Fede e Storicità

La maggioranza degli studi e delle principali autorità in campo storico e archeologico -best seller e thriller religiosi a parte-, concordano nell’affermare ormai con certezza l’esistenza storica di Gesù Cristo e la comptabilità tra il Gesù ricostruito dalla ricerca e il Gesù proclamato e riconosciuto come Cristo nella fede.

Allo stesso modo si riconosce, anche grazie al progredire dei successi archeologici, l’alta attendibilità storica del racconto evangelico.

Grazie alle numerose scoperte archeologiche del secolo scorso e alla crisi del metodo demitizzatore dei Vangeli, oggi possediamo con certezza una mole di dati storici indiscutibili: l’esistenza storica di Gesù Cristo nel primo secolo d.C.; la veridicità e l’attendibilità storica del contenuto dei Vangeli anche in seguito alla necessaria ri-datazione a ridosso dei fatti narrati.

In questa sezione del sito, nel menu a sinistra, dimostreremo quanto abbiamo ora descritto sinteticamente dando spazio alle tante certezze che in questi secoli abbiamo potuto acquisire circa la storicità di Gesù Cristo, dei Vangeli e dell’Antico Testamento.

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Le testimonianze extrabibliche su Gesù di Nazareth

Fonti extrabibliche2In questo dossier abbiamo raccolto tutte le testimonianze storiche e le reminiscenze sulla persona di Gesù di Nazareth (e sulla primitiva comunità cristiana), rinvenibili negli scritti cristiani extra-canonici (cioè al di fuori dei vangeli ma all’interno del Nuovo Testamento), negli scritti cristiani extra-testamentari (al di fuori del Nuovo Testamento) e negli scritti extra-cristiani (composti da autori non cristiani) dei primi duecento anni dell’era volgare.

Negli ultimi secoli c’è stato un confronto serrato su questo argomento in quanto il problema dell’esistenza storica di Gesù Cristo era al centro dell’attenzione degli studiosi. Oggi non è più così, il dibattito si è spostato su altro, dato che nessuno studioso serio mette più in dubbio il Gesù storico: a far maturare lo studio della storicità del cristianesimo non è stata la scoperta di nuove fonti extrabibliche su Gesù, ma l’aumento di attendibilità storica che hanno guadagnato, agli occhi della comunità scientifica, i quattro Vangeli canonici e gli altri libri cristiani contenuti nel Nuovo Testamento (lettere paoline, Atti degli apostoli ecc.).

Come ha scritto lo studioso agnostico B.D. Ehrman, docente di Nuovo Testamento presso l’Università del North Carolina, le fonti evangeliche «sono bastate a convincere quasi tutti gli studiosi che si sono anche solo interessati al tema. Non parliamo infatti di un unico vangelo che, verso la fine del I secolo, riportò gesta e parole di Gesù, ma di un certo numero di vangeli», e di scritti cristiani, «del tutto indipendenti l’uno dall’altro. Attestano l’esistenza di Gesù e convalidano lo stesso insieme di dati […]. Ancora più degno di nota è il fatto che quelle testimonianze indipendenti attingano a un numero relativamente ampio di scritti antecedenti, vangeli che non ci sono pervenuti ma sono quasi certamente esistiti. E’ stato dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio che alcuni di essi risalgono come minimo agli anni Cinquanta dell’era volgare e sono, a loro volta, indipendenti uno dall’altro […]. Cosa ancora più importante, ciascuno di quei numerosi testi evangelici si fondava su tradizioni orali, alcune di esse hanno senz’altro avuto origine nelle comunità palestinesi di lingua aramaica, probabilmente agli anni Trenta, non molto dopo la data tradizionale della morte di Gesù […]. Indipendentemente dal fatto che siano ritenuti o meno scritture inspirate, i vangeli possono essere considerati e utilizzati come fonti storiche importanti» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 75, 93-95).

Le fonti extrabibliche, lo premettiamo fin da ora, non aggiungono nulla di nuovo rispetto a quanto già sappiamo dai vangeli, piuttosto possono essere utili per confermare tali scritti che, tuttavia, sono sufficienti a sostenere la storicità dei dati che affermano. Prima di andare ad esaminare le tracce che la persona di Gesù ha lasciato al di fuori dei vangeli affronteremo il problema della scarsità di queste fonti. Il dossier rimane in continuo aggiornamento e ampliamento.

 
 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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1. IL PROBLEMA DELLA SCARSITA’ DELLE FONTI NON CRISTIANE

Per la maggior parte le fonti non cristiane sono di scarso valore per chi è interessato al Gesù storico. Come ha spiegato il biblista J.M. Garcia, direttore della Cattedra di Teologia dell’Università Complutense e docente di Sacra Scrittura dell’Università Ecclesiastica di San Damaso, «le fonti pagane ed ebraiche sul cristianesimo dei primi secoli sono per lo più scarse e brevi. Tale peculiarità è dovuta sopratutto all’origine insignificante della fede cristiana, che fa la sua comparsa nel mondo come un fatto umano qualsiasi e per giunta in Palestina, una regione del tutto emarginata dai centri di potere» (J.M. Garcia, Il protagonista della storia. Nascita e natura del cristianesimo, Rizzoli 2008, p. 19).

L’eminente studioso J.P. Meier, professore di Nuovo Testamento alla Notre Dame University e tra i più importanti biblisti viventi, ha confermato: «Dal punto di vista della letteratura giudaica e pagana del secolo successivo a Gesù, il Nazareno fu al massimo un puntino sullo schermo del radar […]. Fu semplicemente insignificante per la storia nazionale e mondiale, agli occhi degli storici giudei e pagani del I. sec. e dell’inizio del II sec. d.C.», senza contare che «il processo e l’esecuzione di Gesù lo resero marginale in un modo terrificante e ripugnante». Se si ipotizza un bilancio possiamo dire che «Gesù è stato un ebreo vissuto in una Palestina giudaica direttamente o indirettamente controllata dai romani. In un certo senso, egli appartenne a entrambi i mondi; alla fine fu rigettato da entrambi. Gesù per primo marginalizzò se stesso» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico, Queriniana 2008, p. 16). Il biblista italiano Romano Penna, ordinario di Origini Cristiane presso la Pontificia Università Lateranense, ha confermato: «Il mondo della grande cultura greca e romana del I secolo è rimasto del tutto estraneo alle origini del fatto cristiano, le quali da una parte non avevano titoli umani sufficienti per richiamare la sua attenzione, e dall’altra neppure lo pretendevano» (R. Penna, L’ambiente storico-culturale delle origini cristiane: una documentazione ragionata, EDB 1986, p. 270). Gli evangelisti, come ha giustamente ricordato il prof. R. Penna, non avevano alcuna intenzione di creare quella che oggi intendiamo essere una biografia storica, «le fonti rimaste su Gesù non hanno mai avuto l’intenzione di registrare tutto o la maggior parte delle parole e delle azioni del suo ministero pubblico, per non parlare del resto della sua vita» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 27).

Occorre considerare che, per chi crede, tutto questo non fa altro che confermare la principale caratteristica di Dio: l’umiltà dell’introdursi tra gli uomini silenziosamente, partendo da un pugno di poveri pescatori in una piccola e povera regione di una marginale provincia romana. Eppure, bisogna anche ricordare che «le distruzioni di massa operata da Vespasiano e poi da Adriano spazzarono via tutti gli archivi di Gerusalemme», come ha notato la storica Barbara Frale (B. Frale, La Sindone di Gesù Nazareno, Il Mulino 2009, p. 127). Anche Karl Adam, professore di teologia morale presso l’Università di Strasburgo, ha fatto notare che «l’insieme della tradizione letteraria dell’epoca dell’impero romano fino ai tempi di Tacito e Svetonio è andata perduta» (K. Adam, Gesù il Cristo, Morcelliana 1943, p. 61). Restando sullo storico romano Tacito, ad esempio, sono andati perduti molti libri della sua opera Annali, nella quale ha delineato la storia di Roma dal 14 al 68 d.C. «Sfortunatamente per noi», ha osservato il prof. J.P. Meier, «una delle lacune negli Annali si trova nella trattazione del 29 d.C., con la narrazione che riprende nel 32 d.C. Di conseguenza, l’anno più probabile del processo e della morte di Gesù (30 d.C.) non è presente negli attuali manoscritti degli Annali» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 86).

In secondo luogo, occorre precisare che «chiunque abbia familiarità con la storia antica non dovrebbe turbarsi perché i dati principali nella vita di Gesù devono restare approssimativi, lo stesso vale per la maggioranza dei personaggi storici dell’epoca grecoromana […]. Le lamentele per la scarsità e la ambiguità delle fonti sono un tratto comune alla maggior parte delle biografie degli imperatori romani» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 28, 355). Flavio Giuseppe, ad esempio, non viene mai nominato nelle fonti greche e romane, non c’è nessun testimone oculare per lui. Non conosciamo le date di nascita e/o morte di Erode Antipa, di Ponzio Pilato, di Girolamo e degli imperatori Nerva e Traiano. Quello che sappiamo con certezza di Alessandro Magno può essere raccolto in poche pagine (oltretutto risalenti a 400 anni dopo la sua morte), così come per Socrate, la prima menzione di Erodoto risale a 100 anni dopo la morte. Dobbiamo anche pensare che «giudei e pagani di questo periodo, se pure erano informati di un nuovo fenomeno religioso all’orizzonte, sarebbero stati più informati sul gruppo nascente chiamato cristianesimo che su colui che era ritenuto il suo fondatore, Gesù. Alcuni di questi scrittori, almeno, avevano avuto contatti diretti o indiretti con cristiani; nessuno di loro aveva avuto contatti con il Cristo che i cristiani adoravano» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012).

Se dunque consideriamo la volontaria emarginazione di Gesù di Nazareth, l’insignificanza geografica del luogo in cui ha vissuto, l’impotenza sociale e politica dei suoi discepoli (pescatori, poveri, donne ecc.), la perdita della maggior parte del materiale storico relativo agli anni di Gesù che avrebbe potuto riferire notizie su di lui, se consideriamo che conosciamo poche cose certe della maggior parte dei personaggi storici grecoromani e che le intenzioni degli evangelisti non erano quelle di realizzare una biografia ufficiale e completa di Gesù, allora, risulta davvero ancora più sorprendente essere in possesso di numerose notizie coincidenti e attendibili al di fuori dei Vangeli sugli eventi iniziali del cristianesimo, che confermano quanto già sappiamo dai vangeli. Come ha spiegato il prof. J.P. Meier: «Gesù fu un ebreo marginale, che guidò un movimento marginale in una provincia marginale di un immenso impero romano. Desta meraviglia che qualche giudeo o pagano colto lo abbia conosciuto o si sia minimamente riferito a lui nel I sec. o all’inizio del II. Sorprendentemente, c’è un certo numero di possibili riferimenti a Gesù» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 57). Il prof. Michael K. Licona, studioso di Nuovo Testamento e docente di Teologia presso la Houston Baptist University, ha scritto: «sfido a citarne qualcuno diverso da Gesù che sia vissuto nel primo secolo (ad esempio, Augusto, Tiberio, Nerone, ecc) e che è stato menzionato da almeno 10 scrittori che non condividono le sue convinzioni, e che scrivono entro 150 anni dalla sua vita. Non esiste alcuna persona del primo secolo così attestata come lo è Gesù».

 
 

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2. FONTI NON CRISTIANE

Gli studiosi distinguono tre grandi gruppi di fonti non cristiane: pagane greco-romane, pagane siro-palestinesi ed ebraiche.

 
 

a) FONTI PAGANE GRECO-ROMANE

Le testimonianze pagane greco-romane sono le più numerose a nostra disposizione, certamente la più importante è quella di Tacito, le altre -come vedremo- sono poco o per niente utili come fonti indipendenti sulla vita di Gesù.

 

TACITO
Lo storico e senatore romano Tacito (56/57-118 circa d.C.) attraverso la sua opera Annali, scritta tra il 115 e il 117 d.C., ha narrato la storia dell’Impero romano dalla morte di Augusto a quella di Nerone, cioè dal 14 al 68 d.C. Ha utilizzato documenti ufficiali conservati negli archivi, memorie private di illustri personaggi e fonti storiografiche. Come già accennato, l’opera è andata in parte perduta, lacune sono evidenti anche nel VI libro nella parte dedicata agli anni 29-31 d.C. (periodo della messa a morte di Gesù).

C’è un breve riferimento retrospettivo a Gesù quando Tacito accenna al tentativo di Nerone di incolpare i cristiani per il grande incendio di Roma (64 d.C.): «Allora, per troncare la diceria, Nerone spacciò per colpevoli e condannò ai tormenti più raffinati quelli che le loro nefandezze rendevano odiosi e che il volgo chiamava cristiani. Prendevano essi il nome da Cristo, che era stato suppliziato ad opera del procuratore Ponzio Pilato sotto l’impero di Tiberio: e quella funesta superstizione, repressa per breve tempo, riprendeva ora forza non soltanto in Giudea, luogo d’origine di quel male, ma anche in Roma, ove tutte le atrocità e le vergogne confluiscono da ogni parte e trovano seguaci» (Tacito, Annali, XV,44, Einaudi 1968, p. 493,494).

L’autenticità del passo è sostenuta dalla maggior parte degli studiosi: «E’ un fatto evidente che la maggioranza dei classicisti e degli studiosi della Bibbia concordano che in questo passaggio Tacito si sta riferendo a Gesù», ha scritto Robert E. Van Voorst, docente di New Testament Studies presso il Western Theological Seminar del Michigan (R.E. Van Voorst, “Jesus Outside the New Testament”, B. Eerdmans Publishing 2000, p.42-43). Come ha spiegato J.P. Meier, «nonostante alcuni deboli tentativi di mostrare che questo testo è un’interpolazione cristiana in Tacito, il passo è certamente genuino. Non solo è attestato in tutti i manoscritti degli Annali, ma il tono decisamente anticristiano del testo rende quasi impossibile un’origine cristiana […], i cristiani, considerati in se stessi, sono chiaramente disprezzati per i loro abominevoli crimini o vizi; essi costituiscono una superstizione morale o pericolosa». Inoltre, il riferimento a Gesù è talmente «breve e di scarsa considerazione che difficilmente proviene da mano cristiana» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 89). B.D. Ehrman ha scritto: «non conosco alcun classicista di professione, e nessuno studioso dell’antica Roma, che» non ne sostenga l’autenticità. «E’ evidente che Tacito sapesse qualcosa di Gesù» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 57)

Tacito sembra aver utilizzato una fonte non cristiana e apertamente ostile al cristianesimo, oltretutto commettendo l’errore nel definire Pilato un “procuratore” della Giudea quando invece fu prefetto (come sappiamo dalle iscrizioni scoperte nel 1961 a Cesarea). «Ciò dovrebbe bastare a dimostrare che Tacito, per sapere che cosa era accaduto a Gesù, non consultò alcun documento ufficiale scritto ai tempi in cui l’uomo fu giustiziato (ammesso che tali documenti siano esistiti). Pertanto riportò informazioni trasmesse oralmente […], nulla lascia a pensare che abbia acquisito dai vangeli le sue informazioni su Gesù» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 57, 98).

Sono comunque principalmente tre le informazioni più importanti fornite dallo storico romano: (1) Gesù muore sotto il regno di Tiberio (14-37 d.C.) e la prefettura di Pilato (26-36 d.C.); (2) Gesù muore per un’esecuzione decisa dal governatore romano della Giudea, non si cita la crocifissione ma è implicito presupporla in quanto metodo utilizzato per gli ebrei giustiziati in Giudea da un governatore romano; (3) presuppone una rapida diffusione del cristianesimo in tutto l’Impero. In ogni caso, ha concluso J.P. Meier, «Tacito ci fornisce un’antica testimonianza non cristiana dell’esistenza, della collocazione temporale e geografica, della morte e dell’incidenza storica perdurante di Gesù, ma non dice nulla» che già non sapevamo. Con questa conclusione hanno concordato anche C.A. Evans, docente di Nuovo Testamento presso l’Acadia Divinity College, e N.T. Wright, tra i principali studiosi del Nuovo Testamento del mondo anglosassone, i quali hanno scritto: «Anche se Tacito commette un lieve errore nell’elevare il grado di Pilato (era prefetto, non procuratore), la sua laconica sintesi concorda con ciò che troviamo in Flavio Giuseppe e nei vangeli cristiani» (C.A. Evans e N.T. Wright, Gli ultimi giorni di Gesù. La verità dei fatti, San Paolo 2010, p. 11). B.D. Ehrman utilizza la testimonianza di Tacito come una delle dimostrazioni principali extratestamentarie dell’esistenza di Gesù: «il suo riferimento dimostra che al principio del II secolo le massime cariche istituzionali romane sapevano che Gesù era vissuto ed era stato giustiziato dal governatore della Giudea» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 58).

 

PLINIO IL GIOVANE
Gaio Plinio Secondo (61-113 circa d.C.), nipote e figlio adottivo di Plinio il Vecchio, è stato uno scrittore romano noto per la sua intensa corrispondenza (12 libri di lettere). Nel settembre 111 d.C. viene nominato legale per la provincia della Bitinia (Asia Minore) con potere consolare e durante il suo mandato tiene un fitto carteggio con l’imperatore Traiano (98-117 d.C.), al quale scrive per avere consigli su ogni tipo di questione.

Una delle epistole, la X,96 scritta nel 112 d.C., riguarda la persecuzione contro i cristiani che la sua carica gli impone di portare a compimento: «E’ per me un dovere, o signore, deferire a te tutte le questioni in merito alle quali sono incerto. Chi infatti può meglio dirigere la mia titubanza o istruire la mia incompetenza? Non ho mai preso parte ad istruttorie a carico dei Cristiani; pertanto, non so che cosa e fino a qual punto si sia soliti punire o inquisire. Ho anche assai dubitato se si debba tener conto di qualche differenza di anni; se anche i fanciulli della più tenera età vadano trattati diversamente dagli uomini nel pieno del vigore; se si conceda grazia in seguito al pentimento, o se a colui che sia stato comunque cristiano non giovi affatto l’aver cessato di esserlo; se vada punito il nome di per se stesso, pur se esente da colpe, oppure le colpe connesse al nome. Nel frattempo, con coloro che mi venivano deferiti quali Cristiani, ho seguito questa procedura: chiedevo loro se fossero Cristiani. Se confessavano, li interrogavo una seconda e una terza volta, minacciandoli di pena capitale; quelli che perseveravano, li ho mandati a morte. Infatti non dubitavo che, qualunque cosa confessassero, dovesse essere punita la loro pertinacia e la loro cocciuta ostinazione. Ve ne furono altri affetti dalla medesima follia, i quali, poiché erano cittadini romani, ordinai che fossero rimandati a Roma. Ben presto, poiché si accrebbero le imputazioni, come avviene di solito per il fatto stesso di trattare tali questioni, mi capitarono innanzi diversi casi. Venne messo in circolazione un libello anonimo che conteneva molti nomi. Coloro che negavano di essere cristiani, o di esserlo stati, ritenni di doverli rimettere in libertà, quando, dopo aver ripetuto quanto io formulavo, invocavano gli dei e veneravano la tua immagine, che a questo scopo avevo fatto portare assieme ai simulacri dei numi, e quando imprecavano contro Cristo, cosa che si dice sia impossibile ad ottenersi da coloro che siano veramente Cristiani. Altri, denunciati da un delatore, dissero di essere cristiani, ma subito dopo lo negarono; lo erano stati, ma avevano cessato di esserlo, chi da tre anni, chi da molti anni prima, alcuni persino da vent’anni. Anche tutti costoro venerarono la tua immagine e i simulacri degli dei, e imprecarono contro Cristo. Affermavano inoltre che tutta la loro colpa o errore consisteva nell’esser soliti riunirsi prima dell’alba e intonare a cori alterni un inno a Cristo come se fosse un dio, e obbligarsi con giuramento non a perpetrare qualche delitto, ma a non commettere né furti, né frodi, né adulteri, a non mancare alla parola data e a non rifiutare la restituzione di un deposito, qualora ne fossero richiesti. Fatto ciò, avevano la consuetudine di ritirarsi e riunirsi poi nuovamente per prendere un cibo, ad ogni modo comune e innocente, cosa che cessarono di fare dopo il mio editto nel quale, secondo le tue disposizioni, avevo proibito l’esistenza di sodalizi. Per questo, ancor più ritenni necessario l’interrogare due ancelle, che erano dette ministre, per sapere quale sfondo di verità ci fosse, ricorrendo pure alla tortura. Non ho trovato null’altro al di fuori di una superstizione balorda e smodata. Perciò, differita l’istruttoria, mi sono affrettato a richiedere il tuo parere. Mi parve infatti cosa degna di consultazione, soprattutto per il numero di coloro che sono coinvolti in questo pericolo; molte persone di ogni età, ceto sociale e di entrambi i sessi, vengono trascinati, e ancora lo saranno, in questo pericolo. Né soltanto la città, ma anche i borghi e le campagne sono pervase dal contagio di questa superstizione; credo però che possa esser ancora fermata e riportata nella norma» (Lettera di Plinio a Traiano, Epistularum, X, 96).

La risposta dell’imperatore Traiano fu questa: «Mio caro Plinio, nell’istruttoria dei processi di coloro che ti sono stati denunciati come Cristiani, hai seguito la procedura alla quale dovevi attenerti. Non può essere stabilita infatti una regola generale che abbia, per così dire, un carattere rigido. Non li si deve ricercare; qualora vengano denunciati e riconosciuti colpevoli, li si deve punire, ma in modo tale che colui che avrà negato di essere cristiano e lo avrà dimostrato con i fatti, cioè rivolgendo suppliche ai nostri dei, quantunque abbia suscitato sospetti in passato, ottenga il perdono per il suo ravvedimento. Quanto ai libelli anonimi messi in circolazione, non devono godere di considerazione in alcun processo; infatti è prassi di pessimo esempio, indegna dei nostri tempi» (Lettera di Traiano a Plinio, Epistularum, X, 97).

Come ha scritto Robert Van Voorst, docente di New Testament Studies al Western Theological Seminary del Michigan, «il testo di queste due lettere è ben attestato e stabile, la loro autenticità non è seriamente contestata. Il loro stile corrisponde a quello delle altre lettere del Libro 10, ed erano note già al tempo di Tertulliano» (R.E. Van Voorst in Jesus outside the New Testament: An Introduction to the Ancient Evidence, William B. Eerdmans Publishing Company 2000, p. 30,31). Le informazioni che si possono trarre da questa corrispondenza sono principalmente due: (1) i cristiani sono soliti incontrarsi la domenica mattina, prima dell’alba, per intonare inni a Cristo «come se fosse un dio», e nel pomeriggio per celebrare l’agape o banchetto fraterno. (2) Più volte viene segnalata l’assenza di qualunque pericolo e l’innocenza di tali raduni, rispondendo alle accuse che il popolo era solito attribuire ai cristiani (cannibalismo, in quanto mangiavano la carne del figlio di Dio e bevevano il suo sangue ecc.). Secondo J.P. Meier «il fatto che Cristo sia trattato dai cristiani come un dio è qualcosa di nuovo nelle nostre scarse fonti non cristiane. Tuttavia non aggiunge nulla alla nostra conoscenza del Gesù storico» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 92). Conclusione confermata da B.D. Ehrman: «Questo riferimento ci dice solo che nella regione dell’Asia Minore, agli inizi del II secolo, c’erano cristiani che adoravano qualcuno chiamato Cristo. Lo sapevamo già da altre fonti (cristiane) […]. Se non altro possiamo affermare che agli inizi del II secolo era opinione diffusa che Gesù fosse esistito, anche se l’accenno di Plinio non ci dice molto altro» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 54)

 

SVETONIO
Lo scrittore romano Svetonio (69/70 – 140 d.C.) fu contemporaneo di Tacito e ricoprì tre incarichi a servizio dell’imperatore: archivista a studiis, preposto alla cura delle biblioteche imperiali e segretario redattore della corrispondenza imperiale. Nella composizione dei suoi scritti attinge agli archivi imperiali e verso il 120 d.C. scrive le biografie dei primi imperatore romani, da Augusto a Domiziano, precedute dalla biografia di Giulio Cesare. Nel suo libro Vita dei Cesari, scritto attorno al 115 d.C., si legge: «Poiché i Giudei si sollevavano continuamente su istigazione di un certo Cresto, li scacciò da Roma» (Svetonio, Divus Claudius 25,4). Si accenna allo stesso episodio negli Atti degli Apostoli (cfr. At 18,2).

Per quanto riguarda l’autenticità di questo passo si ignora quale fonte d’informazione abbia utilizzato Svetonio, «forse per un’informazione sbagliata o per un suo convincimento errato ritiene che a Roma sia presente un certo Cresto, istigatore della rivolta. In realtà, si tratta solamente del motivo della disputa; quindi molto probabilmente qui si allude a Cristo e alla predicazione cristiana: la forma “Cresto” riferita a Gesù è sicuramente dovuta a una deformazione dell’epoca. Due dati importanti supportano questa possibilità: il fatto che il termine “cristiani” appare scritto in alcune opere romane come “chrestianos” e l’assenza del nome di Cresto negli epitaffi delle tombe giudaiche del I secolo» (J.M. Garcia, Il protagonista della storia. Nascita e natura del cristianesimo, Rizzoli 2008, p. 26, 27). Anche Tacito parla di “chrestianos” invece che di “christianos”, B.D. Ehrman spiega infatti che «quel genere di errore era diffuso» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 55). R.E. Brown, professore emerito presso l’Union Theological Seminary di New York, ha spiegato che «tra le diverse centinaia di nomi di giudei romani resi noti dalle catacombe giudaiche e da altre fonti, non appare alcun caso di “Chrestus”» (R.E. Brown, Antioch and Rome, Ramsey 1983, p. 100). Robert E. Van Voorst, docente di New Testament Studies presso il Western Theological Seminar del Michigan, ha scritto: «Concludiamo con la stragrande maggioranza di studiosi moderni che questa frase è vera» (R.E. Van Voorst, “Jesus Outside the New Testament”, B. Eerdmans Publishing 2000, p.30,31). C.A. Evans, docente di Nuovo Testamento presso l’Acadia Divinity College, riferendosi alla forma “Cresto”, ha invece scritto: «La variazione di ortografia era abbastanza comune ed è anche documentato nel migliore dei manoscritti del Nuovo Testamento» (C.A. Evans, The Historical Jesus: Critical Concepts in Religious Studies, vol. 4, Taylor & Francis Group 2004, p.383). Secondo J.P. Meier, «forse la fonte usata da Svetonio identificava Cresto con Gesù, mentre Svetonio fraintese il nome come quello di qualche schiavo o liberto ebreo che provocava scompiglio nelle sinagoghe romane durante il regno di Claudio». Tuttavia, lo studioso americano ha giustamente concluso che da Svetono «non si ottiene alcuna nuova conoscenza sul Gesù storico» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 91,92). Conclusione confermata anche da B.D. Ehrman: «Anche se Svetonio si riferisce a Gesù sbagliando l’ortografia dell’epiteto, ciò non è di grande aiuto nella nostra ricerca dei riferimenti non cristiani […]. E’ troppo ambiguo perché possa essere di qualche utilità» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 55, 58).

Non ci sono informazioni nuove, si possono tuttavia rilevare due cose interessanti grazie a Svetonio: (1) nel 49 d.C. (è l’anno del decreto secondo Orosio che espulse i Giudei da Roma) nella capitale dell’Impero c’era già una viva comunità cristiana e, (2) sopratutto, come ha scritto il biblista R. Penna, «Svetonio ci dà in questo passo una notizia su Gesù Cristo, divenuto “segno di contraddizione”, cioè motivo di contesta all’interno dell’ebraismo romano. Questo Cristo sembra un sobillatore vivente e contemporaneo ai fatti» (R. Penna, L’ambiente storico-culturale delle origini cristiane: una documentazione ragionata, EDB 1986, p. 278). Ovvero, le comunità cristiane parlavano di Gesù come un vivente, morto, risorto e ancora presente. Lo testimoniano anche gli Atti degli Apostoli quando riportano il pensiero del governatore romano Festo sulla denuncia degli ebrei di Gerusalemme a Paolo: «avevano solo con lui questioni riguardanti un certo Gesù, morto, che Paolo sosteneva essere ancora in vita» (At 25,19).

 

MARCO CORNELIO FRONTONE
Il celebre oratore romano Marco Cornelio Frontone (100-168 d.C.) fu maestro di retorica dell’imperatore Marco Aurelio e senatore e console nell’anno 143 d.C. Nel 162 (o 166) d.C. scrive l’Orazione contro i cristiani di cui ci sono pervenuti soltanto alcuni riferimenti citati nell’apologia di Minucio Felice, Octavius: «I cristiani, raccogliendo dalla feccia più ignobile i più ignoranti e le donnicciuole, facili ad abboccare per la debolezza del loro sesso, formano una banda di empia congiura, che si raduna in congreghe notturne per celebrare le sacre vigilie o per banchetti inumani, non con lo scopo di compiere un rito, ma per scelleraggine; una razza di gente che ama nascondersi e rifugge la luce, tace in pubblico ed è garrula in segreto. Disprezzano ugualmente gli altari e le tombe, irridono gli dei, scherniscono i sacri riti; miseri, commiserano i sacerdoti (se è lecito dirlo), disprezzano le dignità e le porpore, essi che sono quasi nudi! […] Regna tra loro la licenza sfrenata, quasi come un culto, e si chiamano indistintamente fratelli e sorelle, cosicché, col manto di un nome sacro, anche la consueta impudicizia diventi incesto. […] Ho sentito dire che venerano, dopo averla consacrata, una testa d’asino, non saprei per quale futile credenza […] Altri raccontano che venerano e adorano le parti genitali del medesimo celebrante e sacerdote […] E chi ci parla di un uomo punito per un delitto con il sommo supplizio e il legno della croce, che costituiscono le lugubri sostanze della loro liturgia, attribuisce in fondo a quei malfattori rotti ad ogni vizio l’altare che più ad essi conviene […] Un bambino cosparso di farina, per ingannare gli inesperti, viene posto innanzi al neofita, […] viene ucciso. Orribile a dirsi, ne succhiano poi con avidità il sangue, se ne spartiscono a gara le membra, e con questa vittima stringono un sacro patto […] Il loro banchetto, è ben conosciuto: tutti ne parlano variamente, e lo attesta chiaramente una orazione del nostro retore di Cirta […] Si avvinghiano assieme nella complicità del buio, a sorte» (Octavius VIII,4-IX,7).

Non ci sono dubbi sull’autenticità del brano e, come facilmente si nota, la descrizione utilizza testimonianze ricavate da conversazioni con la gente, materiale dunque di seconda mano. Sono accuse grossolane, confuse e di scarso valore (ricordiamo le parole di Giustino: «Veramente è ingiusto ritenere per filosofo colui che, a nostro danno, rende pubblicamente testimonianza di cose che non conosce, dicendo che i Cristiani sono atei e scellerati; e dice ciò per ricavarne grazia e favore presso la folla, che resta ingannata», II Apologia VIII). Tuttavia, le notizie che riporta Frontone sono utili come conferma (1) della morte di Gesù sulla croce, (2) del chiamarsi reciprocamente fratello e sorella tra cristiani (insegnamento di Gesù), (3) della celebrazione di un banchetto sacro (la Messa).

 

LUCIANO DI SAMOSATA
Luciano di Samosata (115 circa – 200 circa d.C.) fu uno scrittore satirico, scettico e ironico. Nel suo libro La morte di Peregrino, scritta attorno al 170 d.C., fa riferimento ai cristiani narrando la storia di un mascalzone (Proteo) che vive ingannando e sfruttando la gente, compresi i cristiani che descrive come sciocchi e ingenui.

Fa riferimento anche a Gesù: «Allora Proteo venne a conoscenza della portentosa dottrina dei cristiani, frequentando in Palestina i loro sacerdoti e scribi. E che dunque? In un batter d’occhio li fece apparire tutti bambini, poiché egli tutto da solo era profeta, maestro del culto e guida delle loro adunanze, interpretava e spiegava i loro libri, e ne compose egli stesso molti, ed essi lo veneravano come un dio, se ne servivano come legislatore e lo avevano elevato a loro protettore a somiglianza di colui che essi venerano tuttora, l’uomo che fu crocifisso in Palestina per aver dato vita a questa nuova religione […]. Si sono persuasi infatti quei poveretti di essere affatto immortali e di vivere per l’eternità, per cui disprezzano la morte e i più si consegnano di buon grado. Inoltre il primo legislatore li ha convinti di essere tutti fratelli gli uni degli altri, dopoché abbandonarono gli dei greci, avendo trasgredito tutto in una volta, ed adorano quel medesimo sofista che era stato crocifisso e vivono secondo le sue leggi. Disprezzano dunque ogni bene indiscriminatamente e lo considerano comune, seguendo tali usanze senza alcuna precisa prova. Se dunque viene presso di loro qualche uomo ciarlatano e imbroglione, capace di sfruttare le circostanze, può subito diventare assai ricco, facendosi beffe di quegli uomini sciocchi» (De morte Per. XI-XIII).

Alcune espressioni di Luciano fanno pensare ad una diretta conoscenza di certi ambienti cristiani, tanto che non tutti gli studiosi la ritengono una fonte indipendente dai vangeli (ad esempio J.P. Meier), altri invece sono a favore dell’indipendenza argomentando l’utilizzo di vocaboli non contenuti nel Nuovo Testamento (ad esempio R.E. Van Voorst in Jesus outside the New Testament: An Introduction to the Ancient Evidence, William B. Eerdmans Publishing Company 2000, p. 20). Le informazioni utili non sono comunque molte: (1) conferma la collocazione dell’origine del cristianesimo in Palestina, (2) la crocifissione di Gesù da parte dei romani (il greco della lettera in realtà parla di un uomo impalato, la crocifissione fu un’evoluzione dell’impalatura «ma con molta probabilità il vocabolo da lui scelto ha carattere derisorio», J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 92), (3) la convinzione dei cristiani della vita eterna e l’amore fraterno che nutrono gli uni verso gli altri (insegnamento di Gesù). Cristo, mai nominato, viene considerato un sofista ed il “primo legislatore” dei Cristiani, le cui leggi sono da essi seguite.

 

PETRONIO
Petronio fu consigliere letterario e maestro di stile alla corte dell’imperatore romano Nerone, succedendo a Seneca nel 62 d.C. La sua principale opera è il romanzo Satyricon, scritto tra il 54 e il 68 d.C. (più probabilmente negli anni 64-65). In esso viene descritta a lungo una lussuriosa cena del liberto Trimalcione la quale somiglia incredibilmente ad un brano del vangelo di Marco. Trimalcione si fa portare delle vesti preparate per la sua sepoltura invitando i convitati a considerare il pasto come il suo banchetto funebre: «”Porta anche dell’unguento e un assaggio da quell’anfora, con cui voglio siano lavate le mie ossa” […] Subito aprì l’ampolla del nardo, unse tutti noi e disse “Spero che possa piacermi da morto quanto da  vivo”. Poi comandò che fosse infuso del vino in una brocca e disse “Fate come se foste stati invitati ai miei funerali”» (Satyricon LXXVII,7; LXXVIII, 3-4). Una scena simile, come dicevamo, si svolge nel vangelo di Marco, precisamente in Mc 14, 3-9: «Gesù si trovava a Betània nella casa di Simone il lebbroso. Mentre stava a mensa, giunse una donna con un vasetto di alabastro, pieno di olio profumato di nardo genuino di gran valore; ruppe il vasetto di alabastro e versò l’unguento sul suo capo […] “Essa ha fatto ciò ch’era in suo potere, ungendo in anticipo il mio corpo per la sepoltura. 9 In verità vi dico che dovunque, in tutto il mondo, sarà annunziato il vangelo, si racconterà pure in suo ricordo ciò che ella ha fatto”» (Mc 14, 3-9).

Un altro passo della cena sembra ricordare i racconti evangelici: «Mentre diceva queste cose, un gallo domestico cantò. Turbato da quella voce, Trimalcione comandò che fosse versato del vino sotto la tavola e che anche la lucerna ne venisse cosparsa. Poi passò l’anello nella mano destra e disse: “Non senza ragione questo trombettiere ha dato il segnale; infatti o dovrà scoppiare un incendio, o qualcuno dei vicini dovrà morire. Lungi da noi! Per cui, chi mi porterà questo accusatore riceverà un premio”. In men che non si dica venne portato un gallo da una casa vicina, che Trimalcione ordinò venisse cotto in pentola» (Sat. LXXIV, 1-4)10). Mentre nel resto della tradizione greco-romana il canto del gallo è preannunzio del giorno e della vittoria, mai presagio di morte, qui «è invece ritenuto annuncio di una sciagura mortale -unico caso in tutta la letteratura classica insieme al Vangelo- e il gallo è detto index, denunciatore» (I. Ramelli, Due testimoni della storicità dei Vangeli, Il Timone 2006, p. 28-29). Effettivamente la definizione petroniana del gallo come index, ovvero, in linguaggio giuridico, come denunziatore, accusatore, sembra ricordare la funzione che rivestì il gallo in Marco, ovvero quella di denunziare il triplice tradimento di Pietro (cfr Mc 14,30).

Sempre nel Satyricon compare anche l’episodio della matrona di Efeso, anch’esso pare avere reminiscenze evangeliche: «Una matrona di Efeso, […] avendo perso il marito, […] seguì il defunto persino nel sepolcro. […] Nello stesso tempo il governatore della provincia comandò che fossero crocifissi dei ladroni proprio accanto al sepolcro nel quale la matrona piangeva il recente cadavere. La notte seguente, quando il soldato che sorvegliava le croci affinché nessuno togliesse i corpi per seppellirli, notò un lume splendere tra le tombe e udì il gemito di qualcuno che piangeva […] volle sapere chi fosse e che cosa facesse. Scese quindi nella tomba. […] Dunque giacquero assieme non solo quella notte nella quale fu consumato il loro imene, ma anche il seguente ed il terzo giorno, tenendo certamente chiuse le porte del sepolcro. […] Ma i parenti di un crocifisso, come videro diminuita la sorveglianza, tirarono giù di notte l’appeso e gli resero l’estremo ufficio. E quando il giorno successivo il soldato […] vide una croce senza cadavere, atterrito dal supplizio raccontò alla donna quello che era successo. […] Ella disse allora di togliere il corpo del proprio marito dall’arca e di attaccarlo a quella croce che era vuota. Il soldato approfittò dell’ingegno dell’avvedutissima donna, ed il giorno dopo il popolo si meravigliava di come quel morto avesse potuto salire sulla croce» (Sat. CXI-CXII).

La citazione di un governatore provinciale (Pilato?), dei ladroni crocifissi, della guardia sepolcrale e dei tre giorni nel sepolcro, e infine il tema del trafugamento del cadavere (un’accusa rivolta ai cristiani già da tempo), «ci farebbero pensare ad una parodia del racconto della morte e risurrezione del Cristo», ha scritto lo storico del cristianesimo primitivo Andrea Nicolotti, ricercatore presso il Dipartimento di Storia dell’Università di Torino. Ricordiamo anche la possibile parodia dell’eucarestia sia nelle allusioni di Trimalcione al vino, durante la cena, che nella affermazione di Eumolpo di possedere un grande tesoro e volerlo lasciare in eredità agli amici «a patto che taglino a pezzi il mio cadavere e se lo mangino alla presenza del popolo […]. Perciò io esorto tutti i miei amici a non sottrarsi alla mia volontà, invitandoli a mangiarsi il mio cadavere con lo stesso gusto con il quale avranno di certo mandato a quel paese l’anima mia» (Sat, CXLI, 2). L’allusione caricaturale dell’ultima cena di Gesù è evidente, riprendendo anche l’accusa di cannibalismo affibbiata a lungo tempo ai cristiani. Ma ci sono altri legami tra Trimalcione e la storia di Gesù: il protagonista del Satyricon afferma, ad esempio, di aver consultato un astrologo che gli ha predetto la morte dopo altri trent’anni, cosa della quale egli è persuaso. Trent’anni è anche l’età in cui morì Gesù. Anche lo stesso nome del protagonista, il rozzo villano arricchito Trimalcione, potrebbe essere una forma di parodia della Trinità cristiana: è di origine semitica e significa “tre volte re” (mlk in ebraico significa “re” ed è la parola che comparì nel cartiglio posto da Pilato sulla croce di Gesù: “Re dei re”).

Diverso tempo fa il teologo E. Preuschen, sottolineando le evidenti somiglianze tra il vangelo di Marco e i brani del Satyricon, sostenne (anche a causa dello stato degli studi sulla datazione dei vangeli del tempo) una imitazione di Petronio da parte dell’evangelista Marco (E. Preuschen, Die Salbung Jesu in Bethanien, in Zeitschrift für die neutestamentliche Wissenschaft III 1902, pp. 252-253). La tesi è stata presto respinta: è impossibile pensare che un autore cristiano, determinato a testimoniare la vicenda di Gesù, copiasse da un romanzo assai famoso e diffuso, senza contare la satira dissacrante ben poco compatibile con la tragica morte di Gesù. Più recentemente, la studiosa Ilaria Ramelli ha ripreso la tesi di E. Preusche ribaltandola: sarebbe stato Petronio a parodiare il vangelo di Marco, e non viceversa (cfr. I. Ramelli, Petronio e i cristiani: allusioni al vangelo di Marco nel Satyricon?, Aevum LXX 1996, p. 75-80). Bisognerebbe dunque retrodatare la composizione di questo vangelo a certamente prima del 66 d.C., data della morte di Petronio, mentre oggi la maggior parte degli studiosi la identifica nel 70 d.C.

Lo studioso A. Nicolotti , ha scritto: «l’ipotesi della parodia del racconto evangelico non pare così azzardata […]. Al di là di questi sviluppi assolutamente innovativi, qualora fosse anche solo provato un collegamento tra gli avvenimenti evangelici ed il romanzo di Petronio nel modo sopra esposto, saremmo di fronte alla prima velata testimonianza non cristiana di Gesù e della sua Chiesa, redatta nel tempo in cui gli apostoli Pietro e Paolo predicavano e subivano il martirio nella capitale dell’impero romano. Fino a quel momento, possiamo solo considerare questa chiave interpretativa come una interessante ipotesi che necessita di ulteriore approfondimento». La testimonianza di Petronio è assai utile nel confronto sulla datazione dei Vangeli, tuttavia non è di molta utilità nel nostro percorso dato che non solo non aggiunge nulla di nuovo ma le informazioni offerte sono chiaramente dipendenti dai vangeli, in particolare quello di Marco.

 

TALLO
Occorre infine ricordare la testimonianza dello storico romano di nome Tallo che, all’interno di una sua Cronaca in lingua greca ha citato un fatto riguardante il giorno della morte di Gesù, ovvero l’oscuramento del cielo di cui parlano anche i vangeli (“Giunta l’ora sesta, si fece buio su tutta la terra fino all’ora nona”, Mt 27,45//Lc 23,44, dunque la Fonte Q).

L’opera di Tallo è andata perduta, ma la citazione è ripresa dallo scrittore Sesto Giulio Africano (160/170 – 240 d.C.) nella sua Chronographia, opera anch’essa purtroppo andata persa. La conosciamo solo per essere citata, attorno all’anno 800, dallo storico Giorgio Sincello nell’opera Ecloga chronographica, dove asserisce di riportare un passo «tratto da Africano, riguardo agli eventi associati con la passione» di Gesù. Scrisse Africano, riprendendo l’episodio evangelico: «Una terribile oscurità si abbatté su tutto il mondo, le rocce furono spezzate da un terremoto e molti luoghi della Giudea e del territorio restante furono abbattuti. Tallo, nel terzo libro delle Storie, definisce questa oscurità come eclissi del sole, a mio parere irragionevolmente» (Chronographia 18,1).

Giulio Africano sembra discutere con Tallo, ed è ritenuto un autore solitamente affidabile e sull’autenticità della sua citazione ci sono pochi dubbi. Non si conoscono invece le fonti dello storico Tallo, potrebbe aver appreso l’evento dai vangeli oppure avrebbe potuto basarsi su altre fonti. Se Tallo è il Thallos samareus vissuto a Roma nella metà del I secolo, citato da Flavio Giuseppe, allora la sua testimonianza è il più antico riferimento non cristiano a Gesù, in quanto risalente a vent’anni circa dopo la sua morte (cfr. D.C. Allison, The Historical Jesus in Context, Princeton University Press 2006).

 
 

b) FONTI PAGANE SIRO PALESTINESI

Tra le testimonianze pagane siro-palestinesi l’unica che può avere un’utilità è quella di Mara Bar Serapion, di cui parliamo qui sotto.

 

MARA BAR SERAPION
Mara Bar Serapion è il nome di una persona che scrive una lettera al figlio per esortarlo a perseguire sempre la sapienza, la lettera è raccolta in un manoscritto siriaco del secolo VII (conservata oggi al British Museum). Si ritiene comunque che «la missiva sia stata scritta agli inizi del II secolo o addirittura alla fine del I. Molto probabilmente è successiva all’anno 73 d.C.» date le circostanze storiche alle quali si fa riferimento, come la fuga da Samosata di alcuni cittadini (J.M. Garcia, Il protagonista della storia. Nascita e natura del cristianesimo, Rizzoli 2008, p. 31). Il testo che ci interessa è il seguente: «Quale vantaggio trassero gli Ateniesi dall’aver ucciso Socrate? Ne ottennero carestia e morte. O gli abitanti di Samo per aver bruciato Pitagora? In un momento tutto il loro paese fu coperto dalla sabbia. O i Giudei, per il loro saggio re? Da quel tempo fu sottratto loro il regno. Dio vendicò giustamente la saggezza di questi tre uomini: gli Ateniesi morirono di fame, gli abitanti di Samo furono travolti dal mare, i Giudei furono eliminati e cacciati fuori dal loro regno, e sono ora dispersi per tutte le terre. Socrate non è morto, grazie a Platone; né Pitagora, grazie alla statua di Hera, né il saggio re, grazie alle nuove leggi che ha stabilito» (Syriac MS. Addiotional, 14.658).

L’autore non è certamente cristiano altrimenti non parlerebbe (come fa altrove nel testo) dei «nostri dèi», né della permanenza in vita di Cristo in questi termini, tanto meno porrebbe Cristo e i filosofi greci sullo stesso piano. Tra gli studiosi c’è un consenso di massima nell’identificare il “saggio re dei Giudei” con Gesù (cfr. C.M. Chin, Rhetorical Practice in the Chreia Elaboration of Mara bar Serapion, Journal of Syriac Studies 2006). Il biblista Romano Penna ha scritto: «l’esecuzione di un “re saggio” non può riferirsi da altri» se non a Gesù, «poiché la storia non conosce alcun re d’Israele condannato a morte dagli stessi ebrei: né davididi, né asmonei, né erodiadi». Inoltre «la qualifica ripetuta di “re saggio” può riferirsi molto bene a Gesù di Nazareth» visto che «contiene una doppia allusione: al motivo ufficiale della sua condanna come “re dei giudei” (Mt 27,37//Mc 15,26//Lc 23,38 e Gv 19,19-21); e alla saggezza del suo messaggio morale» (R. Penna, L’ambiente storico-culturale delle origini cristiane: una documentazione ragionata, EDB 1986, p. 268).

Significativa l’informazione offerta sui motivi che hanno causato la morte di Gesù, dal momento che attribuisce la sua condanna a morte ai giudei piuttosto che ai romani. I tempi sono inoltre congruenti: la morte di Gesù è seguita dopo alcuni decenni dalla caduta di Gerusalemme e dalla fine del regno. Il documento potrebbe quindi costituire una delle prime, se non la prima, testimonianza storica esterna all’ambiente cristiano o ebraico a Gesù (scritta quarant’anni dopo la morte di Gesù).

 
 

c) FONTI EBRAICHE

Gli studiosi si sono divisi sull’importanza delle fonti ebraiche in rapporto alla storicità del cristianesimo: a parte l’importante testimonianza di Flavio Giuseppe, rimangono i testi del Talmud, uno dei testi sacri dell’ebraismo. Alcuni storici negano completamente qualsiasi riferimento a Gesù nei testi rabbinici (ad esempio J. Maier), altri sostengono che i materiali rabbinici primitivi (compresa la Mishnà) non parlano di Gesù, pur ammettendo l’esistenza di alcune allusioni negli scritti tardivi ai quali però non attribuiscono alcun valore storico, ad esempio J.P. Meier afferma: «al contrario di altri studiosi non penso che il materiale rabbinico […] ci offra nuove informazioni affidabili o detti autentici, indipendenti dal Nuovo Testamento» (Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 13). lo stesso pensa C.A. Evans, docente di Nuovo Testamento presso l’Acadia Divinity College: «Un serio problema nel fare uso di queste tradizioni è che probabilmente nessuna di esse è indipendente dalle fonti cristiane» (C.A. Evans, The Historical Jesus: Critical Concepts in Religious Studies, vol. 4, Taylor & Francis Group 2004, p.376). Un terzo gruppo di studiosi, invece, rintraccia brevi accenni a Gesù, comunque di scarso valore storico in quanto hanno un tono fortemente polemico e di scarsa obiettività (ad esempio J. Klausner).

 

FLAVIO GIUSEPPE
Lo storico giudeo Flavio Giuseppe (37/38 d.C. – poco dopo il 100 d.C.) è autore di due grandi opere: La guerra giudaica (iniziata dopo il 70 d.C.) e Antichità giudaiche (scritta nel 93-94 d.C.). L.H. Feldman, tra i più importanti studiosi dello storico ebreo, ha notato che per le fonti delle sue opere avrebbe avuto facilmente accesso agli archivi degli amministratori provinciali, custoditi a Roma nella corte imperiale (L. Feldman, The Testimonium Flavianum. The State of the Question, Christological Perspectives, p. 194-195). Entrambi i libri contengono passi che menzionano Gesù.

Il testo relativo a Gesù de La guerra giudaica non è riconosciuto come autentico, si tratta di una lunga interpolazione che si trova solo nell’antica versione russa (slava), preservata in manoscritti russi e rumeni. Sono pochi gli studiosi a sostenerne l’autenticità (tra essi ad esempio R. Eisler o, più recentemente, G.A. Williamson nel suo The World of Josephus, Brown and Company 1964, p.308-309).

Diversamente stanno le cose per quanto riguarda i due passi interessanti delle Antichità giudaiche, quello meno discusso compare nel libro XX e racconta un episodio accaduto nel 62 d.C., prima della rivolta ebraica: «Essendo questo tipo di persona [cioè, un sadduceo senza cuore], Anano, ritenendo di avere una favorevole opportunità, poiché Festo era morto e Albino era ancora in viaggio, convocò un sinedrio di giudici e vi trascinò un uomo di nome Giacomo, fratello di Gesù, chiamato Messia, e alcuni altri. Li accusò di aver trasgredito la legge e li consegnò perché fossero lapidati» (Antichità giudaiche, XX, 9,1). Questo passo si trova nella principale tradizione manoscritta greca delle Antichità, senza alcuna variante di rilievo, cita di sfuggita Gesù come per qualificare meglio Giacomo essendo esso un nome molto comune nell’uso giudaico e negli scritti di Flavio Giuseppe. Il riferimento a Gesù non proviene da mano cristiana e neppure da fonte cristiana, né il Nuovo Testamento né i primi scrittori cristiani, Paolo compreso, parlavano di Giacomo come “fratello di Gesù” ma più solennemente “fratello del Signore” o “fratello del Salvatore”. Senza contare, poi, che il racconto di Giuseppe del martirio di Giacomo differisce, per il tempo e per il modo, da quello di Egesippo (il quale parla di caduta dal pinnacolo del tempio di Gerusalemme prima dell’assedio alla città). L.H. Feldman, grande studioso di Flavio Giuseppe e professore presso la Yeshiva University, ha osservato infatti che «pochi hanno dubitato della genuinità di questo passo su Giacomo» (L.H. Feldman, Josephus and Modern Scholarship, Loeb Libray vol. 10, p. 108).

Per quanto riguarda il secondo brano, noto come Testimonium Flavianum, da secoli la sua autenticità è oggetto di discussione dal momento che in essa troviamo espressioni tipiche di Flavio Giuseppe ma anche tre frasi chiaramente cristiane. Nella citazione del brano che segue sottolineiamo le tre espressioni controverse: «Verso questo tempo visse Gesù, uomo saggio ammesso che lo si possa chiamare uomo. Egli infatti compiva opere straordinarie, ammaestrava gli uomini che con piacere accolgono la verità e convinse molti Giudei e Greci. Egli era il Cristo. E dopo che Pilato, dietro accusa dei maggiori responsabili del nostro popolo, lo condannò alla croce, non vennero meno coloro che fin dall’inizio lo amarono. Infatti apparve loro il terzo giorno, di nuovo vivo, avendo i divini profeti detto queste cose su di lui e moltissime altre meraviglie. E ancora fino al giorno d’oggi continua a esistere la tribù dei cristiani che da lui prende il nome» (Antichità giudaiche XVIII, 3.3).

La posizione degli studiosi è molteplice: alcuni considerano questo passo essenzialmente autentico (come L. von Ranke, F. K. Burkitt e A. von Harnack), altri studiosi preferiscono invece considerare l’intero passo come l’interpolazione di un copista cristiano mentre un terzo gruppo di studiosi, infine, parla di semi-autenticità considerando l’innegabile presenza di interpolazioni cristiane (delle glosse cristiane molto antiche, dato che Eusebio di Cesarea trasmette la versione greca citata in Hist. Eccl I, 11,7-8), ma non così determinanti da inficiare la paternità del testo a Giuseppe (lo studioso B.D. Ehrman ha spiegato infatti che gli amanuensi cristiani «aggiunsero qualche parola qua e là per essere certi che il lettore capisse il senso», in Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 62). Questi studiosi hanno infatti ricostruito quello che potrebbe essere stato il brano originale, eliminando le tre interpolazioni: «In quel tempo comparve Gesù, un uomo saggio. Si diceva che compisse delle opere straordinarie, insegnava alla gente che con piacere riceve la verità: e attirò a sé molti discepoli sia fra Giudei che fra gente di origine Greca. E quando Pilato, a causa di un’accusa fatta dai maggiori responsabili del nostro popolo, lo ha condannato alla croce, coloro che lo amarono fin dall’inizio non cessarono di farlo e fino a oggi la tribù dei cristiani (che da lui prende il nome) continua ad esistere». Il testo è molto simile a quello tradizionalmente riportato anche perché le piccole aggiunte cristiane non avevano lo scopo di modificare il pensiero di Giuseppe, ma piuttosto essere piccole aggiunte chiarificatrici: «Il Testimonium è così misurato, con soltanto un paio di frasi tutto sommato prudenti inserite qua e là, che non sembra proprio un racconto cristiano apocrifo scritto per l’occasione. Piuttosto, è molto simile agli interventi reperibili in tutta la tradizione amanuense dei testi antichi: il lavoro di ritocco che un copista avrebbe potuto eseguire con facilità […]. La maggioranza degli studiosi del giudaismo antico, e gli esperti di Giuseppe Flavio, ritengono che uno o più copisti cristiani avrebbero leggermente “ritoccato” il passo» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 63, 66).

La maggioranza degli studiosi fa parte del terzo gruppo, il prof. L.H. Feldman ha rilevato infatti che tra il 1937 e il 1980, su 52 studiosi che si sono occupati approfonditamente della questione, 39 hanno giudicato il Testimonium Flavianum come autentico; 10 studiosi lo hanno considerato del tutto o in gran parte autentico; 20 studiosi lo hanno accettano con alcune interpolazioni, 9 studiosi con diverse interpolazioni, e solo 13 studiosi lo hanno considerato totalmente un’interpolazione cristiana (L. Feldman, The Testimonium Flavianum. The State of the Question, Christological Perspectives, p. 197). Tra i sostenitori dell’autenticità ci sono anche diversi studiosi ebrei, come Paul Winter e lo stesso Feldman, studiosi cristiani non confessionali, come S.G. Brandon e Morton Smith, studiosi non credenti come B.D. Ehrman, importanti studiosi protestanti, come J.H. Charlesworth, e studiosi cattolici come J.P. Meier, C.M. Martini, W. Trilling e A.M. Dubarle (oltre a Lane Fox, Michael Grant, Crossan, Borg, Tabor, Thiessen, Frederiksen, Flusser ecc.). Tra essi anche J.M. Garcia, che ha scritto: «Questa terza ipotesi sembra essere la più probabile per tre motivi. In primo luogo il testo, con vari rimaneggiamenti, appare in tutti i manoscritti greci, arabi e siriaci. In seconda istanza, lo stile e il linguaggio del brano, eliminate le chiare interpolazioni cristiane, sono tipici di Giuseppe Flavio. Infine, la concezione di Cristo che trasmette non è cristiana, in quanto Gesù viene considerato come un saggio, un predicatore di un certo successo» (J.M. Garcia, Il protagonista della storia. Nascita e natura del cristianesimo, Rizzoli 2008, p. 36-40). Il prof. A. Nicolotti ha scritto: «i critici moderni sono ormai concordi nel ritenere il passo del Testimonium come sostanzialmente autentico nella sua testimonianza storica di Gesù, sebbene per molti esso ha aver subito prima del secolo IV delle interpolazioni cristiane. E non manca chi, diversamente spiegando le parti cosiddette “cristiane”, ritiene che queste interpolazioni non esistano, e che il testo sia interamente autentico (Étienne Nodet, per esempio). L’importante monografia di Serge Badet (favorevole all’autenticità completa) affronta tutti questi problemi ed è un riferimento imprescindibile».

Il biblista americano J.P. Meier ha studiato a fondo il problema, concludendo: «c’è una ragione sufficiente per sostenere che tale brano provenga da Flavio Giuseppe? La risposta è affermativa» e si basa su una serie di argomenti: (1) Il “Testimonium Flavianum” è presente in tutti i manoscritti greci e latini ed è ben difficile immaginare che l’invenzione di una scriba cristiano possa apparire identica su tutti i codici pervenutici; (2) La conferma di autenticità deriva dal brano già citato sul martirio di Giacomo, come ha spiegato il biblista J.M. Garcia: «Senza dubbio tutti gli studiosi considerano autentico il racconto sul martirio di Giacomo e, di conseguenza, anche il riferimento a Gesù, giacché non è il modo cristiani di alludervi. Orbene, il fatto che Giuseppe Flavio non si soffermi a specificare chi sia questo Gesù ci porta a supporre che lo abbia già fatto in un brano precedente; l’unico possibile è quello denominato Testimonium Flavianum» (J.M. Garcia, Il protagonista della storia. Nascita e natura del cristianesimo, Rizzoli 2008, p. 36-40); (3) Il vocabolario e la grammatica del passo (senza interpolazioni) è molto coerente e caratteristico dello stile e della lingua di Flavio Giuseppe, al contrario dello stile del Nuovo Testamento; (4) La descrizione di Gesù, spogliata dai tre passaggi cristiani, è concepibile sulla bocca di un giudeo che non è particolarmente ostile al cristianesimo ma non sulla bocca di un cristiano antico o medioevale (esprime una cristologia insufficiente, anche considerando i tre passi palesemente cristiani): «se un copista avesse voluto introdurre negli scritti di Giuseppe una solida testimonianza delle qualità di Gesù (facendo del Testimonium una tarda interpolazione), l’avrebbe fatto senz’altro con più fervore e in modo più scontato» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 42). Anche parlare di “tribù” non è concepibile nel linguaggio cristiano e suggerisce un tono dispregiativo; (5) Flavio Giuseppe sembra ignorare materiale e affermazioni fondamentali nei quattro vangeli canonici, addirittura contrastando le informazioni (secondo Giuseppe, Gesù convinse molti giudei e molti pagani, al contrario di quanto dicono i vangeli) e non riflette un modo cristiano di trattare la questione del motivo della condanna a morte di Gesù. Un altro esempio è la trattazione completamente separata di Giovanni Battista e Gesù, senza nessun rapporto tra loro, contraddicendo il quadro neotestamentario del Battista come precursore di Gesù. La definitiva conclusione di J.P. Meier è che «una regola metodologia fondamentale è che, a parità di condizioni, si deve preferire la spiegazione più semplice, che comprende anche la più ampia quantità di dati. Perciò sostegno che la spiegazione più probabile del Testimonium è che, privato delle tre affermazioni ovviamente cristiane, contiene quanto Flavio Giuseppe scrisse». Robert Van Voorst, docente di New Testament Studies al Western Theological Seminary del Michigan, ha infatti osservato che «questo è uno dei tanti motivi per cui gli studiosi ritengono la fonte di Flavio Giuseppe indipendente dal Nuovo Testamento» (Jesus Outside the New Testament: An Introduction to the Ancient Evidence, Grand Rapids 2000, p. 27)

Sempre lo studioso americano Meier, ha anche risposto all’obiezione principale di coloro che negano l’autenticità del Testimonium, ovvero lo strano silenzio su questo brano da parte dei padri della chiesa prima di Eusebio. Se non lo hanno citato, dicono i critici, è perché ancora nessun cristiano lo aveva inventato e attribuito a Flavio Giuseppe. Il biblista americano ha fatto notare: «I padri della chiesa non erano interessati a citarlo, infatti non sostiene minimamente il contenuto principale della fede cristiana in Gesù come Figlio di Dio che è risorto da morte. Questo spiegherebbe perché Origine nel III sec. affermava che Giuseppe non credeva che Gesù fosse il Messia. Il testo di Origene del Testimonium era privo delle interpolazioni e, senza di esse, il Testimonium attestava semplicemente, agli occhi dei cristiani, l’incredulità di Flavio Giuseppe. Non era dunque un utile strumento apologetico per rivolgersi ai pagani o un utile strumento polemico nelle controversie cristologiche tra i cristiani. In realtà, se non c’era nella copia di Giuseppe in possesso di Origene qualcosa come il testo che abbiamo ricostruito, rimane da chiedersi che cosa nel testo ha spinto Origene ad affermare apoditticamente che Flavio Giuseppe non credeva che Gesù fosse il Cristo. Il passo su Giacomo nel libro 20 non è una ragione sufficiente». Per questo, «il tono distaccato, o ambiguo, o forse di considerazione abbastanza scarsa, del Testimonium, è probabilmente la ragione per cui i primi scrittori cristiani (specialmente gli apologisti del II sec.) lo passarono sotto il silenzio, per cui Origene si dolse che Flavio Giuseppe non credesse che Gesù era il Cristo, e per cui un (alcuni) interpolatore(i) aggiunse(ro) le affermazioni cristiane verso la fine del III sec» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 71,85). Anche B.D. Ehrman, della University of North Carolina, ha usato questa contro-argomentazione: «la versione ridotta di Giuseppe -quella ritenuta originale da altri studiosi, senza le integrazioni cristiane- contiene ben poche informazioni di cui i primi scrittori cristiani avrebbero potuto servirsi per difendere Gesù e i suoi seguaci dagli attacchi degli intellettuali pagani. E’ un’esposizione assai neutrale. Il fatto che Gesù fosse ritenuto un saggio o che avesse compiuto opere straordinarie non avrebbe fatto molta strada nel repertorio degli apologeti cristiani». In ogni caso, «la mia opinione sulla storicità di Gesù non dipende dall’affidabilità della testimonianza di Giuseppe, anche se ritengo sostanzialmente autentico il brano» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 64, 350). Come Meier e Ehrman la pensano anche, ad esempio, Louis H. Feldman della Yeshiva University (in Josephus, Judaism and Christianity, Brill Academic Pub 1997, p.55), Edwin M. Yamauchi della Miami University (in “Josephus and the Scriptures” Fall 1980, pp.213,214) e tanti altri.

Una recente scoperta ha gettato inoltre nuova luce sul dibattito: nel 1972 il prof. Shlomo Pinès dell’Università di Gerusalemme ha sostenuto l’autenticità del Testamentum Flavianum nella versione conosciuta dalle fonti antiche (seppur con piccole variazioni) basandosi su un codice arabo del X sec. che si ritrova nella Kitab Al-Unwan (Storia universale) di Agapio, vescovo cristiano di Ierapoli (Siria), il quale ha riportato il passo delle Antichità Giudaiche nella seguente forma: «Afferma l’ebreo Giuseppe, che racconta nei trattati che ha scritto sul governo dei Giudei: “In questo tempo, viveva un uomo saggio, che si chiamava Gesù. Egli aveva una condotta irreprensibile, ed era conosciuto come un uomo virtuoso. E molti fra i Giudei e le altre Nazioni divennero suoi discepoli. Pilato lo condannò a essere crocifisso e a morte. Quelli che divennero suoi discepoli non cessarono di seguire i suoi insegnamento. Essi raccontarono che egli era apparso loro il terzo giorno dopo la sua crocifissione e che egli era vivo. A questo proposito, egli forse era il Messia di cui i profeti avevano raccontato le meraviglie”» (S. Pines, An Arabic version of the Testimonium Flavianum and its implications, Israel Academy of Sciences and Humanities 1971). Il testo, seppur Agapio affermi di basarsi su una più antica cronaca in siriaco di Teofilo di Edessa (morto nel 785), andata persa, è stato comunque riconosciuto come attendibile e privo di interpolazioni cristiane, la maggior parte degli studiosi lo considera originale di Flavio Giuseppe o, comunque, molto vicino a quanto ha davvero scritto.

Sintetizzando il contributo di Flavio Giuseppe, si può affermare: «La mera esistenza di Gesù è già dimostrata dal primo accenno a Gesù nel racconto della morte di Giacomo, nel libro 20. Il più esteso Testimonium nel libro 18 ci mostra che Flavio Giuseppe era informato almeno di alcuni fatti salienti della vita di Gesù. Indipendentemente dai quattro vangeli, ma confermando la loro presentazione fondamentale: durante il governo di Ponzio Pilato -dunque tra il 26 e il 36 d.C.- apparve sulla scena religiosa della Palestina un uomo chiamato Gesù. La sua reputazione nacque dalla sapienza che manifestò nell’operare miracoli e nell’insegnare. Conquistò un ampio seguito, ma (perciò?) i capi giudei lo accusarono davanti a Pilato. Pilato lo fece crocifiggere, ma i suoi ferventi seguaci rifiutarono di abbandonare la loro devozione a lui, nonostante la sua morte disonorevole» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 83-85). Giuseppe, lo ricordiamo, era nato a Gerusalemme nel 37 d.C. da una famiglia sacerdotale che fece parte dell’élite del Tempio durante la vita pubblica, il processo e la condanna di Gesù: questo significa che disponeva di informazioni di prima mano su quanto testimoniava. Ci si aspetterebbe da lui una confutazione di quanto affermavano i seguaci di Gesù, una negazione dei miracoli e, se consideriamo come attendibile la versione di Agapio, un commento scettico alla notizia della resurrezione. Invece il ritratto di Gesù è segnato dal rispetto verso quest’uomo, riconoscendone con realismo l’eccezionalità. «In sintesi, Giuseppe offre in questi due passi qualcosa di unico tra tutte le antiche testimonianze non cristiane su Gesù: un testimone neutrale, indipendente e molto attendibile ci riferisce che Gesù fu un uomo saggio che i suoi seguaci chiamavano “il Cristo”», ha scritto Robert E. Van Voorst, docente di New Testament Studies presso il Western Theological Seminar del Michigan (R.E. Van Voorst, “Jesus Outside the New Testament”, B. Eerdmans Publishing 2000, p.103-104). Ribadiamo dunque l’importante dato dell’indipendenza di Flavio Giuseppe dalle fonti cristiane, in quanto «non c’è nessuna attestazione probante che conoscesse uno qualsiasi dei quattro vangeli» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 2, Queriniana 2003, p. 116).

 

TALMUD BABILONESE (Trattato bSanhedrin 43a)
Un baraitha del II secolo, conservata nel trattato Sanhedrin del Talmud di Babilonia, recita così: «Viene tramandato: Alla vigilia (del sabbat e) della pasqua si appese Jesu (il nazareno). Un banditore per quaranta giorni andò gridando nei suoi confronti: “Egli esce per essere lapidato, perché ha praticato la magia e ha sobillato e deviato Israele. Chiunque conosca qualcosa a sua discolpa, venga e l’arrechi per lui”. Ma non trovarono per lui alcuna discolpa, e lo appesero alla vigilia della pasqua. Disse Ulla: “Credi tu che egli sia stato uno per il quale si sarebbe potuto attendere una discolpa? Egli fu invece un istigatore all’idolatria, e il Misericordioso ha detto “Tu non devi avere misericordia e coprire la sua colpa!”. Con Ješu fu diverso, perché egli stava vicino al regno» (Sanhedrin B, 43b).

Alcuni studiosi, il più radicale è certamente J. Maier (cfr. J. Maier, Jesus von Nazareth in der talmudischen Uberlieferung, Wissenschaftliche Buchgesellsschaft 1978, p. 263-275), si sono rifiutati di identificare questo reo con Gesù, ritenendo l’appellativo “il nazareno” un’aggiunta posteriore. A loro giudizio si farebbe riferimento a un certo Yeshu, discepolo di un rabbino del 100 a.C., nominato in Sanh. 107b, reo di aver praticato la stregoneria e di aver esortato Israele al peccato. Altri la pensano diversamente, il biblista J.M. Garcia, direttore della Cattedra di Teologia dell’Università Complutense e docente di Sacra Scrittura dell’Università Ecclesiastica di San Damaso, ha spiegato ad esempio che «l’appellativo “il nazareno” è molto ben testimoniato. D’altra parte, sembra molto probabile che in origine il nome di Yeshu non figuri nel passo di bSanh 107b, considerato che la stessa notizia appare priva di nomi in altri due posti (cfr bSot47a e pHag77d)». Inoltre, sono tante le coincidenze con Gesù: «accuse analoghe contro Gesù appaiono nel Nuovo Testamento (Mt 12,24; Lc 23,2), l’essere appeso va sicuramente interpretato in riferimento alla crocifissione visto che è un fato ben noto. E’ molto improbabile che questo termine qui stia ad indicare un’esposizione del cadavere dopo la lapidazione. Di fatto il testo non dice nulla sull’esecuzione della lapidazione: il che risulta sorprendente, qualora proprio quello sia stato il metodo di esecuzione. Singolare la coincidenza relativa al giorno della morte di Gesù in questo testo rabbinico e nel vangelo di Giovanni (19,14)» (J.M. Garcia, Il protagonista della storia. Nascita e natura del cristianesimo, Rizzoli 2008, p. 33-35).

La prof.ssa Jaqueline Genot-Bismuth, docente di Ebraismo antico presso l’Università di Parigi, ha sottolineato come il riferimento a Yeshu (=Gesù) concorda con la cronologia della passione del quarto vangelo, «così in qualche modo i due testi si autenticano a vicenda e ci fanno dedurre che la tradizione a cui fanno capo risalga bene a dei testimoni oculari» (J. Genot-Bismuth, Un homme nommé Salut: genèse d’une “hérésie” a Jérusalem, O.E.I.L 1986, p. 267). Anche J. Klausner, importante storico israeliano, ha accettato questo riferimento a Gesù di Nazareth (cfr. J. Klausner, Jesus of Nazareth. His Life, Times and Teaching, Macmillan 1925, p. 23), mentre J.P. Meier non lo ha ritenuto un passo indipendente dai vangeli: «qui non c’è niente che non sappiamo dai vangeli e molto verosimilmente il testo talmudico è semplicemente una reazione alla tradizione evangelica» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 101).

 

TALMUD BABILONESE (Trattato pTa’anit 65b)
Un altro possibile riferimento è contenuto nel trattato sul digiuno, che recita: «Abbahu dice: “Se qualcuno ti dice “Io sono Dio”, egli è un mentitore; (se ti dice) “Io sono il figlio dell’uomo”, alla fine dovrà pentirsene; (se ti dice) “Io ascenderò al cielo”, lo dice e non lo può fare».

Sembra qui apparire una polemica su quanto affermato da Gesù davanti al sinedrio, come riferisce Mc 14,62. Tenendo però presente l’informazione offerta da Celso secondo cui i falsi profeti hanno utilizzato espressioni simili, il testo potrebbe anche alludere a tali falsi profeti e messia e non necessariamente a Gesù.

 

TALMUD BABILONESE (Trattato b’Aboda zara 16b)
Nel trattato dedicato all’idolatria e agli idoli, si legge: «Rabbi Eliezer disse: una volta camminavo al mercato superiore di Sepporis e incontrai uno dei discepoli di Ješu ha-nôserî (Gesù il nazareno), chiamato Giacobbe del villaggio di Sekhanjaa. Egli mi disse: “Nella vostra Torah è scritto: ‘Non porterai il denaro di una prostituta nella casa del Signore’ (Dt. 23,19). Com’è? Non si può con esso costruire una latrina per il sommo sacerdote? Io non gli risposi. Egli mi disse: “Così mi ha insegnato Gesù il nazareno (Ješu ha-nôserî): ‘Fu raccolto a prezzo di prostitute e in prezzo di prostitute tornerà’ (Mi 1,7); da un luogo di sozzura è venuto e in un luogo di sozzura andrà”. La parola mi piacque; perciò io fui arrestato di eresia».

Il rabbino Eliezer è uno dei maestri più citati nella tradizione rabbinica, il testo non riporta un detto autentico di Gesù ma riflette piuttosto la convivenza tra giudei e cristiani in Palestina. Secondo alcuni studiosi (ad esempio J. Jeremias), le versioni più antiche del racconto parlano di un detto eretico attribuito a questo discepolo di Gesù senza specificarne il contenuto, il detto sarebbe stato inventato successivamente per soddisfare la curiosità dei lettori e per screditare Gesù. Anche J.P. Meier si dichiara scettico sull’autenticità del passo, ritenendo che sia «un’invenzione polemica per mettere in ridicolo Gesù» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 103). Lo studioso ebreo J. Klausner, invece, ha sostenuto l’affidabilità del passo (cfr. J. Klausner, Jesus of Nazareth. His Life, Times and Teaching, Macmillan 1925, p. 37-44).

 

TALMUD BABILONESE (Sinedrio 67a)
Nel Sinedrio 67a del Talmud si legge: «E lo hanno fatto a Ben Stada a Lidda, essi lo appesero alla vigilia della Pasqua ebraica Ben Stada era Ben Padira Rabbi Hisda ha detto: “Il marito è Stada, la madre di l’amante Panthera era sposato con Stada. Sua madre era Miriam, una lavandaia o dal parrucchiere”».

Come ha scritto B.D. Ehrman, «da tempo gli studiosi hanno ammesso che tale tradizione sembra rappresentare un ingegnoso attacco all’idea cristiana della nascita di Gesù quale “figlio di una vergine”. Il termine greco che traduce la parola vergine è parthenos, la cui pronuncia è assai simile a quella di Panthera» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 69). Molto probabilmente non è un brano indipendente dai vangeli.

 
 

3. CONCLUSIONE SULLE FONTI NON CRISTIANE

Il risultato finale dello studio sulle varie fonti non cristiane è abbastanza scarso, sopratutto risultano controverse le fonti rabbiniche. Su queste ultime, in particolare, occorre sottolineare che «la tendenza generale di antiche fonti giudaiche, che non negano l’esistenza e l’esecuzione di Gesù. In verità, neppure i miracoli di Gesù sono negati, ma sono piuttosto interpretati come atti di stregoneria». Tuttavia «quando possiamo realmente trovare tali riferimenti nella letteratura rabbinica posteriore, essi sono molto probabilmente reazioni ad affermazioni cristiane, orali o scritte», dunque non fonti indipendenti. In ogni caso, «anche se accettassimo tutte le affermazioni, queste non aggiungerebbero niente di nuovo all’informazione che già abbiamo dal Nuovo Testamento» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 101, 104, 105).

Per quanto riguarda gli altri tipi di fonti non cristiane dobbiamo riconoscere che non abbiamo informazioni nuove ma, semmai, ci viene confermata -in maggior parte in modo indipendente (ovvero senza attingere a documenti cristiani)-, l’esistenza storica di Gesù e diversi eventi della sua vita pubblica di cui parlano le fonti cristiane. Non è poco constatare che non esistono grandi differenze o contraddizioni con i Vangeli (e le fonti cristiane in generale, che vedremo in seguito). Grazie a questo lavoro, comunque, possiamo definire il contributo delle fonti non cristiane: «Queste fonti si oppongono categoricamente a ogni tentativo, passato e recente, di ridurre Gesù di Nazareth a pura finzione. Gesù non è il risultato della fantasia di alcuni falsari, che hanno creato questo personaggio fondendo tra di loro racconti mitici e informazioni derivanti dalle religioni pagane. A differenza dei miti, le notizie su Gesù e il cristianesimo nascente precisano tempi e luoghi, parlano di avvenimenti storici. Va pertanto dedotto che le concezioni pagane non stanno alla base della fede cristiana» (J.M. Garcia, Il protagonista della storia. Nascita e natura del cristianesimo, Rizzoli 2008, p. 40).

Sintetizzando possiamo così elencare cronologicamente le testimonianze principali degli autori non cristiani:
50 d.C. testimonianza di Tallo: conosciuta tramite fonti secondarie è un tentativo di spiegare naturalmente l’oscuramento del cielo alla morte di Gesù, episodio citato anche dai Vangeli. Non è né dimostrata né confermata l’indipendenza dai Vangeli;
64-65 d.C. testimonianza di Petronio: parodia degli scritti cristiani, non è una fonte indipendente;
dopo il ’73 d.C. testimonianza di Mara Bar Serapion: autentica e indipendente, conferma l’omicidio di Gesù (chiamato “re”) attribuendolo ai Giudei;
93-94 d.C. testimonianza di Flavio Giuseppe: il Testimonium Flavianum, in particolare, epurata dalle piccole interpolazioni è una conferma autentica e indipendente di diversi fatti salienti della vita di Gesù;
112 d.C. testimonianza di Plinio il Giovane: autentica e indipendente, conferma che verso la fine del I secolo i cristiani adoravano Cristo «come se fosse un dio»;
115 d.C. testimonianza di Svetonio: autentica e indipendente, a metà del I sec. si rileva che i cristiani parlano di Cristo come ancora vivente tra loro;
115-117 d.C. testimonianza di Tacito: autentica e indipendente, conferma la morte di Gesù come la descrivono i vangeli;
162 d.C. testimonianza di Marco Cornelio Frontone : autentica e indipendente (dai Vangeli), conferma la morte di Gesù come la descrivono i vangeli;
170 d.C. testimonianza di Luciano di Samosata: autentica ma forse non indipendente dalle fonti cristiane, conferma in particolare la morte di Gesù;

 
 

4. FONTI CRISTIANE

Oltre alle fonti non cristiane, oltre ai quattro vangeli canonici (Marco, Matteo, Luca e Giovanni e le loro relative fonti: Q, L e M) esistono diverse altre fonti cristiane -precedenti e successive ai canonici- che confermano in modo indipendente diverse informazioni. Alcune di queste compaiono all’interno del Nuovo Testamento (fonti extra-canoniche) mentre altre no (fonti extra-testamentarie). Non sempre vengono tenute in considerazione perché si cade nel tranello della scarsa imparzialità, eppure come ha spiegato l’agnostico prof. B.D. Ehrman, «la maggior parte delle fonti è parziale: se gli autori non avessero opinioni sull’argomento, non ne parlerebbero» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 42). Chi ragiona in questo modo dovrebbe allora accantonare i resoconti sulla Guerra di indipendenza in quanto scritti dagli americani, dovrebbe criticare le cronache coeve a George Washington dato che sono scritte dai suoi seguaci, si dovrebbe dubitare dei dati biografici di Socrate, trasmessi dai suoi discepoli Senofonte e Platone o della veridicità delle gesta compiute da Cesare, narrate da lui stesso. «Qualunque cosa scritta viene scritta da un certo punto di vista. Il rigetto di una posizione di fede tradizionale non significa neutralità, significa semplicemente una differente prospettiva filosofica che è essa stessa una “posizione di fede”, nel senso ampio dell’espressione. Chiunque scrive sul Gesù storico scrive da qualche punto di vista ideologico, nessun critico ne è esente» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 13).

Tuttavia, non dobbiamo aspettarci di trovare in questo materiale informazioni aggiuntive rispetto a quanto già sappiamo nei quattro vangeli sinottici: per il Gesù storico questo materiale «fa poca differenza, poiché non aggiunge nulla di sostanziale all’insieme dei dati disponibili nei quattro vangeli». Al massimo sono documenti preziosi per confermare e controllare «la tradizione sinottica, non come fonti di nuova informazione» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 56,57).

 
 

a) FONTI CRISTIANE EXTRA-CANONICHE
Le fonti extra-canoniche corrispondono ai libri del Nuovo Testamento che non contengono una vera e propria biografia di Gesù, non hanno lo scopo di regredire una cronaca ma di servire all’annuncio della fede. Le descriviamo molto sinteticamente.

 

ATTI DEGLI APOSTOLI
Gli Atti degli Apostoli raccontano la diffusione del cristianesimo nell’Impero romano negli anni successivi alla morte di Gesù. Gli studiosi considerano tale opera indipendente dai Vangeli, scritta dallo stesso autore del Vangelo di Luca ma «rappresentano non una variazione redazionale di Luca, ma un’altra tradizione» indipendente (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 2, Queriniana 2003, p. 63,64,71). Secondo B.D Ehrman, studioso di Nuovo Testamento presso l’Università del North Carolina, «gli Atti degli Apostoli è scritto dall’autore del Vangelo di Luca e conserva alcune tradizioni sulla vita di Gesù indipendenti da quanto riportato nei vangeli e, secondo la valutazione di quasi tutti gli esponenti della critica storica, si basa su tradizione che circolavano prima della stesura del vangelo […]. Il libro degli Atti offre un’altra dimostrazione, autonoma dai vangeli, che i cristiani delle origini erano persuasi che Gesù fosse stato un ebreo e un maestro di morale, ucciso a Gerusalemme dopo essere stato tradito da Giuda, uno dei suoi seguaci» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 106-109). La datazione della redazione degli Atti viene fatta risalire da Ehrman agli anni Ottanta d.C., anche se essi «conservano tradizioni primitive che sembrano risalire ai primissimi anni del movimento cristiano» (p. 173). Molti altri studiosi, tuttavia, hanno considerato altri aspetti (che non tratteremo qui) e datano la redazione di Atti molto prima, attorno agli anni Sessanta d.C. (cfr. J. Carmignac, La nascita dei vangeli sinottici, Edizioni Paoline 1985, p. 94).

 

TREDICI LETTERE DI PAOLO
La maggior parte delle lettere di San Paolo è autentica e da lui scritta (quasi certamente è pseudoepigrafa la Lettera agli Ebrei): si parte dalla epistola più antica, la Prima lettera ai Tessalonicesi scritta nel 49 d.C. fino all’ultima, la Lettera ai Romani scritta nel 61-62 d.C. (cfr. B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 118).

Oltre a confermare i dati sulla vita e la morte di Gesù, Paolo nelle sue lettere conferma anche gli insegnamenti che d’altra parte ha ricevuto personalmente da Pietro e Giacomo nel 35-36 d.C., dopo la sua conversione, ereditando le tradizioni che «risalivano probabilmente a un paio di anni circa dopo la morte di Gesù». Le informazioni fornite da Paolo «combaciano perfettamente con i dati forniti dalle tradizioni evangeliche, le cui fonti orali risalgono quasi certamente alla Palestina romana degli anni Trenta del I secolo» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, cit p. 132, 133). Secondo J.P. Meier diversi brani delle lettere paoline «offrono una fonte indipendente per controllare i sinottici», ma non aggiungono nulla da quanto già sappiamo: «Sono paralleli al materiale presente anche nei sinottici, al massimo potrebbero servire solo come controlli per la tradizione sinottica, non come fonti di nuova informazione», possono anche informarci dicendoci che «tali fatti riguardanti Gesù erano insegnamenti anche in chiese lontane non fondate da Paolo (Roma!) durante la prima generazione cristiana» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 54,55).

 

LETTERA AGLI EBREI
C’è ormai un consenso scientifico sul fatto che Paolo non sia il vero autore di questa epistola, il quale è un «cristiano anonimo molto colto del I sec» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 348). La fonte dello scritto, datato non oltre il 69 d.C., è basata su tradizioni orali indipendenti (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 117), le quali confermano diverse affermazioni contenute nei vangeli canonici.

 

LETTERE DI PIETRO
Su queste due epistole c’è un dibattito accademico sul fatto se siano state scritte o meno da Pietro, in ogni caso entrambe mostrano di non avere familiarità con i vangeli pur confermandone le informazioni: «Siamo di fronte a una testimonianza indipendente della vita di Gesù e della sua morte» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 115). La prima lettera, quasi certamente autentica, è probabilmente stata scritta vicino alla morte di Pietro (64 d.C.), mentre la seconda (quasi sicuramente pseudoepigrafica) è stata composta all’inizio del II secolo (100-160 d.C.).

 

APOCALISSE
Il libro dell’Apocalisse è ritenuto un’altra fonte indipendente alla tradizione cristiana e alla vita di Gesù, datata negli anni 90 d.C. Probabilmente non è stato scritto da Giovanni e certamente non ha tratto il materiale dal vangelo di Giovanni (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 116).

 

LETTERA DI GIUDA
La Lettera di Giuda è solitamente datata tra l’80 e il 90 d.C. e tradizionalmente attribuita all’apostolo Giuda Taddeo. Anch’essa mostra di non prelevare le informazioni dai vangeli e si dimostra essere una fonte cristiana indipendente.

 
 

b) FONTI CRISTIANE EXTRA-TESTAMENTARIE

Nel I e II secolo d.C. abbiamo diversi autori cristiani, le cui opere sono al di fuori del Nuovo Testamento, che trasmettono informazioni sul Gesù storico attestando la sua esistenza e confermando i vangeli canonici. Sono riconosciuti come fonti indipendenti (cioè non ricavano tutte le informazioni dalle fonti evangeliche).

 

PAPIA
Papia è stato un padre della Chiesa dell’inizio del II secolo, autore di cinque volumi intitolati Esposizione degli oracoli del Signore”, scritti tra il 120 e il 130 d.C., la cui esistenza è nota grazie alle citazioni di tale opera riportate da autori cristiani di epoca successiva (E. Novelli, “Esposizione degli oracoli del Signore. I frammenti”, Edizioni Paoline 2005). Viene ritenuto un testimone importante in quanto «era personalmente in contatto con persone che avevano conosciuto gli apostoli o i loro compagni. Quando essi si recavano nella città di Gerapoli in Asia Minore, in qualità di capo della Chiesa, Papia chiedeva loro cosa sapessero di Gesù e dei suoi apostoli […]. Si tratta di una testimonianza indipendente dai vangeli stessi e una testimonianza che si richiama in modo esplicito, credibile e diretto ai discepoli di Gesù» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 97-101).

 

IGNAZIO DI ANTIOCHIA
Ignazio fu uno degli autori più importanti del cristianesimo primitivo vissuto dal 35 d.C. (circa) al 107 d.C. (circa), i cui scritti non compaiono nel Nuovo Testamento. Fu vescovo di una importante comunità di Antiochia (Siria), è autore di numerose lettere, datate nei primi anni del II secolo, molte delle quali «contestano i cristiani convinti che Gesù non fosse stato un essere umano in carne ed ossa» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 102). Nelle sue epistole conferma diversi fatti della vita di Gesù, ecco un esempio: egli «è della stirpe di Davide secondo la carne, figlio di Dio per volere e potenza di Dio, generato veramente da una vergine, battezzato da Giovanni affinché da lui fosse compiuta ogni giustizia. Sotto Ponzio Pilato e il tetrarca Erode è stato veramente inchiodato per noi nella carne […] per sollevare il suo stendardo nei secoli in forza della sua resurrezione […]. Io so e credo che anche dopo la risurrezione egli era nella carne» (Ignazio di Antiochia, Lettera agli Smirnesi I-III). Occorre sottolineare che «nulla suggerisce che Ignazio abbia tratto le proprie idee dai libri che sarebbero entrati a far parte del Nuovo Testamento […], perciò costituisce un’ennesima testimonianza indipendente della vita di Gesù. Anche nel suo caso non si può obiettare che i suoi scritti siano troppo tardivi per essere di qualche utilità nella nostra ricerca. Non si può dimostrare che abbia fatto affidamento sui vangeli. Ed era vescovo di Antiochia, la città dove Pietro e Paolo avevano trascorso molto tempo, come ci comunica lo stesso Paolo nella Seconda lettera ai Galati» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012 p. 103,104).

 

LA PRIMA LETTERA AI CORINTI DI CLEMENTE ROMANO
La Prima lettera ai Corinti fu scritta attorno al 95 d.C. dai cristiani di Roma alla comunità ecclesiale di Corinto per sanare una situazione difficile. L’epistola è «tradizionalmente attribuita al quarto vescovo di Roma, Clemente, benché nella missiva non se ne sostenga la paternità. Ci sono ottime ragioni per ritenere che sia stata scritta nell’ultimo decennio del I secolo» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 104). Nella lettera si cita espressamente la Prima lettera ai Corinzi di Paolo mentre non fa alcun riferimento ai Vangeli e non sostiene di aver tratto alcuni detti di Gesù da alcun testo scritto. Per B.D. Ehrman si tratta di «un’ennesima testimonianza indipendente non solo della vita di Gesù come figura storica, ma anche di alcune delle sue azioni e dei suoi insegnamenti» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 104,105).

 

DIDACHE’ (O DOTTRINA DEI DODICI APOSTOLI)
La Didaché è un testo cristiano datato alla fine del I secolo, in particolare attorno al 70 d.C. (E. Prinzivalli e M. Simonetti, “Seguendo Gesù”, Fondazione Lorenzo Valla, 2010, p.10). La sua stesura «è probabilmente indipendente dai vangeli canonici» (M. Pesce, “Inchiesta su Gesù”, Mondadori 2006, p. 47), seppur citi più volte direttamente un «vangelo» preesistente, confermando diverse informazioni dei canonici.

 
 

5. CONCLUSIONE GENERALE

Abbiamo osservato che gli storici, quando affrontano il tema del Gesù storico non fanno affidamento soltanto sui quattro vangeli (più le fonti presinottiche: Q, M e L e altre), ma anche su 8 testimonianze non cristiane, provenienti dal mondo ebraico, pagano e romano. Sono riconosciute come autentiche, come abbiamo visto, molte di loro sono indipendenti dalle fonti cristiane mentre altre no, in ogni caso tutte confermano le informazioni contenute nei vangeli senza alcuna contraddizione o tentativo di smentire i dati salienti della vita di Gesù di Nazareth. Oltre ad esse, abbiamo anche elencato 10 testimonianze cristiane indipendenti (Atti degli Apostoli, le tredici lettere paoline, la Lettera agli Ebrei, le due lettere di Pietro, l’Apocalisse, la Lettera di Giuda, gli scritti di Papia, di Ignazio, la Prima lettera di Clemente e la Didaché), che «forniscono un’ampia varietà di fonti che convalidano molti resoconti su Gesù senza dar prova di aver collaborato. Senza contare tutte le tradizioni orali in circolazione prima dei testi scritti che ci sono pervenuti» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 142).

Sintetizzando possiamo elencare in ordine cronologico le fonti indipendenti cristiane e non cristiane:
50 d.C. testimonianza di Tallo: conosciuta tramite fonti secondarie è un tentativo pagano di spiegare naturalmente l’oscuramento del cielo alla morte di Gesù, episodio citato anche dai Vangeli. Non è né dimostrata né confermata l’indipendenza dai Vangeli;
49-62 d.C. testimonianza di San Paolo: le tredici lettere di Paolo sono (quasi tutte) autentiche e certamente indipendenti dai vangeli, confermano la vita di Gesù e i suoi insegnamenti;
64 d.C. testimonianza della Prima lettera di Pietro: dubbi sull’autenticità, comunque è certamente una fonte cristiana indipendente della vita e della morte di Gesù;
60-80 d.C. testimonianza degli Atti degli Apostoli: libro cristiano indipendente dai vangeli di cui conferma molte informazioni, riporta antiche tradizioni sulla vita di Gesù (anni 30);
68 d.C. testimonianza della Lettera agli Ebrei: si basa su tradizioni cristiane orali indipendenti che confermano i vangeli;
70 d.C. testimonianza della Didaché: fonte cristiana indipendente dai vangeli, conferma diverse informazioni;
dopo il 73 d.C. testimonianza di Mara Bar Serapion: fonte pagana autentica e indipendente dai vangeli, conferma l’omicidio di Gesù (chiamato “re”) attribuendolo ai Giudei;
80-90 d.C. testimonianza della Lettera di Giuda: fonte cristiana indipendente dai vangeli sulla vita di Gesù;
90 d.C. testimonianza dell’Apocalisse: fonte cristiana indipendente dai vangeli, conferma vari aspetti della vita di Gesù;
93-94 d.C. testimonianza di Flavio Giuseppe: il Testimonium Flavianum, in particolare, epurata dalle piccole interpolazioni è una conferma ebraica autentica e indipendente di diversi fatti salienti della vita di Gesù;
95 d.C. testimonianza della Prima lettera ai Corinti di Clemente Romano: testimonianza cristiana indipendente dai vangeli, conferma la vita di Gesù e i suoi insegnamenti;
100 d.C. testimonianza della Seconda lettera di Pietro: dubbi sull’autenticità, comunque è certamente una fonte cristiana indipendente della vita e della morte di Gesù;
100-107 d.C. testimonianza di Ignazio di Antiochia: testimonianza cristiana indipendente dai vangeli, conferma diversi fatti della vita di Gesù;
112 d.C. testimonianza di Plinio il Giovane: fonte romana autentica e indipendente, conferma che verso la fine del I secolo i cristiani adoravano Cristo «come se fosse un dio»;
115 d.C. testimonianza di Svetonio: autentica e indipendente, a metà del I sec. si rileva che i cristiani parlano di Cristo come ancora vivente tra loro;
115-117 d.C. testimonianza di Tacito: fonte romana autentica e indipendente, conferma la morte di Gesù come la descrivono i vangeli;
120-130 d.C. testimonianza di Papia: testimonianza cristiana indipendente dai vangeli;
162 d.C. testimonianza di Marco Cornelio Frontone : fonte romana autentica e indipendente (dai Vangeli), conferma la morte di Gesù come la descrivono i vangeli;
170 d.C. testimonianza di Luciano di Samosata: fonte greca autentica ma forse non indipendente dalle fonti cristiane, conferma in particolare la morte di Gesù;

Certo, Gesù di Nazareth fu, per i motivi che abbiamo spiegato, un personaggio marginale tra i suoi contemporanei. Tuttavia i dati salienti della sua vita hanno lasciato comunque numerose tracce in diversi documenti, cristiani e non. Tutti questi dati, perciò, «forniscono allo storico una dovizia di materiali su cui lavorare, un fatto piuttosto insolito per le testimonianze sulla vita di chiunque, letteralmente chiunque, sia vissuto nel mondo antico» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 79). Non solo, dunque, non è più possibile metterne in dubbio la storicità (e nessuno più lo fa), ma è anche d’obbligo ritenere i vangeli -le fonti più complete che abbiamo sulla vita di Gesù- dei documenti storici, la cui attendibilità è confermata da quasi 20 documenti indipendenti, cristiani e non cristiani, risalenti ai primi due secoli dell’era cristiana.

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La festa del 25 dicembre è storicamente accertata, non è pagana

Da molto tempo si ritiene che il 25 dicembre sia una data convenzionale, scelta dai cristiani come nascita di Gesù Cristo per contrastare la festa pagane del Sol invictus. A sostegno di questa tesi ci sono alcuni argomenti, come ce ne sono a sostegno di una seconda tesi, secondo la quale si accetta che la scelta del 25 dicembre sia stata convenzionale, ma con motivi indipendenti e slegati da piani politico-ideologici legati al contrasto del paganesimo. Una terza tesi, sostenuta da ben più valide e decisive argomentazioni, si basa invece sull’archeologia e sostiene che il 25 dicembre sia effettivamente la data storica della nascita di Gesù Cristo.

In questo articolo valuteremo gli argomenti di queste tre ipotesi per poi tirare le debite conclusioni alla fine. Prima di iniziare, tuttavia, sarà necessaria una breve premessa.

 

 
 
 
 
 
 
 

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1. PREMESSA

Ci sembra utile introdurre ricordando che il Natale, seppur sia la festa dell’anno certamente più amata da ogni persona, non corrisponde a quella più importante all’interno del cristianesimo cattolico. Se, infatti, Gesù fosse nato ma non fosse risorto, resterebbe soltanto uno dei tanti grandi saggi che hanno popolato la storia dell’umanità (come Platone, Aristotele, Gandhi, Confucio ecc.). Al contrario, Gesù è stato l’unico uomo della storia a dire di sé: “Io sono la via, la verità e la vita, nessuno viene al Padre se non attraverso di me” (Gv 14, 1-6), e l’unico che ha vinto l’insormontabile ostacolo dell’uomo, la morte. Per questo la celebrazione cristiana più importante è la Pasqua, giorno della sua resurrezione, la cui data è fissata storicamente ed è astronomicamente certa: il 14 del mese ebraico di Nisan, poco prima dell’inizio della festa ebraica, ovvero all’alba della domenica 9 aprile dell’anno 30 d. C , così come la data della sua morte: circa alle 15 pomeridiane del venerdì 7 aprile del medesimo anno 30.

Il Natale è per il cristiano la celebrazione di un evento biblico e salvifico, non il ricordo di una data, infatti negli stessi Vangeli non c’è nessun riferimento ad una data di nascita di Gesù, e addirittura soltanto due evangelisti su quattro parlano della nascita e infanzia del Cristo, mentre gli altri due cominciano il loro racconto dall’inizio della sua vita pubblica. Anche nel calendario cristiano il dies natalis in cui si commemora un determinato santo è il giorno della morte, non della nascita.

Soltanto nel II e III secolo i cristiani cominciarono a prendere in considerazione anche la data di nascita di Gesù, seppur con una certa diffidenza. Origene di Alessandria (185-254 d.C.) dichiara infatti che «nelle Scritture sono i peccatori, e non i santi, che celebrano la loro nascita», facendo riferimento alle “feste di compleanno” (natalia) degli imperatori. Nel 200 d.C. Clemente d’Alessandria affermò lamentandosi: «C’è poi chi, con più minuziosa pedanteria, cerca di assegnare alla nascita del Salvatore non solo l’anno, ma il giorno: e sarebbe il 25 del mese di Pachon [ossia il 20 maggio] del ventottesimo anno di Augusto» (Stromati, I,21,145.6).

 
 

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2. IL 25 DICEMBRE HA UN’ORIGINE PAGANA?

Come affermato nell’introduzione, la vulgata corrente ritiene che il 25 dicembre sia una data convenzionale, scelta appositamente dalla chiesa primitiva per sostituire la festa pagana del Sol invictus.

 

Accuse varie. Alcuni utilizzano questa argomentazione come preambolo per sostenere che il cristianesimo si sarebbe imposto con la forza sul paganesimo, distruggendo e appropriandosi di tutto quanto era a lui pre-esistente. In realtà, come sappiamo, quella pagana fu una festa che decadde lentamente da sola con il trascorre del tempo, fino all’editto di Teodosio del febbraio 380 d.C. (del rapporto tra cristianesimo primitivo e paganesimo parleremo approfonditamente in altra sede, comunque). Altri si appoggiano a tale tesi per affermare l’inesistenza storica di Gesù Cristo, inventato da personaggi misteriosi che avrebbero letteralmente copiato le sue gesta dalla divinità pagana Mitra, la cui festa si celebrava appunto il 25 dicembre. In realtà le prime notizie sulla storia di Mitra risalgono al II secolo, certamente sono posteriori ai Vangeli. Christopher Butler ha catalogato i presunti paralleli tra Gesù e Mitra, trovando una enorme discordanza e nessun riferimento al 25 dicembre come il compleanno della divinità pagana (anche di questo parleremo approfonditamente in un altro articolo). L’agnostico Bart D. Herman, autorevole studioso di Nuovo Testamento e direttore del dipartimento di studi religiosi dell’Università del North Carolina, ha a sua volta rilevato la totale inaffidabilità dei racconti su Mitra, così come dei paralleli con le asserzioni cristiane, aggiungendo che «Non abbiamo testi mitraici» che supportino i parallelismi, «tanto meno testimonianze secondo cui il dio Mitra sarebbe nato da una vergine il 25 dicembre e sarebbe morto per espiare i peccati, per poi risorgere di domenica» (“Gesù è davvero esistito?”, Mondadori 2013, p. 217). Qualcuno infine sostiene che il Natale cristiano non si basi affatto sul “Sol Invictus”, ma sulle feste “Saturnali” dedicate all’insediamento nel tempio del dio Saturno. In realtà esse non sono mai state celebrate il 25 dicembre, si svolgevano dal 17 al 23 dicembre e non avrebbe avuto alcun senso far cadere il Natale cristiano dopo due giorni dal termine delle celebrazioni.

 

Descrizione dei fatti. Rimaniamo sull’origine pagana del Natale di Cristo, come tentativo di scalzare la festa del Sol Invictus. Nei primi due secoli la data di nascita del Cristo non era la stessa per tutti i luoghi: in Oriente alcuni celebravano il Natale il 20 maggio, altri il 20 aprile; altri ancora il 17 novembre. In Occidente in alcune zone si celebrava il 28 marzo; mentre in altre regioni già si era scelto il giorno del 25 dicembre. Solo nel IV secolo in Occidente si pervenne ad una concordanza su questa data, fissando in tal modo l’attenzione sulla realtà umana di Cristo.

La prima data in cui si certifica chiaramente la festa cristiana del 25 dicembre è il 336 d.C., ovvero quando venne scritta la Depositio Martyrum, un primo tentativo di calendario liturgico, nel quale accanto al 25 dicembre si legge: “natus Christus in Betleem Iudeae”. Tuttavia nel 275 d.C., sessantuno anni prima, l’imperatore romano Aureliano eresse un tempio a Roma, istituendo un collegio sacerdotale e fissando la data del dies natalis del Sol invictus al 25 dicembre. Tale festa avveniva durante il solstizio d’inverno (la “rinascita” del sole), ovvero tra il 22 e il 24 dicembre (nell’emisfero Nord). Occorre precisare che nessuna fonte storica contemporanea ad Aureliano, o a lui precedente, testimonia una festa del sole il 25 dicembre. La prima attestazione in questo senso risale alla Cronografia del 354 (detta anche Calendario filocaliano), un composito testo cristiano databile appunto nel 354 d.C. e redatto a Roma. Nello stesso documento (nella 12° parte) compare anche il già citato Depositio Martyrum, del 336 d.C., in cui si riporta il festeggiamento della nascita di Cristo al 25 dicembre.

Non c’è dunque certezza su chi abbia per primo usato la data del 25 dicembre come festa propria: sono stati i cristiani a far calare la nascita di Cristo sulla festa del Sole Invitto, sono stati i pagani a tentare di contenere l’esplosione della nuova religione nell’impero romano, oppure le due date sono state scelte in modo indipendete?

 

Sostenitori della tesi “pagana”. Secondo diversi studiosi (H. Usener 1889, H. Lietzmann, FJ Dölger 1925 e Bernard Botte 1932), compresa anche l’enciclopedia Treccani, sarebbero stati cristiani ad “arrivare dopo”: avrebbero identificato la nascita di Gesù il 25 dicembre per “cristianizzare” la festa pagana. E’ un’ipotesi avanzata tardivamente, verso la fine del XII secolo dal vescovo siriano Jacob Bar-Salibi, il quale ha sostenuto che la festa di Natale è stata effettivamente spostata dal 6 gennaio al 25 dicembre in modo da cadere sulla stessa data della festa pagana: «era costume dei pagani celebrare al 25 dicembre la nascita del Sole, in onore del quale accendevano fuochi come segno di festività. Anche i Cristiani prendevano parte a queste solennità. Quando i dotti della Chiesa notarono che i Cristiani erano fin troppo legati a questa festività, decisero in concilio che la “vera” Natività doveva essere proclamata in quel giorno.». (J. Bar-Salibi da Christianity and Paganism in the Fourth to Eighth Centuries, Ramsay MacMullen. Yale, 1997, p. 155). Tuttavia tale spiegazione risulta essere in contrasto con il fatto che i primi cristiani erano ridicolizzati e perseguitati proprio perché non partecipavano alle feste e alle celebrazioni pagane (dato che adoravano un invisibile Dio, furono definiti “atei” dai pagani). In ogni caso l’idea è stata ripresa da studiosi dei secoli tardo XVII, sopratutto da puritani inglesi e scozzesi presbiteriani e da Paul Ernst Jablonski, un tedesco protestante con l’intenzione di dimostrare che la celebrazione della nascita di Cristo il 25 dicembre è stata una delle tante “paganizzazioni” del cristianesimo che la Chiesa del IV secolo ha abbracciato

Altri sostengono che fu l’Imperatore Costantino -cultore del Dio Sole prima di abbracciare la fede cristiana- a trasformare nel 330 d.C. la festa pagana del Deus Sol Invictus del 25 dicembre in festa cristiana. Infatti nei primi tre secoli del Cristianesimo, la nascita di Cristo aveva date diverse: 18 aprile, 29 maggio, per S.Cipriano era il 28 marzo, secondo Clemente Alessandrino il 20 maggio o il 10 gennaio o il 6 gennaio, poi prevalse la decisione di Costantino. La nostra tradizione avrebbe cominciato a festeggiare il Natale il 25 dicembre dopo il Concilio di Nicea (325), quando il cristianesimo si diffuse grazie alla libertà di culto.

 

Obiezioni e sostenitori della tesi “cristiana”. La pensano diversamente altri studiosi. Essi sottolineano innanzitutto che la prima citazione della celebrazione del Natala cristiano al 25 dicembre proviene da Ippolito di Roma (martirizzato nel 235 d.C.), quando nel suo Commentario su Daniele risalente al 203 d.C., scrive: «La prima venuta di nostro Signore, che nella carne, nella quale egli nacque a Betlemme, ebbe luogo otto giorni prima delle calende di gennaio», vale a dire otto giorni prima del 1° gennaio, cioè il 25 dicembre. Dunque l’uso di tale data da parte dei cristiani sarebbe accertata 133 anni prima di quella usata per il Sol Invictus (336 d.C.), tuttavia su questo passo di Ippolito non c’è una unanimità di consensi: per alcuni esegeti è considerato come interpolato successivamente (cfr. B. Altaner, O. Bardenhewer e F. X. Funk), mentre altri lo vedono come autentico (W. Bauer, A. Harnack e M. Lefèvre). Il documento unanimemente accettato rimane dunque quello che attesta tale data al 336 d.C. Lo studioso Michele Loconsole, ha affermato anche che la Chiesa primitiva, soprattutto d’Oriente, aveva fissato la data di nascita di Gesù al 25 dicembre già nei primissimi anni successivi alla sua morte. Il dato è stato ricavato dallo studio della primitiva tradizione di matrice giudeo-cristiana – risultata fedelissima al vaglio degli storici contemporanei – e che ha avuto origine dalla cerchia dei familiari di Gesù, ossia dalla originaria Chiesa di Gerusalemme e di Palestina. Steven Hijmans, docente di arte romana e archeologia presso l’University of Alberta, ha sostenuto che «rappresentare la religione pagana come una potenziale minaccia al cristianesimo, non è supportata da alcuna prova evidente. L’affermazione che il 25 dicembre era un festa particolarmente popolare per il Sol Invictus nella tarda antichità è altrettanto infondata […]. non vi è alcuna prova che Aureliano istituì una celebrazione del Sol Invictus in quel giorno. Non vi è alcuna prova che una celebrazione religiosa del Sol Invictus in quel giorno abbia preceduto la celebrazione del Natale». Nel suo studio egli mette fortemente in dubbio la tesi che il Natale sia stato istituito il 25 dicembre per contrastare una popolare festa pagana.

Si sottolinea inoltre che prima del 354 d.C, ancora durante il regno di Licinio (imperatore dal 308 al 324 d.C.) il culto al dio solare veniva celebrato il 19 dicembre, e non il 25 (cfr. l’iscrizione citata da Allan S. Hoey, Official Policy towards Oriental Cults in the Roman Army, Transactions and Proceedings of the American Philological Association (70) 1939, pp 456-481, a p. 480, nota 128, citato da M. Loconsole, “La festa del Natale precede quella pagana del dio sole“, Zenit 6/01/10 e W.J. Tighe, Calculating Christmas). Si aggiunge poi che questa antica festa astronomica veniva celebrata anche in diverse altre date dell’anno, tra cui spesso veniva scelto il periodo compreso tra il 19 e il 22 ottobre. Quella del 25 dicembre si sarebbe imposta soltanto dopo la metà del IV secolo d.C. (cfr. M. R. Salzman, New Evidence for the Dating of the Calendar at Santa Maria Maggiore in Rome, Transactions of the American Philological Association (111) 1981, pp. 215-227, a p. 221, citata da M. Loconsole, “La festa del Natale precede quella pagana del dio sole“, Zenit 6/01/10).

Secondo Thomas Talley, l’imperatore Aureliano avrebbe inaugurato la festa del Sol Invictus cercando di dare nuova vita – una rinascita – ad un morente Impero Romano. E’ molto più probabile, egli sostiene, che l’azione dell’imperatore sia stata una risposta alla crescente popolarità e alla forza della religione cattolica, che celebrava la nascita di Cristo il 25 dicembre, e non il contrario (T. Talley, The Origins of the Liturgical Year, Collegeville, MN: Liturgical Press, 1991, pag. 88-91). Aureliano, lo ricordiamo, fu effettivamente un forte persecutore di cristiani.

Inoltre diversi autori cristiani contemporanei ai fatti, come Ambrogio (c. 339-397) hanno avanzato una connessione tra il solstizio d’inverno e la nascita di Gesù, descrivendo Cristo come il vero sole che ha eclissato gli dei caduti del vecchio ordine, ma mai alludendo a una “operazione politica” della Chiesa, piuttosto osservando la coincidenza come un segno provvidenziale, come prova naturale che Dio aveva scelto Gesù nel corso dei falsi dei pagani. Si fa anche presente che a Petovio (l’attuale Ptuj, in Slovenia), è stata recuperata la testimonianza di Vittorino che verso la fine del III secolo afferma: «Abbiamo trovato, tra le carte di Alessandro, che fu Vescovo a Gerusalemme, ciò che egli trascrisse di suo pugno da documenti apostolici: l’ottavo giorno delle calende di gennaio [ossia il 25 dicembre] è nato Nostro Signore Gesù Cristo, sotto il consolato di Sulpicio e Camerino […]» Alessandro morì nel 251 d.C. Inoltre, lo riprenderemo più avanti, occorre tenere presente che la festività dell’Annuncio dell’arcangelo Gabriele a Zaccaria è una festa presente nella Chiesa primitiva giudeo-cristiana fin dal I secolo, e che la sua memoria al 23 settembre faceva ricavare conseguentemente la nascita di Gesù all’incirca 15 mesi dopo, cioè al 25 dicembre (il motivo sarà esplicitato più sotto).

Occorre anche ricordare che fino a quando non è stato pubblicato l’Editto di Milano (313 d.C.), i cristiani erano fortemente perseguitati e si rifugiavano frequentemente nelle catacombe. Quindi, anche se avessero festeggiato il Natale al 25 dicembre non lo avrebbero certo fatto in modo pubblico, inoltre fin da subito hanno rivendicato una propria identità in opposizione al loro ambiente culturale, soprattutto in relazione ad altre religioni. Esisterebbero infatti inni e preghiere dei primi cristiani che mostrano il festeggiamento del Natale prima dell’Editto di Costantino (Daniel-Rops, Prières des Premiers Chrétiens, Paris: Fayard, 1952, pp 125-127, 228-229, citato in M.T. Horvat, Christmas Was Never a Pagan Holiday). Si ricorda infine quanto dice Agostino di Ippona nel 400 d.C., il quale parla di un gruppo locale di dissidenti cristiani, i donatisti, i quali festeggiavano il Natale il 25 dicembre, rifiutandosi però di celebrare l’Epifania il 6 gennaio, considerandola come una novità. Dal momento che il gruppo donatista è emerso solo durante la persecuzione nel 312 d.C, sotto Diocleziano nel 312 d.C., per poi rimanere ostinatamente attaccato alle pratiche di quel momento, questa sembra una tesi a favore della originalità cristiana. Come già detto, infatti, la prima data certa che attesta al 25 dicembre la festa pagana del Sol Invictus è datata 336 d.C.

La stessa tesi è sostenuta infine anche da William J. Tighe, docente di storia presso il Muhlenberg College di Allentown (Pennsylvania). Egli spiega chiaramente che «la scelta del 25 dicembre è il risultato di tentativi tra i primi cristiani di capire la data di nascita di Gesù in base a calcoli calendariali, che non avevano niente a che fare con le feste pagane. Piuttosto, la festa pagana della “Nascita del Sole Invitto”, istituita dall’imperatore romano Aureliano il 25 dicembre 274, fu quasi certamente un tentativo di creare una valida alternativa pagana a una data che era già di una certa importanza per i cristiani romani»

 

La “tesi pagana” non imbarazza i cristiani. Volendo comunque dare credito alla prima tesi, ovvero all’originalità pagana della festa, alcuni parlano di usurpazione impropria e illegittima da parte della Chiesa cristiana, finalizzata a “ingannare” il popolo. In realtà, come spiegato sull’Enciclopedia Treccani, in qualunque incontro tra culture diverse fenomeni di assimilazione e sostituzione sono comuni: il cristianesimo primitivo ha preferito coglierne il significato simbolico e trasferirlo in Cristo, così come ha valorizzato diversi elementi della cultura greco romana (pensiamo ai termini “tempio”, “sacerdote”, “pontefice”, l’aureola, i concetti di sostanza, logos, anima o i numerosi templi pagani dell’impero non distrutti ma convertiti al culto cristiano). L’inculturazione della fede è un fenomeno normale, comune e legittimo della vita della Chiesa, si tratta della trasformazione, dell’integrazione e del potenziamento dei valori che si incontrano nelle civiltà in cui si innesta il cristianesimo. Esse non vengono cancellate, ma valorizzate attraverso una spiritualità nuova. L’importante, teologicamente parlando, è che essa non produca l’abbandono di alcuni dogmi cristiani o l’introduzione di credenze pagane, producendo così una nuova religione sincretistica, ma questo ovviamente non è il caso della natalità di Cristo, la cui vicenda rimane unica, irripetibile e radicale. Come ha spiegato Elesha Coffman, storica presso la Waynesburg University, è stato «uno sforzo per rimodellare la cultura -anche le festività- in modo positivo».

A conferma della legittimità della Chiesa di questa inculturazione del paganesimo, troviamo tra i sostenitori di tale tesi anche Benedetto XVI, il quale nel 2006 ha sostenuto la stessa ipotesi dimostrando che aderire ad essa non comporta affatto nessun imbarazzo per i cristiani. Ha scritto infatti: «Il mondo in cui sorse la festa di natale era dominato da un sentimento che è molto simile al nostro […]. Il 25 dicembre, al centro com’è dei giorni del solstizio invernale  doveva essere commemorato come il giorno natale, ricorrente ogni anno, della luce che si rigenera in tutti i tramonti […] Quest’epoca, nella quale alcuni imperatori romani avevano cercato di dare ai loro sudditi  in mezzo all’inarrestabile caduta delle antiche divinità, una fede nuova con il culto del sole invitto, coincide col tempo in cui la fede cristiana tese la sua mano all’uomo greco-romano. Essa trovò nel culto del sole uno dei suoi nemici più pericolosi. Tale segno, infatti, era posto troppo palesemente davanti agli occhi degli uomini, in maniera molto più palese e allettante del segno della croce, col quale procedevano gli araldi cristiani. Ciononostante, la fede e la luce invisibile di questi ultimi ebbero il sopravvento sul messaggio visibile, col quale l’antico paganesimo aveva cercato di affermarsi. Molto presto i cristiani rivendicarono per loro il 25 dicembre il giorno natale della luce invitta, e lo celebrarono come natale di Cristo, come giorno in cui essi avevano trovato la vera luce del mondo. Essi dissero ai pagani: il sole è buono e noi ci rallegriamo non meno di voi per la sua continua vittoria, ma il sole non possiede alcuna forza da se stesso. Può esistere e aver forza solo perché Dio lo ha creato. Esso ci parla quindi della vera lu­ce, di Dio. E il vero Dio che si deve celebrare, la sorgente originaria di ogni luce, non la sua opera, che non avrebbe alcuna for­za da sola».

Il Pontefice ha quindi concluso la sua riflessione: «sentiamo che il dialogo del cristiano con gli adoratori romani del sole è, al tempo stesso, il dialogo del credente di oggi col suo fratello incredulo è il dialogo incessante tra fede e mondo […]. Noi possediamo la certezza divina che la luce ha già vinto nella profondità occulta della storia e che tutti i progressi del male nel mondo, per grandi che essi siano, non possono assolutamente cambiare le cose. Il solstizio invernale della storia si è irrevocabilmente verificato con la nascita del bambino di Betlemme» (J. Ratzinger, Chi ci aiuta a vivere? Su Dio e l’uomo, Queriniana 2006, pagg. 97-103).

 
 

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3. IL 25 DICEMBRE HA UN’ORIGINE CRISTIANA-SIMBOLICA?

Diversi studiosi hanno avanzato un’altra tesi rispetto a quella precedentemente esposta: hanno anch’essi appoggiato l’idea che la scelta del 25 dicembre sia stata convenzionale/simbolica da parte della chiesa primitiva, ma affermano che essa sia stata identificata usando criteri indipendenti e non necessariamente legati alle feste pagane, anche se sovrapponibili.

 

Ipotesi del calcolo. Per la scelta del 25 dicembre, in modo indipendente dalla festa pagana, ci sarebbe la cosiddetta ipotesi del calcolo o “teoria computazionale”, ed è stata suggerita da L. Duchesne (1889), H. Engberding (1949) e ripresa da Thomas Talley (1991). Essa, si basa sulla tradizione dei patriarchi ebrei che vuole che essi siano morti nella data del loro compleanno (calcolando con un numero intero di anni, dato che le frazioni di anni erano ritenute imperfezioni): essendo il Cristo un essere perfetto, anche per lui la data del giorno in cui fu concepito doveva essere la stessa data della sua morte, così da rendere perfetto il ciclo delle feste. Nel 207 d.C. Tertulliano ha identificato come data di morte del Cristo il 25 marzo (8° giorno alle calende d’Aprile) dell’anno 29 (cfr. Tertulliano, Contro i Giudei 8,18), una scelta certamente simbolica, legata all’equinozio di primavera del calendario romano (il giorno perfetto, dove la notte ed il giorno si equilibrano) e alla ipotetica creazione del mondo secondo la tradizione ebraica (come del sacrificio di Abramo e del passaggio del mare rosso). Assumendo tale data, anche il concepimento del Cristo (l’annuncio a Maria) sarebbe avvenuto il 25 marzo e dunque la nascita nove mesi dopo, al 25 dicembre (solstizio d’inverno).

S. Agostino è testimone della tradizione secondo cui Cristo fu concepito e morì il 25 marzo: “Octavo enim Kalendas apriles conceptus creditur quo et passus» (De Trinitate IV, 5 ; cf. De diversis quaestionibus, 56) e la stessa cosa affermò nel 221 d.C. Sesto Giulia Africano, il quale nel suo Chronographiai, pose al 25 marzo sia la data della passione di Cristo che quella dell’annuncio a Maria (concepimento di Gesù). Abbiamo poi già citato Ippolito di Roma, il quale nel 203 d.C. certifica la festa del Natale cristiano al 25 dicembre, anche se in molti lo ritengono un’informazione aggiunta posteriormente e la testimonianza di Vittorino sul vescovo di Gerusalemme, Alessandro, il quale, prima del 251 d.C. affermò il 25 dicembre come festa cristiana.

Una variante della stessa tesi è basata sull’astronomia: secondo le idee del tempo si riteneva che la creazione del mondo fosse avvenuta all’equinozio di primavera, assegnato allora al 25 di marzo (non al 21). Ragionando secondo questa idea, si riteneva che anche la seconda creazione, ossia la concezione di Cristo nel seno di Maria, doveva essere avvenuta il 25 di marzo. Ne derivava di conseguenza che la nascita del Salvatore andava assegnata al 25 dicembre, nove mesi dopo la sua concezione.

 

Ipotesi del Cristo-Luce del mondo. Un’altra considerazione, con basi astronomiche ma anche bibliche, confermava gli antichi in questo loro ragionamento. E’ noto infatti come verso il 25 dicembre il sole riprende la sua ascesa dopo il solstizio invernale. Era questo un particolare che induceva gli antichi a collegarvi il sorgere dei Sole di giustizia, che è Cristo Signore. E’ molto probabile infatti che i cristiani abbiano interpretato il ben radicato simbolismo solare presente nelle Scritture come profezia dell’incarnazione di Dio in Gesù Cristo, scegliendo quindi la data del 25 dicembre (solstizio d’inverno). Ad esempio il profeta Malachia fa dire a Dio: «la mia giustizia sorgerà come un sole e i suoi raggi porteranno la guarigione…il giorno in cui io manifesterò la mia potenza, voi schiaccerete i malvagi» (Libro di Malachia, 3, 20-21). Questa analogia tra la manifestazione di Dio e il sorgere del sole risale al Libro di Isaia (Is 30, 26 e Is 62, 1) ed è ripreso anche nel Libro della Sapienza (Sap 5, 6). Sarà lo stesso Gesù ad applicarle a se stesso le parole di Isaia (Matteo, 4, 16), come fece anche in questa occasione: «Io sono la luce del mondo. Chi crede in me non cammina nelle tenebre» (Gv, 8, 12). Questa interpretazione è implicita già nel primo capitolo del vangelo di Luca (Lc 1, 79-79), in cui Zaccaria profetizza che: «Grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge, per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte e dirigere i nostri passi sulla via della pace» (Lc, 1, 79 s.), ed infatti nel capitolo successivo Gesù è presentato come «luce per illuminare le nazioni» (Lc 2, 32). Il simbolismo teologico “Cristo-Luce del mondo” è caratteristico anche del Vangelo di Giovanni (Gv 1, 4-9) e delle Lettere di San Paolo (ad es. Ef 5,14), esso ricorda inoltre sia la Trasfigurazione, durante la quale il volto di Cristo splendeva come il sole (Mt 17, 2), sia soprattutto la Resurrezione, di cui il risorgere quotidiano del sole può essere considerato una metafora. Anche nell’Apocalisse di Giovanni quando Cristo appare all’apostolo: «il suo volto era come il sole quando splende con tutta la sua forza» (1, 16). Anche Sant’Ambrogio (c. 339-397), come citato sopra, connette il solstizio d’inverno e la nascita di Gesù senza alludendo ad alcuna sostituzione della festa pagana, ma riconoscendo in essa un segno provvidenziale. Steven Hijmans, docente di arte romana e archeologia presso l’University of Alberta, ha sostenuto esattamente questa tesi, facendo notare come i cristiani guardassero con attenzione al solstizio d’inverno e alla considerazioni cosmiche, la sua conclusione è chiara: «E’ stato il simbolismo cosmico che ha ispirato la leadership della Chiesa di Roma per eleggere il solstizio d’inverno, il 25 dicembre, come il compleanno di Cristo, e il solstizio d’estate, come quello di Giovanni Battista, integrato dagli equinozi delle loro rispettive date di concepimento. Mentre erano a conoscenza che i pagani chiamavano questo giorno come il “compleanno” del Sol Invictus, questo non ha giocato alcun ruolo nella scelta della data per il Natale».

Una conferma di tutto questo arriva anche dall’arte: i primi cristiani avvertivano infatti la necessità di manifestare questa loro fede anche con le arti figurative. Ci sono arrivati diversi affreschi e mosaici che paragonano Cristo al sole. Un esempio per tutti si trova nella necropoli vaticana dove nel mosaico del soffitto del mausoleo M, composto tra il 150-180 d.C., abbiamo la raffigurazione di Cristo-Sole che ascende al cielo.

Secondo queste tesi, dunque, la scelta del 25 dicembre vene identificata in modo totalmente autonomo e indifferente dal fatto che la stessa data o periodo di tempo fosse già usata dalle feste pagane. Le due feste potrebbero dunque essere sorte pressoché contemporaneamente, parallelamente e senza alcuna intenzione di mutua incidenza. E’ anche possibile comunque che la volontà di sostituire la festa pagana sia coesistente alla scelta del 25 dicembre per motivi prettamente biblici-astronomici.

 
 

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4. IL 25 DICEMBRE E’ LA VERA DATA DI NASCITA DI GESU?

Altri studiosi si discostano dalle due tesi precedenti e affermano che il 25 dicembre non è affatto una data simbolica-convenzionale, ma è la vera data storicamente esatta della nascita di Cristo

Tesi archeologico-biblica. Tale tesi (qui ben spiegata in italiano) è basata sulle importanti scoperte archeologiche di Qumran, grazie al Calendario di Qumran e al ritrovamento sopratutto del Libro dei Giubilei (II secolo a.C.). L’evangelista Luca riferisce che l’arcangelo Gabriele annunciò a Zaccaria la nascita del figlio Giovanni Battista, mentre egli stava svolgendo le sue funzioni sacerdotali davanti a Dio nel tempio, nel turno di Abia (Lc 1,62). Nel 1953 la grande specialista francese Annie Jaubert ha studiato il calendario del Libro dei Giubilei, scoprendo che numerosi frammenti di tale testo dimostrano non solo che esso era stato fatto proprio dagli esseni, ma che essi lo avevano usato almeno fino al I secolo d.C. (A. Jaubert, Le calendrier des Jubilées et de la secte de Qumran. Ses origines bibliques, in “Vetus Testamentum, Suppl.” 3 (1953) pp. 250-264). Nel 1958, lo studioso ebreo Shemarjahu Talmon, docente presso l’Università di Gerusalemme, ha ricostruito le turnazioni sacerdotali degli ebrei e, applicandole al calendario gregoriano, ha scoperto che la classe sacerdotale del turno di Abia svolgeva le sue funzioni due volte l’anno, e una di esse corrispondeva all’ultima decade di settembre (cfr. The Calendar Reckoning of the Sect from the Judean Desert. Aspects of the Dead Sea Scrolls, in Scripta Hierosolym itana, vol. IV, Jerusalem 1958, pp. 162-199). Risulta dunque storicamente attendibile la data tradizionale attribuita alla nascita di Giovanni Battista (24 giugno), avvenuta nove mesi dopo l’annuncio di Gabriele a Zaccaria (23 settembre)

Altri studiosi, stimolati da tale scoperta, hanno ricostruito la “filiera” di quella tradizione dei cristiani orientali che pone proprio tra il 23 e il 25 settembre l’annuncio a Zaccaria, giungendo alla conclusione che essa proveniva direttamente dalla Chiesa primitiva, giudeo-cristiana, di Gerusalemme. Tornando alle implicazioni di tale scoperta -passata quasi inosservata, purtroppo-, se è storicamente attendibile la data della nascita di Giovanni Battista (24 giugno), avvenuta nove mesi dopo l’annuncio di Gabriele a Zaccaria (23 settembre), allora ne consegue anche il fondamento storico dell’annunciazione dell’arcangelo Gabriele a Maria (e il concepimento verginale di Gesù) avvenuta “sei mesi dopo”, quindi nel marzo dell’anno successivo (il 25 marzo, secondo il calendario cattolico, come affermato nel 221 d.C. (circa) da Sesto Giulio Africano in Chronographiai):  «vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio» (Lc 1, 26-37).

Ovviamente, infine, essendoci sei mesi di distanza tra la nascita di Giovanni Battista e Gesù, tutto questo implica che anche la data del 25 dicembre, (nove mesi dopo), per determinare la nascita di Gesù, è storicamente fondata. Di conseguenza, come spiegato dal biblista Tommaso Federici, è una data storica anche quella della santa circoncisione, avvenuta otto giorni dopo la nascita, secondo la legge di Mosè (Lev 12, 1-3) e così, quaranta giorni dopo la nascita, il 2 febbraio, la “presentazione” di Gesù al tempio.

Di questa importante tesi ne ha parlato anche Antonio Socci, ed è stata sostenuta anche da Vittorio Messori, che inizialmente aderiva all’ipotesi della scelta arbitraria da parte cristiana per contrastare la festa pagana.

 

L’obiezione dei pastori. Una postilla finale: contro la nascita di Gesù il 25 dicembre viene spesso citato il fatto che in Palestina i pastori, non più tardi del 15 ottobre, riportano il loro gregge al riparo per proteggerlo dal freddo, dalla pioggia e dalla neve. Nei Vangeli, invece, si legge che la notte in cui ebbero l’annuncio della nascita del Salvatore, stavano facendo la guardia al gregge all’aperto (Luca 2:8). A questa obiezione ha risposto Michele Loconsole, dottore in Sacra Teologia Ecumenica, il quale ha spiegato che i giudei distinguono tre tipi di greggi: quello composto da sole pecore dalla lana bianca, quello formato da pecore la cui lana è in parte bianca, in parte nera e quello formato da pecore la cui lana è nera: questi ultimi animali, ritenuti impuri, non possono entrare né in città né nell’ovile, neppure dopo il tramonto, quindi costretti a permanere all’aperto con i loro pastori sempre, giorno e notte, inverno e estate. Inoltre, il testo evangelico riferisce che i pastori facevano turni di guardia: fatto che appare comprensibile solo se la notte è lunga e fredda, proprio come quelle d’inverno. John Stormer ha invece dato un’altra spiegazione: i pastori solitamente trascorrono la notte nei campi con il loro gregge quando gli agnelli sono nati da poco. Le pecore diventano attraenti per i montoni dopo il 21 giugno, e il periodo di gestazione normale è di cinque mesi, così che i nuovi agnelli nascono a metà dicembre.

 
 

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5. CONCLUSIONE

Abbiamo dunque valutato le tre tesi dibattute sull’origine del 25 dicembre. Quel che sostiene la vulgata corrente -compreso Benedetto XVI, come abbiamo visto-, cioè la “cristianizzazione” di una festa pagana ha alcune buone motivazione ma esistono altrettante valide obiezioni di cui non si può non tenere conto: è infatti altrettanto probabile che siano stati i romani a “paganizzare” una festa cristiana. Valida risulta anche l’ipotesi che le due feste siano state identificate in modo totalmente indipendente le une dalle altre, i pagani per decisione di Aureliano e i cristiani in modo simbolico basandosi su riflessioni biblico-astronomiche.

Ad una osservazione oggettiva risulta tuttavia molto più attendibile la terza ipotesi, quella basata sugli studi di Annie Jaubert e sopratutto di Shemarjahu Talmon (ebreo, quindi al di sopra delle parti), i quali hanno sostenuto che la data del 25 dicembre è storicamente accertata, e di conseguenza anche tutte le date stabilite dalla tradizione cristiana che vanno perfettamente a collimare con le scoperte di Qumran: l’annuncio di Gabriele a Zaccaria della nascita di Giovanni Battista (23 settembre), la nascita di Giovanni Battista avvenuta nove mesi dopo (24 giugno), l’annuncio dell’arcangelo Gabriele a Maria (e il concepimento verginale di Gesù) avvenuta sei mesi dopo (25 marzo) e, infine, la nascita di Gesù avvenuta nove mesi dopo (25 dicembre).

In ogni caso, anche se si volesse rifiutare quest’ultima tesi e aderire alla “cristianizzazione” di una festa pagana, è importante ribadire come già abbiamo fatto che nulla ci sarebbe di imbarazzante per i cristiani: l’inculturazione manifesta quell’attitudine della chiesa primitiva a guardare con attenzione al mondo nel quale viveva colui al quale si annunciava il vangelo, per coglierne quegli aspetti che potessero aiutarlo a comprendere la novità portata dal Cristo, secondo l’adagio paolino: “Esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono, fuggire ogni specie di male” (1Ts 5,21-22). La chiesa di Roma, se si vuole aderire a questa tesi, ha deciso di celebrare la festa del Natale del Signore, vera luce del mondo, proprio nel giorno in cui l’uomo pagano si rivolgeva, ormai incredulo, al Sol invictus, chiedendogli benedizione e salvezza. Nessuno può rinfacciare dunque nulla, lo conferma il fatto che lo stesso Pontefice cattolico aderisce apertamente a questa tesi, che invece per molti dovrebbe “mettere in scacco” i cristiani.

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La profezia delle “settanta settimane”

La cosiddetta profezia delle “Settanta settimana” è contenuta nell’Antico Testamento, in particolare nel Libro di Daniele e sembra predire esattamente la venuta del Messia.

Secondo Wikipedia (e anche Cathopedia) l’ipotesi maggiormente condivisa dagli studiosi sarebbe che la redazione definitiva del Libro sia avvenuta in Giudea attorno al 164 a.C., elaborando materiali antichi. E’ una decisione presa durante gli anni di razionalismo e revisionismo storico, dove venne messa in dubbio anche l’autenticità stessa del libro di Daniele. Fu l’Encyclopedia Britannica a sostenere che la data avrebbe dovuto collocarsi tra il 167 e il 164 a.C., rifacendosi alle teorie del III secolo d.C. avanzate dal filosofo anticristiano Porfirio. Molti studiosi oggi ritengono comunque che la data di compilazione sia attorno al 536 a.C. e che il Libro sia stato redatto a Babilonia. Ma questo non interessa molto la nostra trattazione, quello che è importante è che sia certificata la sua presenza prima di Cristo.

La stratificazione di testi diversi si riflette nel fatto che il Libro è scritto in parte in ebraico, aramaico e in parte in greco. I contenuti sono basati sulle parole del profeta Daniele, vissuto durante l’esilio babilonese (a partire dal 605 a.C.). Secondo lo storico Giuseppe Flavio, Daniele fa parte della stirpe regale davidica (Antichità giudaiche, X,X,1). Moltissimi storici concordano sul fatto che Daniele, oltre 500 anni prima (o oltre 100 anni prima a seconda dei punti di vista) profetizzò in modo dettagliato la venuta di Gesù Cristo, la sua Passione, la morte e la distruzione di Gerusalemme, indicando il preciso periodo temporale in cui tutto questo sarebbe dovuto avvenire. Questa è la cosiddetta “profezia delle settanta settimane”. E’ importante sottolineare ancora che il contenuto della profezia venne ultimato, diffuso e conosciuto sicuramente prima del 163 a.C.

 

 
 
 
 
 
 
 

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LA PROFEZIA DI DANIELE

Il Libro racconta che nel 538 a.C. Ciro II di Persia (detto anche “il Grande”) conquista il regno babilonese ed emette un editto con il quale consente agli ebrei di fare ritorno in patria e ricostruire il tempio di Gerusalemme. Questo fatto era stato profetizzato dal profeta Geremia (cfr. La profezia del profeta Geremia). Gruppi di ebrei cominciarono a tornare, e Daniele, facendo parlare Dio, annuncia loro questa profezia.

«Settanta settimane sono fissate per il tuo popolo e per la tua santa città per mettere fine all’empietà, mettere i sigilli ai peccati, espiare l’iniquità, portare una giustizia eterna, suggellare visione e profezia e ungere il Santo dei santi. Sappi e intendi bene. Da quando uscì la parola sul ritorno e la ricostruzione di Gerusalemme fino a un principe consacrato, vi saranno sette settimane. Durante sessantadue settimane saranno restaurati, riedificati piazze e fossati e ciò in tempi angosciosi. Dopo sessantadue settimane un unto (che significa Messia, Cristo, nda) sarà soppresso senza colpa in lui. Il popolo di un principe che verrà distruggerà la città e il santuario. Egli stringerà una forte alleanza con molti per una settimana e, nello spazio di metà settimana, farà cessare il sacrificio e l’offerta. Sull’ala del Tempio porrà l’abominio della desolazione e ciò sarà sino alla fine, fino al termine segnato sul devastatore» (Dan 9,24-27)

SI PARLA DI ANNI E NON DI SETTIMANE. Questo genere di profezia è unica nell’Antico Testamento. Non solo Daniele annuncia che sta per finire l’esilio e Israele sta per tornare, ma pare proprio indicare un preciso momento della storia -ovvero fra «Settanta settimane»- quando sarà instaurato il regno del Messia, del Cristo. Osserviamo che si parla di «settimane» e non di «anni», tuttavia tutte le interpretazioni ritengono però che si tratti di settimane di anni, quindi in totale 490 anni (70×7). Questa chiave di lettura coincide con altri passaggi nella Bibbia: in Genesi 29,26-28 si legge: «Rispose Làbano: “Non si usa far così nel nostro paese, dare, cioè, la più piccola prima della maggiore. Finisci questa settimana nuziale, poi ti darà anche quest’altra per il servizio che tu presterai presso di me per altri sette anni». E in Levitico 25:8: «Conterai pure sette settimane d’anni: sette volte sette anni; e queste sette settimane d’anni ti faranno un periodo di 49 anni». Inoltre, la frase di Daniele non avrebbero assolutamente senso se assumessimo che, ad esempio, in 7 giorni si possa stringere alleanza con molti e che addirittura in metà settimana, quindi in 3,5 giorni (??), si possano interrompere sacrifici e offerte sacrificali (ricordiamo che la cadenza settimanale di sette giorni era già accertata da dopo l’esilio babilonese, quindi nel 586 a.C., anche se probabilmente l’uso preesisteva da molto tempo. Anche la versione italiana della Bibbia ebraica, edizione del 1967, fa notare: «Qui settimane si devono intendere di anni; settanta settimane di anni» (Gli agiografi, ed. 1967, p. 271).

Le settanta settimane (490 anni) vengono quindi divise da Daniele in modo preciso in tre periodi: 7 settimane (ovvero, 49 anni), 62 settimane (434 anni) e 1 settimana (7 anni). Le prime 7 settimane (49 anni) passeranno dal decreto per la ricostruzione di Gerusalemme fino alla fondamentale figura di un consacrato (che nella versione greca di Teodizione viene definito “unto”, nel senso della consacrazione ebraica e “comandante o “leader”). Dopo le 7 settimane, ci vorranno altre sessantadue settimane (434 anni) per ricostruire Gerusalemme e il Tempio. Sarà un periodo di lotta e di prove. Dopo questi 483 anni (49 + 434), verrà il Messia e sarà ucciso ingiustamente. Dopo di ché, in una settimana (cioè 7 anni), un principe straniero distruggerà Gerusalemme e il Tempio, ponendo fine del culto antico. Il termine «inondazione» sottolinea il carattere apocalittico dell’evento.

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COMPIMENTO DELLA PROFEZIA DI DANIELE CON GESU’

Per calcolare precisamente l’anno in cui la profezia si sarebbe dovuta compiere occorre valutare diverse varianti:
1) Identificare il decreto per la ricostruzione di Gerusalemme e del Tempio che il libro di Daniele indica come punto di partenza (“starting point”) delle «Settanta settimane».
2) Stabilire a che tipo di anno si fa riferimento, se quello solare di 365 anni o quello di 360 di cui si parla anche nella Genesi e nell’Apocalisse. Molti studiosi propendono per la seconda, anche se comunque il margine di errore è veramente trascurabile.

SI COMINCIA DA ARTASERSE II (445 a.C.). La profezia di Daniele chiede di partire a contare: «Da quando uscì la parola sul ritorno e la ricostruzione di Gerusalemme». Tra tutte le ipotesi possibili, l’unica a rispettare queste richieste è quella che parte dal decreto di Artaserse II del 445 a.C. nel mese pasquale di Nisan, dove, come si legge in Neemia 2:1, a differenza di tutti quelli precedenti (Ciro, Dario I, che poi confermò soltanto l’editto di Ciro, e Artaserse I Longimano) autorizzava effettivamente la ricostruzione di Gerusalemme e delle sue mura. Il decreto di Artaserse II è stato sicuramente emesso nel 445 d.C., il livello di certezza è elevatissimo e deriva da fonti bibliche, non bibliche, da registrazioni astronomiche e dalle tavole cronologiche di Claudio Tolomeo. Anche se si considera l’anno sidereo di 365 il risultato, come dicevamo, differisce di poco.

SETTE SETTIMANE FINO A ESDRA. La profezia di Daniele continua così: «Da quando uscì la parola sul ritorno e la ricostruzione di Gerusalemme fino a un principe consacrato, vi saranno sette settimane». Partendo dal 445 a.C. e avanzando di sette settimane, ovvero 49 anni “profetici” (in realtà sono 48 quelli “reali”) fino al 397 a.C. si arriva ad un personaggio chiave per la rinascita di Israele (un «principe consacrato»), sia dal punto di vista civile che religioso. Proprio in quell’anno corrisponde il nulla osta di Artaserse II ad alcuni capi di Israele capeggiati da Esdra, per tornare a Gersusalemme e rifondare lo Stato ebraico. Esdra è un sacerdote e scriba che ricostruì l’identità religiosa e civile di Israele. Ebbe un ruolo molto importante, viene considerato come una delle figure più importanti dell’Antico Testamento e gli ebrei lo considerarono come un secondo Mosè. Humphrey Prideaux ha scritto: «Esdra è stato visto come un altro Mosè, con ragione è stato considerato il secondo fondatore della Chiesa e dello Stato dei Giudei» (J. Prideaux, “Histoire des Juifs”, t. II, cap. V). Esdra dunque corrisponde perfettamente all’identikit richiesto.

69 SETTIMANE FINO ALLA PASSIONE DI GESU’. Dopo queste sette settimane in cui abbiamo trovato Esdra (“principe consacrato”), la profezie continua: «dopo sessantadue settimane un unto sarà soppresso senza colpa in lui». Per capire a chi portasse questo “unto”, R. Anderson e successivamente H.W. Hoehner (e molti altri prima di loro) hanno fatto qualche semplice calcolo adottando l’anno biblico di 360 giorni: moltiplicando le 69 settimane di anni citate dalla profezia (7+62) per una settimana di anni (7 anni) si trova che gli anni effettivi sono 483. Per sapere il numero dei giorni è semplice: 483 moltiplicato per 360 (ovvero i giorni dell’anno biblico) = 173.880 giorni. Questo il numero di giorni effettivo che secondo Daniele devono trascorrere tra l’editto di Artaserse II e la soppressione di un “unto innocente”. Ora, prendendo in considerazione l’anno di morte di Gesù, il 32 d.C. si arriva a questo strabiliante risultato: tenendo conto che l’anno 0 non esiste, considerando che dall’anno x1 a.C. all’anno x2 d.C. sono trascorsi (x1 + x2 -1) anni, dunque 476, e tenendo conto infine che un anno solare dura esattamente 365 gg, 5 h, 48 m, 45,8 s (quindi 365,2421968 giorni), si conclude che dal 445 a.C. al 32 d.C. sono passati esattamente 476 x 365,2421968 = 173.885,2857 giorni. Come si vede è un numero vicinissimo a quello voluto dalla profezia (173.880). Se poi consideriamo l’anno sidereo (o siderale) di 365 gg, 6 h, 9 min, 10 sec (365,2563657 gg), risulta che i giorni trascorsi sono pari a 173.862,0301 giorni (365,2563657 x 476), avvicinandoci dunque ancora di più. Dal 445 a.C. al 32 d.C. passano esattamente 69 settimane di anni con uno scarto inferiore ad un mese, la Passione di Gesù dunque viene centrata perfettamente dalla profezia di Daniele.

GESU’ CORRISPONDE AL PROFILO CHIESTO DA DANIELE. Il profeta utilizza per indicare questa figura la parola ebraica “Mesîah Nagid”, che deriva dalla radice aramaica “mashac” e significa “ungere”. La parola “Nagid”, usata come aggettivo (mentre Messia è il sostantivo), significa propriamente capo, conduttore, guida, duce, principe; letteralmente in ebraico: “quello che sta alla testa”, ma è usato nella sua funzione religiosa, il pastore che è stato designato da Dio per la Sua opera. L’espressione viene comunque tradotta dalla versione Vulgata come “Christum Ducem”, dalla Siriaca come “Cristo-Re”, da Teodozione come “Cristo egoumenou”. Va rilevato che il testo non dice: “fino a un capo, o conduttore, o guida o duce, il quale è stato unto”, ma “fino a (alla venuta di) un Unto”, a un prescelto quale Messia che è al tempo stesso capo, o conduttore, o guida, o duce. Daniele non intende dunque un personaggio qualunque e sconosciuto che per le sue caratteristiche è stato unto, ma specificamente l’Unto di Dio, il Messia, che è altresì capo, conduttore, guida, duce, e che Israele attendeva non solo per sé, ma come guida di tutte le nazioni. L’evidenza è così palese che coloro che vogliono rifiutare la messianicità della profezia identificano questo personaggio con il sommo sacerdote Onia III, e non possono che scrivere -come la “Bibbia di Gerusalemme”– che «lo stile letterario è allusivo e misterioso così fa intendere che il testo ha una portata alta» (La Bibbia di Gerusalemme, EDB 2002, a pag. 1938). Il filologo P. Winandy scrive: «Abbiamo notato che la letteratura qumraniana dà generalmente una prospettiva escatologica ad entrambi i termini “unto” e “capo”. Essi non sono mai applicati a un personaggio storico contemporaneo. Nell’apocalisse di Daniele, facendo parte di questa categoria di letteratura, siamo portati, di conseguenza, a dare a questi due termini una prospettiva messianica» (P. Winandy, “Étude philologique de Daniel” 9:24-27, 1977, p. 279). Insomma, solo il Cristo è l’unico personaggio dell’Antico Testamento ad essere sacerdote e re.

ULTIMA SETTIMANA: DISTRUZIONE DI GERUSALEMME (70 d.C.). La profezia di Daniele si chiude annunciando che dopo la venuta del Messia: «Il popolo di un principe che verrà distruggerà la città e il santuario. Egli stringerà una forte alleanza con molti per una settimana e, nello spazio di metà settimana, farà cessare il sacrificio e l’offerta. Sull’ala del Tempio porrà l’abominio della desolazione e ciò sarà sino alla fine, fino al termine segnato sul devastatore». Nessun altro evento storico, ad oggi, può soddisfare l’avverarsi di questa profezia se non la distruzione del tempio e della città avvenuta per mano dei romani nel 70 d.C. Si tratta dell’epilogo della guerra romano-giudaica del 67-74 d.C. che coincide perfettamente con gli eventi preconizzati da Daniele: dura esattamente 7 anni, ovvero una settimana di anni. Lo storico Giuseppe Flavio racconta nelle sue “Guerre Giudaiche” che il tempio è stato distrutto solo due volte nella storia: dai babilonesi la prima volta e dal futuro imperatore Tito la seconda ed ultima volta. Lo stesso viene confermato dalla Mishnah ebraica. Non c’è dunque nessun’altra interpretazione possibile che combaci con la profezia di Daniele. Il «principe che verrà» coincide con Vespasiano e poi Tito, leader dell’esercito romano, il quale effettivamente strinse «una forte alleanza con molti per una settimana», dove questi «molti» furono i regni circostanti come descritto nel dettaglio da Giuseppe Flavio in “Guerra giudaica”, e proprio costoro furono i più crudeli verso gli ebrei. Il vaticinio continua sostenendo che l’esercito straniero «distruggerà le città e il santuario»: esattamente ciò che fece l’esercito romano. E infine la parte più impressionante: in «metà settimana» distruggerà il Tempio, e la storia dimostra che ci vollero esattamente 3 anni e mezzo per conquistare e distruggere il Tempio: l’attacco di Vespasiano iniziò nei primi mesi del 67 d.C. (al massimo nella primavera di quell’anno) e il Tempio venne incendiato e distrutto dall’esercito romano nell’estate del 70 d.C. (nel giorno dieci del mese di Loos, dunque luglio), ovvero il secondo anno del regno di Vespasiano (Giuseppe Flavio, “Guerra Giudaica”, 6:250 e 6:268-269). La città venne distrutta subito dopo, nell’agosto del 70 d.C.. In totale, come si è detto, l’offensiva durò 7 anni, dal 67, anno dell’inizio dell’attacco di Vespasiano contro gli insorti, al 74 d.C. anno della conquista di Masada. La città e il tempio furono rase al suolo, Israele disperso e avvenne la fine dell’antico sacrificio e dell’antico culto. Sottolineiamo anche che la data del 70 d.C. appare a posteriori significativa perché tutta la profezia di Daniele si basa sul numero 7 e 70. Inoltre il vaticinio di Daniele è pronunciato esattamente al centro tra i precedenti 490 anni (70 settimane) in cui Davide conquista Gerusalemme e Salomone, suo figlio, costruisce il Tempio che verranno subito distrutti e i seguenti 490 anni (70 settimane) che si concluderanno con un’identica distruzione di Gerusalemme e del Tempio, nel 70 d.C. appunto. Riassumendo: un primo ciclo di 70 settimane conclusosi con la distruzione del Tempio e di Gerusalemme, un secondo ciclo di 70 settimane di schiavitù e un terzo ciclo di 70 settimane che culmina con la distruzione di Gerusalemme e del Tempio, dopo la morte del Messia. Facciamo presente che esiste un’altra ipotesi molto convincente, ovvero quella realizzata da Bouges e perfezionata da R.C. Newman: essi interpretano le «settanta settimane» come settanta cicli di sette anni, partendo dal decreto emanato da Artaserse II, che cade nel ciclo sabbatico dal 450 al 444 d.C. si arriva alla morte del Messia nel ciclo sabbatico che va dal 28 al 34 d.C., coincidendo perfettamente con gli anni della morte di Gesù (RC Newman, “Public theology and prophecy data: Factual evidence that counts for the biblical world view” Journal of the Evangelical Theological Society , 46/1 March 2003, 79–110).

L’unica nota che sembra essere fuori posto è quel periodo di 38 anni tra la crocifissione di Gesù e la distruzione di Gerusalemme. In realtà Daniele non dice affatto che gli eventi dopo la morte del Messia debbano verificarsi immediatamente. Anzi, come hanno notato Hoehner e Gundry, Daniele dice che la distruzione di Gerusalemme avverrà “dopo” la 69° e non “durante la 70°” settimana (H. Hoehner, “Chronological Aspects of the Life on Christ”, pag 59-60; R.M. Gundry, “The Church and the Tribulation”, Zandervan 1973, pag. 190). Questo modo insolito di esprimersi porta a dedurre che la 70° non segua immediatamente la 69° settimana, ma che ci sia un intervallo tra le due.

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GESU’ STESSO SI RICONOBBE NELLA PROFEZIA DI DANIELE

Un’osservazione che avvalora questa intepretazione è che Gesù stesso, in prima persona, applicò a se stesso questo vaticinio di Daniele, riformulando e arricchendo di dettagli l’annuncio dell’imminente distruzione del tempio e di Gerusalemme (Mt. 23,38-39; Mt 24,1-2; Mt 24,15-25). Gesù applico a sé anche il nesso che la profezia stabilisce fra l’uccisione del Messia e la distruzione di Gerusalemme e del Tempio (Lc 19,41-44). Non solo, Egli spesso fece esplicito riferimento a profezie antiche sulla distruzione di Gerusalemme che erano per compiersi (Lc 21,22) e citò letteralmente le parole del libro di Daniele (Lc 21,24 e Mt 21,22). Gesù si identificò anche proprio con il «Figlio dell’uomo» di Daniele (Lc 21,27), e nel suo discorso su Gerusalemme, richiamò esplicitamente e direttamente la profezia delle «Settanta settimane» come prossima a realizzarsi con la distruzione e la profanazione del tempio: «Quando dunque vedrete l’abominio della desolazione -di cui parlò il profeta Daniele- stare nel luogo santo, allora quelli che sono in Giudea fuggano ai monti..» (Mt 24,15-16). E’ evidente da queste parole di Gesù, riportate dagli evangelisti, che Egli -e dunque anche i suoi ascoltatori-, non reputava ancora realizzata e conclusa la profezia di Daniele (nemmeno con Antiochio IV e Onia III, come vorrebbero altre ipotesi che vedremo più avanti). Anche i primi cristiani interpretarono in questo modo la profezia, come dimostrano gli apocrifi che crearono come 4 Esdra e 5 Esdra.

Qualcuno suggerisce addirittura che le autorità religiose di allora, che certamente conoscevano benissimo questa profezia essendo diffusa in forma scritta e definitiva dal 164 a.C., abbiano condannato Gesù proprio per questo. Lo si intuisce, ad esempio, in Gv 11,47-48, quando i sommi sacerdoti e i farisei si chiedono cosa fare del Nazareno: «Se lo lasciamo fare -dicono- tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione». Ora, perché mai i Romani avrebbero dovuto distruggere il Tempio e Gerusalemme se Gesù avesse continuato ad operare? Questo ragionamento si spiega solo alla luce della profezia di Daniele, che collega la comparsa del Messia con la distruzione del Tempio e di Israele. Infatti interviene Caifa dicendo: «E’ meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera» (Gv, 11,53). Da quel giorno decisero di ucciderlo, ma paradossalmente fu proprio questa decisione (presa per evitare una sommossa) a creare nel popolo la disilussione verso la venuta del messia (che per loro doveva essere un eroe nazionale), fomentando l’estremismo politico e quindi la rivolta. Anche lo storico Giuseppe Flavio spiega che a eccitare il popolo verso la rivolta romana nel 66 d.C. fu proprio «un’ambigua profezia, ritrovata ugualmente nelle Sacre Scritture, secondo cui in quel tempo uno proveniente dal loro paese sarebbe diventato il dominatore del mondo» (G. Flavio, “Guerra giudaica”, VI 5,4,310-313). Egli parla di “ambigua” profezia perché lui in realtà avrebbe voluto identificare in essa l’imperatore romano Vespasiano, che -assieme a Tito- era diventato il suo benefattore. Ma questo poco importa, quel che conta è che anche lui conferma che la rivolta nacque a causa della profezia di Daniele

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LA TRADIZIONE CATTOLICA SOSTIENE L’INTERPRETAZIONE MESSIANICA DELLA PROFEZIA

Da sempre la tradizione cattolica vi ha visto una formidabile profezia messianica realizzata. Lo dimostra l’antico testo liturgico della Kalenda col quale tuttora si annuncia al mondo la nascita di Gesù nella notte di Natale («nella sessantacinquesima settimana, secondo la profezia di Daniele»). Anche nel Catechismo maggiore di Pio X c’è un appendice dove si dichiara compiuta questa profezia con la passione e morte di Gesù. Nel Dictionnaire de la Bible (1912), curato da insigni biblisti, si legge che l’interpretazione cattolica della profezia delle “Settanta settimane”, legge il suo avveramento nell’uccisione di Gesù e nella distruzione del Tempio e di Gerusalemme (Dictionnaire de la Bible, pag. 1280). Tutto questo è bene sottolinearlo per capire in quale pasticcio sia caduta l’esegesi cattolica postconciliare che invece ha deciso improvvisamente di non interpretare più questa profezia in termini messianici, appoggiato la tesi razionalista. Lo vedremo più sotto.

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ANCHE GIUSEPPE FLAVIO VIDE IL COMPIMENTO DELLA PROFEZIA NEL 70 d.C.

Non c’è poi alcun dubbio che la distruzione di Gerusalemme e del Tempio nel 70 d.C. siano stati giudicati anche da molti autori ebrei come il realizzarsi della profezia delle «Settanta settimane». Così afferma in “Guerra giudaica” il già citato storico ebreo Giuseppe Flavio (37-103 d.C.), appartenente all’élite politica, religiosa e intellettuale di Israele di allora. Egli vede nelle profanazioni e nei crimini degli zeloti la causa immediata della distruzione, così come l’aveva predetta il profeta Daniele. In realtà, il profeta Daniele disse che avrebbe dovuto essere l’uccisione del Messia innocente il vero antefatto da cui sarebbe derivata poi la distruzione delle città e del Tempio, ma comunque, a parte questo tentativo politico di Giuseppe Flavio (antizelota e filoromano) di incolpare gli zeloti, è evidente che i suoi scritti confermano che quello era il tempo in cui ci si attendeva la realizzazione della profezia di Daniele.
Lo storico ebreo riporta pure un discorso che lui fece, richiamando tale vaticinio: «Chi ignora ciò che fu scritto dagli antichi profeti e l’oracolo che incombe su questa misera città e che sta ormai per avverarsi?» (G. Flavio, “Guerra Giudaica”, Società Editrice Internazionale, VI 2, pp. 108-110). Anche nel libro 10 di Antichità giudaiche, opera scritta nel 93-94 d.C., Giuseppe Flavio conferma esplicitamente che la profezia delle «Settanta settimane», preannunciatrice della distruzione di Gerusalemme e del Tempio, si riferisce agli eventi del 70 d.C. Parlando del profeta Daniele come «uno dei più grandi profeti», egli infatti afferma: «i libri che scrisse e lasciò da noi si leggono anche adesso, e da essi ci convinciamo che Daniele parlava con Dio, perché non soltanto preannunciava le cose future come gli altri profeti, ma segnò anche il tempo nel quale sarebbero avvenute». Giuseppe parla di “libri” poiché -come abbiamo già accennato- quello che noi conosciamo come “Libro di Daniele”, è composta da parti scritte in tempi e autori diversi. Ma la parte decisiva è quando Giuseppe afferma che Daniele vide «molti anni prima che avvenissero» gli «sfortunati eventi sotto Antioco IV Epifane» che «per tre anni impedirà l’offerta dei sacrifici». Poi aggiunge: «Allo stesso modo Daniele scrisse anche a proposito dell’impero dei Romani, che Gerusalemme sarebbe stata presa da loro e il tempio distrutto. Tutte queste cose rivelategli da Dio, egli tramandò per iscritto, sicché quanti le leggono e osservano come esse accaddero, si stupiscono dell’onore fatto da Dio a Daniele» (G. Flavio, “Antichità giudaiche”, X,7, 275-277). E’ evidente quindi che Giuseppe Flavio, scrivendo nel 90 d.C., stia interpretando i fatti del 70 d.C. come il compimento della profezia delle «Settanta settimane» e ci informa che Daniele era l’unico profeta che aveva previsto il momento esatto in cui le profezie si sarebbero compiute.
Riprendiamo ancora una volta le già citate parole di Giuseppe Flavio in “Guerra giudaica”, quando accenna alla profezia delle Settanta settimane: «Quello che maggiormente li incitò alla guerra [parla degli ebrei, nda] fu un’ambigua profezia, ritrovata ugualmente nelle sacre scritture, secondo cui in quel tempo uno proveniente dal loro paese sarebbe diventato il dominatore del mondo» (G. Flavio, “Guerra giudaica”, VI 5,4,310-313). Abbiamo già spiegato sopra perché lo storico definisca “ambigua” questa profezia, interpretandola in chiave politica. Egli dimostra in ogni caso che vide il compimento della profezia nel 70 d.C. anche se non riconobbe il Messia in Gesù Cristo. La storia ci dice però che sia Vespasiano che Tito scomparvero con il loro potere pochi anni dopo. Colui invece che rimase fu Gesù di Nazareth, ancora oggi unico “dominatore del mondo”, ovvero riconosciuto come Re e Signore dell’universo da miliardi di persone su tutta la terra.

Dopo il 70 d.C., comunque, anche i primi autori ebrei interpretarono la profezia di Daniele come fece Giuseppe Flavio, compiutasi dunque con la distruzione del Tempio e di Gerusalemme. Illustri ebrei continuarono ad attribuire a questa profezia il carattere messianico, come Saadias ha-Gaon, R. Salomon Jarchi, Aben-Esra, Abarbanel. Nel III secolo d.C., il rabbino Rab (Abba Arika) riconobbe che «tutte le date predette erano passate» (da Talmud babilonese, Sanhedrin, 97b).

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LE IPOTESI ALTERNATIVE SONO SBAGLIATE

Tutte le ipotesi alternative all’interpretazione che abbiamo dato sopra sono sbagliate e non rispecchiano le richieste della profezia, avvalorando di conseguenza l’interpretazione data dalla tradizione. Vediamo quelle più note.

1) Editto di Ciro (538 a.C.) Un’ipotesi pone lo “starting point” al decreto di Ciro, re dei Medo-Persiani, del 538 a.C. sulla ricostruzione del Tempio (Esdra 1:1-4) (solo di esso). Facendo i calcoli, si arriva al 48 a.C. e dunque nessun evento significativo. Inoltre, pochissimi ebrei approfittarono dell’editto e tornarono in Palestina. Il rabbino Cahen riconosce che coloro che tornarono si erano votati «al pensiero pio di ricostruire, sulla montagna di Sion, il Tempio dell’Eterno. I termini stessi del decreto di Ciro, che aveva messo fine alla cattività, non accordava loro altra cosa. Si concedeva loro di ricostruire l’edificio sacro e di ritornare nella loro patria; non si sarebbero tollerate altre ambizioni» (S. Cahen, “Les pharisiens”, vol. I, p. 5). Il profeta Daniele invece chiede espressamente che si parta a contare dal decreto sulla ricostruzione di Gerusalemme (e non del Tempio) e dunque questo “starting point” è errato. Tra l’altro, il Tempio non venne neppure costruito e l’editto di Ciro rimase lettera morta per quindici anni, fino al tempo del re Dario, quando i Giudei, sotto l’influsso dei profeti Aggeo e Zaccaria, ripresero i lavori e «ricominciarono a edificare la casa di Dio a Gerusalemme…» (Esdra 5:2).

2) Editto di Artaserse I (457 a.C.) Una seconda ipotesi alternativa vede l’inizio al decreto di Artaserse I Longimano del 458-457 a.C. Calcolando i giorni a partire da questo punto si arriva nel 32-33 d.C. Questa ipotesi venne sostenuta anche dal celebre fisico Isaac Newton in “Osservazioni sopra le profezie di Daniele”. Tuttavia anche questo “starting point” non è corretto perché in questo decreto non c’è alcuna autorizzazione alla ricostruzione della città santa in quanto Gerusalemme è già edificata (o in fase di edificazione), ma tuttalpiù una ricostruzione politica anche se comunque ci fu un tentativo di ricostruire le mura della città, verificato da Nehemia nel suo viaggio, Nehemia 2:6-8. Lo conferma anche il prestigioso biblista e archeologo G. Ricciotti (G. Ricciotti, “Storia d’Israele”, vol. II, ed. SEI, Torino 1964, pag. 144). Infine, facendo i calcoli a partire dal 457 a.C., si viene portati alla crocifissione di Cristo in settanta settimane (490 anni) mentre l’evento dell’uccisione del Messia dovrebbe accadere dopo sessantanove settimane.

3) Antiochio IV Epifane e Onia III L’ipotesi avanzata dai razionalisti è che si tratti di una falsa profezia, scritta nel II a.C. e riferita ai fatti degli anni 167-164 a.C., cioè alla presa del potere di Antiochio IV Epifane (in sostanza, sarebbe un “vaticinium post eventum”, cioè di una storia già accaduta, scritta in stile profetico). La persecuzione di Antiochio durò dal 168 al 164 a.C. e culminò con la soppressione del culto ebraico e la profanazione del tempio. Questa tesi contro l’autenticità della profezia risale al, già citato, neoplatonico Porfirio (234-306 d.C.), che la formulò nel suo libello “Contro i cristiani” (libro XII) ed è poi riemersa nel XVIII secolo in ambito razionalista. Tuttavia dopo il Concilio, gli esegeti cattolici hanno cercato una conciliazione con l’ipotesi tradizionale e quella razionalista, sostenendo che effettivamente il consacrato non sarebbe Gesù ma il sommo sacerdote Onia III, trucidato da Antiochio IV Epifane nel 171 a.C. Chiunque può verificare questo aprendo La Sacra Bibbia, Cei 1976, a pag. 930 o La Bibbia di Gerusalemme, EDB 2002, a pag. 1938. Dunque anche per loro si tratta di una profezia «post-eventum», a conferma del disagio in cui ha scelto di stare l’esegesi postconciliare, come segnalato più volte sia dal cardinale Giacomo Biffi che dal teologo Inos Biffi. Tuttavia queste interpretazioni -non legittimate da alcuna acquisizione storica, è importante sottolinearlo- si scontrano con quattro fattori: a) le scoperte di Qumran, b) il calcolo matematico, c) la fedeltà alla descrizione della profezia, d) la portata apocalittica della profezia

a) Le scoperte di Qumran: fra i manoscritti di Qumran, uniche copie superstiti note dei documenti biblici prodotte prima del 100 a.C., scoperti tra il 1947 e il 1956 in alcune grotte del Mar Morto e tutt’ora in fase di studio, ci sono anche alcuni oroscopi messianici. Lo storico Giulio Firpo spiega che «i risultati degli studi del Wacholder sul cronomessianismo sabbatico e del Beckwith sui calcoli esseni intorno alla venuta del Messia, dicono che esso era attesa tra il 10 a.C. e il 2 d.C.» (G. Firpo, “Il problema cronologico della nascita di Gesù”, Paideia 1983, pag. 96). Gli esseni, proprietari di tali documenti, riuscirono quindi a definire il lasso di tempo corretto per l’arrivo del Messia, che poi si è rivelato precisamente il periodo in cui nacque Gesù. La fonte di questo calcolo sui tempi messianici -continua Firpo- è indicata in un documento, 11Qmelch 7-8 e si riferisce proprio alla profezia danielina delle 70 settimane. Quindi i rotoli di Qumran dimostrano che anche gli esseni -una delle correnti più dotte e mistiche del mondo ebraico- ritennero che la profezia messianica di Daniele andasse a cadere proprio in quegli anni: tra il 10 a.C. e il 2 d.C. La tradizionale interpretazione cattolica è quindi giustificata anche da queste scoperte.

b) Il calcolo matematico: E’ evidente che se -come dicono i razionalisti e gli esegeti postconciliari- la profezia fosse stata scritta realmente dopo gli eventi di cui parla, avrebbe dovuto definire in modo preciso i tempi che fingeva di preannunciare. Eppure, seguendo il loro ragionamento, la profezie è sbagliata di una grande quantità di anni. Inconcepibile per chi scrivesse dopo i fatti. Ci sono tre opinioni diverse sull’evento da cui bisognerebbe partire a contare i 490 anni e tutte sbagliano di parecchio: la caduta di Ninive (612 a.C.), il regno di Nabucodonosor (605-562 a.C.) o la distruzione di Gerusalemme e del Tempio (586 a.C.). Innanzitutto occorre notare che le tre ipotesi avanzate dalla scuola razionalsita partono tutte da eventi che non rispettano già da subito lo “starting point” richiesto dalla profezia. Essa esplicita infatti che occorre iniziare a contare «da quando uscì la parola sul ritorno e la ricostruzione di Gerusalemme» (Dan 9,25-26). Ma, facciamo finta di nulla e partiamo a contare dalla caduta della città di Ninive nel 612 a.C., andiamo avanti di 490 anni -come chiede la profezia-, e arriviamo nel 122 a.C. E’ un anno in cui non accade nulla di significativo e tanto meno si ha a che fare con Onia III, il quale fu ucciso da Andronico nel 171 a.C. Passiamo alla seconda ipotesi, il regno di Nabucodonosor durato dal 605 al 562 a.C. Facendo i calcoli si finisce ovviamente ancora più distanti da Onia, dunque l’ipotesi è sbagliata. L’ultima teoria vuole che si parta dalla distruzione del Tempio e di Gerusalemme (quando invece -come abbiamo già fatto notare- la profezia dice l’opposto, cioè partire dal decreto di ricostruzione della città santa): il 538 a.C. Avanzando di 490 anni si arriva al 98 a.C. Anche quest’ultima teoria dunque porta decisamente lontano da Onia. Questi grossi errori -occorre ribadirlo- sono inspiegabili se davvero la profezia fosse stata scritta dopo gli eventi.

c) Fedeltà alla descrizione della profezia. Se la profezia fosse davvero «post-eventum», non solo avrebbe dovuto azzeccare le date (e non lo ha fatto), ma anche lo svolgimento dei fatti avrebbe dovuto essere corretto. Daniele annuncia che, dopo l’uccisione dell’«unto senza colpa», un principe straniero «distruggerà la citta e il santuario» (Dan, 9, 26-27). Ma Antioco VII nel II secolo conquistò Gerusalemme ma non distrusse né la città né il Tempio (che fu solo profanato). Daniele continua dicendo che questo principe straniero, oltre a distruggere Tempio e città, «farà cessare il sacrificio e l’offerta [attività fatte nel Tempio, nda] e ciò sarà fino alla fine» (Dan 9, 27). Invece nel 164 a.C. i Giudei, capeggiati dai Maccabei, abbatterono Antiochio e ristabilirono il culto nel Tempio. Dunque anche i fatti narrati, seppur si vuole che siano scritti quando erano già avvenuti, non coincidono con la profezia.

d) La portata apocalittica della profezia. Com’è possibile, infine, che il tono oggettivamente apocalittico e dichiaratamente messianico si possa riferire, anche ammettendo che date e fatti coincidessero effettivamente, a personaggi secondari del 170 a.C. come Onia III e Antiochio VI? Un vaticinio che parla di «fine dell’empietà», di «mettere i sigilli ai peccati, espiare l’iniquità, portare una giustizia eterna, ungere il Santo dei santi» ecc.., come può riferirsi a Onia III? Inoltre, bisogna far notare che le immagini evocate da Daniele coincidono con la descrizione fatta da altri profeti, come Isaia, a proposito della figura messianica del «Servo di Jhavhè» (Is 52,13 e 53,12). Anche Daniele dunque si riferiva espressamente al Messia e non certo a personaggi secondari.

L’ipotesi razionalista e l’esegesi cattolica postconciliare sbagliano dunque. Ai punti a),b),c) e d) occorre poi aggiungere quanto detto sopra: Gesù stesso applicò a sé la profezia di Daniele e gli stessi ebrei del I° secolo, Giuseppe Flavio su tutti, non riconobbero la profezia delle “Settanta settimane” compiuta nel 171 d.C., cioè alla morte di Onia III ma soltanto nel 70 d.C. Infine, la tradizione cattolica ha sempre riconosciuto la profezia di Daniele compiutasi con Gesù Cristo, la posizione degli esegeti cattolici moderni è dunque inspiegabilmente e ingiustificatamente in contrasto con essa. Charles H.H. Wright, lettore presso la University of Oxford, University of Dublin e docente presso la University of London, ha dichiarato: «Il tentativo della critica moderna di distruggere l’interpretazione messianica della profezia delle Settanta Settimane è, secondo la nostra opinione, uno dei più notevoli esempi della determinazione di rifiutare di considerare i semplici fatti. L’interpretazione messianica è più antica dei tempi di Cristo ed è (con qualche eccezione) stata sostenuta da tutti i padri della Chiesa e dai commentatori cristiani fino al sorgere della nuova scuola di esegesi» (Charles H.H. Wright, Studies in Daniel’s Prophecy, pag. XIII)


 

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CONCLUSIONE

Abbiamo dunque visto come l’unica interpretazione che risponda pianamente alle richieste della profezia di Daniele sia quella che vede compiersi il vaticinio con la morte di Gesù, la distruzione di Gerusalemme e del Tempio nel 70 d.C., la fine del culto antico e anche la fine delle profezie. Questa profezia delle “Settanta settimane” venne scritta ufficialmente e conosciuta da tutti sicuramente dal 164 a.C. in poi, ma comunque tramandata oralmente o in altre forme scritte da almeno 200 anni prima. I dettagli di questa profezia sono così incredibili, che, chi non è credente, potrebbe persino supporre che essa sia stata scritta dopo la distruzione di Gerusalemme del 70 d.C. Nessuno osa tanto, per fortuna, anche perché l’antichità e l’autenticità del libro biblico sono assolutamente confermate anche dai ritrovamenti di Qumran. Lì è stato rinvenuto l’intero libro di Daniele come noi lo conosciamo ed in particolare, alcuni fra i manoscritti che lo tramandano sono addirittura risalenti al II secolo a.C., quasi due secoli prima della nascita di Gesù e della rovina portata dai romani. L’esistenza di questa profezia è una delle prove dell’ispirazione divina della Bibbia, proprio questo giustifica i numerosi tentativi di screditarne l’autenticità da parte del razionalismo e l’eccessivo timore e desiderio di neutralità da parte dell’esegesi postconciliare. Tuttavia, come abbiamo visto, tutte le alternative all’interpretazione tradizionale non sono sostenute da una base razionale.

 
 

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Il celibato di Gesù e il rapporto con Maria Maddalena

Maria Maddalena è la donna più calunniata e fraintesa del Nuovo Testamento. Tanti, anche in buona fede, la ritengono ad esempio la prostituta purificata, la peccatrice perdonata da Gesù. Tanti altri pensano che sia quella Maria, sorella di Lazzaro e Marta, che unse con l’unguento Gesù a Betania. Ma non è né l’una né l’altra.

Quando gli gnostici si misero a redigere i loro Vangeli per riscrivere la storia del cristianesimo, si occuparono anche di Maria Maddalena. Scrittori e registi contemporanei li hanno interpretati a modo loro, facendo emergere un rapporto di matrimonio tra la Maddalena e Gesù, con tanto di figli e di dinastia segreta. Interessante a questo proposito il  chiarimento del card. Gianfranco Ravasi.

Non ci sarebbe comunque nulla di compromettente ad ammettere -se ciò fosse vero- che Gesù avesse una moglie, come l’avevano alcuni apostoli (Pietro su tutti). Ma essendo una falsità storica creata “a tavolino” è bene smentirla. Nel periodo recente hanno portato avanti questa teoria cospiratoria lo scrittore Nikos Kazantzakes, che nel suo romanzo “L’ultima tentazione” (Frassinelli 1961), fece sognare a Gesù sulla croce come sarebbe stato se, invece di salvare l’umanità, avesse formato famiglia con Maria Maddalena. Il regista Martin Scorsese, che ne trasse il film “L’ultima tentazione di Cristo” (1988). Nel 2003 (con il film nel 2006) arrivò lo scrittore Dan Brown col suo romanzo Il Codice da Vinci, anche lui rifacendosi esplicitamente agli gnostici, in particolare il Vangelo di Filippo. Molti altri romanzieri hanno poi seguito le sue orme: Laurence Gardner con “La linea di sangue del Santo Graal” (2004); Margaret Starbird con “Maria Maddalena e il Santo Graal” (2005); Jean-Yves Leloup con “Il Vangelo di Maria Myriam di Magdala” (2007); Marianne Fredricksson con “La prescelta Maria Maddalena” (2007); Kathleen McGowan con “Il Vangelo di Maria Maddalena” (2007) ecc…



Non c’è alcun indizio sul fatto che Maria Maddalena fosse una prostituta

Nei Vangeli non c’è alcun collegamento fra Maria Maddalena e il fatto che fosse una prostituta. Lo ha spiegato lo storico del cristianesimo Mauro Pesce: «I vangeli non dicono che la Maddalena fosse una prostituta. Solo nell’interpretazione successiva la sua figura è stata sovrapposta a quella della prostituta che compie uno straordinario gesto di venerazione nei confronti di Gesù» (C. Augias e M. Pesce, “Inchiesta su Gesù”, Mondadori 2006, pag. 42). L’abbinamento è nato per deduzioni ed interpretazioni postume decisamente azzardate. Ha spiegato ancora Pesce: «Scrive Luca: “Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato; e stando dietro, presso i suoi piedi, piangendo cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato” (7,37-38). Di questa donna non si dice il nome. Il vangelo aggiunge che Gesù le perdona i peccati. Poche righe dopo, lo stesso vangelo, nominando alcune donne che seguivano Gesù, dice che fra queste vi era Maria di Magdala e precisa che da lei Gesù aveva scacciato sette demoni, il che non vuol dire che fossero demoni di tipo sessuale. Per Luca le due donne sono certamente diverse e la Maddalena non è una prostituta. La sua trasformazione in prostituta è avvenuta solo a partire dal VI secolo in Occidente» (C. Augias e M. Pesce, “Inchiesta su Gesù”, Mondadori 2006, pag. 42). Si può pensare che fosse vedova anche perché a differenza della maggior parte delle altre donne del Nuovo Testamento, non viene mai definita per il tramite di un uomo («figlia/sorella/moglie/madre di…»).

1) Indipendenza finanziaria. Quest è il primo motivo che ha portato a pensare al fatto che fosse una prostituta. Sembra anche che abbia contribuito a sostenere economicamente («con quello che possedeva») Gesù e i suoi discepoli, probabilmente in segno di gratitudine per la guarigione ricevuta e per l’eccezionalità dell’Uomo Gesù. Sappiamo che era originaria di Migdal (o meglio Migdal Nunaya, “torre dei pescatori”), come si chiama oggi questa cittadina situata sulle sponde del lago di Tiberiade. La località acquisì al tempo di Gesù grande fama con il suo nome greco, Taricheai, per la sua specialità gastronomica: il pesce in salamoia. Perfino Strabone, nella sua “Geografia” terminata attorno al 18 d.C., richiama l’attenzione sul successo della pietanza tipica di Migdal. La cittadina divenne presto il centro di una fiorente industria della lavorazione del pesce e i suoi abitanti si arricchirono velocemente (scoperte archeologiche hanno portato alla luce grandiosi palazzi dell’epoca di Gesù, con bagni e mosaici magnifici). Il collegamento tra la stabilità finanziaria di Maria Maddalena e la ricchezza della città da cui proveniva (potrebbe facilmente aver ereditato una delle fiorenti attività della lavorazione del pesce in salamoia da qualche familiare o dal marito) sembra essere molto più storicamente realistico rispetto all’ipotesi che essa dovesse essere per forza una prostituta.

2) Confusione con Maria di Betania.. Il secondo motivo si basa su un’interpretazione errata di papa Gregorio Magno, nel 591 d.C. Egli ritenne (in un suo sermone contenuto nelle “Omelie sui Vangeli”, 2,33,1) che Maria Maddalena fosse quella donna peccatrice, che Giovanni chiama “Maria” (Gv 12,1-8), la quale unse con l’unguento Gesù, mentre egli era a Betània a casa di Simone (Mc 14, 3-9, Lc 7, 36-50 e Mt 26, 6-13). Il fatto che anche questa donna, peccatrice, si chiamasse “Maria” non può però significare molto. Dalla statistica sulle iscrizioni degli ossari di Gerusalemme, sappiamo infatti che il nome “Maria” all’epoca era il più diffuso fra le donne. Nei Vangeli ne incontriamo addirittura quattro (o forse cinque*): Maria, la madre di Gesù; sua cognata Maria; Maria, sorella di Lazzaro e Marta; e appunto Maria Maddalena. La peccatrice “Maria” viveva a Bètania mentre Maria Maddalena era originaria di Magdala, in Galilea e accompagnava spesso Gesù assieme agli apostoli. Non c’è alcun collegamento e le Chiese orientali l’hanno sempre saputo: ricordano infatti Maria di Betània, la peccatrice (prostituta) perdonata, il 4 giugno e Maria Maddalena il 22 luglio. La Chiesa cattolica solo nel 1969, dopo il Concilio vaticano II, riconobbe ufficialmente l’errore di identificazione delle due donne.



Gesù non era sposato con la Maddalena

1) Gesù era celibe come lo erano gli esseni. Dan Brown mette in bocca al suo personaggio, Leigh Teabing, ne Il Codice da Vinci, queste parole: «Gesù era ebreo e il costume dell’epoca imponeva virtualmente a un ebreo di essere sposato. Secondo i costumi ebraici, il celibato era condannato e ogni padre aveva l’obbligo di trovare per il figlio una moglie adatta». Ecco giustificata la teoria del matrimonio tra Gesù e Maria Maddalena. Lo storico del cristianesimo Mauro Pesce la definisce una «interpretazioni errate del testo» (C. Augias e M. Pesce, “Inchiesta su Gesù”, Mondadori 2006, pag. 42) dei vangeli gnostici, come quello di Filippo. Si collega anche come “prova” il fatto che i seguaci di Gesù (compresa la Maddalena) lo chiamavano rabbi («maestro») e oggi i rabbini sono sposati. Ma tutti sanno che l’ebraismo contemporaneo deriva solo da uno solo dei tre movimenti religiosi presenti all’epoca di Gesù: quello dei farisei. Accanto ad essi c’erano i sadducei (i principali oppositori di Gesù) e gli esseni (tradizionalisti). Questi ultimi erano un movimento religioso molto consistente che viveva nel celibato (Giovanni Battista era un esseno e fece del celibato una regola di vita) e nessuno «imponeva» loro di sposarsi. Sugli esseni sappiamo molto di più grazie a ritrovamenti dei “rotoli del Mar Morto”. I punti di contatto rta gli esseni e Gesù sono numerosi, oltre alla vita celibe. Furono in molti a riconoscere il Messia dei profeti in Gesù Cristo. Ad esempio sappiamo che utilizzavano un calendario solare (sadducei e farisei ne usavano uno lunare) e la Pasqua per loro cominciava due giorni prima: probabilmente furono alcuni di loro che misero a disposizione di Gesù e dei suoi discepoli i loro locali per festeggiarla (questo spiega anche il perché Gesù fece la cena pasquale di giovedì mentre i farisei lo fecero di venerdì, vedi Mt 26,17; Mc 14,12; Lc 22,7 e Gv 18,28). Il movimento degli esseni era celibatario (i primi monaci cristiani e il celibato del sacerdozio cristiano hanno qui la loro origine), come confermato anche da Giuseppe Flavio e Plinio. Negli Atti degli Apostoli si parla anche di «uomini pii» e di «sacerdoti» che si uniscono alla prima comunità cristiana. Non potevano essere certo nè i sacerdoti del Tempio, i sadducei, che continuarono a perseguitare i primi cristianim nè i farisei, i quali non avevano sacerdoti. Erano infatti sacerdoti esseni, celibi. Il celebre studio del massimo esperto mondiale del giudaismo antico, Gèza Vemes, “Gesù, l’ebreo” (1983), direttore di Studi ebraici e del Forum per gli studi su Qumran all’Università di Oxford è molto chiaro: la scelta del celibato da parte di Gesù ha ragioni storiche ben precise. La missione profetica nel giudaesimo del I secolo includeva infatti la castità. Il celibato era una condizione ben nota all’ebraismo antico ed era chiamato «nazireato». I nazirei erano riconsocibili dal fatto che non si tagliavano i capelli e la barba (si pensi all’immagine di Gesù restituita dalla Sindone di Torino).

2) Nei Vangeli canonici Gesù stesso parla del celibato. Nel Vangelo di Matteo, è Gesù stesso che si riferisce al celibato: «Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna» (Mt, 19,12). Come poteva l’evangelista riportare con coerenza queste frasi se Gesù per primo fosse legato a casa, moglie e figli? Egli non aveva una casa, una donna, dei figli, viveva a turno dagli amici, dagli apostoli o nelle grotte: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi,, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo» (Mt 8,20). Potrebbe parlare così un marito fedele o un padre di famiglia come i teorici della cospirazione cristiana vogliono presentarci? Anche le parole di Paolo confermano il celibato di Cristo. Sentendosi svantaggiato perché al contrario di Pietro non era sposato, chiede: «Non abbiamo il diritto di portare con noi una donna credente, come fanno anche gli altri apostoli e i fratelli del Signore e Cefa?» (1Cor 9,5). Se Gesù avesse avuto una compagna, Paolo non avrebbe evitato di citare il suo nome.

3) Gli gnostici stessi (le fonti di Dan Brown) ripudiano i rapporti carnali. Le argomentazioni di coloro che sostengono l’unione matrimoniale tra Gesù e la Maddalena risalgono esclusivamente all’interpretazione dei Vangeli gnostici, in particolare il Vangelo di Filippo. Nella dottrina gnostica, Gesù e Maria Maddalena divengono i rappresentanti dei principi originari Logos («parola») e Sophia («spirito»). In questo linguaggio metaforico, la Sophia era la compagna del Logos. Ma è una rappresentazione che non ha nulla a che fare con il matrimonio. Anzi, nel Vangelo di Filippo (versetto 122) l’unione carnale viene rifiutata espressamente. Al suo posto deve subentrare «il matrimonio immacolato», cioè l’unione spirituale. Esso «non è carnale, ma puro». Secondo gli gnostici, «la sposa è impudica non solo quando riceve il seme di un altro, ma anche quando si allontana dalla sua camera da letto ed è vista». Per il redattore del Vangelo di Filippo, al quale si è ampiamente rifatto Dan Brown per il suo Il Codice da Vinci, l’unione carnale tra Gesù e la Maddalena sarebbe assolutamente impensabile, un sacrilegio osceno. Addirittura nel Vangelo gnostico di Tommaso si parla del superamento della carnalità, la donna deve perfino rinunciare alla sua sessualità (Logion 114).

3) Maria Maddalena era una compagna di viaggio e non moglie. Nel Vangelo di Filippo (versetto 55) leggiamo: «La compagna di Cristo è Maria Maddalena. Il Signore amava Maria più di tutti i discepoli e la baciò più volte sulla bocca. Le altre donne, vedendo il suo amore per Maria, gli dissero: “Perché ami lei più di tutte noi?”. Il Salvatore rispose a loro: “Come mai io non amo voi come lei?”». Dan Brown nel suo Codice da Vinci cita questo versetto letteralmente e giustifica: «Ogni esperto di aramaico sa che la parola “compagna”, all’epoca, significava letteralmente “moglie”». Eppure ogni esperto di aramaico saprà che il Vangelo di Filippo non è scritto in aramaico ma è, come tutti gli scritti trovati a Nag Hammadi, una traduzione copta di un testo greco. La parola usata nell’originale per «compagna» è koinonos, che non significa «moglie» o «amante» ma effettivamente «compagna di viaggio». Nel mondo commerciale questo termine è utilizzato nel significato di «collaboratore», o «socio in affari». La parola è usata anche da Luca quando descrive la pesca fatta dai fratelli Giacomo e Giovanni insieme a Pietro (5,10). Si traduce: «che erano soci di Simone». Nemmeno negli gnostici quindi si parla di una gyne (moglie), di heteira (amante) o pallake (concubina). Anche per essi Maria Maddalena era una compagna di viaggio, come i discepoli e come confermano i Vangeli canonici.

4) Il bacio con la Maddalena era usanza tipica fra i discepoli. Sempre riprendendo il versetto gnostico di Filippo, citato poco sopra, e ripreso letteralmente da Dan Brown e dai teorici della cospirazione, occupiamoci del bacio. Occorre ricordare che nell’ambito della prima comunità cristiana, il bacio era, come accade ancor oggi in Oriente, un gesto di saluto normale (anche tra uomo ed uomo): un bacio sulla bocca indicava un legame particolare di fratellanza o anche tra maestro e discepolo. Oggi probabilmente si è trasformato nello “scambio della pace” che avviene durante la celebrazione eucaristica. Lo stesso Paolo consigliava alle comunità: «Salutatevi gli uni e gli altri con il bacio santo» (Rm 16,16; 1Cor 16,20). Lo stesso Giuda tradì il suo Maestro con un bacio, a conferma del suo utilizzo fra gli apostoli. In un altro testo gnostico, Il Vangelo di Maria Maddalena, Gesù appare dopo la risurrezione e prima dà il bacio a tutti i suoi discepoli. In un’altra circostanza Pietro interroga Maria Maddalena di fronte agli altri apostoli. Innalzata con questa richiesta al rango di discepolo, si alzò e diede a tutti il bacio prima di parlare. Il bacio era quindi segno di fratellanza, senza alcun riferimento sessuale. Che Gesù baciasse anche Maria Maddalena sulla bocca, sempre che ciò sia accaduto veramente e sempre che si possano valutare “attendibili” i Vangeli gnostici, indica solo che la considerava sullo stesso piano degli altri discepoli. Oggi -ipotizziamo- la avrebbe salutata con due baci sulle guance, con un abbraccio o con una calorosa stretta di mano. Lo storico Mauro Pesce ha scritto infatti: «Si tratta di un bacio santo, uno degli atti praticati nelle riunioni liturgiche della Chiesa primitiva. Ancora oggi, del resto, il bacio sulla bocca è tipico di molte culture, senza che abbia uno specifico significato sessuale. Neanche il bacio di Gesù alla Maddalena ha carattere erotico, avrebbe potuto benissimo essere scambiato con i discepoli uomini. Rivela l’intenzione di dare al gesto una particolare intensità religiosa avvicinabile all’atto descritto nel capitolo 20 del Vangelo di Giovanni, quando Gesù alita sui discepoli per trasmettere loro lo Spirito Santo. Mi chiedo se anche nel Vangelo di Filippo non si pensi a un atto di tipo rituale, a suggello di una comunicazione spirituale intensa. Il brano sembra contrapporre la figura mitica di Sofia, religiosamente sterile, a quella di Maddalena che, tramite l’unione spirituale, è invece feconda» (C. Augias e M. Pesce, “Inchiesta su Gesù”, Mondadori 2006, pag. 42).

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*Alcuni studiosi distinguono la “Maria” peccatrice di Bètania dalla “Maria” sorella di Lazzaro e Marta e ovviamente da “Maria” Maddalena, dalla madre di Gesù e da sua cognata.

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