«L’Inquisizione spagnola? Puniva per lo più omicidi e violenze sessuali»

Il termine “leggenda nera” indica un filone letterario di propaganda storica contro la Spagna, in particolare verso il colonialismo e l’Inquisizione, nato in ambienti del protestantesimo e dell’illuminismo.

Recentemente la storica Maria Elvira Roca Barea, a lungo docente presso l’Università di Harvard e collaboratrice del Consiglio Superiore per la Ricerca Scientifica spagnola, ha pubblicato il libro Imperiofobia y Leyenda Negra (Siruela 2016), in cui ha replicato ai principali miti promossi dalla cosiddetta hispanophobia.

Intervistata da El Mundo, la ricercatrice ha parlato anche dell’Inquisizione spagnola: «In Spagna la persecuzione delle streghe era qualcosa di molto insolito. Soprattutto se si considerano le persecuzioni di massa dei protestanti, causa di migliaia di esecuzioni per stregoneria senza alcun processo legale». Oggi l’Inquisizione, dopo la propaganda illuminista e protestante, è sinonimo di paura e terrore, invece «era un sistema di controllo per reati quali lo sfruttamento della prostituzione, la pedofilia, la violenza sessuale, la contraffazione». Inoltre, «dal 1560 al 1700 solo 1.300 persone sono state condannate a morte, sia per questioni religiose sia per reati gravi. Ad esempio un ragazzo è stato condannato a Valencia per stregoneria, in quanto c’erano prove concrete che avesse ucciso diversi bambini».

Parlando di numeri, occorre sottolineare che «nei 20 anni che Calvino visse a Ginevra, fece uccidere 500 persone in una città di 10.000 abitanti. E oggi gli è stata eretta una statua. Oppure bisogna considerare le migliaia di persone condannate a morte nei primi anni del del regno di Elisabetta I d’Inghilterra». Tornando in Spagna, ha proseguito la storica, «l’Inquisizione offriva maggiori garanzie per l’imputato. In realtà, il diritto processuale del mondo cattolico deve molto all’Inquisizione perché ha istituito un sistema giudiziario che prevedeva l’istruttoria dei casi, i giudici, gli avvocati della difesa ecc.».

Maria Elvira Roca Barea ha citato numerosi altri lavori pubblicati in questi anni, in particolare dagli storici Gustav Henningsen e Jaime Contreras (il primo ha pubblicato anche in Italia il suo studio, intitolato L’avvocato delle streghe. Stregoneria basca e Inquisizione spagnola, Garzanti 1990). Il ricercatore danese Henningsen, in particolare, ha valutato che tra il 1540 e il 1700, le condanne a morte sono state emesse dall’Inquisizione spagnola nel 3,5% dei casi, ma soltanto l‘1,8% dei condannati sono stati effettivamente uccisi. Per lo storico britannico Geoffrey Parker, invece, docente presso la Ohio State University, il numero di vittime sarebbe di circa 5.000 durante i 350 anni dell’Inquisizione corte, che rappresentano il 4% di tutti i processi avviati. Numeri decisamente più modesti del mito illuminista.

Durante questi 350 anni di storia, l’Inquisizione spagnola non è stato certo l’unico sistema giuridico presente, o quello più violento. Lo storico britannico Henry Kamen ha dimostrato che confrontando le statistiche sulle condanne a morte dei tribunali civili e inquisitoriali tra i secoli XV e XVIII in Europa, per ogni cento condanne a morte emesse dai tribunali civili, l’Inquisizione ne ha emesso una soltanto. E’ celebre il suo libro The Spanish Inquisition: A Historical Revision (Yale University Press 1999), definito sul New York Times dallo storico Richard L. Kagan «in generale il miglior libro sull’Inquisizione spagnola sia per la sua portata che per la sua profondità delle informazioni». In esso Kamen ha dimostrato che la tesi secondo cui l’Inquisizione era un’onnipotente ente di tortura è un mito del 19° secolo, mentre si è trattata di «un’istituzione sottodimensionata, i cui tribunali erano sparsi e avevano solo una portata limitata e i cui metodi erano più umani rispetto a quelli della maggior parte dei tribunali secolari. La morte sul fuoco, inoltre, era l’eccezione, non la regola».

Anche per quanto riguarda la tortura, il ricorso da parte dell’Inquisizione avvenne in rare occasioni, sempre sotto la supervisione di un inquisitore che aveva l’ordine di evitare danni permanenti, spesso con la presenza di un medico. Anche in questo caso in contrasto con la tortura selvaggia praticata dall’autorità civile. Il più recente testo pubblicato in lingua italiana che consigliamo di visionare a chi volesse andare oltre al pregiudizio anticlericale su questa tematica, è Storia dell’Inquisizione in Italia. Tribunali, eretici, censura (Carocci 2013), dello storico Christopher Black, di cui abbiamo già parlato (recensito anche dalla storica Marina Montesano).

Esistono anche diversi storici italiani impegnati contro la “leggenda nera”, come il laico Adriano Prosperi, Agostino Borromeo e Andrea Del Col. Proprio quest’ultimo, docente di Storia presso l’Università degli Studi di Trieste, all’inizio del suo libro L’Inquisizione in Italia (Mondadori 2009), ha tenuto a precisare: «Il volume è privo di immagini. La scelta è deliberata e ha una motivazione culturale: le immagini di interrogatori, torture, autodafè e roghi sono in genere posteriori ai fatti e risultano spesso condizionate dalla leggenda nera […]. Molte cifre macroscopiche provengono dalle correnti anticlericali del XIX secolo che cercavano con ogni mezzo di porre in cattiva luce l’operato della Chiesa. E’ ragionevole credere che il numero dei condannati si aggiri intorno a qualche migliaia». Questo, ha proseguito lo storico, lascia molti basiti perché «questa istituzione dalla fama sinistra non è più rappresentata nelle ricerche originali recenti come assolutamente violenta, e gli inquisitori non appaiono più assetati di sangue e di sesso. Risulta infatti da questi studi che l’Inquisizione non fu sanguinaria come si credeva» (p. 14, 66-67).

La redazione

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Libero arbitrio, se le neuroscienze tornano a sostenerlo

Facendo leva sugli esperimenti pionieristici dello scienziato americano Benjamin Libet, già negli anni ’80, si è diffusa la convinzione che le neuroscienze avessero decretato l’illusione della consapevolezza umana, della volontà cosciente e del libero arbitrio.

Infatti, dopo aver chiesto a soggetti normali di eseguire semplici movimenti con un dito e di giudicare retrospettivamente il momento esatto in cui ne diventavano consapevoli, si scoprì sorprendentemente che il momento della consapevolezza precedeva l’inizio effettivo del movimento di 50-80 millisecondi. Ovvero, il nostro cervello prenderebbe decisioni prima che noi diventiamo consapevoli di volerle coscientemente fare, ricostruendo post hoc la decisione consapevole. Conferme arrivarono da Haggard e Eimer (1999) e da John-Dylan Haynes del Max Planck Institute di Berlino.

I neo-positivisti hanno presto esultato scrivendo articoli e libri sulla morte della libertà dell’uomo -quindi di Dio-, mossi da spinte teologiche (o, meglio, a-teologiche). Il filosofo neo-ateo Daniel Dennett è il più noto di questi esponenti, seguito dallo psicologo americano Daniel Wegner che ha scritto: «Ciascuno di noi sembra possedere la volontà cosciente, di avere dei sé. Di avere menti. Di essere agenti. Di causare ciò che facciamo. Ma è in definitiva corretto chiamare tutto ciò un’illusione. La nostra sensazione di essere un agente cosciente, che fa cose, sorge al costo di essere sempre tecnicamente in errore. La sensazione di fare è qualcosa che sembra e non qualcosa che è» (D. Wegner, in Siamo davvero liberi?, Codice edizioni 2010, p. 49).

Ovviamente altrettanti ricercatori e studiosi si sono opposti a questa interpretazione fin troppo ingenua, chi negando che le neuroscienze possano e potranno mai esprimersi su questo (De Caro, Rigoni e Brass), chi facendo notare che gli esperimenti non sono indicativi poiché le azioni umane risultano molto più complesse e stratificate di quelle che si possono studiare in laboratorio: programmare un viaggio è ben diverso dal decidere di muovere un dito e le scelte morali non sono istintive (si veda A.L. Roskies). C’è chi ha messo in dubbio direttamente la validità degli esperimenti (Tempia), chi ha fatto nuove scoperte modificando l’interpretazione classica degli esperimenti di Libet e chi, come la filosofa Roberta De Monticelli, ha fatto notare che tutto questo non dice nulla del nostro volere ma solo dei suoi presupposti.

Inoltre, molti hanno argomentato a favore della possibilità della coscienza di porre un “veto” all’azione: ad esempio, Anna Maria Berti, ordinario di Psicologia presso l’Università di Padova, dopo aver fatto notare che «l’aspetto non consapevole che caratterizzerebbe l’inizio dell’azione si riferisce alla produzione di un semplice movimento della mano, ultimo atto di un contesto decisionale più complesso, insito nel setting sperimentale, rispetto al quale il soggetto ha concordato di aderire a priori», ha ricordato che lo stesso Libet (che rimase sempre favorevole al libero arbitrio), «aveva condotto degli esperimenti sul cosiddetto “veto cosciente”, scoprendo che, anche se la coscienza intenzionale seguiva, anziché precedere, l’attività dei potenziali di preparazione, il soggetto era però in grado, all’interno di una breve finestra temporale, di porre il veto a che l’azione si compisse e l’attività di veto interveniva sul potenziale di preparazione appiattendolo. Libet concludeva che, anche se il libero arbitrio non dà inizio alle nostre azioni volontarie, può però controllarne l’esecuzione e il compimento» (A.E. Berti, Neuropsicologia della coscienza, Bollati Boringhieri 2010, p. 148).

Recentemente, e questa è la notizia, le cose si sono ancora modificate. Uno studio tedesco pubblicato l’anno scorso sugli Atti dell’Accademia Nazionale delle Scienze degli Stati Uniti d’America ha infatti suggerito che esistono prove che vanno nella direzione opposta a quella degli esperimenti di Libet. Adottando un approccio diverso dal passato, i neuroscienziati tedeschi, guidati dallo stesso John-Dylan Haynes, hanno ampliato ancora di più poteri del “veto cosciente”: «Le decisioni di una persona non sono in balia dell’inconscio e delle onde cerebrali», ha dichiarato il noto scienziato. «Siamo in grado di intervenire attivamente nel processo decisionale e interrompere un movimento. In precedenza sono stati utilizzati i segnali preparatori del cervello per argomentare contro il libero arbitrio, ma il nostro studio dimostra che la libertà è molto meno limitata di quanto si pensasse».

D’altra parte, che tutto sarebbe stato rimesso in discussione lo disse nel 2014 il neuroscienziato di Princeton, Aaron Schurger, secondo il quale i moderni studi neuroscientifici offrono un quadro molto più in sintonia con il senso intuitivo del nostro libero arbitrio (ma questo lo ricordava lo stesso Libet: «Sembra che ci siano più difficoltà con l’opzione deterministica che con quella non deterministica»). La decisione specifica di agire, spiegano oggi i neuroscienziati tedeschi, alimenta certamente un flusso dell’attività neurale ma si verifica soltanto quando essa supera una soglia chiave, ovvero quando diventiamo soggettivamente coscienti e abbiamo la sensazione di poter decidere: «Tutto questo lascia la nostra immagine tradizionale del libero arbitrio in gran parte intatta».

Una piccola rivincita sulle pretese della tecnoscienza, che avrebbe fatto sicuramente piacere al compianto matematico de La Sapienza di Roma, Giorgio Israel, morto poco più di un anno fa. Non accettò mai, infatti, i tentativi di «dissolvere la questione antropologica naturalizzando la sfera umana, riducendo l’uomo a un complesso biofisico contingente e modificabile nel genoma e nel cervello, a processi materiali, dove la mente è cervello e null’altro; l’essere è genoma e null’altro; la vita e la morte sono l’accensione e lo spegnimento di una macchina; la questione morale una questione di conformazioni neuronali e la religione viene dissolta nella neuroteologia. Penso che il libero arbitrio sia ciò che rappresenta il fattore distintivo (e nobile) dell’uomo, ma la pressione del riduzionismo scientista è tale che termini come “libertà”, “persona” e “dignità della persona” sono visti come relitti di un passato oscurantista. Eppure la fragilità di queste costruzioni pseudoscientifiche non giustifica alcuna soggezione nei loro confronti e tanto meno l’accettare che tutta la conoscenza venga assoggettata al prefisso “neuro-”». Sopratutto oggi, aggiungiamo, che i dati sembrano suggerire esattamente l’opposto.

La redazione

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L’Unar ci ricasca, soldi pubblici per i vizi della lobby gay (video)

iene francesco spanoCosì l’Unar ci ricasca e mostra il suo volto nascosto, almeno stando all’inchiesta de Le Iene andata in onda ieri sera. Altri dettagli inediti li ha rivelati Mario Adinolfi, li riporteremo in questo articolo che svela il macabro mondo che si cela dietro alla lobby Lgbt e all’associazionismo arcobaleno.

Tre anni fa l’Ufficio anti-discriminazioni razziali del dipartimento Pari opportunità della presidenza del consiglio venne sorpreso a finanziare e promuovere l’educazione Lgbt nelle scuole, la polemica si accese e l’ex direttore Marco De Giorgi ricevette una nota di demerito dal viceministro alle Pari opportunità.

Oggi l’Unar, creato nel 2003 per contrastare le discriminazioni razziali, etniche e sessuali, è stato sorpreso dall’inviato Filippo Roma de Le Iene a finanziare con 55mila euro -denaro pubblico, ovviamente- un’associazione di “promozione sociale” dietro cui si nasconde il solito business del sesso gay.

 

Qui sotto il video dell’inchiesta de Le Iene del 19/02/17

 

Le Iene hanno censurato il nome dell’associazione finanziata dall’Unar, a svelarlo è stato Mario Adinolfi, leader del Partito della Famiglia. Si chiama ANDDOS, ovvero Associazione nazionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale. Come ha scritto Adinolfi, la lotta alla discriminazione è una maschera, il servizio de Le Iene «spiega in maniera precisa» cosa promuovono: «prostituzione gay mascherata da centri massaggi, dark room, glory hole, locali per orge omosessuali». Esattamente come l’Unar promuoveva il gender nelle scuole, nascondendosi dietro all’etichetta del “rispetto delle differenze”.

Sul loro sito web e sul profilo Facebook si scopre che Anddos è una voce potente del movimento Lgbt, intervenendo nel dibattito pubblico con comunicati stampa, iniziative (come il boicottaggio di Mediaworld per un volantino con l’immagine di un uomo e una donna) e interventi politici. Il contatto intervistato dalle Iene, parlando dei circoli di tale associazione, afferma: «il loro unico scopo è quello di fare soldi senza pagare le tasse, sfruttando la denominazione di associazione a cui sono concesse delle agevolazioni». Una delle attività promosse sono le “dark room”, stanze buie dove si fa sesso con chiunque capita, senza guardarsi in faccia. «Quello che trovo assurdo», afferma la fonte del giornalista Roma, «è che un’associazione come questa, con circoli, saune, centri massaggi, dark room, ma soprattutto dove si pratica la prostituzione gay, possa aver vinto un bando della Presidenza del Consiglio».

La cosa più curiosa è che l’attuale direttore dell’Unar (De Giorgi venne rimosso da Renzi), Francesco Spano, stando all’inchiesta televisiva sarebbe lui stesso associato ad uno dei circoli gay Anddos (con tanto di tessera e codice in possesso delle Iene), associazione che ha vinto il bando da lui stesso emesso. Sempre Adinolfi ha aggiunto altri dettagli: il direttore dell’Unar «ha rapporti molto stretti con Anddos e i suoi circoli, in uno dei quali si è tesserato il 18 marzo scorso, per poi andare a inaugurare il 10 giugno scorso la sede nazionale Anddos, facendosi fotografare accanto al presidente Mario Marco Canale». Quest’ultimo è un altro volto noto del mondo Lgbt. Il presidente del Popolo della Famiglia ha quindi chiesto la chiusura dell’Unar e il licenziamento di Spano, il quale è anche autore di numerosi articoli a favore delle unioni civili, tra cui il tentativo su Il Messaggero di spiegarci che la vera teologia è la benedizione di matrimoni omosessuali. Anche Giorgia Meloni si è unita alla richiesta, annunciando per oggi un’interrogazione parlamentare.

Messo di fronte alla questione, Spano ha cercato di allontanarsi, negando e promettendo verifiche, ricevendo la risposta del giornalista: «Direttore, questo lo sappiamo noi che non facciamo parte dell’Unar e non lo sa lei che è il direttore dell’Unar? 55 mila euro. Ma perché i contribuenti italiani devono finanziare con le proprie tasche associazioni dove si pratica la prostituzione?». Dopo due settimane dal servizio ancora non sono stati tolti i fondi al circolo, che continua a gestire con i soldi pubblici il fiorente mercato dei vizietti Lgbt (tra cui il reato di prostituzione), nascondendosi dietro all’etichetta dell’antidiscriminazione.

La domanda è: a parte essere l’ennesimo organo della lobby Lgbt e dell’insano mondo che la sorregge, a cosa realmente serve il fantomatico Ufficio anti-discriminazioni razziali?

 

POST-SCRIPTUM
Abbiamo scoperto che l’associazione Anddos, oltre ad essere finanziata dall’Unar ed affiliata addirittura all’Entes (Ente Nazionale Turistico Enogastronomia e Sport), è una diretta concorrente di Arcigay. Anche quest’ultima associazione è accreditata all’Unar (cioè all’ufficio del Governo italiano) e, con la tessera di Arcigay, si può accedere «al cosiddetto circuito ricreativo: una cinquantina di locali divisi fra saune, cruising, bar, discoteche». Cos’è il cruising? E’ la stessa cosa che viene praticata nei circoli Anddos: si entra nudi, dark room, sesso compulsivo tra gay. Basta –si legge«tesserarsi o essere in possesso della tessera personale Arci Uno Club, o ACSI (CONI), OnePass Multiclub». E c’è chi ormai spiega che la scoperta delle Iene è solo la punta dell’iceberg.

 

AGGIORNAMENTO
Alle ore 20:00 si è finalmente dimesso Francesco Spano, presidente dell’Unar. Lo ha fatto però senza dare spiegazioni, almeno per ora. Nel frattempo, anche il Movimento 5 Stelle si è unito ai diversi partiti di centrodestra nella richiesta di chiusura dell’Unar, il Codacons ha presentato un esposto alla Corte dei Conti e alla Procura di Roma mentre gli amici di ProVita Onlus stanno valutando la possibilità di presentare denunce verso le associazioni Lgbt coinvolte per “malversazione di fondi pubblici”.

La redazione

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Fine vita, importanti voci mediche contro il biotestamento

testamento biologico datBen quattro facoltà romane di Medicina –Sapienza, Policlinico Gemelli, Tor Vergata, Campus Biomedico– sono scese in campo con un secco “no” alla proposta di rendere vincolanti le Disposizioni anticipate di trattamento (Dat) nella legge sul fine vita in discussione alla Camera.

La questione è seria, il testo base prevede che il medico sia vincolato dalle disposizioni rilasciate dal paziente -chissà quanto tempo prima-, anche quando vi sia la richiesta di sospensione di nutrizione ed idratazione. I medici, quindi, saranno obbligati a far morire di fame e di sete i loro pazienti dato che cibo e acqua non sono terapia, ma supporti esterni che «soddisfano esigenze fisiologiche», come ha ribadito tre anni fa il Consiglio d’Europa.

Autorevoli esponenti della medicina italiana si sono pronunciati. «Questa legge mina in profondità l’aspetto più cruciale della professione medica, la relazione medico-paziente», ha affermato Sebastiano Filetti, preside della facoltà di Medicina dell’Università La Sapienza. Preoccupazione anche per il dott. Giorgio Minotti, oncologo e preside della facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Campus Bio-Medico di Roma: «Viene scardinato così tutto quello che insegniamo agli studenti circa la relazione medico-paziente. I nostri medici non sono preparati a fronteggiare un cambiamento del genere. E c’è tutto un mondo intorno della famiglia che non viene tenuto in alcun conto». E ancora: «L’introduzione delle Dat vincolanti per il medico, riduce il suo ruolo a quello di un erogatore di prestazioni richieste. Il testo, così com’è concepito, è completamente cieco anche nei confronti dei progressi della medicina. Un paziente che non è curabile oggi, lo potrebbe essere fra due o tre anni. Quindi anticipare a oggi una decisione, di due o tre anni, significa negare la medicina come scienza che progredisce e fornisce nuove opzioni terapeutiche».

«Non si possono trasformare gli ospedali in supermarket. Dove un paziente viene e indica la cura cui vuole essere sottoposto, “o questa o niente”. Se stanno così le cose mi tolgo il camice e dico “fate voi”. La vera domanda è “chi forma l’opinione del paziente?”», ha dichiarato a sua volta il dott. Antonio Pisani, neurologo a Tor Vergata. «Il testo non parla mai direttamente di eutanasia assistita, ma il timore è che, tra le righe, ci si avvii verso quel tipo di strada», ha proseguito. «A leggere questo testo sembrerebbe che una persona sottoposta a un trattamento medico possa prendere la decisione su ‘quanto’ farsi curare, allo stesso modo che un cliente che compra un’assicurazione può inserire o meno degli optional. Ma ciò non è, secondo me, a discrezione del malato». A sostegno anche Pierluigi Granone, in rappresentanza del Policlinico Gemelli. L’Ordine dei Medici ha rivendicato il «rispetto dell’autonomia del Medico, perché il nostro compito è di stare vicini alle persone difendendo la nostra autonomia, requisito imprescindibile. È in questo senso che abbiamo sempre interpretato il principio di autonomia: libertà di poter fare quello che, in scienza e coscienza, si ritiene di dover fare».

Di morte della relazione medico-paziente ha parlato anche la prof.ssa Maria Luisa Di Pietro, già componente del Comitato nazionale di bioetica, direttrice del Center for Global Health Research and Studies all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. «Se questo Testo unificato dovesse divenire legge ciò che farà la differenza tra un chirurgo con il bisturi in mano e un potenziale assassino non sarà la finalità terapeutica dell’atto del primo alla ricerca del bene del paziente, ma il consenso di quest’ultimo. Non mi soffermerò ad analizzare quanto questo “consenso” sia spesso disinformato, non perché non vengano date le informazioni quanto piuttosto per la condizione di essere paziente. Anche la capacità di comprendere è condizionata dalla malattia con tutto il suo bagaglio di paura, di attesa e di speranza». Il soggetto deve decidere «sul suo futuro di paziente, affetto non si sa di quale malattia. E’ un’assurdità decidere ora per il domani e al di fuori del contesto reale (il che renderà le disposizioni difficilmente interpretabili)». Senza contare la non competenza del soggetto sugli innumerevoli scenari clinici possibili e sui loro trattamenti. Di fatto, «sospendere nutrizione e idratazione significa sottrarre al paziente anche un minimo di supporti vitali, senza essi si muore. Si deve leggere “eutanasia”, che non è solo quella attiva ma anche passiva o per meglio dire omissiva (non dare qualcosa al paziente, che di conseguenza muore)».

D’altra parte non sfugge che i medici più favorevoli sono attivisti pro-eutanasia, Carlo Alberto Defanti (coinvolto nel caso Englaro) e Mario Riccio (coinvolto nel caso Welby). Il “diritto all’autodeterminazione” diventa automaticamente obbligo per i medici di agire come vogliono i pazienti, andando ad interrogare la voce “omicidio del consenziente” del codice penale. Come ha ben spiegato il sociologo Giuliano Guzzo, l’autodeterminazione del paziente è già prevista come principio giuridico, invece il biotestamento «costituisce una formalizzazione di volontà terapeutiche che non sono – come viene spesso raccontato – quelle del paziente che le sottoscrive, bensì quelle del paziente in quel preciso momento». Consapevoli, come è stato accertato, che le stesse persone manifestano intenzioni mutevoli nel corso del tempo. E’ famoso il caso di Richard Rudd, firmatario di un testamento biologico prima dell’incidente in moto che lo ha paralizzato: quando i medici stavano per staccare la spina, come da lui stesso richiesto quando era in condizioni di salute, Rudd è riuscito a battere la palpebre manifestando di aver cambiato idea. Lui è riuscito a comunicare le sue nuove intenzioni, ma tutti gli altri?

E’ un problema comune, come ha testimoniato Mauro Zampolini, direttore del Dipartimento di riabilitazione Asl 3 della Regione Umbria e dell’Unità gravi cerebrolesioni all’ospedale di Foligno. «Non possiamo non sapere che in generale per tutti i pazienti incapaci di comunicare c’è un problema oggettivo che riguarda la volontà espressa in passato», ha dichiarato. «Non a caso tanti malati di Sla – ovvero pazienti lucidi fino alla fine – che un tempo avevano dichiarato di non voler essere salvati, quando invece stanno per morire chiedono la tracheotomia. Quando una persona entra davvero nella condizione di malattia grave, anche se prima aveva chiesto di morire alla fine sceglie di vivere». Di questo ha anche parlato il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, intervenuto recentemente.

E’ legittimo che il paziente possa farsi male, possa rifiutare terapie proporzionate che lo farebbero guarire, che possa rifiutare cibo e acqua? Se la risposta è sì, allora si tratta di una violazione verso la volontà del medico di prendersi cura del paziente. E non esiste alcun diritto del paziente di pretendere che un altro cittadino e lo Stato diventino complici del suo suicidio, oltretutto quando il medico è professionalmente ed eticamente chiamato a salvaguardare la vita o alleviare il più possibile le sofferenze. La vita non è disponibile e nessuno è autorizzato ad uccidere. Nemmeno se supplicato.

La redazione

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Le donne prete e le catto-bufale di Sandro Magister

espresso chiesa bufaleNel 1999 si scagliava contro Giovanni Paolo II e contro la sua chiusura al sacerdozio femminile. Lui, giornalista dell’Espresso“dimostrò”invece, che era un errore, perché -disse- ordinare le donne «è del tutto conforme alla grande tradizione della Chiesa».

Oggi è proprio sulle donne prete che Sandro Magister cerca di colpire Papa Francesco. Da sempre ghiotto di dettagli dei corridoi vaticani, è andato a pescare un articolo de La Civiltà Cattolica, rivista dei gesuiti, in cui il vicedirettore Giancarlo Pani -scrive Magister-, «fa tranquillamente a pezzi» il definitivo “no” che Giovanni Paolo II diede in merito all’ordinazione femminile. Avendo la rivista l’imprimatur pontificio, Magister ha quindi automaticamente dedotto che l’articolo esprimesse la reale volontà di Papa Francesco, il quale, tuttavia, ha sempre negato il sacerdozio femminile, richiamandosi proprio al suo predecessore.

Ma è falso ciò che scrive Magister, padre Piani semplicemente descrive l’excursus storico, l’impatto e le controversie che nacquero dopo il pronunciamento di Papa Wojtyla e, semmai, l’autore osserva da un lato la chiara posizione della Chiesa e dall’altro la non ricezione da parte del mondo cattolico delle ragioni che hanno portato ad escludere il sacerdozio delle donne. Oltretutto, concentrandosi in gran parte sul diaconato femminile. Eppure, «Magister riprende alcune righe di P. Pani traendo conclusioni che non appaiono nell’articolo», si legge giustamente sulla testata giornalistica Gli Stati Generali. «Il procedimento è lo stesso che si utilizza per le bufale in qualsiasi campo: si estrapolano poche righe, le si ricontestualizza all’interno di un discorso a tema diverso e si lascia che l’eco arrivi il più lontano possibile», ha osservato la giornalista Paola Lazzarini. Così, l’«articolo della Civiltà Cattolica comincia a venir citato a raffica su blog e pagine facebook di scrittori e giornalisti per aver rilanciato, contro il dettato magisteriale, il sacerdozio alle donne. Una catto-bufala in piena regola».

L’articolo di Magister ha ingannato tanti lettori e altri suoi colleghi, che lo leggono senza verificare quanto dice, arrivando fino ai conservatori pro-life americani. Al direttore de La Civiltà Cattolica, Antonio Spadaro, è stata fatta presente la catto-bufala, alla quale ha risposto dicendo: «Questa interpretazione è una forzatura che non ha fondamento. L’articolo faceva il punto sul dibattito sul diaconato femminile, riflettendo sui temi che una commissione sta discutendo».

Ma le false notizie servite da Magister in questi anni sono tante e velenose, sopratutto dopo che è stato allontanato dalla Sala stampa vaticana per aver violato gli accordi e mancato di rispetto verso i colleghi di altre testate. Recentemente ha scritto che Francesco vorrebbe trasferirsi a Guidonia Montecelio, cittadina vicino a Roma, prendendo sul serio una battuta ironica dell’arcivescovo argentino Víctor Manuel Fernández. «Da papa Francesco ci si può aspettare di tutto. E perché non anche questa trovata?», il commento del vaticanista dell’Espresso, che ha trasformato la cosa in notizia scandalistica (convincendo anche questa volta diversi giornalisti che hanno ripreso la “notizia”), coltivando la tesi di un Papa che desacralizza il papato.

Lo stesso ha fatto sul tema del proselitismo, citando queste parole di Francesco: «Quando un missionario va ad annunciare Gesù, non va a fare proselitismo, come se fosse un tifoso che cerca per la sua squadra più aderenti. No, va semplicemente ad annunciare: “Il regno di Dio è in mezzo a voi!”. E così il missionario prepara la strada a Gesù». Magister ha difeso il proselitismo, scrivendo: «il “proselito” semplicemente indica chi da poco si è convertito a una religione». Ma Bergoglio non ha parlato di “proselito”, ma di “proselitismo”, «attività svolta da una religione, un movimento, un partito per cercare e formare nuovi seguaci». Dove, cioè, il focus dell’azione è sull’ingrossare le file, non sul comunicare l’esperienza cristiana. La seconda mistificazione del vaticanista è aver tirato in ballo il missionario San Francesco Saverio, sostenendo che fosse dedito al proselitismo e mettendolo quindi contro al Pontefice argentino. Un giochetto sporco copiato da Corrispondenza Romana che, quattro giorni prima di lui, aveva pubblicato la stessa provocazione.

Superfluo ricordare che il pontificato del Papa è dedicato alla Chiesa in uscita, perché, ha detto, occorre «annunciare il Vangelo con mitezza e fermezza, la vera missione non è mai proselitismo ma attrazione a Cristo. Come? Con la propria testimonianza, a partire dalla forte unione con Lui nella preghiera, nell’adorazione e nella carità concreta, che è servizio a Gesù presente nel più piccolo dei fratelli». Le stesse identiche parole utilizzate dal suo predecessore, Benedetto XVI. «Noi non facciamo pubblicità, dice Gesù Cristo, per avere più “soci” nella nostra “società spirituale”», ha spiegato ancora il Papa argentino. «Il coraggio dell’annuncio è quello che ci distingue dal semplice proselitismo». Infine, è stato proprio Bergoglio ad elogiare più volte il missionario Francesco Saverio, patrono delle Missioni: «Questo santo sacerdote ci ricorda l’impegno di ciascuno nell’annunciare il Vangelo», ha detto ad esempio nel 2013. Proprio Magister, il 18/10/13, aveva scritto: «il “proselitismo” è una pratica da lui bollata nel celebre colloquio con Eugenio Scalfari come “una solenne sciocchezza”. Ma ciò non significa per Francesco che la Chiesa debba chiudersi in se stessa e rinunciare a convertire. Tutt’altro. Fin da quando è stato eletto alla sede di Pietro, papa Bergoglio non ha fatto che incitare la Chiesa ad “aprirsi”, a raggiungere gli uomini fin nelle loro più remote “periferie esistenziali”». Coincidenza vuole che proprio questo articolo (intitolato  “No al proselitismo. Si alla missione”) risulti oggi inaccessibile sul sito web di Magister.

Il cattivo giornalismo di Magister si è rivelato anche poco prima di Natale, quando ha usato il discorso del Papa alla curia per colpire arbitrariamente il card. Tarcisio Bertone, segretario di Stato di Benedetto XVI, mettendo una sua foto mentre bacia l’anello del Papa, sotto al titolo: “Quanti diavoli in veste di agnelli, a Santa Marta e dintorni”. Puro sciacallaggio. Inoltre, il vaticanista dell’Espresso ha inventato che, sempre in quel discorso, il Papa avrebbe inveito contro «uno dei quattro cardinali che gli hanno sottoposto i cinque “dubia”» sull’Amoris Laetitia. Si tratta del card. Brandmuller, effettivamente citato da Francesco, ma in termini positivi: «Quando, due anni fa, ho parlato delle malattie […] e quando ho salutato il Cardinale Brandmüller», ha raccontato Francesco, «lui mi ha guardato negli occhi e mi ha detto: “Acquaviva!”. Io, al momento, non ho capito, ma poi, pensando, pensando, ho ricordato che Acquaviva, quinto generale della Compagnia di Gesù, aveva scritto un libro che noi studenti leggevamo in latino». Testo che Francesco ha consigliato di leggere ai suoi uditori, valorizzando l’intuizione del card. Brandmuller. Ma questo Magister non lo dice.

Se un tempo le bufale contro il cattolicesimo provenivano dal mondo anticlericale dell’Espresso, oggi arrivano sempre dallo stesso, confezionate però dai sedicenti giornalisti cattolici che vi lavorano. Come è stato scritto, queste falsificazioni finiscono «per mettere in contrapposizione Papa Francesco con i suoi predecessori. E intanto cresce la divisione, si innaffia la gramigna che allontana i cristiani dai cristiani, creando sospetto e maldicenza». «Il bene che Francesco fa alla Chiesa, e all’umanità, è sotto gli occhi di tutti», ha commentato il ratzingeriano card. Camillo Ruini. «Non vederlo significa essere prigionieri delle proprie idee e anche dei propri pregiudizi». Ecco, appunto.

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Quando Umberto Eco difendeva laicamente il crocifisso nelle scuole

crocifisso scuole pubblicheUn anno fa moriva il semiologo italiano Umberto Eco, lo salutammo ricordando il suo inquieto animo di laico-cristiano, seppur senza nascondere le critiche che gli rivolgemmo a causa delle sue infelici uscite verso Benedetto XVI.

Ad un anno dalla sua morte abbiamo scoperto un suo intervento su Repubblica dell’ottobre 2003 in occasione di una delle tante polemiche sorte sull’esposizione del crocifisso nelle scuole, in cui riconobbe che «qualsiasi nuovo decreto della Repubblica che eliminasse il crocifisso per ragioni di laicità dello stato si scontrerebbe contro gran parte del sentimento comune».

La sua riflessione non fu affatto banale, né un mero schierarsi pro o contro. La consideriamo invece un’ottima replica, dal punto di vista prettamente laico, a chi obietta che l’esposizione del crocifisso cristiano sia un “favoritismo” verso una particolare religione, discriminando di conseguenza tutte le altre. E’ una sciocchezza. «Esistono a questo mondo degli usi e costumi, più radicati delle fedi o delle rivolte contro ogni fede, e gli usi e costumi vanno rispettati», spiegava Eco. «Per questo se visito una moschea mi tolgo le scarpe, altrimenti non ci vado. Per questo una visitatrice atea è tenuta, se visita una chiesa cristiana, a non esibire abiti provocanti, altrimenti si limiti a visitare i musei. Io sono l’essere meno superstizioso del mondo e adoro passare sotto le scale, ma conosco amici laicissimi e persino anticlericali che sono superstiziosi, e vanno in tilt se si rovescia il sale a tavola. E’ per me una faccenda che riguarda il loro psicologo (o il loro esorcista personale), ma se devo invitare gente a cena e mi accorgo che siamo in tredici, faccio in modo di portare il numero a quattordici o ne metto undici a tavola e due su un tavolinetto laterale. La mia preoccupazione mi fa sorridere, ma rispetto la sensibilità, gli usi e costumi degli altri».

La croce, intendeva dire, al contrario di altri simboli e di altre religioni, ha segnato la storia culturale e spirituale dell’Europa e dell’Italia, è un “uso e costume” nazionale e/o continentale che merita il “favoritismo”. Si può non condividere questa riduzione, ma è il suo laico ragionamento. «Le reazioni addolorate e sdegnate che si sono ascoltate in questi giorni, anche da parte di persone agnostiche, ci dicono che la croce è un fatto di antropologia culturale, il suo profilo è radicato nella sensibilità comune». Eco se la prese in particolare con il musulmano integralista Adel Smith, morto nel 2014, che lottò apertamente contro i crocifissi pubblici. «Se un musulmano vuole vivere in Italia, oltre ogni principio religioso, e purché la sua religiosità sia rispettata, deve accettare gli usi e costumi del Paese ospite. Non capisco perché nei paesi musulmani non si debba consumare alcool, ma se visito un paese musulmano bevo alcool solo nei luoghi deputati (come gli hotel per europei) e non vado a provocare i locali tracannando whisky da una fiaschetta davanti a una moschea. E se un monsignore viene invitato a tenere una conferenza in un ambiente musulmano, accetta di parlare in una sala decorata con versetti del Corano».

Eco invitava così ad un’integrazione tollerante, anche se tale termine «è usato anche in senso spregiativo (io ti tollero anche se ti ritengo inferiore a me, e proprio perché io sono superiore), ma il concetto di tolleranza ha una sua storia e dignità filosofica e rinvia alla mutua comprensione tra diversi». Sottolineando che la difesa del crocifisso non è una battaglia religiosa, in quanto «anche eliminando i simboli religiosi dalle scuole, questo non incide sulla vitalità dei sentimenti religiosi». Si rammaricava anche che il crocifisso si è «sciaguratamente laicizzato, e non da ora. Crocifissi oltraggiosamente tempestati di pietre preziose si sono adagiati sulla scollatura di peccatrici e cortigiane, e tutti ricordano il cardinal Lambertini che, vedendo una croce sul seno fiorente di una bella dama, faceva salaci osservazioni sulla dolcezza di quel calvario. Portano catenelle con croci ragazze che vanno in giro con l’ombelico scoperto e la gonna all’inguine. Lo scempio che la nostra società ha fatto del crocifisso è veramente oltraggioso, ma nessuno se ne è mai scandalizzato più di tanto». Tornando quindi alla questione centrale: «Invito a Adel Smith, dunque, e agli intolleranti fondamentalisti: capite e accettate usi e costumi del paese ospite», concluse Eco. «E invito agli ospitanti: fate sì che i vostri usi e costumi non diventino imposizione delle vostre fedi».

Molte delle argomentazioni di Eco trovano riflesso nella grande difesa al crocifisso nelle scuole italiane che il rabbino Joseph Weiler, professore di diritto presso la New York University, fece davanti alla Grande Camera europea nel 2010, in rappresentanza ufficiale degli stati Italia, Armenia, Bulgaria, Cipro, Grecia, Lituania, Malta, Federazione Russa e San Marino. «Il secolarismo non è una scelta neutrale», disse l’eminente giurista ebreo. «La laïcité, non è una categoria vuota che significa assenza di fede, è una posizione politica, rispettabile, ma certamente non “neutrale”. Un muro denudato per mandato statale è una chiara posizione non neutrale, è anti religiosa. Allo stesso modo, un crocefisso sul muro potrebbe essere percepito come coercitivo. C’è quindi bisogno di tenere conto della realtà politica e sociale dei diversi luoghi, della sua demografia e della sua storia: l’Italia senza crocefisso non è più l’Italia. Così l’Inghilterra senza “God Save the Queen”».

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Vittorio Emanuele II morì da cattolico e con il perdono di Pio IX

sovrano d'italia e pio ixE’ stato notato che, a differenza di altre nazioni, le guerre del Risorgimento Italiano ebbero effetti più drammatici e duraturi perché rivolte non solo contro lo straniero austriaco, ma anche contro altri stati della penisola.

Ancora oggi, nella storiografia antirisorgimentale, si possono riscontrare filoni che vedono quell’avvenimento in maniera negativa a causa dei problemi sorti con l’Unità riguardanti la Questione Meridionale e quella Romana. A rendere più complicato il processo d’annessione fu infatti anche il conflitto con la Chiesa dato che il papa, oltre ad essere sovrano dello Stato Pontificio, era anche capo spirituale della religione cattolica, professata dalla stragrande maggioranza dei cittadini del Regno di Sardegna, nonché dalla stessa casa regnante dei Savoia.

Il sovrano dell’epoca, Vittorio Emanuele II, era cattolico e frequentava regolarmente la messa, tuttavia provava spesso anche una sorta di indifferenza nei confronti dell’autorità ecclesiastica: in un’occasione arrivò a prendere a bastonate un sacerdote per aver criticato la sua amante Rosa Vercellana mentre, in un’altra, si fece beffe di un prete che minacciava castighi divini nel caso avesse firmata la legge sul foro ecclesiastico. Il suo atteggiamento nei confronti della religione cattolica fu ambivalente: mentre da un altro, infatti, continuò con la politica giurisdizionalista, adottata dai precedenti governi sabaudi, avente l’obiettivo di sottomettere la Chiesa all’autorità statale; dall’altro, cercò anche di stringere alleanze con essa per cercare di contenere le spinte della rivoluzione liberale (Gianni Oliva, I Savoia. Novecento anni di una dinastia, Milano 1999 pagine 385-386).

Così, da un lato, il sovrano permise il varo delle leggi sul foro ecclesiastico e l’esilio di monsignor Franzoni che si era fortemente opposto alla legislazione; dall’altro, vietò l’approvazione della legge sul matrimonio civile e tentò di impedire lo scioglimento degli ordini religiosi contemplativi, cercando anche di trovare una mediazione ai conflitti che intercorrevano con la Santa Sede. A spingere il sovrano ad un tentativo di conciliazione con la Chiesa furono, oltre alle pressioni delle due regine Maria Teresa e Maria Adelaide profondamente religiose, anche l’atteggiamento “superstizioso” del re. All’epoca della discussione riguardante lo scioglimento degli ordini che non si dedicavano all’assistenza e all’insegnamento, grande scalpore ebbero infatti le “profezie” di don Bosco che annunciava «funerali a corte» nel caso la legge fosse passata. La tragica scomparsa della madre, della moglie, dell’ultimogenito e del fratello colpirono fortemente Vittorio Emanuele, ma i suo tentativi di bloccare la legislazione anticlericale furono abilmente sventati dal conte Cavour.

Anche dopo la scomunica, pervenuta a seguito dello scioglimento dei monasteri, il sovrano continuò a sentirsi in parte toccato dalla religione al punto da arrivare a scrivere il 29 maggio 1859 (all’insaputa del Consiglio dei ministri), una lettera al papa Pio IX chiedendogli una «grazia» nel momento in cui si trovava, secondo le sue parole, «in pericolo di morte ad ogni istante». Nello scritto, Vittorio Emanuele II s’impegnava, tra l’altro, anche a regolarizzare la sua posizione con Rosa Vercellana. Il pontefice deciderà di accordare il perdono al sovrano, a patto che non ricadesse più nelle stesse colpe (Giovanni Spadolini, Gli uomini che fecero l’Italia, Milano 1993 pagine 233-238).

Il conflitto tra Pio IX e Vittorio Emanuele II si sarebbe tuttavia nuovamente acceso tra breve, durando fino alla morte di entrambi a causa dei tentativi di annessione dei territori dello Stato della Chiesa al Regno di Sardegna, e al fatto che la legislazione anticlericale sabauda sarebbe stata estesa anche alle regioni annesse al nuovo Regno d’Italia (causando lo sfratto di circa ventimila frati e monaci). Annessioni che il re scelse di avvallare, anche se non senza dubbi. Difatti, nel 1859, il Piemonte prese la Romagna (azione che valse a Vittorio Emanuele una nuova scomunica) e, l’anno successivo, occuperà anche l’Umbria e le Marche e dopo i due tentativi falliti da parte di Garibaldi, il 20 settembre 1870 venne conquistata la stessa Roma dal generale Raffaele Cadorna.

Per protestare contro l’occupazione della città, papa Pio IX scelse di chiudersi nel palazzo Vaticano e rifiutò i benefici offerti con la cosiddetta legge delle guarentigie che assegnavano al pontefice i diritti di un sovrano e una somma annua come indennizzo per la perdita del potere temporale. Vi furono in quegli anni delle forti tensioni che causarono una crescita dell’anticlericalismo e un profondo irrigidimento delle posizioni cattoliche nei confronti dello stato italiano. Nonostante questo clima, tuttavia, Vittorio Emanuele II volle morire con i conforti religiosi della fede cristiana: il 4 gennaio 1878 il re fu colpito da una grave polmonite e, dopo alcuni giorni, si confesserà con il cappellano reale, monsignor Anzino, che aveva ricevuto dal papa tutte le facoltà per assolvere il sovrano. Il re dirà al suo confessore di riferire al pontefice le seguenti parole: «Intendo morire da buon cattolico con i sensi di filiale devozione verso il Santo Padre. Mi rincresce se ho recato qualche disgusto all’angusta sua persona; ma in tutte le questioni non ho mai avuto l’intenzione di recare danno alla religione».

Poco dopo Vittorio Emanuele entrò in agonia e monsignor Anzino si diresse da padre Pietro Desideri, parroco di una chiesa poco distante dal Quirinale, recuperando il necessario per amministrare il Viatico. La frase dell’agonizzante, considerata una forma di ritrattazione, permetterà la celebrazione dei funerali religiosi anche se il governo imporrà a mons. Anzino l’assoluto silenzio su quello che era accaduto, con la minaccia di destituirlo (A. Tornielli, Pio IX. L’ultimo papa re,  Milano 2004 pp. 527-528),

Così il primo sovrano d’Italia, che pur aveva dato prova in più occasioni di atteggiamenti anticlericali (nonché a comportamenti che poco si addicevano al soprannome di «Re Galantuomo»), deciderà tuttavia di concludere la sua vita terrena come un devoto fedele della Chiesa Cattolica.

Mattia Ferrari

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Pedofilia nella Chiesa? Lo 0,03% dei preti in tre anni: nessuna “lussuria”

preti pedofiliIl cronista dell’Espresso, Emiliano Fittipaldi, pensava di svelare chissà quale mondo sommerso. Ha invece rafforzato l’idea che il fenomeno degli abusi sessuali nella Chiesa esiste, ma non è affatto dilagante. Poche mele marce in un immenso cesto di sacerdoti che compiono cristianamente la loro vocazione, senza finire sulle copertine.

Il libro Lussuria (Feltrinelli 2017) ha ricevuto una promozione incredibile in tutto il mondo, è stato però smontato dal decano dei vaticanisti americani, John L. Allen.

Fittipaldi sostiene che tra il 2013 e il 2015 «sono arrivate dalle diocesi nel mondo ben 1200 denunce di casi “verosimili” di predatori e molestatori di minorenni. Un numero praticamente raddoppiato rispetto a quelli rilevati nel periodo che va dal 2005 al 2009: il trend dimostra come il cancro non è stato affatto estirpato».

Premesso che un solo abuso sarebbe già troppo, davvero è giustificata questa spasmodica attenzione da parte di Fittipaldi verso questo presunto “cancro” cattolico? Dai dati dei religiosi nel mondo del 2015, sappiamo che sono 4.762.458. Bene, anche assumendo che a 1200 denunce corrispondano 1200 pedofili, in tre anni equivalgono allo 0,0252% di religiosi accusati. Ma si tratta di 1200 “casi” non di “accusati”: sappiamo bene che difficilmente un malato pedofilo compie il crimine una volta sola, quindi il numero dei soggetti coinvolti è di molto inferiore.

Attenzione, inoltre. Si parla solo di “accuse”, non di “condanne”, con la possibilità di venire assolti come è successo a tantissimi sacerdoti ingiustamente accusati, anche quando le denunce parevano verosimili. Ecco alcuni esempi (solo quelli apparsi sulla stampa italiana) di sacerdoti accusati e massacrati sui media e poi risultati innocenti: don Gino Temporin, don Martin Steiner, padre Bisceglia, don Giorgio Govoni (morto di infarto a causa delle ingiuste accuse), mons. Robert Zollitsch, don Quintino De Lorenzis, don Sandro De Petris, don Marco Ghilardi, don Andrea Margutti, mons. Max Davisdon Nunzio Abbriano, don Giorgio Carli, padre Ronald Domhoffpadre Secondo Bongiovanni, padre Giancarlo Locatelli, don Alessandro De Rossimons. William Lynndon Giuseppe Perettipadre Eugene Boland, il reverendo Charles Murphy e  James Patrick Jennings ecc. Questi ultimi due, in particolare, sono morti di infarto a causa delle ingiuste accuse subite.

Tre anni fa riportavamo il dato di 4000 preti pedofili accusati di pedofilia tra il 2004 e il 2013, ovvero lo 0,8% dei preti cattolici in attività negli ultimi 10 anni. Recentemente sono uscite percentuali gonfiate sui sacerdoti pedofili in Australia, ne parleremo tra pochi giorni dimostrando la falsità della notizia. Non si intende affatto sminuire il problema, un crimine di questo tipo commesso da un sacerdote è doppiamente deplorevole e ripugnante. Ma, se stiamo ai numeri, dobbiamo riconoscere che non si tratta affatto di percentuali elevate, nessun fenomeno dilagante, nessuna “lussuria” nella Chiesa cattolica. Le percentuali sono decisamente modeste rispetto a quelle che colpiscono genitori, compagni, insegnanti, allenatori e parenti in generale (la maggior parte sposati, dunque non celibi). Non per questo va abbassata la guardia, ovviamente, cosa che la Chiesa sta facendo da anni pur tra mille difficoltà.

Lo psichiatra tedesco Manfred Lütz ha spiegato: «Tutte le professioni e le istituzioni che in qualche modo hanno a che fare con minori sono toccate dal fenomeno. Alcuni dicono che c’è un legame tra pedofilia e celibato. Scientificamente questa teoria non ha nessun fondamento. L’astinenza sessuale, in particolare, non provoca atti di abuso. Uno scienziato ateo molto noto in Germania ha detto che la possibilità che un prete commetta abusi è 36 volte minore rispetto a un padre di famiglia». Nel 2014 il Telefono Azzurro ha calcolato 4 casi di violenza sui minori ogni giorno nei precedenti 5 anni, da parte di genitori, insegnanti, allenatori. Altro che lo 0,03%.

 

Qui sotto il condivisibile intervento di Mario Adinolfi (pubblicato sul nostro canale Youtube)

 
La redazione

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Le bolognesi contro il senatore gay Lo Giudice: «ha cancellato la maternità»

maternità surrogata lo giudiceL’attivista Lgbt Sergio Lo Giudice ha partecipato ad un convegno sulla maternità. Cos’ha detto? Che è troppo cara! C’è ironia nei commenti sulla vicenda, ma non tra donne e femministe, che hanno scatenato durissime polemiche contro chi acquista i bambini all’estero, li strappa dalle loro madri biologiche e viene poi invitato a tenere lezioni sull’essere madri.

La giornalista e femminista Paola Tavella parla di misoginia: «non solo questi uomini comprano dei bambini da delle donne pagate poco, e alla cui autodeterminazione personalmente non credo affatto, ma si mettono anche al posto della madre. La pretesa di cancellare la madre è patologica ed è il segno di una misoginia ancor più violenta, proprio perché viene mascherata. C’è un forte tentativo da parte di una minoranza aggressiva e ricca del movimento gay di imporre questo linguaggio come una nuova norma».

Il Corriere della Sera, con la firma della femminista Monica Ricci Sargentini, ha dato voce alle proteste, sopratutto quella dell’associazione Se non ora quando Libere, nota per voler far proclamare la maternità surrogata una violazione dei diritti umani dalle Nazioni Unite: «Per noi è una beffa che partecipi a un convegno sulla maternità un uomo che ha ottenuto due figli con la surrogata». La sociologa Daniela Danna si dichiara stupita «che venga invitato a un convegno sulla maternità un fautore della cancellazione giuridica della madre. Non si può accettare che si usufruisca di contratti dove chi diventa madre viene indicata come mera portatrice. Questo svilisce tutte le donne».vignetta

«Cosa va a fare Lo Giudice al convegno, la madre surrogata?», si è domandata più ironica Marina Terragni. «Almeno quando si parla di maternità si dia la parola alle donne e non si interpelli chi ritiene che i figli possano fare a meno della madre». Presente al convegno anche il ginecologo ateo (presidente onorario dell’UAAR) Carlo Flamigni, padre della fecondazione artificiale in Italia e colui che recentemente ha benedetto il giorno in cui «si potranno fare figli in una scatola di vetro».

Anche diverse donne bolognesi hanno protestato ampiamente per la presenza della “mamma” Sergio Lo Giudice: «Sono una donna e sono una mamma di tre figli, partoriti con dolore e qualche rischio per la mia vita (particolarmente il primo). Le prese in giro proprio no, per favore! Ma cos’è questa buffonata ipergalattica organizzata dal comune di Bologna in cui è invitato a parlare di maternità un uomo che si atteggia a mammo? Ma nessuno si rende conto dell’affronto alle donne?». Ha risposto duramente Costanza Miriano: «Solo l’odio inconfessabile per le donne da parte degli omosessualisti – e l’odio per i bambini ancora più perfido perché travestito da amore – poteva far invitare Sergio Lo Giudice come relatore al convegno “Essere madre”».

Dalle foto dell’evento che stanno circolando sembra che l’evento sia stato un flop, le mamme di Bologna hanno giustamente preferito fare altro che ascoltare le “idee” sulla maternità di Lo Giudice. In un’intervista di un anno fa (qui sotto) rivelò con nonchalance il prezzo del bambino e l’avergli impedito di essere allattato dalla madre: «perché è importante che fin dall’inizio non si crei il rapporto come fossero madre e figlio». 

 

La redazione

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«Vogliono farvi credere che farsi di cannabis è normale…»

 legalizziamo cannabis«Vi vogliono far credere che fumare una canna è normale, che andare sempre oltre è normale. Qualcuno vuol soffocarvi». Queste le parole della mamma di Giò (Giovanni Bianchi), il ragazzo di Lavagna, suicidatosi tre giorni fa durante un controllo della Guardia di Finanza, che lo aveva sorpreso con qualche grammo di hashish.

Era stata la madre a chiamare gli agenti, «dopo innumerevoli tentativi di convincere il figlio a smettere di farsi di spinelli non sapeva più cosa fare», ha dichiarato il generale Renzo Nisi. La madre ha voluto ringraziare i militari «per avere ascoltato un urlo di disperazione di una madre che non poteva accettare di avere suo figlio perdersi e ha provato con ogni mezzo di combattere la guerra contro la dipendenza prima che fosse troppo tardi». Ha chiesto poi scusa a suo figlio: «Perdonami per non essere stata capace di colmare quel vuoto che ti portavi dentro da lontano».

Non ci sarebbe altro da dire. Se non stigmatizzare l’immediata strumentalizzazione di Roberto Saviano, che ha usato la vita e la morte di Giò per la sua battaglia sulla legalizzazione delle droghe leggere. Una “iena” secondo lo psichiatra Paolo Crepet. E’ proprio la legalizzazione della marijuana che ha aumentato esponenzialmente i ricoveri ospedalieri dei minori in Colorado, sono proprio le campagne pro-cannabis ad aumentare l’uso di droghe (del 6%) da parte dei giovani, portando a ritenere socialmente accettabile la marijuana. Non esiste più la “droga leggera” degli anni ’60, hanno spiegato i ricercatori dell’University of Arkansas, oggi i composti sono letali, «portano a psicosi, dipendenza e la morte». E’ la Fondazione Veronesi a dare la parola a Roberto Cavallaro, responsabile dell’Unità per i disturbi psicotici dell’ospedale San Raffaele di Milano, il quale spiega: «La marijuana una droga leggera? Può anche raddoppiare il rischio di schizofrenia. La verità è che non esistono droghe leggere o pesanti, è un concetto da superare: sono tutte droghe con effetti deleteri, il rischio e la gravità con cui si manifestano in una condizione patologica sono individuali».

La voce della comunità scientifica è ben udibile nel libro Libertà dalla droga. Diritto, scienza, sociologia (Sugarco 2015), scritto dal magistrato Alfredo Mantovano, dal sociologo Massimo Introvigne e da Giovanni Serpelloni, direttore del Servizio per le tossicodipendenze (Sert) di Verona. In esso si affrontano tutti i luoghi comuni a favore della legalizzazione, smontandoli uno a uno. Si mostra ad esempio, così come ha fatto il National Drug Control Policy, che la cannabis non è affatto paragonabile all’alcool: mentre l’uso di quest’ultimo può essere distinto in uso moderato -benefico per la salute (il bicchiere di vino a pasto) e in abuso, «per il consumo di droga la distinzione non regge: già il semplice uso di stupefacenti produce alterazioni dell’equilibrio fisico e psichico» (p. 28). Infatti, Luigi Janiri, vicepresidente della sezione dipendenze della Società italiana di psichiatria, ha spiegato: «gli episodi acuti psicotici transitori di cui è responsabile la cannabis non si verifichino con l’alcol. Mentre un episodio psicotico transitorio si può verificare in una persona anche alla prima assunzione di cannabis, non si verifica alla prima assunzione di alcol» (p. 28). Si confuta anche la bufala che «la mancata legalizzazione è causa dell’arricchimento dei clan: ogni legalizzazione ha infatti dei limiti (di età dell’assuntore, di quantità e di qualità)», così «alla criminalità sarà sufficiente operare oltre i limiti fissati» (p. 30).

Inoltre, i tre autori rivelano i dati del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria che mostra come la riforma “proibizionista” del 2006 non è stata per nulla “carcerizzante”: gli ingressi in carcere per violazione della legge sulla droga sono in costante calo, così come i decessi per droga. «Dunque, la legge del 2006», concludono, «ha concorso a far diminuire il consumo totale di droghe e il numero di tossicodipendenti in carcere, con parallelo incremento dei recuperi» (p. 45). Con tanto di tabelle e fonti ufficiali, gli autori dimostrano che «il fenomeno della droga in Italia è in lenta contrazione con un continuo decremento dei maggiori indicatori quali l’uso delle principali sostanze, della mortalità e delle carcerazioni droga-correlate» (p. 101). Decine di pagine elencano tutti gli studi più recenti che dimostrano la pericolosità del consumo anche saltuario di cannabis, una droga pesante a tutti gli effetti secondo la letteratura scientifica. «Nessun’altra sostanza al mondo con queste caratteristiche così ben documentate da studi tanto autorevoli», si legge, «verrebbe altrettanto classificata come “leggera” e quindi fatta percepire come non pericolosa, consentendone, quindi, implicitamente, se non addirittura esplicitamente, l’uso» (p. 90).

Ritorniamo alle parole della mamma di Giò: «Diventate protagonisti della vostra vita e cercate lo straordinario», ha detto ai coetanei di suo figlio. Non ascoltate i profeti di morte, non è affatto normale che degli adolescenti (e tanti adulti) siano così delusi, disperati e disillusi da voler fuggire dalla realtà, rifugiandosi nello sballo e affidando la loro vita a sostanze tanto gravi per la loro salute (altro che “solo uno spinello”). Droga pesante, così come è pesante la responsabilità morale di Roberto Saviano per i danni che quotidianamente migliaia di giovani italiani subiscono dalla marijuana.

 

Qui sotto le parole della madre durante il funerale

 

La redazione

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