte Luxuria, chiamato in causa a dibattere su quote rosa, donne in politica e mestieri femminili. I toni si accendono, Luxuria insulta la Cantini e lei replica: «Perché parli di donne? Tu non sei donna».

Con l’arrivo di Marcello Foa alla presidenza della Rai (sponsorizzato da La Verità di Belpietro), Luxuria è ormai onnipresente in televisione. Ieri, il trans è stato addirittura messo in cattedra su Rai3 nel programma Alla lavagna, davanti a una classe di bambini di 9-12 anni, ai quali ha spiegato -senza contraddittorio- la normalità del nascere trans e l’importanza di cambiare sesso il prima possibile.

 

Basta dichiararsi donna per esserlo davvero? Il tribunale di Genova dice sì.

Ma davvero basta dichiararsi donna per esserlo? E viceversa? Il tribunale di Genova la pensa così dato che recentemente ha autorizzato il “cambio di sesso” di un minorenne e lo Stato sosterrà economicamente un invasivo e irreversibile intervento chirurgico «per assicurargli il benessere psicofisico».

Questa è l’unica motivazione pronunciata, la stessa che ha portato anche il bioeticista laico Gilberto Corbellini ad approvare il blocco della pubertà e l’amputazione di organi sessuali ai minori, perché «lasciare questi pazienti ad aspettare la fase finale della loro transizione può avere un impatto sul loro stato sociale e psicologico».

 

“Cambio sesso”: un inganno globale sulla pelle di persone fragili.

Poco importa se, come ammette lo stesso Corbellini, «la condizione transessuale ha una eziologia sconosciuta e una definizione fluttuante (malattia mentale o medica, costruzione sociale, variante sessuale, etc.)». L’importante è “vietato vietare”, gli psicologi lasciano il campo direttamente ai chirurghi che, sulla base di mere sensazioni adolescenziali, danneggeranno per sempre il corpo dei minori “trans” tramite mastectomia, rimozione di utero e ovaie o rimozione degli organi sessuali maschili. Quindi, per coerenza, bisognerebbe anche immediatamente operare il meccanico transessuale 50enne, Paul Wolschtt, che è convinto essere una bambina di 6 anni. Anzi, a sentire certi esperti di bioetica, è a tutti gli effetti una bambina ma il suo corpo da uomo adulto aggrava il suo stato sociale e psicologico. Corbellini non scrive di lui? E di tutti i casi simili?

E’ fin troppo facile togliere la maschera a questo inganno globale, basta ascoltare i sessuologi che spiegano quel che non viene mai detto. Gli organi sessuali costruiti artificialmente in modo massicciamente invasivo non funzionano (se non in modo meccanico tramite protesi idrauliche), sono privi di terminazioni nervose e circolazione del sangue. E’ tutto finto, come lo è il sig. Guadagno quando si fa chiamare Luxuria.

 

Le femministe in campo contro i trans per difendere l’eccezionalità femminile.

Per questo la Cantini ha detto semplicemente la verità, quel che tutti sanno ma che nessuno ormai osa più dire. Perché chiamare un uomo -effeminato quanto vuole-, a discutere di tematiche femminili? E viceversa, ovviamente. Solo poche settimane fa, il 4 dicembre scorso, Twitter ha sospeso l’account di una femminista canadese, Meghan Murphy, dopo che ha criticato un attivista transgender pubblicando il commento: «Le donne non sono uomini».

In Inghilterra, invece, si chiamano ReSisters le femministe che protestano tramite adesivi rosa a forma di falli maschili con lo slogan: “Le donne non hanno il pene. Questo non è un discorso di odio, non è transfobia, è un semplice dato di fatto biologico. In Italia se ne parla poco, ma all’estero i movimenti per le donne sono in guerra da anni contro i transessuali. Lo ha certificato il quotidiano El Pais il mese scorso, scrivendo appunto: «La lotta sull’utero in affitto ha fatto emergere vecchi e nuovi attriti tra il collettivo omosessuale ed il movimento delle donne», tanto che si parla di divorzio netto tra femminismo e mondo gay.

Negli scorsi giorni, altro caso, moltissime attiviste per le donne hanno protestato perché il transgender Ángela Ponce era il favorito alla vittoria di Miss Universo, il famoso concorso di bellezza femminile. «Ci sono donne con un pene e uomini con una vagina perché l’unica cosa fondamentale dell’essere donna è sentirsi una donna», ha dichiarato il trans al New York Times. Parole che hanno infuocato la battaglia che le donne stanno combattendo per loro stesse, per non veder cancellati di colpo anni di lotte per l’equiparazione femminile che ora vengono mandati all’aria quando un uomo si sveglia, si sente donna e, perciò, diventa donna. Cancellando l’eccezionalità femminile (come quella maschile), l’unicità e la specialità delle donne, ridotte ad essere nient’altro che un uomo senza organo sessuale maschile.

La redazione

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Un solo spinello danneggia il cervello, lo studio gela i pro-cannabis

un solo spinelloLa marijuana fa male? Anche una sola canna può creare danni negli adolescenti, lo ha rivelato una ricerca sul Journal of Neuroscience, smentendo coloro che minimizzano gli effetti nocivi di un consumo moderato.

 

“Suvvia! Una canna non ha mai fatto male a nessuno!”. Così, più o meno, esclamava il prestigioso fisico italiano Carlo Rovelli nell’ottobre scorso, sponsorizzando lo spinello libero. Un messaggio irresponsabile, non solo perché Rovelli ha giocato la sua autorità acquisita su un altro campo di competenza (la meccanica quantistica), ma anche perché scientificamente smentito. Lo ha fatto qualche giorno fa un autorevole studio pubblicato sul Journal of Neuroscience.

Anche un solo spinello di marijuana può causare modifiche al cervello di un adolescente. Il campione di adolescenti europei testati aveva fumato cannabis 1 o 2 volte in tutta la loro vita, eppure è stato sufficiente per osservare in loro una modifica dei volumi della materia grigia, in particolare nell’amigdala e nell’ippocampo, aree legate ai processi emotivi e allo sviluppo della memoria. Ciò può comportare un mal funzionamento del cervello.

 

Le riviste scientifiche: “le preoccupazioni per la legalizzazione sono giustificate”.

«I risultati suggeriscono che negli adolescenti anche una breve esposizione alla cannabis può avere effetto sulle strutture cerebrali importanti per la gestione delle emozioni e per la memoria, quindi potrebbe predisporre a deficit emotivi e cognitivi anche a lungo termine», ha commentato Yuri Bozzi, docente di Fisiologia all’Università di Trento.

Lo scopo dello studio era proprio quello di capire se avessero o meno ragione tutti quelli che sostengono che “uno o due spinelli non fanno nulla” o e se invece anche una sola esperienza possa avere effetti sul nostro cervello. Giustamente le riviste scientifiche hanno nuovamente messo in guardia dal fenomeno della liberalizzazione della cannabis, poiché «nuove ricerche dimostrano che le preoccupazioni sull’impatto della cannabis sugli adolescenti potrebbero essere giustificate».

Oggi non esistono più i preparati “naturali” che fumava Carlo Rovelli ai tempi dell’università, è cambiata la concentrazione di tetracannabinolo (Thc, il principio attivo): quasi il 20 per cento maggiore rispetto a 30 anni fa. Anche per questo moltissimi scienziati si stanno battendo per affiancare la cannabis alle altre droghe pesanti, come eroina e cocaina.

 

Cannabis: Di Maio non commenta, ma è smentito dai procuratori antimafia.

Nessun commento è arrivato dal vicepremier Luigi Di Maio che proprio una settimana ha ribadito la posizione favorevole del M5S rispetto alla liberalizzazione della cannabis, ma solo per “contrastare la criminalità”. Un’idea ampiamente smentita da giudici e procuratori antimafia, come Raffaele Cantone, Nicola Gratteri, Fausto Cardella e Paolo Borsellino.

La redazione

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Rispondere con eleganza alle domande di un ateo

difendere cristianesimoIl dialogo che proponiamo qui sotto è comparso il 21 dicembre 2018 sul New York Times e si è svolto tra il giornalista e commentatore Nicholas Kristof ed il filosofo cristiano William Lane Craig, docente alla Houston Baptist University.

 

Nicholas Kristof: Devo confessare che nonostante tutta la mia ammirazione per Gesù, sono scettico su alcune delle narrazioni che abbiamo ereditato. Sei davvero sicuro che Gesù sia nato da una vergine?

William Lane Craig: quando non ero cristiano, anche io litigavo con questo. Poi mi venne in mente che per un Dio che poteva creare l’intero Universo, rendere incinta una donna non era poi una cosa così grande! Data l’esistenza di un Creatore dell’Universo (per il quale abbiamo buoni argomenti a favore), un miracolo occasionale è un gioco da ragazzi. Storicamente parlando, la storia della concezione verginale di Gesù è attestata indipendentemente da Matteo e Luca ed è completamente diversa da qualsiasi altra cosa presente nella mitologia pagana o nell’ebraismo. Allora, qual è il problema? Se esiste Dio, esistono i miracoli.

 

Nicholas Kristof: Perché non possiamo accettare che Gesù fosse un insegnante morale straordinario, senza dover tirare in ballo i miracoli?

William Lane Craig: Puoi farlo, ma a scapito di andare contro le prove. Il fatto che Gesù abbia svolto un ministero di miracoli ed esorcismi è così ampiamente attestato in ogni strato delle fonti che il consenso tra gli storici e tra gli studiosi del Gesù storico converge sul fatto che era un guaritore ed un esorcista. Ciò ovviamente non prova che questi eventi fossero autentici miracoli, ma dimostra che Gesù non pensava a se stesso come ad un semplice riferimento morale.

 

Nicholas Kristof: Non credi al racconto della Genesi che il mondo è stato creato in sei giorni, o che Eva sia stata realmente creata dalla costola di Adamo, vero? Se le storie della Bibbia ebraica non devono essere prese alla lettera, perché allora non accettare che anche gli autori del Nuovo Testamento si siano presi delle libertà?

William Lane Craig: Perché i Vangeli sono un tipo di letteratura diverso dalla storia primordiale descritta in Genesi. L’eminente assirologo Thorkild Jacobsen descrisse Genesi 1-11 come una storia vestita nel linguaggio figurativo della mitologia, un genere che ha soprannominato “storia mitologica”. Al contrario, il consenso tra gli storici è che i Vangeli appartengono al genere della biografia antica, come le “Storie di eroi greci e romani” scritte da Plutarco. In quanto tali, mirano a fornire un racconto storicamente affidabile.

 

Nicholas Kristof: Come spiegare allora le molte contraddizioni presenti nel Nuovo Testamento? Ad esempio, Matteo dice che Giuda si è impiccato, mentre gli Atti degli apostoli dicono che “si squarciò in mezzo” ad un campo. Non possono entrambi avere ragione, quindi perché insistere sull’inerranza della Scrittura?

William Lane Craig: Non insisto sull’inerranza della Scrittura. Piuttosto, quello su cui insisto è ciò che C.S. Lewis chiamava “mera cristianità”, cioè le dottrine fondamentali del cristianesimo. Armonizzare le contraddizioni percepite nella Bibbia è una questione di discussione interna tra i cristiani. Ciò che conta davvero sono domande come: Dio esiste? Ci sono valori morali oggettivi? Gesù era veramente Dio e veramente uomo? In che modo la sua morte su una croce romana ha contribuito a superare i nostri errori morali e l’allontanamento da Dio? Queste sono, come dice un filosofo, le “domande che contano”, non come Giuda morì.

 

Nicholas Kristof: Nel corso dei secoli, le persone hanno avuto fede in Zeus, in Shiva e Krishna, nel dio della cucina cinese ed in innumerevoli altre divinità. Siamo scettici su tutte quelle tradizioni di fede, quindi dovremmo sospendere l’enfasi sulla scienza e la razionalità quando incontriamo miracoli nella nostra tradizione?

William Lane Craig: Non ti seguo. Perché dovremmo sospendere la nostra enfasi sulla scienza e la razionalità solo a causa di false affermazioni nelle altre religioni? Io sostengo una “fede ragionevole” che cerca di fornire una visione del mondo completa, che tenga conto delle migliori scoperte delle scienze, della storia, della filosofia, della logica e della matematica. Alcuni degli argomenti per l’esistenza di Dio che ho difeso (come quelli sull’origine dell’Universo o sul fine-tuning dell’Universo), fanno appello alle migliori scoperte della scienza contemporanea. Ho l’impressione, Nick, che tu pensi che la scienza sia in qualche modo incompatibile con la fede nei miracoli. Se è così, sarebbe necessario fornire un valido argomento per tale conclusione. La famosa argomentazione contro i miracoli di David Hume è oggi riconosciuta -nelle parole del filosofo della scienza John Earman- come “un abietto fallimento”. Nessuno è stato ancora in grado di fare di meglio.

 

Nicholas Kristof: Riconosco che le persone religiose esprimono maggior carità rispetto alle persone non religiose e offrono anche più volontariato. Ma sono preoccupato che i leader evangelici a volte sembrino essere fanatici moraleggianti, focalizzati su questioni su cui Gesù non ha mai fatto parola, come i gay e l’aborto, mentre restano indifferenti alla povertà, alla disuguaglianza, al bigottismo e ad altri argomenti che invece erano centrali negli insegnamenti di Gesù.

William Lane Craig: Certo, capisco. A volte rabbrividisco se penso alle persone che i media tirano fuori come portavoce del cristianesimo. I media evitano i cristiani intelligenti e puntano su predicatori e televangelisti infiammati. Sappiate solo che la comunità cristiana è coinvolta non solo nella difesa della santità della vita e del matrimonio, ma in tutta una serie di questioni sociali, come la lotta alla povertà, l’assistenza medica, l’aiuto in caso di disastri naturali, programmi di alfabetizzazione, promozione di piccole imprese, promozione dei diritti delle donne, specialmente nei paesi in via di sviluppo. Detto onestamente, i cristiani hanno sempre ricevuto una pessima copertura mediatica.

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Padre Nostro, la modifica del 2002 obbligò quella liturgica del 2018

Traduzione del Padre Nostro. Nel 2002 i vescovi italiani introdussero il “non abbandonarci” nella Bibbia, Sandro Magister ha involontariamente svelato che già allora erano consapevoli della difficoltà della permanenza della “vecchia versione” nel Messale usato per il rito liturgico, ambiguità a cui ha messo fine l’attuale Conferenza Episcopale, assieme a Francesco.

 

«E non abbandonarci in tentazione». E’ dal 2002 che questa nuova traduzione della preghiera del Padre Nostro è diventata ufficiale nella versione italiana della Bibbia, approvata dai vescovi con il placet di Benedetto XVI e dei cardinali Carlo Maria Martini e Giacomo Biffi e pubblicata nel 2008 dalla Libreria Editrice Vaticana.

 

Accuse a Benedetto XVI quando modificò per primo la traduzione del “Padre nostro”.

Un dettaglio che ha disturbato fortemente la narrazione dei blogger nemici di Papa Francesco, secondo i quali sarebbe invece stato l’attuale pontefice a “cambiare le parole insegnateci da Gesù!” (perché Gesù parlava italiano, giusto?). Molte accuse le ricevette anche il predecessore, Papa Ratzinger, quando dieci anni fa approvò il “non abbandonarci” al posto del “non indurci”, una traduzione non letterale ma che risultò essere ai biblisti più adeguata nel riportare il senso dell'”inducere” latino (o dell’eisfèrein greco).

Come ha scritto il vescovo di Ugento – SM di Leuca, mons. Vito Angiuli, «il dibattito sulla corretta traduzione del Padre Nostro risale agli anni 80 e ha interessato le voci più autorevoli della Chiesa. Tutti avevano la consapevolezza che qualsiasi traduzione sarebbe stata inadeguata a esprimere, in maniera compiuta e precisa, il significato profondo che le parole cercano di evocare. Molti di loro, però, ritenevano cercare una modalità espressiva più confacente a quanto la fede insegna e più rispondente al modo di sentire contemporaneo. Non va poi dimenticato che il passaggio dall’aramaico, al greco, al latino fino ad arrivare alle lingue moderne non è mai indolore. D’altra parte, anche i vescovi spagnoli e francesi avevano operato una traduzione più o meno simile a quella proposta dai vescovi italiani».

 

La modifica era a fini non liturgici, oggi cambia anche nel Messale romano.

I vaticanisti della resistenza, accusato il colpo, hanno comunque ribattuto che la modifica introdotta nel 2002 era destinata a fini non liturgici, cioè venne introdotta solo nella traduzione della Bibbia mentre nel Messale romano, il libro liturgico utilizzato dal sacerdote per celebrare la Messa, permaneva l’antica traduzione del Padre Nostro, quella del “non indurci”.

La modifica del Padre Nostro anche a livello liturgico (introducendola nel Messale), dunque, sarebbe stata un’iniziativa in solitaria di Papa Francesco. Un’obiezione che, francamente, risulta alquanto debole e poco comprensibile ma che, tuttavia, è stata usata per “incolpare” comunque l’attuale Papa.

 

Sandro Magister rivela che nel 2002 ci si auspicava la modifica avvenuta nel 2018.

Alcune settimane fa, comunque, è intervenuto sulla tematica anche Sandro Magister, vaticanista de L’Espresso e uno dei principi italiani dell’antipapismo bergogliano. Il suo intento era quello di ricostruire i fatti accaduti durante l’assemblea dei vescovi a porte chiuse quando, nel novembre scorso, avvenne l’ufficiale traduzione del Messale Romano, in cui era inclusa la “nuova” traduzione del Padre Nostro. Magister, come prevedibile, ha descritto gli eventi facendo passare Papa Francesco come «monarca assoluto» che «ha imposto la sua volontà» ai vescovi, «mettendo a tacere», tramite il presidente della CEI, Gualtiero Bassetti, «le voci contrarie», di quei vescovi bravi e timorati di Dio che non volevano modificare le parole di Gesù e preferivano la «versione tradizionale». Ma il Pontefice dittatore ha «impedito a qualsiasi vescovo di prenderne le difese». Insomma, le classiche e fantasiose “ricostruzioni” di Magister.

Il vaticanista de L’Espresso ha però inserito una citazione che, non solo ha mandato all’aria i suoi stessi intenti, ma ha anche risposto alle obiezioni dei nemici di Papa Francesco. «Nel maggio del 2002», scrive infatti Sandro Magister, «fu approvata la nuova versione del “Padre nostro” per il lezionario. L’arcivescovo Betori, che all’epoca era segretario generale della CEI, disse: “L’eventuale assunzione di questa traduzione nel rito liturgico e nella preghiera individuale si porrà al momento della traduzione della terza edizione del ‘Missale Romanum’. La decisione che viene presa ora pregiudica però in qualche modo la scelta futura, essendo difficile pensare la coesistenza di due formulazioni“». Lo stesso arcivescovo Betori, stretto collaboratore di Benedetto XVI, ha difeso anche negli scorsi mesi la fondatezza teologica della nuova traduzione del Padre Nostro, ricordando l’approvazione anche del card. Giacomo Biffi.

 

Così, già nel 2002 si era ben consapevoli che la modifica al Padre Nostro introdotta dalla Chiesa ratzingeriana nella Bibbia, avrebbe «pregiudicato» inevitabilmente l’adeguamento anche nel rito liturgico, essendo ambigua la coesistenza di due traduzioni diverse: una a fini non liturgici e una, diversa, nel Messale romano usato durante l’Eucarestia. Nel 2018 si è dunque concluso con coerenza quanto iniziato dai vescovi nel 2002, ovvero l’uniformità della traduzione anche a livello liturgico. Altro che “pallino” modernista di Papa Francesco!

La redazione

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Dimostrare l’esistenza di Dio. Si può? E ha senso farlo?

Le prove dell’esistenza di Dio, secondo il filosofo cattolico Edward Feser. Non si tratta di assurde dimostrazioni scientifiche ma un’esposizione di cinque argomenti per i quali Dio è l’unica spiegazione possibile o, comunque, la più ragionevole.

 

Nessun credente è tale grazie ad un qualche argomento a dimostrazione dell’esistenza di Dio. La fede cristiana ha origine come cammino della ragione dalla percezione di un bisogno infinito all’incontro personale con una risposta ritenuta adeguata a tale sete di significato. Ma si può provare l’esistenza del Creatore a prescindere dalla fede?

Se per il cristiano Søren Kierkegaard ogni prova di Dio è, al più, «un canovaccio eccellente per una comica pazzesca», grandi pensatori cristiani -come Tommaso d’Aquino, Anselmo, Agostino, Plotino ecc. (e non cristiani, come Aristotele)- la pensavano diversamente e sono autori di numerose ed affascinanti “prove di Dio”, atte a convincere la persona non credente. Per quanto ci riguarda, non siamo così interessati a difendere e supportare questi sforzi intellettivi che, tuttalpiù, riteniamo utili come nutrimento per la fede dei credenti, nonché occasione di confronto con i non credenti.

 

“Cinque prove dell’esistenza di Dio”: il libro del filosofo tomista Edward Feser.

Per questo segnaliamo il recente e monumentale lavoro del filosofo tomista Edward Feser, docente presso il Pasadena City College, intitolato Five Proofs of the Existence of God (Ignatius Press 2017), esposizione dettaglia e aggiornata di cinque prove filosofiche a favore di Dio: la prova aristotelica, la prova neoplatonica, la prova agostiniana, la prova tomista e la prova razionale. Uno dei più interessanti lavori moderni sulla teologia naturale tradizionale, in cui si difendono le classiche dimostrazioni di Dio dalle varie critiche ricevute nella storia.

«Ci sono molti altri argomenti che ritengo essere convincenti ma che non ho inserito nel libro», ha spiegato Feser, «richiedevano troppe argomentazioni metafisiche». Feser ritiene che Dio si possa “dimostrare” in quanto la sua esistenza è «difendibile con argomenti che ogni persona razionale può trovare convincenti» e, ancor di più, «possiamo difendere» tali argomentazioni «con il metodo della ritorsione, che implica il mostrare che non si possono negare a causa di auto-contraddizione o incoerenza» (ovvero: la difesa di un’affermazione dimostrando che la sua negazione comporta una contraddizione).

 

Sono “prove” ma non dimostrazioni scientifiche.

Non si tratta di dimostrazioni matematiche o scientifiche da laboratorio, come chiedono retoricamente alcuni atei per poter essere convinti. Tuttavia, ha spiegato il filosofo, «rivendico la parola “prova”. Gli argomenti sono “prove” in quanto, in primo luogo, la conclusione segue deduttivamente le premesse, e le premesse sono ritenute essere conoscibili al di là di ogni ragionevole dubbio. Non sono semplici deduzioni probabilistiche, argomenti per la spiegazione migliore, o argomenti basati sul “Dio delle lacune”. Sostengo che tali argomenti mostrano non tanto che Dio è la spiegazione più probabile dei fatti asseriti nelle premesse degli argomenti, ma piuttosto che Dio è l’unica spiegazione possibile in principio di tali fatti. Questo tipo di argomentazione si adatta ad un uso tradizionale della parola “prova”».

Ovviamente, ha ulteriormente precisato, «ciò non implica che io pensi che ogni lettore sarà immediatamente convinto. Ciò che si intende indicare con “prova” è la natura della connessione tra i fatti descritti nelle premesse e il fatto descritto nella conclusione. È un’affermazione metafisica, non un’affermazione sociologica». «Naturalmente», ha proseguito Feser, «sono consapevole che alcune persone sfideranno comunque questi argomenti o rimarranno dubbiose. Ma questo è vero per qualunque argomento qualsiasi conclusione».

 

La ragione può giungere a Dio anche senza la fede.

La Chiesa si è espressa più volte a favore del raggiungimento dell’esistenza di Dio anche da parte di una ragione privata della fede. Pio IX e Paolo VI hanno affermato che «Dio può essere conosciuto con certezza col lume naturale dell’umana ragione dalle cose create» (Dei filius e Dei verbum) e lo stesso Catechismo precisa la distinzione già notata da Feser: «l’uomo che cerca Dio scopre alcune “vie” per arrivare alla conoscenza di Dio. Vengono anche chiamate “prove dell’esistenza di Dio”, non nel senso delle prove ricercate nel campo delle scienze naturali, ma nel senso di “argomenti convergenti e convincenti” che permettono di raggiungere vere certezze».

Se da una parte gli agnostici non dovrebbero ridurre la questione di Dio ad un qualsiasi fenomeno della natura indagabile scientificamente, come si trattasse di un oggetto, dall’altra i credenti devono evitare il “fideismo” emozionale, «che non riconosce l’importanza della conoscenza razionale e del discorso filosofico per l’intelligenza della fede e tende a fare della lettura della Sacra Scrittura e della sua esegesi l’unico punto di riferimento veritativo» (Giovanni Paolo II. Fides et ratio). Ma, in campo filosofico e teologico, si dovrebbe anche trattenersi dal ridurre completamente Dio ad una teoria o un’argomentazione, facendo scomparire la possibilità di farne esperienza. Egli si è fatto conoscere e si è reso familiare, accessibile a tutti. L’incontro con Lui è ciò che davvero porta ad un convincimento certo.

La redazione

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Il terrorismo politico? Invenzione del secolo buio illuminista

terrore giacobinoIlluminismo francese e ghigliottina. Il nuovo libro dello storico Francesco Benigno (Università di Teramo) affronta la storia del terrorismo, individuandone l’origine nella Francia illuminista, patria della Rivoluzione francese e -secondo alcuni- della tolleranza.

 

Il Medioevo sarebbero stati “secoli bui”, mentre l’Illuminismo fu un periodo “di luce”. Ancora oggi, ripetendo questo abusato concetto, siamo tutti vittime della vincente propaganda illuminista, per l’appunto. Poi però arrivano gli storici che, implacabili, continuano nel tentativo di svegliare le masse: ci tentò fino all’ultimo il celebre Jacques Le Goff, che dedicò anni di pubblicazioni scientifiche per dimostrare che il Medioevo è sinonimo di progresso, cultura e diritti umani (soprattutto verso la figura della donna). Ma la leggenda, purtroppo, ha resistito.

Oggi arriva un altro volume interessante: Terrore e terrorismo. Saggio storico sulla violenza politica (Einaudi 2018), scritto dallo storico Francesco Benigno, docente presso l’Università degli Studi di Teramo e direttore dell’Istituto meridionale di storia e scienze sociali. Uno studio sul terrorismo, dalla sua nascita fino ai giorni oggi. E quando nacque il terrorismo? Proprio nel periodo illuminista che, secondo alcuni, avrebbe invece regalato alla storia modernità, giustizia sociale, emancipazione da tutto il buio precedente.

 

Terrorismo nasce nella Francia illuminista.

Invece no. Il concetto di terrorismo -inesistente prima- nacque proprio verso la fine del ‘700, in piena Rivoluzione francese. Il frutto più maturo dell’illuminismo furono la ghigliottina ed il Terrore giacobino, un «“regime di sangue e paura”, il cui scopo era il fine palingenetico della Rivoluzione e l’attuazione di Virtù e Giustizia anche attraverso violenza repressiva e legislazione speciale, il Terrore appunto», scrive lo storico Marcello Flores D’Arcais (Università di Siena) recensendo il libro del collega Benigno. «È nell’Ottocento che il terrorismo acquista la sua configurazione più coerente». Giunse in Italia, in Spagna, in Germania, in Austria, in Russia, in Giappone, in Grecia, dove si moltiplicano gli attenti politici. La Francia illuminista fece da apripista, non facendosi remore ad utilizzare il terrore come strumento del “bene” (secondo i rivoluzionari).

 

Bauman: “Il comunismo? Figlio del secolo dei Lumi”.

Già il celebre sociologo polacco Zygmunt Bauman indicò che «il comunismo non è un’utopia romantica, ma è figlio del secolo dei Lumi, di Voltaire e Diderot». E, di fatti, aggiunse, «il comunismo è una tecnica di conquista del potere, tecnica golpista, tecnica che permette di ignorare i risultati delle elezioni, e che tende alla totale manipolazione delle coscienze e del linguaggi. Camus disse che la particolarità del Novecento stava nel fatto di causare il Male in nome del Bene».

 

Sam Harris: “Un movimento ateo trasformatosi in regno del terrore”.

Perfino il filosofo Sam Harris, uno degli atei militanti più famosi al mondo, ha riconosciuto nel 2014 che «ci sono stati molti movimenti atei nel corso della storia che iniziarono con il più alto degli ideali, tra cui le rivoluzioni francese e russa. Ma il loro idealismo iniziale si è rivelato insostenibile. Si sono trasformate in regni del terrore, la forza bruta ed il terrore divennero i mezzi utilizzati per il controllo sociale».

 

Il paradosso della storia è che i più celebri illuministi (si pensi a Voltaire) vengono oggi celebrati come maestri di tolleranza e a loro vengono perfino attribuite false citazioni (come “Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo”), censurando completamente l’amara verità: appena furono al potere, la loro tolleranza la espressero attraverso la lama della ghigliottina.

La redazione

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Due vittime di abusi ritornano: «Senza la Chiesa dove andiamo?»

abbandoni chiesaVittime di abusi nella Chiesa, ma il male commesso da un prete non pregiudica la loro appartenenza perché solo nell’Eucarestia si può trovare la pace del perdono e della rinascita. Questo testimoniano Ben Hoffman (Minnesota) e Paul Peloquin (Canada).

 

Abbandonare la Chiesa, a causa di abusi sessuali subiti da un prete, è una soluzione che sembra ovvia e pienamente comprensibile a prima vista, ma aggrava solamente il danno subito perché ci si priva dell’unico luogo in cui, grazie alla presenza fisica di Dio tramite l’Eucarestia, si può superare l’odio e concepire la propria vita in un orizzonte eterno, ricevendo serenità e speranza. E’ questo quel che vuole testimoniare Ben Hoffman (nella foto, a destra), raccontando di essere tornato cattolico dopo 8 anni dall’abuso subito da un prete.

Nel 2011 non voleva avere più niente a che fare con la Chiesa, aveva 16 anni e assieme a due fratelli minori fu molestato sessualmente da un prete omosessuale, Curtis Wehmeyer. La famiglia era attiva in parrocchia, almeno fino a quando vennero scoperti gli abusi sui propri figli: il prete li attirò in un camper nel parcheggio della chiesa, offrì loro alcool e marijuana, mostrò loro immagini pornografiche e li toccò in modo inappropriato, almeno secondo i dati della polizia. E’ stato condannato a 6 anni di prigione ed è stato ridotto allo stato laicale dal Vaticano.

 

Addio alla Chiesa dopo gli abusi del prete: “ma ora chi mi dà l’Eucarestia e la pace?”

E’ un esempio di come questi criminali possano non solo distruggere la vita di giovani ed adolescenti, ma anche la vita di fede di tutti i loro amici e familiari. La vita degli Hoffman, infatti, andò in frantumi: i figli iniziarono improvvisamente a drogarsi, ad impegnarsi in una vita sessualmente promiscua e minacciarono più volte il suicidio, lo stesso matrimonio dei genitori rischiò di rompersi. Fortunatamente la comunità cattolica di Minneapolis (Minnesota), la città in cui vivono, si strinse attorno a loro e riuscirono ad inquadrare che quegli abusi altro non erano che la perversione ed il peccato di un uomo. Il tempo e l’amicizia rischiararono i pensieri, la ripresa della preghiera portò molte cure spirituali e oggi gli Hoffman sono tornati alla vita cattolica.

«Non posso immaginare di superare quello che mi è successo senza Cristo», è il giudizio chiaro, lucido e razionale di Ben Hoffman, che oggi ha 25 anni, si è sposato, ha un figlio di 11 mesi e lavora come venditore. «La Chiesa cattolica è la nostra casa perché Cristo è qui, nell’Eucaristia. E’ Lui il grande guaritore», e affidandosi a Dio -il cui nome venne tradito proprio da un uomo chiamato a rappresentarlo-, è originata la sua trasformazione e la sua rinascita come uomo.

 

Andarsene dalla Chiesa significa privarsi di Cristo, l’unico in grado di guarire le ferite.

Oggi Ben sta combattendo ancora, ma non più per se stesso ma per gli altri “sopravvissuti” agli abusi che vogliono abbandonare la Chiesa. E’ diventato anche leader dei Servant of the Cross, un ministero familiare per bambini delle scuole medie, che organizza per loro progetti nell’oratorio parrocchiale. «Appena mi separai dalla Chiesa», in seguito agli abusi, «restai lontano diversi anni e aprii la mia vita a tutto il male che avevo rifiutato in precedenza: il diavolo mi aveva portato esattamente dove mi voleva. Non sono un santo, la ferita non è completamente guarita, ma grazie a Dio sono tornato e ho trovato la mia fede».

Vuole aiutare le vittime di abusi sessuali a riconoscere nuovamente che non bisogna permettere ad un uomo -sia esso un prete o un vescovo- di avere la meglio sulla propria fede e sulla partecipazione ai Sacramenti, altrimenti il Male vincerebbe due volte. «Non c’è vera felicità senza Cristo», afferma Ben Hoffman, «l’ho capito proprio negli anni in cui mi sono allontanato», moralmente distrutto e ferito dalle molestie subite. «Se potessi cambiare la mente o la prospettiva anche solo di una persona, tutto ciò che ho passato ne sarebbe valsa la pena».

 

Dopo gli abusi è rinato in un monastero, oggi aiuta le altre vittime a non lasciare la fede.

Sono da sottolineare anche le parole di Paul Peloquin (nella foto a sinistra), psicologo clinico di Albuquerque (New Mexico), anche lui rimasto vittima all’età di 11 anni di un prete pedofilo, Earl Bierman. Un trauma fisico e spirituale, tanto che Ploquin ha lasciato la Chiesa per oltre 30 anni. Oggi, invece, utilizza una terapia basata sulla fede per aiutare le vittime a guarire dalle ferite morali e tornare alla Chiesa. Il suo riavvicinamento al cattolicesimo è avvenuto lentamente, dal 2002 al 2005: ha trascorso del tempo in un monastero benedettino, dove nella pace, nella preghiera e nella natura ha ripreso in mano la sua relazione con Dio. Dopo 12 anni è riuscito finalmente a perdonare il suo abusatore: «Non lo maledico più. Non ha più presa su di me».

Anche Peloquin è impegnato nello stesso messaggio di Ben Hoffman: «Abbiamo bisogno di buoni sacerdoti, che vogliono vivere come servi, senza loro non abbiamo i sacramenti. La maggior parte dei sacerdoti è buona, ma alcuni non lo sono, sono lupi vestiti da agnelli a lavorano per conto di Satana». Così, lo psicologo messicano oggi aiuta le altre vittime di abusi sessuali, dicendo loro: «Non lasciare che il malvagio ti imprigioni. C’è uno che è venuto a liberarti, Gesù, che può guarirci dalle nostre ferite. Lui è la tua speranza e non ha mai smesso di amarti. Lui è lì, con le braccia aperte e desidera solo che tu possa tornare. Se lasci la Chiesa, ti fai del male più di quanto te ne possa rendere conto: stai lasciando la tua strada per la salvezza».

La redazione

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«Da 40 anni studio i danni causati dalla scomparsa del padre»

ruolo padre Importanza della figura paterna. Lo psicoanalista francese Jean-Pierre Winter si occupa da anni delle conseguenze della sua assenza per i bambini, così come avviene nelle coppie composte da due donne. Il suo nuovo libro si chiama “L’avenir du père”, ecco alcuni estratti.

 

Sei delle sette sparatorie più letali nelle scuole statunitensi tra il 2005 e il 2015 sono state compiute da giovani cresciuti in case in cui il padre non c’era. Secondo Real Women of Canada, a provenire da nuclei famigliari privi della figura paterna sono l’85% dei giovani in carcere, il 63% dei giovani suicidi, il 71% delle adolescenti incinte e il 90% dei fuggitivi o degli adolescenti senzatetto (The Curse of Fatherlessness). Un grande esperto di Medio Oriente, Gilles Kepel, ha parlato con numerosi giovani terroristi jihadisti incarcerati, trovando un unico punto in comune: l’assenza del padre.

E’ di questo che si occupa Jean-Pierre Winter, affermato psicoanalista francese, esperto di psicopatologia del bambino e fondatore e attuale presidente del Mouvement du coût freudien. Intervenne, come tanti suoi colleghi, in occasione del dibattito francese sulla legalizzazione del matrimonio egualitario, opponendosi alla dissociazione della parola “genitori” da quella di “padre” e “madre”. Il suo pensiero è stato ribadito nella sua ultima opera, intitolata L’avenir du père (Il futuro del padre), con il quale ha sottolineato l’importanza insostituibile della figura paterna e le conseguenze della sua progressiva scomparsa. Proponiamo qui alcuni estratti.

 

Adozioni gay, servono anni perché si manifestino i danni.

«Come specialista nell’infanzia», ha scritto Winter, «ho affrontato per 40 anni il danno causato dalla progressiva scomparsa della figura paterna. Servono alcuni anni per rendersi conto della manifestazione di questi danni, specialmente nell’adolescenza, perché è l’età in cui ritorna tutto ciò che è stato metabolizzato male nella prima infanzia e produce sintomi». Lo psicoanalista freudiano si riferisce ad alcuni studi che –al contrario di tanti altri– indicano come i bambini “senza padre” stanno crescendo bene esattamente come gli altri, «ma questi studi non indicano mai l’età dei bambini studiati», ha avvertito. «In un bambino può sembrare che tutto vada bene fino all’età di 5-6 anni, anche fino a 12-13 anni, ma improvvisamente c’è uno sconvolgimento. Perché? Perché lasciando l’infanzia alle spalle affiorano elementi della loro vita precedente che sono stati repressi, censurati o inibiti. Così, questo bambino “che stava bene” inizia a non andare più bene, anzi va peggio degli altri bambini di età simile».

 

Crescere con genitori del sesso opposto è totalmente diverso.

Come tanti altri suoi colleghi, anche il dott. Jean-Pierre Winter ha sottolineato che «non è uguale a zero essere nati da due persone diverse per natura, un uomo e una donna, anche se hanno molto in comune, nascere seguendo una legge della natura che non possiamo respingere, relazionarsi dall’inizio con un corpo e una voce di uomo ed un corpo e una voce di donna. I loro modi di toccarci, di prenderci, di nutrirci, di sorridere non sono la stessa cosa. Fin dall’inizio affronteremo questa differenza di ruoli e di sessi e saremo in grado di gestirla. Ad esempio, sapremo dalle sensazioni del corpo che esiste un altro tipo di relazione, diversa dalla relazione di controllo e dominio, che è la relazione originale con la madre».

Le Famiglie Arcobaleno solitamente replicano che i bambini cresciuti con due donne si relazionano comunque con i nonni, gli amici o gli zii. Ma «relazionarsi con l’altro sesso in modo occasionale ed esterno», ha replicato lo psicoanalista francese, «non ha affatto gli stessi benefici dell’essere sempre in contatto con le loro differenze. Per gli psicoanalisti, le ripercussioni delle adozioni a persone dello stesso sesso sono misurate in più di una generazione. Vorrei che le conseguenze siano misurate prima di dare loro, per legge, un posto equivalente a quello delle famiglie naturali. Forse sarebbe il momento di ricordare il principio di precauzione».

 

Avere due mamme per legge uccide simbolicamente la figura paterna.

Una legge che sancisce la legittimità di un’adozione a due donne, «agisce anche direttamente a livello simbolico, non sopprime un essere, ma un luogo». «Tutti quelli che avrebbero potuto occupare quel luogo sono squalificati in anticipo, resi superflui e, con loro, tutti coloro che hanno occupato questo posto nel passato. In altre parole, il padre è morto prematuramente». Ed invece, «l’ambivalenza del padre nei confronti del figlio e del figlio nei confronti del padre è fondamentale perché possono capirsi e confrontarsi». Al contrario, il padre diventa “facoltativo”, «estendendo la non necessità del padre all’intera società. Così un bambino insoddisfatto potrebbe dire a suo padre: “Scusa, ma non abbiamo bisogno di te, qui sei solo tollerato”».

 

La differenza tra sessi è un dato di fatto, non un costrutto sociale.

C’è poi un altro problema che sta prendendo progressivamente piede, ovvero la tesi artificiale secondo cui la differenza tra i sessi non sarebbe altro che un costrutto sociale e personale. C’è un fondo di verità, ha scritto Jean-Pierre Winter, «nelle differenze tra uomini e donne vi sono effettivamente fattori che risalgono a costruzioni storiche, geografiche, ecc. Ma lo stesso si potrebbe dire della morte: in ogni percezione della morte, c’è una parte dell’immaginario personale e un’altra parte delle situazioni sociali. Gestiamo diversamente il soggetto morte in base al luogo e al tempo, ma, nonostante ciò, la morte è ancora la morte, qualcosa di reale. La stessa cosa accade con la differenza dei sessi, è un dato di fatto come la differenza tra la vita e la morte. Un uomo e una donna possono essere simili tra loro, ma ciò non significa che siano intercambiabili».

La redazione

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