Madre Teresa di Calcutta, risposte a tutte le critiche

Il 4 settembre 2016 è stata proclamata santa dalla Chiesa cattolica e il 27 ottobre 1979 le è stato assegnato il premio Nobel per la Pace. Madre Teresa di Calcutta è diventata un simbolo internazionale di dedizione per la dignità della persona e una delle donne più ammirate dei tempi moderni. Un faro di speranza per chi, credente o meno, continua a confidare nella bontà dell’uomo poiché con «eccezionale abnegazione ha dedicato tutta la sua vita per soccorrere, in India e in altri paesi del mondo, le vittime della fame, della miseria e delle malattie, gli abbandonati e i morenti, tramutando in azione instancabile il suo amore per l’umanità sofferente» (Premio Balzan, 1978).

Nata a Skopje, in Macedonia, nel 1910, arrivata a Calcutta (India) nel 1929, nel 1949 ha fondato la congregazione delle Missionarie della Carità e nel 1952 ha creato la prima casa per moribondi. Molti saranno stupiti dal sapere che nemmeno lei è stata risparmiata, ha ricevuto diverse critiche, più o meno gravi, è ancora oggi profondamente odiata da alcune persone e, addirittura (come vedremo), è stata paragonata al criminale e genocida nazista Adolf Eichmann.

In questo dossier, il più completo di tutto il web a livello internazionale, ci siamo occupati di analizzare singolarmente tutto ciò che le viene contestato, valutandone l’eventuale corrispondenza alla verità dei fatti e, in caso contrario, offrendo una risposta documentata e, possibilmente, esauriente. Nonostante non sia stato possibile mantenere un punto di vista imparziale -nessuno lo ha, né i critici di Madre Teresa, né alcun lettore di questo dossier- abbiamo comunque cercato di analizzare seriamente i fatti e sempre ci siamo premurati di valutare l’affidabilità dei testimoni e di inserire fonti e bibliografia di tutto ciò che abbiamo scritto. Iniziamo con il mostrare chi sono i detrattori e cosa rivendicano in linea generale.

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

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1. CHI SONO I DETRATTORI?

CHRISTOPHER HITCHENS. Il più attivo detrattore di Madre Teresa è stato certamente lo scrittore Christopher Hitchens, noto per le sue poco moderate posizioni contro la religione e per gli scritti inneggianti alla guerra dopo l’11/9, purtroppo morto nel 2011 per cancro all’esofago a causa del massiccio uso di alcool. Il suo breve documentario Hell’s Angel and The Missionary Position è il più corposo atto di accusa e, assieme al suo libro “The Missionary Position: Mother Teresa in Theory and Practice” (Verso 1995, in italiano: La posizione della missionaria. Teoria e pratica di madre Teresa, Minimum Fax 2003), sono le fonti più citate da quotidiani, blog e siti web critici verso la suora albanese. La sintetica tesi sostenuta da Hitchens è che «molte più persone sono povere e malate a causa della vita di Madre Teresa: ma ci saranno ancora più poveri e malati se il suo esempio sarà seguito. Era una fanatica, una fondamentalista, e un’imbrogliona, e una chiesa che protegge ufficialmente coloro che violano gli innocenti ci offre un altro chiaro segno del dove si posiziona veramente nelle questioni morali ed etiche». La Santa Sede, durante il processo di beatificazione, ha tenuto molto in considerazione anche le testimonianze contrarie, tanto che lo stesso Hitchens venne chiamato nel giugno 2001 dall’arcidiocesi di Washington a rendere la sua deposizione contro la santità della suora albanese.

Il lavoro di Hitchens è stato a sua volta criticato duramente, una consistente risposta è arrivata ad esempio dal sociologo cattolico William A. Donohue, autore di “Unmasking Mother Teresa’s Critics” (Smascherando i critici di Madre Teresa, Sophia Institute Press 2016), con il quale ha «risposto punto per punto a tutte le sue pretese dei critici». «A differenza del libro di Hitchens», ha spiegato il ricercatore, «il mio libro contiene note e bibliografia, perché voglio che la gente possa controllare le mie fonti. Il denominatore comune dei critici di Madre Teresa è la politica, le caratteristiche salienti sono l’essere atei militanti e socialisti, i quali ritengono che il povero deve essere aiutato dallo Stato e vedono lo sforzo volontario come un ostacolo alle ambizioni statali». In un’altra occasione ha dichiarato: «Il messaggio sessuale implicito nel titolo del libro, dimostra che Hitchens non è mai uscito dall’adolescenza e, sia il libro che il film, sono stati progettati per portare il pubblico ad odiare Madre Teresa. Che cosa lei ha fatto con i soldi ottenuti dai diversi premi? Lui non lo sa, ma questo non gli impedisce di dire che “nessuno lo ha mai chiesto”. Non è vero, lui lo ha cercato, quindi perché non dice cosa ha trovato? Perché perderebbe il lavoro. Peggio ancora, avrebbe dovuto confrontarsi con la verità. Il suo libro è un saggio di 98 pagine, senza note, né fonti di citazioni di alcun tipo, il genere è quello del gossip di Vanity Fair». L’aver subito «un’accusa infondata dopo l’altra», è segno di ulteriore grandezza per il fatto che «a Madre Teresa non è stato risparmiato nulla, compresi i tratti irrazionali scritti da autori vendicativi». In occasione della morte di Hitches, Donohue lo ha ricordato con affetto rivelando anche alcune loro conversazioni: «Si è scusato con me due anni fa e ho accettato, perché questo è il modo in cui io sono. Christopher stava insultando nuovamente Madre Teresa, lui la chiamava “puttana”, ma io gli dissi: “tu lo sai che così ti stai spingendo oltre?”. Lo ha ammesso e mi ha detto di essere dispiaciuto».

L’analista Gëzim Alpion, docente di Sociologia all’Università di Birmingham, ha criticato l’opera di Hitchens in questo modo: «Le sue critiche sono seriamente indebolite dal fatto che non sempre poggiano su una ricerca imparziale. L’unica informazione “attendibile” che usa per screditarla proviene da In the Mother’s House, il manoscritto non pubblicato di Susan Shields, una ex appartenente delle Missionarie della Carità, che abbandonò l’ordine nel maggio 1989, quasi un decennio dopo avervi aderito. Per Hitchens, Madre Teresa rappresenta la personificazione del male, e chi non si allinea con la sua posizione è considerato o “stupido” o “malvagio” come lei» (G. Alpion, Madre Teresa Roma 2008 p. 38) Inoltre, il sociologo ha notato che per attaccare Madre Teresa, Hitchens utilizza il metodo di criticare «chiunque abbia aiutato la suora diventare una celebrità» scavando nella vita privata degli altri. Questi attacchi, però, «potrebbero essere interpretati come indizio della frustrazione dei suoi avversari per non essere riusciti a scoprire niente di imbarazzante e umiliante che la riguardasse» (pp. 47-48). Il giornalista William Doino ha scritto che Hitchens ha preteso «difendere i poveri contro il presunto sfruttamento di Madre Teresa, mentre in realtà non ne ha mai intervistato alcuno. Non una sola persona curata dalle Missionarie della carità ha parlato al suo microfono o è stato ripreso dalla sua cinepresa. Forse perché avevano un parere molto più elevato della suora albanese rispetto a quello che Hitchens avrebbe permesso nel suo film?». Hitchens ha «intrecciato una serie di attacchi ad hominem e accuse infondate, disinformati e crudeli, deridendo perfino la suora con definizioni del tipo “presunta vergine”», nonché con decine di insulti.

L’agnostico Gëzim Alpion, docente di Sociologia presso l’Università di Birmingham ed esperto della vita di Madre Teresa, avendo visitato per anni le sue strutture d’accoglienza, ha commentato: «Hitchens ha scarabocchiato nel 1995 un libretto volgarmente dannoso con fini sensazionalistici, a partire dal titolo. Venti anni dopo, alcuni giornalisti considerano ancora come verità evangelica il suo sfogo e la sua ricerca di seconda mano. Come dice un vecchio proverbio: “Adamo mangiò la mela ed i nostri denti ancora fanno male”».

 

EX VOLONTARIE. Nel corso degli anni sono emerse alcune ex volontarie delle Missionarie della Carità di Madre Teresa. Una di queste è Susan Shields, oggi atea, che dice di essere stata per 9 anni una delle missionarie nel Bronx, a Roma, e a San Francisco, fino al 1989. Una seconda si chiama Mary Loudon, ed è stata la fonte principale utilizzata da Hitchens nel suo lavoro di critica. La terza è Margaux B., anch’egli (sedicente) volontaria nel 2009, per un mese soltanto, in un ospedale delle Missionarie della Carità a Calcutta. Non ha voluto rendere pubblico il cognome. La quarta si chiama Sally Warner, ex volontaria nel 1997, autrice di libri contro Madre Teresa e blogger molto attiva su tematiche ateiste e anticlericali. Le quattro donne hanno in genere parlato di un servizio sanitario inadeguato e di metodi di cura antigienici, puntando molto al confronto «con gli standard di cura degli hospice occidentali», come è stato osservato. In più di un’occasione hanno citato il lavoro di Hitchens e non si sono risparmiate dal criticare la visione “ultra-convervatrice” sui temi etici (aborto, divorzio ecc.) delle missionarie di Calcutta. Entreremo nel merito delle loro accuse, sottolineiamo però che al momento della morte di Madre Teresa, le Missionarie della Carità erano oltre 4.000 sorelle e più di 100.000 volontari/e laici che operavano in 610 missioni in 123 paesi, nessuno di essi non solo non ha confermato o approfondito le critiche delle 4 donne, ma tanti -di varia estrazione sociale e religiosa (indù, agnostici ecc.)-, hanno fornito versioni opposte (alcuni sono citati in questo dossier).

 

STUDIO CANADESE. Una terza consistente critica è arrivata da uno studio pubblicato su Religieuses nel 2013, intitolato: “Il lato oscuro di Madre Teresa”. Gli autori sono tre ricercatori canadesi, Serge Larivee e Genevieve Chenard del dipartimento di Psicoeducazione della University of Montreal e Carole Senechal della Ottawa University. Non è stata una “indagine sul campo”, ma un’analisi di 287 documenti (libri, biografie ecc.) già pubblicati che, a loro dire, rappresenterebbero il 96% della letteratura esistente. I punti controversi che hanno verificato sono stati lo scarso utilizzo per i poveri delle consistenti donazioni ricevute, la cura delle malattie di Madre Teresa in moderni ospedali americani, il culto del dolore della suora albanese, il possedimento di conti bancari “segreti”, la coltivazione di rapporti finanziari discutibili e l’aver beneficiato di uno stratagemma mediatico che l’ha resa famosa (il colpevole sarebbe il regista Malcolm Muggeridge, che si è convertito grazie alla suora religiosa e alla sua opera e ne ha voluto girare un documentario). Infine, i ricercatori hanno criticato la suora anche per i suoi discorsi pubblici contro l’aborto, la contraccezione e il divorzio. Occorre comunque ricordare che gli autori hanno concluso la loro indagine riconoscendo qualche effetto positivo dell’opera di Madre Teresa: «Se l’immagine straordinaria trasmessa nell’immaginario collettivo ha incoraggiato iniziative umanitarie che sono genuinamente impegnate verso chi è schiacciato dalla povertà, non possiamo che gioire. E’ probabile che Madre Teresa abbia ispirato molti operatori umanitari le cui azioni hanno veramente alleviato le sofferenze dei poveri e hanno agito sulle cause della povertà e della solitudine. Tuttavia, la copertura mediatica su Madre Teresa avrebbe potuto essere più attenta».

Affronteremo nel dettaglio le accuse qui elencate, segnaliamo tuttavia che anche lo studio ha ricevuto a sua volte diverse critiche, sopratutto è stata messa in dubbio l’attendibilità e l’imparzialità etica dei ricercatori. Il giornalista scientifico Michel Alberganti ha scritto, ad esempio: «Che possa essere contestata la concezione di carità di Madre Teresa non è sorprendente. Lo è invece l’accusa dei ricercatori canadesi, che si basano solo su una analisi dei documenti disponibili. La gravità delle accuse su un personaggio così iconico meritava di essere sostenuta da una vera indagine. Quanti soldi l’organizzazione di Madre Teresa ha effettivamente raccolto? Come ha usato questi fondi? Dove sono i conti bancari segreti? Quali prove confermano i suoi metodi contro il dolore? Qual è stato l’effetto della copertura mediatica di Madre Teresa sul fundraising? Tante domande a cui potrebbe essere difficile rispondere. Ma quando si pretende di distruggere un mito, l’unico ricorso alla bibliografia appare come un metodo molto leggero». Dubbi sull’operato dei tre ricercatori sono apparsi invece su Outlook India, dove si legge: «A Calcutta, la città in cui la suora albanese venne nel 1929, è difficile trovare molte voci critiche contro di lei. Certamente non del tipo che sono state sollevate nello studio pubblicato in una rivista canadese. Nel tentativo di trovare conferme ai “risultati” degli studiosi canadesi, Outlook è inciampato su un gran numero di storie di persone che erano state “convertite”, non alla fede cristiana, ma da posizioni di estremo sospetto ad una sconfinata ammirazione per Madre Teresa. A differenza dei ricercatori canadesi, tutte queste persone erano entrate in contatto con la Madre».

 

ARTICOLO SU “THE LANCET”. Nel 1994 sulla rivista medica britannica The Lancet è apparso un resoconto critico sul livello di cura nelle strutture delle Missionarie della Carità. Nel 1991 Robin Fox ha fatto visita ad un hospice e ha osservato che le condizioni erano tutt’altro che ideali. Più in particolare, ha descritto la qualità delle cure fornite ai pazienti morenti come “fortuite”, comprese pratiche inaccettabili come il riutilizzo di aghi e l’ospitare malati di tubercolosi infettati con i non infettati, nonché la mancanza di moderne procedure di diagnosi. Lui stesso, tuttavia, ha ammesso (lo vedremo) che si è trattata di una «breve visita».

 

ALTRI ACCUSATORI. Il lavoro di Christopher Hitchens è ancora oggi la fonte principale per chi sul web sceglie di odiare e calunniare Madre Teresa. Citiamo anche questa categoria di “critici” come esempio delle conseguenze estreme a cui ha portato il lavoro dello scrittore inglese. Utilizzando come fonte principale il libro di Hitchens, lo scrittore ateo Kalavai Venkat è arrivato a paragonare Madre Teresa al criminale nazista Adolf Eichmann, braccio destro di Hitler, incriminato per genocidio e crimini contro l’umanità. Nell’articolo intitolato “Madre Teresa: la Eichmann di Calcutta, si legge: «Proprio come Eichmann realizzò l’olocausto, anche Madre Teresa volutamente uccise in mezzo a indicibili sofferenze molti poveri, sottraendo loro i fondi destinati per alleviare la sofferenza e negando crudelmente loro i farmaci necessari. Non li ha mai guardati come esseri umani e mai è stata empatica nei loro confronti. Proprio come Eichmann attendeva la gloria per le sue azioni, anche Madre Teresa desiderava diventare santa per aver portato terribili sofferenze a chi non ha voce. Come Eichmann, anche lei ha mai espresso il minimo rimorso per quello che aveva fatto alle sue vittime. Esattamente come lui, anche lei era convinta di aver contribuito a migliorare la loro situazione».

Sul principale forum americano di atei, The Thinking Atheist, la notizia della santificazione di Madre Teresa ha generato questo tipo di “reazioni” (ci scusiamo per aver riportato il linguaggio volgare utilizzato): «La troia è andata in India -il paese più sovrappopolato del mondo- ed ha parlato contro il controllo delle nascite. L’ingerente puttana avrebbe dovuto essere colpita a morte con il cadavere gonfio e decadente di un bambino morto di fame», si legge. E ancora: «Madre fottuta Teresa non ha restituito il denaro. E’ una fottuta criminale». «Ha goduto nel vedere le persone in condizioni di povertà. Era una sadica che ha prosperato sul controllo e l’accondiscendenza della gente sofferente», afferma un altro. Un altro riferisce: «Niente mi fa diventare più rabbioso di questa puttana. Peccato che non c’è un inferno altrimenti lei starebbe bruciando a fianco di Hitler per tutto il dolore che ha inflitto sugli esseri umani, che schifo di donna!». Come chiunque può osservare utilizzando i link forniti, gli autori di queste civili e rispettose posizioni sono accaniti lettori di Christopher Hitchens, a lui fanno continuamente riferimento, citando spesso parti del suo libro su Madre Teresa.

 

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2. QUALITA’ DELLE CURE E UTILIZZO DELLE DONAZIONI

La principale critica a Madre Teresa è di aver offerto una cura medica superficiale ai poveri e agli ammalati di Calcutta, nonostante le enormi somme di denaro che venivano donate per la sua opera.

 

ACCUSE

Susan Shields, una ex-collaboratrice delle Missionarie della Carità (ed ex-credente), dice di aver prestato servizio negli hospice occidentali della congregazione. Oltre ad avanzare critiche generali al credo cattolico a cui aderiva, la donna ha affermato che «la maggior parte delle donazioni rimaneva inutilizzata nei conti bancari. La Madre [Madre Teresa, nda] non chiedeva mai soldi, ma il flusso di donazioni era costante e massiccio, la maggior parte delle sorelle non aveva idea di quanto denaro la congregazione stava accumulando. Dopo tutto, ci hanno insegnato a non prelevare nulla. Le donazioni non hanno avuto alcun effetto sulla nostra vita ascetica e molto poco effetto sulla vita dei poveri che cercavamo di aiutare. Abbiamo vissuto una vita semplice, senza cose superflue. Avevamo tre set di vestiti che abbiamo riparato fino a quando il materiale era troppo marcio. Abbiamo lavato a mano i nostri vestiti, le lenzuola e gli asciugamani del ricovero notturno per i senzatetto. La Madre era molto preoccupata del fatto che noi preservassimo il nostro spirito di povertà» (articolo apparso nel 1998 su Free Inquiry Magazine).

Anche lo studio canadese ha basato su questo la sua accusa principale, rilevando che le missionarie avevano un «discutibile modo di curare i malati», utilizzando strutture mediche inadeguate. «Molti medici sono andati lì e hanno visto che le condizioni erano molto povere e le persone vivevano in cattive condizioni. Non hanno davvero curato i malati», ha riferito uno degli autori dello studio, Genevieve Chenard dell’Università di Montreal. «Avevano un sacco di soldi, ma solo 5-7% è andato in beneficenza per i farmaci, e cose del genere. Madre Teresa avrebbe potuto costruire l’ospedale tecnologicamente più moderno dell’India in quel momento, ma riteneva la sofferenza una buona cosa». Dopo che l’intervistatore gli ha fatto notare che la ricerca si è basata su pubblicazioni già note, alla domanda se si erano mai recati a Calcutta per verificare personalmente le accuse, la risposta del ricercatore è stata: «No. Ma mi piacerebbe andare a Calcutta». Anche la relazione di Robin Fox apparsa sulla rivista The Lancet ha parlato solo di tutto questo: «Ci sono medici che vengono di volta in volta, ma solitamente sono le sorelle e i volontari (alcuni dei quali hanno conoscenze mediche) a prendere decisioni come meglio possono. Ho visto un giovane che era stato accolto in cattive condizioni ed i farmaci prescritti erano stati tetraciclina e paracetamolo. Più tardi un medico gli ha diagnosticato una probabile malaria. Le regole di Madre Teresa hanno lo scopo di prevenire qualsiasi deriva verso il materialismo: le sorelle devono rimanere in condizioni di parità con i poveri. Ma come gestiscono il dolore? In una breve visita non ho potuto giudicare il potere dell’approccio spirituale, ma sono stato disturbato dall’apprendere che il formulario non includeva analgesici forti» (citato in C. Hitchens, The Missionary Position: Mother Teresa in Theory and Practice, Verso 1995).

Le stesse cose ha riferito tale Margaux B., sedicente volontaria per un mese (nel 2009), in un hospice delle Missionarie della Carità a Calcutta. «Mi hanno assegnato il Prem Dan, non il famoso Kalighat preso d’assalto dai volontari, i pazienti ricevevano poca o nessuna attenzione: il medico veniva una volta alla settimana e visitava tutti i pazienti, tra cui i malati di cancro che venivano trattati con aspirine e vitamine. L’igiene era tutt’altro che ottimale, anche se i lavoratori indiani lavavano con acqua una volta al giorno. Alcuni pazienti sono rimasti permanentemente sdraiati a letto, sviluppando piaghe da decubito. Le sorelle erano praticamente senza competenze mediche, così come i dipendenti indiani. L’unica cura era fornita dai volontari con formazione medica». La donna non ha conosciuto Madre Teresa, eppure più volte mette in dubbio la sua onestà citando il già citato studio canadese. Allo stesso modo sembra ben informata delle tesi di Christopher Hitchens, tenendo a ricordare i «dollari nascosti», il «conservatorismo fanatico» della suora e il troppo veloce, secondo lei, iter di canonizzazione. La testimonianza di questa “volontaria per un mese” ci è onestamente apparsa alquanto sospetta, non soltanto per la scelta di non rendere noto il suo cognome.

 

RISPOSTE

Il giornalista William Doino, collaboratore della rivista Inside the Vatican, ha studiato le 27 pagine dei ricercatori canadesi e ha intervistato diverse persone che hanno lavorato con la suora albanese o hanno avuto a che fare con la sua opera in India. Ha anche intervistato uno degli autori della ricerca canadese, Genevieve Chenard. «Le sue risposte alla mia serie di domande sono state sorprendenti e rivelatrici», ha spiegato Doino. «Ha confermato innanzitutto che il suo team accademico non ha mai parlato con un singolo paziente, un analista medico o un lavoratore-volontario di Madre Teresa prima di pubblicare lo studio contro di lei. Inoltre, non hanno mai esaminato come le sue finanze sono state spese, né hanno parlato con qualcuno in Vaticano coinvolto con la sua causa di santità. I ricercatori, incredibilmente, non erano nemmeno mai stati a Calcutta, mentre, almeno Hitchens lo aveva fatto». «Così si è scoperto», ha proseguito, «che questo “documento di ricerca” non era altro che una “revisione della letteratura”, un riconfezionamento di ciò che altri avevano già scritto, con l’aggiunta di una nota negativa finale da parte dei tre accademici. In altre parole, lo studio canadese è un atto d’accusa sulla base di nessuna ricerca originale, e l’autore più frequentemente citato, non a caso, è Christopher Hitchens. Eppure queste “scoperte” hanno prodotto titoli di giornale in tutto il mondo e sono state ripetute da molti senza obiezioni». «Le accuse di scorrettezza finanziaria sono infondate», ha precisato,«infatti la beata Teresa ha contribuito a raccogliere, e ha raccolto, enormi somme di denaro per i poveri e ha donato gran parte di questi fondi alla Santa Sede, che a sua volta li ha distribuiti agli ospedali cattolici e ad altre opere del genere».

Tutt’altra testimonianza, rispetto alle ex-volontarie, è stata quella di Susan Conroy, che ha lavorato con Madre Teresa di Calcutta per ben dieci anni. «Quando ho letto le critiche di come i pazienti sarebbero stati curati nelle Case per i morenti, continuavo a pensare alle mie esperienze personali lì», ha detto. «So quanta tenerezza e attenzione offrivamo a ciascuno degli indigenti, di come li abbiamo lavati, abbiamo pulito i loro letti, li abbiamo nutriti e curati. So come pulivamo regolarmente, da cima a fondo, la struttura che li ospitava, e ogni paziente veniva lavato con la frequenza necessaria, anche più volte al giorno. Erano considerati “intoccabili” della società indiana e tuttavia li toccavamo e ci prendevamo cura di loro come fossero dei principi. Ci siamo sentite veramente onorate di servirli nel miglior modo possibile, Madre Teresa ci ha insegnato a prenderci cura di ciascuno di essi con tutta l’umiltà, il rispetto, la tenerezza e l’amore con il quale avremmo servito Gesù Cristo stesso, ricordandoci che “tutto ciò che facciamo al più piccolo dei nostri fratelli”, lo facciamo a Lui».

Anche l’ex commissario elettorale principale dell’India, Navin Chawla, ha voluto replicare alle accuse contro Madre Teresa. Apprezzato in tutte le democrazie occidentali per l’imparzialità con cui si sono svolte le elezioni politiche sotto la sua supervisione, Chawla è di religione indù e tuttavia è stato amico di Madre Teresa e profondamente influenzato da lei tanto da essere diventato filantropo (continua infatti l’opera appresa dalla suora di Calcutta investendo in lebbrosari e centri per la cura dei bambini non-udenti). Nel 1992 ha scritto una sua biografia, diventata best-seller e tradotta in 14 lingue. «L’intenzione di Madre Teresa», ha spiegato, «era prendersi cura di coloro che erano caduti nel dimenticatoio. Persone che nessun ospedale o ospizio avrebbe accolto. In un tale enorme oceano di bontà è sempre facile trovare alcuni punti di critica». In un articolo su The Hindu ha scritto: «Nel 1948, i marciapiedi di Calcutta brulicavano di moribondi, vittime della grande carestia del Bengala del 1942-1943. Qui è intervenuta una suora di 38 anni: di fronte a malattia, miseria e morte tutto intorno a lei in un momento in cui non c’era quasi alcun servizio di assistenza sanitaria, ha fatto quello che divenne il suo segno distintivo. Ha trovato un moribondo per strada, lo ha portato in un ospedale pubblico dove è stato respinto poiché era sul punto di morire e non avrebbero sprecato un letto di ospedale per una vita che non potevano salvare. Così è iniziata la sua ricerca di un luogo dove poteva accogliere le persone che gli ospedali rifiutavano, offrendo loro conforto e dignità». Nel 2000 ha raccontato altri particolari: «Dieci anni fa ho diretto il Dipartimento di Salute dello stato di Delhi e ispezionai più volte un ospedale psichiatrico statale. I disabili mentali erano come detenuti di una prigione, due dozzine di uomini completamente nudi, accovacciati in un angolo della sala, i loro vestiti e le coperte erano strappati, i loro corpi non lavati da settimane. Più di ogni altra cosa mi ricordo la disperazione nei loro occhi. Quando visitai la casa di cura di Madre Teresa a Tengra, in cui venivano curati le persone con handicap mentale, ho notato che la costruzione era nuova, conteneva tre dormitori su ciascuno dei due piani. La qualità era quasi di lusso per il modo in cui tutto era stato organizzato: le camere erano luminose e ariose grazie ai ventilatori a soffitto, ogni letto aveva la sua zanzariera. La biancheria da letto colorata era tessuta dai malati di lebbra di Tirigarh. Non un chiodo sembrava fuori luogo e i volontari non erano retribuiti. Gli stessi pazienti sono stati incoraggiati a mantenere se stessi e il loro ambiente pulito, come una parte necessaria della terapia. Mentre passavo mi aspettavo di incontrare rabbia o ostilità nei gruppi di pazienti, invece mi hanno accolto con caldi benvenuti. Quando arrivarono qui, due anni fa, non sapevano vestirsi, né mangiare correttamente, si rannicchiavano impauriti in un angolo. Ora sono autonomi nella maggior parte delle cose che fanno, addirittura lavorano nel centro artigianale».

Il gesuita James Martin, redattore di America, ha pubblicato una risposta alla critica di Murray Kempton, secondo il quale Madre Teresa accelerava la morte dei poveri non fornendo loro cure mediche decenti. «Ma l’assistenza sanitaria primaria non era lo scopo dell’ordine che Madre Teresa aveva fondato. Esistono centinaia di altri ordini medici cattolici che generosamente soddisfano questa necessità (le Medical Missionaries of Mary e le Figlie della Carità, per citarne solo due). Piuttosto, il carisma delle Missionarie della Carità (con il quale ho lavorato io stesso) intende fornire conforto ai moltissimi e poverissimi pazienti che altrimenti morirebbero in solitudine. Certo, sarebbe bello se tutti coloro che vivono nei paesi in via di sviluppo avessero accesso alle cure mediche moderne. E anche se gli ordini religiosi e altri operatori sanitari dedicati, religiosi e laici, lottano da decenni per questo, ancora non è possibile. Ma sicuramente questo non è colpa di Madre Teresa. Molte persone povere muoiono ancora in condizioni miserabili, trascurate e sole. Di fronte ai “più poveri dei poveri” ci sono due scelte: o far andare la lingua sui motivi per cui queste persone non dovrebbero esistere, oppure agire per fornire loro conforto e sollievo. Kempton sceglie la prima, mentre Madre Teresa, con tutti i suoi difetti, ha scelto la seconda». Sull’Huffington Post ha pubblicato un interessante articolo in cui ha ricordato la sua esperienza come volontario a fianco delle Missionarie della Carità, raccontando come lui stesso aiutava i poveri nell’igiene personale e come distribuiva loro il cibo.

Nemmeno la parlamentare indù Meenakshi Lekh, portavoce del Bharatiya Janata Party (BJP) e, in quanto profondamente nazionalista, non proprio “favorevole” all’opera di Madre Teresa (poiché la considera pur sempre una missionaria appartenente ad un’altra religione), ha parlato dell’inadeguatezza delle cure sanitarie ma, al contrario, ha constatato l’opposto: «nessuno contesta il lavoro caritatevole di Madre Teresa, nessuno contesta che nella sua vita ha svolto un lavoro encomiabile in aiuto dei malati, anziani, orfani e delle famiglie, sono stata anche un’ammiratrice del suo lavoro. Ma non togliamole l’identità stessa: il suo lavoro era missionario, cioè qualcuno che portava il cristianesimo attraverso di esso».

Il prof. Antonio Menniti Ippolito, docente di Storia moderna presso l’Università degli studi di Cassino, ha scritto sull’enciclopedia Treccani: «Le Missionarie della carità non hanno un progetto sociale, non si sostituiscono alle autorità pubbliche, ma tentano di svolgere attività che neppure queste riescono a sostenere. Da qui il loro operare in favore di chi si trovi in situazioni estreme: i moribondi, i malati cronici, gli abbandonati senza speranza. Le suore condividono lo stile di vita e la sofferenza di chi si trova nelle loro mani, distribuiscono amore più che cure specifiche, assicurano calore più che interventi mirati. Per questo hanno ricevuto critiche, in parte giustificabili, ma la loro attività di assistenza, in luoghi estremi di ogni continente, resta eccezionale. Di fatto, detta attività è l’espressione più alta della loro vocazione, anzi la finalizzazione di questa stessa. Il duro lavoro che svolgono è parte della loro attività di preghiera».

Il giornalista ebreo (seppur laico) David Van Biema, autore della famosa inchiesta su Madre Teresa comparsa sul Time e intitolata “The Life and Works of a Modern Saint” (2010), ha replicato a sua volta all’accusa: «Alcuni hanno chiesto come mai lei non costruiva cliniche mediche moderne, nonostante ci fossero abbastanza soldi per farlo. Perché ha continuato con le sue consorelle a costruire hospice come aveva sempre fatto? La risposta è che le cliniche mediche sono la ciliegina sulla torta, se possono vi aiuteranno. Operano un triage [selezione, nda] e lei era contraria al triage». L’accusa è «molto discutibile se si guarda a quanto cibo è arrivato grazie al suo ministero e a quanti farmaci anti-lebbra ha distribuito. Ha sempre detto: “Noi non siamo assistenti sociali” e credo sia questo ciò che che intendeva dire: se stai cercando di fare il maggior bene possibile per il maggior numero possibile di persone, io non sono certo la tua santa. Ma quello che ha fatto è stato decisamente buono per le persone che erano in grandissima necessità. Ad un certo punto ha cessato di essere solo “della chiesa” ed è diventata “del mondo”, e in un modo strano. Ci saranno sempre persone che non amano gli aspetti di quello che stai facendo. Credo che se avesse continuato a fare l’incredibile bene che ha fatto a Calcutta probabilmente nessuno si sarebbe posto queste questioni».

Padre Peter Gumpel, funzionario presso la Congregazione per le Cause dei Santi, ha riferito di aver preso sul serio le accuse di questo tipo, rispondendo però: «Ci sono errori commessi anche nelle più moderne strutture mediche, tuttavia ogni volta che era necessaria una correzione, Madre Teresa e le Missionarie si sono mostrate vigili e aperte al cambiamento costruttivo e al miglioramento. Quello che molti non capiscono sono le condizioni disperate che Madre Teresa si trovava costantemente di fronte, e il suo carisma speciale era salvare coloro che non avevano alcuna possibilità di sopravvivenza e sarebbe altrimenti sono morti sulla strada». Ha ritenuto, inoltre, «assolutamente falso» l’affermazione che lei avrebbe respinto o trascurato il servizio di assistenza medica per chi era ancora curabile o per le cure palliative dei malati terminali. «Attenzione alle storie aneddotiche che circolano da parte di persone scontente o che hanno un intento ideologico anti-cattolico», ha avvertito.

Il dott. PN John, direttore dell’hospice psichiatrico delle Missionarie della Carità, ha sfidato chi critica le condizioni antigieniche: «perché non escono di casa e vengono a controllare loro stessi?»Sunita Kumar, amica di Madre Teresa per 36 anni, portavoce delle Missionarie della Carità e di religione sikh, ha replicato a sua volta: «Madre possedeva solo due sari. Ha vissuto una vita semplice e dormiva su un letto su cui non c’era nemmeno un ventilatore a soffitto. Che cosa avrebbe fatto con il denaro? Sì, era frugale per il bene dei poveri. Ma non li ha privati. Se poi si giudica con gli standard di comfort degli ospedali a cinque stelle allora, ovviamente, lei non era all’altezza. Ma non era il suo scopo. Non ha mai avuto un conto personale e i fondi sono andati alle Missionarie della Carità per quanto ne sono a conoscenza».

Molto interessante il punto di vista dell’agnostico Gëzim Alpion, docente di Sociologia presso l’Università di Birmingham ed esperto della vita di Madre Teresa (a cui ha dedicato due libri, tra cui una monografia), avendo visitato per anni le sue strutture d’accoglienza. «Non mi sorprende che Madre Teresa ha avuto la sua giusta quota di avversari», ha dichiarato. «Sarebbe strano se chiunque avesse soltanto lodi per questa suora. Eroi “senza macchia” oggi possiamo trovarli soltanto in Corea del Nord. Quello che trovo sconcertante nella critica al vetriolo contro Madre Teresa, è l’incapacità di notare ciò che è abbondantemente evidente. Come ogni ordine religioso, l’ordine di Madre Teresa -le Missionarie della Carità-, hanno il loro “carisma”, o ragion d’essere, che nel loro caso non è vivere in solitudine e nel comfort, o sviluppare scuole per bambini benestanti o offrire assistenza medica all’avanguardia. Madre Teresa ha spiegato molto chiaramente che lei e le sue sorelle si sarebbero prese in cura dei più poveri tra i poveri e che avrebbero dipeso esclusivamente dalla carità per la propria sopravvivenza.

Brian Kolodiejchuk, postulatore di Madre Teresa, ha spiegato: «Lei non lavorava per sradicare le strutture della povertà. La sua preoccupazione era di portare soccorso immediato ed efficace alle persone che avevano bisogno di aiuto e riparo». Un esempio di ciò è stato raccontato da Shirin Bazleh, un regista americano agnostico che si è recato a Calcutta nel 1996 per visitare l’opera di Madre Teresa. «Quello che ho visto personalmente è stato l’amore e la cura che viene data agli indigenti a prescindere dalla loro religione. Quando eravamo a Kalighat, abbiamo visto una donna che è stato portata dalla strada, era terribilmente malata e tremante, c’erano vermi che le uscivano dalle orecchie e insetti striscianti su tutto il viso. Dio solo sa cos’erano quelle creature aggrovigliate tra i capelli. Le sorelle l’hanno lavata, l’hanno pulita, le hanno tagliato i capelli e tolto gli insetti, le hanno rimosso i vermi dalle orecchie, l’hanno vestita e fatta curare da un medico. Le è stato quindi assegnato un letto pulito e le è stato dato da mangiare. Si è scoperto che era così debole a causa della malnutrizione, aveva perso i sensi in un vicolo ed era rimasta lì per giorni. Questi sono i tipi di lavoro che le Missionarie della Carità svolgono quotidianamente. Siete disposti a fare lo stesso? In caso contrario, non siete qualificati ad avere un parere negativo su di loro».

Sul magazine inglese The Week è comparso un articolo nel 2016 in cui si racconta come Madre Teresa faceva costruire gli ospedali vendendo auto di lusso che le venivano regalate e collaborando con specialisti di medicina, come il dott. Vijay Jacob. Tra essi c’è l’Antara Hospital, fondato da lei stessa e divenuto il più grande ospedale psichiatrico privato in India, dedicato proprio a Madre Teresa.

Celeste Owen-Jones, articolista dell’Huffington Post e conoscitrice diretta dell’opera della Missionarie della Carità, ha anche lei voluto replicare a questo tipo di accuse: «La maggior parte delle persone di cui le sorelle si prendono cura sono fisicamente e mentalmente handicappate, o molto vecchie e molto malate. Vivono in luoghi del mondo in cui è abbastanza difficile sopravvivere anche quando si è giovani e in buona salute. Ho visto le sorelle fare tutto il possibile per rendere la vita di queste persone il meglio possibile e ho visto il loro cuore squarciarsi quando una bambina è morta una mattina a Cuzco. Sì, forse se quella bambina fosse andata in un ospedale costoso in America avrebbe vissuto più a lungo. Ma il fatto è che lei non poteva andare in quell’ospedale, e, in fin dei conti, ha avuto una vita di gran lunga migliore di quella che avrebbe avuto se le sorelle l’avessero lasciata nella spazzatura in cui l’hanno trovata».

In ogni caso, anche i critici più impegnati come Aroup Chatterjee, hanno riconosciuto che dalla fine degli anni ’90 le case gestite dalle Missionarie della Carità hanno notevolmente migliorato lo status sanitario. Logopedisti e fisioterapisti sono stati regolarmente consultati per prendersi cura di pazienti con disabilità fisiche e mentali e i pazienti che necessitano di un intervento chirurgico e cure più complicate sono stati inviati agli ospedali vicini.

 

CONCLUSIONE

Come emerge in modo evidente, il problema nasce quando si intende valutare le Case dei moribondi di Madre Teresa, nate negli anni ’50 a Calcutta, con gli standard attuali della medicina occidentale. Inoltre, c’è un totale fraintendimento sul “carisma” delle Missionarie della Carità che è dichiaratamente ben diverso da quello di altri ordini religiosi, impegnati nel fornire il miglior servizio sanitario possibile. Uno dei recensori del libro di Hitchens, Amit Chaudhuri, si è lamentato del fatto che Madre Teresa avrebbe potuto creare una «multinazionale missionaria», ma ciò era profondamente differente dalle sue volontà: non intendeva curare i malati “semplici”, per quelli c’erano già gli ospedali statali. Ella intendeva vivere in povertà (“povera tra i poveri”) e dedicarsi ai morenti, agli agonizzanti, ai relitti umani abbandonati ai bordi delle strade, schiacciati dalla loro tragedia umana e in attesa della morte, alle persone in fin di vita scartate da tutti, compresi i servizi di cura indiani. Intendeva dare immediato soccorso e consolazione a chi l’ospedale nemmeno lo avrebbe mai raggiunto.

La qualità delle prestazioni sanitarie avrebbe potuto probabilmente essere stata più all’avanguardia, investendo più denaro di quanto è stato fatto, ma, a giudicare dall’enorme stima che il popolo indiano le riserva ancora oggi, evidentemente la sua opera superava già di gran lunga qualunque iniziativa medica, assistenziale e sociale presente in India fino agli anni ’90. Lo storico Menniti Ippolito ha infatti scritto: «In un recente autorevole sondaggio svoltosi in India, teso ad individuare l’indiano più illustre del XX secolo, la cattolica albanese Madre Teresa ha prevalso su tutti. Questo in un paese particolare, orgoglioso della propria specificità e pure interessato da un risveglio hindu che sta provocando moti di intolleranza religiosa. Il modello semplice, coerente, sofferto, che Madre Teresa ha offerto al mondo ha un valore universale».

Per quanto riguarda le numerose donazioni che ricevette si capisce comunque come vennero investite se si pensa che al momento della morte di Madre Teresa, le Missionarie della Carità operavano in 610 missioni di 123 paesi del mondo, dove avevano fondato hospice per moribondi, case per le persone affette da HIV / AIDS, tubercolosi e lebbra, mense per i poveri, programmi di consulenza familiare e assistenza personali, orfanotrofi, scuole ecc.

 

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3. SI CURAVA NEI MIGLIORI OSPEDALI?

Madre Teresa venne ricoverata la prima volta nel 1983, subì un infarto nel 1989 e le fu applicato un pacemaker. Si ammalò di polmonite nel 1991, nel 1992 ebbe nuovi problemi cardiaci e l’anno successivo contrasse la malaria stando in mezzo ai malati di Calcutta. Nell’aprile del 1996 si ruppe la clavicola e morì nel 1997.

 

ACCUSE

Sia Christopher Hitchens che il giornalista Murray Kempton, recensore del suo libro, hanno accusato Madre Teresa di essersi curata in ospedali di lusso durante le malattie, mentre avrebbe concesso minima assistenza sanitaria negli hospice da lei diretti. In varie occasioni, ha scritto lo scrittore ateo, «compariva nelle cliniche migliori e nei più costosi ospedali occidentali durante i suoi attacchi di cuore dovuti alla vecchiaia».

Amit Chaudhuri, recensore del libro di Hitchens, ha precisato: «La tesi di Hitchens è che le ambizioni di Madre Teresa non sono affatto materiali, “nel senso comune del termine” (non dice affatto che Madre Teresa ha utilizzato i soldi delle donazioni per il suo personale beneficio), ma che il suo scopo era quello di stabilire un culto dell’austerità e della sofferenza».

 

RISPOSTE

Si tratta di un’accusa sconcertante per Sunita Kumar, una delle figure sociali più influenti di Calcutta, che ha lavorato come volontaria a fianco di Madre Teresa per 36 anni, diventandone amica e confidente, nonché la portavoce delle Missionarie della Carità (e una dei 113 testimoni intervistati dalla Chiesa durante il processo), nonostante professi una religione induista (lo sikhismo). Ha in fatti dichiarato«Sono stata abbastanza pesantemente coinvolta nel momento in cui Madre Teresa era malata a Calcutta e alcuni medici da San Diego e da New York vennero a visitarla di loro spontanea volontà. Lei non aveva alcuna idea di chi veniva a visitarla ed è stato così difficile convincerla perfino di recarsi in ospedale». In un’altra intervista, la Kumar ha detto: «Ricordo che dopo aver vinto il premio Nobel, mi disse: “Io non so il motivo per cui tutte queste persone mi stanno prestando attenzione. Io ho fatto questo sempre, perché adesso?”. In tutto quello che ha fatto è stata motivata dal suo amore per Cristo, quando divenne troppo malata voleva comunque visitare la Casa per i moribondi per pulire i bagni, come prima cosa. Quella era la sua umiltà. La sua unica parola era “dignità”. Diceva: “non si perde nulla dando dignità e rispetto a qualcuno, non importa chi sono”». Quando si è ammalata, all’inizio degli anni Novanta, la priorità di chi le stava intorno era cercare di convincerla a rallentare il ritmo e non peggiorare la sua salute cagionevole. «Ha avuto il suo primo attacco di cuore a Roma, nel 1980, ma ha sempre rifiutato di cambiare il ritmo esigente della sua vita», ha raccontato Kumar. «Lei non ci avrebbe mai ascoltato, abbiamo dovuto fare di tutto -anche mentire, se era necessario- per convincerla a curarsi. Non voleva che il suo lavoro si fermasse». E’ morta nella sua stanza presso la Casa Madre di Calcutta il 5 settembre del 1997, dando precise istruzioni di non essere portata in ospedale. «Ma, naturalmente, nessuno aveva intenzione di ascoltarla», ha spiega Kumar. «Abbiamo tenuto una bombola di ossigeno nel caso ci fosse un’emergenza, pronti a trascinarla in ospedale. Ma la morte è arrivata così in fretta».

Anche l’ex commissario elettorale dell’India, Navin Chawla, ha confermato che Madre Teresa ha sempre avuto un’avversione per gli ospedali “dei ricchi”, tanto che -ha ricordato- è stato possibile ricoverarla soltanto quando perse i sensi mentre si trovava negli Stati Uniti. «Era così forte la sua avversione per gli ospedali costosi», ha dichiarato, «che cercò perfino di fuggire durante la notte. E’ completamente ingiusto» accusarla di tutto questo. In un articolo ha spiegato: «Nel 1994, Madre Teresa si è ammalata a Delhi, quando venne a ricevere un premio. Sviluppò una febbre alta e una gastroenterite così, contro la sua volontà (“Io sarò a posto per domani”, mi disse), mi sono precipitato in un grande ospedale pubblico, dove è stata ricoverata per più di una settimana nel reparto di cardiologia. In quei giorni il centralino dell’ospedale è stato ingolfato di chiamate arrivate dalla residenza ufficiale del Presidente dell’India, dalla presidenza del Consiglio dei Ministri, dalla Casa Bianca, dal Vaticano e dalle cancellerie di tutta Europa. Vari ambasciatori e il primo ministro Narasimha Rao hanno offerto un trattamento in qualsiasi parte del mondo. Tuttavia, seppur non avesse del tutto recuperato, a mio avviso, le sue consorelle l’hanno portata di nuovo nel loro hospice di Kolkata. Se solo il gruppo di ricerca canadese avesse conosciuto la realtà dei suoi ricoveri, forse non sarebbe stato così poco caritatevole».

Il gesuita James Martin ha pubblicato sul The New York Review of Books una risposta diretta a Murray Kempton, definendo l’accusa «ingiusta e ingiustificata». «Chiunque abbia familiarità con gli ordini religiosi», ha scritto, «sarà consapevole del fatto che quando un superiore si ammala, il più delle volte è sollecitato dai membri della sua comunità di curarsi molto meglio avrebbe fatto se fosse lasciato solo. Furono i subordinati di Madre Teresa a costringerla a prendersi più cura di se stessa, forse anche contro la sua stessa volontà. Si tratta di un peccato contro la povertà, un’ipocrisia, o, più probabilmente, una dimostrazione del profondo affetto delle Missionarie della Carità per la loro fondatrice?».

Una smentita diretta è arrivata anche dal cardiologo Tarun Praharaj, che ha curato Madre Teresa quando fu ricoverata in ospedale nel 1993 e nel 1996: «non è stata lei a scegliere una clinica di fascia alta, ma è stata la decisione dei suoi medici». Il fotografo Raghu Rai, che l’ha incontrata per decenni, ha dichiarato di aver sempre visto che a curarla è sempre stato lo stesso medico locale bengalese. In un articolo di giornale del 1989 si legge: «Madre Teresa ha lasciato l’ospedale di Calcutta cinque settimane dopo aver subito un attacco di cuore, dirigendosi alla sede delle sue Missionarie della Carità, nonostante il parere contrario dei medici».

Padre Leo Maasburg, un prete austriaco amico intimo di Madre Teresa, suo consigliere spirituale e autore di una sua biografia, ha spiegato che nonostante i suoi numerosi viaggi (intrapresi puramente per diffondere le sue attività caritative), Madre Teresa ha vissuto una vita estremamente modesta a Calcutta, e mai ha chiesto favori speciali o particolari cure per se stessa. Fatti confermati da altre persone a lei vicine, compresi i medici che l’hanno curata durante la sua ultima malattia.

 

CONCLUSIONE

Come spiegato da questi autorevoli testimoni oculari, molte malattie che contrasse Madre Teresa furono dovute al suo instancabile e quotidiano lavoro in mezzo ai malati morenti, agli infetti che soccorreva e ai sofferenti dei sobborghi di Calcutta, e il ricorso a cure mediche di alto livello è stato scelto spesso contro la sua stessa volontà. In ogni caso, anche se così non fosse stato, non avremmo rilevato alcuna contraddizione: la sua opera, come abbiamo mostrato nel capitolo dedicato, era rivolta non tanto ai “semplici” ammalati -come di fatto era lei-, i quali venivano già assistiti dagli ospedali statali, ma sopratutto ai moribondi, ai morenti, agli agonizzanti, alle persone in fin di vita scartate dalle strutture sanitarie di allora, che venivano raccolti dalle Missionarie della carità ai bordi delle strade, dove si erano accasciati attendendo la morte. Madre Teresa non era in tale condizione quando venne ricoverata per i suoi problemi cardiaci, lo era invece, evidentemente, negli ultimi giorni della sua vita. Ed infatti non morì in un lussuoso ospedale americano, ma –come è stato spiegato– nella casa madre delle Missionarie della Carità di Calcutta, dove per decenni aveva offerto ai moribondi delle strade di Calcutta la possibilità di morire con dignità, assistiti, puliti e amati per quel che erano.

 

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4. AMAVA LA POVERTA’ PIU’ DEI POVERI?

I sostenitori di questa accusa si concentrano sul concetto di “sofferenza” e “dolore” espresso più volte da Madre Teresa durante varie interviste pubbliche, sostenendo che la religiosa si limitava a glorificare la sofferenza in quanto legame della vittima con Dio, senza far nulla per alleviare la situazione del sofferente.

 

ACCUSE

Lo scrittore Cristopher Hitchens ha criticato la suora albanese anche per la sua presunta concezione della sofferenza e della morte. Ha infatti citato questa frase di Madre Teresa: «C’è qualcosa di bello nel vedere i poveri accettare il loro destino e la sofferenza come fece Cristo durante la sua Passione. Il mondo ha da imparare un sacco dalla sofferenza». Ha quindi commentato: «Non era un’amica dei poveri. Era amica della povertà, ha detto che la sofferenza è un dono di Dio».

Anche gli autori del già citato studio canadese hanno affermato che Madre Teresa considerasse “bello” vedere i poveri soffrire e preferisse glorificare il dolore dei malati anziché alleviarlo.

 

RISPOSTE

Come giustamente ha osservato padre Leo Maasburg, prete austriaco amico intimo di Madre Teresa, suo consigliere spirituale, si tratta di «una torsione diabolica» delle convinzioni della suora albanese, che erano massimamente rivolte «ad aiutare i poveri e alleviare loro la sofferenza».

I critici, infatti, hanno preso un enorme abbaglio semplicemente perché non conoscono la visione cattolica della sofferenza salvifica, che nasce dalla passione del Cristo ed è insegnata da secoli dalla Chiesa cattolica. La lettera apostolica Salvifici doloris di Giovanni Paolo II è sufficiente per apprendere come la visione di Madre Teresa sia interamente e umanamente cattolica. Scrive Papa Wojtyla: «nella sofferenza si nasconde una particolare forza che avvicina interiormente l’uomo a Cristo, una particolare grazia. Frutto di una tale conversione non è solo il fatto che l’uomo scopre il senso salvifico della sofferenza, ma soprattutto che nella sofferenza diventa un uomo completamente nuovo. Allorché questo corpo è profondamente malato, totalmente inabile e l’uomo è quasi incapace di vivere e di agire, tanto più si mettono in evidenza l’interiore maturità e grandezza spirituale, costituendo una commovente lezione per gli uomini sani e normali». La sofferenza può quindi essere per il malato un’occasione di rinascita, non una crudele sfortuna ma una possibilità di salvezza. Ha un senso, seppur misterioso.

Questo giustifica abbandonare il povero e il sofferente nella sua condizione? E’ sciocco solo pensarlo. «Al Vangelo della sofferenza», precisa infatti Giovanni Paolo II, «appartiene anche — ed in modo organico — la parabola del buon Samaritano. Essa indica quale debba essere il rapporto di ciascuno di noi verso il prossimo sofferente. Non ci è lecito “passare oltre” con indifferenza, ma dobbiamo “fermarci” accanto a lui. Buon Samaritano è ogni uomo, che si ferma accanto alla sofferenza di un altro uomo, qualunque essa sia. Quel fermarsi non significa curiosità, ma disponibilità», commuoversi «per la disgrazia del prossimo». Tuttavia, «il buon Samaritano della parabola di Cristo non si ferma alla sola commozione e compassione. Queste diventano per lui uno stimolo alle azioni che mirano a portare aiuto all’uomo ferito. Buon Samaritano è, dunque, in definitiva colui che porta aiuto nella sofferenza, di qualunque natura essa sia. Aiuto, in quanto possibile, efficace. In esso egli mette il suo cuore, ma non risparmia neanche i mezzi materiali». L’insegnamento cattolico secondo cui nemmeno la sofferenza umana è motivo di disperazione, ma una prova che porta ad una possibile redenzione personale, è rivolto ad aiutare il sofferente a trovare il senso di quanto gli è accaduto, a sentirsi comunque amato da Dio. Non giustifica affatto il voler rimanere in tale situazione, ma abbracciarla e tirarsene fuori («prenda la sua croce e mi segua» (Lc 9, 23); tanto meno indica di abbandonare il malato alla sua condizione. Anzi, proprio il contrario. Soltanto un approccio superficiale e fintamente ingenuo può travisare tutto ciò.

Andando oltre il chiarimento teologico della visione di Madre Teresa, perfettamente coincidente con l’insegnamento della Chiesa, osserviamo come i testimoni oculari dell’opera della suora descrivono l’enorme sforzo delle Missionarie della Carità nel combattere la povertà e l’indigenza delle persone che incontrano e incontravano.

 

Shirin Bazleh, ad esempio, è un regista americano agnostico che si è recato a Calcutta nel 1996 per visitare l’opera di Madre Teresa. «Penso che le persone che fanno queste dichiarazioni critiche probabilmente non sono mai state in uno di questi hospice», ha affermato. «Quello che ho visto personalmente è stato l’amore e la cura che viene data agli indigenti a prescindere dalla loro religione. Io non credo che nessuno, sotto l’ombrello di una religione, sta facendo lo stesso altrove. Quando eravamo alla Casa di Kalighat abbiamo visto una donna che è stato portata dalla strade. Sembrava terribilmente malata e tremante, c’erano vermi che le uscivano dalle orecchie e insetti striscianti su tutto il viso. Dio solo sa cosa’erano quelle creature in movimento aggrovigliate tra i capelli. Le sorelle l’hanno lavata, l’hanno pulita, le hanno tagliato i capelli e tolto gli insetti, le hanno rimosso i vermi dalle orecchie, l’hanno vestita e fatta curare da un medico. Le è stato quindi assegnato un letto pulito e le è stato dato da mangiare. Si è scoperto che era così debole a causa della malnutrizione, aveva perso i sensi in un vicolo ed era rimasta lì per giorni. Questi sono i tipi di lavoro che le Missionarie della Carità svolgono quotidianamente. Siete disposti a fare lo stesso? In caso contrario, non siete qualificati ad avere un parere negativo su di loro».

Importante, ancora una volta, la testimonianza del già citato funzionario indù, Navin Chawla, molto vicino alla suora albanese. L’incontro con Madre Teresa lo ha stimolato a creare lui stesso iniziative per contrastare la sofferenza e la povertà. Ella, ha spiegato Chawla, «è riuscita a trasformare me, che sono rimasto indù. Ha fatto di me una persona diversa. Ha creato un ponte tra me e la povertà. Mi ha spinto a mettermi in contatto con i poveri attorno a me. Ha dato un senso a questo collegamento con i poveri anche per la classe media. Non che nell’induismo manchi il senso di compassione. Ma mi ha insegnato a raccogliere un lebbroso da terra. Con l’esempio. Cos’ha spinto Navin Chawla, un burocrate che ha studiato nelle scuole giuste, a farsi carico di 18mila casi disperati nei lebbrosari di cui mi occupo? Madre Teresa è riuscita a toccare qualcosa in me. E lo ha fatto con altre centinaia di migliaia di persone. E come? Dando il buon esempio. Costruì un primo ospedale e fece così tanto per i poveri che in giro di non molto tempo la gente s’inchinava per toccarle i piedi, che è un gesto di rispetto, qui in India, verso le figure autorevoli. Dopo la sua morte, le missioni in India stanno crescendo, le sorelle dell’ordine sono sempre di più. I volontari non stanno diminuendo e nemmeno i finanziamenti». Come si evince, in Madre Teresa non c’era alcuna “glorificazione della povertà”, ma amore concreto ai poveri tanto da prendersi cura costantemente di loro e toglierli dalla situazione in cui versavano, arrivando a toccare il cuore di persone di diversa estrazione culturale e religiosa, lontane dalla fede cristiana.

Nel 2000 l’ex commissario Chawla ha raccontato altri particolari interessanti: «Dieci anni fa ho diretto il Dipartimento di Salute dello stato di Delhi e ispezionai più volte un ospedale psichiatrico statale. I disabili mentali erano come detenuti di una prigione, due dozzine di uomini completamente nudi, accovacciati in un angolo della sala, i loro vestiti e le coperte erano strappati, i loro corpi non lavati da settimane. Più di ogni altra cosa mi ricordo la disperazione nei loro occhi. Quando visitai la casa di cura di Madre Teresa a Tengra, in cui venivano curati le persone con handicap mentale, ho notato che la costruzione era nuova, conteneva tre dormitori su ciascuno dei due piani. La qualità era quasi di lusso per il modo in cui tutto era stato organizzato: le camere erano luminose e ariose grazie ai ventilatori a soffitto, ogni letto aveva la sua zanzariera. La biancheria da letto colorata era tessuta dai malati di lebbra di Tirigarh. Non un chiodo sembrava fuori luogo e i volontari non erano retribuiti. Gli stessi pazienti sono stati incoraggiati a mantenere se stessi e il loro ambiente pulito, come parte necessaria della terapia. Mentre passavo mi aspettavo di incontrare rabbia o ostilità nei gruppi di pazienti, invece mi hanno accolto con caldi benvenuti. Quando arrivarono qui, due anni fa, non sapevano vestirsi, né mangiare correttamente, si rannicchiavano impauriti in un angolo. Ora sono autonomi nella maggior parte delle cose che fanno, addirittura lavorano nel centro artigianale».

La parlamentare indù Meenakshi Lekh è portavoce del Bharatiya Janata Party (BJP) e, in quanto profondamente nazionalista, non proprio “favorevole” all’opera di Madre Teresa poiché la considera una missionaria appartenente ad un’altra religione. Tuttavia ha affermato: «nessuno contesta il lavoro caritatevole di Madre Teresa, nessuno contesta che nella sua vita ha svolto un lavoro encomiabile in aiuto dei malati, anziani, orfani e delle famiglie, sono stata anche un’ammiratrice del suo lavoro».

Il giornalista ebreo (seppur laico) David Van Biema, autore della famosa inchiesta su Madre Teresa comparsa sul Time e intitolata “The Life and Works of a Modern Saint” (2010), ha detto: «Un’altra critica dice che lei era più interessata alla sofferenza dei poveri, al mantenere quelle persone nella sofferenza. Ora io penso che sia molto discutibile se si guarda a quanto cibo è arrivato attraverso il suo ministero e a quanti farmaci anti-lebbra che sono stati distribuiti». E, ha aggiunto: «A Calcutta ha creato istituzioni, scuole per i bambini poveri, case per donne in gravidanza, rifugi per i senza tetto, per gli orfani e i lebbrosi, case per i morenti, che sono diventati un modello per i suoi ministeri di tutto il mondo. Sembra forse esagerato, ma Madre Teresa ha ridefinito il concetto di “lavorare con i poveri” dell’età moderna, l’ha sostituito con “più poveri tra i poveri”, una nuova categoria con un corrispondente imperativo morale. Ha tolto la parola “con” cancellando la linea di demarcazione tra il benefattore e il beneficiario, facendo precipitare le sue suore in povertà nei bassifondi della città».

Molto curioso l’aneddoto raccontato dal giornalista del Telegraph, Tarun Ganguly: si trovava a Calcutta durante la metà degli anni ’80, mentre rientrava a casa un autocarro carico di scatoloni pieni di farmaci ha speronato la sua nuova auto. «Mentre stavo rimproverando il conducente del veicolo», ha detto, «ho improvvisamente notato una vecchia e fragile donna seduta accanto a lui, era Madre Teresa». Anche se colto alla sprovvista per alcuni secondi, Ganguly ha tuttavia preso il numero di targa decidendo di presentare una denuncia alla stazione di polizia di Park Street. «Ma la polizia si è rifiutata», ricorda Ganguly. «Mi hanno detto: “Come possiamo? Dopo tutto, lei e la Madre”». Ganguly maturò perciò un giudizio negativo verso la religiosa, fino a quando cambiò radicalmente idea alcuni anni dopo. «Una dei nostri vicini di casa, un’anziana donna musulmana, era stata abbandonata dalla sua famiglia. Era malata e sola e sentivamo il suo pianto tutte le notti. Ci sentivamo impotenti e non sapevamo cosa fare per aiutarla. Un giorno abbiamo sentito che Madre Teresa era venuta a prenderla. Abbiamo poi chiesto e saputo che era morta felice, amata e circondata da altre persone nella sua stessa situazione».

Il magazine inglese Outlook India nel tentativo di verificare le accuse ricevute da Madre Teresa, si è imbattuto in tantissime persone di fede indù che hanno incontrato la suora religiosa e hanno mutato i loro sospettosi convincimenti in aperta ammirazione. Un esempio è l’ufficiale di polizia del Bengala, BD Sharma, che andò a visitare nella prima metà degli anni ’80 una casa di cura delle Missionarie della Carità per i pazienti ammalati di lebbra. Ecco il racconto: «Io non era particolarmente ansioso di tale incontro perché consideravo Madre Teresa estremamente sopravvalutata, non apprezzando l’opera di uno straniero che lavora per l’India. Ma ho completamente cambiato la mia idea quando la vidi abbracciare i lebbrosi, i quali mai mi sarei sognato di toccare, per quanto mi vergogno ad ammetterlo. Passava le dita sopra le loro ferite aperte per lenirle e pulirle dal sangue incrostato. Questa è stata una dimostrazione di vera compassione che non può essere falsificata. Se questa donna non è santa, io non so chi lo possa essere». Altra testimonianza significativa è quella del leader del Partito Comunista indiano, Mohammed Salim, il quale seppur non d’accordo con l’ideale di Madre Teresa non ha potuto negare il suo impegno: «Non intendo affatto sminuire gli sforzi di Madre Teresa per contribuire a ridurre la sofferenza dei miserabili, ma l’elemosina non è la soluzione».

Il sociologo cattolico William A. Donohue è entrato più nel merito dell’equivoco teologico sulla sofferenza: «Facciamo finta che io sia un ateo. L’idea della sofferenza redentrice, che chiede di unire le mie sofferenze a Gesù, è quello che lo storico James Hitchcock ha definito una delle più radicali idee della storia. Posso capire un ateo che dica: “Io non capisco. C’è sofferenza, ma l’idea di poter unire le mie sofferenze a Cristo non è qualcosa che posso comprendere”. Ci viene insegnato nella società americana di comprendere i popoli aborigeni, che possono avere usi e costumi che potrebbero sembrare bizzarri e strani per noi. Ma non quando si tratta dei cattolici. Hitchens e gli altri critici avrebbero dovuto fare un sincero tentativo di guardare il mondo attraverso gli occhi di un cattolico che crede nella sofferenza redentrice. Invece, nella loro arroganza dicono che è folle e borderline credere in un tale concetto».

 

CONCLUSIONE

Sembra davvero strano che persone colte e intelligenti possano davvero pensare che l’insegnamento di Madre Teresa e della Chiesa cattolica sia quello di glorificare e amare la sofferenza più dei sofferenti. E’ più probabile, a nostro avviso, che questi critici fingano di essere ingenui per disonestà intellettuale, permettendosi così di poter giocare sull’equivoco e riversare su Madre Teresa un’accusa insidiosa e viscida. Sanno bene, infatti, che per chiarire le cose occorre più fatica, spiegazioni ed impegno -come sono state date qui sopra- di quanto servano all’accusatore, a cui basta una citazione estrapolata di Madre Teresa e un’interpretazione volutamente errata delle parole.

 

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5. DONAZIONI DA PERSONAGGI DISCUTIBILI?

In mezzo a migliaia di piccoli e grandi ammiratori di Madre Teresa, ci sono anche stati tre personaggi moralmente discutibili che hanno anche loro donato del denaro per le opere create dalle Missionarie della Carità.

 

ACCUSE

Nel libro di Hitchens, La Posizione della Missionaria, la religiosa di Skopje viene accusata anche di aver ricevuto donazioni dal dittatore haitiano Jean-Claude Duvalier nel 1981, dal finanziere corrotto Charles Keating e dal parlamentare britannico Robert Maxwell.

 

RISPOSTE

Il finanziere Keating, al culmine del suo successo, fece una donazione a Madre Teresa e nel 1992 venne processato e condannato dopo un pesante crack finanziario. Durante lo svolgimento del processo, Madre Teresa scrisse al giudice Lance Ito: «Io non so nulla del lavoro di Charles Keating, della sua attività o delle questioni che sta trattando. So solo che è stato gentile e generoso con i poveri di Dio ed è stato pronto ad aiutarli ogni volta che c’era un bisogno. Ogni volta che qualcuno mi chiede di parlare con un giudice, dico sempre di pregare e guardare nel loro cuore e fare ciò che Gesù avrebbe fatto in quella circostanza. E questo è ciò che chiedo a voi, vostro Onore» (citata in C. Hitchens, The Missionary Position, Verso 1995, p. 67). Anche per quanto riguarda la donazione di Robert Maxwell, essa avvenne molto prima dell’accusa di appropriazione indebita dei fondi pensione della sua società di marketing.

Il già citato ex commissario elettorale dell’India, Navin Chawla, di fede indù, ha replicato a tali accuse: «Nel corso della ricerca per la mia biografia, le ho chiesto il motivo per cui accettò i soldi da personaggi loschi come Duvalier. La sua risposta è stata concisa: “Nella carità”, ha detto, “ognuno ha il diritto di dare”. Nel frattempo ho studiato la storia Duvalier. Madre Teresa aveva creato una piccola missione a Port-au-Prince, uno dei luoghi più disperatamente poveri del mondo. Il giorno dopo che Madre Teresa la visitò, la figlia di Duvalier si recò alla missione e donò 1000 dollari. Non si trattava, come è stato riferito, di un milione di dollari. Ma la risposta di Madre Teresa sarebbe stata comunque la stessa: se questo dà pace al donatore, così sia». In un’altra occasione ha aggiunto: «Supponiamo pure che Madre Teresa abbia ricevuto donazioni senza identificare da chi venivano. Anche fosse, sarebbe una cosa così insignificante nell’oceano di Bene che quella Santa ha fatto. È vero, non guardava in faccia a nessuno. Se pensava che avresti potuto aiutarla, veniva da te, ti spiegava cosa faceva e aspettava che offrissi qualcosa. Non chiedeva mai. E diceva che non le importava chi fosse a offrire denaro. Non faceva differenza: lei vedeva solo i poveri». Tali accuse arrivarono anche quando Madre Teresa era ancora viva, la sua risposta era semplice: «Ogni individuo ha il diritto di dare in beneficenza», ha spiegato ancora Chawla. Aggiungendo: «Le ho chiesto di questo una volta. Lei mi ha chiesto se mettevo in discussione tutte le migliaia di persone che nutrono i poveri nella nostra città ogni giorno. “Non sta a me giudicare le persone. Questo è il lavoro di Dio”, mi disse».

Lo scrittore Simon Leys, docente di Sinologia alla Australian National University, ha pubblicato sul The New York Review of Books una breve ma significativa risposta a tale accusa: «Madre Teresa ha accettato di tanto in tanto di ospitare truffatori, milionari e criminali? E’ difficile capire perché, da cristiana, avrebbe dovuto essere più esigente in questo senso del suo Maestro, le cui frequentazioni negative erano note e sconvolsero tutti gli Hitchens del suo tempo». Leys si rifà, ad esempio, ai pasti che Gesù condivideva con prostitute e pubblicani, nonché alla famosa visita a casa del ladrone Zaccheo, creando parecchio scandalo tra i farisei.

L’agnostico Gëzim Alpion, docente di Sociologia presso l’Università di Birmingham ed esperto della vita di Madre Teresa, ha commentato: «Naturalmente ci sono stati alcuni individui ricchi e potenti che hanno cercato di usare Madre Teresa per i loro scopi, alcuni ancora lo fanno. Eppure, questa suora non ha mai offerto l’assoluzione in cambio di “favori”. Solo quelli che non fanno nulla o sono riluttanti a vedere questo, non riescono a capire che le personalità religiose dovrebbero essere mediatori attivi con chi detiene il potere, nella speranza che questo vada a vantaggio dei meno fortunati».

 

CONCLUSIONE

Queste tre controverse donazioni ci sono effettivamente state tuttavia, in almeno due casi, Madre Teresa non conosceva, come abbiamo visto, il discutibile profilo morale del donatore. Molti si lamentano perciò del fatto che la suora albanese non abbia restituito la donazione nel momento in cui seppe di aver ricevuto soldi “sporchi”. Ci domandiamo come pensano che potesse farlo: inviando un assegno al giudice o al criminale? Togliendo quei soldi ai poveri di Calcutta o delle altre missioni a cui li aveva molto probabilmente destinati, per inviarli alle povere vittime americane o britanniche del donatore corrotto? Oltre a mancare di sano realismo, sorprende che i critici di Madre Teresa manchino di condannare moralmente anche Gesù Cristo che, scandalosamente, accolse i soldi “sporchi” del corrotto Zaccheo, quando quest’ultimo decise: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri» (Lc 19,1-10)

 

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6. BATTESIMI SEGRETI E CONVERSIONI FORZATE?

Alcuni critici accusano Madre Teresa e la Missionarie della Carità di aver battezzato in segreto i bambini orfani che trovavano e usato la conversione come ricatto per aiutare i moribondi e le persone in fin di vita. Questa è anche l’unica accusa condivisa (o meglio, i critici occidentali hanno condiviso tale accusa) da qualche esponente della società indiana e orientale, generalmente nazionalisti indù.

 

ACCUSE

Christopher Hitchens ha accusato Madre Teresa di aver battezzato segretamente i morenti: «Nelle case per i moribondi, Madre Teresa ha insegnato alle sorelle come battezzare di nascosto coloro che stavano morendo. Le sorelle dovevano chiedere ad ogni persona in pericolo di morte se voleva un “biglietto per il paradiso.” Una risposta affermativa significava il consenso al battesimo. La sorella poi faceva finta di raffreddare la testa del paziente con un panno umido, mentre in realtà lo stava battezzando, dicendo sottovoce le parole necessarie. La segretezza era importante in modo che nessuno avrebbe saputo che le sorelle di Madre Teresa battezzavano indù e musulmani» (C. Hitchens, The Missionary Position: Mother Teresa in Theory and Practice, Verso 1995).

La parlamentare indù Meenakshi Lekh, portavoce del Bharatiya Janata Party (BJP), ha a sua volta detto«Una persona inviata in una missione religiosa è inviata per promuovere il cristianesimo in un paese straniero e svolge un lavoro religioso (come ad esempio convincere la gente ad unirsi a una religione o aiutare le persone che sono malate, povere, etc.), Madre Teresa stessa ha detto di essere una missionaria, l’organizzazione stessa dai fondata è chiamata “Missionarie della Carità”. Vorrei però meglio precisare: nessuno contesta il lavoro caritatevole di Madre Teresa, nessuno contesta che nella sua vita ha svolto un lavoro encomiabile in aiuto dei malati, anziani, orfani e delle famiglie, sono stata anche un’ammiratrice del suo lavoro. Ma non togliamole l’identità stessa: il suo lavoro era missionario, cioè qualcuno che portava il cristianesimo attraverso di esso. Non togliamo da quella nobile donna ciò che è stato il cuore della sua identità e del suo lavoro, la promozione del cristianesimo e ciò che è evidente nel nome della stessa organizzazione. Tuttavia, Madre Teresa ha avuto il coraggio della convinzione e l’onestà di intenti e non ha mai evitato le attività missionarie, a differenza delle organizzazioni che lo fanno sotto vesti ingannevoli».

Anche i fondamentalisti indù dell’ente paramilitare RSS e del partito politico nazionalista BJP hanno accusato la suora albanese di avere forzatamente convertito molti poveri al cristianesimo quando erano malati, in punto di morte o orfani da adottare. Mohan Madhukar Bhagawat, capo dell’RSS, ha affermato: «è un’ottima cosa lavorare per una causa con intenzioni altruistiche. Ma il lavoro di Madre Teresa aveva un secondo fine, quello di convertire la persona che stava accudendo al cristianesimo».

 

RISPOSTE

Immediata è arrivata la replica del primo ministro di Delhi, Arvind Kejriwal, che avendo lavorato a fianco di Madre Teresa, l’ha definita un’«anima nobile» e ha esortato il vertici del RSS a risparmiarle tali osservazioni. Kejriwal è di religione induista. Anche il giornalista indiano e induista Rajeev Shukla ha preso le difese della suora religiosa, sollevando addirittura la questione in Parlamento.

La testimonianza più importante è stata, ancora una volta, quella di Navin Chawla, ex commissario elettorale indiano, amico di Madre Teresa e, tuttavia, rimasto sempre di fede induista: «Non esiste neanche una testimonianza che confermi queste invenzioni. Non aveva alcun bisogno di convertire», ha replicato. «Perché, per lei, il bambino povero abbandonato per strada era Gesù. Il lebbroso era Gesù. Il moribondo era Gesù. Non c’era alcun bisogno di convertire qualcuno che era già Dio». In un’altra occasione ha aggiunto: «Anche se fermamente e devotamente cattolica, tese la mano a persone di tutte le denominazioni, indipendentemente dalla loro fede o non fede. Non credeva che la conversione era il suo lavoro, quello era opera di Dio, diceva. Così, mentre sollevava il neonato abbandonato, non lo avrebbe mai tentato di convertire perché sarebbe probabilmente stato adottato da una famiglia hindu. Per questo la gente di tutte le fedi era così entusiasta di questa suora cattolica. Nei miei 23 anni di stretta collaborazione con lei, mai una volta sussurrò che forse la sua religione era superiore alla mia, o attraverso di essa si trovava su un percorso più vicino al Divino».

Il sociologo agnostico Gëzim Alpion, docente presso l’Università di Birmingham ed esperto della vita di Madre Teresa, ha risposto così a tale accusa: «Nella mia ricerca, scrivo cose che sono in grado di corroborare e faccio sempre riferimento a citazione da fonti affidabili. Ho visitato la sede delle Missionarie di Calcutta e la Casa dei moribondi a Kalighat. In tutte le case dell’Ordine, i centri e le mense in cui sono stato, in Asia, in Africa, in Europa e in Australia, ho visto le suore di Madre Teresa, i fratelli e i volontari, devotamente al servizio dei bisognosi. Da quello che io stesso ho osservato durante tali visite e dalle interviste che ho condotto ai membri dell’ordine e a coloro che beneficiano della loro assistenza, ho motivo di ritenere che l’aiuto era offerto senza precondizioni».

La scrittrice Kathryn Spink, biografa autorizzata di Madre Teresa di Calcutta e attivista per i diritti umani delle donne sudafricane, ha spiegato che le persone ricoverate negli hospice di Madre Teresa «hanno ricevuto cure mediche dalle Missionarie della Carità e hanno avuto la possibilità di morire con dignità, secondo i riti della loro fede. Ai musulmani è stato letto il Corano, gli indù hanno ricevuto l’acqua del Gange e i cattolici hanno ricevuto l’estrema unzione. Hanno ricevuto una bella morte, le persone che hanno vissuto come animali sono morte come angeli, amate e volute» (K. Spink, Mother Teresa: A Complete Authorized Biography, HarperCollins 1998, p. 55)

Il prof. Antonio Menniti Ippolito, docente di Storia moderna presso l’Università degli studi di Cassino, ha scritto sull’enciclopedia Treccani: «Le suore non convertono, non impongono modelli, non cercano di convincere. Gli assistiti che muoiono nelle loro case vengono destinati alle comunità religiose di appartenenza e in India, quando vi è un dubbio, i cadaveri vengono destinati alla cremazione secondo lo stile hindu. Neppure i bambini ospiti dello Shishu Bhavan di Calcutta, almeno quelli in condizione d’essere dati in adozione, vengono battezzati. Il modello di vita e di impegno offerto da Madre Teresa e dalle sue Missionarie della carità è tanto originale quanto straordinario: un vero modello di fratellanza, non ideologico, che si propone con l’esempio».

Lo scrittore Simon Leys, prestigioso docente di Sinologia alla Australian National University, ha pubblicato sul The New York Review of Books una breve ma significativa risposta a tale accusa: «Madre Teresa battezza in segreto i moribondi? L’atto materiale del battesimo consiste nel mettere alcune gocce di acqua sulla testa di una persona, mormorando una dozzina di semplici parole rituali. O si crede nell’effetto sovrannaturale di questo gesto, e allora si dovrebbe desiderarlo. Oppure non si crede in esso, e il gesto è un atto innocente, senza significato e innocuo, come scacciare una mosca con un gesto della mano. Se un cannibale ti si presenta davanti con amore e vorrebbe consegnarti un dente magico di coccodrillo come protezione perenne, lo scacci indignato e respingi l’offerta come primitiva e superstiziosa, oppure accetti in segno di gratitudine, ritenendo un segno generoso di sincera preoccupazione e affetto?».

Shirin Bazleh, un regista americano agnostico che si è recato a Calcutta nel 1996 per visitare l’opera di Madre Teresa, ha più volte precisato: «La casa dei moribondi di Kalighat si trova accanto a un tempio indù, e i malati, indipendentemente dalla loro religione, vengono portati dentro e ci si prende cura di essi. Io non sono una persona religiosa e trascorrere del tempo con Madre Teresa non ha cambiato le mie opinioni sulla religione in sé, ma ha aumentato il mio apprezzamento per coloro la cui fede è guida per portare più bene all’umanità. Se la religione e la fede aiutano a portare il meglio dalle persone, penso che siano una grande cosa. Non mi interessa ciò che la religione è e non credo che nemmeno Madre Teresa si preoccupa di questo. Lo vediamo nel suo lavoro: nel suo servizio e nelle sue azioni non favorisce una religione rispetto ad un’altra. Ha detto più volte che “io amo tutte le religioni, ma sono innamorata del cristianesimo”. La ammiro totalmente per quello che è e per quello che fa».

Sunita Kumar, portavoce dell’organizzazione fondata da Madre Teresa, ha replicato alle accuse dei nazionalisti indù: «Sono male informati. Deve essere assolutamente chiaro che i tentativi di proselitismo non avvenivano quando c’era la Madre, né avvengono oggi. L’intero movente è quello di servire i poveri disinteressatamente, portare gioia e dignità nella loro vita. Non ho mai visto nulla di simile, un musulmano è trattato come un musulmano e un indù è trattato come un indù. Io stessa sono una sikh e questo non è mai stato di ostacolo al mio rapporto con le Missionarie della Carità».

Il vaticanista Henri Tincq ha commentato: «L’accusa di aver cercato di convertire al cristianesimo gli indù sofferenti è falsa, ancora utilizzata quotidianamente dai fondamentalisti indiani per perseguitare la minoranza cristiana in questo paese (il 3% della popolazione). La migliore risposta a questa accusa è il ricordo del funerale di stato decretato il 9 settembre 1997 dal governo indiano. Come inviato speciale per il funerale, mi ha colpito la presenza e l’omaggio di decine di migliaia di indiani (e indù) nella processione che ha seguito il feretro di Madre Teresa nelle strade della capitale del Bengala. Quasi venti anni dopo il giorno della sua canonizzazione, i membri e i funzionari del governo indiani ancora si recano in viaggio a Roma. Il 28 agosto, il primo ministro Narendra Modi del partito nazionalista indù, famoso per la poca tolleranza verso i cristiani, ha invitato il suo paese ad onorare la nuova santa con queste parole: “Madre Teresa ha dedicato tutta la sua vita al servizio dei poveri e degli svantaggiati in India. Quando a una persona viene dato il titolo di santo, è naturale che tutti gli indiani si sentono orgogliosi”».

 

CONCLUSIONE

Il problema principale dei critici di Madre Teresa è che non sono mai stati testimoni oculari dei fatti. Al contrario, chi ha avuto l’onore di starle affianco -cattolico, ebreo, laico o induista- ha testimoniato l’assenza di qualunque proselitismo e, tanto meno, di conversioni “segrete”, “forzate” o sotto “ricatto”. Ovviamente Madre Teresa era una consapevole testimone del cristianesimo, l’annuncio cristiano di salvezza è il compito di tutti coloro che scelgono di abbracciare il messaggio evangelico, ma la testimonianza -come insegnano Benedetto XVI e Francesco- non avviene tramite i discorsi o il proselitismo, ma con l’attrazione, cioè attraverso le proprie opere e l’esempio di vita, felice e santa, che il cristiano porta nel mondo. Fin nei sobborghi di Calcutta. Ma anche se non fosse così, rimane più che valida l’osservazione che Gëzim Alpion, docente di Sociologia all’Università di Birmingham, ha rivolto ai critici di Madre Teresa: «Se dovessi scegliere tra chi aiuta i poveri per precisi fini religiosi e chi limita il proprio contributo a favore dei “relitti” umani alla pubblicazione di qualche discutibile articolo o libretto, teso a svilire il lavoro di questi altruisti “assistenti sociali” religiosi, non avrei dubbi da che parte stare» (G. Alpion, Madre Teresa, Roma 2008, pp. 110-115).

 

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7. DUBBI SULLA FEDE

Molti quotidiani hanno riportato alcune frasi scritte da Madre Teresa, raccolte in particolare nel libro di lettere private Come Be My Light (Doubleday 2009), conservate contro la sua stessa volontà da parte del suo direttore spirituale, padre Van Exem: «se le lettere diventeranno pubbliche la gente penserà più a me e meno a Gesù», scrisse (Lettera a Picachy, aprile 1959). Si tratta di scambi epistolari che ebbe con i suoi direttori spirituali (padre Van Exem, il card. Picachy e padre Neuner) e con l’arcivescovo di Calcutta, mons Périer, per circa sessant’anni, e alcuni di essi hanno rivelato per la prima volta un rapporto complesso con la fede, sofferto e a volte dubbioso, nato proprio quando ha iniziato la sua attività a Calcutta.

 

ACCUSE

Diversi autori non hanno mancato di deriderla per queste difficoltà apprese nelle sue lettere (definendola “la santa atea”, “una vecchia signora confusa”, “la patrona degli scettici” ecc.), mentre i suoi detrattori ufficiali hanno rimarcato questo aspetto per darle dell’“impostora”, criticato la scelta della santificazione da parte della Chiesa cattolica. I ricercatori canadesi hanno parlato di “instabilità psicologica”. Non riteniamo lecito che i dissacratori di Madre Teresa entrino anche nel campo della fede privata, non hanno l’esperienza né la preparazione adeguata per dare giudizi o misurare l’esperienza spirituale altrui. In ogni caso, anche tali accuse meritano una risposta.

 

RISPOSTE

Innanzitutto va detto che l’autore del libro che ha rivelato tutto ciò è padre Brian Kolodiejchuk, postulatore della causa di beatificazione di Madre Teresa. Ovvero, colui che ha reso pubblici tali scritti non solo non ha rilevato problemi o contraddizioni, ma addirittura è stato il postulatore della sua beatificazione, incaricato proprio dalla Congregazione per i Santi di studiare tali documenti e ascoltare i testimoni. Egli ha visto nella religiosa albanese la dote della perseveranza, un atto spiritualmente eroico e ha suggerito espresso il suo parere sulla “prova di fede” toccata a Madre Teresa: «era una personalità molto amata, molto forte. E una forte personalità ha bisogno di una forte purificazione» come antidoto all’orgoglio. Egli cita a dimostrazione un commento scritto dalla suora nel 1960, dopo aver ricevuto un importante premio nelle Filippine: «Questo non significa niente per me, perché io non ho Lui» (citata in B. Kolodiejchuk, Sii la mia luce, Bur 2009).

Commentando il momento di crisi di Madre Teresa, padre Peter Gumpel della Congregazione per le Cause dei Santi, ha replicato alle sottolineature “teologiche” dei critici e dei ricercatori dello studio canadese, anche loro impegnati a tratteggiare negativamente il profilo spirituale della suora albanese. «Questi ricercatori non conoscono che i periodi di dubbio, e anche gravi prove di fede, hanno colpito alcuni dei più grandi santi della Chiesa, come san Giovanni della Croce, santa Teresa di Lisieux ecc., e che l’animo perseverante e il superamento di essi è considerato uno dei grandi segni di santità». Altri santi che hanno sperimentato questa esperienza sono Giovanna Francesca Frémiot de Chantal e Teresa d’Avila. Madre Teresa è decisamente in “buona compagnia”.

Osserviamo anche che se si leggono tutti gli scritti si capisce che l’aridità spirituale vissuta dalla religiosa in realtà è spesso stimolo di una più profonda ricerca e unione con Dio. Lo si capisce da alcuni scritti in particolare (citati in B. Kolodiejchuk, Sii la mia luce, Bur 2009): «Gesù, ascolta la mia preghiera, se ciò Ti è gradito. Se il mio dolore e la mia sofferenza, la mia oscurità e la mia separazione Ti danno una goccia di consolazione, fa’ di me quello che vuoi, per tutto il tempo che desideri. Sono tua. Imprimi nella mia anima e nella mia vita le sofferenze del Tuo Cuore. Non guardare i miei sentimenti, non guardare neanche il mio dolore». In un’altra occasione scrisse: «Se la mia separazione da Te permette che altri si avvicinino a Te e Tu trovi gioia e diletto nel loro amore e compagnia, voglio di tutto cuore soffrire ciò che soffro, non solo adesso, ma per l’eternità, se fosse possibile».

Respingiamo inoltre chi scorge nell’oscurità di fede di Madre Teresa un dubbio filosofico o teologico dell’esistenza di Dio. Non è così, basta conoscere la vita dei santi più devoti per scorgere anche in loro l’esperienza della “notte oscura”, così definita da San Giovanni della Croce. Anche Benedetto XVI ha sperimentato qualcosa di simile: «Esperienze così forti no. Forse non sono abbastanza santo per finire in quell’oscurità. Però talvolta alle persone attorno a noi accadono cose che ci spingono a chiederci come il buon Dio possa permetterlo. In certe situazioni il rapporto con Dio diventa difficile: sono i momenti in cui mi chiedo perché c’è tanto male al mondo e come tutto questo male si possa conciliare con l’onnipotenza e la bontà del Signore» (in P. Seewald, Ultime conversazioni, Garzanti 2016, p.24). E’ ciò che accadde, sopra a tutti, a Gesù stesso, che mise in dubbio la vicinanza del Padre -non la sua esistenza- poco prima di morire in croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46). Si pensi a questo mentre si leggono alcune frasi della religiosa albanese: «Signore mio Dio, chi sono io perché Tu mi abbandoni? […]. Chiamo, mi aggrappo, amo però nessuno mi risponde, nessuno a cui afferrarmi, no, nessuno. Sola, dov’è la mia fede? Persino nel più profondo non c’è nulla, eccetto vuoto e oscurità, mio Dio». E ancora: «C’è tanta contraddizione nella mia anima: un profondo anelito verso Dio, così profondo da far male, e una sofferenza continua, e con essa la sensazione di non essere amata da Dio, di essere rifiutata, vuota, senza fede, senza amore, senza zelo». Per anni visse una costante “oscurità”, sentendosi abbandonata da Dio, ma decisa ad «amarLo come non era mai stato amato prima» (citata in B. Kolodiejchuk, Sii la mia luce, Bur 2009).

Inoltre, tutto questo non le impedì di continuare a testimoniare l’amore di Dio alle persone a lei vicine: «Mie care figlie», scrisse ad esempio alle consorelle, «senza sofferenza il nostro lavoro sarebbe solo lavoro sociale, molto buono ed utile, ma non sarebbe l’opera di Gesù Cristo, non parteciperebbe alla redenzione. Gesù desiderava aiutarci condividendo la nostra vita, la nostra solitudine, la nostra agonia e morte. Tutto questo Egli lo prese su Se Stesso, e lo portò nella notte più scura. Solo essendo uno di noi ci poteva redimere. A noi è permesso fare lo stesso: tutta la desolazione dei poveri, non solo la loro povertà materiale ma anche la loro profonda miseria spirituale devono essere redente e dobbiamo condividerle. Quando vi risulti difficile, pregate così: “Voglio vivere in questo mondo che è lontano da Dio, che si è allontanato tanto dalla luce di Gesù, per aiutarLo, per caricare su di me una parte della Sua sofferenza”».

Infine, occorre dire che i “lamenti” di Madre Teresa cessarono da un certo momento in poi, sopratutto dopo l’incontro nel 1961 con il reverendo e teologo Joseph Neuner. Padre Kolodiejchuk ha spiegato che nel 1958 Madre Teresa «ha chiesto un segno a Gesù se era soddisfatto del lavoro delle Missionarie della Carità. E in quel momento, l’oscurità venne sollevata». Proprio a padre Neuner confidò di essersi accorta che quella che viveva era un’ulteriore prova datale da Dio, con uno scopo seppur misterioso: «Ho iniziato ad amare la mia oscurità, perché adesso credo che essa sia una parte, una piccolissima parte, dell’oscurità e della sofferenza in cui Gesù visse sulla Terra. Oggi sperimento una profonda gioia perché Gesù non può più passare attraverso l’agonia, ma vuole passare attraverso di essa, in me» (lettera a Neuner, citata in B. Kolodiejchuk, Sii la mia luce, Bur 2009). Lo stesso padre Neuner ha commentato: «E’ stata l’esperienza salvifica della sua vita, quando si rese conto che la notte del suo cuore era la “golden share” nella passione di Gesù». In forza di tale convinzione, Madre Teresa è arrivata infatti a scrivere a Gesù stesso: «Se questo Vi porta gloria, se le anime sono portate a Voi, con gioia accetto tutto fino alla fine della mia vita. Io sono disposta a soffrire per tutta l’eternità, se questo è necessario». E ancora: «Se vorrò che Dio mi santifichi, voglio essere santa dell’oscurità e chiederà al cielo di essere la luce per coloro che vivono nelle tenebre sulla terra» (citata in B. Kolodiejchuk, Sii la mia luce, Bur 2009).

Significativo il commento di Marina Ricci, vaticanista del Tg5 che si è recata più volte a Calcutta per raccontare il lavoro di Madre Teresa: «Da pochi anni sappiamo che anche lei fece a pugni con Dio. Nelle carte del processo di beatifi’cazione c’è la narrazione della notte oscura, quando cercò di allontanare il calice. Accade a tutti. È accaduto anche a Gesù. La misericordia di Dio riesce a
diradare le ombre, ma a condizione di amare anche quella oscurità. Solo così possiamo accorgersi dell’amore di Dio, questo ci insegna Madre Teresa»
. E in un’altra occasione: «Lei che aveva obbedito alla voce di Gesù che le chiedeva di essere povera tra i poveri, di abbracciare la miseria materiale, il disprezzo, l’abbandono e l’angoscia di chi non ha nulla, aveva stretto tra le braccia troppo forte quella Croce. E i segni di quell’abbraccio avevano passato il corpo fino ad arrivare all’anima, trasformandola in un orto del Getsemani e costringendola a urlare: “Dio, Padre, dove sei?”. Ebbene sì, aveva dubitato. E così facendo aveva ridato carne alla santità, riportandola vicina agli uomini fino a renderla un’occasione per tutti. Lei aveva tracciato la strada e dimostrato che anche il buio si può attraversare restando abbracciati alla Croce di Cristo».

Il reverendo James Martin, redattore della rivista dei gesuiti America, è anche autore del libro My Life with the Saints (Loyola Press 2007) in cui si è occupato dei “dubbi” di Madre Teresa. Ha scritto che quello della suora albanese è anche «un ministero per le persone che hanno sperimentato qualche dubbio, qualche assenza di Dio nella loro vita. E sapete chi sono? Tutti. Atei, scettici, agnostici, credenti. Tutti». E ancora: «E’ come innamorarsi e sposarsi con una persona che, Dio non voglia, ha un incidente ed entra in coma. Così smetti sperimentare il suo amore e per 50 anni la ami e ti prendi cura di lei, andando talvolta a lamentarti dal tuo direttore spirituale. Ma sai, ad un livello più profondo, che lei ti ama, anche se è silenziosa e capisci che quello che stai facendo ha un senso. Madre Teresa sapeva che quello che stava facendo aveva un senso». In un’altra occasione ha scritto: «Madre Teresa ha lottato intensamente con la sua vita spirituale. Il suo ministero era basato su un incontro singolarmente intimo con Gesù che a poco a poco è svanito nel silenzio, è una notevole testimonianza di fedeltà del più grande genere. Niente più di questo mi lega a Madre Teresa, e ho scoperto che niente come ciò genera apprezzamento verso la sua santità quando racconto questa storia agli altri, sia in articoli che in omelie o durante i ritiri spirituali».

Come è stato giustamente scritto dalla comunità delle suore “Siervas del Hogar de la Madre”, «la sua fede eroica e salda, la sua fedeltà, il coraggio e la gioia durante questo doloroso e prolungato periodo di prova, fanno risaltare ancor più la sua santità e costituiscono un esempio per tutti noi». E ancora: «Tutto questo ci porta ad una profonda ammirazione per la fede e per le opere di questa minuta religiosa, di questa santa che non sente, ma sa del profondo Amore di Dio, ed agisce come se lo sentisse, amando con tutto il suo cuore e facendo il bene dovunque passa, senza pensare neanche per un momento a se stessa».

Il giornalista ebreo (seppur laico) David Van Biema, a conclusione della sua famosa inchiesta sul Time intitolata “The Life and Works of a Modern Saint” (2010), ha scritto: «Madre Teresa ha considerato l’assenza percepita di Dio nella sua vita come il suo più vergognoso segreto, ma alla fine ha imparato che poteva essere un favorevole dono alla sua vocazione. Se avesse saputo che le sue difficoltà avrebbero facilitato la vita spirituale di migliaia di compagni di fede, non ne avrebbe provato alcuna vergogna». Ha comunque precisato: «Anche se ci sono lettere che suggeriscono esserci stati momenti in cui ha avuto dubbi, questi sono la minoranza – 3-4% delle lettere-. Per la maggior parte gli scritti parlano di quanto sia triste essere descritti come eroi».

 

CONCLUSIONE

Non possiamo che osservare quanta profondità vi sia nella prova di fede vissuta da Madre Teresa, a cui è stato chiesto da Dio un ulteriore percorso di purificazione, di mortificazione personale in contrapposizione all’esaltazione offertale del mondo. Una oscurità che la santa albanese ha saputo accettare e amare proprio intuendo la volontà di Dio e che, incredibilmente, ha aiutato molte persone a capire che la santità è alla portata degli uomini, nonostante i loro dubbi e incertezze. Inoltre, il modo in cui Madre Teresa ha vissuto questa difficoltà, l’ha resa agli occhi dei moderni non segno di contraddizione ma motivo ancora più meritevole di stima e di lode.

E’ anche incredibile come, nonostante l’esperienza dell'”oscurità” della fede, Madre Teresa abbia comunque saputo convertire migliaia di persone attraverso la sua testimonianza cristiana, fatta di opere più che di parole. Un esempio è il giornalista inglese Malcolm Muggeridge, agnostico dichiarato e nichilista, che ha incontrato la suora albanese dopo essere partito per Calcutta con una troupe cinematografica. Ne è nata un’amicizia e uno scambio di lettere, in cui Madre Teresa gli scrisse: «Il tuo desiderio di Dio è così profondo e tuttavia Egli mantiene se stesso lontano da te. Ma Lui sta forzando la Sua natura perché Egli ti ama così tanto e l’amore personale di Cristo per te è infinito, mentre la difficoltà che tu hai verso la Sua chiesa è finita. Supera il finito con l’infinito» (Lettera a Muggeridge, 1968). Muggeridge a quanto pare lo ha fatto, convertendosi ufficialmente al cattolicesimo nel 1982 e diventando un apologeta cristiano. Nel 1969, poco dopo aver incontrato Madre Teresa, ha pubblicato il suo primo libro religioso: Jesus Rediscovered. E’ stato regista del film Something Beautiful for God, pubblicando il libro omonimo nel 1971 e dedicandolo alla suora albanese, musa ispiratrice della sua conversione.

 

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8. CONCLUSIONI GENERALI

Abbiamo analizzato e risposto dettagliatamente tutte le principali accuse che sono state avanzate contro la santità di Madre Teresa, ignorando volontariamente chi la critica per la sua posizione contraria all’aborto e al divorzio, espressa a livello internazionale perfino durante il discorso alla consegna del premio Nobel. Queste coraggiose posizioni sono chiaramente uno dei tanti meriti della fondatrice delle Missionarie della Carità.

I suoi detrattori principali sono uomini borghesi occidentali, che mai si sono distinti per particolari opere di sincera carità. A Calcutta, invece, i giornalisti di Outlook India hanno rilevato che «nella città in cui la suora albanese venne nel 1929, è difficile trovare molte voci critiche contro di lei. Certamente non del tipo che sono state sollevate» recentemente in Occidente. Celeste Owen-Jones, articolista dell’Huffington Post, ha scritto: «chi siamo noi, seduti nel nostro ufficio o nel comfort della nostra casa nel nostro comodo mondo, nascondendoci dietro a libri e computer, per criticare una donna che ha abbandonato tutto per trascorrere la sua vita portando attenzione ai dimenticati di questo mondo? Il giorno in cui qualcuno condurrà una vita simile a Madre Teresa e ancora vorrà criticare il modo in cui ha agito, solo allora meriterà rispetto per la sua opinione. Ma quel giorno non è ancora arrivato».

Rimane il sospetto che i suoi detrattori siano stati molto più disturbati dall’immensa ammirazione del mondo verso una religiosa cattolica, con tutte le sue “scomode” idee etiche e morali, piuttosto che per il contenuto stesso delle critiche. L’agnostico Gëzim Alpion, docente di Sociologia presso l’Università di Birmingham ed esperto della vita di Madre Teresa, ha infatti spiegato: «gli irriducibili critici di Madre Teresa, tra cui alcuni detrattori professionisti come Christopher Hitchens, Richard Dawkins e Germaine Greer, trovano l’ortodossia cattolica di Madre Teresa problematica, in quanto incompatibile con il loro ateismo altrettanto ortodosso. Madre Teresa credeva nella santità della dignità umana. Questo è un messaggio che pochissime persone nella seconda metà del XX secolo sono state in grado di inviare con sincerità, in modo convincente ed efficace come ha fatto Madre Teresa per quasi cinquanta anni al timone del suo ordine. I motivi principali per cui Madre Teresa è riuscita dove altri hanno fallito parzialmente o completamente è perché praticava con l’esempio personale quel che predicava».

Non c’è dubbio, tuttavia, che anche lei commise diversi errori (gran parte dei quali, probabilmente, nemmeno conosceremo mai) e altrettanto sicuramente, le critiche che ha ricevuto possono contenere una parte di verità. Il giornalista John L. Allen ha però precisato giustamente che «dichiarare qualcuno santo non significa che non ha mai commesso sbagli. Significa invece che, nonostante tutti gli errori o i limiti che possono aver segnato la sua vita, lui o lei ha cercato, per quanto possibile, di vivere una vita cristiana e fedele al Vangelo». La stessa Madre Teresa, inoltre, è sempre stata la prima a riconoscere le sue imperfezioni, come ha raccontato il suo consigliere spirituale, che ha citato anche un suo insegnamento: «Se qualcuno ti critica, in primo luogo chiediti: è giusto? Se ha ragione, chiedi scusa e cambia, e il problema è risolto. Se lui non dice il giusto, chiarisci e correggilo, e se non dovesse servire accogli le ingiuste accuse con entrambe le mani e offrile a Gesù in unione con la sua sofferenza, perché lui stesso è stato calunniato da ogni parte».

Abbiamo comunque ritenuto questo dossier necessario perché le accuse, seppur false, sono riuscite ad ingannare un certo numero di persone. L’arcivescovo New York, Fulton Sheen, ha detto una volta: «Negli Stati Uniti ci sono un centinaio di persone che odiano la Chiesa cattolica, e ci sono milioni di persone che odiano ciò che erroneamente credono di sapere della Chiesa cattolica. Vorrei applicare questo commento a livello globale, e in particolare ai restanti critici di Madre Teresa». Lo scrittore Francesco Agnoli ha cercato di capire i motivi di questo odio gratuito verso Madre Teresa, concludendo: «Anzitutto, per odio, probabilmente, verso un simbolo contemporaneo della moralità. Lei dimostra che l’uomo è capace di sconfiggere ogni giorno il suo egoismo animale, i “geni egoisti”, è incarnazione vivente di quel famoso altruismo che manda in palla la sociobiologia materialista. In secondo luogo, la calunnia verso una religiosa molto famosa serve all’opera di screditamento di coloro che credono in generale, e contribuisce a rafforzare la tesi per cui gli atei sono sempre e immancabilmente migliori» (F. Agnoli, Perché non possiamo essere atei, Piemme 2009, p. 240).

«Se la sua chiesa o la sua fede hanno avviato un processo di canonizzazione, allora io non sono nessuno per commentare ciò», ha dichiarato l’ex commissario indù Navin Chawla. «Per me e per milioni di altre persone era già una santa quando era in vita. E questo è tutto». E ancora«Se ci fosse modo d’incontrare papa Francesco mi piacerebbe tanto stringergli la mano e dirgli: grazie d’avere dichiarato santa Madre Teresa! Ma gli direi anche che per tutti noi lo era già. L’eredità di Madre Teresa va oltre l’India. Appartiene al mondo. È un esempio universale».

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Fede e Storia

In questa sezione del sito diamo spazio alla storia della Chiesa. Da una parte cercheremo di dimostrare perché tutto il mondo dovrebbe essere grato al cristianesimo per ciò che ha significato la sua presenza nella storia dell’uomo.

Non c’è stata, infatti, scelta migliore di quella di iniziare a concepire la storia umana, dividendola tra un “prima” e un “dopo” Cristo. Non c’è stato un giudizio più opportuno di quello del filosofo e storico laico Benedetto Croce, quando scrisse: “non possiamo non dirci cristiani”. Si può non essere credenti ma non si può riconoscere l’origine della civiltà umana, del concetto di persona, dei valori e dei diritti fondamentali dell’uomo, della sua unicità ed irripetibilità, se non nella cristianità.

Dall’altra parte ci concentreremo su una revisione puntuale e dettagliata rispetto alle questioni storiche che da sempre la mentalità laicista usa ideologicamente per combattere la Chiesa e la sua presenza nel mondo. Come dice lo storico tedesco Michael Hesemann, l’anticlericalismo «si è servito della tradizionale arma segreta dei perdenti: la diffamazione. Il tutto attraverso falsificazioni mirate, alterazioni grottesche e storie dell’orrore gonfiate ad hoc. Sembra che un pugno di autori si superino a vicenda nel rappresentare i Vangeli come storie di menzogna, i papi come criminali assettati di potere, la Chiesa come strumento di oppressione e Roma come baluardo dell’intolleranza» (Hesemann, Contro la Chiesa, San Paolo 2009, pag. 5). Così la nascita delle famose leggende nere, che ripescano favole macabre inventate dai persecutori dei primi cristiani, dai riformatori, dai filosofi illuministi, dalla massoneria o dagli ideologi delle moderne dittature. Teorie cospiratorie risalenti a secoli fa diventano presto ingredienti per bestseller moderni e non è difficile trovare in alcune librerie un’area dedicata a questo tipo di romanzi (magari a fianco di quella riservata all’ufologia).

Non si discute comunque che nel passato siano state commesse ingiustizie indicibili e crimini terribili anche in nome della Chiesa. Si è sempre trattato però di un gravissimo tradimento del messaggio di Cristo e della Chiesa stessa. Proprio l’entità dello scandalo che nasce di fronte a questi avvenimenti all’interno della Chiesa (al contrario di ogni altra istituzione) dimostra che questi crimini tradiscono la grandezza del messaggio che il cristianesimo veicola da sempre, anche attraverso persone di bassa moralità. Anche gli uomini di Chiesa, infatti, furono in primo luogo figli della loro epoca, e come tali segnati dalla mentalità del tempo. Spesso volevano il bene e fecero il male. Questo ha voluto sottolineare Giovanni Paolo II durante il Giubileo del 2000, quando condusse l’intera Chiesa cattolica attraverso un grande atto di pentimento per le colpe commesse durante i due millenni trascorsi.

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Emanuela Orlandi: tutte le ipotesi per risolvere il caso

Emanuela OrlandiIl caso di Emanuela Orlandi è uno dei più grandi misteri italiani, una cittadina vaticana scomparsa il 22 giugno 1983 di cui non si sa più nulla. Una delle tante sparizioni che purtroppo avvengono ogni anno, ma si tratta dell’unico caso caratterizzato da una fitta rete di rivendicazioni di presunti rapitori attraverso telefonate e comunicazioni anonime, ritrovamenti di oggetti ed effetti personali di Emanuela -ma mai una prova certa e indubitabile della sua detenzione-, contenenti minacce incrociate tra diversi autori delle missive, richieste assurde ma, allo stesso tempo, anche dettagli effettivamente precisi sulla ragazza. Il tutto in mezzo a chiari depistaggi, altre ragazze morte o scomparse in circostanze misteriose nello stesso arco temporale, inserimento di sciacalli in cerca di vantaggi personali (visibilità mediatica, vendita libri ecc.) e super testimoni dei fatti che si sono auto-accusati avanzando responsabilità personali. Un “grande teatro” che prosegue senza soluzione di continuità da oltre trent’anni.

Una vicenda surreale -due volte archiviata dalla Procura (1997 e 2015)-, resa tale anche dalla inadempienza dimostrata degli organi giudiziari e investigativi durante questi anni e dall’invadente e morbosa presenza dell’opinione pubblica e della stampa (a disperata caccia del sensazionale), che ha contribuito a vanificare ogni tentativo di soluzione. Bisogna anche constatare la poca disponibilità dei pochi veri “esperti” del caso -che lo seguono e studiano da decine d’anni- di collaborare e rispettarsi tra loro invece che delegittimarsi a vicenda, coinvolgendo diverse volte anche la famiglia Orlandi. Legata da sempre (o almeno dall’agosto 1983) a quella di Emanuela c’è la vicenda di Mirella Gregori, cittadina italiana, alla quale è sempre stata data purtroppo meno attenzione. Le due donne sono vive? Perché sono sparite? Cosa giustifica l’enorme depistaggio che ne è seguito? Gli interrogativi sono molti e in questo dossier -che rimarrà in continuo aggiornamento- parleremo di tutto ciò, analizzando tutte le tesi e ipotesi principali che sono state avanzate in questi trent’anni. In particolare: la tesi dell’allontanamento volontario, della pista internazionale, del coinvolgimento della Banda della Magliana, la ricostruzione di Marco Fassoni Accetti (che unisce in qualche modo tutte e tre le precedenti) e la tesi della regia unica. Tutte con abbastanza punti forti e altrettanti punti deboli, un’altra caratteristica incredibile di questa misteriosa vicenda.

Questo dossier segue uno precedente sul caso Orlandi, già pubblicato, in cui abbiamo voluto redarre una approfondita cronologia dei fatti. Consigliamo chi vuole conoscere meglio i fatti di partire da lì, poiché in questo dossier daremo per scontate alcune cose, concentrandoci solo sugli aspetti più controversi, chiarendoli il più possibile, e, sopratutto, vagliando l’attendibilità delle diverse ipotesi di soluzione del caso e delle dichiarazioni dei cosiddetti supertestimoni, due su tutti: Sabrina Minardi e Marco Fassoni Accetti. Quest’ultimo ha meritato un’attenzione particolare in quanto riteniamo abbia dato, per la prima volta, una risposta (o tesi) organica e simil-credibile alla vicenda, rivelando tuttavia contraddizioni e anche aspetti poco credibili. E’ un nostro giudizio, non condiviso da diversi opinionisti né, sopratutto, dai magistrati (quelli subentrati soltanto recentemente, tuttavia) che hanno archiviato il caso nel 2015, ritenendolo testimone non credibile. Parleremo anche di questo, prima però analizziamo gli aspetti più controversi della vicenda.

Le fonti utilizzate sono l’originale della sentenza di archiviazione del 2015, gli innumerevoli libri citati (con pagina di riferimento), articoli comparsi sui principali quotidiani, la relazione della Commissione parlamentare Mitrokhin, dichiarazioni e interviste a familiari e protagonisti della vicenda, il Memoriale (ampliato nel libro Il Ganglio di F. Peronaci) e il blog di Marco Fassoni Accetti. Chi rilevasse errori o volesse precisare meglio alcuni aspetti può scriverci a redazione@uccronline.it.

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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1. ASPETTI CONTROVERSI

a) LE AMICHE
Nella vicenda di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori compaiono tre amiche sulle quali non si è mai riuscita a fare vera luce: si tratta di Raffaella Monzi (compagna di Emanuela), Sonia De Vito (amica di Mirella) e una terza ragazza, che sarebbe stata vista accanto a Emanuela prima della sua sparizione.

Le amiche di Emanuela. Dalla sentenza istruttoria del giudice Adele Rando del 12/12/1997, nella deposizione di Natalina Orlandi del 23/6/83 e dalla testimonianza di Raffaella Monzi, sappiamo che il 22/6/83 quest’ultima, finita la lezione di musica all’Istituto da Victoria, è salita sull’autobus 70 vedendo Emanuela avvicinata da una ragazza dai capelli ricci. Sempre la Monzi, nell’interrogatorio del 9/07/83 alla sezione omicidi di Roma, affermò che Emanuela le disse che non poteva prendere l’autobus perché «ho un appuntamento per lavoro, devo incontrare una persona […] [E’] un lavoro da fare solo dalle 16 alle ore 18:30 e per una volta». A quel punto era sopraggiunta un’altra loro amica e compagna, Maria Grazia Casini, con la quale aveva preso l’autobus n°70, salutando Emanuela. Il 28/07/83 davanti al pubblico ministero Domenico Sica, la Monzi ha affermato di essere uscita dalla scuola assieme ad Emanuela, «ricordo che Emanuela corse per le scale mentre io mi trattenni a parlare con altre compagne. Ritrovai poi Emanuela e parlammo un po’. La ragazza mi disse (aveva visto giungere l’autobus 26): “che faccio, lo prendo o no?”. Ciò in riferimento al fatto che avrebbe dovuto percorrere solo una fermata, per andare a prendere l’autobus 64 diretto al Vaticano. Le risposi: “fai un po’ te!”. Allora Emanuela aggiunse: “sai, perché ho trovato un lavoro”, e poi di seguito: “si tratta di distribuire volantini dell’Avon (società di vendita di cosmetici) per due ore». La Monzi ha anche aggiunto che a Emanuela «l’offerta di lavoro per la Avon le era stata fatta mentre era in compagnia di un’amica».

In un’intervista del 1993 ha dichiarato: «La lezione era finita, ci incamminammo in gruppo verso l’uscita della scuola. Per raggiungere la fermata dell’autobus si doveva fare un pezzetto a piedi. Non so come, quel tratto di strada mi ritrovai a percorrerlo assieme con Emanuela. Sono passati dieci anni e non so più bene di cosa parlammo lungo il cammino. Stranamente, rammento ancora perfettamente come era vestita Emanuela: una maglietta bianca, i jeans e sulle spalle aveva uno zaino di cuoio. Dentro c’era il flauto. Emanuela mentre aspettavamo il bus mi fece quello strano discorso su cui poi tanto ha insistito la polizia. Mi disse, cioè, che poche ore prima mentre veniva a scuola, era stata avvicinata da un tale, un uomo, il quale le aveva offerto un lavoro. Le avrebbero dato 375mila lire al mese, per distribuire voltanini o qualcosa del genere. Insomma, mi chiedeva un consiglio. Non sapeva se accettare, era in dubbio […]. Dopo un po’, poiché l’autobus 70 non arrivava, Emanuela disse: “Che dici? Vado in largo Argentina a prendere il 64?” […]. Poi, il 70 è arrivò. Ma era strapieno. Salii sul predellino. Sentii Emanuela, dietro di me, dire: “Aspetto il prossimo”».

Il fratello di Emanuela, Pietro Orlandi, ci ha comunque comunicato nel febbraio 2016 che la Monzi «non fu sempre molto chiara. Alla Monzi, Emanuela disse che era indecisa se aspettare, non l’autobus, ma l’uomo dell’Avon per dargli una risposta visto che lui le aveva detto che l’avrebbe aspettata all’uscita per sapere quale era stata la risposta dei genitori nell’accettare o meno il lavoro. Emanuela arrivò alla fermata non per prendere l’autobus (quella è ormai una delle tante leggende un questa vicenda), ma perché lì avvenne l’incontro con l’uomo e lei tornò li perché, forse, non vedendolo fuori dalla scuola pensò di recarsi nel posto dove l’aveva incontrato». Questo significa che la Monzi nella deposizione del 9/07/83 e nell”intervista del 1993 ha cambiato completamente versione, inventandosi un dialogo con Emanuela sull’autobus da prendere? Certamente la versione descritta da Pietro Orlandi, al contrario di quella della Monzi del 1993, è coincidente con le testimonianze del 13/07/83 e del 28/07/83 di Maria Grazia Casini, un’altra studentessa della scuola, la quale (il 13/07) ha riferito della presenza di una ragazza bassina, con i capelli corti e ricci, vicino ad Emanuela alla fermata dell’autobus: «L’ultima volta che ho visto Emanuela è stata il 22 giugno alle ore 19 all’uscita dalla scuola Ludovico da Victoria. Emanuela era ferma con una sua amica ad una fermata dell’autobus 70. Quando è arrivato il 70 io sono salita mentre Emanuela e l’amica sono rimaste ferme dove si trovavano […]. Sembrava che le due ragazze fossero in attesa di qualcuno, l’atteggiamento di Emanuela era molto teso» (testimonianza di Maria Grazia Casini al Reparto operativo dei carabinieri di Roma, 13 luglio 1983). L’amica citata potrebbe essere la Monzi? No, perché nell’interrogatorio del 28/07/83 riferì di essere uscita dalla scuola assieme ai compagni Tina Vasaduro e Maurizio Cappellari, ai quali si aggiunse anche la Monzi (che quindi la Casini ben conosceva), aveva poi visto Emaneula alla fermata del 70 assieme ad un’altra ragazza, di cui non ricordava il nome, ma che «frequentava la scuola di musica. Questa ragazza ha circa quindici anni, è poco più bassa di Emanuela, con i capelli corti, ricci e di colore nero […]. Emanuela era impaziente, in attesa dell’arrivo di una persona o di un mezzo pubblico, tanto che rispose distrattamente al saluto della Casini» (testimonianza di Maria Grazia Casini al Reparto operativo dei carabinieri di Roma, 28 luglio 1983). La sera del 22/06/83 Federica Orlandi parlò al telefono con Maria Grazia Casini, la quale le conferò che Emanuela era con una ragazza al momento in cui si erano salutate (testimonianza di Federica Orlandi al Reparto operativo dei carabinieri di Roma, 29 luglio 1983).

Si evince che le due testimonianze (più la telefonata alla sorella di Emanuela) di Maria Grazia Casini sono coerenti e si allineano alla versione fornita da Pietro Orlandi. Al contrario, risultano discordanti con la testimonianza di Raffaella Monzi la quale ha riferito invece di aver accompagnato lei Emanuela alla fermata dell’autobus, citando anche l’intenzione di Emanuela di voler prendere il mezzo pubblico, senza citare la presenza a quella fermata di un’amica dai capelli ricci. Chi racconta il vero? La Casini o la Monzi? Indubbiamente entrambe citano una terza amica. La quale addirittura diventa dai capelli rossi, secondo Rita di Giovacchino: «La donna dai capelli rossi sarebbe uscita da un negozietto all’angolo di via de’ canastrari in cui si vendeva antiquariato e strumenti musicali, Emanuela si fermava spesso a quella vetrina. Il piccolo emporio aveva accesso a un cortile retrostante dove potevano essere parcheggiate un paio di macchine. Al tempo era intestato a un’impresa di cui era socio maggioritario un personaggio legato alla Banda della Magliana, condannato anni dopo a quattro anni e otto mesi nell’ambito del processo sul crack dell’Ambrosiano» (“Storie di alti prelati e gangster romani” pag. 16,17). Affermazioni, tuttavia, prive di riscontri.

Suor Dolores, la direttrice dell’istituto, svegliata la notte dal padre Ercole, telefonò a tutte le allieve e ritenne che la persona descritta dalla Monzi vicina a Emanuela quella sera fosse Laura Casagrande, ma questa ha negato la sua presenza. Nel pomeriggio si sarebbero comunque scambiate il numero di telefono perché il 29/6 avrebbero dovuto partecipare assieme ad un concerto (l’8 luglio 1983 i presunti rapitori telefoneranno a casa sua dicendo di aver avuto il numero da Emanuela). Né lei né Raffaella Monzi, dopo quel giorno, frequentarono più la scuola di musica. La Monzi nel tempo ha ricevuto strani messaggi e telefonate minatorie, ha raccontato: «cominciarono le telefonate anonime. Ne arrivarono tante, tantissime, a casa. Ero terrorizzata. Più di una volta, un uomo al telefono disse: “Raffaella farà la fine di Emanuela, e anche una bella ragazza”». Si è trasferita per qualche tempo a Bolzano, sua città d’origine, per gli inquirenti sa più cose di quante ne abbia mai raccontante e ancora oggi versa in uno stato di ansia (“Storie di alti prelati e gangster romani”, Fazi Editore 2008, pag. 12). Anche queste ultime sono affermazioni da verificare. Nel 2013 Marco Fassoni Accetti ha detto a Pietro Orlandi: «le amiche più coinvolte sono state almeno due, una compagna di scuola del Convitto nazionale e una di musica. Poi c’era una ragazza di una associazione cattolica, in Vaticano, che anche voi familiari conoscevate e noi usavamo come tramite» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014). Il giornalista Fabrizio Peronaci ha scritto che nell’aprile 2012, il giudice Fernando Imposimato (convinto che il doppio rapimento sia stato opera premeditata della Stasi) gli ha riferito che tale ragazza sarebbe Fabiana Valsecchi («Ho svolto indagini serie, che lasciano pochi margini di dubbio»). Peronaci ha citato il nome della Valsecchi ad Accetti, mentre quest’ultimo raccontava lo svolgimento dei fatti di fronte al Senato, il quale colto di sorpresa ha risposto: «Da chi l’hai saputo? Chi te l’ha detto?» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014).

L’amica di Mirella Gregori. L’amica di Mirella Gregori si chiama Sonia De Vito, vicina di casa e figlia dei proprietari del bar sopra cui viveva Mirella. Proprio il 7 maggio 1983, giorno della sparizione, Mirella fu vista nel locale dei De Vito dove si chiuse in bagno assieme a Sonia per almeno un quarto d’ora. Interrogata dagli inquirenti Sonia disse che Mirella andava con degli amici a suonare la chitarra a Villa Torlonia. Quattro mesi dopo, nel settembre 1983, i sedicenti sequestratori telefonarono al bar del padre di Mirella descrivendo minuziosamente gli indumenti che la ragazza indossava il giorno della sparizione, compresa la marca della biancheria intima.

L’avvocato degli Orlandi (ed in seguito dei Gregori), Gennaro Egidio (morto nel 2005), ha riferito: «In effetti per esempio la sua amica, la Sonia, sapeva molto bene quello che aveva indosso la Mirella. Perché in effetti le scarpe sapeva che le aveva comprate lei in quel negozio, il maglione glielo aveva prestato lei. La Sonia è stata sempre un elemento molto difficile, i carabinieri ci hanno provato in tutti i modi, la polizia anche. L’hanno interrogata, stra-interrogata fino al punto che diviene poi maggiorenne, non c’era più nulla da fare. La Sonia era quella che le cose… la confidente della Mirella. Ed è strano che la Sonia… Ecco, la Sonia ha avuto sempre paura di parlare». Effettivamente dopo quella telefonata molti sospettarono che Mirella, nel bagno con lei, abbia rivelato dove si stava effettivamente recando (sempre che Sonia non lo sappesse già). Interrogata più volte dagli inquirenti dirà che Mirella le aveva confidato che quel giorno aveva un appuntamento a Porta Pia con un uomo che però lei non conosceva, ed emerse anche che spesso Mirella e l’amica parlavano nel bar di quest’ultima con un’uomo di circa 35 anni. Sonia De Vito venne inizialmente accusata di falsa testimonianza e reticenza, accusa poi archiviata. Maria Antonietta Gregori, sorella di Mirella ha affermato a proposito di Sonia De Vito: «Da quel maledetto giorno non si è mai più fatta viva con noi, proprio lei che mia madre trattava come un’altra figlia. Mai una telefonata, una visita. E per la mia famiglia è stato un grande dolore: lei e Mirella erano sempre insieme. Questo comportamento ci è sempre sembrato strano». Fabrizio Peronaci ha scritto che «Sonia De Vito abbia tenuto per sé molti segreti è una possibilità concreta: fu indagata a lungo e minaccia da sempre denunce contro chi tenti di avvicinarla» (F. Peronaci, Il Ganglio, Fandango Libri 2014).

 

b) I TESTIMONI OCULARI
Emanuela è stata rapita? E in che modo? Sembra davvero si possa escludere sia stata fatta salire a forza su un’auto davanti a Palazzo Madama, una scena così in un luogo del genere non sarebbe certo passata inosservata. Aveva un appuntamento con la sorella Cristina, che la aspettava vicino alla sede del Tribunale della Cassazione (7 minuti a piedi da piazza Sant’Apollinare) la quale, però, non l’ha mai vista arrivare. Si è quindi allontanata volontariamente dalla fermata dell’autobus (dove è stata vista l’ultima volta)? Si è diretta verso la sorella e poi ha incontrato qualcuno? E’ salita di sua spontanea volontà su un’auto oppure è stata attirata in un luogo poco frequentato? Certamente ha telefonato a casa dicendo di aver incontrato qualcuno che le ha proposto di promuovere prodotti cosmetici Avon, per una somma (spropositata) di 350.00 lire, durante una sfilata di moda nell’atelier delle Sorelle Fontana (lo stesso ha raccontato all’amica Monzi). Le sorelle Fontana hanno smentito la notizia della sfilata di moda e la Avon ha dichiarato che i suoi rappresentati erano soltanto donne.

Le telecamere del Senato non erano in funzione (cfr. Rapporto di polizia, luglio 1983, allegato agli atti d’inchiesta del giudice Rando) e ci sono due presunti testimoni oculari di quanto sarebbe accaduto prima dell’entrata nella scuola di musica, i quali riferiscono un incontro tra Emanuela e un uomo che guidava una BMW (sembra di colore verde), il quale le avrebbe fatto vedere qualcosa (sembra dei cosmetici) da qualche contenitore (una borsa, un cofanetto o un tascapane militare) con scritto sopra qualcosa (sembra la scritta Avon o solo la A).

Il vigile Alfredo Sambuco. Il vigile in servizio a Palazzo Madama, il giorno della scomparsa della Orlandi, si chiama Alfredo Sambuco, deceduto dopo il 2002. E’ stato interrogato da Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, poche ore dopo la scomparsa ed è stato anche il primo a parlare di Emanuela avvicinata da un uomo che guidava una Bmw. Una testimonianza che va tenuta in considerazione poiché conferma effettivamente il racconto che Emanuela fece al telefono con la sorella Federica, prima ancora che ne parlasse qualunque organo di informazione e prima che la polizia indagasse. Ancora oggi il fratello di Emanuela considera attendibili le affermazioni del vigile: «reputo attendibile e genuino quello che mi disse il vigile per il semplice fatto che ci descrisse le cose che effettivamente aveva detto Emanuela al telefono. Se lui ci avesse raccontato una storia diversa diversa non gli avrei creduto visto che sarebbe stata poi smentita da quanto detto da Emanuela».

Sambuco è stato interrogato una seconda volta da Giulio Gangi, amico di famiglia degli Orlandi nonché agente del SISDE, il 25/6/83, al quale disse (con davanti la foto di Emanuela) di averla vista attorno alle 17 parlare con un uomo sui 40-45 anni, proprietario di una Bmw vecchio tipo colore verde chiaro, che le stava mostrando una borsa con la scritta “Avon” contenente cosmetici. All’invito del vigile a spostare l’auto, l’uomo avrebbe risposto “Vado via subito”. Dopo un’ora uno sconosciuto avrebbe domandato al vigile dove si trovasse la Sala Borromini, ma Sambuco non ricordava se si trattava dello stesso uomo della Bmw (sentenza istruttoria del giudice Adele Rando, 19/12/97 e “Storie di alti prelati e gangster romani”, pag. 21). Nella deposizione ufficiale del vigile, rilasciata il 2/7/83, si legge che la scena si sarebbe svolta davanti al civico 57, la Orlandi andava in direzione opposta rispetto alla scuola e interloquiva con un uomo sceso da una Bmw verde metallizzato attorno alle 17. Nel dicembre 1993, intervistato dal programma televisivo “Telefono Giallo”, il vigile Sambuco disse che erano le 19:00 (salvo poi correggersi pochi giorni dopo in un’intervista su “L’Indipendente”), che si avvicinò all’uomo poiché l’auto era in divieto di sosta, venendo rassicurato che l’avrebbe spostata subito. In quel momento la ragazza gli avrebbe domandato dove fosse la sala Borromini.

Nel 2002, una volta in pensione, Sambuco, parlando con lo scrittore e giornalista Pino Nicotri, ha raccontato anche che lui conosceva Emanuela, dato che “la vedevo passare tutti i giorni” e una volta la avrebbe accompagnata alla Tappezzeria del Moro, per far riparare la custodia del flauto. Ha detto anche che «io non ho mai parlato di “Avon” o di scritte “Avon”, né di borse con la scritta “Avon”…forse da qualche parte ho ancora la copia del verbale della mia dichiarazione ai carabinieri di via Selci, ma mi ricordo benissimo che non ho mai parlato di “Avon” né con loro né con il magistrato Domenico Sica quando mi ha interrogato» (“Mistero Vaticano”, pag. 23 e 29). Tuttavia, sempre a Nicotri, Ercole Orlandi ha smentito: Emanuela si recava alla scuola di musica solo tre giorni a settimana, inoltre «se Sambuco dice che conosceva Emanuela, o mente o dice una cosa nuova. La faccenda della riparazione del flauto è un’invenzione: ce l’abbiamo portata noi» (“Mistero Vaticano”, pag. 31). Di fronte a queste diverse versioni, il vigile Sambuco dirà a Nicotri: «sa, quella gente era così giù di corda che non me la sono sentita di non dargli nessuna speranza» (“Emanuela Orlandi, la verità”, Baldini Castoldi Dalai 2008, pag. 38,39). A nostro avviso rimane da considerare attendibile soltanto la prima testimonianza di Sambuco, quella fatta a Pietro poche ore dopo la scomparsa, mentre tutto il resto sembra contraddittorio e inficiato nella sua attendibilità.

Il poliziotto Bruno Bosco. Un secondo testimone oculare sarebbe il poliziotto Bruno Bosco, anch’egli in servizio davanti al Senato quel giorno. Il 25/6/83, interrogato da Giulio Gangi, ha affermato anche lui di aver visto Emanuela assieme ad un uomo, ricordando anche la scritta a grandi caratteri sul cofanetto mostrato dall’uomo a Emanuela, con solo la lettera “A” (“Storie di alti prelati e gangster romani”, pag. 21). Il 28/6/83 ha messo a verbale il suo racconto: l’uomo era alto un metro e ottanta, capelli castano chiari, corti, camicia e pantaloni chiari, mostra un tascapane di colore militare con la scritta Avon, la scena sarebbe avvenuta davanti al civico n°3 di piazza Madama (Sambuco parla del civico 57), la ragazza aveva uno zainetto sulle spalle (Pietro Orlandi nel suo libro parla invece di «una cartelletta con gli spartiti» e «il flauto traverso nello zainetto», “Mia sorella Emanuela”, pag. 13 e 45). Nel 2002 lo scrittore Pino Nicotri ha cercato di intervistarlo, ma alla sola evocazione del cognome Orlandi, ha reagito minacciando querele (“Mistero Vaticano”, pag. 30).

La posizione dei due presunti testimoni oculari, Sambuco e Bosco, rimane contraddittoria e poco chiara se si entra nel dettaglio. Come già detto, siamo portati a ritenere importante la prima testimonianza del vigile Sambuco in quanto confermava ciò che Emanuela disse al telefono, senza che quest’ultima telefonata fosse stata ancora resa pubblica. Una descrizione generale della scena, inoltre, avvalorata in modo indipendente da un secondo testimone, il poliziotto Bosco, seppur non vi sia sovrapponibilità nei dettagli. Tuttavia Margherita Gerunda, l’ex pubblico ministero che indaginò nelle prime ore che seguirono il rapimento, ha affermato: «Non credo che quel giorno Emanuela Orlandi sia andata alla scuola di musica passando per corso del Rinascimento, dove si usa credere che sia stata vista da un vigile e da un poliziotto. Ho maturato la convinzione che i testimoni si siano prestati a dire o a confermare cose che permettevano loro di andare sui giornali, dare interviste, insomma avere il loro piccolo momento di fama se non di gloria. Per uscire almeno una volta nella vita dall’anonimato e sentirsi protagonisti, alla ribalta, partecipi di una storia che interessa molta gente». E’ certamente possibile, tuttavia va ricordato che al tempo delle testimonianze dei due testimoni, la vicenda Orlandi non era il grande giallo conosciuto oggi ma un fatto di cronaca abbastanza abituale (la sparizione di una adolescente), del quale ancora non si occupava nessuno, né la polizia né la stampa locale (Sambuco dà per la prima volta la sua versione poche ore dopo la sparizione di Emanuela, interrogato dai familiari e da Giulio Gangi).

Opportuna anche la considerazione di Marco Fassoni Accetti, rispondendo a coloro che non tengono in considerazione le versioni del vigile e del poliziotto: «un vigile urbano ed un poliziotto riprenderebbero la bugia della Orlandi e la farebbero propria? Quindi due pubblici ufficiali mentono agli investigatori ed ai giudici senza nulla averne in cambio. Se tra l’altro riferiscono più o meno la stessa circostanza, se ne deduce che si saranno concordati su quanto falsamente raccontare. Per cui ben due pubblici ufficiali si accordano tra loro per mentire riguardo alla grave scomparsa di una minorenne, rischiando di avere conseguenze giudiziarie e di essere espulsi dai rispettivi corpi, perdendo il lavoro. Tutto questo lo avrebbero fatto solo per apparire, senza neanche dover scrivere tre libri sul caso». Eppure, dalle deposizioni, sappiamo che «non vi è stato accordo tra loro, altrimenti avrebbero prodotto versioni omologhe», tuttavia vi è una somiglianza «con gli aspetti fondamentali di quel che si racconta. Infatti ambedue testimoniano che un uomo mostrava del materiale ad una ragazza, la quale corrispondeva alle fattezze dell’Emanuela».

Se vanno dunque ritenute attendibili queste testimonianze oculari, seppur soltanto nei termini generali, ha ragione Giulio Gangi quando afferma: «tutto fa pensare che l’uomo della BMW voleva essere notato: dal colore squillante della sua auto al fatto che avesse parcheggiato la vettura in direzione contraria al senso di marcia, al posto prescelto, cioè proprio di fronte all’ingresso del Senato» (“Storie di alti prelati e gangster romani”, pag. 22).

 

c) IL RUOLO DI GIULIO GANGI E DEL SISDE
Abbiamo già citato Giulio Gangi, arrivato a casa Orlandi il giorno dopo la scomparsa di Emanuela, il 24/6/83, come amico di famiglia. E’ anche un agente del SISDE. Si è interessato «inizialmente a titolo personale e in quanto legato da un pregresso rapporto di amicizia con Monica Meneguzzi, cugina di Emanuela» (cfr. sentenza istruttoria Adele Rando, pag. 82), dicendo di avere il sospetto di sequestro per prostituzione. Gangi ha affermato di aver conosciuto gli Orlandi a Torano dove lui e la famiglia di Emanuela si recavano in villeggiatura (luogo confermato da Pietro Orlandi in “Mia sorella Emanuela”, pag. 59). Tuttavia in tutte le interviste rilasciate, Ercole Orlandi -padre di Pietro ed Emanuela- ha sempre sostenuto che Gangi era per lui uno sconosciuto, anzi venne colpito dal fatto che a un certo punto disse che usava trascorrere le vacanze estive a Torano, proprio dove si recavano gli Orlandi. Gangi, amico dei Meneguzzi, era o non era un estraneo? Aveva o no conosciuto gli Orlandi in vacanza? Pino Nicotri ha fatto queste domande a Ercole e sostiene di averlo messo in imbarazzo: il papà di Emanuela rispose di aver capito che Gangi e Meneguzzi si conoscevano da come si erano salutati (“Emanuela Orlandi, la verità”, pag. 52). La cosa rimane controversa e non è secondario identificare bene i rapporti tra Gangi e gli Orlandi in quanto le prime indagini, le più importanti, vennero svolte proprio dall’agente del Sisde. Un altro particolare strano, riportato sempre da Nicotri, è che la magistratura venne a conoscenza dell’esistenza e del ruolo di Ganci soltanto nel 1993-1994. La famiglia non disse mai nulla dunque delle prime ricerche svolte da lui?

Pietro Orlandi nel suo libro “Mia sorella Emanuela” riporta che fu Gangi a riferire che dietro a “Phoenix”, una delle sigle comparse dopo la sparizione di Emanuela, ci sarebbero stati i servizi segreti italiani. Il 30 maggio 2013 Pino Nicotri informa di aver ricevuto questa risposta da Gangi: «Mi sono limitato a dire “Boh, forse sono i nostri che cercano di muovere le acque” quando si seppe della prima lettera firmata Phoenix. Oltretutto, io al Sisde ero già stato allontanato dalle ricerche riguardanti Emanuela». Anche Marco Fassoni Accetti ha ricondotto “Phoenix” ad alcuni membri del Servizio di Informazioni della Sicurezza Democratica (Sisde).

Il 01 settembre 2008 Giuglio Gangi ha precisato rispetto alla sua presenza in casa Orlandi negli immediati giorni successivi alla sparizione: «Fu una mia iniziativa perché ero molto amico dei cugini, conoscevo anche il fratello. Fui io a presentarmi a casa degli Orlandi, la sera dopo, insieme ad un amico comune, Marino Vulpiani, che è medico e dunque fa tutt’altro mestiere. Anche lui era preoccupatissimo perché viveva a Torano, lo stesso paese della famiglia. L’unico agente del SISDE a occuparsi della vicenda, fin dai primi giorni, sono stato io» (“Storie di alti prelati e gangster romani”, pag. 23). Nell’autunno 2005 disse: «Bisogna che io sfati una leggenda inventata da voi giornalisti. Cominciamo col dire che io conoscevo gli Orlandi da prima della scomparsi di Emanuela: ero giovane, avevo poco più di vent’anni. Mario Meneguzzi, lo zio della Orlandi, aveva una figlia e proprio di questa ragazza mi innamorai. Mi piaceva tantissimo, era riservata, educata, elegante nel comportamento. Una brava ragazzi che conobbi perché l’estate dell’82 andai con un amico a fare una gita fuori porta nel paesino dove gli Orlandi avevano una casetta di villeggiatura (Torano). Fu così che la vidi per la prima volta. Quindi non è vero che il Sisde mi ordinò di infiltrarmi nella famiglia Orlandi per chissà quale scopo. Ad ogni modo, non mi fidanzai mai con la ragazza in questione, ci conoscemmo e diventammo amici. Ci frequentammo tra il 1982 e il 1983 perché le facevo la corte. La sera che scomparve Emanuela lei mi telefonò e mi diede la notizia. Poi mi richiamò due giorni dopo -il 25 giugno 1983- e mi chiese se potevo dare una mano a cercarla perché le avevo detto che ero della polizia, non del Sisde. La sera del 25 andai a casa Orlandi, in Vaticano. Mi accompagnò il collega amico col quale quella volta andai a fare la gita, lui rimase in strada io salii a casa loro e parli coi genitori e lo zio. In quel momento al Sisde non importava un accidenti di Emanuela Orlandi» (“Dodici donne un solo assassino?”, Koiné 2006, pag. 184,185).

Perché allora risultava un estraneo a Ercole Orlandi? Ci sarebbe anche da chiarire il motivo per cui, rivelato sempre dal padre di Emanuela, il SISDE si è occupato di pagare le spese dell’avv. Egidio, da loro suggerito, senza dire nulla alla famiglia (cfr. “Mistero Vaticano”, pag. 69). Facciamo anche presente che nella requisitoria del 1997 il giudice Malerba stigmatizzerà il “non lineare comportamento” di Giulio Gangi (“Mia sorella Emanuela”, pag. 1242,143), il cui ruolo nella vicenda -nonostante le precisazioni del diretto interessato- rimane controverso e meritorio di chiarimento.

Aggiungiamo un particolare: la famiglia nell’agosto 1983 pose una domanda al “gruppo Turkesh” su suggerimento degli agenti del Sisde: dove cenò Emanuela il 20 giugno (3 giorni prima della sparizione)? La risposta fu corretta: con “parenti molto stretti”. Pietro Orlandi ha spiegato che questo dettaglio era conosciuto soltanto in famiglia (“Mia sorella Emanuela”, pag. 106), oltre che agli agenti del SISDE che suggerirono la domanda.

 

d) L’AVVOCATO GENNARO EGIDIO
Un aspetto controverso della vicenda è come l’avvocato Egidio Gennaro (morto nel 2005), sia arrivato a difendere legalmente la famiglia Orlandi. E’ un piccolo dettaglio che però sarebbe bene chiarire.

Il 22 luglio 1983 durante una conferenza stampa, lo zio di Emanuela, Mario Meneguzzi, annunciò la nomina dell’avvocato Gennaro Egidio. Il 12/7/93 Ercole Orlandi, padre di Emanuela, ha sostenuto che la scelta di questo legale era stata “suggerita” loro dal funzionario del Sisde Gianfranco Gramendola, il quale aveva provveduto anche a presentarglielo. Gramendola tuttavia smentirà la circostanza (“Mistero Vaticano”, pag. 69). Gramendola si recò anche lui a casa Orlandi, accompagnando Gangi, presentandosi come “Leone”. Gangi più avanti dirà che si trattava del suo capo sotto falso nome (“Emanuela Orlandi, la verità”, pag. 67) e sospetterà fortemente del suo operato domandandosi: «e se fosse stato un complice del rapimento?» (“Dodici donne un solo assassino?”, pag. 54)

Nel 2002 il padre di Emanuela, Ercole Orlandi, ha tuttavia ribadito: «noi a Egidio non abbiamo mai pagato neppure una lira, la questione economica era già stata sistemata prima che mi facessero firmare il documento preparato dal Sisde per la nomina del legale. Per giunta solo dopo vari anni mi hanno comunicato che con quella firma avevo nominato un altro avvocato, Massimo Krogh, come sostituto di Egidio in caso di suo impedimento» (“Mistero Vaticano”, pag. 69). Massimo Kogh è ancora oggi il legale di Pietro Orlandi. Anche secondo i ricordi di Pietro Orlandi l’avvocato fu loro consigliato pochi giorni dopo la scomparsa di Emanuela, da uno 007 in contatto con la famiglia: «Fu Gianfranco Gramendola, carabiniere del Sisde, nome in codice Leone, a presentarcelo esclamando: “Tranquilli, quest’avvocato è la mano di Dio!”. Poi fu lo stesso Egidio a dirci che si era occupato dei Rothschild e, mi pare, del caso Calvi».

Infatti, l’avv. Egidio fu anche legale della famiglia della baronessa Rothschild. Curioso che pochi giorni dopo il 29 novembre 1980, giorno della sparizione della baronessa, arrivò un telegramma a lei indirizzo firmato “Roland”. Anagramma di Orlandi (cognome di Emanuela, che sparì tre anni dopo). Marco Fassoni Accetti ha affermato: «Uno dei miei sodali mi raccontò di aver spedito dei telegrammi riportanti dei codici, che già contemplavano la possibilità di scegliere una o due ragazze nella palazzina abitata dagli Orlandi; si citava il luogo 3, così indicando la palazzina degli Orlandi, ma non ricordo il motivo, e inoltre, si citava l’anagramma: Roland» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014). Accetti ha anche confermato indirettamente le parole del padre di Emanuela, Ercole Orlandi, sostenendo che la fazione avversa alla sua era composta anche da alcuni membri del SISDE: scrivendo: «Alcuni membri della parte a noi avversa credettero di ravvisare in noi i responsabili della morte della baronessa Rothschild, per cui nel 1983, dopo la scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, suggerirono alle famiglie delle ragazze la nomina legale dell’avvocato Gennaro Egidio, già legale della famiglia Rothschild in ordine alla scomparsa della baronessa». In realtà per la famiglia Gregori non andò così, in quanto i genitori di Mirella il 6 agosto 1983 decisero autonomamente di farsi difendere dall’avv. Egidio in seguito al primo Komunicato del gruppo “Turkesh”, nel quale per la prima volta si citò Mirella e si abbinò la sua scomparsa a quella di Emanuela. Durante una telefonata da noi avuta nel gennaio 2016, Accetti ha specificato: «Il Fronte Turkesh era qualcuno dei servizi segreti, o l’altra parte o l’avv. Egidio, che poi è la stessa cosa». Scusi, in che senso l’avv. Egidio? «Mah, l’avv. Egidio era un ruolo un po’ dell’altra parte, un ruolo un po’…faceva capo ai vertici dello IOR per cui sapevamo che era persona dell’altra parte. Tutte le telefonate a lui non significavano nulla, era solo affinché le riferisse poi ai giornalisti. Non avevamo niente da chiedere all’avv. Egidio e lui niente da darci».

Facciamo presente che l’avv. Egidio nel 2001-2002 fece capire al giornalista Pino Nicotri di propendere per una spiegazione “più semplice”, come verso una pista che portava a Torano, alla zia Anna e al suo amante, accennando all’età adolescenziale di Emanuela e al fatto che i genitori conoscono poco i ragazzi a quell’età. Quelle dell’avv. Egidio -pagato dal Sisde- erano convinzioni o dubbi autentici oppure stava indirizzando un giornalista che si stava dando molto da fare sul caso verso una pista falsa, lontana da quella reale? Che magari coinvolgeva proprio i servizi? Anche in questo caso ci sono dettagli controversi, decisioni strane, smentite e poi conferme. Perché i servizi consigliarono proprio l’avv. Egidio? Perché si occuparono di pagarlo a loro spese? Come vanno interpretate le smentite di Gramegnola/SISDE? Come vanno interpretati i dubbi di Gangi su Gramegnola? Ci sono persone che potrebbero aiutare a fare luce su questo, ad esempio l’avv. Massimo Krogh, che venne nominato allora come sostituto dell’avv. Egidio, ancora oggi difensore di Pietro.

 

e) LA ZIA ANNA ORLANDI
La zia di Emanuela, Anna Orlandi, è stata coinvolta più volte nella vicenda. Il primo a parlarne fu l’avv. Gennaro Egidio, legale degli Orlandi e dei Gregori, rispondendo alle domande del giornalista Pino Nicotri, che domandava se fosse possibile che Emanuela si sia allontanata di sua iniziativa: «tutto è possibile», rispose l’avvocato, collegando subito a questa risposta una vicenda inedita: «C’è tutta la questione dove loro passavano le vacanze, nel paesino, lì a Torano eccetera eccetera. Tutta gente che era intorno alla zia dell’Emanuela, cioè… Anna mi pare che si chiami. Questa donna che veniva seguita addirittura e nonostante la sua età…e non vorrei aggiungere altro. Che è una santa donna, una bravissima donna. E perché c’era una persona che era diventato un amico addirittura dell’Anna e compagnia bella, e lei quindi parlava liberamente, perché parlava sempre molto bene, con orgoglio dei suoi… della nipote e degli altri, cioè… E quindi non si è mai capito questo tizio chi fosse, come mai poi dopo alla fine è scomparso proprio dopo che Emanuela era scomparsa […]. Il nome… lui dette un nome falso all’Anna. Questo è il punto. Questo tizio magari successivamente potrebbe avere a che fare, per l’amor del cielo […] Questo qui accompagnava, questo qui accompagnava e conosceva molto bene l’Anna, che l’aveva conosciuto mi sembra, mi sembra di ricordare, se ricordo bene, che in via Cola di Rienzo c’era quest’uomo, mentre lei era in un negozio, che poi lei conobbe. E poi questo cominciò a conoscerla, a seguirla, a frequentarla… e delle volte uscivano anche con l’Emanuela insieme […] Ci sono state tante di quelle persone che volevano seguire questa storia che veniva adoperata per altri fini, per altre questioni». Nicotri afferma: «E anche gli Orlandi credo non sapessero in realtà chi era e che faceva la figlia», risposta: «Sono pienamente d’accordo con lei».

Occorre ricordare che la zia Anna (morta a novembre 2011 a 80 anni) ha sempre abitato in casa Orlandi, crescendo Pietro, Emanuela e gli altri figli assieme a Maria e Ercole Orlandi. Dopo la scomparsa di Emanuela, la zia Anna ha smesso di abitare in Vaticano per trasferirsi nel paesino di Torano. Per essere stata una persona molto vicina agli Orlandi effettivamente si può comprendere la perplessità del giornalista Pino Nicotri sul fatto che in tutte le interviste alla famiglia (e anche nel libro scritto da Pietro Orlandi) si parli quasi mai di lei, tanto che ne ha «scoperto l’esistenza solo parlando con l’avvocato Egidio, nel corso di una telefonata». Ha scritto Nicotri, parlando di se stesso: «Secondo il cronista che vi scrive e segue il caso Orlandi da dieci anni, la rilettura di vecchi appunti in effetti fa apparire la zia Anna come un personaggio che potrebbe diventare centrale».

Nicotri ha dato anche ampio risalto, non risparmiando delle critiche, al lavoro della fotografa Roberta Hidalgo, autrice del libro “L’affaire Emanuela Orlandi” (Croce 2012) in cui, dopo essersi procurata del materiale biologico di vari esponenti della famiglia Orlandi, sostiene che Emanuela Orlandi sarebbe in realtà figlia di Anna Orlandi (quella che è sua zia) e di Paul Marcinkus, e che oggi viva con Pietro a Roma, mentre la vera moglie, Patrizia Marianucci, vive in campagna. Una tesi decisamente estrema che analizzeremo più sotto. Rispetto ad Anna Orlandi, la Hidalgo sostiene che avrebbe avuto una relazione con un uomo sposato, il cui cognome era Giuliani e che abitava con la propria moglie nel paesino di Torano, dove gli Orlandi andavano a passare le vacanze. La relazione adulterina tra Anna e Giuliani sarebbe stata ben nota in paese, poco dopo la scomparsa di Emanuela aveva smesso di colpo di abitare in casa dagli Orlandi (forse contrariati dall’adulterio), e si ritirò a vivere proprio a Torano, dove accolse in casa e curò Giuliani quando questi rimase paralizzato e andò a vivere con lei fino alla morte. Da allora Anna Orlandi si sarebbe fatta chiamare Giuliana Giuliani, cognome al quale aveva anche intestato il telefono di casa.

Il paesino di Torano è entrato nella vicenda anche in seguito a quel che disse il primo telefonista, Pierluigi, il quale disse di aver visto Emanuela (chiamata Barbarella) che vendeva collanine in piazza Campo de’ Fiori e voleva degli occhiali Ray Ban. Il padre Ercole si ricordò che effettivamente due estati prima, proprio a Torano, Emanuela e alcune amiche avevano venduto ad un banchetto di strada delle collanine e ricordò che proprio un discorso sui Ray Ban venne fatto durante l’estate precedente, sempre a Torano, tra la mamma di Emanuela, Emanuela e una sua amica, Ines Giuliani, «figlia non ricordo se di un vigile urbano o di un poliziotto che comunque si chiamava Nicola e abitava a Roma in via Portinari» (“Mistero Vaticano”, pag. 33). Curioso il cognome dell’amica, lo stesso dell’uomo che, secondo Roberta Hidalgo, avrebbe avuto una relazione adulterina a Torano con la zia di Emanuela, Anna Orlandi. Da dove ha preso questo cognome la Hidalgo?

Intervistata da Pino Nicotri, la zia Anna ha risposto che l’uomo conosciuto in via Cola Di Rienzo le aveva dato un nome falso (confermato anche da Ercole Orlandi) e che quando lei scoprì che era sposato decise di non vederlo più. Lo stesso ha detto anche ai magistrati, che non riuscirono a rintracciare quest’uomo né ad interrogarlo.

Non ci risulta che gli Orlandi abbiano mai chiarito definitivamente questa vicenda della zia, rispondendo ai dubbi dell’avv. Egidio o al libro della Hidalgo. La ritengono comprensibilmente una vicenda offensiva, che tocca vicende private di una loro intima parente, tuttavia mettere luce su tutto ciò aiuterebbe a togliere ogni minimo sospetto. Anche la fotografa Hidalgo dovrebbe chiarire le fonti delle sue affermazioni e, sopratutto, da dove abbia reperito che il cognome dell’uomo che ebbe una relazione con Anna Orlandi era Giuliani.

 

f) I TELEFONISTI MARIO, PIERLUIGI E L’AMERIKANO
Con i primi telefonisti entriamo direttamente nel cuore della vicenda di Emanuela, ci riferiamo a coloro che chiamarono casa Orlandi (e non solo) già pochi giorni dopo la sparizione di Emanuela: “Pierluigi” e “Mario” e, qualche giorno dopo, l’Amerikano. Si citarono a vicenda quindi il loro intervento era collegato, tuttavia i primi due volevano più che altro sostenere che Emanuela si era allontanata volontariamente, a causa di una vita troppo piatta (parole di Mario), citando contemporaneamente dei particolari che avvaloravano la testimonianza di aver avuto a che fare che Emanuela (come quello della Avon o del fatto che Emanuela avrebbe dovuto suonare al matrimonio della sorella), prima della divulgazione di qualsiasi notizia.

L’entrata in scena del terzo telefonista, l'”Amerikano” (o “Amerikano”), il 5/7/83, segnerà la svolta: telefonò prima alla Santa Sede e, dopo un’ora, a casa Orlandi. Venne chiamato così perché parlava (o, meglio, simulava) con l’accento italo-americano. Agli Orlandi disse che “Pierluigi” e “Mario” erano membri dell’organizzazione, rivendicò di essere il rapitore e collegò il rapimento di Emanuela alla liberazione del terrorista turco Alì Agca, attentatore di Giovanni Paolo II in piazza San Pietro il 13 maggio 1981. Diede l’ultimatum al 20 luglio 1983. Da lì susseguirono diversi contatti tra lui e, in particolare, l’avv. Gennaro Egidio, legale degli Orlandi. Il direttore del Sisde, Vincenzo Parisi, fece un’identikit dell'”Amerikano” (rimasta riservata fino al 1995), osservando che sarebbe un profondo conoscitore della lingua latina, addirittura conoscerebbe meglio la lingua latina di quella italiana. Dunque uno straniero che ha acquisito prima il latino dell’italiano in quanto, un italiano, «non utilizzerebbe mai il verbo “translare” al posto di “trasferire”, “novello” al posto di “nuovo”». Le caratteristiche: 1) straniero (anglosassone), di età superiore ai 45/50 anni; 2) livello intellettuale e culturale elevatissimo, profondo conoscitore della lingua latina, meglio dell’italiano; 3) appartenente (o inserito) nel mondo ecclesiale; 4) formalista, ironico, preciso e ordinato nelle sue modalità comportamentali, freddo, calcolatore, pieno di sé, sicuro del proprio ruolo e della propria forza, sessualmente amorfo; 5) ha domiciliato a lungo a Roma. Conosce bene soprattutto le zone della città che rappresentano qualche cosa per la sua attività; 6) ben informato sulle regole giuridiche italiane e sulla struttura logistica del Vaticano. Per quanto riguarda il linguaggio e l’uso di alcuni verbi ricercati piuttosto che i sinonimi più utilizzati si può spiegare ipotizzando che il soggetto sapeva di essere intercettato e registrato e simulava intelligentemente il background anglosassone.

Il prof. Francesco Bruno, docente di psicologia forense alla Sapienza di Roma e funzionario dal 1978 al 1987 della divisione tecnico-scientifica del SISDE, ha condiviso l’identikit affermando che con quella descrizione si voleva individuare Monsignor Paul Casimir Marcinkus, direttore dello IOR. Pietro Orlandi, conoscendo Marckicus per via del suo impiego allo IOR, ha chiarito che la persona non era, ovviamente, il famoso e controverso Monsignore, aggiungendo: «Il telefonista doveva essere mediorientale: aveva la cadenza tipica rapida e accelerata alla fine delle frasi, tipica dei popoli di quell’area» (“Mia sorella Emanuela”, pag. 213).

Il 10/04/94 il padre di Emanuela, Ercole Orlandi, ha dichiarato: «Siamo vittime di un’oscura ragion di stato. […] Quel personaggio con l’accento americano, sapendo che il nostro apparecchio era sotto controllo, non faceva durare la telefonata più di sei minuti. Doveva avere un timer. Spaccava il secondo e agganciava». Quanto alle telefonate, Ercole Orlandi ricordò che l'”Amerikano” gli aveva detto che era inutile tentare di registrarle perché, se avesse voluto, avrebbe potuto far apparire le chiamate in quindici posti diversi. Secondo indiscrezioni una volta gli investigatori riuscirono ad isolare le prime quattro cifre delle telefonate, che risultarono essere partite dall’Ambasciata Americana di via Veneto. La polizia scoprì infatti che le telefonate partivano da una cabina della stazione Termini, ma una volta messa sotto controllo si scoprì che mentre le chiamate risultavano effettivamente in partenza dall’apparecchio pubblico, dentro la cabina non c’era nessuno. L’Amerikano aveva dunque un apparecchio per la triangolazione delle telefonate capace di far rimbalzare su un’altra utenza la chiamata iniziale proteggendo il numero di partenza.

Marco Fassoni Accetti nel 2013 si è accusato di aver ideato l’allontanamento di Emanuela e Mirella, autoaccusandosi anche di essere stato il principale telefonista, cioè l'”Amerikano”. Ha scritto: «di questo ne feci una battuta con l’avvocato Egidio nel corso delle note telefonate». Soltanto l’Amerikano fece “note telefonate” con l’avv. Egidio. In un’altra occasione: «Io sono il telefonista che ha fatto ritrovare lo spartito» di Emanuela, e a farlo ritrovare fu appunto l'”Amerikano”, invitando ad ascoltare le telefonate paragonandole con la sua voce. Effettivamente c’è una forte somiglianza. In una telefonata del gennaio 2016 all’autore principale di questo dossier, MFA ha rivelato di essere stato anche il telefonista “Mario” usando appositamente un accento romanesco, spiegando: «L’ha capito anche Egidio che fece fare delle perizie assieme a Nicola Cavaliere, allora capo della Mobile, e hanno capito che era la stessa persona». Nel Memoriale ha spiegato: «“In seguito chiamerà un certo ‘Mario’ (sapevamo dell’esistenza di un latitante appartenente alla criminalità di origine mafiosa, e identificabile con lo pseudonimo di ‘Mario Aglialoro’. Di costui si vociferava potesse essere il mandante dell’omicidio del presidente del Banco Ambrosiano, dottor Calvi). Questo riferimento avrebbe dovuto contribuire ulteriormente ad allarmare le persone vicine a monsignor Marcinkus. Essendo il riferimento, in senso lato, quello di un ‘malavitoso’, il parlare dovrà apparire ‘sporco’ e illetterato. Costui dichiara di essere proprietario di un bar, riferimento al bar Gregori, che colloca accanto a ponte Vittorio Emanuele II, nei cui pressi si trova il negozio del padre di Stefano Coccia. Per cui Mario, nella stessa telefonata, cita la Orlandi, la Gregori e Stefano. Dichiara altresì di avere 35 anni, e questa età posta assieme all’età dichiarata dal sedicente Pierluigi, ricompone ulteriormente la nota data di Fatima, 13-5-17». Nell’estate 2013, il giornalista Fabrizio Peronaci ha assistito all’imitazione di Marco Fassoni Accetti della voce del telefonista “Mario”, così l’ha descritta: «quel giorno in terrazza, mi chiese di posare il telefonino a terra, per essere certo che non registrassi, tirò il fiato più volte, allargò il diaframma, si sfregò il naso soffiando, chiuse gli occhi per concentrarsi e cominciò a parlare velocemente. “Allora, signor Orlandi, me stai a sentì?… Tu fija ha detto che se chiama Barbarella, che è stufa de ’sta vita piatta, che vole annassene pe’ conto suo pe’ quarche tempo”. Impressionante. Stesso timbro. Identico intercalare del sedicente Mario, la cui voce registrata ho ascoltato più di una volta» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014). Il telefonista “Pierluigi”, invece, sarebbe stata una ragazza: «Pierluigi era una mia amica, certo: valutammo che la sua voce si avvicinasse di più a quella di un diciassettenne e funzionò» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014). E nel Memoriale: «Fui io personalmente a registrare il rumore di sottofondo nel locale Pippo l’Abruzzese. Nel caso la telefonata potesse essere registrata e sottoposta al giudizio di un esperto, le caratteristiche specifiche di alcuni rumori potevano far risalire proprio a quell’ambiente».

A prescindere da Fassoni Accetti, il ruolo dei telefonisti rimane controverso: mitomani? Reali rapitori? Depistaggio? Ebbero a che fare con Emanuela? Perseguivano interessi loro approfittando della sparizione della ragazza? Non si può negare che, seppur non diedero mai prova indubitabile di aver rapito Emanuela e di tenerla in ostaggio -quando bastava una sua fotografia con un quotidiano a fianco (come fecero i rapitori di Aldo Moro)-, rivelarono tuttavia particolari precisi della ragazza e fecero ritrovare (l’Amerikano) documenti da lei posseduti il giorno della sparizione (seppur in fotocopia), spartiti musicali con scritte di Emanuela, uno scritto della ragazza (riconsciuto dai familiari) nonché inviarono alcune sue parole registrate sulla scuola frequentata. Un’altra prova discussa, c’è chi sostiene che la voce di Emanuela poteva essere stata carpita prima della sparizione: obiezione debole, Emanuela rilascia un’intervista e non lo dice alla famiglia? Se fosse stata fatta alla scuola, nessuno ne sa nulla? Perché solo a lei e non agli altri compagni? Ne parleremo comunque più sotto. Nelle conclusioni della Commissione parlamentare Mitrokhin si legge: «è certo che i telefonisti, gli autori dei messaggi o i loro ispiratori avessero, o avessero avuto, contatti con Emanuela, con la famiglia o con conoscenti di Emanuela o della famiglia». Questo lo «conferma una valutazione in audizione del dottor Imposimato, che pure ha idee molto nette in proposito, avendo seguito il caso per conto dei familiari di Emanuela, allorché dichiara che “le lettere sono, almeno in parte, una prova dei collegamenti tra chi le scriveva e la ragazza scomparsa”, come riconosciuto anche dai magistrati, che però non hanno ritenuto provato che costoro effettivamente avessero rapito la ragazza – e la tenessero segregata – – al momento in cui recapitavano, per un ampio lasso di tempo, i messaggi». Nella requisitoria del Procuratore generale della Corte di Appello, Giovanni Malerba, si legge: «Né si dica che i primi “telefonisti” fossero persone non soltanto estranee al progetto criminoso, ma altresì all’oscuro di esso; nei successivi messaggi del gruppo che rivendicava il sequestro, più di una volta è dato rinvenire riferimenti ai “nostri elementi Pierluigi e Mario”; e per di più il Pierluigi, nei colloqui telefonici, si mostrava al corrente di particolari rivelatisi esatti (flauto, occhiali con montatura bianca non graditi alla giovane, astigmatismo ad un occhio, imminente matrimonio della sorella ecc.). Tutto questo dimostra lo stretto collegamento tra Pierluigi e Mario e coloro che rivendicavano il sequestro». (requisitoria del pm Malerba, 6/08/97).

Molti citano una prova che dimostrerebbe come l'”Amerikano” non avesse ottenuto i dettagli di Emanuela da lei stessa, in quanto in una telefonata del 7/07/83 affermò che la ragazza non era nata in Vaticano. Un errore, come ha confermato il padre Ercole, che certamente non poteva arrivare da Emanuela. Abbiamo domandato questo ad Accetti, che si accusa di essere stato l’Amerikano (ed effettivamente la sua voce è sovrapponibile a quella del telefonista): «non me lo ricordo. Molte volte noi volevamo passare per balordi davanti all’opinione pubblica, le telefonate dell’Amerikano servivano solo per i giornali, per fare cassa di risonanza, pressione. Per esempio, c’è un nastro registrato in cui c’è anche l’Amerikana, non sono l’Amerikano. Ho detto a Capaldo: “lei lo vuole il nome e cognome di questa ragazza? Lei la può chiamare e questa le conferma”. Mi ha risposto: “Ah no, non voglio sapere niente, per carità”. C’è una ragazza che ha fatto l’Amerikana: in questo nastro, in cui finge di essere americana, pronuncia male la parola “States” dicendo letteralmente states. Ma quando mai un’americana sbaglierebbe così? Io so chi è questa persona, una ragazza romana di estrema sinistra. Nessuno mi ha mai chiesto nulla». I telefonisti riveleranno altri particolari, anche molto privati, di Emanuela, i quali -dicono alcuni- potrebbero essere stati ottenuti dalle sue amiche e compagne o dai suoi familiari: ma non è un’obiezione pertinente, come possono delle amiche o dei familiari rivelare dettagli privati di Emanuela ad un estraneo, venire poi a conoscenza della sparizione di Emanuela e leggere quei particolari sui giornali, forniti come prove dai rapitori, senza collegare le cose? Avrebbero subito informato la polizia di aver riferito loro quei dettagli. A meno che fossero in complicità con i telefonisti. Ovviamente non va nemmeno preso in considerazione che i telefonisti abbiano raccolto dettagli privati di Emanuela dopo la sua sparizione. Dunque, o i telefonisti hanno hanno avuto a che fare con Emanuela, oppure hanno avuto a che fare con suoi amici e/o parenti, e questo comporta o la loro complicità nella sparizione oppure l’aver subito delle minacce, le quali avrebbero peso anche oggi, dopo trent’anni.

 

g) APPELLI DI GIOVANNI PAOLO II
Il 3/7/83 Giovanni Paolo II lancia, in modo sorprendente, un appello pubblico perché Emanuela possa tornare «non perdendo la speranza nel senso di umanità di chi abbia responsabilità in questo caso». Un chiaro accenno al rapimento, anche se fino ad allora le autorità ritenevano si trattasse di una scappatella volontaria. Seguirono altri 7 appelli.

Per lo scrittre Pino Nicotri questa dichiarazione, oltre a quelle dell’allora presidente della Repubblica Pertini, sarebbe stata fatale in quanto fece capire al mondo intero, e sopratutto ai comunisti sovietici e alla Stasi, un suo punto debole di cui approfittarsi. Nicotri parla anche di “ingenuo passo falso”, di fatto una “condanna a morte” per Emanuela, ma sospetta anche che il Pontefice sapesse già della morte di Emanuela e quindi non avesse timore di aggravare la situazione con i suoi appelli. Sono affermazioni prive di alcuna prova o dimostrazione.

Pietro Orlandi ha invece apprezzato l’intervento del Papa: «Si rivolse a chi aveva “responsabilità in questo caso”, quando le autorità italiane non si erano praticamente mosse». Wojtyla, scrive, doveva avere buoni motivi per esporre la Chiesa a un prezzo tanto alto: assedio mediatico sulla “ragazzina cara al pontefice”, l’oscuramento dei suoi successi come capo di Stato, subbuglio internazionale e dei servizi di sicurezza (“Mia sorella Emanuela”, pag. 87). Secondo la sentenza del giudice istruttore Adele Rando, le parole del Papa sarebbero l’epilogo di un vertice segretissimo, al quale partecipano Casaroli, Somalo e Battista Re.

Il 27/07/83, ha rivelato Pietro Orlandi, Giovanni Paolo II convocò i genitori e, in lacrime, parlò per la prima volta di “un`organizzazione terroristica”. Altrettanto fece il 24/12/83 quando visitò gli Orlandi per gli auguri natalizi e disse: «Cari Orlandi, voi sapete che esistono due tipi di terrorismo, uno nazionale e uno internazionale. La vostra vicenda è un caso di terrorismo internazionale». Per Marco Fassoni Accetti il Papa non fu informato correttamente e chi preparò l’appello del 3 luglio lo portò su piste confondenti, volendo, scrive, «sottrarsi alla nostra minaccia di rivelare pubblicamente la “realtà” relativa al “sequestro”, rendendolo a loro volta pubblico. Ci anticipano nella nostra intenzione, sia pur virtuale, rendendolo di pubblico dominio. Dichiarano in questo modo che trattasi di un qualcosa di “esterno”, un rapimento qualunque, cosicché la Città del Vaticano risulta esserne estranea, senza responsabilità alcuna. È anche un modo di dichiarare che non accettano le nostre istanze».

 

h) IL RUOLO DEL VATICANO
Il periodo in cui avvenne la sparizione di Emanuela Orlandi fu importante per l’Europa, la quale viaggiava verso la caduta del muro di Berlino e la posizione del Vaticano era determinante in tutto questo. Nello Stato Pontificio infatti c’era una fazione -guidata dal card. Casaroli, segretario di Stato- che intendeva dialogare col comunismo e un’altra -quella del Papa- che sosteneva la dura contrapposizione, finanziando direttamente la resistenza polacca formata dal sindacato Solidarnosc. Occorre dunque necessariamente contestualizzare la sparizione di una cittadina vaticana, mai avvenuta prima o dopo, in questo contesto temporale, a meno che si propenda per un allontanamento volontario.

Molti, compresi i parenti di Emanuela e Mirella, criticano il Vaticano per l’eccessiva prudenza e gli eccessivi silenzi, secondo Pietro Orlandi, infatti, il Vaticano sembra aver mostrato un «eccesso di cautela e l’eccessivo attaccamento alla ragion di Stato. Il Vaticano è la mia seconda famiglia, mi sento legato a questo mondo e mi dispiace. Vorrei da loro un aiuto a rafforzare la mia fede. E vorrei che la mia venisse considerata una critica costruttiva» (“Mia sorella Emanuela”, pag. 278, 279). Più concretamente il giudice istruttore Adele Rando ha scritto: «L’apporto istruttorio delle rogatorie introdotte davanti all’Autorità Giudiziaria della citta del vaticano, lungi dal soddisfare i quesiti per i quali le stesse erano state proproste, si traduce nella conferma di alcuni interrogativi che hanno imposto la scelta processuale dello stralcio». L’allora prefetto Vincenzo Parisi, capo della Polizia dal 1987 al 1994, scrisse invece: «L’intera vicenda Orlandi fu caratterizzata da costante riservatezza da parte della Santa Sede che, pur disponendo di contatti telefonici e probabilmente diversi, non rese partecipi dei contenuti dei suoi rapporti la Magistratura e le autorità di Polizia. Ritengo che le ricerche conoscitive sulla vicenda siano state viziate proprio per il diaframma frapposto fra lo Stato Italiano e la Santa Sede».

Nella rogatoria inviata nel marzo 1995, le autorità vaticane risposero di non avere mai avuto né alcuna registrazione, né alcuna trascrizione delle telefonate provenienti dall’”Amerikano”. Tuttavia agli atti dell’archiviazione del 1997 compare la testimonianza di mons. Francesco Salerno, consulente legale presso la Prefettura degli Affari Economici della Santa Sede, il quale «in ordine alle telefonate pervenute sull’utenza riservata (al caso Orlandi, ndr) nonché agli inutili tentativi di identificare gli sconosciuti interlocutori, riteneva che proprio quest’ultima circostanza provasse l’esistenza di qualche informatore interno alla Segreteria di Stato». Non solo, ma sulla vicenda di Emanuela Orlandi, in particolare, mons. Salerno «esprimeva inoltre – scrive il giudice Adele Rando – la personale convinzione che negli archivi della stessa segreteria fossero custoditi documenti inerenti al caso» (pag. 85). Pino Nicotri riporta anche una sua frase: «Dato che grazie al mio occuparmi delle finanze avevo conoscenze in molti ambienti, pochi giorni dopo la scomparsa della Orlandi offrii a monsignor Re la mia disponibilità a cercare notizie, ma monsignor Re rifiutò. Mi disse che era meglio lasciare le cose come stavano» (“Emanuela Orlandi, la verità” pag. 18).

Il magistrato Gianluigi Marrone, giudice unico della Città del Vaticano 1991 al 2009, ha risposto alle accuse del giornalista Pino Nicotri di essere il dirigente del parlamento italiano che inviava in Vaticano le rogatorie e contemporaneamente, dal Vaticano, rispondeva (rivelando che la segretaria di Marrone al Parlamento italiano era Natalina Orlandi, cioè una delle sorelle di Emanuela): «Quando il Vaticano mi ha offerto quell’incarico ho chiesto all’allora presidente della Camera, Nilde Jotti, se potevo accettare o no, e la Jotti mi diede il permesso. Io in Vaticano non potevo fare altro che firmare ciò che mi veniva detto di firmare, senza poter fare mie indagini. Se poi lei, Nicotri, mi chiede se il Vaticano sul caso Orlandi ha detto tutto quello che sa, allora io le rispondo che no, non ha detto tutto quello che sa». Affermazioni che tuttavia contraddicono in parte quanto il giudice Marrone disse nel luglio 2008: «in questi anni ci sono state insistenti richieste di rogatorie da parte di autorità di altri Stati, accompagnate sempre da false polemiche, il più delle volte montate dai media in mancanza di notizie; ma, badi bene, per notizie che si voleva costruire a tutti i costi anche se non c’era nulla da rendere noto. Posso personalmente assicurare, perché moltissime volte sono stato parte in causa, che il Vaticano non ha mai risposto negativamente a una richiesta di rogatoria. Ciò anche nel penoso fatto di cronaca tornato prepotentemente alla ribalta in questi giorni: mi riferisco alla vicenda Orlandi. Sono stato coinvolto spesso nella preparazione di queste rogatorie e, per quel che mi compete, le assicuro che tutte hanno avuto regolare risposta. Altro è, naturalmente, se la risposta viene ritenuta soddisfacente o no. Questo è un altro tipo di discorso. Se a me si chiede di interrogare una persona, io la interrogo. Ma se poi le risposte fornite non corrispondono alle aspettative, perché magari si pensava che la persona potesse dare altre risposte, questo non si può imputare al tribunale; e in ogni caso non si può dire che il Vaticano non ha collaborato o, peggio ancora, continuare a dire che non c’è mai stata collaborazione con la magistratura italiana».

Anche secondo la sentenza di proscioglimento del 2015, la Procura afferma che «l’esistenza o meno di un fascicolo vaticano relativo ad Emanuela Orlandi risulta smentita dalle indagini per altro verso svolte: il riferimento, in particolare, è alle dichiarazioni rese in data 25/05/2005 nel procedimento n. 34016/2002 R.G.N.R. in sede di indagini difensive da mons. Bruno Bertagna che, in qualità di addetto presso la Segreteria di Stato prima e di Segretario Generale del Governatorato poi, escluse l’espletamento di indagini sulla vicenda all’interno della Città del Vaticano».

Un cardinale entrato nella vicenda è Silvio Oddi, il quale nel luglio 1993 ricordò in un’intervista di aver ascoltato una conversazione in Vaticano dieci anni prima: «Mi trovavo in un gruppo di persone delle quali faceva parte anche un laico. Eravamo a qualche giorno dalla sparizione della Orlandi, e la conversazione inevitabilmente cadde sull’argomento. Sentendo parlare del sequestro il laico intervenne esclamando “ma se lo sanno tutti! Quel giorno vidi io stesso arrivare Emanuela a porta Angelica, a bordo di una macchina. L’ho vista andare a casa, tornare e risalire in automobile…”». Era «un’ auto di lusso», ha precisato il cardinale. A bordo «c’era il guidatore, e forse anche un’altra persona. Penso che l’automobilista non sia entrato per evitare di essere riconosciuto dalle guardie svizzere». Pochi giorni dopo, ha però precisato: «Erano solo chiacchiere ascoltate per strada, da qualcuno che stava parlando della scomparsa di Emanuela Orlandi, come in quei giorni facevano un po’ tutti dalle parti di San Pietro», aggiugendo: «Non ho nessuna idea di che cosa possa essere successo alla ragazza ma è noto che molte fanciulle occidentali che spariscono vanno a finire negli harem e nei bordelli dei paesi orientali». La sorella di Emanuela, Federica, ha comunque smentito questa ricostruzione affermando di essere rimasta a casa e di non aver mai visto Emanuela tornare (“Mia sorella Emanuela”, pag. 282).

Un altro collegamento diretto con il Vaticano è quello in cui è protagonista il sovrastante maggiore della polizia vaticana, Raoul Bonarelli: il 15 dicembre 1985 Maria Vittoria Arzenton, madre di Mirella Gregori, durante la visita del Papa alla parrocchia romana di San Giuseppe, lo avrebbe riconosciuto tra gli agenti del Papa come uno degli uomini che si intratteneva con la figlia e l’amica Sonia De Vito: «si trattava della stessa persona che avevo visto intrattenersi in un bar vicino la nostra abitazione, assieme a Sonia De Vito, la figlia dei gestori, e a mia figlia Mirella. Nel vedermi ebbe come un moto di stizza e di imbarazzo […]. Nei giorni di chiusura settimanale del bar dei De Vico, l’uomo era solito sedere ad altro bar, ubicato all’incrocio tra via Nomentana e via Reggio Emilia». Da successivi accertamenti, risultò effettivamente che Bonarelli abitava in quella zona, in via Alessandria (“Mia sorella Emanuela”, pag. 204, 205). Interrogato dagli inquirenti, Bonarelli confermò di essere stato presente alla visita del Papa, ma negò di essere cliente del bar de De Vico. Dopo otto anni, il 13 ottobre 1993, la signora Arzenton, nel confronto diretto, confermò le precedenti dichiarazioni ma non riconobbe Bonarelli né di persona né nel filmato sulla visita pontificia (“Mia sorella Emanuela”, pag. 205). La cosa particolare è che il 12 ottobre 1993, giorno precedente all’interrogatorio con i magistrati (e al confronto con la signora Arzenton), verso le ore 19:53 Borarelli riceve una telefonata, intercettata dagli inquirenti, partita dal Vaticano, nella quale l’interlocutore lo invita a «non dire che la Segreteria di Stato ha indagato. Di’ che siccome la ragazza è scomparsa in territorio italiano, la competenza delle indagini è della magistratura italiana e non del Vaticano». L’autore della telefonata potrebbe essere mons. Bertani, “cappellano di Sua Santità”, oppure Camillo Cibin, il comandante della Gendarmeria vaticana (“Emanuela Orlandi, la verità” pag. 19 e 203). Bonarelli, incalzato dai magistrati che gli chiedevano spiegazioni su questa telefonata, non ne seppe dare, motivo per cui venne indiziato del reato di concorso in sequestro di persona dal giudice istruttore Adele Rando. Poi in seguito prosciolto. Onestamente, leggendo senza malizia le indicazioni ricevute dal sovrastante Bonarelli, esso possono essere anche sincere, spiegazioni sulla effettiva realtà che probabilmente Bonarelli non conosceva. Il 13 ottobre 1993, alle 14:27, mentre Bonarelli usciva dal tribunale viene intercettata una seconda telefonata, questa volta con la moglie Angela: «Te l’ ho detto che ti trovavi in mezzo ai guai», dice lei. Lui spiega: «É uscito sul giornale di uno della sicurezza del Papa, quello che aveva adescato la figlia al bar, pensa un po’… Il parroco deve aver fatto il mio nome…Per me è uno di quelli che stava lì intorno in quel periodo… che ce ne ha avuti 3 o 4 di questi praticoni il prete, no?».

Nel febbraio 2012 un “corvo” del Vaticano, probabilmente Paolo Gabriele maggiordomo di Benedetto XVI, ha reso pubblico un appunto riservato scritto da padre Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede e probabilmente destinato a mons. Georg, segretario di Ratzinger, in cui si avanzano alcune perplessità su alcuni «aspetti di comportamento umano e cristiano probabilmente criticabili o imprudenti». La nota, datata gennaio 2012, prosegue: «Restano dei punti su cui non è facile dare oggi risposta definitiva e documentabile», come il mancato avvertimento della famiglia Orlandi da parte del Vaticano sull’allarme sequestro lanciato dagli 007 francesi poco prima della scomparsa della ragazza, la non collaborazione con le autorità italiane (le rogatorie), gli aiuti economici della Santa Sede a Solidarnosc (una circostanza che se fosse emersa avrebbe provocato una reazione militare dell’Urss in Polonia), che potrebbero aver messo Giovanni Paolo II nella condizione di essere ricattato e, infine, la presenza “inspiegabile” di spie e informatori Oltretevere.

Evidentemente, in seguito a questo, padre Lombardi ha svolto una personale indagine interna al Vaticano per sincerarsi dell’esistenza o meno di documenti o testimoni, pubblicando i risultati il 4 aprile 2012: da diverse voci sulla stampa viene avanzato il dubbio che le istituzioni vaticane hanno fatto il possibile per contribuire all’emergere della verità. Nonostante la maggior parte di chi aveva ruoli di responsabilità è oggi scomparsa, è possibile tramite testimonianze attendibili e alla documentazione disponibile, «verificare nella sostanza con quali criteri e atteggiamenti i responsabili vaticani procedettero ad affrontare quella situazione». Il Vaticano collaborò con le autorità italiane? Vi sono elementi nuovi e non rivelati ma conosciuti in Vaticano? Oltre all’interessamento di Giovanni Paolo II, premette padre Lombardi, va ricordato che «il cardinale Agostino Casaroli, segretario di Stato e quindi primo collaboratore del papa, seguì personalmente la vicenda, tanto che, com’è noto, si mise a disposizione per i contatti con i rapitori con una linea telefonica particolare. Come ha attestato già in passato e attesta tuttora il cardinale Giovanni Battista Re – allora assessore della segreteria di Stato e oggi principale e più autorevole testimone di quel tempo –, non solo la segreteria di Stato stessa, ma anche il Governatorato furono impegnati nel fare tutto il possibile per contribuire ad affrontare la dolorosa situazione con la necessaria collaborazione con le autorità italiane inquirenti, a cui spettava evidentemente la competenza e la responsabilità delle indagini, essendo il sequestro avvenuto in Italia. La piena disponibilità alla collaborazione da parte delle personalità vaticane che a quel tempo occupavano posizioni di responsabilità, risulta da fatti e circostanze. Solo per fare un esempio, gli inquirenti (e soprattutto il SISDE) avevano avuto accesso al centralino vaticano per un possibile ascolto di chiamate dei rapitori, e anche in seguito in alcune occasioni autorità vaticane ricorsero alla collaborazione con autorità italiane per smascherare ignobili forme di truffa da parte di presunti informatori. Risponde perciò a pura verità quanto affermato con nota verbale della segreteria di Stato N. 187.168, del 4 marzo 1987, in risposta vaticana alla prima richiesta formale di informazioni presentata dalla magistratura italiana inquirente in data 13 novembre 1986, quando dice che “le notizie relative al caso… erano state trasmesse a suo tempo al PM dottor Sica”. Atteso che tutte le lettere e le segnalazioni pervenute in Vaticano furono prontamente girate al Dott. Domenico Sica e all’Ispettorato di P.S. presso il Vaticano, si presume che siano custodite presso i competenti uffici giudiziari italiani. Anche nella seconda fase dell’inchiesta – anni dopo – le tre rogatorie indirizzate alle autorità vaticane dagli inquirenti italiani (una nel 1994 e due nel 1995) trovarono risposta (note verbali della segreteria di Stato N. 346.491, del 3 maggio 1994; N. 369.354, del 27 aprile 1995; N. 372.117, del 21 giugno 1995). Come domandato dagli inquirenti, il Sig. Ercole Orlandi (papà di Emanuela), il Comm. Camillo Cibin (allora comandante della vigilanza vaticana), il Card. Agostino Casaroli (già segretario di Stato), S.E. Mons. Eduardo Martinez Somalo (già sostituto della segreteria di Stato), Mons. Giovanni Battista Re (allora assessore della segreteria di Stato), S.E. Mons. Dino Monduzzi (allora prefetto della Casa Pontificia), Mons. Claudio Maria Celli (già sottosegretario della sezione per i rapporti con gli Stati della segreteria di Stato), resero ai giudici del Tribunale Vaticano le loro deposizioni sulle questioni poste dagli inquirenti e la documentazione venne inviata, per il tramite dell’ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, alle autorità richiedenti. I relativi fascicoli esistono tuttora e continuano a essere a disposizione degli inquirenti. È anche da rilevare che all’epoca del sequestro di Emanuela, le autorità vaticane, in spirito di vera collaborazione, concessero agli inquirenti italiani ed al SISDE l’autorizzazione a tenere sotto controllo il telefono vaticano della famiglia Orlandi e ad accedere liberamente in Vaticano per recarsi presso l’abitazione degli stessi Orlandi, senza alcuna mediazione di funzionari vaticani. Non è quindi fondato accusare il Vaticano di aver ricusato la collaborazione alle autorità italiane preposte alle indagini. Ciò dà occasione di ribadire che è prassi costante della Santa Sede di rispondere alle rogatorie internazionali, ed è ingiusto affermare il contrario. Il fatto che alle deposizioni in questione non fosse presente un magistrato italiano, ma che si fosse richiesto alla parte italiana di formulare con precisione le questioni da porre, fa parte della prassi ordinaria internazionale nella cooperazione giudiziaria e non deve quindi stupire, né tantomeno insospettire (si veda anche l’art. 4 della Convenzione Europea di assistenza giudiziaria in materia penale, del 20 aprile 1959). La sostanza della questione è che purtroppo non si ebbe in Vaticano alcun elemento concreto utile per la soluzione del caso da fornire agli inquirenti. A quel tempo le autorità vaticane, in base ai messaggi ricevuti che facevano riferimento ad Ali Agca – che, come periodo, coincisero praticamente con l’istruttoria sull’attentato al papa – condivisero l’opinione prevalente che il sequestro fosse utilizzato da una oscura organizzazione criminale per inviare messaggi od operare pressioni in rapporto alla carcerazione e agli interrogatori dell’attentatore del papa. Non si ebbe alcun motivo per pensare ad altri possibili moventi del sequestro. L’attribuzione di conoscenza di segreti attinenti al sequestro stesso da parte di persone appartenenti alle istituzioni vaticane, senza indicare alcun nominativo, non corrisponde quindi ad alcuna informazione attendibile o fondata; a volte sembra quasi un alibi di fronte allo sconforto e alla frustrazione per il non riuscire a trovare la verità. In conclusione, alla luce delle testimonianze e degli elementi raccolti, desidero affermare con decisione i punti seguenti: -Tutte le autorità vaticane hanno collaborato con impegno e trasparenza con le autorità italiane per affrontare la situazione del sequestro nella prima fase e, poi, anche nelle indagini successive. -Non risulta che sia stato nascosto nulla, né che vi siano in Vaticano “segreti” da rivelare sul tema. Continuare ad affermarlo è del tutto ingiustificato, anche perché, lo si ribadisce ancora una volta, tutto il materiale pervenuto in Vaticano è stato consegnato, a suo tempo, al P.M. inquirente e alle autorità di Polizia; -inoltre, il SISDE, la Questura di Roma ed i Carabinieri ebbero accesso diretto alla famiglia Orlandi e alla documentazione utile alle indagini. Se le autorità inquirenti italiane – nel quadro dell’inchiesta tuttora in corso – crederanno utile o necessario presentare nuove rogatorie alle autorità vaticane, possono farlo, in qualunque momento, secondo la prassi abituale e troveranno, come sempre, la collaborazione appropriata […]. Per terminare, vorremmo riprendere spunto e ispirazione dall’intensa partecipazione personale di Giovanni Paolo II alla tragica vicenda della giovane e alla sofferenza della sua famiglia, rimasta finora nell’oscurità sulla sorte di Emanuela. Ancor più perché questa sofferenza purtroppo si ravviva al sorgere di ogni nuova pista di spiegazione, finora senza esito. Se le persone che scompaiono ogni anno in Italia e di cui non si sa più nulla nonostante le inchieste e le ricerche sono purtroppo numerose, la vicenda di questa giovane cittadina vaticana innocente scomparsa continua a tornare sotto i riflettori. Non sia questo un motivo per scaricare sul Vaticano colpe che non ha, ma sia piuttosto occasione per rendersi conto della realtà terribile e spesso dimenticata che è costituita dalla scomparsa delle persone – in particolare di quelle più giovani – e opporsi, da parte di tutti e con tutte le forze, ad ogni attività criminosa che ne sia causa».

Riteniamo che padre Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede, abbia risposto in modo documentato, completo e credibile a tutti i sospetti sul ruolo del Vaticano in questo drammatico caso, tanto che anche il capo della Procura di Roma, Giuseppe Pignatone, ha apprezzato la nota vaticana: «Accolgo con soddisfazione le dichiarazioni di padre Lombardi».

 
 

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2. LA PISTA DELLA SPARIZIONE STRUMENTALIZZATA

Cominciamo ad analizzare le varie ipotesi di soluzione proposte in questi anni. La prima e più semplice è quella sessuale sia per Emanuela che per Mirella, a sostenerla è stata per prima il magistrato Margherita Gerunda, che si occupò del caso nel primo periodo. «Mi feci subito l’idea», disse in un’intervista, «come del resto tutti gli investigatori, che la ragazza fosse stata attirata in un agguato, violentata e uccisa, comunque morta in seguito alle violenze». Venne poi sostituita nell’83 da Domenico Sica, «interpretai il mio essere tolta dal caso Orlandi come la precisa volontà di assecondare i clamori e sposare in pieno la pista del rapimento politico per lo scambio con Agca».

A questa pista possiamo abbinare quella dell’allontanamento volontario. Ma, alla luce dei fatti, è molto più verosimile tuttavia quella che abbiamo definito la pista della “sparizione strumentalizzata”: un allontanamento volontario delle ragazze, magari fidandosi di persone amiche, seguita da una loro morte criminale non necessariamente preceduta da violenza sessuale, ed infine una strumentalizzazione della loro scomparsa da parte degli stessi omicidi o da persone a loro contigue, per motivi oscuri dal sapore ricattatorio. Questa pista è sostenuta in particolare dal giornalista e scrittore Pino Nicotri: «l’unica pista che oggi è rimasta in piedi e che all’epoca era comunque la più ragionevole: la pista del sequestro a fini di libidine o vendetta personale […]. Decenni e decenni di cronaca nera dimostrano che la pista del sequestro a fini di libidine o di vendetta personale non ha molto a che fare con i “maniaci sessuali”, ma ha invece moltissimo a che fare con i vicini di casa, i parenti, gli amici dei parenti e quelli di famiglia». Verso essa è sembrato orientarsi anche l’avv. Egidio, legale degli Orlandi e dei Gregori, nelle telefonate (una e due) avute con lo stesso Nicotri.

L’avv. Egidio ad esempio ha affermato: «Ma no, non è stato un rapimento. La verità è molto più semplice e banale, la fine di Emanuela è più banale. La ragazza godeva di molta più libertà di quanto è stato fatto credere». Nella prima telefonata con Nicotri è proprio l’avv. Egidio ad introdurre dicendo: «non c’è nulla da escludere, anche le cose le più semplici, perché forse nella semplicità vi è la realtà. Non so se lei riesce ad afferrare quello che io dico, eh?». Parlando dei genitori di Emanuela, Nicotri afferma: «sono due genitori che insistono a dire che la loro figlia non accettava passaggi in auto neanche dal prete che suonava il pianoforte in chiesa […]. Ecco io so che tutti i genitori le figlie di quell’età non le conoscono in realtà», trovando il legale d’accordo.

Nella seconda telefonata Nicotri ritorna sul punto: «E anche gli Orlandi credo non sapessero in realtà chi era e che faceva la figlia». «Sono pienamente d’accordo con lei. […] Tutto è possibile nella vita», la risposta dell’avv. Egidio. «Se mi sono fatto un’idea? Io propendo più per cose semplici, normali […]. Quello che rimane forse potrebbe essere quello che appare così semplice, potrebbe essere la verità. E cioè un caso molto semplice che però strumentalizzato, adoperato dagli altri per altri motivi, successivamente». E ancora: «Guardi per rispondere brutalmente i genitori anche se a volte si trovano di fronte all’evidenza, sono capaci di andare oltre la realtà perché loro credono nei loro figli. O magari vi è un senso di ritegno. Ritengono di voler salvare la dignità e il nome della famiglia. Ma i figli, come lei ben diceva prima, ma chi li conosce? A quell’età poi…».

Per quanto riguarda Mirella Gregori, invece, l’avv. Egidio sembrò considerare l’ipotesi di qualche traffico, probabilmente di prostituzione anche se non dice tale parola. Lo si intuisce da una famosa frase detta dalla stessa Mirella alla madre: «Mamma, tu dici che hai difficoltà, enormi difficoltà, che non si può acquistare una casa. Non ti preoccupare, ai soldi penso io». L’avvocato commenta: «Sì, questa è una frase che veramente ha colpito me, ha colpito la mamma […]. Penserei che il caso della Gregori potrebbe essere sempre un caso che rientra in quello che era magari un traffico…e allora quindi caduta nell’inganno e avrà ripetuto dentro di sé quello che le avevano promesso, per ingannarla. E quindi avrebbe avuto chi potesse magari un giorno avere denaro e aiutare quindi la mamma e la famiglia. E invece magari cadde in un inganno. Successivamente, cioè altri che avevano chissà quali altri interessi, per pressioni magari nelle sedi al di là del Tevere o anche qui in Italia […], quando vi è stato l’interesse per il caso Gregori, che fu poi collegato al caso Orlandi, […] questa gente quando hanno visto che appariva sui giornali a questo punto si sono innestati nella storia dicendo…». Ma questa gente come faceva allora a conoscere la biancheria intima di Mirella il giorno in cui sparì? Risponde l’avvocato: «per esempio la sua amica, la Sonia, sapeva molto bene quello che aveva indosso la Mirella. Perché in effetti le scarpe sapeva che le aveva comprate lei in quel negozio, il maglione glielo aveva prestato lei […]. Chissà che magari la Sonia non dovesse andare anche lei e che in effetti è andata avanti la Mirella e Mirella è caduta nell’inganno. […]. Ed è strano che la Sonia… Ecco, la Sonia ha avuto sempre paura di parlare».

Questa tesi dunque sostiene che Emanuela, (a) sarebbe stata rapita per fini libidinosi; oppure (b) che Emanuela non era proprio la ragazzina che i genitori pensavano di conoscere, era più libera (o libertina) di quanto si credesse ed è finita in un giro sporco; oppure (c) Emanuela si sarebbe fidata di persone sbagliate, legandosi a strane amicizie che portano alla zia Anna e a Torano, la località turistica degli Orlandi (si legga il paragrafo relativo). Dopo uno di questi eventi l’allontanamento e/o morte di Emanuela sarebbe stato strumentalizzato dagli stessi autori del fatto criminale o da persone estranee e a loro contigue che, inserendosi nella vicenda, avrebbero fatto credere di essere i responsabili della sparizione per perseguire loro interessi/ricatti. Mirella invece sarebbe caduta con l’inganno in un traffico, probabilmente sessuale (sembra alludere l’avv. Egidio), fatta sparire e anche in questo caso ci sarebbe stata la strumentalizzazione di persone estranee che hanno collegato la sua scomparsa a quella della Orlandi. Valutiamo la credibilità di queste ipotesi.

 

I PUNTI FORTI DELLA PISTA DELLA SPARIZIONE STRUMENTALIZZATA

1) Nessun rapimento forzato. Né per Mirella né per Emanuela ci sono testimoni di un prelevamento forzato delle ragazze, nonostante siano entrambe scomparse non in orari notturni e in zone molto trafficate. Quindi o si sono allontanate volontariamente dal luogo in cui sono state viste per l’ultima volta (il bar dei De Vito per Mirella e la fermata dell’autobus per Emanuela), oppure si sono allontanate fidandosi di qualcuno, anche tramite l’inganno. Non vediamo altra soluzione e questo porta ad escludere che siano state rapite da estranei, confermando l’impianto della pista.

 

2) Sostenuta dall’avv. Egidio e dal magistrato Gerunda. Quella della sparizione strumentalizzata è effettivamente una tesi semplice e verso la quale sembrano essersi orientati sia l’avv. Egidio, che ebbe un ruolo principale nella vicenda, tanto che a lui si riferiva il principale telefonista, l'”Amerikano”, che il magistrato Gerunda.

 

3) Nessuna prova certa. La pista risolve anche il mistero per cui i sedicenti rapitori non hanno mai saputo (o voluto) dare prova certa di avere Emanuela e Mirella: come già scritto, sarebbe bastata una loro foto con a fianco un quotidiano, come d’altra parte chiese la famiglia Orlandi. Si limitarono invece a dettagli della biografia di Emanuela, fotocopie di alcuni suoi effetti personali e fecero trovare la registrazione di alcune sue parole copiate più volte sul nastro. Piccole prove e mai decisive o soddisfacenti: o queste persone non potevano dare prova di avere le ragazze, perché erano già morte (come sostiene la pista della “sparizione strumentalizzata”), oppure non erano interessati a farlo (e quest’ultima pare l’ipotesi più convincente, lo vedremo dopo). Non si possono tuttavia liquidare in fretta alcune precise informazioni che seppero comunque dare su Emanuela, alcune che conoscevano soltanto pochissime amiche e altre soltanto i familiari più stretti. Come già appurato sopra, va escluso che le amiche abbiano riferito qualcosa (a meno che fossero complici) a degli estranei, poiché si sarebbero insospettite e, una volta sparita Emanuela, avrebbero denunciato la cosa (impossibile che abbiano invece fornito queste informazioni dopo la sparizione). Tanto più va escluso che a raccontare particolari di Emanuela, poi pubblicati sui quotidiani una volta usati dai sedicenti rapitori, sia stato un familiare. Questo è un punto debole dell’ipotesi, elencato più sotto.

 

4) Scarso collegamento tra Emanuela e Mirella. Le sparizioni di Emanuela e Mirella sono diverse, seppur le due ragazze avevano la stessa età, e non sono state collegate dai primi telefonisti che chiamarono a casa Orlandi né da nessun investigatore, tanto meno dalla famiglia. Nessuno rinvedicò la scomparsa di Mirella. Il primo collegamento tra i due casi avvenne soltanto due mesi dopo la sparizione di Emanuela, il 4 agosto 1983, quando si citò Mirella all’interno del “Komunicato 1” del “Fronte Liberazione Turco Anti Cristiano Turkesh”. Curioso che proprio di Mirella si parlò nell’ultima settimana del mese precedente in un’inchiesta della rivista “Panorama” (“Mistero Vaticano”, pag. 75). Oltre all’età esiste un altro collegamento tra le due ragazze: Mirella ha lavorato per la Avon (riferito dalla sorella Antonietta Gregori) ed Emanuela è stata avvicinata da un uomo che le ha parlato della Avon (che lo abbia fatto è contenuto nella deposizione dell’amica di Raffaella Monzi del 09/07/83, l’ultima persona a vedere la Orlandi). Non è un collegamento importante, tantissime ragazze ebbero a che fare con la Avon e si può parlare tranquillamente di coincidenza.

 

5) Sentenza archiviazione 1997. Nella sentenza di archiviazione del giudice ispettore Adele Rando del 1997 si conclude rilevando effettivamente che quello della Orlandi non è stato un rapimento ma una messa in scena depistatrice, parlando di una «strumentale connessione della scomparsa di Mirella con il caso di Emanuela, probabilmente allo scopo di accrescere la complessità del quadro investigativo di quest’ultima vicenda, rendendolo, se possibile, ancora più inestricabile».

 

I PUNTI DEBOLI DELLA PISTA DELLA SPARIZIONE STRUMENTALIZZATA

1) Cinismo. Per chi sostiene un allontanamento volontario delle ragazze, dovrebbe spiegare come hanno potuto restare lontane da casa, osservare indifferenti la sofferenza della famiglia, ignorare gli innumerevoli e strazianti appelli, apprendere dai media la morte dei genitori (il padre di Emanuela e la madre di Mirella) senza mai, in trent’anni, dare una minima notizia? Si sono spaventate nel veder catapultata la loro scappatella in mondovisione? Può essere vero nel primo periodo, ma questo non giustifica la lontananza tutti questi anni. Nulla era accaduto in famiglia da giustificare questo comportamento e non ci sono elementi per ritenere che Emanuela e Mirella fossero un mostro di insensibilità. Questo porta a scartare questa ipotesi a meno che si sostenga che, dopo l’allontanamento volontario, qualcosa di criminale sia effettivamente loro accaduto, ipotizzando l’intervento omicida di qualcuno, oppure l’interessamento da parte di estranei al fatto che le ragazze rimanessero lontane da casa tramite la minaccia. Sembra l’unica strada per sostenere tale ipotesi.

 

2) Respinta dalla famiglia. A respingere l’ipotesi dell’allontanamento volontario, in particolare, sono gli stessi familiari, le persone che hanno visto crescere Emanuela e Mirella, che le conoscono meglio di tutti. I sostenitori di questa ipotesi, invece, non le hanno mai conosciute. «Mia sorella non si è allontanata spontaneamente, su questo non deve esistere il minimo dubbio. La sua scomparsa, direttamente o indirettamente, ha attivato forze occulte su scala internazionale e noi siamo capitati in mezzo a questo casino!», ha scritto Pietro Orlandi (“Mia sorella Emanuela”, pag. 85). Anche Nicola Cavaliere, della squadra mobile di Roma all’epoca dei fatti, ha affermato: «Non credo proprio che sia fuggita volontariamente», ha detto, «e non esiste alcuna prova certa della sua esistenza in vita fin dal primo momento successivo alla scomparsa, così come, d’altra parte, non esiste alcuna prova certa della sua morte» (“Storie di alti prelati e gangster romani”, pag. 24).

 

3) Prove dei telefonisti. Questa è la prova principale contro la pista dell’allontanamento volontario e della pista sessuale: è vero che i telefonisti non seppero (o non vollero) mai dare prova certa di avere Emanuela e Mirella, come mostriamo nei “punti forti”, tuttavia -come già scritto- seppero comunque dare informazioni di particolari precisi e autentici che non possono essere liquidati in fretta. Il 25 giugno, tre giorni dopo la sparizione di Emanuela, arriva la telefonata di “Pierluigi”: non è un mitomane, dice che la sua fidanzata ha visto la foto di Emanuela sui giornali e si è ricordata di averla vista, si faceva chiamare Barbarella mentre vendeva collane in piazza Campo dei Fiori. Aggiunge che la ragazza aveva con sé un flauto riposto in una custodia nera (non sappiamo se i giornali ne avessero parlato) ma aveva vergogna a suonarlo in pubblico anche perché «per leggere avrebbe dovuto mettersi un paio di occhiali con la montatura bianca che la imbruttivano», preferendo la marca Ray Ban. “Pierluigi” richiamerà più tardi dicendo: «mi sono ricordato che Barbara aveva detto di avere l’astigmatismo ad un occhio, per questo doveva portare gli occhiali». I dati forniti da “Pierluigi” sono veri (e, curiosamente, riportano a Torano, come abbiamo approfondito nel capitolo dedicato alla zia Anna). Il giorno dopo “Pierluigi” richiama e parla della “Avon” (nessuno ne ha ancora parlato pubblicamente), dice che Emanuela-Barbarella avrebbe dovuto suonare il flauto al matrimonio della sorella e la sorella maggiore ha portato per un periodo gli occhiali. Entrambi dettagli veri (“Mistero Vaticano”, pag. 32). Sono informazioni che nessun onesto testimone darebbe, l’uomo sta evidentemente accreditandosi come persona informata dei fatti sostenendo, però, che si tratta di una scappatella volontaria. Stesso copione per “Mario” che telefonerà il giorno successivo, farà capire di avere un legame con “Pierluigi”, parlerà di Barbarella assicurando in un allontanamento volontario dettato dall’avere “una vita piatta”.

I telefonisti faranno ritrovare la fotocopia della facciata anteriore (con foto) della tessera d’iscrizione di Emanuela alla scuola di musica e una fotocopia della ricevuta del versamento della rata scolastica per la scuola di musica da 5000 lire datata 6/5/83 (poche settimane prima della scomparsa), la fotocopia del retro della tessera della scuola di musica e la fotocopia del frontespizio di un album con gli spartiti per flauto del compositore Hugues (con tanto di scritte di Emanuela e numeri di telefono delle compagne di corso), che Emanuela aveva con sé il giorno del rapimento. Se non dalla borsa di Emanuela, dove possono aver recuperato questi documenti? Sono tutti collegati alla scuola di musica, ma chi mai darebbe ad un estraneo fotocopie di documenti degli alunni? Li hanno rubati? E nessuno della scuola se n’è accorto? Sull’istituto Da Victoria caddero inevitabilmente molti sospetti, Pietro Orlandi tuttavia ricorda che sia polizia che i servizi segreti si presentarono dalla direttrice suor Dolores chiedendo la lista completa delle allieve e lei comunicò la cosa in questura (“Mia sorella Emanuela”, pag. 94). Anche fosse: come facevano a sapere cosa aveva con sé Emanuela quel giorno, quali documenti e spartiti rubare? Senza contare che gli spartiti di Hugues avevano scritte di Emanuela, come numeri di telefono e nomi delle sue amiche (usati dai telefonisti per chiamarle e dettare loro i comunicati). L’“Amerikano” il 7/07/83 telefonò dando altri dettagli: il sacerdote che deve celebrare il suo matrimonio è un amico di famiglia, il cantante preferito da Emanuela è Claudio Baglioni e lei è innamorata di Alberto, ora a militare. Bisogna anche considerare che un telefonista chiamò anche al bar dei Gregori elencando nel dettaglio le marche dei vestiti che indossava Mirella il giorno della sparizione. Non erano dunque estranei inseritisi nel caso successivamente per i loro interessi, come sostengono i promotori di questa pista.

Dunque: o i telefonisti ebbero a che fare direttamente con Emanuela e Mirella, oppure ebbero contatti con chi avevano o avevano avuto a che fare con loro. O chiesero a Emanuela e Mirella i dettagli su di loro, oppure li chiesero a chi aveva con loro a che fare. Le informazioni biografiche (ma non le fotocopie e gli spariti) avrebbero potuto chiederle a qualche amica o familiare? No, si sarebbero insospettiti di queste attenzioni da parte di estranei e avrebbero collegato le cose. Erano complici dei telefonisti, oppure vennero da loro minacciati (e lo sarebbero ancora ora)? E’ ipotizzabile pensarlo per l’amica di Mirella, Sonia De Vito, la quale conosceva gli indumenti elencati dai presunti rapitori e che l’amica indossava quel giorno: si è dimostrata inizialmente reticente con gli inquirenti. Tra le amiche di Emanuela, invece, solo Raffaella Monzi sembra aver subito minacce e ripercussioni nel tempo (ha raccontato: «cominciarono le telefonate anonime. Ne arrivarono tante, tantissime, a casa. Ero terrorizzata. Più di una volta, un uomo al telefono disse: “Raffaella farà la fine di Emanuela, e anche una bella ragazza”»), non si è mai verificato però se si fosse trattato di persone disturbate o reali minacciatori. Lei dunque è l’informatrice di tutti questi dettagli su Emanuela? Ha quindi mentito agli inquirenti? Se furono minacciate trent’anni fa, comunque, oggi sarebbero sufficientemente protette se venissero allo scoperto, anche grazie al rilievo mediatico della vicenda. Ma tutto questo è improbabile: non solo perché i telefonisti fecero trovare (seppur in fotocopia) documenti e spartiti posseduti quel giorno da Emanuela, ma anche certe informazioni non erano note alle amiche. Ad esempio, la famiglia nell’agosto 1983 -su suggerimento degli agenti del Sisde-, pose una domanda al “gruppo Turkesh”: dove cenò Emanuela il 20 giugno (3 giorni prima della sparizione)? La risposta fu corretta: con “parenti molto stretti”. Pietro Orlandi ha spiegato che questo dettaglio era conosciuto soltanto in famiglia (“Mia sorella Emanuela”, pag. 106).

Nelle conclusioni della Commissione parlamentare Mitrokhin si legge: «è certo che i telefonisti, gli autori dei messaggi o i loro ispiratori avessero, o avessero avuto, contatti con Emanuela, con la famiglia o con conoscenti di Emanuela o della famiglia». Nella requisitoria del Procuratore generale della Corte di Appello, Giovanni Malerba, si legge: «Né si dica che i primi “telefonisti” fossero persone non soltanto estranee al progetto criminoso, ma altresì all’oscuro di esso; nei successivi messaggi del gruppo che rivendicava il sequestro, più di una volta è dato rinvenire riferimenti ai “nostri elementi Pierluigi e Mario”; e per di più il Pierluigi, nei colloqui telefonici, si mostrava al corrente di particolari rivelatisi esatti (flauto, occhiali con montatura bianca non graditi alla giovane, astigmatismo ad un occhio, imminente matrimonio della sorella ecc.). Tutto questo dimostra lo stretto collegamento tra Pierluigi e Mario e coloro che rivendicavano il sequestro». (requisitoria del pm Malerba, 6/08/97). L’ex magistrato Ferdinando Imposimato, giudice istruttore del processo per l’attentato a Giovanni Paolo II del 1981, avendo seguito il caso per conto dei familiari di Emanuela, ha riferito che «le lettere sono, almeno in parte, una prova dei collegamenti tra chi le scriveva e la ragazza scomparsa, come riconosciuto anche dai magistrati, che però non hanno ritenuto provato che costoro effettivamente avessero rapito la ragazza – e la tenessero segregata – – al momento in cui recapitavano, per un ampio lasso di tempo, i messaggi». I telefonisti ebbero diretto contatto con Emanuela oppure con chi aveva a che fare con lei, non c’è altra soluzione. Lo stesso giornalista Pino Nicotri, sostenitore di questa tesi, riconosce tuttavia implicitamente la responsabilità del telefonista l'”Amerikano” quando si sofferma a lungo nei suoi libri sul fischio del treno che si ascolta alla fine di una telefonata da lui fatta. Il giornalista ha collegato questo dettaglio ad una rivelazione che gli è stata fatta in passato, ovvero che Emanuela sarebbe stata portata (e uccisa) la sera stessa del rapimento in via Monte del Gallo, proprio nei pressi della stazione di S. Pietro. Nicotri dunque riconosce attendibilità alle telefonate dell’Amerikano, individuandolo non come un mero depistatore senza legami con la Orlandi, ma un vero responsabile dei fatti.

 

4) Comunicati con elementi attendibili. Legato al punto precedente c’è anche una considerazione sui comunicati del “Fronte Turkesh”. L’ex colonnello della Stasi, Gunther Bohnsack, ha riferito che erano loro gli autori di questi messaggi e di quelli firmati “Phoenix”: «Ci divertivamo a scriverli in un italiano molto scorretto. Cercavamo così di aiutare i bulgari assurdamente accusati per l’attentato di Agca». E ancora: «Si, li facevamo noi, insieme a colleghi dei servizi segreti bulgari che incontravamo qui a Berlino», comprese le missive spedite da Boston (cfr. telefonata del 3/7/02 citata in “Emanuela Orlandi: la verità”, pag. 109). Stesse cose che l’ex colonnello ha riferito in un’intervista: «Il senso era questo. Chiedevamo la liberazione di Ali Agca, l’attentatore del Papa. E uno scambio con la ragazza. Volevamo far credere di essere dei nazionalisti turchi, interessati alla sorte del loro compagno. Ma lo scopo vero era naturalmente quello di stornare l’attenzione dalla Bulgaria». L’ex agente rivelò anche che usarono il “caso Orlandi” per minacciare il giudice Ilario Martella, allora istruttore sull’attentato a Wojtyla e sul rapimento della Orlandi, dicendogli di smetterla di diffamare i “loro amici” (i bulgari legati all’attentato al Pontefice) e di pensare ad Emanuela Orlandi.

Va bene l’italiano scorretto per simulare di essere nazionalisti turchi preoccupati del loro sodale Agca, tuttavia non si capisce perché rendere i comunicati anche così farneticanti, tanto che nessuno li prese mai sul serio né li attribuì mai realmente a nazionalisti turchi. Pensavano davvero di passare per fondamentalisti islamici usando il nome “Fronte Liberazione Turco Anti Cristiano Turkesh” e “Nuova organizzazione musulmana per la lotta anticristiana”? Davvero la Stasi non capì che era un’azione controproducente che portava l’attenzione proprio laddove tale gruppo cercava di allontanarla, cioè sui bulgari e sull’Est? Oltretutto erano in contrasto con il comportamento dello stesso Agca il quale, come è stato rilevato, produsse infinite dichiarazioni deliranti «con l’effetto chiaro di inficiare le acquisizioni sul “livello” turco delle indagini». Inoltre, va considerato che tali comunicati erano sì sconclusionati, ma contenevano particolari che Bohnsack non ha spiegato come poteva conoscere: come sapeva che due giorni prima di sparire “Emanuela formulò una frase che rese di ghiaccio suo padre”? Questo particolare venne rivelato nel Komunicato del 22/11/83, confermato allora dal padre Ercole: «si, mia figlia reagì in modo inconsueto, con una frase pesante nei miei riguardi poco prima della scomparsa». In che modo, inoltre, Bohnsack è venuto in possesso della fotocopia della tessera scolastica con la foto di Emanuela e la ricevuta di versamento, dato che vennero fatti ritrovare allegati ad un comunicato di “Phoenix” il 13/11/83? E’ vero che erano già stati fatti ritrovare il 6/7/83 da un anonimo, ma non era certo materiale reso pubblico e disponibile dalla polizia italiana.

Nessun funzionario della Stasi o della polizia italiana ha oltretutto mai confermato dichiarazioni di Bohnsack. Anche nella relazione del Sisde, si legge che «nei quattro comunicati del Turkesh e negli altrettanti di Phoenix, infatti, portano ad acclarare l’ipotesi che gli estensori siano a conoscenza di fatti inerenti a Emanuela Orlandi o relativi alla sua vicenda, sconosciuta sia agli organi di stampa che agli stessi presunti rapitori». Nella requisitoria del Procuratore generale della Corte di Appello, Giovanni Malerba, si legge: «Alcuni dei comunicati del Fronte Turkesh evidenziano rilevanti connotazioni di autenticità e genuinità in quanto accompagnati da prove foniche e documentali riferibili a Emanuela Orlandi -registrazione di frasi pronunciata dalla giovane, fotocopia di documenti quali la tessera scolastica di Emanuela e lo spartito di esercizi per il flauto, fotocopia di parole e frasi vergate di pugno della medesima ed altresì a Mirella- descrizione dell’abbigliamento anche intimo, della giovane, con dettagli estremamente precisi, noti solamente a chi avesse avuto contatto con costei. Questi i dati certi che andavano al di là della varietà delle sigle di rivendicazione, il cui unico scopo era di sviare le indagini sulla pista fascista e sulla CIA». Inoltre, di fronte «all’inspiegabile (se non nell’ottica azione di depistaggio) fiorire di gruppi e sigle rivendicanti la paternità dell’operazione Orlandi (l’Americano, il Fronte Turkesh, i Lupi Grigi, il Nomlac, gli anonimi in lingua tedesca, il gruppo che da Boston si pose in contatto con il corrispondente romano della CBS Richard Roth), ovvero, come nel caso della sigla “Phoenix”, discesi in campo per minacciare apertamente i soggetti implicati nella vicenda Orlandi, ivi compresi Pierluigi e Mario, è davvero singolare, in tale apparentemente intricato intreccio, la circostanza che le “prove documentali” della disponibilità dell’ostaggio (messaggi autografi, tessera di iscrizione scolastica) fossero in possesso non soltanto di taluno dei gruppi che ne rivendicavano il sequestro, ma anche del contrapposto gruppo Phoenix […]. Tuttavia, al di là delle incoerenze e dei contrasti apparenti, dall’analisi dei messaggi provenienti da coloro che fornivano le più convincenti prove, foniche e documentali, di effettiva disponibilità dell’ostaggio (segnatamente del messaggio recuperato in un furgone RAI in Castelgandolfo), con buona pace dei Lupi Grigi e affini, il contenuto di tali messaggi denota un livello di cultura, di conoscenze, di capacità valutativa di situazioni politiche, diplomatiche e giuridiche italiane e vaticane, per un verso decisamente fuori dalla portata intellettuale delle formazioni che pur si contendevano la rivendicazione dei sequestri e per l’altro riconducibile ad ambiente italiano, o meglio romano» (requisitoria del pm Malerba, 6/08/97)

Opportuna l’osservazione di Marco Fassoni Accetti: «Non solo alcun documento né testimonianza attesta» che l’autore fu la Stasi, ma anche gli intenti del gruppo “Phoenix” erano differenti da quelli citati dall’ex colonnello: «La ”Stasi”, secondo Bohnsack, scrisse delle lettere spacciandole per opera dei cosiddetti “Lupi Grigi”», volendo allontanare sospetti e accuse dai bulgari, invece, «coloro che si presentavano come gruppo “Phoenix”, si qualificavano come una certa entità mafiosa che minacciava i sequestratori della Orlandi e li esortava a liberarla. E di ciò la “Stasi” non ne aveva chiaramente alcun interesse, in quanto, lo ripeto, l’unica loro motivazione era accusare i terroristi turchi di aver compiuto l’attentato al Pontefice». Secondo lui dietro a Phoenix c’erano alcuni membri del Sisde.

 

5) Scuse troppo complesse. Pino Nicotri nel libro “Triplo inganno” scrive rispetto alla spropositata cifra (375mila lire) offerta a Emanuela: «Sembra quasi la scusa ingenua di una ragazzina che vuole poter stare fuori casa per un po’ per i fatti suoi» (p. 53). Effettivamente è calzate l’obiezione a lui rivolta da Marco Fassoni Accetti: «Quindi una quindicenne per restare un po’ fuori casa, non solo inventa che un uomo l’ha fermata e le ha proposto un lavoro, ma specializza la bugia coinvolgendo la maison delle sorelle Fontana, ed elaborando ulteriormente ambienta il luogo dove si terrà la sfilata, nella sala Borromini. Addirittura stabilisce la cifra esatta pattuita. Ed una scusa del genere tanto sofisticata, il giornalista la definisce “ingenua”, attribuendola oltretutto ad una semplice quindicenne. Se così fosse questa ragazzina sarebbe più che smaliziata, quasi diabolica». Questo particolare è uno dei tanti esempi di poca credibilità dell’allontanamento volontario di Emanuela, la quale non avrebbe inventato una storia simile.

 

6) Testimoni oculari. Seppur controverse, non si possono liquidare troppo in fretta le testimonianze del vigile Sambuco e del poliziotto Bosco in servizio davanti al Senato quel giorno. Ne abbiamo già parlato sopra: poche ore dopo la sparizione della ragazza Sambuco rilascia la sua versione a Pietro Orlandi dell’incontro tra Emanuela e l’uomo della BMW che le mostra del materiale, confermando ciò che Emanuela disse nella telefonata a Federica senza che nessuno ne abbia ancora parlato. Testimonianza confermata dal poliziotto Bosco nei termini generali, ma in contraddizione nei dettagli a conferma che non vi fu accordo tra loro. Non lo fecero per “finire sui quotidiani”, come affermato dal magistrato Gerunda, poiché era allora si configurava come un abituale caso di sparizione di un’adolescente non l’incredibile giallo di oggi, non lo fecero perché si impietosirono della famiglia perché entrambi diedero una versione simile nei termini generali (seppur non nei particolari), confermata in più deposizioni (anche ufficiali). Si misero d’accordo? Furono istruiti a testimoniare in questo modo? Questo però dimostra una complicità con i rapitori. E’ l’unica soluzione, oppure videro davvero quello che dissero, confermando la telefonata di Emanuela.

 

7) Requisitoria del 1997. La sentenza di archviazione della Rando del 1997 contrasta con la requisitoria del procuratore generale Giovanni Malerba del 5 agosto 1997, il quale avvalora l’ipotesi del sequestro: «pur in assenza di prove sicure della vita o della morte di Mirella Gregori e di Emanuela Orlandi, non vi è motivo di revocare in dubbio che le stesse siano state realmente private della libertà personale; la prolungata assenza, ormai protraentesi da oltre quattordici anni, valutata unitamente ai messaggi scritti e telefonici pervenuti ed alle prove foniche e documentali concernenti Emanuela Orlandi, rendono più che evidente che le due giovani, pur inizialmente seguendo spontaneamente i sequestratori in quanto verosimilmente tratte in inganno (un duplice sequestro attuato in pieno giorno sulla pubblica via con violenza o minaccia sarebbe stato in ogni caso notato e riferito da più persone), siano state in seguito trattenute contro la loro volontà».

 

Conclusione. L’ipotesi dell’allontanamento volontario o la pista sessuale, seppur molto semplici, vanno escluse: gli argomenti contrari, sopratutto quella dei telefonisti e dei comunicati, sono decisive. Ci sarebbe anche da considerare il riconoscimento di alcuni uomini legati alla malavita romana che alcuni amici di Emanuela fecero sulle persone che pedinarono la ragazza nei giorni antecedenti alla sparizione (ne parleremo più sotto). E’ invece più verosimile sostenere che Emanuela si sia allontanata volontariamente accettando di far parte di un finto sequestro, oppure che sia stata sequestrata -allontanandosi con l’inganno- e che tale scomparsa sia stata strumentalizzata dalle stesse persone o da loro complici diretti. Questo porta ad escludere il rapimento per puro libidine, la pista sessuale e l’allontamento volontario. Entrambe le versioni non si discostano molto da quella raccontata nel 2013 da Marco Fassoni Accetti, di cui parleremo sotto.

 
 

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3. L’IPOTESI DELLA PISTA INTERNAZIONALE

Una delle ipotesi più sostenute per spiegare il caso della sparizione delle due ragazze è quella della pista internazionale, secondo la quale il rapimento si verificò per allontanare i sospetti dell’attentato a Giovanni Paolo II dai “Lupi Grigi” e da i bulgari, chiamati in causa da Alì Agca. I rapitori delle ragazze, infatti, attraverso la loro azione avrebbero cercato di ricattare e/o condizionare il terrorista turco portandolo a ritrattare le sue accuse e a interrompere la collaborazione con gli inquirenti oppure, secondo un’altra versione, avrebbero cercato di ricattare i capi di Stato vaticano e italiano inducendo il primo, Giovanni Paolo II, a “perdonare” Agca e il secondo, Sandro Pertini, a concedergli la grazia presidenziale. Che è poi quello che volevano (almeno apparentemente) anche i telefonisti e le sigle post-sparizione. Questa è stata l’ipotesi più valutata dalla prima indagine sul caso, che si è conclusa con l’archiviazione del 1997. L’ipotesi è sostenuta ancora oggi da tanti autorevoli protagonisti della vicenda ma osteggiata da diversi altri, presenta punti di forza e notevoli punti deboli.

 

I PUNTI FORTI DELL’IPOTESI DELLA “PISTA INTERNAZIONALE”

1) Comportamento di Agca. Il principale argomento a sostegno di questa tesi è l’effettivo comportamento di Alì Agca: come riportano le cronache di allora, dal dicembre 1981 fino al 22 giugno — data del sequestro di Emanuela — l’idealista turco collaborava attivamente con il giudice istruttore, Ilario Martella, incolpando per l’attentato la “famosa pista bulgara” su ordini del KGB (avvalorata anche dalla maggioranza dei componenti della commissione Mitrokhin). Aveva elencato diversi particolari che avrebbero dovuto provare la corresponsabilità del bulgaro Sergei Antonov (che gli avrebbe fornito l’arma) e dei servizi segreti bulgari. «Ma improvvisamente», si legge, «nell’interrogatorio del 29 giugno il killer turco comincia a ritrattare tutto. Dice di non aver mai visto l’abitazione di Antonov, di non aver mai conosciuto la moglie Rosizca, di non aver saputo (prima del riconoscimento fotografico) dell’attività di Antonov come caposcalo della Balkan Air, di non essere mai stato nemmeno nella sede della compagnia aerea. Tutte informazioni, queste, fornite in precedenza con dovizia di particolari». Tanto che il giudice istruttore non tentennò nel firmare il mandato di cattura contro Antonov.

Nel giugno 1984 il PM dell’inchiesta sull’attentato al Papa, Antonio Albano, completò la requisitoria contro Agca ed Antonov e, citando l’interrogatorio ad Agca del 28 giugno, scrisse testualmente: «a coincidenza vuole che proprio in quei giorni scompare la giovane Emanuela Orlandi». Anche Antonio Marini, il Pm che allora indagava su Agca, ebbe un forte sospetto che il terrorista turco abbia fatto di tutto per screditare la sua persona facendo naufragare il suo processo e che sia stato ricattato o condizionato dal rapimento di Emanuela Orlandi, che potrebbe essere servito per lanciargli messaggi in modo che ritrattasse le accuse ai Lupi grigi e ai bulgari. Effettivamente la ritrattazione arrivò dopo cinque giorni dalla sparizione della Orlandi. Lo stesso Agca nel 1985 durante un interrogatorio disse: «Ho dato tante versioni contraddittorie, ho parlato di Pazienza che non c’entra, perché “lupi grigi” e bulgari hanno rapito la ragazza, perché io ritrattassi e confondessi e screditassi la stampa che aveva parlato di Urss e Bulgaria. Ho visto dai giornali gli ultimi messaggi dei rapitori di Emanuela Orlandi e ho riconosciuto la calligrafia di Oral Celik». E ancora: «Sì, bulgari vogliono condizionarmi […] Ho pensato, la potrebbero uccidere, appesantirebbero la mia situazione…C’è una posizione morale, mi dispiace se la uccidono…». L’attendibilità di Agca nel 1985 era già apertamente compromessa, per cui non si sa quanto sia vero quel che dice. Non si capisce in ogni caso perché tornò, dopo poco tempo, a sostenere la “pista bulgara” se temeva che i rapitori bulgari avrebbero potuto uccidere Emanuela per questo.

Da notare che Agca parlerà sempre di Emanuela e mai di Mirella Gregori, evidentemente ritenendo che i due casi fossero indipendenti e separati. Il giudice istruttore Martella ha anche ricordato che il turco tre giorni dopo la condanna rinunciò formalmente a proporre appello: «un fatto incredibile: una persona che è stata condannata all’ergastolo rinuncia all’appello, e non perché ha fatto scadere i termini per la sua presentazione ma per sua espressa decisione. Gli chiesi quale ne era il motivo e mi rispose che era sicuro di essere liberato con una azione di forza o eventualmente con un sequestro di persona. Mi ha raccontato questo molto prima del sequestro della Orlandi. Non si è mai pensato, neanche per un solo momento, che Agca fosse un cretino autolesionista. Se una persona rinuncia all’appello, significa che deve nutrire una fiducia illimitata sul fatto che prima o poi qualcuno lo libererà, o che comunque esiste la possibilità di avviare un negozio con lo Stato per arrivare ad una soluzione». Tuttavia Agca giustificherà la sua ritrattazione anche dicendo di essere stato minacciato da magistrati bulgari (Markov Petkov, in particolare), dunque per motivazioni indipendenti dal sequestro Orlandi. Lo stesso confidò anche all’ex giudice Ferdinando Imposimato, non esiste comunque alcun riferimento al fatto che i due giudici, venuti in Italia per svolgere la prima rogatoria da parte della Bulgaria, fossero in realtà agenti del servizio bulgaro. In un’altra occasione dirà invece di essere stato minacciato dai servizi occidentali che lo avevano visitato in prigione (in particolare Francesco Pazienza e Aldrich Ames, il primo lo ha querelato e del secondo si è appurato che «non risulta si trovasse neppure in Italia» nell’ottobre 1992, quando Agca dice di essere stato da loro minacciato, «né che si sia mai incontrato con Agca»). Infine, come ha precisato la Commissione Mitrokhin, il 16 gennaio 1985 Agca è tornato nuovamente ad accusare i bulgari e nell’interrogatorio svolto da Antonio Marini nel novembre 1997 ha confessato che non vi furono minacce da parte del giudice bulgaro, ma che si trattò solo di uno scambio di opinioni. Rimane il fatto oggettivo che Agca decise di rendersi totalmente inaffidabile esattamente 5 giorni dopo la sparizione della Orlandi.

 

2) Tesi sostenuta da autorevoli persone. Questa tesi è sostenuta dall’ex magistrato Ilario Martella, giudice istruttore dell’inchiesta sull’attentato a Giovanni Paolo II, il quale ha affermato: «Mi sono occupato della scomparsa delle ragazze [Emanuela e Mirella] nella fase iniziale. Ritengo si possa con certezza affermare che ambedue i delitti siano stati ideati da una ben ramificata organizzazione criminale, che più volte ha dato notizia di sé con messaggi e comunicati volti a richiedere in ogni sede (tra cui Vaticano e presidenza della Repubblica italiana) lo scambio della libertà di Emanuela con quella di Agca e talora dei suoi amici Bagci e Celebi […]. Mi giunsero messaggi di intimidazione che minacciavano me e i miei familiari della stessa sorte di Emanuela. Chiusa l’istruttoria, a fine 1984, cessarono». Anche l’attuale legale degli Orlandi, Massimo Krogh, ha affermato: «Noi come difesa abbiamo sempre pensato che fosse stata rapita per uno scambio con Agca».

A sostegno della pista internazionale anche Ferdinando Imposimato, giudice istruttore del caso dell’attentato al Papa, istruttore del processo alla Banda della Magliana e poi legale della famiglia Orlandi. Nel 2008 ha scritto che il rapimento di Emanuela Orlandi fu l’epilogo di un vasto complotto tra servizi segreti di vari Paesi, gli agenti della Stasi lo definirono “Operation Papstâ” e venne elaborato prima del 13 maggio 1981, giorno dell’attentato a Giovanni Paolo II. Fallito l’attentato, si ripiegò su attacchi trasversali al Papa, come sequestri di cittadini vaticani in età adolescenziale. Il Papa sarebbe stato colpito molto più di un attacco diretto contro di lui o contro un sacerdote della chiesa (avrebbe capito che «quegli ostaggi erano vittime innocenti della sua politica temeraria verso i paesi socialisti». Lo scopo era duplice: colpire il Papa e conquistare la fiducia di Ali’ Agca, facendogli capire che volevano aiutarlo per indurlo a distruggere il processo contro i bulgari ed i lupi grigi (quindi contro l’Unione Sovietica e la Bulgaria). I sequestri di persona, ha sostenuto Imposimato, erano strumenti abituali di lotta politica per il Kgb e per i bulgari. Quello della Orlandi avvenne grazie ad agenti infiltrati: il monaco benedettino Eugen Brammertz, agente della Stasi, il capitano delle guardie svizzere Alois Estermann, presunto agente della Stasi (uno dei tre morti misteriosi del 4 maggio 1998 in Vaticano), due agenti del Kgb infiltrati nell’entourage del cardinale Agostino Casaroli (il nipote Marco Torretta e la moglie Irene Trollerova, ceca) e denunziati dai servizi cechi dopo la caduta del muro di Berlino, e due giornalisti dell’Osservatore Romano appartenenti anch’essi alla Stasi. Che Brammertz e Estermann fossero al servizio di Berlino Est, scrive il giudice Imposimato, lo disse anche Markus Wolf, capo della Stasi, anche se poi cercò di ritrattare. In un’intervista del 2005 Wolf ha infatti negato che Estermann fosse un loro agente, confermando la smentita del Vaticano e di Johann Legner, portavoce della “Gauck Behorde”, la commissione berlinese incaricata di conservare ed esaminare gli archivi della Stasi.

Anche Imposimato ha ricevuto conferma dal colonnello della Stasi, Gunther Bohnsack, che diverse missive che facevano riferimento alla Orlandi e alla liberazione di Ali Agca erano state da loro prodotte. Come già scritto più sopra, tuttavia, ci sono diversi elementi che mettono in serio dubbio le affermazioni dell’ex colonnello della Stasi. La ricostruzione di Imposimato sembra comunque verosimile poiché presenta un racconto organico anche sul depistaggio post-sparizione di Emanuela, ma è priva di dimostrazioni e corroborazioni, non spiega come e dove venne prelevata Emanuela, perché i rapitori non dimostrarono chiaramente di averla rapita (le pressioni sarebbero potute risultare più efficaci) e stride inoltre con il fatto che fallirono gli obiettivi: Giovanni Paolo II non mutò affatto la sua dura politica nei confronti del comunismo ed Alì Agca non solo tornò ad accusare i bulgari, ma rispose ai rapitori negando ogni trattativa e affermando di stare bene nelle carceri italiane. A quest’ultima obiezione, tuttavia, si potrebbe rispondere che, per l’appunto, proprio per questo Emanuela Orlandi non è mai tornata. Sono tutte affermazioni puramente ipotetiche. L’attendibilità dell’ex giudice Imposimato, infine, viene inficiata quando sostiene che Emanuela si sarebbe convertita all’islam e integrata in una comunità musulmana (citato in “Mia sorella Emanuela”, pag. 24).

Per ultimo, anche Giovanni Paolo II ritenne trattarsi di un “complotto internazionale” e nel 2012 padre Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede, ha raccontato che si riteneva «che il sequestro fosse utilizzato da una oscura organizzazione criminale» che voleva fare pressioni in favore di Alì Agca, e «non si ebbe alcun motivo per pensare ad altri possibili moventi del sequestro».

 

4) Tecnologia utilizzata. Un altro argomento a favore è l’alta tecnologia usata dai telefonisti per evitare di essere rintracciati dagli inquirenti. Il padre di Emanuela, Ercole Orlandi, ha ricordato che una volta l’”Amerikano” gli aveva detto che era inutile tentare di registrare le telefonate perché poteva farle partire da quindici posti diversi, ed effettivamente una cabina della stazione Termini venne messa sotto controllo scoprendo che, mentre le chiamate risultavano effettivamente in partenza dall’apparecchio pubblico della stazione, dentro la cabina non c’ era nessuno. Alla fine gli specialisti della polizia si resero conto che il telefonista si serviva di un apparecchio per la triangolazione delle telefonate: un piccolo gioiello dell’elettronica capace di far rimbalzare su un’altra utenza la chiamata iniziale proteggendo il numero di partenza. Difficilmente poteva essere posseduto da criminali locali e sembra confermare l’interessamento dei servizi segreti.

 

5) Movente e contesto temporale. E’ innegabile che la sparizione delle due ragazze avvenga esattamente due anni dopo l’attentato a Giovanni Paolo II da parte di Alì Agca, il finanziamento a Solidarnosc (il sindacato cattolico polacco e anticomunista), un anno dopo il fallimento del Banco Ambrosiano (da cui probabilmente partirono alcuni dei finanziamenti vaticani verso Solidarnosc) e l’omicidio-suicidio del suo presidente, Roberto Calvi. E’ anche innegabile che la sparizione di Emanuela avvenne nel giorno in cui Giovanni Paolo II si trovava a visitare proprio la Polonia. Se si vuole contestualizzare la sparizione, dunque, è legittimo farlo proprio in questo contesto e certamente le possibili rivelazioni di Agca preoccuparono diversi Stati e servizi esteri. Il voler influenzare le sue dichiarazione è perciò un movente solido.

 

6) Interesse reale dei rapitori all’inchiesta su Agca. Gli autori dei comunicati erano effettivamente interessati alle indagini su Alì Agca, lo dimostra un caso accaduto il 20 ottobre 1983: il giudice istruttore Ilario Martella ordinò riscontri sul racconto fattogli da Alì Agca in due punti precisi di Roma (l’ambasciata canadese di via della Conciliazione 30 e un bar vicino in via Traspontina 9). Qualche ora dopo, proprio nelle stesse vie, verranno fatti trovare due messaggi riguardanti il rapimento di Emanuela Orlandi, in cui si chiedeva la liberazione di Agca in cambio della ragazza. «Singolare coincidenza!»ha detto nel 2011 Martella, «me ne accorsi quando mi venne affidata anche l’indagine sulla Orlandi. C’è quell’ispezione, alla presenza di magistrati italiani e bulgari, della polizia e dello stesso Agca e poco dopo, negli stessi luoghi, si trovano volantini sul caso Orlandi…». Un secondo esempio: il 12/06/84 all’ANSA arriva una lettera da Francoforte con scritto: «Non avete adempiuto alla nostra richiesta di liberare subito Agca, Celebi e gli altri nostri amici. Emanuela Orlandi non è tornata», si legge.. Pochi giornali riprendono la notizia, e nessuno cita la parte finale, dove i misteriosi mittenti minacciano i familiari del giudice Ilario Martella, al quale spetta la decisione di liberare o meno il bulgaro Serghej Antonov. La cosa sospetta è che la moglie ed i figli del magistrato proprio in quei giorni rientravano a Roma, pur vivendo abitualmente all’estero. Chi ha scritto la lettera sapeva anche questo. Sembra dunque che l’interesse dei sequestratori per il processo ad Agca non fosse soltanto apparente, un semplice depistaggio, ma si attuava anche attraverso collegamenti e minacce occulte, nascoste alla stampa.

Questo effettivo interesse al processo sull’attentato al Papa è identificabile anche nel comportamento di Marco Fassoni Accetti, auto-accusatosi di essere stato il regista dell’allontanamento di Emanuela e Mirella, nonché uno dei telefonisti principali. Ha avvalorato la pista internazionale spiegando che il suo progetto era (anche) indurre Agca a ritrattare le accuse ai bulgari. Al di là della verità del suo racconto, che analizzeremo più sotto, dimostra effettivamente di essere ben informato di date, luoghi, orari e istruttorie relative al processo, e non essere affatto indifferente all’ex magistrato Ilario Martella, istruttore del processo, lasciando emergere un pregresso rancore nei suoi confronti come si nota durante un confronto televisivo tra i due, così come in post che pubblica sul suo blog nei quali accusa l’ex magistrato per gli errori del passato, tra cui aver “sequestrato” persone poi assolte, come il bulgaro Antonov, accusato da Ali Agca di aver organizzato l’attentato a Giovanni Paolo II.

 

7) Avvertimento del Sdece. Dopo l’attentato a Giovanni Paolo II (13/05/81) alla segreteria di Stato Vaticano arrivò un’informativa da parte ddel direttore dei servizi segreti francesi (Sdece), il marchese Alexander De Marenches, del progetto del Kgb di un possibile sequestro di una cittadina vaticana in cambio della liberazione dell’attentatore Alì Agca.


 
 

I PUNTI DEBOLI DELL’IPOTESI DELLA PISTA INTERNAZIONALE

1) Archiviazione. Il principale punto debole è la prima archiviazione del caso Orlandi, datata 19 dicembre 1997, nella quale il giudice ispettore Adele Rando concluse le indagini mettendo per iscritto che quello della Orlandi non fu rapimento ma una messa in scena depistatrice ed evidenziando che il movente politico-terroristico è risultato essere privo di fondamento. Nella sentenza di archiviazione del 2015, la Procura ha segnalato che, nonostante le ripetute richieste dei familiari di Emanuela Orlandi negli anni 2004, 2005, 2006 di riapertura indagini per il riconoscimento del fine terroristico del sequestro e il collegamento con l’attentato a Giovanni Paolo II del 1981, la risposta è stata negativa in quanto «né la documentazione allegata, né quella acquisita dalla Procura (reperita dalla sentenza n.2675 del 21/03/98 relativa al proscioglimento dei presunti complici di Ali Agca nell’attentato al Papa), né la documentazione dei lavori svolti dalla Commissione Parlamentare Mithrokin, apportavano quegli elementi di novità necessari per far luogo alla riapertura delle indagini rispetto alla matrice terroristica del sequestro». Si ricordano anche le conclusioni a cui si pervenne con la sentenza di proscioglimento il 19 dicembre 1997 secondo cui il movente politico-terroristico fu «un’abile operazione di dissimulazione dell’effettivo movente del rapimento di Emanuela Orlandi, destinato probabilmente a rimanere sconosciuto». Si conclude, quindi, anche nel 2015 per «l’inesistenza del fine terroristico».

 

2) Agca ritrattò ma Emanuela non è tornata. Chi sostiene tale ipotesi dovrebbe spiegare perché Emanuela non è stata rilasciata quando Ali Agca ha iniziato -cinque giorni dopo- a ritrattare le accuse verso i bulgari, inficiando la sua attendibilità e rovinando il processo. Se questo era l’obiettivo dei presunti rapitori, perché non l’hanno rilasciata una volta ottenuto quel che volevano? Forse volevano davvero la sua liberazione? Perché allora non hanno mai dimostrato in modo inoppugnabile di avere la Orlandi (una fotografia, ad esempio), preferendo decine di komunicati con ambigue e mai totalmente soddisfacenti “prove”? Certo, i documenti fatti ritrovare erano di Emanuela, così come erano precisi alcuni suoi particolari, ma non si capisce tutto questo sforzo quando sarebbe bastato molto meno per dimostrare di avere la ragazza. Agca ha comunque ricevuto la grazia, è stato scarcerato nel 2001 e tuttavia di Emanuela non c’è traccia.

 

3) Si concentra solo sul post-sparizione. La tesi della pista internazionale può semmai avvalorare che al caso della sparizione della Orlandi si siano interessati successivamente numerosi estranei alla vicenda, desiderosi di approfittare della situazione per perseguire i loro interessi nei confronti nell’ambito dell’attentato a Giovanni Paolo II. Tuttavia non riesce affatto a dimostrare che Emanuela sia stata rapita proprio da chi chiedeva la sua liberazione.

 

4) “Pierluigi” e “Mario” non interessati ad Agca. Questa tesi si scontra anche con il fatto che i primi due telefonisti, “Pierluigi” e “Mario”, che hanno dimostrato di conoscere comunque dei particolari inediti su Emanuela a poche ore dalla sua scomparsa, non erano minimamente interessati ad Agca o all’attentato del Papa, ma a far passare la vicenda come una scappatella. La connessione tra Emanuela e la liberazione di Agca verrà fatta per la prima volta nella prima telefonata dell'”Amerikano”, avvenuta il 05 luglio 1983.

 

5) Comportamento di Agca. Se la ritrattazione improvvisa di Agca subito dopo la sparizione della Orlandi è effettivamente un punto a favore, tuttavia Agca ritornò ben presto ad accusare i bulgari e ad affermare di essere stato da loro minacciato, comportandosi in modo opposto dal volere degli autori dei comunicati. Inoltre, non si capisce perché l’attentatore turco abbia continuato a farsi passare come pazzo a distanza di anni dalla fine del processo, anche dopo la sua scarcerazione. Nel corso del primo dibattimento sull’attentato al Papa la difesa contò 107 versioni diverse e contraddizioni nelle dichiarazioni rese e il turco ha proseguito fino ai giorni attuali ad affermare che Emanuela è viva e in diverse località, accusando la Cia, il Vaticano e tutta una serie di istituzioni, scrivendo alla famiglia e facendo viaggiare il fratello Pietro per raccontargli le solite bugie. Perché proseguire nel depistaggio se non ha più interessi personali da ottenere (come la grazia o il trasferimento in Turchia)? Oscure ragioni? E’ realmente pazzo? Obbedisce ad una regia nascosta? Forse teme che, una volta caduto nel dimenticatoio, gli possa succedere qualche spiacevole incidente? Tutto ciò che lo riguarda e ogni sua dichiarazione ormai è priva di ogni credibilità (tanto che nemmeno la Procura ha più interesse per le sue affermazioni). Il suo comportamento non è mai sembrato in linea con le ragioni di chi sostiene la “pista internazionale”.

 

6) Comunicati controproducenti. Appare evidente che gli autori dei Komunicati volessero passare per amici e solidali di Alì Agca, tentando ingenuamente di portare l’attenzione sugli idealisti turchi e sui Lupi Grigi. Un’operazione plateale fin dai nomi che si diedero: “Fronte Liberazione Turco Anti Cristiano Turkesh” che richiama il colonnello nazionalista turco Arsaplan Turkesh, l’ideologo dei “Lupi Grigi” (in una occasione si firmarono anche “Nuova organizzazione musulmana per la lotta anticristiana”): un’idea controproducente, come abbiamo già osservato, è impossibile che davvero pensassero di essere creduti. Oltretutto, gli autori agirono in contrasto con il comportamento dello stesso Agca il quale, come è stato rilevato, produsse infinite dichiarazioni deliranti «con l’effetto chiaro di inficiare le acquisizioni sul “livello” turco delle indagini». Il “Fronte Turkesh” voleva portare l’attenzione sui turchi e Alì Agca voleva toglierla, oltretutto arrivando a dire l’8/07/1983 di non capire cosa stiano dicendo queste persone e «rifiuto ogni scambio con qualcuno, sto bene nelle carceri italiane» (“Mia sorella Emanuela”, pag. 91). E’ possibile comunque che il “Fronte Turkesh” volesse risultare appositamente e controproducente (ma anche questo tentativo risulta banale e prevedibile) o, molto più probabilmente, era uno dei tanti strati della grande azione depistatrice, utile a tenere il caso sotto i riflettori, inviare messaggi o codici a Alì Agca, tenere la stampa occupata su di esso e, contemporaneamente, perseguire ipotetici obiettivi in modo sotterraneo. Non si può escludere che all’interno di questi comunicati -ampiamente divulgati dai media- vi siano anche codici non rivolti (soltanto) ad Agca ma ad altre persone, magari proprio i protagonisti della reale sparizione della Orlandi.

 

Conclusione. L’ipotesi della pista internazionale, sostenuta da autorevoli personalità, effettivamente contestualizza in modo opportuno la vicenda nello scenario internazionale che in quegli anni vedeva gli Stati dell’est e i loro servizi segreti molto sensibili alle posizioni politiche del Vaticano, così come riesce a spiegare l’improvvisa ritrattazione dell’attentatore turco, Ali Agca, pochi giorni dopo la sparizione di Emanuela Orlandi. E’ impensabile, tuttavia, che puntassero davvero alla sua liberazione: avrebbero dato prova certa della detenzione della ragazza, non avrebbero realizzato comunicati così controproducenti e certamente sapevano bene che il Vaticano nulla può su una condanna della magistratura italiana, il cui Stato non avrebbe mai rilasciato l’attentatore del Papa in cambio di una adolescente (con tutto il rispetto per la sacralità della sua vita) che, oltretutto, non avevano mai dimostrato di aver rapito. E’ più sostenibile che volessero solamente indurlo a ritrattare le accuse ai bulgari, minacciando di uccidere la ragazza (creando in Agca un dilemma morale), ma gli “argomenti deboli” ridimensionano la credibilità di questa ipotesi. Non a caso gli investigatori, dopo oltre dieci anni di studio della pista internazionale, hanno concluso (nel 1997) sostenendo che non si trattò di rapimento ma soltanto di un depistaggio il quale, semmai, potrebbe avvalorare l’interesse di Stati esteri e servizi segreti internazionali ad Alì Agca e alle sue deposizioni, non certo dimostrare che i rapitori della Orlandi siano gli stessi autori dei comunicati. Nell’archiviazione del 2015 si parla chiaramente dell’«l’inesistenza del fine terroristico».

 
 

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4. L’IPOTESI DELLA BANDA DELLA MAGLIANA

La pista della Banda della Magliana si è aperta ufficialmente l’11 luglio 2005 con una telefonata anonima a “Chi l’ha visto?”: «Riguardo al fatto di Emanuela Orlandi, per trovare la soluzione del caso, andate a vedere chi è sepolto nella cripta della Basilica di Sant’Apollinare, e del favore che Renatino fece al cardinal Poletti, all’epoca, e chiedete al barista di via Montebello, che pure la figlia stava con lei..l’altra Emanuela….e i genitori di Emanuela sanno tutto. Però siccome siete omertosi, non direte un cazzo come al solito!». E’ chiaro che l’anonimo si riferisca anche a Mirella Gregori e citi anche l’amica Sonia De Vito, accusata inizialmente di falsa testimonianza e reticenza. Chi sostiene questa tesi ritiene che la Banda della Magliana, guidata da Enrico De Pedis (detto Renatino), avrebbe rapito Emanuela Orlandi nel tentativo di ricattare il Vaticano per ottenere la restituzione dei soldi che, assieme alla mafia siciliana facente capo Pippo Calò, avrebbe investito nello IOR/Banco Ambrosiano. Altri invece sostengono che la Magliana abbia avuto soltanto un ruolo di “manovalanza” collaborando con servizi segreti deviati, collegandosi così alla “pista internazionale”.

Nonostante la telefonata del 2005, tuttavia, gli inquirenti erano già a conoscenza della salma di De Pedis nei sotterranei della Basilica di Sant’Apollinare, tanto che il 12 dicembre 1995 -dieci anni prima- era già stato interrogato in merito mons. Pietro Vergari, allora rettore della Basilica, il quale aveva confermato la sua amicizia con De Pedis da prima del 1993, quando era cappellano del carcere di Regina Coeli. Il prelato ha attestato, come d’altraparte confermano i documenti di sepoltura, che De Pedis fu molto generoso con i poveri della parrocchia (più sotto un approfondimento). La moglie di Renatino, Carla Di Giovanni, ha eseguito i lavori di risanamento della cripta sotterranea che si trovava in pessimo stato: ascoltata in Procura il 9 giugno 1995 ha spiegato di aver sostenuto lei le spese, assieme a Marco De Pedis, che ammontarono a 37 milioni di lire. Gli inquirenti hanno accertato le dichiarazioni, osservando dai documenti del Comune di Roma che la sepoltura avvenne il 24 aprile 1990 e rilevando il nulla osta alla sepoltura rilasciato dal Vicario di Roma, Ugo Poletti, del 10 marzo 1990. Nonostante la spropositata campagna mediatica promossa dalla trasmissione “Chi l’ha visto”, altrettanto massicciamente osteggiata dal giornalista Pino Nicotri, la pista della Magliana si è chiusa verso la fine del 2012, dopo la infruttuosa perquisizione della tomba di De Pedis e della basilica di Santa Apollinare e il successivo proscioglimento di mons. Vergari. Il Vaticano ha più volte ribadito la completa disponibilità all’ispezione della Basilica di Sant’Apollinare, padre Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede ha infatti precisato nel 2012: «si ribadisce che da parte ecclesiastica non si frappone nessun ostacolo a che la tomba sia ispezionata e che la salma sia tumulata altrove, perché si ristabilisca la giusta serenità, rispondente alla natura di un ambiente sacro».

 

Prima di soppesare le argomentazioni pro e contro, è bene fare un approfondimento sui personaggi che sono stati collegati alla vicenda:

SABRINA MINARDI. Sabrina Minardi entra in scena tra il 2006 e il 2008. Il 14 marzo 2008 si presenta in Procura offrendo ufficialmente la sua testimonianza: dice di essere stata l’amante di De Pedis dal 1982 al 1984 il quale, assieme a Sergio Virtù, una sera le mise in macchina una ragazza, che lei riconobbe essere Emanuela Orlandi, che consegnò ad un uomo vestito da prete con un’auto targata Città dell Vaticano, alla fine di via delle Mura Aurelie. In successive interrogazioni racconterà che Emanuela venne sequestrata da tre uomini della Magliana (ricorda solo Angelo Cassani), portata all’EUR e consegnata a De Pedis. In un’altra occasione racconterà che venne invece consegnata da due donne e non dai tre uomini. La Orlandi sarebbe stata segregata, dopo il rapimento, prima in una sua casa a Torvajanica e poi al n°13 di via Antonio Pignatelli, quartiere Monteverde, appartamento di proprietà di Daniela Mobili. Attorno al 1993, disse ancora, vide De Pedis e Sergio Virtù buttare due sacchi dentro una betoniera capendo che in uno c’era la Orlandi, in un’altra occasione disse che glielo riferì De Pedis, mentre nell’altro sacco ci sarebbe stato il bambino Domenico Nicitra (morto in realtà dopo la morte di De Pedis). La mattina dopo De Pedis avrebbe negato la presenza della Orlandi nel sacco. Il 5 novembre 2008 ha sostenuto che la ragazza sarebbe stata portata in un paese arabo, mentre nell’ultima audizione del 18 marzo 2010 ha detto che il corpo sarebbe stato gettato in mare da De Pedis e Virtù.

Il 30 settembre 2015 nel fascicolo sull’archiviazione del caso Orlandi, si legge che la Procura la ritiene «un testimone difficile a causa della sua tossicodipendenza e delle pessime condizioni di salute, fisiche e mentali. Le sue dichiarazioni appaiono e sono del tutto inverosimili, oltre che contraddittorie nelle versioni succedutesi nel tempo». Dubbi anche sull’appartamento-prigione di Emanuela di via Pignatelli in quanto viene citata anche la presenta di Danilo Abbrucciati (compagno della Mobili), morto però prima della sparizione di Emanuela. Anche il racconto del presunto disfacimento del cadavere della Orlandi nel cantiere da parte di De Pedis e Virtù è contraddittorio e intervallato da una richiesta di ottenere una casa dal Comune, ed è impossibile che nel’altro sacco vi fosse Domenico Nicitra poiché morì nel 1993, dieci anni dopo il rapimento Orlandi e due anni dopo la morte di De Pedis. La Minardi, inoltre, non è mai riuscita ad indicare il luogo esatto del cantiere. Falsa anche la partecipazione agli eventi di Daniela Mobili, in quanto al tempo era detenuta. Confusa la chiamata in causa di Angelo Cassani e Sergio Virtù, segnata da contraddizioni e precisazioni discordanti. Il 18 gennaio 2010, in un’informativa della polizia, si segnalò che la Minardi cercava di ottenere a tutti costi un guadagno dalle sue dichiarazioni mediatiche, volendo creare pubblicità al suo libro. Concludendo, la Procura afferma: «le incongruenze evidenziate sono talmente numerose e macroscopiche da compromettere in toto la credibilità della dichiarante, senza che sia ravvisabile una plausibile spiegazione delle molteplici incoerenze e dei vari contrasti con dati certi». Nell’istruttoria di archiviazione del 2015 non si tiene però conto del comunicato firmato “Dragan” arrivato il 17/10/83 che invitava ad indagare, in merito alla Orlandi, su un giocatore della Lazio, Arcadio Spinozzi (si certificò in seguito la sua estraneità). Al termine venne disegnato il nome “Sergio” seguito dalla parola “morte”. Coincidenza vuole che Sabrina Minardi è la ex moglie proprio di un giocatore della Lazio, Bruno Giordano ed è lei nel 2008 ad accusare Sergio Virtù di aver ucciso, assieme a De Pedis, Emanuela Orlandi.

Secondo Pino Nicotri la donna non sarebbe stata nemmeno amante di De Pedis, poiché dall’1984 all’1988 l’uomo era in carcere e ai colloqui si recava solo la futura moglie, Carla Di Giovanni. Più probabilmente, ha rilevato ancora lo scrittore, De Pedis poteva essere stato uno dei suoi clienti (o un’avventura) in quanto, se fossero stati davvero amanti e/o conviventi, la polizia per trovare l’uomo non avrebbe avuto bisogno di pedinare la donna “per mesi”, come hanno dichiarato gli inquirenti.

 

MARCO SARNATARO. Secondo le rivelazioni di Salvatore Sarnataro, il figlio Marco Sarnataro (deceduto nel 2007) gli avrebbe rivelato di aver pedinato e sequestrato Emanuela, senza però essere a conoscenza della sua sorte. I dubbi della Procura si basano sulla pessima condizione di salute di Salvatore Sarnataro e sul fatto che rilascia informazioni di seconda mano (ricevute dal figlio), contenenti inoltre delle contraddizioni. Tuttavia «non ravvisano motivi per i quali costui avrebbe dovuto attribuire al figlio una così grave condotta» e per questo lo ritiene «certamente attendibile» quando rivela il racconto fattogli dal figlio. Non sapendo però indicare con certezza chi furono gli altri autori del sequestro e del pedinamento («uno fra Gigetto e Ciletto, oppure anche tutti e tre») risulta debole l’accusa verso costoro. Non c’è stato riscontro sufficiente alle sue accuse. Ricordiamo tuttavia che Marco Sarnataro è stato riconosciuto con alta probabilità da Angelo Rotatori e Paola Giordani, due amici di Emanuela, come uno dei giovani che pedinavano la Orlandi nei giorni antecedenti al sequestro, altri amici invece hanno individuato soltanto Sergio Virtù (Gabriella Giordani) o nessuna delle fotografie mostrate. I racconti dei vari amici, tuttavia, mostrano delle contraddizioni e non appaiono completamente sovrapponibili, per cui si riscontrano «limiti di attendibilità derivanti innanzitutto dal considerevole lasso di tempo tra il momento dell’osservazione e quello che in cui l’indagine è stata effettuata (oltre 20 anni)». Senza contare, oltretutto, il possibile condizionamento sui ricordi a causa dell’elevata esposizione mediatica del caso.

GIUSEPPE E CARLO ALBERTO DE TOMASI. Secondo una comparazione di voci disposta dalla Procura il 1 luglio 2008, la voce del telefonista che chiamò “Chi l’ha visto” l’11 luglio 2005, indicando la presenza del corpo di De Pedis nella Basilica Sant’Apollinare e aprendo di fatto la pista della Banda della Magliana, ha una similitudine con la voce di Carlo Alberto De Tomasi, stesso responso di una seconda consulenza, quella del 5 dicembre 2008. Una terza consulenza, sempre del 5 dicembre 2008, ha indicato un’elevata probabilità che il telefonista “Mario” sia Giuseppe De Tomasi (detto Sergione), figlio di Carlo Alberto. Ascoltati in procura nell’aprile 2010, padre e figlio hanno negato di aver effettuato quelle telefonate. Nel 2011 è emersa una sentenza del 1994, in cui si afferma che il 21/06/1983, giorno prima della sparizione di Emanuela, Giuseppe De Tomasi (detto Sergione) veniva tratto in arresto con mandato di cattura n. 6932/81 A Gi, per riciclaggio di denaro, dunque non può aver rapito Emanuela e non può essere stato il telefonista “Mario”.

SERGIO VIRTU’, ANGELO CASSANI E GIANFRANCO CERBONI. Per quanto riguarda Sergio Virtù, Angelo Cassani e Gianfranco Cerboni, l’attività di intercettazione telefonica, seppur prolungata per diverso tempo, non ha offerto elementi di decisiva rilevanza. Per quanto riguarda Sergio Virtù vi è una intercettazione telefonica interessante tra lui e l’amante Maria Lldiko Kiss, durante la quale la donna chiede a Virtù se la polizia ha elementi su di lui per quanto riguarda la Orlandi. «Orlandi, Orlandi, Orlandi, Orlandi…», risponde l’uomo, «io me le volevo scordà queste cose dopo 23 anni», dicendo che però ne vuole parlare di persona. «Purtroppo quando ero giovane…stavo in un ambiente un po’ particolare, eravamo tutti scapestrati…però mica me pento di quello che ho fatto, l’ho fatto per i soldi e non me ne frega niente di quello che ho fatto…me interessa andamme a prendere dei permessi lontano, magari ce potrei avè dei problemi che me se ripercuotono contro…». Secondo la Procura Virtù «è certamente a conoscenza di particolari compromettenti della vicenda», in quanto durante l’intercettazione afferma alla donna di volergliene parlare di persona e rivela di cambiare spesso utenze telefoniche: «ti perseguitano tutta la vita questi». Virtù ha negato questa conversazione telefonica, nonostante l’intercettazione alla sua utenza, mentre la donna ha ammesso di aver affrontato il discorso con lui. Ma nonostante questo e nonostante l’accusa di Salvatore Sarnataro (padre di Marco), per la procura «il quadro probatorio rimane insufficiente e troppo incerto per sostenere l’accusa in giudizio nei confronti di Virtù». Secondo gli inquirenti l’intercettazione accerterebbe al massimo la conoscenza di particolari compromettenti da parte di Virtù, non certificando però la sua colpevolezza nell’evento.

Inoltre, se le accuse della Minardi sono inattendibili, il riscontro fotografico da parte di un’amica di Emanuela (Gabriella Giordani) ha una minima attendibilità (lo ha identificato come “vagamente somigliante” dopo un periodo di vent’anni dai fatti, mentre altri amici non hanno identificato lui come uno dei pedinatori). A riconoscerlo vagamente (“sembrava” riconoscerlo) anche Marta Szepesvari, allieva della scuola di musica, nel biondino che fissava la scuola il giorno prima della sparizione della Orlandi. Abbiamo già citato, infine, il comunicato firmato “Dragan” del 17/10/83 che invitava ad indagare, in merito alla Orlandi, su un giocatore della Lazio, Arcadio Spinozzi (si certificò in seguito la sua estraneità). Al termine venne disegnato il nome “Sergio” seguito dalla parola “morte”. Coincidenza vuole che Sabrina Minardi è la ex moglie proprio di un giocatore della Lazio, Bruno Giordano ed è lei nel 2008 ad accusare Sergio Virtù di aver ucciso, assieme a De Pedis, Emanuela Orlandi.

Proscioglimento meno controverso quello invece per Gianfranco Cerboni (chiamato in causa solo dall’inattendibile Sabrina Minardi), così come quella nei riguardi di Angelo Cassani, chiamato in causa da Salvatore Sarnataro -accusa non verificabile- e individuato fotograficamente da qualche amico di Emanuela, ma -come si è detto- senza costituire un sufficiente quadro probatorio di colpevolezza. La Procura ha osservato solamente che mentre i due hanno negato di conoscere Virtù, non riuscendo nemmeno a riconoscerlo fotograficamente, in un’intercettazione telefonica dell’11/03/10 parlano di lui in modo molto amichevole, dimostrando invece di conoscerlo bene: “Pensa a Sergio, poveretto, quello lo hanno bevuto!”.

ANTONIO MANCINI E MAURIZIO ABBATINO. Nel 2015 la Procura ha annotato che tra i componenti della Banda della Magliana che sono stati interrogati, oltre a Antonio Mancini, soltanto il pentito Maurizio Abbatino ha dichiarato di aver appreso da altri componenti della banda il coinvolgimento di De Pedis. Una notizia però di seconda mano (de relatio), non verificabile direttamente e coinvolgente, semmai, il solo De Pedis.

DON VERGARI E LA BASILICA DI SANT’APOLLINARE. La Procura nel 2015 ha concluso che la perquisizione della Basilica Sant’Apollinare, compresi gli accertamenti tecnici nella cripta in cui è sepolto De Pedis e lo studio delle ossa prelevate dagli ambienti circostanti, non è stata in grado di trovare indizi utili. Questo «ha escluso il coinvolgimento di mons. Vergari nella vicenda, coinvolgimento ipotizzato in considerazione dell’amicizia con De Pedis». Nessun teste ha accusato don Vergari e, anche se nelle sue dichiarazioni ci rilevano piccole incongruenze con quelle riferite da Carla Di Giovanni, moglie di De Pedis, queste non hanno alcuna significativa valenza. Lo stesso mons. Vergari, ha precisato di aver accolto la richiesta della moglie di De Pedis di seppelirlo nei sotterranei di S. Apollinare della salma. La salma venne posta appunto nei sotterranei della basilica dove non sono sepolti né Papi né cardinali, in un corridoio abbandonato da oltre un secolo e, contrariamente a quanto si crede, non situato in terra consacrata. Il 3/10/05 don Vergari ha scritto: «Nel carcere mai ho domandato a nessuno perché De Pedis era là o che cosa aveva fatto. Tra le centinaia di persone incontrate dei più diversi stati sociali, parlavamo di cose religiose o di attualità; Enrico De Pedis veniva come tutti gli altri, e fuori dal carcere, ci siamo visti più volte: normalmente nella chiesa di cui ero rettore, sapendo i miei orari e altre volte fuori, per caso. Mai ho veduto o saputo nulla dei suoi rapporti con gli altri, tranne la conoscenza dei suoi familiari. Aveva il passaporto per poter andare liberamente all’estero. Mi ha aiutato molto per preparare le mense che organizzavo per i poveri. Quando seppi dalla televisione della sua morte in Via del Pellegrino, ne restai meravigliato e dispiacente. Qualche tempo dopo la sua morte i familiari mi chiesero, per ritrovare un po’ di serenità, poiché la stampa aveva parlato del caso e da vivo aveva espresso loro il desiderio di essere un giorno sepolto in una delle antiche camere mortuarie, abbandonate da oltre cento anni, nei sotterranei di S. Apollinare, di realizzare questo suo desiderio. Furono chiesti i dovuti permessi religiosi e civili, fu restaurata una delle camere e vi fu deposto. Anche in questa circostanza doveva essere valido come sempre il solenne principio dei Romani “Parce sepulto”: perdona se c’è da perdonare a chi è morto e sepolto. Restammo d’accordo con i familiari che la visita alla cappella funeraria era riservata ai più stretti congiunti. Questo fu osservato scrupolosamente per tutto il tempo in cui sono rimasto rettore, fino al 1991».

Lo scrittore e giornalista Pino Nicotri ha spiegato che l’allora rettore della basilica, mons. Vergari, dopo la richiesta della vedova De Pedis, pensò alla possibilità di utilizzare come cripte private anche il resto dei sotterranei abbandonati: «In totale vi si potevano ricavare 60-70 cripte private», ha detto mons. Vergari. «In totale, un bell’investimento da parte di famiglie che avrebbero contribuito a rendere ancor più frequentata la basilica. Dal degrado iniziale di quando mi è stata affidata, quasi sempre chiusa, l’ho portata ad essere un punto di riferimento per moltissimi fedeli».

ENRICO DE PEDIS. Per quanto riguarda Enrico De Pedis, la sua accusatrice principale è Sabrina Minardi, giudicata non attendibile, oltre che Maurizio Abbatino e Antonio Mancini, ex banda della Magliana, riportanti però notizie di seconda mano, non verificabili e non attendibili. Non essendo emerso nulla di probatorio nemmeno nella perquisizione della Basilica Sant’Apollinare e non essendoci nulla di rilevante nella sua sepoltura in quel luogo, non sono apparsi motivi consistenti per accusarlo di aver avuto un ruolo nella vicenda Orlandi e/o Gregori. Il giornalista Pino Nicotri, oltretutto, ha ricordato che De Pedis è morto con la fedina penale pulita (con regolare patente, carta di identità valida e passaporto valido), assolto dall’appartenenza alla Magliana (21 gennaio 1988) e scagionato per l’unica condanna ricevuta (per la quale è stato in carcere). Lo riportano effettivamente anche i quotidiani dell’epoca, qui e qui, seppur gli inquirenti, il giorno della sua morte, hanno accertato il suo passato, ovvero un pregiudicato per numerose rapine, inquisito per omicidio, ex appartenente alla Banda della magliana e uno degli elementi di spicco della malavita organizzata romana. De Pedis è stato sepolto in modo regolare (confermato dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, dal magistrato Andrea De Gasperis e dal ministro Cancellieri) per volontà della famiglia, con permesso dal Vaticano e dal Comune di Roma, in una basilica dove -lo ribadiamo- non ci sono Papi o Cardinali (ma gente del quartiere) in terra non consacrata e -come ricordato dalla vedova e da mons. Vergani- per aver fatto beneficenza ai poveri del quartiere.

A coinvolgere De Pedis è stato anche Marco Accetti, il quale ha rivelato di averlo inserito nel caso ingannandolo sul fatto che il sequestro di due ragazzine fosse una strada efficace per convincere i vertici dell’istituto a saldare il debito che avevano con la Magliana per i soldi persi nel crack dell’Ambrosiano (Il Ganglio, Fandango Libri 2014). Ha anche riferito che alcuni uomini di De Pedis, in particolare “Ciletto” e “Giggetto”, si recano nel bar dei Gregori il giono dell’inaugurazione, il giorno prima della sparizione di Mirella. Coincidenza vuole che il 21 ottobre 1986, su indicazione del cameriere Giuseppe Calì, venne eseguito un identikit del volto di una persona vista dal teste nel bar dei Gregori una settimana prima della scomaprsa di Mirella. L’identikit assomiglia notevolmente al volto di Angelo Cassani, detto “Ciletto”.

 

I PUNTI FORTI DELL’IPOTESI DELLA BANDA DELLA MAGLIANA

1) Movente e contesto temporale. La tesi della Magliana ha -come quella sulla “pista internazionale”- un forte movente e un’opportuna collocazione temporale: una cittadina vaticana sparisce esattamente un anno dopo il fallimento del Banco Ambrosiano, rapita dalla Banda della Magliana nel tentativo di ricattare il Vaticano ed ottenere la restituzione dei soldi che, assieme alla mafia siciliana facente capo Pippo Calò, avrebbe investito nello IOR e nell’Ambrosiano. Ancora una volta, però, non si capisce perché non dimostrare chiaramente la detenzione di Emanuela e perché orientare l’attenzione su Alì Agca, che nulla c’entra con questa ipotesi, tramite vari e farneticanti comunicati. Forse dopo il sequestro realizzato dalla Magliana si inserirono elementi esterni, rovinando i progetti della criminalità romana? Oppure c’era una trattativa nascosta con il Vaticano mentre l’opinione pubblica veniva distratta dai vari comunicati?

 

2) Intercettazione di Virtù. Come già descritta sopra nel paragrafo relativo a Sergio Virtù, importante è l’intercettazione telefonica tra lui e l’amante Maria Lldiko Kiss, durante la quale l’uomo fa capire alla donna che il caso Orlandi appartiene al suo passato giovanile quando stava «in un ambiente un po’ particolare», pieno di «scapestrati», ma non se ne pente perché lo ha fatto per soldi. L’uomo «è certamente a conoscenza di particolari compromettenti della vicenda», scrive la Procura, anche perché vuol parlarne solo di persona e ammette di cambiare spesso, a causa di questo, utenza telefonica. Inoltre, Virtù ha negato questa conversazione telefonica, nonostante l’intercettazione alla sua utenza, mentre la donna ha ammesso di aver affrontato il discorso con lui. Gli inquirenti tuttavia ritengono insufficiente il quadro probatorio. Virtù viene anche riconosciuto come “vagamente somigliante” da un’amica di Emanuela, Gabriella Giordani, come uno dei pedinatori, riconoscimento avvenuto però dopo vent’anni dai fatti. A Marta Szepesvari, allieva della scuola di musica, è sembrato essere il biondino che fissava la scuola il giorno prima della sparizione della Orlandi.

 

3) Riconoscimento degli amici di Emanuela. Il riconoscimento con “alta probabilità “di Marco Sarnataro da parte di Angelo Rotatori e Paola Giordani, due amici di Emanuela, come uno dei giovani che pedinavano la Orlandi nei giorni antecedenti al sequestro è un indizio, ma sarebbe stato determinante solo se tutti gli amici, non solo due, avessero riconosciuto lo stesso uomo della Magliana, mentre una ragazza ha individuato solo Sergio Virtù (Gabriella Giordani) e altri nessuno dei fotografati presentati dai magistrati. Il riconoscimento è avvenuto dopo oltre 20 anni dai fatti, tuttavia va tenuto comunque in considerazione non dimenticando i «limiti di attendibilità» sottolineati dalla Procura.

 

4) Comunicato sul giocatore della Lazio. Come abbiamo riferito nel paragrafo relativo a Sabrina Minardi e Sergio Virtù, nell’istruttoria di archiviazione del 2015 non si è tenuto conto del comunicato firmato “Dragan” arrivato il 17/10/83 che invitava ad indagare, in merito alla Orlandi, su un giocatore della Lazio, Arcadio Spinozzi (si certificò in seguito la sua estraneità). Al termine venne disegnato il nome “Sergio” seguito dalla parola “morte”. Coincidenza vuole che Sabrina Minardi è la ex moglie proprio di un giocatore della Lazio, Bruno Giordano ed è lei nel 2008 ad accusare Sergio Virtù di aver ucciso, assieme a De Pedis, Emanuela Orlandi.

 

5) Telefonisti “Pierluigi” e “Mario”. Non è mai sfuggito il fatto che il telefonista “Pierluigi” disse di telefonare da un ristorante sul mare, un’allusione al locale “Pippo l’abruzzese” di Torvaianica, frequentato notoriamente dalla Magliana. Vi sono altri collegamenti fatti notare da Marco Fassoni Accetti: “Pierluigi” parla anche della piazza Campo de Fiori, luogo in cui aveva il negozio Edoardo Balducci, esponente della Magliana, nel quale praticava l’usura per conto di Pippo Calò, noto durante la latitanza come Mario Aglialoro, lo stesso nome usato dal secondo telefonista, “Mario”.

 

I PUNTI DEBOLI DELL’IPOTESI DELLA BANDA DELLA MAGLIANA

1) Archiviazione. Il principale punto debole rimane la decisione della Procura di archiviare il caso, non rilevando un quadro probatorio sufficiente a carico degli esponenti della Banda della Magliana. Si legge infatti: «le indagini svolte non hanno permesso di pervenire ad un risultato certo in merito al coinvolgimento di Enrico De Pedis, di Sabrina Minardi, di Sergio Virtù, di Angelo Cassani, di Gianfranco Cerboni, di Marco Sarnataro e di Don Vergari nel rapimento e nella morte di Emanuela Orlandi […]. Gli elementi emersi hanno trovato alcuni riscontri sul coinvolgimento della Banda della Magliana nella vicenda […] che non possiedono senz’altro, per nessuno degli indagati iscritti, quella consistenza tale da imporre l’esercizio dell’azione penale».

2) Piano troppo sofisticato. La Banda della Magliana era costituita da killer professionisti, criminali legati alla droga, alla mafia calabrese. E’ inverosimile che gente del genere abbia potuto architettare un piano tanto sofisticato e genialmente stratificato: distrarre la stampa con telefonate e comunicati riguardanti Agca e la sua liberazione e, dall’altra, mantenere una trattativa interna con il Vaticano sui soldi investiti nel Banco Ambrosiano. Oltretutto, utilizzando tecnologia d’avanguardia capace di impedire il rintracciamento delle telefonate, facendole rimbalzare in posti diversi, non proprio alla portata della criminalità romana di allora.

 

Conclusione. Il movente di questa ipotesi, come già detto, è senza dubbio molto forte e verosimile. Ci sono due argomenti importanti oltretutto: l’intercettazione di Sergio Virtù, dalla quale si intuisce la sua conoscenza di particolari compromettenti e il riconoscimento degli amici di Emanuela di uomini legati alla Magliana. Nella richiesta di archiviazione, infatti, Giuseppe Pignatone, capo della Procura di Roma, ha scritto: «Gli elementi indiziari emersi hanno tuttavia trovato alcuni riscontri in ordine al coinvolgimento della Banda della Magliana nella vicenda». Tuttavia è inverosimile che un piano tanto sofisticato sia stato ideato e attuato da killer violenti e rozzi come i testaccini: rapire Emanuela per ottenere la restituzione dei soldi investiti nel Banco Ambrosiano e, nel frattempo, distrarre la stampa e gli inquirenti tramite comunicati e telefonate anonime, utilizzando tecnologia d’avanguardia, spostando l’attenzione sulla liberazione di Agca e fingendo di essere interessati al giudice Martella e alle accuse verso i bulgari dell’attentato al Papa. E’ piuttosto più argomentabile che la Magliana abbia avuto soltanto un ruolo di manovalanza, permettendo dunque un legame tra questa tesi e quella della “pista internazionale”. Una ipotesi, quella della Magliana, che ha avuto più valore di quanto in realtà ne meriti, colpa senz’altro dell’opinione pubblica e della trasmissione “Chi l’ha visto?”, che ha sposato tale pista divulgandola ossessivamente, crogiolandosi nella possibilità di coinvolgere fantomatici alti prelati e monsignori in traffici di sesso e denaro. Di fatto il tutto è terminato con un grande flop mediatico e la nota trasmissione è passata tranquillamente oltre, come se nulla fosse accaduto.

 
 

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5. LA TESI DI ROBERTA HIDALGO

La tesi della fotografa Roberta Hidalgo è emersa nel 2012 nel suo libro “L’affaire Emanuela Orlandi L’affaire Emanuela Orlandi”. L’ha raccontata la stessa autrice sostenendo di aver riconosciuto Emanuela Orlandi in una fotografia da lei scattata in Piazza San Pietro, la quale comparve anche sullo sfondo di una seconda foto che la Hidlago scattò tempo dopo a sua figlia davanti ad un gelataio, sempre nei dintorni di piazza San Pietro. Avrebbe incontrato infine la stessa donna anche in un supermercato della zona. La tesi parte malissimo: è evidente quanto possa essere poco credibile che la stessa persona compaia casualmente due volte sullo sfondo in due fotografie scattate in tempi diversi in una delle zone più affollate di Roma, e poi -per un’altra coincidenza- la si incontra anche al supermercato. Per non parlare dell’insostenibilità che la Orlandi gironzoli tranquillamente in piazza San Pietro e venga riconosciuta solo dalla fotografa romana a causa della forte somiglianza con le fotografie di Emanuela. Ma allora perché non è stata riconosciuta da nessun altro in tutti questi anni?

Come se non bastasse, la fotografa sostiene anche di aver pedinato “Emanuela” che sarebbe entrata nell’appartamento di Pietro Orlandi. Dopo numerosi appostamenti e indagini personali, iniziate nel 1999, la Hidalgo ha sostenuto anche che Anna Orlandi non sarebbe la zia ma la vera mamma di Emanuela, avuta dalla relazione con monsignor Paul Marcinkus, alludendo in modo abbastanza chiaro che anche la stessa Anna non sia figlia di Pietro Orlandi, nonno di Emanuela, ma figlia di papa Pio XII. Lo avrebbe capito, ha detto, confrontando le fotografie e grazie ai suoi studi di anatomia del volto. La “scomparsa” di Emanuela, ha detto la Hidalgo, sarebbe stata studiata a tavolino da Marcinkus che aveva bisogno di spostare l’attenzione mediatica dal Banco Ambrosiano, Ior, Calvi, Sindona, ecc., dirottandola su altre piste in grado di colpire l’opinione pubblica. E non è finita: Emanuela vivrebbe assieme al fratello Pietro e ai suoi figli, fingendo di essere sua moglie, mentre Patrizia Marianucci, vera moglie di Pietro, vivrebbe lontano, in una casa in campagna. Lo avrebbe scoperto prelevando materiale biologico di vari esponenti della famiglia Orlandi, tesi che sarebbe confermata da una perizia del Dna di nove anni fa del noto criminologo Francesco Bruno, la quale conclude: «In sintesi si può dire che la donna che convive con Pietro Orlandi da almeno 10 anni non presenti molti elementi in comune con Patrizia Marinucci, ma che al contrario presenta numerose somiglianze con la sorella di Pietro, la scomparsa Emanuela». Il Dna della donna, che secondo la Hidalgo sarebbe Emanuela Orlandi, parrebbe compatibile con quello di Anna Orlandi. Un’altra prova sarebbe che Emanuela verrebbe soprannominata “Mandi” da Pietro e dai figli, scoperto grazie ad una cimice che la Hidalgo ha posizionato in casa di Pietro Orlandi.

Una tesi quasi identica è stata pubblicata successivamente nel libro “La Figlia del Papa” del portoghese Luis Miguele Rocha, secondo il quale la Orlandi sarebbe però figlia di Giovanni Paolo II (e non di Marcinkus), sostenendo anche di averla incontrata personalmente. Pietro Orlandi ha querelato, senza successo, la Hidalgo chiedendo anche il ritiro del libro. Nell’archiviazione del caso Orlandi del 2015, la Procura ha affermato di aver acquisito le immagini fornite dalla Hidalgo e fotografie meno recenti della Marinucci al fine di compararle con quelle di Emanuela Orlandi, e di aver respinto la tesi poiché «la comparazione ne escludeva l’identità».

 

I PUNTI FORTI DELLA TESI DI ROBERTA HIDALGO

1) Perizia. La perizia sul Dna del criminologo Bruno è un dato oggettivo di cui dover tener conto, la quale andrebbe però replicata da altri professionisti. Meglio ancora se non si siano mai occupati del caso Orlandi (come invece ha fatto il dott. Bruno) e se non siano stati consulenti del Sisde (come invece è stato il dott. Bruno), servizi segreti italiani il cui ruolo in questa vicenda è ancora da chiarire.

 

2) Mancata replica. E’ comprensibile che gli Orlandi non abbiano voluto replicare alla Hidalgo poiché è una tesi chiaramente scandalistica che li coinvolge nel loro intimo e alla quale non vogliono dare pubblicità gratuita. Hanno denunciato la fotografa, tuttavia una mancata replica sopratutto alla perizia potrebbe essere usata come segno di imbarazzo. Chiarire ogni minimo dubbio è sempre un bene, sopratutto in questa vicenda, anche perché perplessità sulla zia Anna -indipendentemente dalla loro fondatezza- vengono avanzate anche nella cosiddetta “pista della sparizione strumentalizzata” da parte di Pino Nicotri e dall’avv. Egidio, ex legale degli Orlandi.

 

I PUNTI DEBOLI DELLA TESI DI ROBERTA HIDALGO

1) Assurdità. Affermazioni sconvolgenti necessitano di prove sconvolgenti, mentre qui c’è soltanto una complessa e assurda tesi da cui si dipana un infinito corollario di altrettante apocalittiche conseguenze, il tutto basato su qualche fotografia, qualche somiglianza (la moglie di Pietro assomiglia davvero a Emanuela), un soprannome e una perizia di un criminologo (che la Procura nemmeno ha voluto considerare dato che non ne parla). Sostenere che Emanuela sia figlia della zia (e di un famoso arcivescovo), la quale sarebbe figlia di un Papa, che Pietro Orlandi passi la vita con sua sorella, fingendo che sia sua moglie e non vedendo la sua vera compagna se non per poche ore al mese, oltretutto facendo crescere i suoi figli lontani dalla vera madre. Senza che, peraltro, nessuno se ne sia mai accorto di nulla. Una donna -Emanuela- che, infine, girerebbe tranquillamente per piazza San Pietro nonostante sia ricercata da trent’anni, implicando che la famiglia Orlandi stia mentendo da decenni agli inquirenti e a tutto il mondo…siamo ben al di là di ipotesi accertabili.

 

2) Fotografie. Oltre al fatto che la Procura ha respinto le prove fotografiche prodotte dalla Hidalgo, la stessa fotografa ha ammesso che la presunta Emanuela da lei fotografata è, si casualmente molto simile a Emanuela, ma i lobi delle orecchie sono completamente diversi. Giustificando però la differenza con il fatto che «se li può essere tagliati!». Una risposta tanto incredibile da essere al livello della tesi sostenuta. In realtà sono proprio le fotografie (si trovano pubbliche su Facebook) di Patrizia Marinucci, moglie di Pietro Orlandi, vicina ai (suoi) figli a smentire questa ipotesi: è evidente somiglianza (anche dei lobi delle orecchie!).

 

Conclusioni. La tesi è stata qui presentata solamente perché anche la Procura della Repubblica ha scelto di dedicarvi del tempo, ma si tratta di uno scenario apocalittico basato su deboli argomenti. L’obiettivo era il successo editoriale, tanto che l’identico tentativo stato subito imitato dallo scrittore portoghese Luis Miguele Rocha con il suo libro “La figlia del Papa”. Una tesi, quella della Hidalgo, da scartare senza ombra di dubbio.

 
 

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6. LA TESI DI MARCO FASSONI ACCETTI

Marco Fassoni Accetti è un fotografo e autore cinematografico, nato a Tripoli il 7 novembre 1955, comparso pubblicamente nel caso Orlandi il 27 marzo 2013 recandosi in Procura per riaprire un caso giudiziario che lo ha riguardato nel passato, l’omicidio di José Garramon, sostenendo di aver patito all’epoca accuse ingiuste «e la conseguente assoluzione non mi aveva affatto acquietato e volevo chiudere moralmente quel caso, che all’epoca non potevo delucidare pienamente in quanto avrei dovuto motivare la mia presenza in quell’area». Indagando nuovamente sul caso Garramon, e identificando gli autori del messaggio a firma “Phoenix”, (arrivato alla redazione del TG2 il 19/09/83), nel quale si minacciavano i telefonisti “Mario” e “Pierluigi” (“vogliamo ricordare loro che nella pineta c’è tanto spazio per la vegetazione”), secondo lui, si potrebbe giungere a far luce anche sulla sparizione di Emanuela e Mirella. Due allontanamenti volontari, ha rivelato, anche se le ragazze furono da lui (e dal suo gruppo) indotte a farlo tramite l’inganno, il tutto all’interno di un grande scontro tra due fazioni che tentavano di influire in modo occulto sulla politica estera ed economica del Vaticano. Si è anche autoaccusato di essere stato il telefonista principale, l'”Amerikano”. L’elezione di un Papa non curiale, Papa Francesco, lo ha indotto a presentarsi dopo trent’anni poiché avrebbe fatto venir meno certe coesioni interne alla Curia romana, aiutando a far venire allo scoperto i responsabili delle sparizioni: «Eravamo pochi laici che aiutavano pochi ecclesiastici», ha scritto, invitandoli «a presentarsi e contribuire con la testimonianza, coscienti che non si trattò di fatti ferali». Oltre a loro, l’appello è rivolto ad alcune donne che parteciparono come suoi complici perché si presentino a confermare le sue dichiarazioni.

Per dare forza al suo appello, il 3 aprile 2013 ha fatto anche ritrovare alla trasmissione “Chi l’ha visto?” il flauto che sarebbe appartenuto a Emanuela Orlandi, posizionato sotto una formella della Via Crucis all’interno di un capannone dell’ex studio cinematografico De Laurentis (dove avrebbe dormito la ragazza la notte del 21/12/83, quando lui fu arrestato dopo aver accidentalmente investito il piccolo José). Marco Fassoni Accetti (d’ora in poi MFA) ha sostenuto in Procura che quel flauto fu nascosto nell’ipogeo della chiesa di Santa Francesca Romana dopo la telefonata dell'”Amerikano” del 4/09/83 in cui diceva: “Mi hanno detto di riferirvi che nelle vicinanze della basilica di Santa Francesca Romana il pontefice celebra la Via crucis. La scelta della basilica è inerente il giorno della scadenza del 20 luglio”. I carabinieri non lo trovarono e lo strumento rimase lì fino al 1987 fino a quando una donna glielo consegnò e venne da lui custodito nel luogo dove lo ha fatto ritrovare. Dai rilievi scientifici sul flauto non si è tuttavia riusciti a stabilire una corrispondenza certa con quello usato da Emanuela Orlandi (seppur la famiglia lo abbia vagamente riconosciuto).

 

Lettere di minaccia. La comparsa di MFA è stata anticipata (o preparata) dal ritrovamento il 21 dicembre 2012 di un teschio umano, sul colonnato di San Pietro, contenuto in una busta con scritto in inglese “non toccare”. Il 25 marzo 2013, due giorni prima dell’uscita allo scoperto di MFA, due missive sono arrivate a Raffaella Monzi e a Antonietta Gregori, sorella di Mirella, in esse alcune parole in rima: Non cantino le due belle more per non apparire come la baronessa e come il ventuno di gennaio martirio di S. Agnese con biondi capelli nella vigna del Signore”. Compaiono due numeri: “193” e “103” e una foto del giuramento di una guardia svizzera sopra una didascalia in tedesco la cui traduzione è: “Durante il giuramento ogni recluta si posiziona davanti alla bandiera della Guardia e promette di servire fedelmente, lealmente e onorevolmente il Pontefice e i suoi legittimi successori”. Accanto alla foto c’è scritto a penna ”4 – FIUME” (nella lettera arrivata alla Gregori invece c’è “V – FIUME”). Vi sono anche scritte a mano: “SILENTIUM” e “V. FRATTINA 103”, sul retro “MUSICO 26/OTT/1808 – 5/3/1913 – 2013”: si tratta del musicista Hugues, morto il 5/3/1913 (ma nato il 27/10/1836 e non il 26/10/1808!). Quando Emanuela sparì aveva nello zaino proprio gli spartiti di Hugues, fatti ritrovare dall'”Amerikano” in fotocopia il 4/09/83. Nella bustina ci sono anche dei capelli, un fiore colorato di merletto, frammenti di terriccio e un brandello di tessuto scuro, due negativi fotografici: l’attentato al Papa e un teschio umano con la scritta “Eleonora De Bernardi, Morta in Campagna, Lì 23 agosto 1854”. Il teschio si trova nella cripta in Santa Maria dell’Orazione e Morte, in via Giulia. Solo nella lettera giunta alla sorella di Mirella compare un riferimento al marito Filippo Mercurio: “Mercurio vola in sella del suo ciclomotore dal caffè alla via Nomentana all’altro caffè”. I riferimenti alla baronessa e al 21 gennaio indicherebbero la scomparsa di Jeanette de Rothschild, ex moglie del finanziere miliardario (trovata morta nelle Marche nel gennaio ’82), e l’omicidio di un’altra ragazza, Catherine Skerl (trovata morta a Grottaferrata il 21 gennaio ’84). Per la Procura l’autore delle due lettere sarebbe lo stesso che ha fatto trovare il teschio a San Pietro, tuttavia non è stata trovata alcuna impronta utile.

 

La comparsa di MFA è certamente legata alle due lettere: mai erano state spedite in tutti questi anni e compaiono proprio due giorni prima dell’uomo che si auto-accusa di essere il regista della sparizione di Mirella e di Emanuela. MFA ha negato di essere l’autore di queste missive, sospettando: «si tratti di un tentativo della parte avversa di inquinare la situazione». Qualcuno dunque sapeva che sarebbe uscito allo scoperto? E’ dunque ancora in contatto con membri della sua fazione o con quella avversa? Oppure sta mentendo e voleva semplicemente prepararsi il terreno per autenticare quello che avrebbe rivelato? Lui stesso ha scritto che avrebbe voluto comparire anche 10 anni fa, alla morte di Giovanni Paolo II, se non fosse stato eletto un pontefice curiale: «della mia intenzione resi partecipi in quel mese di Aprile del 2005, alcuni sodali con cui condivisi le responsabilità per i suddetti fatti degli anni 80. Seppi che alcuni di costoro, temevano io potessi fare i nomi dei responsabili dell’omicidio di Catherine Skerl». Sottolineiamo anche nel suo racconto MFA dirà di aver incontrato Emanuela ventiquattr’ore prima della sua sparizione «nel giardinetto limitrofo alla sua scuola del convitto, ed una seconda volta nell’ipogeo della chiesa di Sant’Agnese in Agone». Quest’ultima chiesa è dedicata appunto a Sant’Agnese, citata nelle due lettere.

Ritenendolo una persona davvero informata dei fatti, vogliamo dargli spazio e sintetizziamo quello che MFA ha raccontato in Procura (oltre alla comparsa volontaria del 27/03/13, MFA è stato ascoltato 11 volte: 5,6,18 e 24 aprile 2013, iscritto nel registro notizie di reato il 6/5/13 e ascoltato come indagato il 15/05/13, il 18 e 28/06/13, l’1, il 24 e il 25/7/13) e le verifiche che la Procura ha fatto, integrandolo con il suo Memoriale e ciò che ha pubblicato sul suo blog personale.

 

ANTEFATTO

Fazioni contrapposte. MFA ha frequentato le scuole medie presso l’istituto Giuseppe De Merode nel 1967, il cui direttore spirituale era don Pierluigi Celata, dopo poco diventato diplomatico in Vaticano, attraverso il quale dice di aver conosciuto ecclesiastici della Curia romana di origine lituana e francese, tra i quali mons. Audrys Juozas Backis. E’ stato arrestato nel 1972 in seguito ad un assalto fascista ai danni del liceo Tasso, accusato di incendio doloso, danneggiamento aggravato e resistenza a pubblico ufficiale. Venne arrestato nel 1979 per un presunto pestaggio nei confronti di “Cavallo pazzo” (ovvero Mario Appignani) in piazza Navona, i magistrati tuttavia conclusero appurando che il “fatto non sussiste” assolvendo MFA (e gli altri due), condannando Appignani per calunnia e simulazione di reato (MFA ha sostenuto che il trambusto provocato con Appignani era comunque legato all’attività che conduceva nella sua fazione, anche se poi l’esito, l’arresto, andò oltre alle sue aspettative). Nel 1982 venne arrestato per possesso di arma da fuoco.

Nel 1976 uno dei sacerdoti conosciuto, scrive, gli avrebbe proposto di filmare (e poi eventualmente ricattare) altri sacerdoti mentre riferivano notizie del Consiglio per gli Affari Pubblici della Chiesa a «certi circoli d’interesse “occidentale”». Sarebbe entrato dunque in una lotta tra due fazioni contrapposte sulle politiche della Segreteria di Stato in materia economica e di politica estera (blocco sovietico e Solidarnosc), militando nella fazione filo-comunista contraria alla dura politica del Papa nei confronti dei poteri sovietici. Scrive: «I nostri intenti erano di smascherare e neutralizzare le realtà diplomatiche e politiche della Città Stato del Vaticano che volessero danneggiare la cultura dialogica diplomatica con le nazioni del Patto di Varsavia, ed estensivamente ogni operazione di propaganda a nocumento delle suddette nazioni». Nel 1979 «si forma una sorta di ganglio interno che cerca di ispirare le scelte della Segreteria diretta da monsignor Silvestrini. Questo nucleo si avvale di pochi elementi, generalmente lituani e francesi […] e si avvantaggia dell’ausilio di alcuni laici nella Giunta guidata dal Marchese Sacchetti nel Governatorato». Tuttavia, ha precisato, «le azioni della mia parte erano tese a favorire la linea politica dei suddetti ecclesiastici, senza che questi ne fossero assolutamente a conoscenza». Nel memoriale ha scritto: «La verità va cercata all’interno del Consiglio per gli Affari pubblici, che era diviso in opposte fazioni, una delle quali, quella dei francesi, pensò di servirsi di noi come braccio operativo» ( Il Ganglio, Fandango Libri 2014). E in un’altra occasione, parlando dei finti sequestri e delle morti che accaddero: «Ma non si pensi che degli ecclesiastici possano compiere tali misfatti. Erano solo alcuni e pochi laici a loro contigui ad adoperasi in tal senso, per interessi finanziari od altro. E quasi sempre gli ecclesiastici in oggetto erano assolutamente estranei ed inconsapevoli di quanto accadeva in pro o contro di loro». Il finanziatore di questa attività (macchine fotografiche, microspie ecc.), ha dichiarato, «era la massoneria inglese, quella importante, la Grande Loggia di Londra, che aveva interesse che nella Curia si rafforzasse la componente progressista, per contrastare le componenti più retrive e conservatrici» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014)

Baronessa de Rothschild. Tra gli obiettivi della fazione di MFA c’era quello di allontanare mons. Marcinkus (capo dello Ior da cui partivano i finanziamenti) tramite false testimonianze di molestie sessuali, usando ad esempio la baronessa Rothschild, ma che non fu mai contattata e morì improvvisamente per motivi estranei ai fatti. «Alcuni membri della parte a noi avversa», ha scritto MFA, «credettero di ravvisare in noi i responsabili di tale scomparsa, per cui nel 1983, dopo la scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, suggerirono alle famiglie delle ragazze la nomina legale dell’avvocato Gennaro Egidio, già legale della famiglia Rothschild in ordine alla scomparsa della baronessa». La sparizione di Jeannette May, ex baronessa de Rothschild (e della sua amica, Gabriella Guerin), avvenne il 29 novembre 1980, il 27 gennaio 1982 vennero ritrovati i loro scheletri calcificati tra i monti del Maceratese. Il giorno prima della scomparsa, a Roma venne svaligiata la casa d’aste Christie’s a cui arrivò un telegramma in cui si indica dove ritrovare la refurtiva appena svaligiata: via Tito Livio 76 (abitazione di Pippo Calò). Nel libro Il Ganglio di F. Peronaci, che cita un articolo dell’Ansa risalente al 27/01/82 intitolato “Caso Rothschild, la vicenda”, si riferisce che quest’ultimo telegramma diceva: “Se volete ritrovare la refurtiva recatevi in via Tito Livio 130, interno 3”. 3 o 76, quindi? Qualche giorno dopo, un altro telegramma spedito da Roma -con la stessa firma e dallo stesso ufficio postale- giunse all’hotel di Sarnano in cui la baronessa -già scomparsa- si trovava per seguire i lavori di ristrutturazione del suo casolare, indirizzato a “Jeanine May”. Il testo, riportato da Philip Willan nel suo L’Italia dei poteri occulti, recitava: “Ti aspettiamo giovedì in via Tito Livio 130, appartamento 130. Roland”.

Sempre nel libro Il Ganglio, citando l’articolo dell’Ansa del 1982, si legge che un terzo telegramma arrivò anche ai familiari di Valerio Ciocchetti, rapito il 3/12/1980 e trovato morto il 27/02/1981 (c’è chi scrive il 02/03/1981), ucciso da colpi di pistola e gettato in fondo al Tevere (la morte risale ad un mese prima del ritrovamento). Il telegramma era firmato con il nome Cespedes, prometteva notizie sul sequestrato a chi si fosse recato all’indirizzo di via Tito Livio, nell’appartamento 3C di un residence (dove si trovarono un gruppo di sudamericani e portoghesi) (Il Ganglio, Fandango Libri 2014). MFA afferma nel suo Memoriale: «Uno dei miei sodali mi raccontò di aver spedito dei telegrammi riportanti dei codici, che già contemplavano la possibilità di scegliere una o due ragazze nella palazzina abitata dagli Orlandi; si citava il luogo 3, così indicando la palazzina degli Orlandi, ma non ricordo il motivo, e inoltre, si citava l’anagramma: Roland». E ancora: «Il colpo da Christie’s fu una iniziativa a noi non estranea, certo. La baronessa a Londra aveva intensi rapporti con collezionisti. Le opere d’arte dopo essere state fotografate, venivano poste in casa di qualche prelato, in modo che, se fossero state ritrovate, avrebbe creato scandalo l’ipotesi della ricettazione compiuta da uomini di Chiesa. Ricordo che nell’abitazione di un diplomatico del Consiglio per gli Affari pubblici, una casa museo al secondo o terzo piano del Palazzo dell’Arciprete, di tele rubate ne collocammo parecchie» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014)

Attentato a Giovanni Paolo II. La fazione di MFA, una volta scoperto il finanziamento vaticano a Solidarnosc, avrebbe diffuso in Vaticano numerose notizie di un possibile attentato al Papa, vittime di ricatti e dossieraggi sarebbero stati cardinali anticomunisti (card. Caprio) e monsignori (mons. Hnilica). Quest’ultimo, in particolare, a causa del suo acceso anticomunismo e dell’amicizia personale con Papa Wojtyla, «era in cima alla nostra lista», di persone da sottoporre a pressioni, ricatti. «era la nostra bestia nera» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014)

Nell’estate 1980 la sua fazione venne a conoscenza della preparazione di un attentato al Papa, da parte di idealisti turchi di estrema destra (i Lupi Grigi), grazie ad agganci con ambienti del servizio diplomatico della Turchia, ad Ankara, paese in cui fu nunzio mons. Backis a loro molto vicino. L’informazione partì da un sindacato di polizia con orientamento a sinistra, il Pol-Der. «Una nostra persona contattò detti idealisti qualificandosi come appartenente a un gruppo cultista sudamericano, in polemica con il pontefice per la troppo flebile opposizione ai paesi del Patto di Varsavia. Non ricordo il nome, ma era una specie di setta con radici a destra. Proprietà, Tradizione e Famiglia, qualcosa del genere. Fingemmo di esserne seguaci e ci facemmo avanti, dando la nostra disponibilità. Loro mettevano gli uomini, noi avremmo fornito. Insistemmo nel dire ai turchi che il Papa andava colpito in quanto poco anticomunista. Loro accettarono il contatto, fidandosi, e di certo non hanno mai saputo chi fossimo». Legami tra cattolici ultraconservatori di destra e l’integralismo islamico sono stati rilevati dal giudice Carlo Parlermo davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta Mitrokhin il 6/07/05, quando ricordò un rapporto di polizia del marzo-aprile 1983 che stabiliva connessioni tra l’attentato al Papa del 1981 e quello che subì l’anno successivo, quando il prete ultraconservatore spagnolo Juan Fernandez Krohn tentò di accoltellarlo in occasione della visita di Giovanni Paolo II al santuario di Fatima, nel giorno del primo anniversario dell’attentato subito. Krohn militava proprio in “Tradizione, famiglia e proprietà”, gruppo che non riconsoceva alcun papa dopo Pio X (Il Ganglio, Fandango Libri 2014). Il legame tra fondamentalisti cattolici e islamici c’è, effettivamente, anche se è possibile che MFA ne sia venuto a conoscenza successivamente, inserendo il tutto nel grande filone del caso Orlandi.

Arrivato Agca a Roma, MFA ha affermato di aver prenotato direttamente lui l’albergo Archimede in via dei Mille e l’albergo Ymca di piazza Indipendenza, «su richiesta dei miei referenti». All’Archimede, hanno verificato i giudici, Agca alloggiò nel novembre 1980, mentre all’Ymca il 10 maggio 1981. «I nostri contatti-tramite con il signor Agca furono condotti da due persone della Congregazione De Propaganda Fide, costoro conducevano lineamenti fisici orientali, per confondere il signor Agca. Si incontravano con lui presso un appartamento in via Belsiana, nelle pertinenze di una persona conosciuta presso il collegio San Giuseppe De Merode. I due religiosi erano asiatici, uno aveva prestato servizio diplomatico in Brasile. Lo incontrò tre volte, a Roma, Perugia e a Milano». Fu questo religioso asiatico a spacciarsi per membro della setta sudamericana Tradizione, famiglia e proprietà: «Fu bravissimo, parlava bene il portoghese. A me sembrava un azzardo, ma Agca ci credette». MFA afferma di aver prenotato lui anche l’ultimo albergo in cui soggiornò Agca prima dell’attentato, Isa di via Cicerone. Effettivamente il titolare dell’albergo, Maurizio Paganelli, disse nell’estate 1981 che a prenotare la camera il giorno prima fu una persona che parlava in italiano corretto, mentre la Corte d’Assise del secondo processo escluse che a fare quella telefonata fu il bulgaro Kolev, come invece ritenne il giudice Ilario Martella. Dice MFA: «venne deciso che fossi io a prenotare la stanza per il signor Agca per dare una certa impronta al cosiddetto attentato, far capire che l’azione nasceva da ambienti italiani, e per esteso vaticani. Come può il giudice Martella aver avuto l’ardire di sostenere che fu il bulgaro a telefonare? Se il Kgb e i bulgari avessero voluto far credere che all’origine dell’attentato vi fossero stati solo gli idealisti turchi, non avrebbero fatto parlare il telefonista in italiano, ma in inglese. Io sono qui, non fuggo. Se si vuole disporre un confronto con il titolare della pensione Isa sanno dove trovarmi» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014).

La fazione di MFA avrebbe comunque cercato di indurre i turchi a semplici minacce o a spari in aria. MFA rivela di aver gestito la presenza di Agca a Roma (seppur senza mai conoscerlo personalmente, ha precisato), introducendolo anche in alcune udienze prima dell’attentato, in veste di studente universitario. Il giudice Rosario Priore accreditò questa ipotesi ed effettivamente il 10/05/81, tre giorni prima dell’attentato, un giovane mediorientale dai tratti somiglianti a quelli di Agca comparì in una foto dell’evento a pochi passi dal Pontefice, dunque in un’area riservata a una cerchia ristretta di personalità (Il Ganglio, Fandango Libri 2014). Spiega Accetti: «Qualcuno si è mai chiesto perché, nei mesi precedenti, è venuto in Italia? Nessuno, sul serio. Eppure è strano. Se uno deve compiere un’azione criminale eclatante, arriva cinque giorni prima, trova la logistica pronta, fa qualche sopralluogo, spara e torna indietro. Invece il signor Agca era stato in Italia più volte. Doveva essere presentato come uno studente indiano dell’università di Perugia, e poi fotografato assieme a prelati, tra i quali alcuni membri della Congregazione per la dottrina della fede, che non sapevano chi fosse il giovanotto, certo, ma se le foto fossero arrivate a un giornale, dopo l’attentato, sarebbe stato comunque un problema serio, imbarazzante» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014).

Tuttavia gli idealisti turchi non accettarono i patti e Agca sparò al Papa: «abbiamo sempre pensato a due ipotesi: la prima che vede gli idealisti venir meno autonomamente al patto. La seconda, che possa esserci stato il suggerimento da parte di interessi terzi», ha commentato MFA.

Progetto del sequestro di cittadini italiani e vaticani. Dal 1981 in poi, rivela ancora MFA, si volle evitare la collaborazione tra Alì Agca e gli inquirenti decidendo di rassicurare l’attentatore facendogli credere che si stava organizzando un sequestro di cittadini vaticani da contraccambiare con la sua scarcerazione. Si pedinarono le figlie di Gugel (aiutante Papa) e Cibin (sicurezza Papa): «A seguire la prima fu un membro dei Focolari Idealisti, mentre per la seconda se ne occupò un membro della Staatssicherheit. Questi pedinamenti dovevano necessariamente essere “notati” dalle due ragazze». Il nome dell’idealista turco, afferma MFA, «è negli atti del processo per l’attentato. Non intendo fare chiamate di correità, ma gli organi inquirenti, volendo, arriverebbero a lui facilmente» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014). Nel 1982, inoltre, seppero che il SISDE -servizi segreti italiani- promise ad Agca la grazia presidenziale e il perdono del Pontefice entro due anni, in cambio della collaborazione. Si riferisce a quanto avvenne il 29/12/81 nel colloquio tra Agca e i funzionari Luigi Bonagura e Alessandro Petruccelli (Sismi): il giudice Rosario Priore, apprenderà che in quell’occasione “i servizi segreti promisero ad Agca la revisione del processo e la grazia presidenziale, sottolineando che sarebbero intervenuti in tal senso anche presso le autorità vaticane, e una detenzione meno dura presso altro carcere”. Due anni dopo il 1981 si arriva al 1983, «avremmo fatto credere», spiega MFA nel memoriale, «che il sequestro poteva essere stato concepito dai Servizi italiani, che in questo modo corrispondevano ad Agca per le sue “confessioni”» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014).

Nel febbraio 1982, scrive MFA nell’allegato al Memoriale intitolato “Mio arresto 1982”, avuta la notizia che Agca intende collaborare con i giudici incolpando la delegazione bulgara, «cercammo di fargli credere, fittiziamente, che un servizio dell’Unione sovietica stesse mandando un neofascista a compiere un omicidio nei suoi confronti. Agca sapeva essere prassi d’oltrecortina usare elementi di destra». Si decise che proprio MFA avrebbe dovuto farsi arrestare per una breve detenzione «usando un’arma del padre di mia moglie, la quale me l’avrebbe consegnata senza conoscerne l’uso. Quindi il semplice reato era porto abusivo». Il 1 marzo 1982 scende in piazza Sant’Emerenziana e «mi posizionai nel giardinetto prospiciente, cercando di far notare al vigilante privato, posizionato innanzi ad una banca, che recavo con me, sotto al giubbotto, una rivoltella», di tipo P38. Venne avvisata la polizia e MFA, arrestato a Rebibbia, «nell’interrogatoio di rito simulai un trascorso nell’ambiente del neofascismo, citando fatti inesistenti e inserendo, all’interno degli essi, luoghi ecclesiastici a mo’ di codice». MFA finisce in carcere a Rebibbia, mentre Agca è nelle Marche: «la minaccia non doveva essere fisica, non potevamo pensare che ci avrebbero messo in cella con lui. L’importante era creare una suggestione, far girare l’allarme su un emissario del Kgb entrato nelle carceri e incaricato di ucciderlo. Sarebbe bastato per spaventarlo. Al sig. Agca fu fatta leggere una copia del verbale». Dopo tre settimane Accetti viene scarcerato e il 29 aprile 1982, un mese dopo, Agca inizia a collaborare con la giustizia italiana, indica nei Focolari idealisti i mandanti dell’attentato, mentre l’8 novembre 1982 chiamerà in correità i bulgari Antonov, Vassilev e Ayvazov (Il Ganglio, Fandango Libri 2014).

Oltre a questo, dopo la morte di Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, nell’estate 1982 la fazione di MFA avrebbe iniziato a collaborare con Enrico De Pedis per interessi comuni, ovvero “defenestrare” mon. Marcinkus (e il Dott. Macioce, poiché influente su di lui): loro, oltre a condizionare Agca perché ritrattasse le accuse ai bulgari, volevano interrompere il finanziamento a Solidarnosc mentre «l’interesse del signor De Pedis sarebbe stato quello di recuperare quanto prestato al Calvi, ma a questa operazione si sarebbe opposto monsignor Marcinkus». Qui e qui MFA approfondisce lo scopo del suo operato in questo contesto.

Dunque MFA unisce così sia la “pista internazionale” che quella locale della Banda della Magliana. In questo contesto, scrive, è maturato l’interesse verso Mirella Gregori ed Emanuela Orlandi. Far circolare voci di sequestri di cittadine italiane e vaticane serviva per tranquillizzare Agca, un deterrente per una eventuale collaborazione con i magistrati. Tuttavia nel maggio 1982 il terrorista turco iniziò ad accusare i bulgari come complici dell’attentato al Papa, così la fazione di MFA avrebbe deciso di passare all’azione tramite un finto sequestro, convincendo tramite l’inganno le ragazze ad allontanarsi di casa e si decise di prelelevare anche una cittadina italiana. Infatti, «prima del dicembre 1981 i pedinamenti furono effettuati solo nei confronti di cittadine vaticane», ha scritto. «Emanuela serviva a fra credere ad Agca che il Vaticano sotto ricatto non si sarebbe opposto alla sua liberazione, e la Gregori a spingere il presidente della Repubblica, allora era Pertini, a concedergli la grazia. Ma a noi delle sorti del detenuto non importava nulla, noi volevamo solo che credesse a queste promesse e scagionasse i bulgari, era una questione politica» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014) . «Facemmo il finto sequestro», precisa MFA, «esattamente dopo due anni» dalla promessa del SISDE ad Agca di ottenere in due anni il perdono del Papa e la grazia presidenziale in cambio della sua collaborazione, «per far credere agli inquirenti che potessero essere stati proprio i servizi ad eseguirlo in quanto volevano a loro volta far credere ad Agca che questo sequestro era stato effettuato per sollecitare la grazia nei suoi confronti per corrisponderlo della sua collaborazione già in atto. Perdono del Papa significa cittadina vaticana: la Orlandi – La grazia presidenziale significa una cittadina italiana: la Gregori. Nel senso che il Pontefice, preoccupato per la sorte di una cittadina vaticana avrebbe dovuto chiedere riservatamente, e non ufficialmente, al Presidente della Repubblica Italiana di concedere la grazia al detenuto Agca (del resto si era trattato di un solo ferimento ed il detenuto stava collaborando con le autorità). Ed il Presidente della Repubblica Italiana, tra l’altro preoccupato della sorte della cittadina italiana Gregori, avrebbe potuto assecondare la richiesta del Pontefice. Tutto ciò chiaramente poteva verificarsi esclusivamente in modo riservato, e mai se fosse stato a conoscenza pubblica. Ma in verità era assolutamente virtuale. Noi volevamo semplicemente far credere ad Agca che ciò fosse possibile in modo da ottenere la sua ritrattazione sulle calunnie ai membri bulgari, e al tempo stesso far credere agli inquirenti ed all’opinione pubblica che i responsabili potevano anche essere i Servizi, che avevano prodotto quella iniziale promessa ad Agca nel 1981. Ma eravamo consapevoli del fatto che tutto ciò non si sarebbe mai verificato. A noi era sufficiente la sua ritrattazione». Inoltre, ha aggiunto, «attraverso due quindicenni, avremmo evocato scenari di pedofilia, non concreti e reali, ma tali da spaventare certi nostri avversari, non estranei a vicende del genere» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014)

Tuttavia, ha scritto, «l’evento è degenerato ed io me ne sono assunto ogni responsabilità presentandomi in procura». Ovvero: le due ragazze sono sparite davvero, al di là delle sue/loro intenzioni.

 

FINTO SEQUESTRO DI MIRELLA GREGORI

Mirella fu scelta, afferma MFA, «dopo lunghe ricerche, per l’età, la stessa di Emanuela, utile a richiamare suggestioni di pedofilia; per le caratteristiche fisiche, anche queste non lontane da quelle della Orlandi; per una certa vivacità caratteriale; e per la sua riconducibilità ad ambienti della gendarmeria» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014). Oltre alla vicinanza con la casa del sovrastante vaticano Bonarelli e la vicinanza della linea d’autobus che all’epoca conduceva dalla Nomentana alla piazza della Stazione di San Pietro (vicina alla Orlandi), scrive MFA, «scegliemmo Mirella Gregori per l’aspetto finanziario del padre e la temperatura caratteriale della stessa. Inoltre, oltre a voler fare pressoni al capo dello Stato per la grazia ad Agca, la sparizione di Mirella servì per mettere sotto pressione alcune persone dell’ex gendarmeria per far credere che questi avessero un rapporto di connivenza con il dottor Gugel». La pressione era di poter rivelare il nome della persona dell’ex-gendarmeria (Bonarelli), «uno scandalo che noi ci riservavamo di creare, (ma non lo avremmo mai messo in atto, era solo una spada di Damocle sospesa) […]. Volevamo essere a conoscenza dell’identità degli ecclesiastici venuti dalla Polonia per le udienze e volevamo, al tempo stesso, inserire alcuni nostri ecclesiastici polacchi nelle stesse udienze». Coincidenza vuole che qualche giorno prima della sparizione, Mirella venne fotografata accanto a Giovanni Paolo II al quale aveva fatto visita con la sua scuola, immagine che rimase affissa per qualche giorno nella bacheca dell’ufficio stampa dell’Osservatore Romano, dentro il Vaticano.

Il 6 maggio 1983, giorno prima della sparizione, Mirella partecipa all’inaugurazione del bar del padre, appena ristrutturato. Durante il rinfresco si intrufolano due sconosciuti, che scattano fotografie e suscitano apprensione nella madre. Sono gli stessi personaggi identificati nell’identikit e accusati tempo dopo all’interno del filone della Banda della Magliana, “Ciletto” e “Giggetto”, gli stessi che secondo gli investigatori pedineranno Emanuela nei giorni antecedenti alla sparizione. La loro truce apparizione, spiega MFA, serviva a confermare a «Mirella che il padre è realmente in pericolo per i debiti contratti, inoltre per produrre testimonianza presso gli astanti, che confermerebbe, nel caso la ragazza in futuro dovesse raccontare su monsignor Marcinkus, come gli stessi figuri apparsi siano proprio uomini vicini all’imprenditore, il quale agirebbe in appoggio a monsignor Marcinkus. Infine come trait de union con il futuro evento della Orlandi, in quanto sono gli stessi uomini che l’hanno “pedinata”». Durante l’inaugurazione Mirella discute animatamente con il fidanzato, litigio che verrà ricordato dall’Amerikano nella sua telefonata all’avv. Egidio. La litigata sarebbe servita per giustificare una scappatella d’amore con un altro ragazzo. «Noi avevamo già presentato un bel ragazzo», svizzero, « alla Mirella tempo prima. Costei si era innamorata al punto che voleva lasciare il precedente ragazzo, ma noi glielo impedimmo perché ci serviva la litigata da verificarsi al bar come pretesto per il tutto. Questo ragazzo straniero, la incontra “casualmente” in via Nomentana, dicendole di averla vista nel paese di vacanza dell’estate prima, e le chiede di non raccontare a nessuno della sua presenza in quanto lui non è con i documenti in regola». Sia per il “prelevamento” di Mirella, che per quello della Orlandi, MFA dirà di aver avuto come complici «ragazzi e ragazze della Germania Occidentale, in tutto tre persone, ben retribuite. Devi considerare che questa era una prassi della Staatssichereit per ottenere, attraverso l’amore o il sesso, informazioni o quant’altro» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014).

Il coinvolgimento di De Pedis avvenne in seguito alla morte di Roberto Calvi, in quanto «venne meno la compattezza di quell’insieme di persone che a lui prestava i soldi. L’interesse del signor De Pedis sarebbe stato quello di recuperare quanto prestato al dottor Calvi, ma a questa si sarebbe opposto monsignor Marcinkus. Questo si fece presente all’imprenditore: che era necessaria la rimozione del Monsignore o la sconfitta della sua linea politica». La fazione di MFA gli fece credere che il sequestro di due ragazzine fosse una strada efficace per convincere i vertici dell’istituto a saldare (Il Ganglio, Fandango Libri 2014). Qualcuno vicino a De Pedis, in modo autonomo aiutò economicamente il padre e Mirella fu indotta a credere che la sua scomparsa avrebbe tolto suo padre dai guai. Un falso sacerdote della parrocchia San Giuseppe -assieme ad una ragazza tedesca (Ulrike) fingeva di essere dell’Azione Cattolica- disse a Mirella dei debiti del padre a certi malavitosi e, per fermare il ricatto, bisognava «aiutare un prelato vicino monsignor Marcinkus, che deve anche lui adoperarsi contro di loro in quanto gli stessi usurai pretendono la restituzione di denaro anche dalla sua persona». A Mirella si disse che il finto sequestro sarebbe stato organizzato da Marcinkus con l’aiuto degli uomini di De Pedis, per poter operare pressione sui malavitosi e che il padre sarebbe stato d’accordo. Allo stesso tempo si voleva esercitare pressioni su alcune persone dell’ex gendarmeria vaticana, dando l’impressione che il sovrastante Bonarelli -in connivenza con l’addetto di anticamera papale, Gugel- conoscesse la storia e avesse organizzato il “finto sequestro”, minacciando di far emergere la cosa.

A citofonare a casa Gregori il 7 maggio 1983 sarebbe stata Sonia De Vito mentre veniva ripresa filmicamente (con sonoro) da MFA («come accadrà, solo fotograficamente, con la compagna di scuola del Convitto della Orlandi alla fermata del bus alle 19»). Filmati e fotografie, spiega servivano «per avvalorare la presenza di testimoni e al tempo stesso per far sentire le ragazze come coinvolte, compromesse, vincolandole al silenzio». La Gregori si sarebbe recata con Sonia De Vito nel bar dei suoi genitori dove sarebbe cambiata gli abiti -concordati tempo prima e portati il giorno precedente alla De Vito- poiché erano conosciuti dalla madre che li avrebbe descritti agli inquirenti. I vecchi vestiti vennero consegnati alla ragazza dell’Azione Cattolica, in realtà una fiancheggiatrice tedesca della Stasi di nome Ulrike, per usarli in possibili ricatti. La Gregori avrebbe quindi incontrato sul piazzale Porta Pia alle 15:30 (anagramma 13-05, che abbinato alle ore 7 della sera in cui sparì la Orlandi avrebbe completato la data del 13-5-1917, apparizione di Fatima) De Pedis, autista di una una BMW verde (incontro fotografato da MFA) e, subito dopo, un’estremista turco. Avrebbe poi raggiunto il ragazzo svizzero in un appartamento in via di Santa Teresa restandoci, ha affermato MFA, «fino al gennaio 1984. Se imbocchi la stradina dal lato di corso Italia, l’edificio in cui abitò si trova sulla sinistra, l’appartamento l’avevamo avuto in affitto. Io andai a trovarla un paio di volte, con lei c’era sempre lo svizzero. Uscivano il meno possibile, lui si era lasciato prendere dalla storia, e lo si può capire, perché anche Mirella era bellina, molto, aveva un gran portamento» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014). Prese il nome di Rosy per richiamare Rossitza Antonov, moglie del bulgaro Antonov accusato da Agca come collaboratore per l’attentato al Papa. «Insieme con il ragazzo uscirono dall’Italia, a inizio 1984», ha affermato MFA (Il Ganglio, Fandango Libri 2014)

Occorre sottolienare che dopo l’arresto di MFA nel 1983, a seguito dell’omicidio Garramon, la polizia perquisì casa sua trovando diversi foglietti con nomi di ragazzi e ragazze e numeri di telefono, tra cui uno con scritto “Rosy” (il cognome è secretato), con numero di telefono, la via Santa Teresa d’Avila n°23, interno 13. Nel marzo 1984 gli investigatori trovarono nell’appartamento l’attore americano Robert Jorge Sommer, il quale negò qualunque conoscenza con “Rosy” e MFA (nel 1983 è uscita l’opera La Traviata di Franco Zeffirelli, dove Sommer ha partecipato come attore). La sorella di Mirella, Maria Antonietta Gregori, ha rivelato: «La nostra parrocchia era un’altra però mia sorella frequentava anche quella chiesa, per il cineforum. Ricordo che ci andava abbastanza spesso, si chiamava teatro Avila».

Mirella sarebbe stata fatta rientrare incontrare alla madre nel 1993 per evitare che quest’ultima riconoscesse Roaul Bonarelli, vicino di casa dei Gregori, come l’uomo visto assieme a Mirella e Sonia De Vito nel bar di quest’ultima, rischiando di indirizzare le indagini sulla gendarmeria vaticana. «Era la fine del 1993», ha affermato Accetti, «un pomeriggio, attorno alle 15,30. Io ero presente, ma in lontananza, non visto. Ci trovavamo nei pressi del galoppatoio di Villa Borghese. La ragazza era nel camper, parcheggiato a ridosso della recinzione. L’incontro durò circa tre quarti d’ora, serviva a tranquillizzare la signora Arzenton, per le dichiarazioni da lei fatte contro la gendarmeria. Si salutarono e Mirella fu riportata all’estero» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014) Scettica la sorella, Antonietta Gregori: «Non ci credo assolutamente. Sta dicendo che mia madre, riabbracciata mia sorella dopo dieci anni, tenne per sé il segreto? Continuò a fingere di cercarla, fino a morirne, di dolore e di malattia, mentre sapeva che era viva e dove si trovava? Impossibile. Mamma era sicura che fosse lui l’uomo visto con mia sorella. Lo ricordo bene, non aveva dubbi. La Procura impiegò otto anni a chiamarla per un confronto con questo signore, nel frattempo diventato misteriosamente cittadino vaticano, e quando la convocarono era ormai stanca e malata, morirà di lì a poco. Si confuse, forse si spaventò» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014). MFA ha replicato: «La sorella ha diritto di pensare ciò che vuole, ci mancherebbe. Sappia che dico la verità. E che la signora poteva aver un ottimo motivo per non raccontare: salvaguardare sua figlia». E questo può significare salvaguardare Mirella o anche la stessa Antonietta, la madre potrebbe essere stata costretta ad obbedire, altrimenti potevano far fuori Mirella o Antonietta.

Il racconto di MFA è assolutamente convincente quando riflette su chi potesse aver citofonato a Mirella il giorno in cui sparì. Mirella disse che era stato l’amico Alessandro De Luca ma lui negò ed infatti risulterà essere da tutt’altra parte (a casa di amici in viale Libia). Allora chi citofonò? Due ipotesi: o un rapitore che fingeva di essere Alessandro o Mirella mentì. Ma un rapitore davvero citofonerebbe a casa, con il rischio che a rispondere possa essere la madre, innescando dei sospetti e vanificando i piani? Ma anche se avesse risposto Mirella ci sarebbero stati rischi enormi: «perché mai un sequestratore avrebbe dovuto adottare una tecnica tanto contorta ed aleatoria», spiega MFA, «nel qual caso la ragazza non avesse riconosciuto la voce si sarebbe potuta insospettire ed allarmare, ed il primo tentativo del sequestratore vanificato ed in parte bruciato. Ma anche se la ragazza, imprevedibilmente, avesse riconosciuto la voce del compagno, avrebbe anche potuto declinare l’invito perché già impegnata o chiedergli di salire in casa. Ma se comunque si fosse recata nel piazzale di Porta Pia, luogo dell’appuntamento, non avrebbe trovato alcun Alessandro, ma degli adulti che comunque avrebbero dovuto giustificare l’assenza di Alessandro e infine sequestrarla. Per cui tanto conveniva non produrre alcuna citofonata ed attendere il momento in cui la ragazza si sarebbe recata in strada. Tra l’altro, per chi ne ha conoscenza, sia il luogo di Corso Rinascimento dinanzi al Senato che il piazzale di Porta Pia, sono luoghi aperti e frequentati, non certo idonei ad operare un qualunque sia sequestro». Se si è portati dunque escludere che a citofonare sia stato il rapitore, se è stato escluso che possa essere stato Alessandro De Luca, chi ha citofonato? Sonia De Vito, ha detto MFA. Perché Mirella ha mentito? Aveva un’intesa (ingannata o meno), come racconta MFA? Al di là della verità, la storia sta in piedi.

 

FINTO SEQUESTRO DI EMANUELA ORLANDI

Anche Emanuela sarebbe stata ingannata e convinta ad allontanarsi di casa facendole credere che il padre era sotto ricatto in quanto avrebbe agevolato (inconsapevolmente) la presenza di Agca alle udienze del Papa prima dell’attentato e per tale motivo era a rischio il suo lavoro e la loro abitazione all’interno del Vaticano. Ha scritto MFA: «La ragazza fu tratta in inganno raccontandole che il padre era sotto ricatto, e dunque necessitava della sua partecipazione a tale finto sequestro. Non significa affatto che la ragazza fosse “consenziente” ma che la sua minima partecipazione fu “estorta” e forzata. Quindi non era consenziente “in toto” e al tempo stesso non prelevata secondo i metodi convenzionali».

Emanuela, una volta rientratata a casa avrebbe dovuto raccontare che l’uomo della Avon aveva mandato, finita la lezione di musica, un’amica della sorella la quale l’avrebbe portata nel suo appartamento per mostarle dei cosmetici e nel quale si sarebbe fermata a dormire. Nel frattempo MFA avrebbe fatto pressioni su prelati vicino a Marcinkus facendo credere che quella della Orlandi potrebbe essere una menzogna per coprire la verità: un prelato la avrebbe condotta in una villetta dove Marcinkus le avrebbe fatto velate e gentili avances da lei respinte, offrendo aiuto al padre che si trovava sotto ricatto tramite un finto sequestro della figlia. Il sacerdote le avrebbe detto che i genitori erano d’accordo.

La ricerca della cittadina vaticana sarebbe iniziata nel 1981 da parte di una giovane laica che, sotto mentite spoglie, lavorava in Vaticano e diceva di essere dell’Azione Cattolica (in realtà si chiamava Ulrike ed era una fiancheggiatrice della Stasi), scelsero Emanuela per il carattere aperto (disponibile a collaborare) e perché frequentava la scuola di musica nel palazzo di Sant’Apollinare, «feudo storico del Card. Caprio, nostra controparte. All’interno della scuola fu attenzionata tale Giuliana, che credo fosse nel Consiglio direttivo», scrive MFA. Rispetto a tale Giuliana, presenza confermata da Pietro Orlandi nel ruolo di segretaria della scuola, MFA ha precisato: «Mi sembra di cognome facesse Lollo, o Di Lollo. Facemmo finta di corteggiarla per assumere informazioni sul cardinale Caprio, ma lei non se ne accorse, non fece collegamenti tra noi e la vicenda Orlandi» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014). La scuola di musica di Emanuela fu importante, tanto che la ragazza portò con sé la tessera personale della scuola così «da far attenzionare ulteriormente dagli inquirenti italiani e dagli organi di stampa il suddetto palazzo». La “giovane laica” si fece conoscere gradualmente da Emanuela, promettendole di favorirla come musicista tra le sue conoscenze ma chiedendole di non rivelarlo a nessuno per non inficiare la sua iniziativa. MFA, nel primo incontro con Pietro Orlandi, avvenuto nel 2013, ha affermato: «Tua sorella l’ho vista tantissime volte, la prima quando la contattai all’uscita di scuola» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014). MFA ha affermato di aver incontrato Emanuela «nel giardinetto limitrofo alla sua scuola del convitto, ed una seconda volta nell’ipogeo della chiesa di Sant’Agnese in Agone». Quest’ultima volta ventiquattr’ore prima della sua sparizione, colloquio che servì a istruire la ragazza, a definire tempi e modalità dell’azione del giorno successivo.

Il 22 giugno 1983 Giovanni Paolo II si sarebbe recato al Senato Accademico polacco per cui la fazione di MFA scelse di “allontanare” Emanuela davanti al Senato italiano, sapendo anche che le telecamere non erano in funzione (non ricorda però se le disattivarono loro). La Orlandi sarebbe dovuta pervenire dal Palazzo di Giustizia ma non lo fece e si imbatté così in una complice, «nella compagna dell’Istituto Convitto Nazionale, che stazionava in Corso Rinascimento, e la quale la corresse indirizzandola a percorrere l’interno di piazza Navona per poi riprendere Corso Rinascimento dalla parte opposta». Emanuela dunque giunse dalla parte opposta a quella attesa, non da via Zanardelli, nel qual caso avrebbe trovato la facciata del Senato sulla sua sinistra, ma da corso Vittorio. Il mutamento di percorso coincide con l’ipotesi, sostenuta da Pietro Orlandi, che Emanuela abbia preso il 64 al capolinea, vicino casa, e sia scesa a corso Vittorio, nei pressi di Sant’Andrea della Valle, per poi imboccare corso Rinascimento. Contravvenendo alle indicazioni ricevute forse sperava di far saltare tutto? Il fratello Pietro ha sempre ricordato come quel giorno Emanuela insistette molto per farsi accompagnare da lui in moto. Le domande di Fabrizio Peronaci sono opportune: non è che, quando implora il fratello di accompagnarla a Sant’Apollinare, Emanuela sta tentando di dirgli qualcosa? La sua insistenza non potrebbe indicare una ricerca quasi inconscia di protezione? Conta forse di parlargli, a Pietro, durante il viaggio in moto? Di confessargli che strani figuri le ronzano attorno? (Il Ganglio, Fandango Libri 2014). Secondo il giudice Fernando Imposimato, la cui convinzione è che il doppio rapimento sia stato opera premeditata della Stasi, la ragazza di corso Rinascimento sarebbe Fabiana Valsecchi (nel primo incontro tra Peronaci e Accetti, mentre quest’ultimo ricostruiva l’accaduto di fronte al Senato, Peronaci ha domandato: “conosci la Valsecchi?”, cogliendo di sorpresa l’uomo: “Da chi l’hai saputo? Chi te l’ha detto?”)

Alle 16, fermatasi al punto prefissato in precedenza (al centro della strada che mette in comunicazione Corso Rinascimento con piazza Navona) venne raggiunta dalla Bmw verde metalizzato (codice che indicava la Germania Federale), in contromano ed in doppia fila al centro della suddetta stradina, guidata da De Pedis. Questa manovra, con un’autovettura inconsueta e dal colore sgargiante era proprio per attirare l’attenzione e far credere che il sequestro fosse opera della criminalità romana. L’uomo le mostra un tascapane azzurro con dei cosmetici che avrebbe dovuto ricordare l’areonautica italiana, «in quanto alcuni membri della stessa collaboravano con la parte a noi avversa», così come la scritta “A” poteva ricordare la ditta newyorkese Avon (la diocesi di New York era legata al dottor Macioce, influente sullo IOR), che in celtico significa “fiume” (ricordiamo che “fiume” compare anche nelle lettere anonime del 2013 arrivate alla Monzi e Maria Antonietta Gregori). MFA è nascosto e fotografa l’incontro tra Emanuela e De Pedis, rullino che consegnò allo stesso De Pedis prima del suo allontamanento. Nel frattempo Emanuela simula un incontro -fotografato- anche con un esponente dei Focolari Idealisti, Agca avrebbe ricevuto queste foto da un secondino corrotto riconoscendo l’idealista turco e credendo che il “sequestro” fosse stato organizzato con l’aiuto di questa organizzazione idealista turca. E’ lo stesso vicino al quale venne fotografata anche Mirella, MFA ha specificato: «si trattava di un estremista islamico tra i tanti rifugiati in Europa, ce n’erano in Germania, Svizzera, Francia, che aveva orientamento diverso, rispetto ai vari Agca o Celebi si poteva considerare di sinistra. Fecero da tramite i nostri referenti della nunziatura in Turchia e il sindacato di polizia Pol-Der, lo stesso che aveva intercettato le voci di attentato. Fu lui a pedinare la Gugel due anni prima. Agca, riconoscendolo nelle foto accanto a Mirella ed Emanuela, si sarebbe convinto che i sequestri erano stati realmente eseguiti da un’organizzazione filosovietica, quindi con l’intento dimostrato di ottenere da lui la ritrattazione delle calunnie sui bulgari, di cui avrebbe beneficiato grazie al tentativo di liberarlo» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014). In una telefonata che abbiamo avuto con Accetti nel gennaio 2016, ci ha spiegato che andati via De Pedis e il turco, «mi presentai io a chiedere dove fosse la Sala Borromini per confondere le acque e la possibilità di un identikit». I due agenti (Bosco e Sambuco), «avevano assistito a questa scena dove c’era il cosiddetto “imprenditore”, andato via “l’imprenditore” mi sono sostituito io -chiaramente loro non è che avessero l’occhio fisso sulle nostre mosse- per incidere meglio nella memoria, mi sono presentato io e gli ho chiesto: “dov’è la Sala Borromini?”. Non ricordo se al vigile o al poliziotto, oltretutto c’erano anche altri impiegati, credo del Senato»

Il piano era che Emanuela avrebbe dovuto telefonare a casa e l’assenza dei genitori era il segnale che avevano accettato la proposta del finto sequestro, avrebbe anche parlato alle compagne della proposta di lavoro usando i codici “Sala Borromini” (indicava la casa di Fancesco Pazienza, collaboratore del direttore del SISMI, che si diceva incontrasse De Pedis), “Avon”, “375” (anagramma della data della prima apparizione di Fatima: 13-5-1917) e “Sorelle Fontana” (segnalava l’abitazione di monsignor Celata posta un portone prima della sede dell’atelier). Il codice composito avrebbe dovuto dire, secondo MFA: una sfilata – azione di monsignor Celata con il Pazienza, nel senso che da questo connubio si otterrà un risultato contro la politica dell’Istituto Opere di Religione. Accostare l’industria commerciale Avon all’attività di un atelier di Alta Moda era per dare un maggior senso di “improbabilità”, come la cifra spropositata offerta. Venne tuttavia segnalato che a casa Orlandi c’era inaspettatamente la sorella Federica così, tramite una compagna di scuola, MFA avrebbe così comunicato alla Orlandi di telefonare a casa, usando verso la sorella i codici che erano previsti anche per le compagne di musica (la telefonata avvenne alle 18:45).

Finita la lezione la Orlandi avrebbe attraversato, assieme alla compagna d’istituto del Convitto, Corso Rinascimento salendo su una Mercedes targata Città del Vaticano con alla guida un autista ed, a fianco, «il sosia di un monsignore appartenente alla fazione a noi avversa, segretario del Comitato Organizzativo per l’Anno Giubilare della Redenzione del 1983», ovvero moms. Liberio Andreatta. Un dettaglio, quest’ultimo, che ricorda molto il racconto di Sabrina Minardi. L’auto avrebbe sfialto davanti al Senato arrivando a Porta Sant’Anna, la Orlandi sarebbe entrata a piedi mentre l’amica la avrebbe aspettata cercando di distrarre i parenti di Emanuela nel caso fossero passati (MFA nel frattempo fotografava la scena). Il card. Oddi riferirà proprio di aver sentito dire che la Orlandi venne vista entrare dalla Porta Sant’Anna: «La Orlandi non venne sequestrata all’uscita dalla scuola di musica, ma quella sera tornò a casa a bordo di un’automobile di lusso, sulla quale ripartì. L’ignoto accompagnatore attese la ragazza a Porta Sant’Anna, probabilmente per non farsi vedere dalle guardie svizzere che avrebbero potuto riconoscerlo. Questo lo appresi da un testimone oculare dell’episodio». Salvo poi precisare: «erano chiacchiere ascoltate per strada, da qualcuno che parlava della scomparsa di Emanuela Orlandi, come in quei giorni facevano un po’ tutti dalle parti di San Pietro». Le due versioni coincidono quasi perfettamente (compresa l’auto di lusso). Ma MFA non vi crede: «la testimonianza a posteriori del Card. Oddi la ritengo non veritiera, in quanto la ragazza era sempre accompagnata dall’altra compagna del Convitto e di questo non vi è traccia nel resoconto di Sua Eminenza. Comunque il Cardinale era quindi a conoscenza del reale episodio, e lo avrà menzionato per un suo qualche motivo personale di cui non sono a conoscenza», ha scritto. Nel cortile Sisto V Emanuela avrebbe chiesto a diverse persone (futuri testimoni) dove rintracciare un monsignore amico di Marcinkus, sarebbe poi risalita in auto e condotta nei pressi di Villa Lante della Rovere, dove l’amica sarebbe invece tornata a casa. Lì sarebbe stata quattro giorni, fino a domenica 26 giugno. «Indossava una salopette, una camicia bianca, scarpe da ginnastica basse. Una collanina e dei braccialetti», ha affermato MFA. «La facemmo cambiare, le procurammo una tuta leggera turchese, a mo’ di abbigliamento indiano. Ricordo un particolare: dalle scarpe ritagliammo la parte di tessuto dove, con una biro, c’era scritto il nome, Emanuela». Il testo dei manifesti parlava di jeans (anche l’amica Raffaella Monzi ne parla), non di una salopette, Pietro Orlandi ha confermato: «Mia sorella indossava una salopette, certo. Anzi, precisamente, dei jeans con delle bretelline. Il nome sulle scarpe, onestamente, non lo ricordo» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014).

MFA ha raccontato che dopo “l’allontanamento volontario”, «mi è capitato di passeggiare con lei nel centro di Roma, una volta andammo nella zona del Ghetto e parlammo di un progetto di film. Quando usciva dal luogo in cui l’avevamo portata, le facevamo indossare una parrucca. La incontrai con una certa regolarità dal 22 giugno fino alla fine di quell’anno, il 1983. Non si spostò mai da Roma e dal litorale, dove abitò in due appartamenti. Molte volte dormì in un camper. Le consentivamo di suonare il flauto, le comprammo un pianoforte. Lei sapeva che suo padre era d’accordo con non tornasse a casa, perché aveva avuto dei problemi che, grazie al suo momentaneo allontanamento, sarebbero stati risolti. All’inizio si sentiva un po’ come un’eroina, tra noi si era instaurato anche un certo affetto» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014). Ha precisato di aver girato con lei a Roma nel luglio e agosto 1983 facendole indossare una parrucca con i capelli tagliati a caschetto, e la ragazza sarebbe stata nascosta a Villa Lante al Gianicolo per quattro giorni, «luogo scelto perché vicino all’abitazione della giornalista Sterling, che tutti ritenevano responsabile della costruzione fasulla delle accuse ai bulgari», ha spiegato MFA. «La presentammo come Fatima, una giovane iraniana» , Il Ganglio, Fandango Libri 2014).

 

POST-SPARIZIONE E TELEFONISTI

Il giorno seguente la scomparsa arrivò la copia della denuncia ma anche la notizia che «la Commissione Bilaterale, voluta dal Segretario di Stato Card. Casaroli, e composta anche da personalità appartenenti alla Repubblica Italiana per indagare sulle gravi discrasie economiche verificatesi all’interno dell’Istituto Opere di religione, non avrebbe consegnato, così come da impegno preso, il proprio parere il 30 giugno 1983. E non si conoscevano le reali motivazioni di tale rinvio. A tal’uopo si decise di trattenere la ragazza, la cui “scomparsa” si poteva “gestire” anche in rapporto a tale possibile necessità». Saputa l’intenzione della famiglia di pubblicare un trafiletto con la scomparsa, l’uomo sostiene che simularono la caduta volontaria di una Fiat 127 nel fiume (codici: ponte della Magliana e suicidio dott. Calvi) da pubblicare sullo stesso quotidiano del trafiletto, “Il Tempo”. Sempre su questo quotdiano il 25 giugno 1983 faranno anche pubblicare, tramite una persona vicina alla Stasi dal nome fittizio “Ecce Homo” che vi lavorava, la lettera che Agca scrisse un anno prima al card. Oddi riportante la frase “spero che qualcosa accadrà in futuro, che qualcuno mi risponda dal Vaticano”, ovvero sollecitava «un nostro intervento per la sua liberazione». Un modo di comunicare ad Agca che avevano risposto: il sequestro è stato compiuto ora toccava a lui rimangiarsi le accuse. Ed effettivamente tre giorni dopo (dopo una collaborazione iniziata nel dicembre 1981) il 28 giugno, Agca ritratta parzialmente, inficiando comunque il processo.

Il 25 giugno 1983 era il giorno della “sfilata”, come disse Emanuela al telefono alla sorella Federica, MFA sotiene che avrebbe indicato il giorno della trattativa tra la sua fazione e la controparte: i primi fecero un gesto di volontà facendo dichiarare al telefonista “Pierluigi” che si trattava, non di un sequestro, ma una scappatella. Dice di chiamare da un ristorante di Torvajanica (frequentato, come l’ambiente di Marcinkus era a conoscenza, da persone dell’ambiente del signor De Pedis). Nella “riunione-sfilata”, tuttavia, la fazione di MFA e la controparte non si misero d’accordo e le cose iniziarono a dilatarsi nel tempo, in un crescendo di comunicati contrapposti. Il 26 giugno 1983 Emanuela viene trasferita: «la facemmo salire sul camper, in compagnia di due ragazze, e dal Gianicolo la portammo nella località sul litorale. Voleva capire, certo, chiedeva cosa ne pensassero i genitori. Noi le ripetevamo che la famiglia sapeva. D’altra parte non è che le fu detto: dovrai stare fuori mesi. Doveva essere una cosa breve, che poteva concludersi da un’ora all’altra». Prima venne portata in un appartamento a Torvajanica, poi in uno a Monteverde. Vennero scelti questi domicili, ha spiegato, in quanto «in caso la polizia l’avesse trovata, ella sarebbe stata in case della malavita romana, incolpandola del sequestro. In cambio, la Banda della Magliana avrebbe ottenuto entrature in Vaticano. L’appartamento nel quartiere Monteverde era l’unico disponibile vicino alla residenza di Mons. Franco, ecclesiastico alle direttive del card. Oddi e e di Mons. Marcinkus, ambedue residenti a Villa Stricht in via della Nocetta. Questo alludeva al fatto che i monsignori in questione potessero avere la disponibilità di tale appartamento e di essere a conoscenza della segregazione della Orlandi nello stesso. L’appartamento in Torvajanica, anche questo di proprietà della malavita romana, era non distante dalla villa del giudice Santiapichi e nelle vicinanze della pineta dove, presso la Villa di Plinio, la Orlandi fu condotta». L’obiezione di Pino Nicotri, sul fatto che i due appartamenti non fossero di pertinenza della malavita romana è sbagliata: la Procura ha accertato che l’immobile di via Pignatelli n°13 è stato acquistato proprio da Daniela Mobili, donna di Abbruciati, uno dei boss della Banda della Magliana morto al momento dei fatti, nel 1981 e rivenduto dalla stessa nel 1984, ha anche un sotterraneo con una piccola grotta ricavata dal sottosuolo. Mentre la stessa Minardi possedeva un appartamento a Torvajanica.

Il 28 giungo 1983, mentre la Orlandi si troverebbe a Torvajanica, arrivò la ritrattazione di Agca su uno dei bulgari che aveva accusato. Una ritrattazione parziale, rileva MFA, «alternare una versione a quella opposta consentiva ad Agca di tenere il piede in due staffe, per ottenere la grazia attraverso il Sismi che appoggiava le accuse ai bulgari o, al contrario, attraverso le nostre pressioni su Pertini». La fazione di MFA è comunque soddisfatta e produce la «prima telefonata di Mario a rafforzare la trattativa in corso all’interno, fornendo nuovi codici di pressione». Cioè l’ipotesi della scappatella. Mario (cioè in codice “Mario Aglialoro”, possibile mandante dell’omicidio Calvi, quindi pressione su Marcinkus) dice che è proprietario di un Bar (codice Greogori), cita Torvajanica e il quartiere Monteverde (gli appartamenti della Orlandi, quello a Monteverde vicino a Villa Stricht, dove abitava Marcinkus), la piazza “Campo de’ Fiori” (luogo in cui aveva il negozio Edoardo Balducci, dove praticava l’usura per Pippo Calò e si dice fosse ucciso da De Pedis).

La ritrattazione di Agca avvenne e la Orlandi avrebbe dovuto tornare, se non che il 30 giugno 1983 l’esito della Commissione per lo IOR venne ufficialmente rinviato sine die. Il 3 luglio 1983 arrivò l’appello del Papa: «Coloro che hanno prodotto l’appello intendevano sottrarsi alla nostra minaccia di rivelare la ‘realtà’ relativa al ‘sequestro’, rendendolo a loro volta pubblico. Ci anticipano nella nostra intenzione, sia pur virtuale. Dichiarano in questo modo che trattasi di un qualcosa di ‘esterno’, un rapimento qualunque, cosicché il Vaticano risulta estraneo, senza alcuna responsabilità. È anche un modo di dichiarare che non accettano le nostre istanze», ovvero si smarcarono dalle pressioni ricevute tentando di accollare il sequestro a entità “esterne” (Il Ganglio, Fandango Libri 2014). Sempre in tale data la Orlandi sarebbe stata trasferita dalla casa di Torvajanica ad un appartamento nel quartiere di Monteverde. Luoghi che compaiono anche nella testimonianza di Sabrina Minardi, la quale ha parlato sia della casa di Torvajanica appartenente alla sua famiglia, sia di un immobile a Monteverde in via Pignatelli, collegato all’ospedale San Camillo tramite un cunicolo. «Per trasferirla da un nascondiglio all’altro usavamo il camper, con targa riferibile alla Germania occidentale e a bordo due tedeschi, muniti di falsi passaporti degli Stati Uniti» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014). Il 5 luglio 1983, entra in scena l’Amerikano (voce che simulava Macioce dello IOR): «fummo costretti ad ufficializzare il finto sequestro, ma lo facemmo gradualmente, avvisando l’altra parte. Il nostro intervento si esprimeva con tre livelli di minaccia. Se non avessero accettato le richieste nel primo grado, si passava al secondo. Il primo grado consisteva nel riferirlo solo alla Sala Stampa Vaticana, e chi di dovere era al corrente che, se si fosse promesso di accettare anche solo una parte delle richieste, non si sarebbe avvisata la famiglia. Ciò non avvenne, per cui fu effettuata la telefonata presso casa Orlandi. La nuova minaccia, anche in questo caso, fu respinta, e si passò a comunicarlo alla stampa italiana». In Vaticano si fissa l’ultimatum del 20 luglio per lo “scambio” di Emanuela con Agca e si citano i precedenti telefonisti per creare una connessione (definiti “elementi dell’organizzazione”), poi l’Amerikano chiamò casa Orlandi: «facemmo sentire un nastro con la voce della ragazza che, citando il Convitto nazionale, chiamava in causa l’altra compagna-testimone dello stesso Convitto. Ed inoltre, dicendo ‘il prossimo anno dovrei fare il liceo’, si intendeva: accettate le richieste che devo tornare alla mia vita civile». La telefonata, spiega MFA, fu fatta dai Parioli, la registrazione fu eseguita dopo il 22 giugno e il rumore del treno, registrato in precedenza, serviva a depistare gli inquirenti (Il Ganglio, Fandango Libri 2014). Il giorno dopo venne contattata l’agenzia Ansa. Il 6 luglio di fronte a Montecitorio viene fatta trovare la tessera della scuola di musica e il foglietto con la frase: “Con tanto affetto, la vostra Emanuela” (scrittura riconosciuta dai familiari).

L’8 luglio 1983 hanno telefonato a casa di Laura Casagrande, compagna di musica di Emanuela, riferendo che Emanuela è fuori dal territorio italiano: «è per alludere che possa trovarsi in territorio della Città del Vaticano», spiega MFA (Il Ganglio, Fandango Libri 2014). Lo stesso giorno Agca rilancia le accuse ai bulgari, «forse perché a conoscenza del fatto che la trattativa non è più occulta e non può avere successo», Emanuela viene trattenuta ancora sperando di usarla per influire nel processo ad Antonov, «i giudici popolari avrebbero dovuto comprendere come la vita e la restituzione della Orlandi fossero legate ad un’opportuna assoluzione del bulgaro». MFA dichiara: «io ero contrario a proseguire, avrei preferito rimandarle a casa. Non era bontà. Temevo che saremmo stati scoperti, arrestati» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014). La Orlandi rimane nell’appartamento a Monteverde, «parlavamo di fotografia e di musica, suo grande interesse. Le promettemmo che l’avremmo aiutata a coronare un sogno, suonare nella cappella Giulia. E poi pensava alla ripresa della scuola, studiava sui libri che ci chiedeva e le portavamo, suonava il flauto e un piccolo pianoforte verticale, che le mettemmo a disposizione. Ricordo anche che ricamava, la vidi più volte con ago e filo. La Orlandi e la Gregori non conoscevano i fatti reali, i nostri nomi, le nostre fattezze. Io indossavo sempre una parrucca, portavo lenti a contatto marroni. Una volta ero Paolo, un’altra Ivan, nome un po’ sinistroide, o Fabio, a seconda delle esigenze. Paolo perché così mi chiamò una volta un prelato, conoscendo la mia predilezione per l’immagine carismatica di papa Paolo VI». Come ha rilevato Fabrizio Peronaci, Sabrina Minardi riferì che De Pedis le caricò in macchina una ragazza che «disse di chiamarsi Emanuela. Era frastornata, confusa. Piangeva, rideva. Le avevano tagliato i capelli in maniera oscena. Trascinava le parole, nominava un certo Paolo e mi chiese se la stessi portando da lui». Molti pensarono che la Minardi si fosse confusa tra Paolo e Pietro, fratello di Emanuela (Il Ganglio, Fandango Libri 2014).

Il 4 agosto 1983 viene nominato Martinazzoli, il nuovo Ministro di Grazia e Giustizi, che sarà vittima di pressioni per ottenere il proscioglimento di Antonov. Compare anche il primo comunicato del gruppo Turkesh, «la cui analisi ci portò a ritenere che fosse espressione ‘dell’altra parte’. Il fatto che chiedessero informazioni riguardo la cittadina italiana Gregori, lo interpretammo che, se non avessimo più coinvolto attraverso la cittadina vaticana Orlandi lo Stato del Vaticano, ma ci fossimo occupati solo di trattare rendendo pubblico il ‘sequestro’ di Mirella, cittadina italiana, ci avrebbero favorito per quanto riguarda la condizione del detenuto Antonov. Ecco quindi spiegarsi l’aver reso pubblico il loro comunicato lo stesso giorno dell’elezione del Ministro. La nostra controparte, che si era finta gruppo Turkesh ed era a conoscenza del prelevamento di Mirella, tirandola in ballo ci mandava a dire: smettetela con la Orlandi, che crea troppo subbuglio in Vaticano, ora parliamo dell’altra ragazza… Ci invitavano ad abbassare il livello di scontro» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014).

In quel periodo MFA avrebbe decise di prevenire, raccontando menzogne, la confessione delle sue sodali: «se una avesse rivelato quanto saputo da me, sarei stato classificato come mitomane per le bugie nel racconto. In alcune occasioni ho detto anche che avevo fatto tutto da solo e le avevo ammazzate; in altre che erano vive in qualche parte del mondo. Ad Eleonora raccontai di avere ucciso la Gregori e le chiesi di aiutarmi a eliminare il corpo. Ci recammo con una Volvo station wagon sulla Salaria. Fermai l’auto prima di Monterotondo, ai piedi di una collina chiamata Empireo. Nel portabagagli posi una scatola, dentro la quale le dissi falsamente di avere messo il corpo di Mirella, in realtà un manichino, che lasciammo ai piedi della collina, ovviamente non aveva assistito al momento in cui avevo inserito il manichino e io non aprii la scatola in sua presenza. Più tardi tornai a riprendermi il tutto, con un’altra mia amica» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014). Verso fine settembre ’83, spiega MFA, «compilammo dei comunicati, facendoli scrivere a una ragazza. Un’altra ragazza li spedì da Boston. L’intento era spostare l’attenzione dalla Repubblica Bulgara al territorio statunitense. Alcuni elementi del Servizio d’Informazione della Sicurezza Democratica sono a conoscenza di questo nostro interesse di suggestionare con gli Stati Uniti, e crearono a loro volta un fantomatico gruppo denominato Phoenix, minacciandoci con il codice 158 e citando la pineta e il ristorante» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014).

Sempre nel settembre 1983 vollero ottenere l’appello del presidente Pertini, per vincere le resistenze avrebbero fatto circolare un video nella pineta di Castel Porziano, mettendo in evidenza che il luogo è prospiciente l’entrata della tenuta presidenziale italiana, nel quale Mirella Gregori veniva minacciata da un’arma calibro 357: «La scena non era così drammatica. Si faceva vedere la pistola, poi la ragazza, la targa di Castel Porziano, in modo da rendere riconoscibile l’obiettivo. Alla fine c’era lo sparo, sì, ma fuori campo. La Gregori sapeva che era una finta». Il 24 settembre l’Amerikano elencò i vestiti di Mirella telefonando al bar: maglieria Antonia, jeans con cintura, maglietta intima di lana, scarpe con tacco nero lucido, marca Saroyan di Roma. «Tutto esatto», disse la madre di Mirella. «Quando sparì era vestita in quel modo e solo io ne ero a conoscenza». Ma anche Sonia De Vito. I vecchi vestiti di Mirella «li collocammo in certi posti, come messaggi dalla valenza intimidatoria nei confronti di prelati avversi. Ricordo che un capo d’abbigliamento della Gregori fu nascosto nei locali della Pontificia commissione dei Migranti, ove vi era la segreteria del pro-presidente monsignor Cheli. Questa collocazione risale al 1985. Ricordo altresì che un secondo capo d’abbigliamento della Gregori fu posto nell’edificio di via dell’Erba, dove aveva sede una organizzazione in passato presieduta dal cardinale Sergio Pignedoli e poi da monsignor Jadot. I vestiti della Gregori furono collocati in quattro sedi: due religiose, come ho messo a verbale, e due laiche». Il 20 ottobre arrivò l’appello presidente Pertini, il quale disse: «Ho sempre sostenuto una linea di estrema fermezza nella lotta al terrorismo, contro ogni trattativa o cedimento. Oggi, senza allontanarmi da questa linea, di fronte all’angosciata richiesta delle famiglie, e in particolar modo della signora Gregori, madre di Mirella, rivolgo l’invito ai rapitori a rilasciare immediatamente queste giovani e formulo l’auspicio che un raggio di pietà illumini il loro animo». Quel “in particolar modo” dice tutto: il capo dello Stato, dopo che per mesi si era prevalentemente parlato di Emanuela, fu costretto a spostare l’attenzione sull’altra ragazza (F. Peronaci, Il Ganglio, Fandango Libri 2014).

 

COLLEGAMENTO CON IL CASO GARRAMON

Emanuela sarebbe stata condotta ei pressi dell’abitazione del giudice Santiapichi, all’Infernetto, nella pineta tra Ostia e Castel Porziano. Giudice che si sapeva essere in predicato per presiedere la prossima Corte d’Assise per il cosiddetto attentato al Papa. «Il camper per noi era un elemento strategico, ci consentiva di agire senza destare sospetti. Alla Orlandi, senza spiegare il motivo, facemmo delle foto nelle quali si rendeva riconoscibile il luogo. Più che Santiapichi, ci interessavano i familiari, in particolare la figlia Arianna, con la quale io stesso scambiai qualche parola, senza farle intendere nulla» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014). Ha precisato: «La Orlandi era con alcune nostre ragazze in un camper da tempo posizionato nei pressi della villa. Le avevamo fatto delle fotografie, senza spiegarle il reale motivo. Le pressioni, più che alla persona del giudice, erano rivolte ai suoi familiari, in particolare la figlia, e a funzionari del ministero di Giustizia, con riferimento alla composizione della futura giuria di Corte d’assise». Tali pressioni– foto, pedinamenti, lettere di minaccia – dovevano essere nel frattempo giunte a conoscenza di elementi del Sisde, che formavano il gruppo Phoenix, i quali in un comunicato inviato al Tg2 il 27 settembre 1983, minacciarono i telefonisti del caso Orlandi parlando proprio di una “pineta”: «”Pierluigi” è assai pericoloso stare in quella trattoria con le spalle verso la porta perché ci sono troppe “correnti d’aria”: un nostro vecchio “amico” ha fatto una brutta fine davanti ad un piatto di spaghetti, vogliamo generosamente ricordare a Mario che nella pineta c’è tanto posto per aumentare la vegetazione“». Occorre tuttavia sottolienare che Xavier Santiapichi, fratello di Arianna, da noi contattato nel frebbraio 2016 ha riferito che «mia sorella non si è mai interessata di queste cose, fra l’altro aveva un fidanzatino in Sicilia e stava sempre in Sicilia con il suo fidanzatino».

Tre mesi dopo questa minaccia, il 20 dicembre 1983 era la vigilia dell’uscita dal carcere di Antonov, arrestato nell’ambito della cosiddetta “pista bulgara”, quindi un successo per la fazione di MFA: «I vertici, a noi elementi operativi, chiesero quindi di interrompere le pressioni in corso nella pineta», perché la decisione non venisse revocata. Ha spiegato: «Dentro al camper c’era Emanuela Orlandi con una nostra ragazza incaricata di controllarla. Io salutai tutte e due e me ne andai». Sul furgone, ha scritto, assieme a lui c’era Ulrike, fiancheggiatrice della Stasi. Sulla strada della pineta che porta ad Ostia avvenne però l’incidente: il furgone investì, uccidendolo, il piccolo José Garramon, figlio dei coniugi Maria Laura Bulanti e Carlos Juan Garramòn, ingegnere specializzato in progetti agricoli per l’Ifad, agenzia delle Nazioni Unite. Nel 2013 ha spiegato che allora non poteva dichiarare la vera ragione per cui si trovava sul luogo dell’incidente, dovette così mentire al processo che lo riguardò. Quella notte, «ragionammo a lungo, ogni scelta fu ponderata», ha raccontato. «Alla fine fu deciso che mi sarei costituito in quanto responsabile dell’incidente, ma, volendo sfruttare per le nostre finalità il tragico fatto, spostammo l’azione nei pressi della villa di Santiapichi. Era lì che mi sarei fatto arrestare alle 4 di notte, per cui Agca avrebbe dovuto sapere che il Kgb mandava a Rebibbia un uomo che aveva ammazzato un ragazzo e si era consegnato all’ora corrispondente con il codice pattuito. Essendo questo killer un semplice investitore, molto presto, riacquistata la libertà, si sarebbe indirizzato verso il villaggio dove viveva la sorella Fatma e l’avrebbe assassinata come fatto con il Garramòn, simulando un incidente, se Agca avesse fornito informazioni riservate al pontefice e, in futuro, non avesse rovinato il processo ai bulgari».

Così, «io e la ragazza tedesca ci dividemmo. Lei raggiunse di corsa, passando per la pineta, il camper dove Emanuela era sorvegliata da un’altra nostra ragazza, di poco più grande. Temeva di non trovarle, invece non si erano accorte di nulla. La tedesca si mise al volante e portò via il camper, subito. Non andò a Monteverde, ma negli ex stabilimenti De Laurentis, un posto che noi conoscevamo bene, lo stesso dove anni dopo nascosi il flauto. Tra i due teatri di posa c’era una struttura con i camerini, comodi, arredati, perfetti per dormire. Noi avevamo appoggiato una scala all’esterno. Bisognava solo stare attenti al sistema d’allarme, azionato nell’atrio, ma non nei corridoi. Emanuela passò lì quella notte, mi fu detto, poi fu portata a Roma. Io ero già in carcere, da allora il mio racconto va preso con beneficio d’inventario» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014). Lui invece ha preso un autobus per il centro (fu ritrovato il biglietto), racconta di essere passato da casa sua, di aver telefonato all’amica Patrizia D.B. e con lei, a notte fonda, sulla 127 di suo padre, di essere tornato sul luogo del misfatto, precisamente in via Francesco Cilea: «Ci posizionammo davanti a una scuola pubblica, che si trovava lungo il consueto percorso di ronda della pattuglia dei carabinieri che controllava la villa di Santiapichi. Volevo dare l’idea che potessimo essere dei ladri, penetrati nella segreteria dell’istituto. Per questo avevo portato con me una busta dell’immondizia con dentro circa 200 mila lire, in biglietti di piccolo taglio. Il piano prevedeva che il mio arresto fosse legato all’incidente, in modo da non comportare una pena troppo alta, e che fossero le autorità inquirenti ad arrivarci, dopo un nostro apparente negare e depistare. Non a caso tenni addosso il giubbotto macchiato di sangue, altrimenti l’avrei tolto, no? Inoltre, eravamo preoccupati che i testimoni oculari della controparte mi denunciassero. Vedendomi già arrestato, forse avrebbero fermato l’intenzione di produrre indizi fasulli nei miei confronti. Bisognava che mi facessi arrestare prima che ciò si verificasse dietro impulso di altri. Necessitavo di un’immediata imputazione di omicidio colposo, ed è per questo che non tolsi i frammenti [del parabrezza in frantumi, nda] dalla ventola». A questo proposito, Pino Nicotri ha spiegato che nella sentenza non è citato il giudice Severino Santiapichi né la presenza della sua abitazione vicino dove i due furono fermati mentre cercavano il furgone venendo sospettati di essere estremisti di sinistra. «Non trova così nessun riscontro», commenta Nicotri, «che a bloccare MFA sulla 127 fu la scorta di Santiapichi preoccupata per la vicinanza della casa del magistrato». Oltre al fatto che il figlio di Santiapichi, l’avvocato Xavier Santiapichi, ce lo ha confermato in un’intervista del febbraio 2016, i riscontri si trovano nelle cronache di allora, dove viene citata proprio la scorta del giudice Santiapichi come coloro che fecero scattare l’arresto di MFA.

Nell’interrogatorio, l’amica ed ex fidanzata Patrizia D.B., in qualità di testimone, disse: «Escludo nel modo più assoluto che Marco abbia tendenze omosessuali, lui ha sempre avuto molto successo con le donne. Io gli sono particolarmente affezionata. Siamo riusciti a mettere una pietra sulla sua esperienza matrimoniale e siamo tornati a stare insieme, anche se come amici, non come amanti» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014). La storia del furgone saltò fuori perché Patrizia D.B. si tradì, lui stava ancora raccontando una calcolata bugia «Stavo andando ad Ostia per fotografare un’amica conosciuta la scorsa estate allo stabilimento balneare Piceno, ma ho sbagliato strada e quel ragazzino me lo sono trovato sotto le ruote». Al processo l’accusa punterà sull’omicidio preterintenzionale – la tragedia causata da un tentativo di fuga del ragazzino, vittima di molestie sessuali – ma prevarrà la tesi dell’omicidio colposo, aggravato dall’omissione di soccorso. La Corte d’Assise, il 30 maggio 1986, condannerà Marco Fassoni Accetti a 26 mesi di reclusione e, siccome la carcerazione era già stata superiore (oltre un anno in cella, altrettanto ai domiciliari), ne disporrà l’immediata liberazione (Il Ganglio, Fandango Libri 2014). Non risulta nell’istruttoria che MFA si sarebbe recato nelle settimane precedenti l’investimento presso l’abitazione di Garramon travestito da prete e poi come fotografo, come invece hanno affermato la sig.ra Garramon, madre di José e la sua domestica. E’ stato accertato invece che Accetti frequentò la stessa scuola che al tempo frequentava Garramon.

Emanuela sarebbe stata anche tenuta in un camper nella pineta vicino all’abitazione del giudice Santiapichi, all’Infernetto, giudice che avrebbe dovuto presiedere la Corte d’Assise per il cosiddetto attentato al Papa. Ha precisato: «La Orlandi era con alcune nostre ragazze in un camper da tempo posizionato nei pressi della villa. Le avevamo fatto delle fotografie, senza spiegarle il reale motivo. Le pressioni, più che alla persona del giudice, erano rivolte ai suoi familiari, in particolare la figlia Arianna con la quale io stesso scambiai qualche parola, senza farle intendere nulla, e a funzionari del ministero di Giustizia, con riferimento alla composizione della futura giuria di Corte d’assise» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014). Accetti ritiene che tali pressioni– foto, pedinamenti, lettere di minaccia – sarebbero giunte a conoscenza di alcuni elementi del Sisde che avrebbero formato il gruppo Phoenix, i quali in un comunicato del 27 settembre 1983 minacciarono i telefonisti del caso Orlandi parlando proprio di una “pineta”: «”Pierluigi” è assai pericoloso stare in quella trattoria con le spalle verso la porta perché ci sono troppe “correnti d’aria”: un nostro vecchio “amico” ha fatto una brutta fine davanti ad un piatto di spaghetti, vogliamo generosamente ricordare a Mario che nella pineta c’è tanto posto per aumentare la vegetazione“».

Tre mesi dopo la minaccia, il 20 dicembre 1983, era la vigilia dell’uscita dal carcere di Antonov, arrestato nell’ambito della cosiddetta “pista bulgara”, un successo per la fazione di MFA: «I vertici, a noi elementi operativi, chiesero quindi di interrompere le pressioni in corso nella pineta», perché la decisione non venisse revocata. Ha spiegato: «Dentro al camper c’era Emanuela Orlandi con una nostra ragazza incaricata di controllarla. Io salutai tutte e due e me ne andai». Sul furgone, ha scritto, assieme a lui ci sarebbe stata una ragazza, Ulrike, fiancheggiatrice della Stasi. Tornando dalla pineta verso Ostia il furgone di Accetti ha investito e ucciso il dodicenne José Garramon, figlio dei coniugi Maria Laura Bulanti e Carlos Juan Garramòn, ingegnere dell’agenzia delle Nazioni Unite. Nel 2013 ha spiegato ai giudici che allora non poteva dichiarare la vera ragione per cui si trovava sul luogo dell’incidente per non far emergere i fatti della Orlandi, dovette così mentire al processo che lo riguardò. Quella notte, dice, «ragionammo a lungo, ogni scelta fu ponderata. Alla fine fu deciso che mi sarei costituito in quanto responsabile dell’incidente, ma, volendo sfruttare per le nostre finalità il tragico fatto, spostammo l’azione nei pressi della villa di Santiapichi. Era lì che mi sarei fatto arrestare alle 4 di notte, per cui Agca avrebbe dovuto sapere che il Kgb mandava a Rebibbia un uomo che aveva ammazzato un ragazzo e si era consegnato all’ora corrispondente con il codice pattuito. Essendo questo killer un semplice investitore, molto presto, riacquistata la libertà, si sarebbe indirizzato verso il villaggio dove viveva la sorella Fatma e l’avrebbe assassinata come fatto con il Garramòn, simulando un incidente, se Agca avesse fornito informazioni riservate al pontefice e, in futuro, non avesse rovinato il processo ai bulgari».

Ulrike sarebbe andata al camper e lo avrebbe portato negli ex stabilimenti De Laurentis, «un posto che noi conoscevamo bene, lo stesso dove anni dopo nascosi il flauto. Tra i due teatri di posa c’era una struttura con i camerini, comodi, arredati, perfetti per dormire. Noi avevamo appoggiato una scala all’esterno. Bisognava solo stare attenti al sistema d’allarme, azionato nell’atrio, ma non nei corridoi. Emanuela passò lì quella notte, mi fu detto, poi fu portata a Roma. Io ero già in carcere, da allora il mio racconto va preso con beneficio d’inventario» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014). Accetti invece ha preso l’autobus per tornare a casa (fu ritrovato il biglietto), ha telefonato all’amica Patrizia D.B. e con lei, a notte fonda, sulla 127 di suo padre, è essere tornato sul luogo del misfatto, precisamente in via Francesco Cilea: «Ci posizionammo davanti a una scuola pubblica, che si trovava lungo il consueto percorso di ronda della pattuglia dei carabinieri che controllava la villa di Santiapichi. Volevo dare l’idea che potessimo essere dei ladri, penetrati nella segreteria dell’istituto. Per questo avevo portato con me una busta dell’immondizia con dentro circa 200 mila lire, in biglietti di piccolo taglio. Il piano prevedeva che il mio arresto fosse legato all’incidente, in modo da non comportare una pena troppo alta, e che fossero le autorità inquirenti ad arrivarci, dopo un nostro apparente negare e depistare. Non a caso tenni addosso il giubbotto macchiato di sangue, altrimenti l’avrei tolto, no? Inoltre, eravamo preoccupati che i testimoni oculari della controparte mi denunciassero. Vedendomi già arrestato, forse avrebbero fermato l’intenzione di produrre indizi fasulli nei miei confronti. Bisognava che mi facessi arrestare prima che ciò si verificasse dietro impulso di altri. Necessitavo di un’immediata imputazione di omicidio colposo, ed è per questo che non tolsi i frammenti [del parabrezza in frantumi, nda] dalla ventola». A questo proposito, Pino Nicotri ha spiegato che nella sentenza non è citato il giudice Severino Santiapichi né la presenza della sua abitazione vicino dove i due furono fermati mentre cercavano il furgone venendo sospettati di essere estremisti di sinistra. «Non trova così nessun riscontro», commenta Nicotri, «che a bloccare MFA sulla 127 fu la scorta di Santiapichi preoccupata per la vicinanza della casa del magistrato». Le cronache di allora, tuttavia, citano proprio la scorta del giudice Santiapichi come coloro che fecero scattare l’arresto di MFA.

Nell’interrogatorio l’amica ed ex fidanzata Patrizia D.B., in qualità di testimone, disse: «Escludo nel modo più assoluto che Marco abbia tendenze omosessuali, lui ha sempre avuto molto successo con le donne. Io gli sono particolarmente affezionata. Siamo riusciti a mettere una pietra sulla sua esperienza matrimoniale e siamo tornati a stare insieme, anche se come amici, non come amanti» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014). La storia del furgone saltò fuori perché Patrizia D.B. si tradì, lui stava ancora raccontando una calcolata bugia: «Stavo andando ad Ostia per fotografare un’amica conosciuta la scorsa estate allo stabilimento balneare Piceno, ma ho sbagliato strada e quel ragazzino me lo sono trovato sotto le ruote». Al processo l’accusa punterà sull’omicidio preterintenzionale – la tragedia causata da un tentativo di fuga del ragazzino, vittima di molestie sessuali – ma prevarrà la tesi dell’omicidio colposo, aggravato dall’omissione di soccorso. La Corte d’Assise, il 30 maggio 1986, condannerà Marco Fassoni Accetti a 26 mesi di reclusione e, siccome la carcerazione era già stata superiore (oltre un anno in cella, altrettanto ai domiciliari), ne disporrà l’immediata liberazione (Il Ganglio, Fandango Libri 2014). Non risulta nell’istruttoria che MFA si sarebbe recato nelle settimane precedenti l’investimento presso l’abitazione di Garramon travestito da prete e poi come fotografo, come invece hanno affermato la sig.ra Garramon, madre di José e la sua domestica. E’ stato accertato invece che Accetti frequentò la stessa scuola che al tempo frequentava Garramon.

Accetti ritiene che la fazione opposta alla sua sia responsabile per la presenza di Garramon in quella pineta, facendo riferimento al comunicato di “Phoenix”: «Se io devo fare una minaccia di morte posso dire: ti strozzo, ti accoltello, ti sparo, ti infilo in un pilone di cemento… Ma nella pineta mai, non ci penso proprio! Loro l’hanno nominata, cosa che poteva sembrare peregrina, e guarda caso dopo tre mesi io mi trovo a investire una persona, quando loro già a settembre sapevano che noi stavamo operando su Santiapichi, per ottenere dei favori per quanto riguarda l’assoluzione dei bulgari» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014). Ha precisato di non aver mai detto che lo abbiano buttato sotto le ruote, «lo trovo alquanto improbabile. Ho chiesto solo d’indagare sulla sua presenza più che sospetta in quella pineta». La sentenza ha chiarito che il bambino non stava scappando dal furgone, d’altra parte il mezzo correva a 70km/h e sarebbe bastato che il bambino si spostasse sul ciglio della carreggiata o entrasse nei campi. Inoltre, non sono state trovate sue impronte digitali sul veicolo di MFA e la Corte D’Assise ha concluso che il pedone si trovava al centro della carreggiata, come se stesse attraversadola. Come ha fatto allora un bambino, abituato a girare da solo per strade trafficate di Roma (era andato dal barbiere a piedi, da solo), ad attraversare una strada non trafficata (tant’è che il corpo del piccolo è restato sul ciglio della strada diverso tempo), al buio della sera, non accorgendosi del sopraggiungere di un furgone con i fari accesi in una zona quasi deserta?

Perché si trovava in quella pineta, lontanissimo da casa? Nessun segno di violenza sessuale, né tracce e reperti sotto le unghie, tuttavia aveva qualcosa in comune con chi lo ha investito: frequentava lo stesso collegio frequentato in passato da MFA (la George’s school, ex collegio Sant’Eugenio); aveva dodici anni anni, stessa età del ragazzino fermato un mese prima da Accetti, Stefano Coccia; abitava in viale dell’Aeronautica all’Eur, nei pressi dell’abitazione di Enrico de Pedis; era figlio di Carlos Garramòn, che lavorava in un ente internazionale, il che potrebbe ricondurre alla promessa fatta ad Agca di liberarlo tramite il sequestro di un figlio di diplomatico; a Montevideo, la famiglia Garramòn viveva attaccata alla villa di Licio Gelli, capo della loggia P2 (la madre ha raccontato che il bambino si introduceva nel giardino della villa di Gelli). senza contare il già citato comunicato di “Phoenix” e la vicinanza della villa del giudice Santiapichi. Nella sua seconda intervista a Radio Radicale, MFA ha detto: «Oggi, trent’anni dopo, conosco i motivi della mia assoluzione. So che quel ragazzino è stato portato. Uscito dal carcere, ho conosciuto tutti i motivi che legano i Garramòn a una certa abitazione. Vada a vedere in Uruguay chi abita accanto a lui. Il giovane Josè riportava, come la Orlandi, come la Gregori, numerosi codici. La sua presenza in pineta era più che motivata». Ha anche lasciato intendere che il “lavoro sporco” di rapire il bambino all’Eur, all’uscita dal barbiere è stato affidato alla malavita romana: «Non ho mai pensato che potessero essere stati i funzionari del Sisde estensori della lettera a prelevare il ragazzo, ma che gli stessi avessero raccontato le nostre attività a personaggi a loro contigui, e che questi, autonomamente, abbiano deciso di usare il Garramòn» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014).

Come spiegare allora la dinamica dell’impatto tra il bambino e il furgone? Una fatale coincidenza? Se Garramon non è stato “scagliato” contro le ruote del furgone (lo afferma MFA e lo conferma la Corte d’Assise nel 1983), come fu possibile indurlo ad attraversare volontariamente la carreggiata proprio al passaggio del furgone? Stava forse scappando da qualcuno e non si è accorto del sopraggiungere del veicolo? E come faceva questo qualcuno a sapere che proprio in quell’istante sarebbe passato il furgone? Come è stato “prelevato” dopo l’uscita dal barbiere? Secondo i riscontri della Procura Garramon è uscito da casa alle 17:30 per andare dal barbiere vicino alla sua abitazione, arrivandovi alle 18:15 (40 minuti dopo!), uscito da lì se ne perdono le tracce fino alle 20:30 quando viene investito dal furgone di MFA in viale Castel Porziano. 40 minuti per compiere mezzo chilometro (la distanza tra casa e il barbiere), cosa ha fatto in quel tempo? Nessun testimone ha osservato un sequestro o sentito grida d’aiuto, eppure il bambino si trovava in un centro abitato alle 19 di sera. E’ salito volontariamente sull’auto che lo ha allontanato da casa (magari con la scusa di un passaggio)? Oppure era già in qualche modo d’accordo con chi lo ha poi portato alla pineta? Quest’ultima ipotesi spiegherebbe le dichiarazioni della mamma, la signora Garramon, sul comportamento strano del bambino nei giorni precedenti, riluttante ad andare a scuola, con tanto di crisi di pianto.

 

SORTE DELLE RAGAZZE

Gli allontanamenti di Mirella ed Emanuela, ha scritto MFA, sarebbero dovuti durare soltanto poche ore, il tempo di far presentare la denuncia di scomparsa ai famigliari, presentando codici ad Agca per costringerlo a ritrattare la pista bulgara. Tuttavia, come spiegato sopra, circostanze non dipendenti dalla volontà degli organizzatori dei finti sequestri avrebbero fatto rimandare il rientro delle ragazze. Sulla sorte delle due ragazze, MFA ha affermato di aver avuto la responsabilità della Orlandi fino alla notte del suo arresto (20-21 dicembre 1983). «”Non possiamo più tenerle, è una questione di sicurezza. Facciamole riparare all’estero”», gli venne detto mentre era in prigione. «Mi fu detto in modo lapidario: “stanno bene fuori, meglio non farle rimpatriare, si creerebbe uno scandalo inutile”».

Racconta Accetti: «Emanuela partì in macchina, direzione Francia. Ad accompagnarla fu un turco, di orientamento di sinistra, lo stesso che partecipò all’azione davanti al Senato. Si avvalse di un appoggio a Milano, dove fu fatta una prima tappa. Ospitò la ragazza un italiano convertito all’Islam, che in casa aveva allestito una piccola comunità, con un luogo di preghiera. Emanuela restò qualche giorno e poi fu portata vicino Parigi, a Neauphle-le-Château». precisando che «aveva risieduto in questa località solo per gli anni ’84-’85» con un passaporto iraniano. «Mirella invece lasciò l’Italia in aereo, dallo scalo dell’Urbe, sulla Salaria, a bordo di un velivolo privato. Andò in Francia, ma non Parigi, un’altra città che non ricordo». Entrambe sotto i falsi nomi di Fatima e Rosi. Emanuela, «nel 1984, in Olanda fu albergata in pertinenza Cardinal Felici, che in Francia operava in modo reazionario contro i prelati ‘indipendenti’ francesi. Fu posizionata, ospitata. Il fatto risale ai primi mesi del 1984. Io ero in carcere, lo venni a sapere dopo. Per fare una pressione sul cardinale Felici, che era un reazionario tremendo, si collocò la Orlandi in una residenza provvisoria, di laici a lui riferibili, Non ricordo in che città, ma immagino fosse la capitale. Basta andarsi a vedere la biografia del cardinale. Però, onestamente non sono sicurissimo che fosse proprio Emanuela, anzi… Quasi certamente era una sosia… Ma la sostanza non cambia. A noi per sollevare uno scandalo bastava poter dire: la Orlandi ha dormito qui, in una pertinenza di quel monsignore che ci sta dando fastidio, e abbiamo le foto che lo attestano» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014).

«Escludo siano state uccise», afferma Accetti. «L’omicidio comporta un rischio immenso, perché se si trova il corpo l’assassino può pentirsi o essere individuato, e non vedo il movente. L’unico potrebbe essere la tacitazione testimoniale, ammazzarle per impedire che rivelino chi furono i sequestratori… Ma anche questo è improbabile, laborioso, perché le giovani coinvolte sono state molte. Io stesso conducevo 5 o 6 ragazze, e poi c’erano le amiche di Emanuela e Mirella. Per stare tranquilli bisognava sopprimerne 1 5 o 1 6, un po’ troppe, no? Ci sono tanti modi per tenere lontana una persona, ad esempio dire che un tuo ritorno potrebbe significare la morte di tua sorella, di tua madre. Con il trascorrere degli anni mi sono convinto che ci sia stata una forzatura, un farle stare bene, un usare una pressione perché dimenticassero il proprio nucleo familiare, il contesto sociale, e si abituassero alla nuova vita» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014).

 

ALTRE PERSONE CITATE DA ACCETTI

Paola Diener. Per influire sui lavori della Commissione dello IOR la fazione di MFA avrebbe “attenzionato” nel settembre ’83 anche Paola Diener, figlia del responsabile dell’archivio segreto vaticano, abitante in via Gregorio VII. La donna morì il 5 ottobre 1983 a causa di un incidente domestico ma la morte venne comunque sfruttata dalla fazione di MFA, citandola in uno dei comunicati, spedito da Boston a fine novembre dove si parlava di una “cittadina soppressa il 5 ottobre, a causa della reprensibile condotta vaticana”. Fecero anche vedere la foto del corpo in camera ardente ad Agca, minacciando sua sorella Fatima se non avesse ritirato le accuse ai bulgari. Ha quindi aggiunto che il ritrovamento nel 2001 del teschio nella Chiesa di San Gregorio VII voleva essere un messaggio in codice che richiamava tale accadimento. Singolare che il teschio venne fatto ritrovare il 13 maggio 2001, anniversario della prima apparizione di Fatima. Effettivamente la morte della Diener venne rivendicata in una lettera spedita da Boston il 28/10/83: «Comunicheremo al Segretario di Stato cardinal Casaroli il nominativo della cittadina soppressa il 5-10-83 a causa della reprensibile condotta vaticana». Che il comunicato parlasse proprio di Paola Diener non è scritto in nessun atto giudiziario, in nessun libro e in nessun articolo, MFA è stato il primo a rivelarlo.

Stefano Coccia. Verso fine novembre 1983, MFA ha fermato anche Stefano Coccia: determinante nella scelta sarebbe stato il numero civico del negozio del padre, 351, che richiamava apparizione di Fatima, e il fatto che abitava vicino alla fermata dell’autobus con capolinea la Stazione di San Pietro, che collegava la Orlandi, la Gregori e Caterina Gillespie. MFA ha precisato: «come già verbalizzato in Procura raccontai che verso la fine del novembre 1983 io e la ragazza tedesca fermammo tale Stefano di 12 anni in Corso Vittorio Emanuele, cinefotografandolo nascostamente e facendo credere ad un ecclesiastico che il minorenne ci avesse rilasciato alcune confidenze riguardo il comportamento del prelato in questione», ovvero si parla di mons. Marcinkus. Coccia ha confermato: «nel novembre 1983, mentre nei pressi della gioielleria di mio padre guardavo una vetrina di giocattoli, fui avvicinato da due giovani, un uomo e una donna. Erano le sette di sera. Mi dissero che lavoravano per una rivista e chiesero se ero disposto a farmi fotografare, perché ero bellino. Lei era bionda». Agli atti compare il nome di Patrizia D.B., ex fidanzata. L’ennesima menzogna, spiega Marco Fassoni Accetti: «Fui io a fare quel nome perché non potevo dire chi fosse la ragazza bionda, e nominai la Patrizia perché già era comparsa nell’inchiesta, ripromettendomi in un secondo tempo, nel caso, di ritrattare» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014). Così proseguiva il racconto di Stefano: «Mi chiesero il numero di telefono e lo scrissi su un pezzo di carta. Il giovane mi diede il suo. Poi andai nel negozio e raccontai quel che era successo. Mio padre strappò il foglietto e mi raccomandò di non dare ascolto agli estranei. Non vidi mai più quella coppia. Successivamente ricevetti una telefonata da voce maschile e matura, che mi chiese se ero Stefano e io risposi di sì. Lui abbassò il ricevitore» (il suo contatto venne trovato nella casa di MFA quando fu perquisita in seguito all’omicidio di Garramon).

Caterina Gillespie. Il 18 dicembre 1983 viene fermata anche Caterina Gillespie (16 anni). La donna ha confermato nel 2013 di averlo conosciuto all’età di 15 o 16 anni insieme a sua sorella, di avergli presentato i genitori i quali hanno poi posato per lui per delle fotografie. Secondo MFA avrebbe dovuto affermare di aver riconosciuto la Orlandi, la Gregori e Stefano Coccia in una villetta vicino alla stazione di San Pietro, insinuando la responsabilità di mons. Marcinkus. Tuttavia avvenne l’incidente nella pineta in cui perse la vita Garramon e, scrive MFA, questo fatto «ci fece sospendere qualunque iniziativa e attività riguardanti persone minorenni». Nel marzo 2013 MFA ha cercato la Gillespie dicendo di voler organizzare una mostra in Svizzera e di volere l’autorizzazione all’utilizzo della foto dei suoi genitori.

Sosia della Orlandi. Una volta uscito di prigione, MFA ha proseguito la sua attività. Nonostante, come dice, non sapesse nulla sulla sorte della Orlandi e della Gregori (se non che erano all’estero), nel 1987-1988 usò delle sosia die Emanuela con lo scopo, ha scritto di esercitare pressioni perché Thomas Macioce non diventasse presidente dello IOR (poiché avrebbe proseguito l’operato di Marcinkus).

Una di queste sosia della Orlandi, Flaminia Cruciani, venne portata nel maggio 1987 ad un convegno nella sala del Campidoglio, evento frequentato «da molti esponenti legati alla società sportiva di calcio Lazio, tra cui mio zio Agostino D’Angelo, che della stessa società fu un alto dirigente». Lo scopo era proporre alla controparte, in cambio della rinuncia di Macioce, di far testimoniare la Orlandi che la sua sparizione non riguardava il Vaticano ma la malavita romana, «inerente a certi infinitesimali ambienti della società Lazio». Per questo la sosia venne fotografata «con determinati personaggi presenti, e le stesse immagini poi prodotte a chi di dovere». Curioso che lo zio di MFA fosse legato alla Lazio considerando il comunicato del 17/11/83 in cui si chiamava in causa proprio un calciatore di questa società calcistica.

Un’altra, Priscilla Morini, effettivamente molto somigliante ad Emanuela, venne fotografata nel 1988 davanti al collegio San Giuseppe Istituto De Merode, accanto alla Maison delle Sorelle Fontana. «Vi era il processo d’appello del cosiddetto attentato al Papa, per cui la stessa fu fotografata in un locale ubicato in una traversa di via Veneto, a ricordare l’agenzia di stato bulgara Balkan Air, nella quale operava il Dot. Sergej Antonov». La Morini è stata interrogata in Procura confermando di aver incontrato MFA in quel periodo e confermando i luoghi in cui l’uomo ha detto di averla fotografata.

In ultimo, nel 1993, un’ulteriore controfigura della Orlandi, Ornella Carnazza, compagna di Accetti dal 1990 al 1996, «fu adoperata in quanto vi era in atto il coinvolgimento dell’allora sovrastante Bonarelli. Nell’impiego di tale ultima ragazza vi fu anche il contrastare un personaggio del Servizio d’Informazioni della Sicurezza Democratica (Sisde) che, nei nostri sospetti, poteva aver operato, per quanto riguarda il coinvolgimento del giovane Josè Garramòn. lcune fotografie furono eseguite presso l’istituto St. George’s, frequentato nel 1983 dal ragazzino. Il momento era propizio in quanto in quei mesi il Sisde era esposto a
un’inchiesta giudiziaria, con gravi accuse ad alti dirigenti, e ciò lo rendeva fragile di fronte a eventuali pressioni»
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Iva Skybova. Alla domanda del giornalista Fabrizio Peronaci se oltre alla ragazza tedesca Ulrike, ci sono state altre complici straniere, MFA ha risposto: «Ehm, una cecoslovacca. La agganciai in piazza San Pietro, Iva Skybova. Era bionda, aveva 1 8 anni, ma ne dimostrava molti meno. Pochi mesi dopo la morte di Oddi, la portai con me in Egitto, nel gennaio 2002, per fare alcune operazioni. Diciamo dei riscontri, delle conferme presso alcune persone residenti al Cairo, vicine al cardinale defunto, che lì era stato nunzio per anni» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014).

Federica Orlandi. Anche lei, poco tempo prima della sparizione di Emanuela, venne avvicinata da un uomo che le propose di fare la comparsa in un film. Il 14/02/16 abbiamo chiesto a Pietro Orlandi se quest’uomo assomigliava ad Accetti, ci ha risposto: «fu svolta un’indagine, interrogata la persona, era uno che effettivamente cercava comparse».


 

COLLEGAMENTO CON ALTRI CASI MISTERIOSI

Caterina Skerl. Dal carcere MFA seppe della morte di Catherine Skerl, 17 anni, strangolata il 21 gennaio 1984, il cui cadavere venne ritrovato a Grottaferrata. Venne strangolata con la cinghia del borsone preparato per andare il giorno dopo sulla neve con l’amica Angela Liguori, con cui aveva appuntamento in via Tuscolana. Non fu violentata. «La coincidenza mi turbò: capii subito che l’omicidio era stato compiuto dalla fazione a noi opposta», ha detto Accetti. Questi i motivi: Katy frequentava una scuola non distante dal convitto di Emanuela; era simpatizzante di sinistra, orientamento affine a quello della fazione di MFA, era figlia di Peter regista di film ad alto contenuto erotico, utili a richiamare la “temperatura” di certi ambienti ecclesiastici. Inoltre, «un mese dopo che noi fermammo Stefano a corso Vittorio, un coetaneo morì nella pineta, allo stesso modo, un mese dopo che noi fermammo la Gillespie, una ragazza con lo stesso nome, pure lei bionda, graziosa, straniera, fu assassinata la Skerl. Sia il giovane Garramòn sia la Skerl ci apparvero due risposte al nostro aver coinvolto adolescenti affinché testimoniassero, seppur falsamente, contro membri dell’altra parte». Accetti si riferisce al suo aver fermato un mese prima Caterina Gillespie: «non è strano che poche settimane dopo un’altra Caterina venga assassinata in circostanze oscure?», ha domandato. La sua interpretazione sarebbe dimostrata dal fatto che proprio a Grottaferra «avevano sede l’associazione Pro Fratribus di monsignor Hnilica, molto attiva nella raccolta di fondi in chiave anticomunista, e la villa dell’avvocato Ortolani, anche lui nostra controparte».

Accetti ha anche rivelato: «Quando nel 1986 mi revocarono gli arresti domiciliari, andai nel liceo della Skerl, dove conobbi Ligeia Studer, una compagna di scuola. Tra noi nacque anche una storia d’amore, durata tre mesi. Volevamo far credere al gruppo contrapposto che Ligeia ci aveva rivelato notizie interessanti e sapevamo cosa fosse accaduto. Ma loro non abboccarono. Ad ammazzare la Skerl è stato qualche laico criminale legato al Vaticano, per interessi economici. In ballo ancora una volta c’erano i soldi dell’Ambrosiano, che la nomenklatura dello Ior, Marcinkus in testa, si rifiutava di consegnare» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014). Ha aggiunto: la Studer «fu scelta per ulteriori somiglianze quali l’altezza, il colore dei capelli, simili alle “altre Catherine”. Inoltre frequentava una scuola di danza come la Catherina Gillespie».

Il 20 gennaio 2014 Fabrizio Peronaci ha riportato la testimonianza di una compagna di classe della Skerl, la quale si è ricordata che una loro compagna di classe era Snejna Vassilev, figlia di Zhelio Vassilev, funzionario dell’ambasciata poi finito sotto processo come complice di Alì Agca. Snejna, subito dopo l’attentato al Papa, rientrò in patria con la famiglia. Vassilev venne assolto, come gli altri bulgari sospettati di complicità con Agca. Il 13 gennaio, prima che l’articolo uscisse, Peronaci si è informato da Accetti se qualche compagna della Skerl avesse un profilo particolare: Si, la bulgara che stava in classe della Skerl, non ricordo se era figlia di Antonov o di Vassilev. L’ho saputo in carcere, dall’idealista turco con cui dividevo la cella» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014), ovvero Musa Serdar Celebi. «Lo conobbi nel giugno 1984, a Rebibbia. Io nei primi mesi fui messo nel braccio G1 2. Feci domanda per essere trasferito nel G14, proprio per entrare in contatto con lui». Uscito dal carcere, a metà del 1985, Accetti andò ai domiciari ma continuò a collaborare con la fazione.

Nel settembre 2015 MFA ha rivelato dei particolari inediti a riguardo di Catherine Skerl che, tuttavia, non sono mai stati verificati dalla Procura: nel 2005 alcuni suoi sodali, avendo appreso la sua intenzione a presentarsi in Procura, avrebbero temuto l’emergere dei nomi dei responsabili dell’omicidio di Catherine Skerl, per questo -secondo MFA- «si adoperarono a sottrarre uno degli elementi che poteva legare il caso della ragazza a quello delle Orlandi- Gregori». Quando la Skerl fu deposta nella bara, una loro complice assistette alla preparazione del feretro per «comprendere se la Skerl fosse persona conosciuta o meno dal nostro gruppo». La donna vide un elemento addosso alla Skerl e il dettaglio venne «usato in un comunicato del 1984, ed attribuito alla Orlandi. Conosco il luogo romano dove tale bene è occultato, e lo potrei rivelare ai magistrati se mai manifestassero l’intenzione di apprenderlo». Questo elemento sarebbe la camicetta bianca con cui fu vestita la salma, con l’etichetta “Frattina 1982”, nome che effettivamente comparve nel comunicato del 22/11/84 del “Fronte Turkesh”: “Via Frattina 1982” (cfr. “Mia sorella Emanuela”, pag. 122,123).

Ha poi affermato che «per impossessarsi di tale elemento» alcune persone nel 2005, simulando di essere operai del cimitero, avrebbero smurato il fornetto della Skerl prelevando la bara come se si trattasse di una traslazione, lasciando all’interno della tomba un codice: «una maniglia che svitarono alla stessa cassa raffigurante un angelo. Tra i motivi del trafugamento, vi era anche l’intenzione di esercitare alcune pressioni. Per stabilire la datazione della presunta effrazione del loculo, si dovrà comunque periziare il materiale con cui è stato eventualmente richiuso nel 2005 il muretto interno e la lapide». L’avvocato di MFA, Giovanni Luigi Guazzotti, ha presentato un esposto-denuncia al capo della Procura di Roma, Giuseppe Pignatone. In una telefonata che abbiamo avuto con MFA nel febbraio 2016, l’uomo ha aggiunto che oggi la camicia si troverebbe «dentro Cinecittà, c’è una ricostruzione scenografica ed è messa là dentro. Quella della Skerl è una cosa grave, lì non c’è proprio più la cassa! Ci sono i segni sulla lapide perché, mi hanno riferito, si poteva soltanto rompere per togliere la cassa. E si vede che è stata rotta. E lì ci sta un altro personaggio losco, molto losco, che tiene una pagina sulla Skerl, che fa di tutto per rendermi non credibile e che si è affrettato a dire “no, no, c’è stato un restauro”. Non è vero assolutamente, quando morì Wojtyla e quando mi dissero che era stata trafugata andai subito ed era così com’è. Va periziato il materiale con cui è stata chiusa e si vedrà che è di dieci anni fa. Lì dentro c’è solo una maniglia. E’ sparita una cassa, per farlo non si può scavalcare il muro ed è un’azione che non può essere quella di un mitomane: aprire un fornetto, richiuderlo e portarsi via la cassa. Sono le stesse persone che mandarono quelle lettere [nel 2013, NDA], che hanno fatto questo, persone con cui ho avuto anche contatti».

 

Nomadi minorenni. Un altro caso lo avrebbe in parte rivelato Sabrina Minardi quando ha riferito che tra l’83 e l’84 nella pineta di Castel Porziano De Pedis condusse una minorenne nomade. La Minardi cita la stessa area in cui MFA inevestì Garramòn nel’83, si tratta ha spiegato Accetti di un «un reale episodio in cui ero presente, dove effettivamente, intorno all’autunno dell’83, retribuimmo il padre di un giovane nomade di circa 12 anni, in un campo nelle vicinanze della pineta in oggetto, con la motivazione di doverlo filmare all’interno di alcune esigenze cinematografiche. Al ragazzo rom fu puntata una pistola 357 Magnum alla testa, e dopo lo sparo si gettò a terra, fingendosi morto. Nella scena appariva un finto prete». La Minardi invece ha parlato di una “zingarella”, nel 1983-84 nella pineta di Castel Porziano dunque «configura come un omicidio, trasfigurando anche il sesso e l’età del giovane nomade».

Così, scritto, «la Sabrina Minardi ambienta giustamente l’episodio, ma trasfigurandolo, modificandone la realtà per suoi motivi di cui non sono a conoscenza e rendendolo impropriamente un fatto omicidiario». La Minardi avrebbe inviato un messaggio a qualcuno? Un collegamento tra MFA e la Minardi sarebbe anche nella telefonata di Mario: il contenuto non è mai stato rivelato in pieno, tuttavia MFA afferma che Mario citerebbe diversi codici, tra cui “Monteverde” e “Tor Vaianica” Gli stessi di cui parlerà Sabrina Minardi nel 2008, localizzandoli come luoghi di permanenza della Orlandi. «Non si può immaginare», scrive MFA, «che la Minardi possa aver avuto accesso a tali verbali secretati . Né si può ritenere che tra tanti quartieri di Roma e tante località marittime possa essersi verificata una mera, fortuita coincidenza nell’essere citati da entrambi i personaggi, “Mario” e la Minardi». Anche lui localizza questi luoghi come rifugio della Orlandi e spiega i motivi per cui sarebbero stati scelti, come riportato più sopra.

Ancora Accetti: «Questo atteggiamento di rendere inverosimili i racconti da parte della Minardi, credo che appartenga alla stessa tecnica adottata anche dal signor Agca: raccontare parte della verità e al tempo stesso rendere la deposizione inverosimile, per cui inutilizzabile a fini giudiziari, in modo da non coinvolgere altre parti in causa». Un esempio sarebbe il clamoroso errore del coinvolgimento del piccolo Nicitra. Nel 1996, in occasione della scomparsa di un altro giovane nomade di 12 anni (Bruno Giordano), la fazione di Accetti avrebbe simulato che lo stesso ecclesiastico potesse ancora esserne stato il responsabile (negando però di aver avuto a che fare direttamente qualcosa). Per questo «inviammo una missiva anonima presso gli inquirenti il cui contenuto al momento non intendo rivelare per il segreto investigativo. Principiò un’attività di indagine con alcune intercettazioni telefoniche, di cui tra l’altro era interessata anche la mia utenza. In una di queste intercettazioni una ragazza a me contigua si tradì nel far presente del mio coinvolgimento nel caso Orlandi- Gregori». Infine, nel 1997 MFA è stato denunciato da una fonte fiduciaria qualificata della polizia per la sparizione di un bambino rom, Bruno Romano, avvenuta il 26/12/1995 con la complicità, a detta della fonte, di Ornella Carnazza. Ma le indagini hanno negato la responsabilità dei due e nessun riscontro è emerso a quanto dichiarato da tale fonte fiduciaria. Accetti lo spiega così: «Essendo noi a conoscenza della scomparsa del ragazzino, simulammo che monsignor Cheli, pro-presidente della Pontificia Commissione per i Migranti, chiamato in causa molti anni prima con la finta scena di un film nella pineta, potesse ancora una volta essere il responsabile. Inviammo una missiva anonima agli inquirenti e principiò un’attività di indagine con intercettazioni telefoniche in cui una ragazza a me contigua si tradì» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014).

 

Alì Estermann. Il 21/03/1999 MFA appare per la prima (e ultima) volta in televisione partecipando ad una puntata di “Domenica In” imitando Roberto Benigni (esattamente il giorno in cui vinse l’Oscar), presentandosi come Alì Estermann. Seguì un viaggio a New York dove attirò l’attenzione della stampa facendo credere di essere il vero Benigni. Ha spiegato questa sua performance dicendo di aver ricevuto, nel 1999, minacce telefoniche da parte di una persona vicina agli ambienti di monsignor Bruno della diocesi di New York, che avrebbe anche chiamato la trasmissione “Chi l’ha visto?” imitando il suo modo di parlare. Il nomignolo significava: «Era un modo di intimidire occultamente, attraverso la sintesi tra colui che spara, Agca, e colui che muore, il comandante delle guardie svizzere. Ed andai anche a New York, simulando di essere Benigni in persona, per contrastare la stessa persona delle minacce che ritenevo gravitasse in certi ambienti di quella diocesi, ed attirando volutamente l’interesse della stampa locale. Erano i metodi di usare i media per nostri fini, in modo certo sui generis, imprevedibile e soprattutto occulto», ha spiegato. La performance mirava a mettere a tacere un ecclesiastico in servizio negli Stati Uniti, «pretendeva la restituzione di materiale fotografico su azioni precedenti, seppellito nel 1983 in una località vicino Roma, nella quale mi ero nuovamente recato nel 1986 con uno dei due idealisti turchi, presenti nel processo per l’attentato», cioè Celebi. «Il posto dove seppellimmo il materiale, nel 1982-83, era nei pressi di Santa Maria di Galeria. Non mi si crede? La magistratura lo rintracci. Non deve essere difficile, vive ancora a Francoforte. Non si trovava nella cittadina moderna, ma nell’Antica Galeria, un sito archeologico medievale. Ricordo che c’erano degli anfratti, delle cavernette, dove nascondemmo alcune scatole metalliche”. E cosa contenevano? “Documenti, atti, carte compromettenti su qualche prelato. Ma niente di speciale. Basta, c’è il riserbo istruttorio» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014). Secondo MFA potrebbe essere anche l’autore delle due lettere ricevute dalla Monzi e dalla sorella di Mirella.

 

Alessia Rosati. Nel 2015, dopo l’archiviazione del caso, ha fatto emergere la vicenda di Alessia Rosati, ragazzina scomparsa il http://www.uccronline.it/2013/09/23/emanuela-orlandi-analisi-di-tutte-le-ipotesi-di-soluzione-del-caso/#rosaticon lo scopo di denunciare l’irresponsabilità della Procura nell’aver preso questa scelta senza indagare. Ha collegato la misteriosa sparizione della Rosati alle turbative che investirono nel 1993 il Servizio per le informazioni e la sicurezza (Sisde), per le quali si necessitava di operare pressioni verso alcuni membri: «e secondo uno dei nostri moduli di operare, abbisognavamo di una ragazza con estrazione di sinistra, per chiederle di collaborare nell’esercizio di queste pressioni». MFA avrebbe così individuato nel centro sociale “Hai visto Quinto?” la 21enne Alessai Rosati (che aveva contatti assidui con esponenti di Autonomia operaia, nella sede di via dei Volsci), approcciandola tramite l’invito a partecipare ad un lungometraggio: «essendo questa una maggiorenne, a differenza delle precedenti ragazze, le dissi il mio nome reale e le fornii il numero di telefono. Questo alla presenza di una sua amica, che se rintracciata non può che confermare».

La Rosati, scrive MFA, «era solita trovarsi in un piazzale situato al termine di via Val Padana, sedersi su quelle panchine e frequentare il centro sociale posto nello stesso slargo. Questo era anche il luogo dove ci conoscemmo ed apparentemente scomparì. Su questa scena si apriva il portone di una delle abitazioni in cui ho vissuto con la mia compagna di venti anni, la stessa ragazza che poco tempo dopo sarà intercettata mentre telefonicamente nominava l’ Emanuela Orlandi». Ovvero Ornella Carnazza. In seguito MFA le avrebbe rivelato il progetto che sarebbe dovuto durare pochi giorni: esercitare pressioni contro alcuni elementi del Sisde, coinvolti nello scandalo dei fondi neri scoppiato l’anno precedente, facendo balenare un loro possibile coinvolgimento nella sparizione della ragazza. Il suo allontanamento da casa, scrive l’uomo, fu «spiegato da una lettera fatta pervenire alla stessa amica che fu presente nel momento in cui non fece ritorno presso la sua famiglia», un desdierio di libertà -come nelle prime telefonate per la Orlandi- e la presenza di un ragazzo, come per la Gregori-. E, come fu per ambedue, la presenza di un’amica negli ultimi momenti che ne precedevano la scomparsa. La Rosati scomparve il 23 luglio 1994, giorno sarebbe dovuta partire per un viaggio in Umbria assieme ai genitori. «Alessia Rosati si prestò al nostro piano», dice MFA, «tanto che nei primi giorni dormì da me, in via Val Padana, dove vivevo con la mia compagna, e frequentò il mio studio fotografico, in via Chisimaio. Giravamo con una A112 e su un motorino, adottando alcuni accorgimenti per evitare che i familiari la riconoscessero, nel caso li avesse incrociati per strada». Inoltre, prosegue, «continuammo ad incontrare vari compagni [del comunismo romano, nda] del mio e del suo ambiente. Faccio appello a costoro a presentarsi alle autorità e confermare». Tuttavia dopo circa dieci giorni la ragazza «non fece ritorno al mio studio fotografico dove risiedeva. Alcune persone che la conoscevano e con noi collaborarono, improvvisamente si negarono come intimoriti». Alessia Rosati scomparve davvero. Precisato meglio: «Da un giorno all’altro Alessia non tornò. Ricordo che la aspettai invano una sera, proprio in via Chisimaio. Tentai di informarmi con i compagni che erano al corrente dell’azione, ma si volatizzarono, nessuno ne volle sapere più nulla». Ovvero, secondo MFA, venne realmente rapita.

C’è tuttavia una contraddizione nel racconto di MFA: in un articolo sostiene che a scrivere all’amica sarebbero stati i rapitori: «ho sempre pensato che i responsabili di tale scomparsa abbiano scelto come destinataria della lettera proprio tale amica, per farci comprendere che sapevano di quel nostro primo incontro», sospettando che gli autori della scomparsa siano gli stessi omicidi della Skerl. In un secondo articolo, invece sostiene di aver invitato lui a inviare la lettera: «Insieme ad Alessia ed altri, concordammo il suo andarsene di casa, spiegato da una lettera fatta pervenire alla stessa amica che fu presente nel momento in cui non fece ritorno presso la sua famiglia».

La lettera, scritta certamente da Alessia e spedita da Roma, contiene un errore abbastanza clamoroso: Alessia scrive all’amica: «lunedì sarei dovuta anche partire per andare in quel paese di merda e tu sai quanto lo odio…». Invece la partenza era prevista per sabato pomeriggio, non per lunedì. Lapsus o errore voluto? A noi sembra più quest’ultimo, dato che nel finale della lettera “l’errore” viene ribadito, quasi a sottolinearlo: «Mi dispiace che non ci vediamo, ma tanto sarebbe rimasta solo domenica». La madre di Alessia ha anche rivelato: «Fummo io e mio marito a scoprire che l’amica di Alessia aveva mentito. Mise a verbale di averla salutata alle 12.45 e non che passò pure lei da casa nostra, dove non c’era nessuno. Fu una vicina, che la incrociò con mia figlia nel palazzo, a raccontarcelo. Ma perché Claudia disse una menzogna? Intendeva coprire Alessia? Cosa voleva nasconderci? Ricordo che nelle prime concitate ore, quando proposi all’amica di Alessia di cercarla in via dei Volsci, dove c’era Radio Onda Rossa, lei insistette perché non andassi. Fu molto decisa. “Vado io, voi girate nel quartiere”. Un comportamento strano ». Hanno anche aggiunto: «In effetti nei giorni successivi al mancato ritorno a casa ci giunse voce che Alessia era stata vista in zona».

Il 31 ottobre 2015 MFA ha lasciato un messaggio sulla segreteria telefonica della famiglia Rosati, dicendo loro di essere un conoscente di Alessia e di avere notizie da produrre, chiedendo di essere richiamato. La famiglia non lo ha richiamato ma ha portato il nastro registrato alla trasmissione “Chi l’ha visto?” che lo ha mandato in onda senza però dare molta credibilità a MFA. Il quale commenta: «Il paradosso è che quando inquadrano il luogo dove la ragazza è scomparsa, appare proprio il portone della mia abitazione di allora». MFA invita a rintracciare l’amica, il nome è Claudia, e l’agenda telefonica della Rosati sulla quale sarebbe appuntato il suo numero telefonico. Aggiungendo: «Alcune persone degli ambienti del comunismo romano di quel periodo conoscono l’accaduto», invitando più volte ad indagare in tal senso.

 
 

EVENTI DOPO LA COMPARSA DI ACCETTI.

Dany Astro. Dopo MFA in Procura si è presentata anche Daniela Silvana Astro, compagna di Fassoni Accetti dal 2001, dichiarando che nel 2012, dopo la morte di Oscar Luigi Scalfaro (che, ricordiamo, aveva lo studio nello stesso complesso di S. Apollinare in cui Emanuela andava a scuola di musica), MFA l’avrebbe incaricata di consegnare una lettera ad un arabo della moschea centrale di Parigi. Questo portò all’incontro con tre donne che mise in contatto con MFA e, in una tra queste, avrebbe riconosciuto Emanuela Orlandi. Rispetto al flauto, la Astro ha ricordato di averlo visto nello studio di via Tripoli nel 2001 e di averlo rivisto durante la trasmissione di “Chi l’ha visto”, ma senza sapere prima che si trattava di quello della Orlandi. Se MFA dice di non sapere nulla sulla sorte della Orlandi e, invece, la sua compagna dice di averla vista a Parigi evidentemente o MFA mente oppure non crede alla sua compagna.

Conclusioni della Procura. Il 30 settembre 2015 la Procura ha archiviato il caso sentenziando che «la personalità di Accetti è caratterizzata da smania di protagonismo e di pubblicizzazione della propria immagine, con una spasmodica ricerca di accesso ai media e della loro costante attenzione». Le deposizioni che ha offerto sono da leggersi in questo contesto, «elementi (fantasiosamente) costruiti su dati di fatto a lui decisamente noti, che però in concreto -per una sua scelta consapevole- non hanno consentito e non consentono riscontri che corroborino le vicende raccontate, sia perché non vi è una concreta individuazione delle persone che sarebbero state protagoniste della vicenda ed avrebbero agito assieme a lui, sia perché i limitati approfondimenti investigativi praticabili hanno avuto esito negativo. Il riferimento è al flauto e al ruolo di telefonista che egli si è attribuito». Secondo la Procura le opinioni dei genitori e della sorella confermano questa tesi. Tuttavia, si aggiunge, «è vero che la profonda conoscenza dei fatti dimostrata sembra andare oltre quella che può avere un semplice appassionato del caso. Ed è anche vero che i familiari e la ex moglie Eleonora C. hanno riferito che fin da subito Accetti si sia interessato al caso Orlandi, avendolo mentre scriveva lettere ed effettuava telefonate anonime in merito, dimostrando quindi un forte coinvolgimento emotivo con il caso. E tuttavia, non vi è alcun serio riscontro probatorio che le lettere e le telefonate siano quelle effettivamente pervenute alla famiglia Orlandi, alla famiglia Gregori, allo studio dell’avvocato Egidio e al Vaticano».

La approfondita conoscenza della vicenda, secondo la Procura, «si spiega del tutto verosimilmente per essere stato l’Accetti molto vicino alle carte del caso Orlandi e alle numerose pubblicazioni esistenti sull’argomento, dimostrando di aver esaminato in modo puntuale e dettagliato quanto è stato pubblicato negli anni, sopratutto degli atti processuali del vecchio processo». Lo confermerebbe il fatto che Fassoni Accetti conoscerebbe bene tutti i dati e i particolari contenuti negli atti del 1997 ma ha dimostrato di conoscere poco e con scarsa precisione particolari che non sono oggetto di pubblicazioni (un esempio è il contenuto della telefonata di “Mario”, della quale sono sempre stati riportati brevi brani anche in sede processuale, ed infatti Fassoni Accetti non conosce né la durata, né il contenuto). Tuttavia sostiene che nella parte secretata sarebbero citati Torvajanica, Monteverde e Villa Stricht. La Procura non ritiene rilevante nemmeno l’intercettazione tra lui e la Carnazza (lui ha tuttavia risposto a questa accusa prima che venisse formulata: «Se fossi veramente estraneo al caso, non si comprenderebbe come già nel lontano 1997 una persona si sia espressa, pur privatamente, raccontando del mio coinvolgimento, ed in quegli anni non ero certo in contatto con alcuna realtà mediatica per cercare di “apparire” sotto il presunto impulso di protagonismo, come molti mi accusano ». La conclusione ufficiale dunque è che la vicenda descritta da Fassoni Accetti è «frutto di un lavoro di sceneggiatura scaturito dallo studio attento di atti e informazioni scaturite negli anni da parte di un soggetto con spiccate smanie di protagonismo».

 

I PUNTI FORTI DELLA TESI DI MARCO FASSONI ACCETTI

1) Racconto organico: al di là della verità o meno, per la prima volta dalla scomparsa delle due ragazze viene presentata una ricostruzione sensata in linea generale, un racconto organico che fa luce sui tanti aspetti misteriosi e mai capiti, dando soluzioni verosimili (credibili è una parola troppo impegnativa), sulle quali hanno lavorato inutilmente decine di investigatori in decine di anni. Una stratificazioni di obiettivi, di messeinscena, un “gioco” finito però male, con la sparizione reale delle due ragazze. Anche il senso dell’immenso sforzo di depistaggio ha avuto luce: non si è voluto tanto coprire due probabili omicidi (o sparizioni), ma un’intensa e nascosta attività ricattatoria ai danni del Vaticano e dello Stato italiano da parte della malavita organizzata, servizi segreti deviati e ideologhi di varie estrazioni. Il racconto di MFA illumina il caso Orlandi-Gregori, il caso Garramon, il caso di Caterina Skerl e il caso di Alessia Rosati. La conoscenza dettagliata di MFA di eventi risalenti a decine di anni fa Sarebbe tutto il frutto di un decennale lavoro di archiviazione e studio da parte di MFA? L’obiezione è valida, lo vedremo più sotto, tuttavia è riuscito a spiegare in modo inedito e covincente eventi misteriosi, come mai nessun inquirente e/o giornalista ha mai fatto. Inoltre l’ipotesi del “finto sequestro” non è così peregrina se si pensa che emerse nella requisitoria del 5/08/97 da parte del procuratore generale Giovanni Malerba, il quale avvalorò l’ipotesi di un allontanamento volontario di Emanuela e Mirella, ingannate dai sequestratori, e un successivo allontanamento contro la loro volontà.

 

2) Collegamento date Agca-Orlandi-Garramon.
-Il 22 giugno 1983 sparisce Emanuela Orlandi.
-Il 25 giugno 1983 (tre giorno dopo) appare inspiegabilmente su Il Tempo una lettera inviata nel settembre 1983 (nove mesi prima) da Agca al card. Oddi, nel quale il turco si dichiara pentito e dice di aspettare una risposta dal Vaticano (MFA sostiene che fu la sua fazione a far uscire questo articolo, un messaggio per Agca per dirgli che la promessa fattagli due anni prima era stata mantenuta, il rapimento di una cittadina vaticana, e ora toccava a lui contraccambiare inficiando il processo).
-Il 29 giugno 1983 (una settimana dopo la sparizione di Emanuela e quattro giorni dopo l’articolo su Il Tempo), Agca ritratta improvvisamente (come riportano le cronache di allora) le sue accuse di complicità nell’attentato al Papa, inficiando il processo. Collaborava dal dicembre 1981.
-Il 27 novembre 1983 compare il comunicato “Phoenix” che minaccia i telefonisti citando la “pineta”.
-Fine novembre 1983 MFA ferma nei pressi del numero 351 di corso Vittorio Emanuele II, dove ha la gioielleria il padre, il dodicenne Stefano Coccia, come ha confermato quest’ultimo ai magistrati. Corso Vittorio Emanuele II 351 si trova a qualche metro di distanza da Ponte Vittorio Emanuele, citato -tra tutte le vie e i ponti di Roma- dal secondo telefonista che ha chiamato casa Orlandi, “Mario”. Convitto nazionale Vittorio Emanuele II è anche il nome della scuola che frequentava Emanuela Orlandi al momento della sparizione.
-Il 20-21 dicembre 1983 (un mese dopo) MFA viene coinvolto in un misterioso incidente investendo il dodicenne (stessa età di Coccia) José Garramon proprio nei pressi di una pineta, frequentante lo stesso istituto frequentato in passato da MFA. L’incidente avviene vicino al luogo dell’incidente abitava il giudice Severino Santiapichi, che avrebbe presieduto la Corte d’Assise sull’attentato al Papa da parte di Agca e, altra coincidenza.
-Il 21 dicembre 1983, il giorno dopo l’incidente (come ha fatto notare MFA), ottenne gli arresti domiciliari Sergej Antonov, uno dei bulgari accusati da Agca (MFA sostiene che il giorno dopo sul giornale “l’Unità” gli articoli riportanti il fatto della pineta e l’uscita di Antonov appariranno pubblicati nella stessa pagina, in realtà uscirono il 22 dicembre 1983 e non sulla stessa pagina, ma uno a pag. 3 e l’altro pag. 14. Un errore che non avrebbe fatto un archiviatore seriale di notizie secondo le accuse che gli vengono rivolte).

 

3) Intercettazione. In un’intercettazione telefonica del 04/04/1997, in tempi “non sospetti”, tra MFA e la sua ex compagna, Ornella Carnazza, quest’ultima lo minaccia (sapendo di essere intercettata) di rendere noto alla polizia del suo legame con Emanuela Orlandi, se lui non accetta le condizioni per vedere sulla figlia Daphne. Testuali parole: «Il mio telefono l’hanno messo sotto controllo. E adesso io comincerò a raccontare per telefono tutte le cose di una certa ragazza…di tutte le cose che tu hai fatto con questa ragazza…Emanuela, chi è Emanuela? Io continuo a dire i nomi per telefono se tu non mi fai parlare…allora parliamo di Emanuela Orlandi e di quello che vuoi fare con lei?». Accetti è imbarazzato e cerca di interrompere la donna, la quale si arrabbia ancora di più. In una seconda telefonata, che segue di poco la prima, la scena si ripete: la donna, venendo interrotta, torna a dire: «E allora parliamo di Emanuela….se tu cominci a fare i ricatti io divento più bastarda di te, sai dove vado….[rumori che rendono incomprensibile l’ascolto]….tutto quanto e ti rovino a te e tutto quanto….». La Carnazza, interrogata nel 2013, ha riferito di ricordare che MFA le parlò della Orlandi all’inizio della loro relazione ma lei pensò che lo faceva per vanteria, mentre non ha spiegato l’intercettazione sminuendo i sospetti e affermando di non ricordare a cosa si riferiva nonostante le fossero state lette tutte le parole che scambiò con l’uomo. La giustificazione della Procura a non ritenerlo un elemento probatorio in quanto lo stesso MFA avrebbe accusato la donna, durante la telefonata, di “essere pazza” lascia perplessi. Sulla non conferma della Carnazza (così come farà l’ex moglie Cecconi) qualcuno ricorda la minaccia apparsa due giorni prima della comparsa di MFA in Procura: “Non cantino le due belle more…”. MFA ha scritto: «Solo in quest’anno 2013 ho appreso di questa remota intercettazione, ben dopo 17 anni. Se fossi veramente estraneo al caso, non si comprenderebbe come già nel lontano 1996 una persona si sia espressa, pur privatamente, raccontando del mio coinvolgimento, ed in quegli anni non ero certo in contatto con alcuna realtà mediatica per cercare di “apparire” sotto il presunto impulso di protagonismo, come molti mi accusano. E son trascorsi, mi ripeto, ben 17 anni.».

 

4) Boston. La sua ex moglie, Eleonora C, ha un fratello che -coincidenza vuole- vive a Boston, proprio la città dalla quale partirono dei comunicati legati al caso Orlandi. La sorella di MFA, Laura Accetti, ha riferito in Procura che nel 1983 suo fratello le aveva detto di aver scritto delle lettere e aver chiesto a Eleonora C di spedirgliele da Boston, dove si recava. La Cecconi ha tuttavia smentito di aver inviato lettere da Boston per MFA ed, effettivamente, la lettera è arrivata 4 mesi dopo la fine della loro relazione (durata dal 25 maggio 1982 al giugno 1983). Tuttavia nel libro Il Ganglio si legge a proposito di Emanuela Cecconi: «Si tratta di una testimone di fatti non marginali. Si sposarono nel maggio 1982 e, dopo il viaggio di nozze a Venezia, andarono a vivere nell’ufficio del suocero. Subentrarono litigi, resistenze della famiglia di lei. La primavera seguente saranno di fatto già separati, però – e ciò pesa nell’inchiesta – resteranno amici almeno per tutto il 1983, nell’intera fase calda del doppio rapimento». Agli atti, si legge ancora, è stato acquisito un elemento indiziario: ai carabinieri dell’Arma della Cecchignola che indagavano sulla morte di Josè Garramòn, investito a Castel Porziano il 20 dicembre 1983 da Marco Fassoni Accetti, la Cecconi dichiarò di non sapere nulla, perché si trovava all’estero: «Mi trovavo a Boston, presso l’abitazione di mio fratello Alessandro, che è in America da sette anni per motivi di studio, in 75 Winter St. Natick Mass. Lì sono rimasta dal 20 novembre al 22 dicembre 1983, quando ho fatto ritorno in Italia». Domanda: «Quando ha sentito o visto l’ultima volta suo marito Marco?». Risposta: «Qualche giorno prima che partissi. Preciso altresì che da mio fratello in America sono stata anche dal 2 agosto al 10 novembre 1983, ininterrottamente». Le lettere partite da Boston arrivarono al corrispondente della Cbs, Richard Roth, tra il 27 settembre 1983 e i primi di gennaio 1984 (Il Ganglio, Fandango Libri 2014). Una persona a lui intima, dunque, si trovava proprio nella città di Boston -tra tutte le città del mondo- esattamente nel periodo in cui, da lì, partivano comunicati sul caso Orlandi. Nel luglio 2013 la grafologa Sara Cordella, analizzando la scrittura di un comunicato arrivato da Boston, ha rilevato che il segno grafico che si osserva «si trova soprattutto nelle scritture femminili».

Va ricordato anche la minaccia contenuta nelle due lettere apparse due giorni prima di MFA: “Non cantino le due belle more…” e la foto di un teschio umano con la scritta “Eleonora De Bernardi, Morta in Campagna, Lì 23 agosto 1854” (stesso nome della Cecconi): la donna ha dichiarato anche di essere stata contattata da MFA poco prima che questi si presentasse in Procura e, pensando che abitasse ancora a Roma, le ha segnalato l’apertura di una palestra che avrebbe potuto essere utilizzata dalla sorella disabile e ha ricordato che l’uomo, finita la loro relazione e dopo la sparizione della Gregori e della Orlandi, le disse che conosceva le ragazze e che il giorno prima della scomparsa di Emanuela l’aveva seguita dalla scuola di musica fino a casa. Le disse anche di aver fatto alcune telefonate anonime in merito da alcune cabine telefoniche, ma lei relegò le cose a smanie di protagonismo. Leggendo queste dichiarazioni, MFA ha commentato: «quando mettevo al corrente alcune ragazze del mio coinvolgimento nel caso in oggetto, non era per una qualche ostentazione, ma per chiedere la collaborazione delle stesse. Alcune condivisero e parteciparono, altre come nel caso della mia parente dimostrarono un distacco, per il quale desistii dal raccontare oltre».

 

5) Codici. I codici citati da Accetti sono tanti, elenchiamo soltanto quelli che riteniamo più rilevati:
-1-3-5-7. La vicenda è effettivamente costellata da questi numeri che avrebbero dovuto richiamare la data dell’apparizione di Fatima, il 13-5-17: l’ora della sparizione di Mirella furono le 15.30 (anagramma-sciarada di Fatima, cioè 13-5), la Orlandi telefona a casa alle 7 della sera (completando la data con il 7 del 1917). Non si era mai spiegato perché i due telefonisti si fossero premurati di dichiarare la loro età: 35 anni Mario, mentre Pierluigi disse: “Ne devo compiere 17” (quando sarebbe stato più logico dire 16). La Orlandi telefonò a casa raccontando di un’offerta di lavoro pagata 375 mila lire. Il 13/11/83 il gruppo “Phoenix” lasciò dei proiettili Magnum calibro 357 in un’edicola vicino all’istituto Giuseppe De Merode (frequentato da MFA). Stefano Coccia venne fermato nel novembre 1983, alle 7 del pomeriggio, da MFA e Ulrike, la ragazza tedesca della Stasi, davanti al negozio del padre, Vittorio Coccia, gioielliere di corso Vittorio, numero 351. Fatima come Fatma, la sorella di Agca.

-Vittorio Emanuele II. Il 28 giugno 1983 telefonata a casa Orlandi il telefonista “Mario”, dice di possedere un bar (come i genitori di Mirella Gregori) a Ponte Vittorio Emanuele II. Quattro mesi dopo, verso fine novembre 1983, Marco Accetti ferma -tra tutte le vie di Roma- proprio in corso Vittorio Emanuele II (a pochi metri da Ponte Vittorio Emanuele II), il dodicenne Stefano Coccia, vicino al negozio del padre al numero 351. Convitto nazionale Vittorio Emanuele II è, altra incredibile coincidenza, anche il nome della scuola che frequentava Emanuela Orlandi al momento della sparizione.

-Pierluigi. Nel 1967 all’istituto Giuseppe De Merode conobbe mons. Pierluigi Celata, allora direttore spirituale e dopo poco diplomatico in Vaticano e sostenitore del card. Casaroli (a favore del dialogo con l’Est). Coincidenza vuole che mons. Celata nel 1983 abitava esattamente sopra la Maison delle “Sorelle Fontana”, citata nella telefonata di Emanuela. Effettivamente mons. Celata ebbe rapporti con Fancesco Pazienza, collaboratore del direttore del SISMi, e “Sala Borromini” indicava la casa di Pazienza, in cui si diceva incontrasse De Pedis. Secondo quanto mise nero su bianco lo stesso Pazienza, nella sua autobiografia (“Il disubbidiente”, 1999), mai smentita, mons. Celata avrebbe costituito un punto di riferimento per il Sismi, in particolare nel contrastare la figura di Marcinkus alla guida dello Ior, attraverso scandali da creare ad hoc. Nel libro “I senza Dio” (2013) di Stefano Livadiotti, Pazienza sostiene di essere stato indirizzato da monsignor Celata, all’epoca braccio destro di Casaroli su indicazione di Giuseppe Santovito, il generale piduista che guidava il Sismi. Ne libro I poteri forti di Ferruccio Pinotti, si citano le memorie lasciate da Pazienza, in cui si ravvedono stretti rapporti con mons. Pierluigi Celata. “Pierluigi” è anche il nome del primo telefonista, il 13/11/83 il gruppo “Phoenix” lasciò dei proiettili Magnum calibro 357 in un’edicola proprio vicino all’Istituto Giuseppe De Merode, nel 1988 MFA fotografò Priscilla Monrini, secondo lui “sosia” della Orlandi, ancora una volta proprio davanti all’istituto Giuseppe De Merode (come da lei confermato).

-Senato. Emanuela sparisce davanti al Senato proprio nel giorno in cui Giovanni Paolo II, nel suo viaggio in Polonia, fece un incontro al Senato Accademico polacco di Cracovia. Un altro collegamento tra il caso e Giovanni Paolo II è la scelta del giornalista Richard Roth, che ricevette delle lettere riguardanti la Orlandi, scelto poiché dal 16 al 23 giugno 1983 era in Polonia al seguito del Papa.

MFA ha precisato rispetto all’uso esasperato dei codici: «I codici dovevano essere molti ed esprimersi in forme esasperate, a volte anche gotiche. In tal modo si rendevano inverosimili all’indagine di un eventuale inquirente, alla curiosità di un possibile giornalista, che li avrebbero per l’appunto considerati eccessivi, implausibili, o comunque ne sarebbero stati depistati». Allo stesso tempo: «Ogni codice raccontava l’origine di un evento, le nostre intenzioni. L’usarli era una forma di pressione verso l’altra parte. Un modo di dire loro che realtà delicate e riservate diventavano pubbliche, ma momentaneamente sotto scrittura cifrata. E che, se non fossero state corrisposte le nostre richieste, avremmo potuto spiegare pubblicamente quel che il codice occultava, e ciò non era certo interesse della controparte» Il Ganglio, Fandango Libri 2014). Tuttavia, ha scritto, «il codice firmava un’azione, un gesto. Agli esponenti della nostra controparte, il significato veniva spiegato attraverso missive anonime, che permettevano di interpretare integralmente ogni scrittura cifrata, man mano che i fatti si evolvevano. I nostri interlocutori, a cui doveva giungere il significato di ogni azione, non avrebbero dovuto pensare a coincidenze, tutto doveva ricondurre a una stessa matrice».

 

6) Fermate dell’autobus di San Pietro. Tutte le persone che MFA ha citato nel suo racconto sembrano effettivamente collegate dall’autobus che faceva capolinea alla stazione di San Pietro. Scrive MFA: «Nella piazza della stazione San Pietro vi era il capolinea di un autobus che compiva un tragitto lungo il quale noi dovemmo scegliere gli adolescenti che nelle loro testimonianze fittizie avrebbero dovuto dire di aver preso quell’autobus per raggiungere» una villetta usata da un prelato vicino al Presidente Mons. Marcinkus, che rimandava a Villa Stricht, dove effettivamente abitava il capo dello Ior. «Nel suo tragitto poteva virtualmente essere preso dalla Emanuela Orlandi, che abitava nelle vicinanze. Il bus passava innanzi la gioielleria del padre del dodicenne Stefano C., posta in Corso Vittorio Emanuele II; raggiungeva la Nomentana, strada nei pressi della quale, sulla stessa direttrice di sinistra erano poste le abitazioni di Mirella Gregori, della Catherina Gillespie e della Catherina Skerl, le quali potevano raggiungere la fermata del suddetto mezzo con altri autobus percorrenti la stessa via Nomentana». Sono collegamenti effettivi, coincidenze. Un’altra coincidenza, avendo citato la stazione di San Pietro, è una una telefonata dell’Amerikano del 5 luglio 1983, nella quale si sentono distintamente alcuni fischi di treno in sottofondo.

 

7) Abitazioni di MFA. L’area di Roma è di 1.285 km², eppure al tempo della sparizione di Mirella Gregori, MFA abitava assieme alla moglie Eleonora C in via Goito 24, dove il padre Aldo Accetti aveva un ufficio. «Qui attrezzai una stanza a laboratorio di fotografia, uscendo dal portone, a sinistra, si poteva tener d’occhio l’ingresso della scuola media di via Montebello, frequentata da Mirella, e da una compagna da noi coinvolta nell’azione». Si parla di duecento metri dal bar dei Gregori, all’angolo tra via Montebello e via Volturno (Il Ganglio, Fandango Libri 2014). Stessa coincidenza per quanto riguarda Alessia Rosati: MFA abitava allora esattamente di fronte al luogo in cui la ragazza venne vista l’ultima volta prima di scomparire. Anche Alessia, come la Skerl, era militante comunista, anche lei allontanatasi -secondo la lettera che ha inviato all’amica Claudia- per un bisogno di libertà, le stesse motivazioni che riportarono i primi due telefonisti, “Pierluigi” e “Mario” per giustificare la “scappatella” di Emanuela. Anche nel caso della Rosati c’è un’amica, Claudia, a vederla per l’ultima volta come Raffaella Monzi (per Emanuela) e Sonia De Vito (per Mirella). Amica su cui cadono pesanti sospetti (da parte dei genitori di Alessia), così come caddero su Sonia De Vito.

 

8) Comparazione voci. Dopo aver comparato la voce di Marco Fassoni Accetti con quella dell'”Amerikano”, la Procura ha riconoscendo una similitudine, ravvisandola anche tra MFA, “Phoenix” e “Mario”, concludendo tuttavia sull’impossibilità nel comparare le voci a causa dell’eccessivo tempo trascorso che ha modificato il suo l’apparato fonoarticolare. Similitudine, dunque, ma non effettiva attribuibilità. Eppure ci sembra alquanto oggettivo riscontrare una compatibilità tra la voce dell’Amerikano (si può ascoltare qui) e quella di MFA (si può ascoltare qui e qui). Non siamo esperti, tuttavia rileviamo in modo chiaro lo stesso timbro di voce, le stesse pause (ehmm…), accelerazione ad inizio frase per poi rallentare, vizio di interrompere continuamente l’interlocutore, gestione della conversazione in modo autoritario. Al di là della voce in sé (quella attuale di MFA si è abbassata di tono ed ha acquisito più raucedine), c’è il modo di parlare, di esprimersi che può essere valutato e il responso a nostro avviso è di piena compatibilità.

 

9) Collegamenti generali tra le giovani vittime. MFA effettivamente avvicinò ragazzi e ragazze prima e dopo la sparizione di Mirella ed Emanuela e una di queste, due giorni prima del suo arresto, fu Caterina Gillespie, stessa età, stesso nome e cognome straniero di Caterina Skerl, morta misteriosamente un mese dopo l’incontro tra MFA e Caterina Gillespie. Cosa simile è accaduta dopo l’incontro, verso la fine di novembre 1983, tra MFA e il dodicenne Stefano Coccia (confermato da quest’ultimo): esattamente un mese dopo dopo MFA investe accidentalmente nella pineta il dodicenne Josè Garramòn. Coccia viene fermato in via Vittorio Emanuele a Roma, nella sua telefonata “Mario” dice di possedere un bar -come il padre della Gregori- a ponte Vittorio Emanuele, proprio nei pressi della via in cui sarà fermato Coccia. La Skerl fu, come Alessia Rosati, militante comunista e iscritta alla Fgci (Alessia frequentava invece i centri sociali), compagna di classe di un funzionario dell’ambasciata finito sotto processo (poi assolto) come complice di Alì Agca, è stata trovata morta a Grottaferrata, dove effettivamente aveva sede l’associazione Pro Fratribus di monsignor Hnilica, molto attiva nella raccolta di fondi in chiave anticomunista, in via Corso del Popolo 40 (G. Galezzi, F. Pinotti, “Wojtyla segreto”, Chiarelettere 2011, p.45). La Orlandi, la Gregori, la Gillespie e il (negozio del padre) Coccia abitavano tutti nei pressi della direttrice dell’autobus che ha la stazione di San Pietro come capolinea. MFA frequentava lo stesso istituto di José Garramon e abitava vicino sia a Alessia Rosati che a Mirella Gregori, entrambe hanno un’amica fortemente sospettata di reticenza (Claudia per Alessia e Sonia De Vito per Mirella). Un’amica, come per Mirella e Alessia, è l’ultima persona che ha visto Emanuela Orlandi. MFA ha affermato che il ragazzo del quale fecero innamorare Mirella, fiancheggiatore della Stasi, era svizzero, Mirella lo conobbe l’estate prima in vacanza: «Era biondo, svizzero, del cantone tedesco, parlava un po’ d’italiano. Era davvero bello. Anche lui, come Ulrike, fiancheggiatore della Stasi. Cose del genere non devono stupire, all’epoca capitavano con facilità… È estate, uno straniero aggancia una ragazza e lei lo trova irresistibile. Lui magari le dice che è finlandese, svedese, e lei ci crede, s’innamora. Decidono di stare insieme». Antonietta Gregori, sorella di Mirella, nel 2013 ha risposto così alla domanda su dov’erano stati in vacanza nell’estate 1982: «Dovrei controllare le foto, ammesso che ne trovi. Di certo eravamo tutti e quattro insieme, con mamma e papà. Doveva essere Francia o Svizzera» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014). Alla baronessa Rotschild arrivò, un giorno dopo la sua sparizione nel 1980, un telegramma firmato Roland, anagramma di Orlandi. Il padre di Catherine Gillespie si chiama Ronald James Gillespie. Ronald, ancora una volta anagramma di Orlandi.

 

10) Approfondita conoscenza, enormi rischi e presenza mediatica. La conoscenza dettagliata di MFA di numerosi eventi risalenti a decine di anni fa è strabiliante, quasi unica. Così come la conoscenza di tantissime nomine vaticane, anche di secondo o terzo livello, ruoli di diplomatici, prelati e monsignori della Curia romana e della Segreteria di Stato tra gli anni ’80 e ’90, con tanto di loro abitudini e retroscena. Ha mostrato di conoscere gli uffici usati per particolari compiti dal Servizio Militare di allora, un residence situato in via Panama, in Roma, di un ufficio presso vicolo del Cinque a Trastevere e di un appartamento in via del Governo Vecchio (Il Ganglio, Fandango Libri 2014). Ha parlato anche di dettagli dell’arredo di alcune case di questi prelati, come la moquette gialla del cardinal Caprio o l’esistenza di una casa-museo di un dilpomatico del Consiglio per gli Affari pubblici nel Palazzo dell’Arciprete ecc. Non si può liquidare tutto dicendo che avrebbe studiato tutto a posteriori. Dove? Su quali articoli comparvero queste notizie? In quali atti? Internet allora non esisteva e oggi, ovviamente, questi dettagli non sono presenti sul web. Ma anche se fosse, a che scopo inserire nel caso Orlandi tutti questi inutili particolari e dettagli? Oltretutto con l’enorme rischio di essere smentito su questi dettagli, facilmente verificabili (la salopette e le scarpe da ginnastica di Emanuela su cui c’era scritto il suo nome, la telefonata tra lui e Antonietta Gregori in cui lei lo scambiò per un collaboratore dell’avvocato Egidio ecc.). Lo stesso rischio preso con il flauto: se sapeva o dubitava non essere appartenuto alla Orlandi, lo avrebbe fatto ritrovare con tanto di matricola leggibile e possibili contaminazioni? E se fossero emerse tracce appartenenti a qualcuno diverso dalla Orlandi? E se i familiari avessero conservato il numero di matricola del flauto? Come faceva MFA a sapere che gli esiti della scientifica non avrebbero purtroppo fornito alcun risultato utile? Mancava il tamponcino, tuttavia tracce di Dna potevano trovarsi in qualunque parte del flauto, come ad esempio il beccuccio. «Se io fossi un falsario», ha commentato MFA, «mi sarei procurato oltre il flauto anche quest’asticella per la pulizia, e l’avrei messa nella custodia, dopo averla ripulita ed invecchiata per non farvi trovare la saliva, così come avrei fatto con il flauto».

Ha obiettato Accetti a chi non crede al flauto: «se mai fosse stato nelle mie intenzioni produrre un falso, avrei dovuto, oltre il procacciarmi uno strumento dell’epoca fornito dei necessari elementi formali, riprodurre anche uno stato di usura relativo agli anni trascorsi. Pulirne radicalmente l’interno ed ogni altra parte per assicurarmi che non si potesse rintracciarne alcun DNA collegabile con il reale proprietario. Ma le esigue tracce biologiche rinvenute dalla perizia dimostrano che il flauto non è stato interamente sterilizzato, per cui avrei “rischiato”, nel qual caso queste tracce fossero state identificate, di essere ritenuto un millantatore ed avrei già sin dall’inizio invalidato tutto quel che in seguito avrei dichiarato. Inoltre ho consegnato il flauto riportante la sua matricola e marca, e la famiglia poteva ancora essere in possesso del certificato originale. Nella consapevolezza che anche uno strumento musicale comprato già usato può comunque essere ancora dotato del documento di certificazione. Per cui se i dati riportati sul flauto non fossero stati autentici, mi avrebbero potuto smentire. Se fosse stato quindi un “falso” avrei dovuto abradere la parte riportante i suddetti dati, potendo dichiarare che tale procedura fu effettuata all’epoca dei fatti per non permettere, in caso lo strumento fosse stato rintracciato presso una nostra pertinenza, di verificarne l’origine». Il maestro di flauto di Emanuela, Loriano Berti, ha ricordato che la ragazza aveva un flauto Yamaha, non un Rampone e Cazzani come quello fatto ritrovare. Pietro e Natalina Orlandi, tuttavia, «appena se lo sono rigirato tra le mani, hanno concluso che è molto simile, se non identico, a quello posseduto da Emanuela. Il produttore Rampone e Cazzani, che Pietro ha contattato tramite lo stesso negoziante del quartiere Prati dal quale suo padre lo acquistò, in base ai dati riportati e al numero di matricola ha confermato che è stato fabbricato prima del 1983. Lo stesso Pietro ha trovato, tra i vecchi album di famiglia, la foto di un saggio di fine anno scolastico. Sua sorella in piedi, concentrata nell’esecuzione del brano, e sul pavimento, ben visibile, la custodia: i segni di usura agli spigoli sono ben visibili, la foderatura è dello stesso punto rosso» (“Il Ganglio”, Fandango libri 2014).

All’interno di una ricostruzione verosimile, Accetti ha inserito episodi controprudcenti per la loro inverosimiglianza, come il fatto che avrebbe passeggiato per Roma con Emanuela, la quale avrebbe indossato una parrucca. Se fosse falso, perché dirlo? Uno che riesce genialmente ad inventare una storia del genere, non si accorge che è un particolare che mina la credibilità generale della ricostruzione? Inoltre ha collegato il caso Orlandi ad altrettanti misteri d’Italia, quali quello della baronessa Rothschild, quello della Skerl, della Rosati ecc., ma anche a noti furti d’arte. Una scelta folle, che insinua l’idea del mitomane. Solo un maniaco avrebbe potuto compiere questi enormi studi, sprecare un’infinità di tempo per trovare (trovandoli!) collegamenti tra codici, suoi fatti biografici e notizie di cronaca, studiare nomine, ruoli e abitudini di decine di ecclesiastici quasi sconosciuti degli anni ’80-’90, prendersi enormi rischi ingolfando il racconto con un’infinità di dettagli irrilevanti, fare accuse ben precise ai suoi complici o persone a conoscenza dei fatti (a Patrizia D.B., a Eleonora C., a Ornella C., a suo padre Aldo A., alla sorella Laura A. ecc.): tutto questo per cosa? Soldi? Non ne ha avuti, né cercati. La Procura sostiene che si tratta di «un soggetto con spiccate smanie di protagonismo». Eppure un mitomane, affetto da smanie di protagonismo, non aspetta 30 anni per apparire pubblicamente al mondo, dato che i familiari hanno testimoniato che fin dal 1983 MFA si occupava del caso, di cui era rimasto colpito. MFA ha raggiunto: «Come anche l’accusa che io eserciti una “mania di protagonismo” confligge con il fatto che, pur vivendo in un sistema mediatico che offre innumerevoli occasioni di apparire, io non sono mai “apparso” se non in alcuni fatti del lontano 1999, nonostante abbia avuto negli anni innumerevoli inviti a comparire in varie trasmissioni della Rai e di Mediaset. E tutto questo è documentato». Ha osservato lui stesso: «se fossi veramente pervaso da una “smania di apparire” non avrei rifiutato l’offerta di scrivere congiuntamente un libro da parte dei giornalisti Dino Marafioti, Fiore De Rienzo, Fabrizio Peronaci, Pino Nazio. Chieder loro per aver conferma». Non sembra affatto ricercare un protagonismo esasperato e non ha compiuto gesti scenici per catalizzare su di sé l’attenzione e mantenersi al centro dell’opinione pubblica. Nelle interviste pubbliche che ha rilasciato è ben capace di intendere e volere, sa rispondere in modo preciso, originale e con cognizione di causa, così come abbiamo appurato nella telefonata di quasi due ore avuta con lui nel gennaio 2016. Non ci è affatto parso di essere al telefono con un maniaco, come invece dovrebbe essere se avesse inventato tutto questo. Ha chiesto inolte ai magistrati di essere messo a confronto con suo padre, con le donne che hanno negato la loro partecipazione, con il poliziotto Bosco e con il proprietario dell’albergo Isa, da lui contattato nell’81 per prenotare la stanza per Alì Agca. Proprio il suo comportamento sembra essere un argomento a favore.

 

11) Incredibile fortuna. Oltre agli enormi rischi che si è preso, va rilevato che Accetti, se fosse un millantatore, è anche un uomo incredibilmente fortunato. Infatti:
1) Ha avuto la “fortuna” di poter rintracciare nella sua biografia una serie di fatti oggettivi che, coincidenza vuole, si potevano citare per inventare una sua partecipazione nei casi di cui ha detto di aver fatto parte. Ricordiamoli:
a) la ex moglie che si recava a Boston proprio nei giorni in cui da lì partivano i comunicati;
b) un’intercettazione telefonica nel 1997 in cui la ex moglie lo minaccia di parlare della Orlandi;
c) la sua abitazione a pochi metri da quella di Mirella Gregori nel periodo in cui è sparita;
d) la sua abitazione a pochi passi dal luogo in cui è stata vista l’ultima volta Alessia Rosati;
e) il giovane José Garramon frequentava lo stesso istituto frequentato da Accetti, l’uomo che lo ha investito e ucciso il 20 dicembre 1983.
e) l’aver frequentato l’istituto De Merode con direttore spirituale mons. Pierluigi Celata, il prelato che diventò diplomatico in Vaticano, che ha lo stesso nome del primo telefonista, Pierluigi, e che abitava sopra le Sorelle Fontana, citate nella telefonata di Emanuela alla sorella Federica il 22/06/83. L’istituto De Merode si trova in piazza di Spagna, nello stesso luogo in cui avevano la maison le “Sorelle Fontana”, sopra cui abitava mons. Pierluigi Celata. Lo stesso istituto fu anche scelto dal gruppo “Phoenix” per lasciare nei pressi il 13/11/83 dei proiettili Magnum calibro 357.
f) ha una voce compatibile e sovrapponibile a quella dell'”Amerikano” e sa imitare alla perfezione la voce del telefonista “Mario”.
g) come riporta il quotidiano Il Tempo l’8 luglio 1983, una cassetta con una voce registrata attribuita a Emanuela Orlandi, venne recapitata a padre Salvatore Pappalardo. Chi ha trovato questo articolo, ha domandato a Marco Accetti se conoscesse tale prelato, l’uomo ha risposto che il futuro cardinale Pappalardo era cappellano dell’istituto De Merode che lui frequentava (come effettivamente confermano le biografie online). Un’altra coincidenza.
h) l’area frequentata da Accetti per proporre a giovani di posare nei suoi film o fotografie (corso Vittorio, via dei Coronari ecc.) come nel caso di Stefano Coccia, è la stessa che era percorsa da Emanuela. Il suo laboratorio, infatti, era a ridosso di piazza dell’Orologio e dell’oratorio Borromini, nome citato dal vigile Sambuco nella sua testimonianza. Il dettaglio ha portato, nel maggio 2016, il giornalista Pino Nicotri a convincersi della sospettabilità di Marco Accetti perlomeno nell’adescamento di Emanuela, facendo anche notare che l’uomo della Avon chiese alla ragazza di farsi prima autorizzare dai genitori, stesso modo di operare di Accetti.
Quante persone nel 1983 a Roma (ma diciamo anche tra tutte le persone vissute nel mondo tra il 1980 e il 2016) possono “vantare” dati biografici così coincidenti con il caso Orlandi? Nessuna.

2) Ha avuto la fortuna, nonostante si sia preso enormi rischi (il flauto e i numerosi dettagli secondari che ha rivelato, come la scritta “Emanuela” sulle scarpe della ragazza il giorno in cui sparì), di non essere mai stato smentito, nessuno ha mai dimostrato in modo chiaro che almeno un particolare che ha rivelato è certamente falso. Lui stesso ha scritto: «Se la Procura dovesse ritenere tutti gli indizi da me prodotti non altro che frutto di mere coincidenze, dovrebbe intanto quantificarle e constatare che si tratta di un numero veramente elevato, e le troppe coincidenze sono indizi. Se mi si ritiene un abile sceneggiatore, altrettanto mi si deve riconoscere la ripetuta e ripetuta fortuna, che in quei anni ottanta si siano verificate una serie impressionante di concatenazioni casuali che sembrano andare tutte univocamente in una direzione».

 

12) Misteri risolti. Che la ricostruzione di Accetti, al di là della sua autenticità, sia geniale lo dimostra la spiegazione illuminante che riesce a dare degli elementi finora rimasti inspiegabili.

a) Comportamento assurdo dei telefonisti e dei comunicati: non si volle mai provare con chiarezza la detenzione di Emanuela, bastava una foto, eppure si elencarono infiniti dettagli e particolari, risultati veri, e fotocopie di documenti e spariti che aveva con sé quel giorno. Tanta fatica quando bastava una foto, perché? Perché erano codici, i loro interlocutori non erano né gli inquirenti, né la famiglia, né la stampa, ma qualcun altro con cui dialogavano, sfruttando la cassa di risonanza dei media. Lo dimostra anche l’insistenza assolutamente inedita dei telefonisti affinché i media pubblicassero i loro messaggi e comunicati, invece che chiedere pagamenti per i riscatti.

b) Voce di Emanuela: venne riportata su un nastro fatto trovare dall’Amerikano: «Prova. Convitto nazionale Vittorio Emanuele secondo. Dovrei fare il terzo liceo staltr’anno…scientifico». Frase registrata e fatta ascoltare ai familiari più volte. La voce è la sua, venne riconosciuta, Emanuela non aveva mai parlato di un’intervista prima della scomparsa, nemmeno i compagni. Il giornalista Pino Nicotri sostiene che la frase ripetuta più volte potrebbe essere stata pronunciata da Emanuela durante la puntata di Tandem a cui partecipò nel maggio 1983, o nelle presentazioni prima o dopo l’entrata in studio. Ipotesi peregrina, a quella puntata venne invitata tutta la classe di Emanuela, dunque era ridondante che lei si presentasse come studentessa del Convitto nazionale Vittorio Emanuele II. Oltretutto, nessuno dei suoi compagni, una volta saputa la comparsa di questa “prova” dopo la sparizione di Emanuela, ha mai fatto presente che quella frase fosse stata detta da Emanuela durante la trasmissione televisiva. Anche a loro avrebbero dovuto fare la stessa domanda prima o dopo l’entrata in studio, eppure nessuno ha collegato le cose evidentemente perché nessuno chiese loro singolarmente che scuola facessero, poiché era inutile: avevano invitato proprio quella classe di quella scuola. Venne realizzata dopo. Davvero strana come “prova”, tutti si sarebbero aspettati: “Ciao mamma e papà, sono Emanuela e sto bene, non vi preoccupate”. Per decenni investigatori e giornalisti si sono chiesti perché una “prova” del genere. Non era una “prova”, il racconto di Accetti lo spiega e risolve: «La frase della Orlandi significava: accettate le richieste, in modo che tutto possa terminare entro i primi di settembre, in tempo per l’inizio dell’anno scolastico, altrimenti riferirò fatti compromettenti. Lo spettro da noi agitato era la pedofilia. La telefonata fu fatta dai Parioli. La registrazione con la voce della ragazza fu eseguita dopo il 22 giugno. Il rumore del treno, registrato in precedenza, serviva a depistare gli inquirenti». Ovvero era un codice alla controparte, solo così effettivamente si spiega. «Io la ragazza l’ho frequentata trentadue anni fa e l’ho vista per mesi, quella è proprio la sua voce, questa voce un po’ cantilenante che aveva, un po’ lagnosetta. Ma le pare che noi presentiamo la voce di un’altra, in modo che la famiglia ci smentisce da subito? Lei disse quella frase una sola volta, io avevo un registratore a due piste e ripetei più volte quella frase in modo che fosse chiaro a chi ascoltasse. Venne registrata in un appartamento al chiuso, infatti non ci sono rumori di fondo, le voci dei compagni della scuola ecc.» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014). Può essere falso, ma non si può dire che è l’unica soluzione adeguata. E l’ha data soltanto Accetti.

c) Pedinamenti appariscenti e comportamento dell’uomo davanti al Senato: un altro mistero che non si è mai chiarito è perché l’uomo visto dai testimoni oculari Sambuco e Bruno avesse tutta l’intenzione di essere notato. Pensiamo al luogo in cui avvenne il dialogo con Emanuela (davanti al Senato!), al colore dell’auto. Giulio Gangi infatti dirà: «tutto fa pensare che l’uomo della BMW voleva essere notato: dal colore squillante della sua auto al fatto che avesse parcheggiato la vettura in direzione contraria al senso di marcia, al posto prescelto, cioè proprio di fronte all’ingresso del Senato» (“Storie di alti prelati e gangster romani”, pag. 22). Lo stesso dicasi per le persone che seguirono Emanuela prima della sua sparizione. Lo ha testimonianto la sorella Cristina e alcuni amici di Emanuela (Garbiella e Paola Giordani, Cristina Franzè, Angelo Rotatori e Andrea Bevilacqua), alcuni uomini seguivano il gruppo -tra cui c’era Emanuela- il 16 giugno 1983 in zona Prati, loro se ne accorsero e pensarono si trattasse di semplici corteggiatori (Rapporto operativo, quinta sezione di Roma, 18 luglio 1983, p.7). Tre giorni dopo, il 19/07/83, gli stessi amici si trovavano in via dei Corridori, quando a loro si avvicinò una macchina di colore bianco con a bordo due giovani. Il passeggero, sui venti-venticinque anni, biondo, capelli corti e ondulati, senza barba né baffi, indicò Emanuela, dicendo: “Eccola!” (testimonianza di Gabriella e Paola Giordani al Reparto operativo dei carabinieri di Roma, 14 luglio 1983). Anche loro volevano evidentemente essere notati e questo collima con la versione di Marco Accetti dell’organizzazione di un finto sequestro.

 

Prove secondarie

13) Regista e sceneggiatore. Le competenze artistiche di MFA, sceneggiatore e regista, erano proprio quelle necessarie ad inscenare il “finto sequestro”, secondo il suo racconto, e tutta la messinscena successiva. Era certamente la persona adatta a cui affidare tutto questo: l’organizzazione, i codici, i luoghi, gli orari, i depistaggi ecc. Lavorare con la fotografia gli dava oltretutto l’alibi di poter fermare ragazzi e ragazze -possibili futuri complici nelle sue losche operazioni- con la scusa di servizi fotografici. Questo, tuttavia, è anche un punto a suo sfavore come riferiremo sotto.

 

14) Alì Estermann. Il 21/03/1999 MFA appare per la prima (e ultima) volta in televisione partecipando ad una puntata di “Domenica In” imitando Roberto Benigni (esattamente il giorno in cui vinse l’Oscar), presentandosi come Alì Estermann. Un nomignolo assolutamente fuori dal contesto della trasmissione televisiva e completamente assurdo, una via di mezzo tra Alì Agca e Alois Estermann (guardia svizzera morta misteriosamente in Vaticano nel 1998). Seguì un viaggio a New York dove attirò l’attenzione della stampa facendo credere di essere il vero Benigni. Comparso all’improvviso e poi sparito di nuovo nel nulla. MFA avrebbe un’ossessione maniacale per il Vaticano o le vicende clericali? Bisognerebbe spiegare perché allora questo fu l’unico episodio pubblico in trent’anni, nonostante diversi casi di cronaca abbiano coinvolto il Vaticano (oltre al fatto che la Corte d’Assise nel 1983 escluse malattie psichiche e anomalie del carattere).

 

15) Testimonianze dei familiari. I familiari -il padre, la madre, la sorella- hanno confermato che MFA è rimasto da sempre scosso dal caso Orlandi, sorprendendolo a scrivere lettere anonime, fare telefonate e ritagliare articoli fin dal 1983, giustificandosi con il fatto che lo faceva solo per gioco. La sorella Laura Accetti e l’ex moglie Eleonora C dicono che MFA aveva fatto loro dichiarazioni sulla conoscenza approfondita della vicenda, non venendo però da loro creduto. Inoltre, un’intercettazione del padre, Aldo Accetti, rivela che MFA ha fatto loro dichiarazioni assurde soltanto sul caso Orlandi e non su altri casi di cronaca o fatti slegati da questo: «purtroppo Marco queste uscite sue, sparate, ce le ha da quando è venuto fuori il caso Orlandi…la vicenda dell’Orlandi, lui l’ha colpito questa faccenda, sono vent’anni che va avanti…», dice il padre in una telefonata ad un amico. E’ una conferma del fatto che prima del momento del suo arresto, a causa dell’incidente nella pineta, MFA si era interessato al caso (e solo a questo) in modo approfondito. Le opinioni dei familiari sono importanti (ne parleremo nei “punti deboli”) tuttavia è possibile che non abbia mai voluto raccontare loro la portata del suo reale coinvolgimento, facendo soltanto alcuni accenni, probabilmente per tutelarsi, per tutelare loro oppure sapendo di non essere preso sul serio. Una scarsa comunicazione con i suoi stretti familiari è dimostrata dalle parole della madre che ha rivelato di sapere poco anche del caso Garramon, cioè dell’incidente che è costato al figlio due anni di prigione.

 

16) Filippo P.. Legato al punto precedente c’è anche un aspetto legato a tale Filippo P. (il nome per esteso lo si trova qui) Nel febbraio 2015 MFA ha infatti scritto di aver individuato su Facebook “Filippo P.”: «Costui è in realtà una donna che partecipò ai noti fatti. Nel timore che io potessi nel futuro chiamarla in correità» cerca di farlo passare per bugiardo. Non che questo possa influire in tribunale, ma certamente può avere un peso nel “tribunale popolare” che da anni alimenta e tiene vivo il caso Orlandi. Effettivamente tale “Filippo P.” mostra un acceso risentimento verso MFA, così come dimostra di conoscere molto bene il suo passato e anche i fatti di cui si parla, spesso accusandolo di essere un fascista -al contrario di quanto dice MFA-, ricordando suoi trascorsi biografici. MFA ha risposto a questa accusa scrivendo: «ebbi una relazione per anni con Patrizia D. B., conoscevamo entrambi i rispettivi genitori e a volte dormivamo insieme nelle rispettive abitazioni. Come si concilia che una ragazza di estrema sinistra e sensibile come lei condividesse la sua vita con un fascista tanto pericoloso e delinquente quale il Filippo P. mi definisce?». MFA ritiene che proprio la donna appena citata si nasconda dietro al profilo di “Filippo P.” e lo stesso lo pensano diversi utenti e anche il giornalista Fabrizio Peronaci, che infatti la chiama “Patrizia” e minaccia di pubblicare in un gruppo Facebook la sua fotografia. Se si ritengono vere le supposizioni dei due, la Procura ha verificato che Patrizia D.B., nota come militante di estrema sinistra, ha avuto una relazione con MFA dal 1979 al 1982, storia poi ripresa nel 1983 tanto che la donna venne fermata assieme a lui il 21/12/83 dopo l’investimento di Garramon, avendolo accompagnato a recuperare il furgone. Interrogata recentemente in Procura, si legge che «non ha fornito elementi utili» sul caso Orlandi.

Il giornalista Pino Nicotri ha rivelato tuttavia che Patrizia D. B. avrebbe «demolito il racconto di Fassoni Accetti, ridotto a parto della sua fervida fantasia, con una lunga e dettagliata deposizione al magistrato Giancarlo Capaldo, alla quale hanno fatto seguito alcuni incontri con me». Ma questa “lunga e dettagliata” deposizione non compare, purtroppo, nella sentenza di archiviazione. In particolare negli incontri con Nicotri, Patrizia D. B. ha affermato che la notte in cui vennero arrestati, MFA non sapeva chi fosse il giudice Santiapichi e tanto meno dove abitasse, lo avrebbe appreso soltanto durante l’interrogatorio con il magistrato Domenico Sica, chiamato dai carabinieri perché titolare all’epoca delle inchieste sul terrorismo rosso. Infatti i due sarebbero stati sospettati di essere “brigatisti”. Eppure, oltre a non riuscire a giustificare in modo credibile l’assenza di qualunque rapporto firmato, nemmeno una sola citazione della presenza del magistrato Domenico Sica nel verbale di quella notte, la donna ha sostenuto che l’interrogatorio del magistrato sulla politica e sui brigatisti andò avanti «per quasi due ore chiedendomi anche se conoscevo Severino Santiapichi e il motivo per cui ero andata vicino casa sua». Soltanto verso le 7.30 del mattino «nel ri-raccontare la mia giornata del 20 dicembre, io spontaneamente parlai del furgone guasto dell’Accetti, rottosi nel pomeriggio in pineta», l’attenzione così si spostò sull’investimento di Garramon, trovarono il furgone e arrestarono MFA. Sembra davvero inverosimile che la donna abbia dovuto raccontare più volte il motivo della loro presenza in quella zona, come dice, e soltanto due ore dopo abbia accennato al fatto che erano lì per recuperare il furgone. Eppure non aveva nulla da nascondere dato che, come ha detto, quella notte non sapeva nulla dell’incidente provocato da MFA. Allora perché non parlare subito dell’unico motivo per cui era nella zona, ovvero il semplice e innocente recupero del furgone del suo compagno a causa di un guasto al motore? “Filippo P.” ci ha comunicato che Patrizia D.B. parlò soltanto dopo due ore del furgone «perché inizialmente il Marco Accetti le aveva “consigliato di mentire” per affrettare i tempi del fermo data la notte alta, e quindi di evitare di parlare del furgone accidentato e di dire semplicemente che “erano una coppia in cerca di intimità”».

Se sono corretti i sospetti di MFA e Peronaci sulla vera identità di tale Filippo P., bisognerebbe riflettere sul perché Patrizia D.B. (suonatrice di flauto traverso, come Emanuela), legata sicuramente a MFA proprio nel periodo in cui sparì la Orlandi, voglia cercare di screditare in modo così forte e determinato l’attendibilità dell’uomo. Nel fascicolo della Procura si legge: Accetti «ha contratto matrimonio con Eleonora Cecconi il 25 maggio 1982 dalla quale si è separato di fatto nell’estate 1983; dal 1979 fino al giorno del matrimonio con la Cecconi ha intrattenuto una relazione con Patrizia D.B., relazione che poi è proseguita dopo la separazione dalla Cecconi, tanto che si trovava in sua compagnia in occasione dell’arresto per l’investimento di José Garramon. Che MFA e Patrizia D.B. fossero in ottimi rapporti nel periodo dell’incidente nella pineta è la stessa donna a dichiararlo nel primo interrogatorio in qualità di testimone: «Escludo nel modo più assoluto che Marco abbia tendenze omosessuali, lui ha sempre avuto molto successo con le donne. Io gli sono particolarmente affezionata. Siamo riusciti a mettere una pietra sulla sua esperienza matrimoniale e siamo tornati a stare insieme, anche se come amici, non come amanti» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014). Patrizia D.B. cercò dunque di allontanare da lui i sospetti di pedofilia verso Garramon, una testimonianza che produrrebbe soltanto una persona in buoni rapporti. E che lo rimasero, almeno fino al novembre 1983, è dimostrato da un altro fatto: agli atti compare di nuovo il nome di Patrizia D.B. come la ragazza che, assieme a Accetti, fermò Stefano Coccia: «Ennesima menzogna», afferma MFA, «fui io a fare quel nome perché non potevo dire chi fosse la ragazza bionda, e nominai la Patrizia perché già era comparsa nell’inchiesta, ripromettendomi in un secondo tempo, nel caso, di ritrattare». Dunque Accetti fa il nome di Patrizia D.B. per coprire la bionda Ulrike, eppure non esiste alcuna querela per calunnia da parte di Patrizia D.B. nei suoi confronti. Erano dunque d’accordo? (Il Ganglio, Fandango Libri 2014).

Come è stato fatto notare da alcuni membri del gruppo Facebook in cui è comparso tale “Filippo P.”, l’utente è molto preoccupato che non venga fatto il nome di PDB mentre è meno preoccupato di se stesso. Eppure se si digita “Filippo Picchetti” su Google, compare l’articolo di Accetti in cui Picchetti viene accusato di non essere un profilo reale ma di nascondere il complice di un rapimento. Certamente PDB avrebbe tutto l’interesse per querelare per diffamazione Marco Fassoni Accetti, ma anche Picchetti dovrebbe farlo poiché c’è una chiara lesione del suo diritto di onore e reputazione. Eppure non lo ha mai fatto, aumentando i sospetti verso la sua vera identità. Il 24/03/16 ha tuttavia sostenuto di aver querelato Accetti, ma quest’ultimo ha smentito e infatti Picchetti non ha mostrato la copia della presunta denuncia. Il fatto che tale Filippo Picchetti non abbia mai agito in sede legale contro Marco Accetti certamente è un elemento che rafforza i sospetti che si tratti di un profilo falso, così come lo stesso Accetti ha più volte ribadito.

 

17) Lettere del 2013. Tre mesi prima della comparsa di MFA, il 21 dicembre 2012 sul colonnato di San Pietro a Roma è stato rinvenuto un teschio, mentre due giorni prima della sua comparsa, Raffaella Monzi e Antonietta Gregori hanno ricevuto una lettera anonima contenente una minaccia: “Non cantino le due belle more per non apparire come la baronessa e come il ventuno di gennaio martirio di S. Agnese con biondi capelli nella vigna del Signore”. I riferimenti sono alla baronessa de Rothschild e a Caterina Skerl, entrambe persone che MFA ha collegato nelle sue deposizioni con il caso Orlandi (facendo notare che il telgramma arrivato alla baronessa, seppur già scomparsa, era firmato Roland, anagramma di Orlandi, e che a Grottaferrata, luogo di morte della Skerl il 21/01/83, aveva sede l’associazione Pro Fratribus di monsignor Hnilica, anticomunista, attiva nel finanziamento a Solidarnosc). C’è anche la foto di un teschio umano con la scritta “Eleonora De Bernardi, Morta in Campagna, Lì 23 agosto 1854”, stesso nome della ex moglie di MFA, Eleonora C, che Accetti ha indicato come colei che spediva le lettere da Boston (dove si recò effettivamente in quel periodo a trovare il fratello, cfr. Il Ganglio, Fandango Libri 2014). Il teschio è custodito (e fotografato) nei sotterranei di Santa Maria dell’Orazione e Morte, in via Giulia. Accetti ci ha riferito che è la stessa via in cui avrebbe abitato proprio Eleonora (cfr. telefonata del gennaio 2016). I magistati hanno concluso che l’autore delle lettere è lo stesso che ha lasciato il teschio a San Pietro. E’ stato lo stesso MFA per prepararsi la scena? Lui ha negato, sospettando che a scriverle potrebbe essere state spedite dalla persona che lo ha minacciato nel 1998 -a causa di questo fatto MFA ha imitato Benigni sulla Rai chiamandosi Alì Estermann-, riconducibile agli ambienti di monsignor Bruno della diocesi di New York, il quale cercherebbe di imitare il suo modo di parlare, «forse è sempre lui ad aver scritto le due lettere anonime che minacciavano le ragazze testimoni, lettere che riconducono ai codici da noi adottati negli anni ‘80 ed al mio stilema fotografico».

Effettivamente è inverosimile che MFA abbia voluto davvero preannunciarsi in modo tanto plateale per accreditarsi come testimone credibile, guarda caso proprio due giorni prima la sua apparizione, facendo credere che vi sia qualcuno intimorito dalle sue rivelazioni tanto da intimare “le due belle more” a non parlare. Un’idea controproducente, se fosse lui l’autore: un mitomane ossessionato dal caso Orlandi fin dal 1983 (testimoniato dai familiari), aspetterebbe 30 anni nell’anonimato costruendo un’intricata ma comunque verosimile storia (tant’è che non è stato subito liquidato dai magistrati, che hanno impiegato diverso tempo a studiare le sue rivelazioni senza però mai arrivare ad accertarle, anche a causa della mancanza di altri testimoni) per poi apparire nel 2013, cadendo nella colossale ingenuità di farsi anticipare due giorni prima dalle lettere e, tre mesi prima, da un teschio. Oltretutto, ci ha fatto notare proprio lui: «Nel 2013 qualcuno ha lasciato un altro teschio sotto il colonnato di San Pietro, un mese prima che io mi presentassi [in realtà si tratta del 21/12/12, tre mesi prima, nda], un luogo altamente monitorato dalle telecamere. Loro [gli inquirenti, nda] hanno quindi l’immagine di chi ha deposto quel fardello e non se n’è mai saputo niente. Colui che ha posto il teschio certamente sa delle due lettere. C’è un’omissione, una copertura» (telefonata del gennaio 2016). Se non è stato Accetti a lasciare teschio e lettere, come effettivamente sembra, esiste allora qualcuno che teme il suo racconto e intima ai testimoni di non parlare? Perché questo qualcuno cita tutti gli elementi chiave (sottoforma di codice, nello stile della fazione di Accetti) del racconto che farà Accetti di lì a poco? La morte della baronessa e della Skerl; la testimone Eleonora (citando il suo nome e fotografando il teschio posizionato nella stessa via in cui lei viveva, almeno secondo quanto ci ha riferito Accetti); la parola “fiume” cioè l’Avon; via Frattina cioè la camicia della Skerl; il numero 4 che spesso ritorna nei codici verso Agca (seppur non lo abbiamo ritenuto significativo), il 4 dicembre 1979 fu la data dell’uccisione da parte delle forze armate saudite degli assaltatori della Mecca; l’Amerikano attraverso la citazione degli spartiti fatti da lui ritrovare; la foto con l’attentato al Papa, elemento centrale per Accetti. Se non è stato Accetti, è possibile che l’autore abbia reso pubblici gli elementi chiave della ricostruzione che avrebbe fatto Accetti di lì a poco, tentando così di far credere che sia stato proprio il supertestimone a scrivere le lettere, per rendersi credibile? Un modo dunque per screditarlo?

Una cosa non è comunque chiara: il teschio fatto ritrovare a San Pietro il 21 dicembre 2012, è stato posizionato presumibilmente nella notte tra il 20 e il 21, esattamente come lui nella notte tra il 20 e il 21 dicembre 1983 ha investito Garramon ed è stato arrestato. Tuttavia, Accetti, ha sempre dichiarato di essersi deciso a presentare soltanto nel marzo 2013, dopo l’elezione pontificia del non curiale Papa Francesco. Il presunto minacciatore come faceva a sapere che Accetti si sarebbe presentato nel marzo 2013? Nessuno poteva sospettare che Benedetto XVI avrebbe rinunciato al ministero petrino nel febbraio. E’ stata una coincidenza? Accetti voleva già presentarsi, anche prima del cambio di pontefice, e il minacciatore ne è venuto a conoscenza? Oppure, ipotesi inquientante, l’autore del gesto sapeva che Accetti era pronto a presentarsi già nel 2005 se non fosse stato eletto un pontefice curiale, è poi venuto a conoscenza delle intenzioni di Benedetto XVI di “dimettersi” di lì a poco (segreto pontificio rivelato soltanto a tre persone) e ha minacciato Accetti preventivamente, temendo l’elezione di un pontefice non curiale nel conseguente conclave? In ogni caso, alla fine del ragionamento, riteniamo che la comparsa di quelle lettere sia una prova a suo favore.

 

I PUNTI DEBOLI DELLA TESI DI MARCO FASSONI ACCETTI

1) Rimorsi di coscienza. Nella sua ricostruzione Accetti, seppur facendo pochi nomi, coinvolge decine e decine di persone, tra ecclesiastici, arcivescovi, faccendieri, ex 007 deviati, monaci, sacerdoti lituani (vicini a mons. Bačkis) e francesi, membri laici della giunta del Governatorato, vicini al defunto marchese Sacchetti, una serie di ragazze, italiane e non, amiche e compagne di scuola delle scomparse, le fidanzate del supertestimone, l’ex compagno di classe di Accetti del San Giuseppe De Merode, figlio di un diplomatico in cordiali rapporti con monsignor Silvestrini (che avrebbe messo a disposizione un appartamento in pieno centro dove incontrare Agca alla vigilia dell’attentato), la bionda Ulrike fiancheggiatrice della Stasi, il ragazzo svizzero con cui si sarebbe allontanata Mirella, l’infiltrato nella redazione de “Il Tempo” ribattezzato Ecce Homo, le guardie penitenziarie corrotte che mandavano messaggi ad Agca, qualche esponente della Magliana, l’idealista turco che avrebbe incontrato Mirella ed Emanuela il giorno della scomparsa, la guardarobiera di Palazzo Barberini, pagata dalla sua fazione ecc. Di molti personaggi Accetti ha descritto abitudini, ruoli, fatti biografici dunque loro si sono riconosciuti, ma noi non possiamo riconoscerli. Molti sono morti, altri sono in vita. La maggior parte non sarebbe accusata di nulla, non ha commesso reati gravi e potrebbe solo confermare parti del racconto, quelle che lo riguardano. Sarebbe un piccolo contributo di verità.

Eppure, tra tutti essi, nessuno/a -a parte lui- leggendo le rivelazioni di Accetti, riconoscendo l’utilità del suo piccolo o grande ruolo all’interno di un complesso scenario di pressioni e ricatti, ha avuto un rimorso di coscienza, -come mai lo ha avuto in questi trent’anni-, decidendo di autodenunciarsi o, semplicemente, corroborando i racconti di Accetti, impietosendosi davanti alle famiglie delle giovani che sono rimaste vittime di questo ganglio occulto. Parlando delle amiche e delle sodali di Accetti, l’uomo ci ha criticato: «Voi scrivete che poiché queste donne, oggi, poiché sono madri di famiglia non malavitose dovrebbero sentire ancor di più la voce della coscienza. E’ invece vero il contrario: la donna di cinquant’anni, madre di famiglia con figli, non va ad esporsi facendo sapere che quando aveva 18-20 anni partecipò alla scomparsa di due ragazze, mettendo a repentaglio i figli e il loro futuro. Il vostro è un parallogismo terribile» (telefonata del gennaio 2016). L’obiezione è valida, è un altro punto di vista. Rimane da spiegare il mancato rimorso di coscienza di tutte le altre persone, sopratutto quelle che hanno avuto ruoli minori, assolutamente secondari e limitatissimi nel tempo. Sono sottoposti a minacce? Al “non cantino le belle more”? Perché allora MFA non ha avuto paura? A lui non è accaduto nulla, eppure non è certo introvabile.

 

2) Porta Sant’Anna. Dopo essere salita su un’auto di lusso, MFA racconta che Emanuela arriva davanti a Porta Sant’Anna, le due ragazze scendono e la Orlandi entra all’interno: doveva avvicinarsi al Cortile Sisto V, cercando di chiedere a quanti testimoni potesse incontrare dove rintracciare l’ecclesiastico vicino a monsignor Marcinkus. E’ impossibile che nessuno l’abbia vista, come ha detto il fratello Pietro: «Bisogna passare davanti alle guardie svizzere, poi alla parrocchia di Sant’Anna, salire la scala e arrivare in cima, all’ingresso dello Ior, dove la sua presenza sarebbe stata notata. È matematicamente impossibile che in un paesetto come il Vaticano nessuno l’abbia vista». A parte il card. Oddi, che riferì lo stesso episodio nel 1993, salvo poi precisare: «erano chiacchiere ascoltate per strada, da qualcuno che parlava della scomparsa di Emanuela Orlandi, come in quei giorni facevano un po’ tutti dalle parti di San Pietro». Se fosse vero l’espisodio avrebbe generato decine di testimoni, anche perché proprio quello era lo scopo. Se fosse falso, perché MFA lo inserisce nella ricostruzione, rischiando di screditare l’intero suo racconto? A nostro avviso si tratta di un episodio che non può essere accaduto.

 

3) La lettera di Alessia Rosati. Già citata anche questa: nel racconto di MFA su quanto accadde ad Alessia Rosati sostiene che a scrivere all’amica sarebbero stati i rapitori: «ho sempre pensato che i responsabili di tale scomparsa abbiano scelto come destinataria della lettera proprio tale amica, per farci comprendere che sapevano di quel nostro primo incontro». Eppure in un secondo articolo sostiene di aver invitato lui la Rosati ad inviare la lettera: «Insieme ad Alessia ed altri, concordammo il suo andarsene di casa, spiegato da una lettera fatta pervenire alla stessa amica che fu presente nel momento in cui non fece ritorno presso la sua famiglia». Due versioni incompatibili.

 

4) Regista e sceneggiatore. Le competenze artistiche di Fassoni Accetti, regista e sceneggiatore, oltre ad essere un argomento a favore, possono diventare anche un punto a suo sfavore in quanto, effettivamente, potrebbe averle sfruttate per “inventare” un racconto abbastanza solido attingendo notizie da articoli, pubblicazioni e atti processuali aggregandovi fantasia, variazioni personali e dati inediti, appositamente inverificabili, proprio per non sembrare semplicemente un forte appassionato del caso. Da un canovaccio (articoli e atti processuali) ad un copione. Certo, l’obiezione non riesce a spiegare l’enorme mole di coincidenze (punto 2 degli argomenti a favore), collegamenti e dati, a volte inediti, portati alla luce da MFA, tuttavia ciò viene ridimensionato se si tiene conto che l’uomo dal 2008 al 2010 ha frequentato assiduamente, due o tre volte la settimana, la postazione internet della biblioteca di Villa Leopardi, a pochi metri da casa sua, in compagnia della sua collaboratrice, Dany Astro. MFA ha comunque risposto: «è un falso che io potessi frequentare quel luogo tanto assiduamente, e se mai esiste un qualunque testimone che possa smentirmi, si presenti in procura come già detto, e lo dichiari. Dimostrerò con le mie testimonianze che frequentavo quel luogo sporadicamente, e non certo tutti i mesi . Consultavo, come ho sempre fatto, vari testi storici di cui avvalermi per le ricostruzioni altrettanto storiche dei miei lavori foto-cinematografici». Per quanto riguarda l’uso dei computer, «fui io a dichiarare innanzi a molteplici persone e rivolgendomi proprio al suddetto responsabile della struttura, che ero solito usare anche la postazione internet, allo scopo di avere alcuni contatti con persone, la cui traccia non desideravo restasse presso il mio personale computer».

 

5) Parola d’onore. MFA non ha mai voluto rivelare i nomi dei suoi complici e delle persone che hanno preso parte della vicenda (in particolare coetanee di Emanuela usate per conquistrarne la fiducia e prelati qualificabili come officiali maggiori di seconda classe), limitandosi a fare loro un appello perché si presentino spontaneamente (l’appello, ha anche detto, «è rivolto ai pochi ecclesiastici ancora vivi. Se anche loro, che quanto e più di me contribuirono al manifestarsi dei fatti, renderanno testimonianza e chiariranno tutte le circostanze, questa storia sarà svelata. Altrimenti la verità morrà con me», Il Ganglio, Fandango Libri 2014). Ha giustificato questo comportamento così: «Esistono pochi valori sacri nella vita, e la parola è tra questi. Quando uno l’ha data, anche in tempi remoti, deve mantenerla» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014), sostenendo che «non sono quel tipo di persona che tradisce la parola data». E Pietro Orlandi giustamente replica: «Però sei quel tipo di persona che organizza un rapimento…». Risposta di MFA: «Era per ottenere determinati risultati in un certo ambito politico che concerne la Città del Vaticano e i suoi rapporti con altri Stati». Non tradire la parola data: certamente grande senso etico, un po’ in ritardo però poiché rivelare nomi e dati concreti significherebbe risarcire -seppur parzialmente- la vita di due ragazze scomparse a causa sua (secondo il suo racconto). Ha tradito due vite di innocenti e ora si fa scrupoli a tradire la parola data ai suoi complici (malfattori, oltretutto, poiché complici di un crimine)? Voleva tenerle lontane solo qualche ora? Eppure il gioco diventò un incubo e queste ragazze hanno perso la loro vita, anche per colpa dei suoi piani. Non ha dunque alcun valore mantenere la parola data se questo significa mantenere due famiglie (Orlandi e Gregori) schiacciate sotto il macigno della frustrazione per il totale buio sulla sorte delle due ragazze, accrescendo inoltre la loro sofferenza trentennale davanti a un uomo che dice di sapere e non vuole parlare per “rispettare la parola data”. Possibile che la parola d’onore “tra gentiluomini” valga più della possibile fine della straziante situazione di tutte queste persone (compresa la madre di Emanuela)?

 

8) Prove materiali e fotografiche. MFA potrebbe produrre almeno una delle fotografie che disse di aver scattato durante l’incontro davanti al Senato tra Emanuela e De Pedis, o tra Emanuela e l’estremista turco, una fotografia di Emanuela durante la detenzione sul caravan, oppure le foto che scattò a Mirella sempre il giorno della sparizione, l’audio della citofonata di Sonia De Vito o le fotografie di Emanuela che entra a Porta Sant’Anna ecc. Queste sarebbero prove determinati che non chiamerebbero in causa nessun complice (a parte la citofonata della De Vito) a cui avrebbe dato la parola d’onore. Ha fatto ritrovare quello che dice essere il flauto di Emanuela (sul quale però è stato impossibile risalire alle tracce di Dna), potrebbe sapere allora dove sono i vestiti di Mirella Gregori, che li cambiò nel bagnò dei De Vito il giorno della sparizione. Lui ha risposto: «Tenere foto o altro sarebbe stato folle, era materiale compromettente, alla prima perquisizione lo avrebbero trovato. Mi sono liberato di tutto, eccetto il flauto, che ho conservato per usarlo nei miei allestimenti e nascosi in un trovarobe dell’ex stabilimento De Laurentis, in quanto se fosse stato trovato sarebbe stato scambiato per un oggetto di scena» (Il Ganglio, Fandango Libri 2014).

 

9) Sensazione del collage. Leggendo le dichiarazioni di MFA non si può negare a volte di avere la sensazione di un suo collage, ovvero che abbia unito i fili di tutte le ipotesi e le notizie che sono emerse in questi anni, seppur aggiungendo piccoli dettagli: la pista internazionale, la Banda della Magliana, la testimonianza del card. Oddi, la Bmw verde metallizzato riferita dal vigile Sambuco, il tascapane (azzurro, però) mostrato a Emanuela, i sospetti su Raoul Bonarelli, la Mercedes targata Città del Vaticano di cui ha parlato la Minardi e il suo racconto sull’uccisione di un bambino nomade nella pineta ecc. Certo, la portata della sua ricostruzione va ben oltre, tuttavia questa sensazione non riesce a sparire completamente.

 

10) Opinione dei familiari. Secondo la deposizione del padre, Aldo Accetti, e della sorella, Laura Accetti, MFA sarebbe stato particolarmente colpito dalla sparizione della Orlandi, tanto da essere stato visto scrivere lettere anonime, effettuare telefonate e ritagliare articoli di giornale in merito, giustificandosi dicendo di farlo solo per gioco. I familiari parlano di “ossessione”. La sorella, Laura Accetti, ha anche ricordato che mentre lui era agli arresti domiciliari, vide un flauto azzurro di plastica e un orologetto che lui disse averli ricevuti dalla Orlandi. Leggendo queste dichiarazioni, MFA ha scritto: «ciò mi ha permesso di ricordare che nella borsa dell’Emanuela vi era presente un flauto dolce, di color azzurrino o bianco. E quanto dichiaro è verificabile, interrogando la famiglia e i docenti e compagni della scuola di musica della ragazza. Questa del flauto dolce è un’ informazione mai emersa, minore. Che probabilmente familiari e compagni non rammentavano. Giornalisti ed inquirenti li contattino ed appurino».

La sorella, Laura Accetti, ha ricordato che nel 2012 durante una cena le disse di voler presentarsi davanti ad un giudice per raccontare la storia ed evitare di essere arrestato, dichiarando di non avergli mai creduto in quanto giudicava tali racconti bugie e invenzioni. Intercettata al telefono con un’amica, afferma: «stiamo parlando di una persona gravemente disturbata. E’ un circo, non è possibile che non si siano resi conto che dice cavolate». La madre, Silvana Fassoni, separata dal marito e lontana da casa dal 1 maggio 1983, ha raccontato di non sapere nulla della vicenda Orlandi e poco della vicenda Garramon, ha riferito che da piccolo è stato quasi violentato da un estraneo e suoi compagni di scuola avrebbero ricevuto attenzioni omosessuali (la ex moglie di Accetti confermerà gli abusi subiti). Anche lei ritiene tutta la vicenda frutto della fantasia del figlio. Il padre, intercettato al telefono con un amico, afferma: «Purtroppo Marco queste uscite, queste sparate, ce le ha da quando è venuto fuori il caso Orlandi, la vicenda lo ha colpito, scrive lettere anonime che lui sa tutto. Non tengono conto che queste sono farneticazioni, su questa vicenda sono vent’anni che va avanti, che scrive lettere. Quel flauto è un pezzo di ferro che avrà trovato, lo ha fatto trovare in quel capannone di Cinecittà in cui va sempre a recuperare la roba».

 

11) Conclusioni della Procura. Seppur non condividendo la decisione di archiviare il caso, non possono essere non considerate le conclusioni dei magistrati che hanno negato l’attendibilità al racconto di MFA, il quale sarebbe frutto del meticoloso e ossessivo studio del caso in questi anni da parte di una persona rimasta turbata dalla vicenda -come ricordano i famigliari- e bisognosa di visibilità mediatica. Forse l’argomentazione più convincente dei magistrati è che MFA ha esaminato in modo accurato gli atti processuali del vecchio processo «e ciò trova riceve conferma dalla circostanza secondo la quale costui è stato in grado di fornire indicazioni precise sul contenuto di gran parte delle telefonate effettuate con l’indicazione addirittura delle cabine dalle quali sono state fatte, indicazioni presenti negli atti dell’istruttoria formale e quindi a conoscenza delle parti fin dal 1997, mentre ha dimostrato di conoscere poco e ha fornito indicazioni assai meno precise su particolari che non sono stati oggetto di pubblicazioni». Un esempio è il contenuto della telefonata di “Mario”, della quale negli anni sono stati riportati soltanto piccoli brani e non è stata oggetto di stampa nemmeno processuale, infatti di tale telefonata MFA «non conosce né durata, né contenuto, salvo poi darne un’interpretazione in chiave di “codici” presenti all’interno della stessa e dichiarare di essere stato presente quando venne effettuata escludendo che si sia trattato di una telefonata unica». Tuttavia MFA ha rivelato un dettaglio mai emerso sulla stampa contenuto in una (o più) telefonata tra lui (l’Amerikano) e l’avv. Egidio rispetto ad un film che voleva ispirarsi a Emanuela Orlandi nell’autunno 1983, dal titolo provvisorio “Liberatela”, con l’attrice Ombretta Piccioli. «Faccio presente», ha scritto, «che le telefonate erano tutte registrate dagli inquirenti, e alla chiusura dell’istruttoria saranno rese pubbliche con la possibilità di verificare». Non sappiamo però se il dettaglio compaia nella prima istruttoria del 1997, certamente non compare in quella del 2013. E’ importante chiarire questo aspetto.

Ha oltretutto chiesto di riaprire il caso Garramon con il rischio di essere accusato anche di omicidio volontario (e non solo colposo, per il quale è stato in carcere) è anch’essa una tesi molto ardita. Liquidarlo come un maniaco ossessionato da questo caso -perchè solo questo potrebbe essere se dicesse il falso- è una spiegazione che contrasta, inoltre, con le conclusioni dell’analisi psichiatrica a cui si sottopose nel 1983 per volere della Corte d’Assise e con la sua credibile (non squilibrata, come ci si attenderebbbe) presenza scenica sui media, dal fatto che nessun diretto interessato lo ha ancora smentito e da troppe circostanze fortuite (vedi punto 2). Ricordiamo comunque che la Procura sembra contraddirsi: se in un primo momento sostiene che «è vero che la profonda conoscenza dei fatti dimostrata sembra andare oltre quella che può avere un semplice appassionato del caso», la conclusione è che si tratta del «frutto di un lavoro di sceneggiatura scaturito dallo studio attento di atti e informazioni scaturite negli anni da parte di un soggetto con spiccate smanie di protagonismo». Inoltre, l’accusa di aver realizzato negli anni questa ricostruzione studiando libri, articoli e carte processuali, si scontra con le testimonianze dei familiari che fin dal 1983 sostengono che MFA si occupava del caso Orlandi, seppur credendo che sia frutto di una sua ossessione e non un reale coinvolgimento. La sorella Laura Accetti ha rivelato anche che nel 1983 si era vantato di sapere tutto sul caso Orlandi e Gregori e di una loro fuga all’estero. La sorte delle ragazze non è dunque frutto di uno studio meticoloso di MFA, tanto che lui la sosteneva già nel 1983. Inoltre, un’intercettazione del padre Aldo rivela che MFA ha fatto loro dichiarazioni assurde soltanto sul caso Orlandi e non su altri casi di cronaca o fatti slegati da questo: «purtroppo Marco queste uscite sue, sparate, ce le ha da quando è venuto fuori il caso Orlandi…la vicenda dell’Orlandi, lui l’ha colpito questa faccenda, sono vent’anni che va avanti…».

Occorre ricordare che nell’autunno del 2013, accompagnato dal giornalista Fabrizio Peronaci, MFA ha mostrato il punto esatto in cui era nascosto mentre la De Vito citofonava a Mirella: «il citofono dei Gregori è a pochi passi, eravamo così vicino altrimenti l’audio del filmato sarebbe stato pessimo». Indica in alto, verso due finestre, e aggiunge «Bonarelli abitava lì, in quella traversa, via Alessandria…», e girandosi spiega «ecco, dal bar della De Vito si poteva controllare il portone». Tutti dettagli corretti, corrispondenti. Infine, fin dal 22 ottobre 2013, ben prima della conclusioni delle indagini, MFA si lamentò per quel che riteneva indagini svolte male, superficialmente: «Il dottor Capaldo e la dottoressa Maisto, persone squisitissime, credo però stiano subendo una pressione, nel senso di dover puntare esclusivamente sulla mia persona. Lo comprendo dalle domande, dai confronti a cui non mi sottopongono, dalle perizie grafiche sulle lettere, che non dispongono. Mettiamola così. Come diceva Tommaso Buscetta: signor giudice, lei non mi fa la domanda giusta. Scusate, eh… Non mi si indirizzano le domande, non si aprono determinati ambienti! L’ho detto, è tutto nelle carte. Non potete pensare che io abbia creato un’opera d’arte, che abbia inventato il fatto della Orlandi perché non mi accontentavo più dello schermo cinematografico. Sarebbe bellissimo, ma non corrisponde al vero». Nel suo libro Fabrizio Peronaci, scritto prima della sentenza di archiviazione, notò un cambiamento in Procura: «In coincidenza della pausa estiva doveva essere accaduto qualcosa. L’orologio della giustizia, alla ripresa autunnale, iniziò a perdere colpi. Le perizie (vocale, grafica, dattiloscopica, del dna) si incepparono. Audizioni testimoniali e confronti furono rinviati sine die. Le richieste di rogatoria per ascoltare i prelati chiamati in causa non partivano. Marco Fassoni Accetti, l’Uomo del flauto in attesa di un equo processo, assisteva perplesso. A inquietarlo era l’inerzia delle autorità inquirenti». Lo stesso Accetti, sempre prima della conclusione delle indagini, affermò: «Cosa pretendono i signori della Procura? Che io, da solo, dopo trent’anni, penetri ambienti diplomatico-ecclesiastici, senza neanche un atteggiamento prudenziale? Vogliono i nomi? E se poi quelli chiamati in causa dicono che non è vero? Chi verrebbe creduto? Il sottoscritto o, poniamo, un uomo di Chiesa? Il discorso va capovolto. Ho fornito decine, anzi, centinaia di indizi e riscontri, mai verbalizzati in precedenti inchieste, che conducono senza ombra di dubbio alla storicità degli eventi. La zona su cui lavorare è chiarissima, e ciò la Procura lo sa bene. Il contesto dei fatti, le dinamiche di conflitto, i gesti politici in una realtà come quella ecclesiale che non ammette la protesta, le concatenazioni, gli interessi contrapposti sono tutti nelle carte. Volendo, gli elementi per scrivere una parola definitiva non mancano. Ma la forza deviante sugli inquirenti, evidentemente, è ancora alta. Ritengo l’istruttoria gravemente carente, non si è indagato in molteplici direzioni, non sono stati ammessi confronti né si sono cercati possibili testimoni, non si è disposta una perizia sulle lettere, pur avendo persone sospette. Si cercherà di ricondurre le responsabilità a un numero esiguo di persone, se non a me soltanto (Il Ganglio, Fandango Libri 2014).

 

Conclusioni. Dopo questa approfondita analisi delle rivelazioni di MFA riteniamo errata la volontà della Procura ad archiviare il caso, decisione a cui si è opposto il dott. Capaldo, ovvero colui che ha seguito le indagini e ha interrogato MFA, almeno prima di essere estromesso (nel 2015). L’uomo ha fornito una complessa e intricata ricostruzione dei fatti, offrendo collegamenti inediti (ad esempio Paola Diener, non è scritto in nessun atto giudiziario, in nessun libro e in nessun articolo che il comunicato del 28/10/83 in cui si parlava di una “cittadina soppressa il 5-10-83” si riferiva proprio a lei, lo ha fatto solo MFA) e presentando, secondo noi, la descrizione più verosimile mai emersa finora sulla sparizione delle due ragazze. Liquidarlo come persona ossessionata dal caso Orlandi che ha prodotto questo racconto studiando per anni libri, articoli e carte processuali si scontra con il suo completo silenzio in questi 30 anni. E’ anche vero che non ha voluto di proposito presentare indubitabili prove e conferme del suo racconto, tuttavia la sua biografia -come abbiamo rilevato sopra- presenta troppe coincidenze con la vicenda che lo aiutano a smarcarsi dall’accusa che gli viene rivolta. Non bisogna, tuttavia, nemmeno liquidare in fretta la mole di obiezioni che gli abbiamo rivolto in questo dossier (i “punti deboli”) che ridimensionano il suo ruolo e la sua veridicità, incomprensibile appare la sua volontà a non tradire la parola data quando invece potrebbe risarcire, seppur in minima parte, la vita rubata a due ragazze e l’affetto delle loro famiglie, citando i nomi dei suoi complici. Basterebbe in ogni caso produrre prove fotografiche e materiali che corroborino il suo racconto, evitando di chiamare in correità le persone delle quali non vuole fare nomi.

 
 

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7. L’IPOTESI DELLA REGIA UNICA

Ci sono pochi argomenti a sostegno e contro la tesi della regia unica, ovvero l’ipotesi secondo cui dietro a tutto -anche a Marco Fassoni Accetti- vi sia una regia occulta che detta i tempi, che porta inizialmente gli inquirenti e i media verso la pista del terrorismo manovrando e ricattando Alì Agca, il quale collabora e poi improvvisamente farnetica per rendersi inattendibile. Stratifica il depistaggio con sigle e comunicati, con incidenti e morti misteriose. Quando il processo del caso Orlandi-Gregori va verso l’archiviazione (1997), ecco che nel 1995 tenta -seppur senza successo- di aprire il filone della Banda della Magliana con un’informativa sulla tomba di De Pedis nella Basilica di Sant’Apollinare. Nel 1998 avviene la morte misteriosa della guardia svizzera Alois Estermann in Vaticano, nell’aprile 2005 riesce a gettare l’attenzione sul coinvolgimento di De Pedis tramite la sua tomba nella Basilica a fianco della scuola di musica di Emanuela. Nel marzo 2008 fa comparire Sabrina Minardi, “supertestimone” che si autoaccusa di complicità nella sparizione della Orlandi, mischiando secondo il grande copione, racconti verosimili ad altri platealmente sbagliati, rendendosi inattendibile e inaccusabile proprio come fece Agca, ma, tuttavia, portando il caso nuovamente sulle prime pagine dei giornali.

L’attenzione si esaurisce verso la fine del 2012, spegnendosi dopo l’infruttuosa perquisizione della tomba di De Pedis e della Basilica di Sant’Apollinare. Ed ecco all’inizio del 2013 la comparsa di Marco Fassoni Accetti, che riaccende di nuovo i riflettori sul caso con un racconto verosimile e inverosimile, che impedisce di verificare le dichiarazioni fatte portando quindi all’archiviazione del caso nel 2015, dopo due anni di spasmodica attenzione mediatica al caso Orlandi. Anche lui sarebbe una pedina di questa regia occulta (come la Minardi, come Luigi Gastrini e i tanti che in questi anni si sono accusati o hanno accusato qualcuno), che da 30 anni tiene aperto questo caso e tuttavia ne impedisce la soluzione, come se avesse l’interesse ad utilizzarlo come un mezzo di pressione e ricatto. E’ lo stesso MFA infatti a citare l’esistenza di suoi responsabili o superiori a cui obbediva durante i depistaggi post-sparizione: «I vertici, a noi elementi operativi, chiesero quindi di interrompere le pressioni in corso nella pineta…».

Certamente il comportamento di Agca va in questa direzione: perché l’attentatore turco continua a farsi passare come pazzo a distanza di anni dalla fine del processo, anche dopo la sua scarcerazione, anche oggi che non ha più interessi personali da ottenere. Continua ad obbedisce ad una regia nascosta? Se si pensa inoltre alle lettere arrivate a Raffaella Monzi e Maria Antonietta Gregori il 25 marzo 2013, potrebbe essere un messaggio in codice proprio a Marco Fassoni Accetti, invitandolo a presentarsi con il flauto: lo si deduce dal riferimento nella lettera agli spartiti del musicista Hugues, che vennero trovati il 4/09/83 grazie ad una telefonata dell”Amerikano”, il quale li fece trovare in una busta in via Porta Angelica. Su una pagina c’è il riferimento alla basilica di Santa Francesca Romana, dove «il pontefice celebra la Via crucis». Fassoni Accetti racconterà alla Procura che il flauto allora venne nascosto in quella basilica, ma non fu trovato dagli agenti di polizia che vi andarono. Sempre che il racconto corrisponda alla verità, potrebbe essere che l’autore della lettera del 25 marzo 2013 citi gli spartiti di Hugues per alludere al messaggio dell'”Amerikano” del settembre 1983 attraverso il quale si voleva portare alla luce il flauto di Emanuela, indicando a Fassoni Accetti -autore di questo messaggio- il momento adatto per comparire con il flauto? Potrebbe essere che lui abbia obbedito, facendolo trovare sotto una formella della Via crucis -parola citata nel messaggio dell’Amerikano del 04/09/83- utilizzando a sua volta questo particolare come un possibile codice di risposta? Potrebbe essere il teschio di tal “Emanuela De Bernardi”, che compare nel negativo della lettera arrivata il 25/03/13, una forma di minaccia a Emanuela Cecconi, ex moglie di Fassoni Accetti, perché non riferisca notizie che lo coinvolgano con certezza nel caso?

L’uomo che in questi tredici anni ha seguito passo dopo passo le indagini sul caso è Nicola Cavaliere, che all’epoca dei fatti lavorava alla squadra mobile di Roma. Il dirigente di polizia ritiene che questa enorme incertezza sul “caso Orlandi” sia voluta: «Gli organizzatori hanno probabilmente ancora oggi interesse a tirare fuori la vicenda in determinati momenti per tenere sulle corde certi ambienti. Si vuole che qualcuno resti sempre allertato sul caso, nonostante sia passato così tanto tempo». Nell’agosto 2008 Cavaliere dirà che tutti i messaggi e le rivendicazioni accumulatesi nel corso degli anni «ebbi il sospetto che in prevalenza provenissero da uno stesso ambiente, la cui attività sembrava tesa sopratutto ad intralciare il nostro lavoro. Chi non conosce quegli anni, quelle realtà, difficilmente può capire cosa si muovesse dietro le quinte di questa vicenda, quali e quanti fossero gli intrecci e le compromissioni» (“Storie di alti prelati e gangster romani”, pag. 24)

Ovviamente è una ipotesi assolutamente teorica e inverosimile che tuttavia potrebbe essere avanzata da coloro che sono convinti dell’esistenza di una regia occulta interessata a tenere sotto i riflettori il caso Orlandi-Gregori senza però giungere alla sua soluzione, muovendo i fili attraverso messaggi in codice e apparizioni di personaggi-pedine che si autoaccusano (probabilmente anche loro sotto ricatto o minacce) e che rivelano racconti mischiando parti di verità -utili a rendere il racconto verosimile, minimamente corroborato da piccole prove, ed eventualmente utilizzabile per mandare messaggi e codici a terzi- a elementi che rendano la persona inattendibile, anche a causa dell’impossibilità a dimostrare fino in fondo quanto raccontano. Noi non riteniamo che sia così, tuttavia finché non ci sarà la parola “fine” è bene non perdere di vista nemmeno questa ipotesi, seppur remota e complottista.

 
 

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8. CONCLUSIONI

E’ difficile tirare conclusioni di fronte allo scenario descritto in questo dossier. Il maggior problema che è emerso è che tutte le ipotesi principali, come si è visto, hanno abbastanza luce da non poter essere messe da parte e abbastanza buio da non poter essere avvalorate con certezza. Parliamo della (1) ipotesi dell’allontamento volontario seguito da una probabile morte delle ragazze, probabilmente legata al successivo inserimento di elementi esterni, autori del depistaggio, intenzionati a sfruttare il caso e intenzionati affinché a Emanuela e Mirella accadesse davvero qualcosa perché rimanessero lontane da casa. Non può essere esclusa l’ipotesi (2) della Banda della Magliana, interessata a ricattare il Vaticano per recuperare il denaro investito nel Banco Ambrosiano (che escluderebbe però Mirella Gregori), più interessante (3) l’ipotesi della “pista internazionale”, legata alla ostpolitik vaticana e all’intervento dei servizi segreti dell’Est affinché Agca ritrattasse le accuse di complicità dell’attentato verso i bulgari./p>

Abbiamo dato ampio spazio sopratutto (4) alla tesi di Marco Fassoni Accetti che ha in qualche modo riunito tutte e tre le precedenti tesi: allontanamento volontario, seppur sotto inganno, delle ragazze -la cui sorte è sconosciuta anche a lui stesso-, con la complicità degli uomini di De Pedis a causa di interessi comuni (lo Ior), il cui obiettivo principale era la ritrattazione di Agca e la politica estera del Vaticano verso i Paesi comunisti. Quest’ultima, come si è capito leggendo il dossier, per tutti i motivi che abbiamo presentato la riteniamo l’ipotesi più verosimile in quanto il racconto organico dell’uomo riesce effettivamente a resistere ai “punti deboli” che, comunque, non mancano nemmeno alla sua ricostruzione. Per ultimo non ci sentiamo nemmeno di escludere (5) l’ipotesi della “regia unica”, sopratutto osservando la puntualità della comparsa di tesi e supertestimoni proprio nel momento in cui il caso Orlandi perdeva di attenzione mediatica.

Questo dossier rimarrà in continuo aggiornamento e seguirà l’evolversi della vicenda e la comparsa di nuove rivelazioni o precisazioni su quanto sopra esposto. Nell’augurio comune che si raggiunga una definitiva verità, qualunque verità sia, su questo caso che da trent’anni addolora i familiari di Emanuela e Mirella e sconcerta chiunque provi ad approfondirlo.

 

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Il falso pensiero attribuito a Tommaso d’Aquino

Tommaso d'AquinoEsiste un’opinione assai diffusa, purtroppo talvolta anche tra i cattolici, secondo cui oggi San Tommaso d’Aquino disapproverebbe l’attuale insegnamento del Magistero della Chiesa Cattolica sull’aborto.

Egli sostenne infatti che l’anima spirituale non venga infusa al momento del concepimento, e pertanto, si argomenta, avrebbe approvato l’aborto non essendo questo, secondo la sua dottrina, la soppressione di un essere umano. In realtà questa opinione si basa su una lettura superficiale dei testi dell’Aquinate, non informata da una chiara comprensione delle fondamentali questioni metafisiche e teologiche che sottendono le tesi qui discusse. Per comprendere la posizione tomista è necessario introdurre preliminarmente alcuni concetti fondamentali che l’Aquinate mutua direttamente da Aristotele, relativi in particolare alla dottrina sull’anima e alle teorie sulla riproduzione dei mammiferi. Non è possibile in questa sede una disamina dettagliata delle ricerche dello Stagirita, e ci si deve limitare ad un sunto schematico che sia di utilità al profano.

Quanto spiegheremo ci permetterà infine di chiarire anche un altro comune equivoco, esposto più avanti, relativo all’opinione di Tommaso sulla donna.

 

 
 
 
 
 
 
 

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1. ARISTOTELE: SULL’ANIMA E LA NASCITA DI UN NUOVO INDIVIDUO

Secondo la metafisica aristotelica la sostanza sensibile (l’esistenza di sostanze soprasensibili non è qui in discussione) è sinolo, ossia unione, di forma e materia. La forma (eidos) esprime la natura, l’essenza di un certo ente. Ogni ente ha un’essenza, ovvero il che cos’è l’essere di quel dato ente (to ti en einai, quod quid erat esse); l’essenza è ciò che viene espresso nella definizione, ed è quindi il contenuto strutturante per cui un certo ente è proprio quello che è; così ad esempio un cerchio è un certa figura che ha una serie di proprietà prese nella loro unità che lo costituiscono come tale; l’essenza è ciò per cui un cerchio è un cerchio, ciò per cui un uomo è un uomo e così via (è necessario dare questi esempi per comprendere attraverso l’analogia, perché quando si enunciano i principi primi, come appunto l’essenza, non si dispone di concetti più generali con cui si possa dare una definizione univoca). La forma è quindi atto, ovvero ciò per cui un dato ente esiste attualmente secondo una data essenza. La materia invece è il sostrato che riceve una data forma e fa sì che essa esista concretamente in un dato individuo, come la creta può ricevere la forma di un vaso o di una statua; ma l’analogia con la creta non deve essere spinta troppo in là, infatti ancor prima di ricevere la forma, ad esempio, di un vaso, la creta esiste già in qualche altra forma, mentre la materia, considerata come principio metafisico, è solo potenza rispetto alle forme. La materia quindi non può esistere senza la forma, e le forme necessitano di un sostrato da attuare (ripetiamo che qui non sono in discussione le sostanze soprasensibili, ossia immateriali), e pertanto la sostanza, intesa come ciò che sussiste per sé, è il sinolo di materia e forma.

La dottrina aristotelica sull’anima è compresa all’interno del fondamentale quadro teoretico appena esposto: per il Filosofo infatti l’anima è la forma di un corpo fisico organico; forma nel senso metafisico sopra introdotto, ma una forma particolare, ovvero ciò per cui i viventi vivono ed esercitano le funzioni che sono loro proprie. Non tutti gli enti sono viventi, ma solo quelli che sono in-formati, strutturati, attuati in modo da avere in sé il principio del proprio sviluppo, del proprio movimento, del proprio agire e dell’autoconservazione; la forma dei viventi è ciò che chiamiamo anima.

Aristotele prosegue poi la sua analisi distinguendo nell’anima tre parti, sulla base delle funzioni da esse presiedute: 1) l’anima vegetativa, le cui funzioni sono nascita, nutrizione e crescita; 2) l’anima sensitiva, da cui dipendono movimento e nutrizione; 3) l’anima intellettiva, propria solo dell’uomo e che fonda la capacità di conoscere, di giudicare e di scegliere liberamente. Si deve però stare attenti a non commettere l’errore di ritenere che gli animali abbiano due anime distinte o che l’uomo ne abbia tre, infatti per un animale le funzioni di nutrizione e sviluppo saranno diverse da quelle analoghe per una pianta; le funzioni vegetative dipenderanno quindi da quelle sensitive. In parole povere le funzioni di un’anima superiore includono quelle di un’anima inferiore. Aristotele stesso scrive: «È lo stesso caso quello delle figure e quello dell’anima, perché sempre nel termine seguente è contenuto in potenza il precedente e riguardo alle figure e riguardo agli esseri animati: per esempio, nel quadrato il triangolo, nell’anima sensitiva la nutritiva.» (De anima II 3, 414 b 30)

Quanto esposto finora è un discorso essenzialmente metafisico, che non dipende dalle particolari conoscenze scientifiche dell’epoca, e che pertanto conserva intatta nel tempo la sua validità. Arrivando invece agli aspetti propriamente biologici, con riferimento al trattato De generatione animalium, per la generazione di un nuovo individuo è necessaria l’unione del seme maschile, che il Filosofo identifica con lo sperma, e del seme femminile, identificato con il mestruo. Secondo Aristotele il seme sarebbe il residuo, ovvero il prodotto ultimo del processo di nutrizione; l’ultimo prodotto necessario all’organismo sarebbe il sangue, poi da questo, con un ulteriore processo di trasformazione, verrebbe prodotto il seme. Nelle donne quest’ultimo processo non avverrebbe però in modo completo, dal momento che esse sarebbero più deboli e quindi dotate di meno calore, ed è questa differenza che spiegherebbe l’origine della diversità tra il seme maschile e quello femminile. Dal fatto che il mestruo è simile al sangue e che esso viene espulso quando non avviene la fecondazione, Aristotele deduce che il seme maschile sarebbe l’unico elemento attivo del processo di riproduzione, ovvero il portatore della forma (cioè dell’anima) la quale attuerebbe e controllerebbe la generazione e lo sviluppo del nuovo individuo. Il seme femminile sarebbe invece la materia informata dall’atto del seme maschile e che conterrebbe solo le forme femminili che ovviamente non potrebbero derivare dal seme maschile.

Usando un’analogia, Aristotele dice che il seme maschile e quello femminile starebbero in rapporto tra loro come il vasaio con la creta del vaso. Ad ogni modo entrambi i semi non possono produrre nulla da soli, ma è solo dalla loro unione che si genera il nuovo individuo, che quindi inizia ed esistere dal momento del concepimento. All’inizio solo le funzioni dell’anima vegetativa sono in atto, ma negli animali esistono già in potenza le funzioni dell’anima sensitiva, e nell’uomo quelle dell’anima intellettiva, perché sin dal primo momento è in atto un individuo della stessa specie dei genitori ed il cui sviluppo è già orientato alla piena attuazione delle sue caratteristiche e funzioni proprie.

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2. TOMMASO D’AQUINO: SULL’ANIMA E LA NASCITA DI UN NUOVO INDIVIDUO

Tommaso accetta le dottrine aristoteliche, ma deve conciliarle con le verità della fede cristiana concernenti direttamente l’uomo, in particolare con il fatto che l’anima umana sia spirituale, e quindi incorruttibile, e che essa sia generata direttamente da Dio. Per quanto riguarda il secondo aspetto, una preoccupazione importante del Dottor Comune è quella di respingere il cosiddetto traducianismo, ovvero la dottrina secondo la quale l’anima deriverebbe dai soli genitori senza il concorso divino, e che Tommaso definisce eretica. Nelle Summa Theologiae (Iª q. 118 a. 2 co.) scrive:

«Trattandosi però di una sostanza immateriale, essa non può venire causata per generazione, ma solo per creazione da parte di Dio. Quindi, ammettere che l’anima intellettiva è causata dal generante, equivale ad ammettere che essa non è sussistente e che, per conseguenza, si corrompe alla corruzione del corpo. È perciò eretico affermare che l’anima intellettiva si trasmette mediante il seme.»

Secondo l’Aquinate allora è necessario ammettere che nel corso dello sviluppo del feto si susseguano diverse forme (anime): prima un’anima vegetativa, poi un’anima sensitiva, ed infine, quando lo sviluppo sia sufficiente a ricevere l’anima intellettiva, questa venga infusa direttamente da Dio:

«Dobbiamo perciò concludere che, al sopraggiungere d’una forma più perfetta, si opera la corruzione della forma precedente, poiché la generazione di un essere implica sempre la corruzione di un altro essere, tanto nell’uomo che negli animali: e questo avviene in maniera che la forma seguente abbia tutte le perfezioni della precedente, e qualche cosa in più. Così, attraverso varie generazioni e corruzioni, si giunge all’ultima forma sostanziale, tanto nell’uomo quanto negli altri animali. E ciò si vede anche sensibilmente negli animali generati dalla putredine. Quindi bisogna affermare che l’anima intellettiva è creata da Dio al termine della generazione umana, con la scomparsa delle forme preesistenti, e che essa è insieme sensitiva e nutritiva.» (ST Iª q. 118 a. 2 ad 2)

È invece contenuta nei Commenti alle Sentenze di Pietro Lombardo la frequentemente citata opinione tomista secondo cui «il concepimento del maschio non si compie fino al quarantesimo giorno, come dice il Filosofo nel nono libro del De animalibus, mentre quello della femmina fino al novantesimo.» (Super Sent., lib. 3 d. 3 q. 5 a. 2 co.). Ma questo non è certamente un passo cruciale per la comprensione dell’opinione di Tommaso sul problema dell’infusione dell’anima, ed inoltre è anche una sua interpretazione piuttosto libera del testo originale aristotelico che parla dei primi movimenti e non si riferisce affatto all’animazione del feto: «Nel caso comunque sia stato concepito un maschio, i primi movimenti hanno luogo attorno al quarantesimo giorno per lo più verso il lato destro, quelli della femmina invece nel lato sinistro verso il novantesimo giorno.» (Historia Animalium, tr. it. di Mario Vegetti (a cura di), in Aristotele, Opere biologiche, cit., pp. 129-482, p. 405)

Si vede così che le tesi di Tommaso sull’infusione dell’anima sono motivate da ragioni del tutto estranee all’attuale problema dell’aborto e non è quindi corretto introdurle nel dibattito senza riflessione e precisazioni. In particolare sappiamo per certo che Tommaso non accettasse la liceità dell’aborto, infatti, sempre nei Commenti alle Sentenze di Pietro Lombardo (lib. 4 d. 31 q. 2 a. 3 expos.), scriveva che praticare un aborto fosse un peccato grave, anche se non quanto l’omicidio, e che fosse equiparabile al praticare dei malefici.

Alla luce delle attuali conoscenze scientifiche sullo sviluppo dell’embrione (non discusse qui) non è più possibile sostenere che avvengano successivi processi di informazione nel corso dello sviluppo, e si deve così affermare che un nuovo essere umano sia già generato al momento del concepimento, e che il suo sviluppo sia fin da principio organizzato ed orientato ad attuarne tutte le funzioni proprie, come in fondo affermava già l’originale dottrina aristotelica, alla quale si può ragionevolmente supporre Tommaso avrebbe pienamente aderito se avesse potuto avere migliori conoscenze di embriologia.

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3. TOMMASO D’AQUINO: SULLA DONNA

I concetti illustrati in questa disamina ci permettono anche di smascherare uno dei più frequenti tentativi di denigrazione del pensiero e della figura dell’Aquinate, ovvero la pretesa di farlo passare per un personaggio superficiale, superato e misogino attribuendogli, senza nulla spiegare e nulla aggiungere, la seguente affermazione: «Le femmine nascono a causa di un seme guasto o di venti umidi». Certamente il tentativo di screditare in questo modo, basandosi su una frase, uno dei più grandi e prolifici filosofi della storia, è intellettualmente inconsistente, è un’operazione disonesta che può funzionare solo approfittando dell’eventuale ignoranza dell’ascoltatore. Ad ogni modo è sempre bene chiarire tutto nel dettaglio, e così faremo.

La frase citata è effettivamente tratta dalla Summa Theologiae, ma non è direttamente attribuibile a Tommaso, tuttavia per capire è necessario introdurre ancora qualche nozione. Tutti gli articoli della Summa hanno la stessa struttura, composta da quattro sezioni: 1) Videtur quod (sembra che), ovvero una tesi erronea che sembrerebbe esser vera sulla base di un serie di argomenti; ad esempio “sembra che Dio non esista” e di seguito una serie di ragioni a sostegno di ciò. 2) Sed contra (ma al contrario), ovvero un argomento contrario a quanto esposto nel videtur quod. 3) Respondeo: questa è la parte più importante in cui Tommaso fornisce una spiegazione di carattere generale e confuta la tesi del videtur quod; ad esempio le famose cinque vie per dimostrare l’esistenza di Dio vengono esposte proprio nel respondeo. 4) Soluzione delle difficoltà, in cui gli argomenti del videtur quod vengono esaminati singolarmente e confutati. In linea del tutto generale è quindi errato attribuire a Tommaso le opinioni espresse nel videtur quod, che sono invece quelle che poi egli andrà a criticare, confutare o precisare.

Nell’articolo 1 della questione 92 della prima parte della Summa, il videtur quod recita: «Sembra che non ci fosse bisogno di produrre la donna nella prima costituzione del mondo». Il primo argomento a sostegno di questa tesi è il seguente: «Dice il Filosofo che “la femmina è un maschio mancato”. Ora, nella prima costituzione del mondo non doveva esserci niente di mancato e di difettoso. Perciò la donna non doveva essere creata allora.» 

Torniamo per un attimo ad Aristotele che, sempre nel trattato sulla generazione degli animali, spiega che il seme maschile, in quanto unico elemento attivo nel processo di riproduzione, tenderebbe a produrre un nuovo individuo simile a sé, ovvero un altro maschio. Per spiegare la generazione delle femmine è quindi necessario supporre che qualche fattore esterno concorra in qualche modo ad alterare l’azione del seme maschile, ed ecco perché la femmina sarebbe un maschio mancato. Contrariamente ad una vulgata tanto spesso ripetuta quanto errata, non è affatto vero che la scienza aristotelica non si fondi su un’ampia base osservativa ed empirica; è però vero che lo Stagirita, assieme ad osservazioni scrupolose sue e di altri naturalisti, accolga anche fatti aneddotici propri del sapere popolare. Così tra le varie ipotesi proposte come fattori determinanti per la generazione delle femmine, Aristotele ammette la possibilità che possa influire anche il tipo di vento che soffia al momento del concepimento. Quelle di Aristotele erano, all’epoca di Tommaso, le tesi scientifiche più accreditate.

Queste spiegazioni scientifiche del tempo quale problema ponevano ad un teologo quale era l’Aquinate? Sappiamo che la fede cristiana afferma che l’uomo e la donna sono stati creati entrambi in stato di grazia, e quindi di perfezione; ma se, come insegna la scienza aristotelica, la donna è per natura un maschio incompiuto, ossia un essere imperfetto, allora sembra che la fede cristiana sia sbagliata, perché sarebbe contraddittorio ammettere che la donna sia stata creata nella prima origine del mondo quando tutto avrebbe dovuto invece essere perfetto. Il quesito quindi è eminentemente teologico, e le tesi scientifiche vengono prese per buone senza questionare nel merito, così come, genericamente parlando, fanno ancora oggi i teologi. Quindi Tommaso, nella soluzione delle difficoltà, accetta la teoria aristotelica, ed ammette pertanto che, considerando il meccanismo della sua generazione, la femmina sia un maschio mancato; ma, argomenta poi, nell’ordine universale della natura la donna è necessaria, perché la riproduzione può avvenire solo dall’incontro di maschio e femmina, e perciò secondo la sua propria essenza anche la donna, in quanto donna, è perfetta.

Proponiamo quindi al lettore il respondeo e la soluzione della difficoltà, concludendo così la nostra disamina:

«Era necessario che in aiuto dell’uomo, come dice la Scrittura, fosse creata la donna: e questo, non perché gli fosse di aiuto in qualche altra funzione, come dissero alcuni, poiché per qualsiasi altra funzione l’uomo può essere aiutato meglio da un altro uomo che dalla donna, ma per cooperare alla generazione. Vi sono infatti dei viventi, che non hanno in se stessi la virtù attiva di generare, ma sono generati da un agente di specie diversa; e sono quei vegetali e quegli animali, che, privi di seme, vengono generati, in una materia adatta, dalla sola virtù attiva dei corpi celesti. – Altri invece possiedono unitamente la virtù attiva e quella passiva della generazione, e sono le piante che nascono dal seme.

Infatti nelle piante non c’è funzione vitale più nobile della generazione: perciò è giusto che la virtù attiva della generazione si trovi in esse sempre unita a quella passiva. – Invece negli animali perfetti la virtù attiva della generazione è riservata al sesso maschile, e la virtù passiva, al sesso femminile. E siccome gli animali hanno delle funzioni vitali più nobili della generazione, negli animali superiori il sesso maschile non è sempre unito a quello femminile, ma solo nel momento del coito; come per indicare che il maschio e la femmina raggiungono nel coito quella unità che nella pianta è perpetua per la fusione dell’elemento maschile con quello femminile, sebbene nelle varie specie prevalga ora l’uno ora l’altro. – L’essere umano poi è ordinato a una funzione vitale ancora più nobile, cioè all’intellezione. A maggior ragione dunque si imponeva per lui la distinzione delle due virtù, mediante la produzione separata dell’uomo e della donna, i quali tuttavia si sarebbero uniti nell’atto della generazione. Per questo, dopo la creazione della donna, la Scrittura aggiunge: “Saranno due in una sola carne”.»

 «Rispetto alla natura particolare la femmina è un essere difettoso e manchevole. Infatti la virtù attiva racchiusa nel seme del maschio tende a produrre un essere perfetto, simile a sé, di sesso maschile. Il fatto che ne derivi una femmina può dipendere dalla debolezza della virtù attiva, o da una indisposizione della materia, o da una trasmutazione causata dal di fuori, p. es., dai venti australi che sono umidi, come dice il Filosofo. Rispetto invece alla natura nella sua universalità, la femmina non è un essere mancato, ma è espressamente voluto in ordine alla generazione. Ora, l’ordinamento della natura nella sua universalità dipende da Dio, il quale è l’autore universale della natura. Perciò nel creare la natura egli produsse non solo il maschio, ma anche la femmina.» (Summa Theologiae)

 

Francesco Santoni

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Cristianesimo, Chiesa cattolica e la schiavitù

Secondo il noto filosofo tedesco, di origini ebraiche, Karl Lowith, «il mondo storico in cui si è potuto formare il “pregiudizio” che chiunque abbia un volto umano possieda come tale la “dignità” e il “destino” di essere uomo, non è originariamente il mondo, oggi in riflusso, della semplice umanità, avente le sue origini nell'”uomo universale” e anche “terribile” del Rinascimento, ma il mondo del Cristianesimo, in cui l’uomo ha ritrovato attraverso l’Uomo-Dio, Cristo, la sua posizione di fronte a sé e al prossimo» (K. Lowith, Da Hegel a Nietzsche. La frattura rivoluzionaria nel pensiero del secolo XIX, Einaudi 1949).

E’ vero tutto questo? Attraverso questo articolo cercheremo di mostrare che è stato davvero così, rispondendo anche alle immancabili accuse rivolte alla Chiesa cattolica anche su questo argomento. In passato ci siamo occupati del periodo colonialista nell’articolo intitolato “Chiesa e Colonialismo”, soffermandoci a lungo sul ruolo avuto dalla Chiesa cattolica nei confronti del colonialismo e della schiavitù durante il periodo storico 1400-1800 d.C., concludendo che «i paladini nella difesa dei colonizzati furono quasi esclusivamente uomini di Chiesa, religiosi e veri cristiani». Inoltre, «le turpitudini coloniali furono perpetrate anche da alcuni uomini di Chiesa, che assumeranno sempre (distaccandosi dalla stessa istituzione che avrebbero dovuto rappresentare) atteggiamenti e posizioni opposti ai pronunciamenti solenni dei Pontefici e dei numerosi religiosi che abbiamo elencato».

Con questo articolo, che verrà aggiornato e approfondito nel tempo, desideriamo volgere lo sguardo alla posizione cattolica verso la schiavitù fin dal primo cristianesimo.

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 

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1. ACCUSE AL CRISTIANESIMO E ALLA CHIESA CATTOLICA SULLA SCHIAVITU’

Partiamo come sempre dalle accuse, le quali in generale sostengono che la Chiesa Cattolica e il Cristianesimo non hanno saputo impedire lo schiavismo e dunque non hanno portato il messaggio evangelico dell’eguaglianza tra gli esseri umani. Versioni più estreme rinfacciano addirittura alla Chiesa di aver teorizzato la diseguaglianza tra le razze, legittimando così l’istituto dello schiavismo.

Esse si concentrano in particolare sul comportamento di Gesù, passano alle parole di San Paolo, dei Padri della Chiesa, a Tommaso d’Aquino, alla schiavitù nel Medioevo, ai Pontefici durante il Colonialismo e infine alle affermazioni di Pio IX.

 
 

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2. SCHIAVITU’ PRIMA DEL CRISTIANESIMO

Osserviamo quale concetto di schiavitù era presente prima del cristianesimo, concentrandoci sulla legge mosaica presente nell’Antico Testamento e sul mondo greco-romano.

ANTICO TESTAMENTO. In diversi casi l’Antico Testamento sembra effettivamente tollerare la pratica della schiavitù umana, per lo meno la presuppone, accettandola socialmente. Tuttavia uno dei maggiori profeti, Isaia, afferma chiaramente: «Lo spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri» (Is 61,1).

Occorre comunque ricordare che ai tempi dell’A.T., la schiavitù era differente da quella che abbiamo in mente oggi: essa non era basata sulla razza, sulla nazionalità o sul colore della pelle, ma aveva più a che fare con una condizione sociale. Le persone, ad esempio, si vendevano come schiave quando non riuscivano a pagare i loro debiti o a provvedere alla propria famiglia, alcuni sceglievano effettivamente di essere schiavi in modo che tutti i loro bisogni fossero soddisfatti dal loro padrone. Tuttavia nel popolo ebraico precristiano non c’è mai un concezione dello schiavo come “essere umano inferiore”, anzi vi è anche la condanna esplicita della schiavitù razziale, ad esempio quella sperimentata dagli Ebrei in Egitto, subita proprio per essere ebrei (Esodo 13:14).

In generale, se si vanno a leggere le volte in cui l’A.T. tratta della schiavitù, vengono fornite delle istruzioni su come dovrebbero essere trattati gli schiavi, ma senza bandirne la pratica. Ad esempio si insegna ad offrire loro dei privilegi: «Nessun profano mangerà le offerte sante; né l’ospite di un sacerdote né il salariato potrà mangiare le offerte sante. Ma una persona che il sacerdote avrà comprato con il proprio denaro ne potrà mangiare, e così anche lo schiavo che gli è nato in casa: costoro potranno mangiare il suo cibo» (Lv 22, 10-11). E ancora: «Non consegnerai al suo padrone uno schiavo che, dopo essergli fuggito, si sarà rifugiato presso di te. Rimarrà da te, in mezzo ai tuoi, nel luogo che avrà scelto, in quella città che gli parrà meglio. Non lo opprimerai» (Dt 23,16). Di nuovo un altro esempio: «il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bue, né il tuo asino, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te, perché il tuo schiavo e la tua schiava si riposino come te» (Dt 5, 14). Le stesse promesse rivolte a tutti gli uomini, sono rivolte anche agli schiavi: «Anche sopra gli schiavi e sulle schiave in quei giorni effonderò il mio spirito» (Gl 2,3)

In Israele, come si è detto, era ammessa la schiavitù, però «quando tu avrai acquistato uno schiavo ebreo, egli ti servirà per sei anni e nel settimo potrà andarsene libero, senza riscatto […]. Quando un uomo colpisce l’occhio del suo schiavo o della sua schiava e lo acceca, darà loro la libertà in compenso dell’occhio. Se fa cadere il dente del suo schiavo o della sua schiava, darà loro la libertà in compenso del dente […]. Se il bue colpisce con le corna uno schiavo o una schiava, si darà al suo padrone del denaro, trenta sicli, e il bue sarà lapidato» (Es 21, 1-37). E ancora: «Se un tuo fratello ebreo o una ebrea si vende a te, ti servirà per sei anni, ma il settimo lo lascerai andare via da te libero. Quando lo lascerai andare via da te libero, non lo rimanderai a mani vuote. Gli farai doni dal tuo gregge, dalla tua aia e dal tuo torchio. Gli darai ciò di cui il Signore, tuo Dio, ti avrà benedetto» (Dt 15, 12-14).

Pertanto dunque, come si nota l’Antico Testamento ha condannato la schiavitù ma l’ha anche tollerata come struttura sociale ed economica già esistente, volendola tuttavia regolamentare affinché gli schiavi, laddove ce ne fossero stati, venissero trattati in modo umano e amorevole.

 

ANTICA GRECIA. Per gli Antichi Greci si era schiavi per nascita, per marcato acquisto di stato civile o per perdita della libertà. Gli schiavi, non potendo partecipare alla vita della polis, a causa della loro stessa condizione, non erano propriamente uomini, infatti per essa non erano soggetti, ma oggetti di diritti. Il padrone aveva sullo schiavo autorità di sovrano e di giudice e poteva infliggergli punizioni corporali anche gravi (anche un marchio a fuoco sulla fronte in caso di furto o fuga). Come confermato opportunamente dallo storico e sociologo delle religioni Rodney Stark: «lo schiavismo era una caratteristica quasi universale della civiltà»: Roma e la Grecia antica prevedevano un uso estensivo del lavoro degli schiavi, considerati oggetti, beni di proprietà, e come tali, privi di qualsiasi diritto e sottoposti all’arbitrio più totale da parte dei padroni.

Citiamo ad esempio il pensiero di Aristotele, il quale riteneva lo schiavo un “oggetto con l’anima” (“instrumenti genus vocale”), egli confuta coloro che ritenevano la schiavitù ingiusta e cerca di dimostrare che essa è necessaria e addirittura utile agli stessi schiavi (Politica, Libro I, 1253 a/1255 a). In “Politica” afferma: «Il termine “oggetto di proprietà” si usa allo stesso modo che il termine “parte”: la parte non è solo parte d’un’altra cosa, ma appartiene interamente a un’altra cosa: così pure l’oggetto di proprietà. Per ciò, mentre il padrone è solo padrone dello schiavo e non appartiene allo schiavo, lo schiavo non è solo schiavo del padrone, ma appartiene interamente a lui […]. Dunque, quale sia la natura dello schiavo e quali le sue capacità, è chiaro da queste considerazioni: un essere che per natura non appartiene a se stesso ma a un altro, pur essendo uomo, questo è per natura schiavo: e appartiene a un altro chi, pur essendo uomo, è oggetto di proprietà: e oggetto di proprietà è uno strumento ordinato all’azione e separato» (“Politica”, I, 1254a 14 ss.). La schiavitù fa parte per Aristotele dello stato perfetto: lo stato si compone di case e la casa perfetta è formata di liberi e di schiavi, la schiavitù è secondo natura (M. Sordi, Paolo a Filemone o della schiavitù, Jaca Book 1987, p. 28). Alla sua morte, le proprietà personali di Aristotele comprendevano quattordici schiavi.

Per quanto riguarda Platone, egli era contrario al porre in schiavitù i suoi compagni “elleni” (greci), ma nella sua repubblica ideale gli schiavi “barbari” (stranieri) avevano un ruolo essenziale, cioè compivano tutto il lavoro produttivo. Le sue regole sul trattamento degli schiavi erano brutali perché riteneva che la natura crea “persone servili” che non possiedono le capacità mentali per far proprie la virtù o la cultura, adatte solo a servire. Platone arriva alla giustificazione della schiavitù muovendo dalla schiavitù spirituale: come è giusto sottomettere alla parte divina che è nell’uomo il bestiale che è dentro di lui, così è giusto che colui che non riesce a comandare all’animale che è nel suo interno sia schiavo di colui nel quale comanda la parte divina (Rep. ix, 589 d/590 c/d), egli afferma che non è un danno per lo schiavo sottostare al comando, lo schiavo lo è per natura e la schiavitù diventa un fatto etnico e naturale (M. Sordi, Paolo a Filemone o della schiavitù, Jaca Book 1987, p. 26). Lo stesso Platone possedeva cinque schiavi, come si evince dal suo testamento (R. Schalaifer, Greek Theories of Slavery from Homer to Aristotle, Harvard Studies in Classical Philology, n. 47, 1936, pp- 165-204; D.B. Davis, Il problema della schiavitù nella cultura occidentale, Società Editrice Internazionale 1975, p- 96).

 

ANTICA ROMA. Anche nel mondo romano la schiavitù era ampiamente praticata, soprattutto aumentò col procedere delle conquiste in guerra. Lo stato servile aveva origine dalla nascita o dalla perdita della libertà e il diritto sottoponeva lo schiavo all’illimitato arbitrio del padrone. La situazione era certamente migliore rispetto ai Greci: la schiavitù non era per natura ma per diritto positivo, si potevano liberare gli schiavi a determinate condizioni, c’era un freno sociale verso la crudeltà dei padroni nei loro confronti (orientato verso l’utile che potevano dare e verso il controllo sociale) anche se i padroni avevano diritto di vita e di morte sugli schiavi (M. Sordi, Paolo a Filemone o della schiavitù, Jaca Book 1987, p. 29-35). Marco Porcio Catone fu l’unico a permettere, tra i suoi servi, rapporti sessuali a pagamento intascandone il prezzo. Ciò non toglie il fatto che gli «schiavi erano tra le personae alieno iure subiectae: e questo, come ricorda Gaio (Dig. I,6,1,1), non solo presso i romani, ma apud omnes peraeque gentes, comportava che i padroni avessero diritto di vita e di morte sugli schiavi presso tutte le genti» (M. Sordi, Paolo a Filemone o della schiavitù, Jaca Book 1987, p. 34,35). Il diritto romano considerava lo schiavo come oggetto di diritto, ma pur essendo astrattamente classificato fra le cose, era pur sempre un homo dotato di intelligenza e di volontà, distinguendosi così dalle cose materiali. Lo storico Tacito descrive però che quando uno schiavo assassinava un padrone, trecento o quattrocento schiavi venivano massacrati (Annali, libro 14,34) e in Italia, all’apogeo dell’impero romano, c’erano due-tre milioni di schiavi (il 35-49% della popolazione)(M. Bloch, “La servitù nella società medievale”, La Nuova Italia 1993, p.3).

 
 

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3. GESU’ E LA SCHIAVITU’

Quei pochi uomini che hanno accusato qualcosa a Gesù Cristo, hanno fatto riferimento alla sua non condanna diretta della schiavitù. In un’occasione spesso ricordata, quella del servo malato del centurione (Lc 7,2) Gesù guarisce il servo senza liberarlo o ammonire il padrone per l’averlo messo in schiavitù. Effettivamente Gesù non ha mai parlato precisamente della condizione morale della schiavitù, ma d’altra parte non si è mai nemmeno soffermato sulla condizione etico-morale delle prostitute o degli uomini che ne usufruivano, né ha mai condannato chi maltrattava gli animali, non ha nemmeno guarito tutti i malati di Gerusalemme ecc. Se si guarda i suoi tre anni di vita pubblica, non ha mai inteso modificare direttamente le istituzioni sociali e nemmeno fondare un codice civile, ma ha mostrato agli uomini se stesso: si è fatto accompagnare da prostitute, ha mangiato assieme a ladri e peccatori, si è avvicinato ai lebbrosi, ha rispettato le donne e i bambini (tutte cose per nulla scontate allora) ecc.

Se si guarda al messaggio di Gesù si intuisce subito la sua attualità ancora oggi, questo perché egli si rivolgeva agli uomini di allora come si sarebbe rivolto a noi. Ha inteso comunicare un messaggio eterno, il senso della vita, non soltanto utile in un contesto temporale circoscritto. Così, non ha mai accennato alla condizione precisa della schiavitù, ma tuttavia ha invitato gli uomini a imitarlo: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri» (Gv 15; 12-17). Ha inoltre insegnato l’uguaglianza tra gli uomini, tutti fratelli perché figli di Dio, e a considerare l’altro quanto se stessi, perciò, dato che nessuno vorrebbe essere schiavo, non dovrebbe ritenere nessuno uno schiavo: «Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c’è altro comandamento più grande di questi» (Mc 12;31). Gesù inoltre ha valorizzato più volte la condizione umile del servitore, usandola come analogia di sé stesso: «chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10, 43-45).

Per lo stesso motivo, non si può condannare Gesù perché non ha parlato mai della guerra e della pace, perché ha dato un insegnamento ben più grande: «Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra […]. Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli […]. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario?» (Mt 5; 38-47). L’insegnamento di Gesù non è anzitutto la proposta di una società nuova, ma di un uomo nuovo, di una nuova concezione di Dio e dell’umanità, da cui può sorgere una civiltà nuova, non c’è alcuna volontà di prendere il potere con il fine utopico di eliminare il male dalla terra, nessuna similitudine alla rivoluzione francese e comunista. Come ha riconosciuto anche il polemico Mauro Pesce, biblista e storico del cristianesimo, «Gesù non è un fondatore di società come sarà Maometto, non affronta tutti i problemi della società, individua soltanto dei punti su cui fare leva attraverso i quali l’intera società può essere ripensata e, forse, riorganizzata» (M. Pesce, C. Augias, “Inchiesta su Gesù”, Mondadori 2006, p. 22)

E’ evidente dunque che la profondità del suo messaggio andava, e va, ben oltre i limiti temporali in cui venne pronunciato. Tuttavia, prendendolo davvero sul serio, chiunque -dal contadino al politico- può dedurne facilmente anche un insegnamento di comportamento sociale e capire -come accadde infatti- che la schiavitù è incompatibile con il pensiero cristiano. Questo è tanto vero che anche chi non crede in Lui riconosce comunque il valore del suo messaggio, ad esempio Natalia Ginzburg ha scritto: «Il crocifisso rappresenta tutti perché prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono eguali e fratelli di tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei, neri e bianchi» (L’Unità, 22/10/1988). Infine, la novità radicale del Nuovo Testamento, come spiegato dalla storica Marta Sordi, è sul piano religioso: «per l’uomo che serve Dio e fa la sua volontà, sia egli libero o schiavo, si apre una prospettiva nuova, al di là di ogni speranza umana: egli non è più servo, ma amico» (M. Sordi, Paolo a Filemone o della schiavitù, Jaca Book 1987, pp. 49)

 
 

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4. CRISTIANESIMO PRIMITIVO E SCHIAVITU”

Dopo Gesù, la schiavitù non è certo cessata di colpo, non sarebbe nemmeno stato possibile: gran parte del sistema economico romano si basava infatti sulla schiavitù ed inoltre anche dal punto di vista strettamente psicosociale l’eliminazione della schiavitù avrebbe causato una ribellione violenta di quasi tutti quelli che detenevano il potere a Roma. Tuttavia quasi tutti gli storici sono concordi nel sostenere che la divulgazione del messaggio cristiano contribuì notevolmente alla sparizione di tale pratica. L’Enciclopedia Treccani, ad esempio, afferma: «A determinare la decadenza della schiavitù contribuirono le idee morali dello stoicismo e del cristianesimo, diffondendo il concetto che anche lo schiavo è un uomo», anche se «accettarono tuttavia pienamente la schiavitù come istituto sociale e come elemento indispensabile dell’economia del lavoro». Ed è effettivamente stato così, i primi cristiani nonostante predicassero e vivessero l’uguaglianza tra gli uomini imparata da Gesù, non avevano ancora il potere di stravolgere l’ordine sociale vigente e poterono limitarsi solo a raccomandare il buon trattamento degli schiavi. Il Cristianesimo, pur non discutendo subito la struttura della società, pose dentro di essa una società diversa. Spiega Vittorio Messori: «il concetto di “persona” fu il grimaldello evangelico che pian piano scardinò la tranquilla sicurezza del mondo classico che fosse “naturale” la distinzione tra uomini “veri” (i cittadini liberi) e quelli che chiamavano “strumenti parlanti” (gli schiavi)» (Qualche ragione per credere, Ares 2008, pag. 101). Come ha spiegato lo storico francese Marc Bloch, «Non era poco l’avere detto allo “strumento provvisorio di voce” (instrumentum vocale) dei vecchi agronomi romani: “Tu sei un uomo” e “Tu sei un cristiano”». Questo principio ispirò anche «la legislazione filantropica» di alcuni imperatori (M. Bloch, “La servitù nella società medievale”, La Nuova Italia 1993, p.19).

 

SAN PAOLO. Leggendo le lettere di San Paolo, si capisce che egli da precedenza alla libertà dal peccato piuttosto che alla libertà fisica. A che vale, infatti, essere uomini liberi, ma schiavi del peccato? Molto meglio essere schiavi, ma liberi dal peccato. Non era suo desiderio modificare la società, non era in suo potere e non aveva la forza per una rivolta. La Chiesa ha sempre voluto appellarsi alle singole menti e i singoli cuori, come spiega lo scrittore Francesco Agnoli: «non si dovrebbe imputare a San Paolo la “colpa” di non essere stato un Marx, uno Lenin, uno Stalin, un Pol Pot, convinto che la società si ricrei con la “lotta di classe”, la “violenza levatrice della storia”, i gulag per chi non comprende e la dittatura di chi ha “ragione”. Gli uomini di Chiesa comprendevano bene che una società in cui una persona su tre è schiava, e senza diritti, non può mutare pelle completamente, in poco tempo, senza contraccolpi sociali devastanti. Instillare negli schiavi un senso di ribellione violenta e urgente avrebbe portato solo fiumi di sangue e forse al peggioramento della loro stessa condizione!» (F. Agnoli, “Inchiesta sul cristianesimo”, Piemme 2010, p.83). Il cristianesimo ha inizialmente accettato la società così com’era, determinando la sua trasformazione attraverso, e solo attraverso, le singole anime.

Per questo spesso San Paolo si rivolge direttamente agli schiavi stessi (già questa una cosa inedita), invitandoli a vivere con dignità la loro condizione, chiedendo di non odiare i loro padroni, di rispettarli, poiché anch’essi figli di Dio e in questo modo, praticando l’insegnamento cristiano, diventare più “liberi” di loro. Lo si capisce bene qui: «Schiavi, obbedite ai vostri padroni terreni con rispetto e timore, nella semplicità del vostro cuore, come a Cristo, non servendo per farvi vedere, come fa chi vuole piacere agli uomini, ma come servi di Cristo, facendo di cuore la volontà di Dio, prestando servizio volentieri, come chi serve il Signore e non gli uomini. Voi sapete infatti che ciascuno, sia schiavo che libero, riceverà dal Signore secondo quello che avrà fatto di bene. Anche voi, padroni, comportatevi allo stesso modo verso di loro, mettendo da parte le minacce, sapendo che il Signore, loro e vostro, è nei cieli e in lui non vi è preferenza di persone» (Ef 6, 5-7). E ancora: «Ciascuno rimanga nella condizione in cui era quando fu chiamato. Sei stato chiamato da schiavo? Non ti preoccupare; anche se puoi diventare libero, approfitta piuttosto della tua condizione! Perché lo schiavo che è stato chiamato nel Signore è un uomo libero, a servizio del Signore! Allo stesso modo chi è stato chiamato da libero è schiavo di Cristo. Siete stati comprati a caro prezzo: non fatevi schiavi degli uomini! Ciascuno, fratelli, rimanga davanti a Dio in quella condizione in cui era quando è stato chiamato» (1Cor 7, 21-22).

Questo continuo rivolgersi agli schiavi è per comunicare il messaggio che anch’essi «sono idonei per conformarsi all’ideale evangelico più puro, ma capaci inoltre di contribuire allo splendore della vita cristiana collettiv. Nessun cristiano è così spregevole che non possa in questa maniera onorare Dio», ha spiegato N. Brox in “Le Lettere Pastorali” (Morcelliana 1970). Paolo mostra loro il concetto cristiano di libertà: gli schiavi chiamati “nel Signore” sono liberti del Signore (1 Co 7, 22), così le distinzioni sociali esterne perdono la loro importanza. E infatti: «Quelli che si trovano sotto il giogo della schiavitù, stimino i loro padroni degni di ogni rispetto, perché non vengano bestemmiati il nome di Dio e la dottrina. Quelli invece che hanno padroni credenti, non manchino loro di riguardo, perché sono fratelli, ma li servano ancora meglio, proprio perché quelli che ricevono i loro servizi sono credenti e amati da Dio. Questo devi insegnare e raccomandare» (1Tm 6,1). Il senso di questa affermazione è la richiesta al servo di non ribellarsi al padrone non cristiano perché questi non abbia un cattivo concetto della dottrina cristiana; chi poi ha padroni credenti li serva con più dedizione essendo essi fratelli e cari a Dio.

Si rivolge poi anche ai padroni: «Voi, padroni, date ai vostri schiavi ciò che è giusto ed equo, sapendo che anche voi avete un padrone in cielo» (Col 4,1). Paolo sottolinea anche che la fratellanza condivisa dai cristiani è in ultima analisi incompatibile con la schiavitù, lo si capisce nel caso dello schiavo fuggitivo, Onesimo, dove Paolo scrive a Filemone, padrone dello schiavo, di ricevere indietro Onesimo «non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo» (Fm 1,16). Non si occupa di stravolgere la società e non si propone, con coscienza moderna, la revisione critica dei rapporti sociali, ma si rivolge ai singoli uomini, ai padroni e agli schiavi perché ognuno si impegni ad essere un vero cristiano. Mentre la società del suo tempo considerava gli schiavi alla stregua degli oggetti, la sua è una lenta pedagogia perché il cambiamento avvenga all’interno dell’uomo, solo così tutta la società saprà mutare capendo che tutti gli uomini sono uguali davanti a Dio: «Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito» (1Cor 12,13). E infine: «Tutti voi infatti siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3, 26-28). Come scrive lo storico francese Pierre Bonnassie: «Uno schiavo […] veniva battezzato e possedeva un’anima. Era, quindi, inequivocabilmente, un uomo» (From Slavery to Feudalism in South-Wester Europe, Cambridge University Press 1991, pp. 30). E dunque, prosegue la storica Marta Sordi, «se la libertà e la vera nobiltà era quella sono solo quelle dell’anima, ogni distinzione tra gli uomini è destinata a cadere […]. E’ questa la profonda distinzione tra il pensiero paolino e quello stoico […]. La vera novità, giova ripeterlo, è nel rapporto nuovo che schiavo e padrone hanno con Dio, e che trasforma la comune schiavitù della condizione umana davanti alla Fortuna nel razionale ossequio ad un Dio che libera chi lo serve per amore» (M. Sordi, Paolo a Filemone o della schiavitù, Jaca Book 1987, pp.51-55)

 

SAN GREGORIO DI NISSA (335-395 d.C.). San Gregorio è uno dei Padrei della Chiesa che denuncia apertamente la schiavitù come contraria alla legge di Dio: «”Ebbi in dominio schiavi e schiave, con molta famiglia”, dice. Vedi l’ostentazione arrogante! Quelle parole sono una ribellione a Dio; noi sappiamo, infatti, dalla Scrittura che tutte le cose servono unicamente a quel potere che è al di sopra di tutto. Pertanto, colui che si arroga ciò che appartiene a Dio, e attribuisce a creature della propria specie il potere di credersi padroni di uomini e di donne, che cosa fa se non insolentire contro la natura, considerandosi creatura diversa da quelle che gli sono soggette? “Ebbi in dominio schiavi e schiave”. Così tu condanni alla schiavitù l’uomo che è dotato di natura libera e indipendente, e fai una legge contraria a Dio, perché sconvolgi la legge di natura che procede da lui. Perché tu sottoponi al giogo della schiavitù chi è stato plasmato dal suo creatore per signoreggiare la terra e per esercitare il comando; in questo modo tu resisti e contraddici all’ordinamento divino […].

Prosegue San Gregorio: “Ebbi in dominio schiavi e schiave!”. Ma dimmi, ti prego, a quale prezzo li hai comprati? Dove hai potuto trovare nelle cose un valore corrispondente al prezzo dell’umana natura? Quanto hai speso per l’acquisto di una creatura che è immagine di Dio? Con quali bilance hai pesato una natura che fu creata da Dio? Poiché Dio disse: “facciamo l’uomo ad immagine e similitudine nostra”. L’uomo che è fatto a somiglianza di Dio e che ha ricevuta da Dio il dominio su tutta la terra e su tutte le cose che sono sopra la terra, chi è che lo vende, e chi è che lo compra? Soltanto Dio potrebbe fare questo, anzi, sarei per dire, non lo potrebbe neppure Dio, perché “Dio non si pente dei suoi doni”. Dio dunque non ridurrebbe mai in schiavitù la natura umana, egli che, spontaneamente, quando eravamo già caduti in schiavitù, ci rivendicò alla libertà. E se Dio non riduce in schiavitù chi è libero, chi sarà mai che pretende un potere superiore a quello di Dio? [ …]»

Continua San Gregorio: «Ti inganni, se credi che un libello e una convenzione scritta ti facciano padrone di una creatura che è immagine di Dio. O stoltezza! Se il contratto perirà, se lo scritto sarà corroso dai tarli o cancellato dall’umidità, donde trarrai le prove del tuo dominio? Da quanto è sotto la natura umana non vedo aggiungersi a te altro che il nome di padrone. Infatti, il tuo potere che cosa ha aggiunto alla tua persona? Non il potere sul tempo, né alcun altro privilegio. Tu e lo schiavo siete nati ugualmente da una natura umana, vivete allo stesso modo, siete dominati dalle stesse passioni dell’anima e del corpo, come la mestizia e l’allegrezza, la gioia e la tristezza, il piacere e il dolore, l’ira e lo sdegno, l’infermità e la morte. In tutte queste cose c’è forse qualche differenza fra schiavo e padrone? Non traggono essi il respiro alla stessa maniera? Non guardano il sole ad un modo? Non si conservano parimenti in vita alla condizione di nutrirsi? Non è simile in entrambi la struttura dei visceri? Dopo la morte, non diventano cenere entrambi? Non è ad essi comune il giudizio, il premio, la pena? E poiché sei in tutto simile agli altri uomini, dove poggi, di grazia, la tua superiorità, ti che, essendo uomo, presumi di avere dominio sull’uomo?» (Gregorio di Nissa, In Eccl. homil IV, citato in G. Barbero, Il pensiero politico cristiano, Torinese 1962, pp. 351-352).. Gregorio di Nissa «non soltanto riteneva che, dinnanzi a Dio, gli schaivi fossero uguali agli uomini liberi, ma considerava il possesso di schiavi un peccato, e un peccato molto grave» (J. Andreau e R. Descat, “Gli schiavi nel mondo greco e romano”, Il Mulino 2006, p.177)

 

SANT’AMBROGIO (340-397 d.C.). Un altro Padre della Chiesa, prendendo atto del diffuso uso della schiavitù, ne svuota il contenuto suggerendo ai credenti di realizzare il riscatto: «Non ci dirà forse il Signore: “Perché hai permesso che tanti poveri morissero di fame? Certamente tu avevi dell’oro, dovevi quindi procurare gli alimenti. Perché tanti schiavi furono messi in vendita e, non riscattati, furono uccisi dal nemico? Sarebbe stato meglio per te conservare corpi di creature viventi piuttosto che vasi di metallo”. A questi argomenti non si può dare risposta. Che cosa potresti infatti obiettare? […]. Come è bello quando da parte della Chiesa si liberano moltitudini di schiavi e quando si può dire: “questi li ha redenti Cristo!”. Ecco l’oro che può essere oggetto di onore, ecco l’oro di Cristo che libera dalla morte, ecco l’oro che redime il pudore e conserva la castità! Io dunque preferirei consegnarvi degli uomini liberi piuttosto che consegnarvi l’oro» (Ambrogio, De officiis ministrorum II, 8, pp. 136-142, citato in G. Barbero, Il pensiero politico cristiano, Torinese 1962, pp. 425-27).

 

SAN GIOVANNI CRISOSTOMO (344-407 d.C.). San Giovanni Crisostomo assume una posizione del tutto rivoluzionaria, negando la base economica della schiavitù e esortando i padroni a insegnare agli schiavi un mestiere, per renderli così economicamente autosufficiente e poi renderli liberi: «Perché (i ricchi) hanno molti servi? Come bisogna guardare soltanto al bisogno per quanto si riferisce al vestire e al mangiare, così bisogna comportarsi anche per quanto concerne i servi. Quale bisogno ne abbiamo? Nessuno! Un solo padrone non dovrebbe avere più di un servo: o meglio, due o anche tre padroni, dovrebbero avere un solo servo. Se questo ti sembra pesante, guarda a coloro che non ne hanno alcuno, e tuttavia fruiscono di un servizio più facile e più spedito. Poiché Dio ci fece in modo che ciascuno bastasse a curare sé stesso, anzi, a prendersi cura anche del prossimo. Se tu non credi, ascolta le parole di Paolo: “Alle mie necessità e a quelle di coloro che sono con me hanno provveduto queste mie mani”. Egli, che fu maestro di tutte le genti e fu degno dei cieli, non arrossiva di provvedere a innumerevoli servizi; ma tu stimi indecoroso, se non ti muovi circondato da una turba di schiavi, e non pensi che proprio questo, massimamente, ti disonora. Dio ci ha dato mani e piedi affinché non avessimo bisogno di servi. E non è certo il bisogno che introdusse nel mondo gli schiavi, altrimenti insieme con Adamo sarebbe stato creato anche uno schiavo. La schiavitù è la pena del peccato e il presso della disobbedienza, ma la venuta di Cristo ha sciolto anche questo. Infatti in Cristo “non c’è né schiavo né libero”».

Prosegue San Giovanni: «Perciò non è necessario avere uno schiavo: e, se fosse necessario, ne basterebbe uno solo, al massimo due. Che cosa vogliono significare questi sciami di servi? Giacché i ricchi procedono alle terme e nel foro a guisa di mercanti di pecore o di commercianti di schiavi. Ma io non intendo imbastire una discussione minuta. Tienti, se vuoi, anche un secondo servo. Se però ne aduni un gran numero, non venirmi a dire che tu fai questo per motivi di filantropia: tu lo fai per servire ai tuoi piaceri. Se tu agisci davvero per prenderti cura di loro, non occuparli al tuo servizio, ma, dopo averli comprati ed avere insegnato loro un mestiere, affinché possano bastare a se stessi, affrancali. Quando tu li fai battere con la verga, quando li fai mettere in carcere, non è certo un’opera di pietà la tua. So bene che io sono molesto ai miei uditori, ma che debbo fare? Questo è il compito che mi è stato affidato, e non cesserò di parlare, sia che le mie parole ottengano un qualche risultato, sia che non lo ottengano» (G. Crisostomo, Epist. I ad Cor. 40, 5 citato in G. Barbero, Il pensiero politico cristiano, Torinese 1962, 514-515).

 

SANT’AGOSTINO (354-430 d.C.). Nella Lettera 10, promemoria di Agostino al Santo Fratello Alipio, egli si oppone fermamente alla schiavitù e alla tratta degli schiavi: «Le autorità o i funzionari pubblici, con l’impegno dei quali potrebbe essere fatta osservare questa legge o qualunque altra promulgata su quest’argomento, hanno il dovere di provvedere che l’Africa non venga più oltre svuotata dei suoi abitanti indigeni e che una sì gran folla di gente d’ambo i sessi, trascinata via a truppe e a frotte come da un fiume che scorre senza tregua, non perda la propria libertà personale peggio che divenendo prigioniera dei barbari. In effetti dalla schiavitù, in cui sono tenuti dai barbari, viene riscattato un gran numero di prigionieri, mentre quelli che sono deportati nelle province d’oltremare non trovano nemmeno l’aiuto per venir riscattati; eppure si resiste ai barbari quando una spedizione militare romana è condotta valorosamente e con successo affinché i romani non restino prigionieri dei barbari. Chi mai, al contrario, resiste a codesti mercanti non di animali quali che siano ma di uomini, non di barbari di qualunque specie ma di cittadini romani delle province? A cotesti mercanti, sparsi dappertutto affinché nelle mani di coloro, che promettono ricompense in danaro, siano condotte, in ogni dove e da ogni dove, persone rapite con la forza o ingannate con tranelli, chi mai resiste in nome della libertà romana, non dico della libertà comune, ma della stessa libertà personale?».

E ancora: «Tocca ora alla tua santa Prudenza pensare a qual punto imperversi siffatta deportazione di sventurati lungo il restante litorale [dell’Africa], se così ardente l’avidità, così mostruosa è l’audacia dei Galati qui a Ippona ove, per la misericordia di Dio, sta in guardia, per quel poco che vale, la vigilanza della Chiesa, grazie alla quale vengono liberati degli sventurati da tale schiavitù e i mercanti di simili merci vengono puniti assai meno gravemente – è vero – che non dalla severità della suddetta legge, ma tuttavia vengono colpiti con la perdita dei soldi sborsati per acquistarli. In nome della carità cristiana ti supplico di far sì che io non abbia scritto invano alla Carità tua. I Galati infatti hanno i loro patroni, per mezzo dei quali reclamano come loro proprietà coloro che il Signore ha liberato per opera della Chiesa anche quando sono stati già restituiti ai loro familiari, che li ricercavano e a questo scopo erano venuti da noi con lettere dei loro vescovi. Al momento in cui dettiamo queste righe quei tali hanno cominciato a molestare alcuni fedeli, nostri figli, presso i quali erano rimasti alcuni di essi, dato che la Chiesa non è in grado di sostentare tutti coloro ch’essa libera; e sebbene sia giunta una lettera di un’autorità, di cui essi avrebbero potuto aver paura, non hanno cessato per nulla di reclamare». Sempre Agostino, nel suo “De Civitate Dei” spiega che i padroni, in verità, «sono a servizio di coloro ai quali apparentemente comandano. Lo prescrive l’ordine naturale perché in questa forma ha Dio ha creato l’uomo: l’essere ragionevole, creato a Sua immagine, fosse il padrone soltanto degli esseri irragionevoli, non l’uomo dell’uomo, ma l’uomo del bestiame» (libro 19, parr. 14-15). Jean Andreau, storica francese e direttrice dell’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales (EHESS ) e Raymond Descat, scrivono: «La cura manifestata dal vescovo Agostino nel lottare contro simili abusi (la riduzione in schiavitù dei bambini rapiti, N.d.A.) che lo scandalizzano e nel far rispettare la legalità, è molto rappresentativa dell’intervento attivo della gerarchia ecclesiastica in tale ambito. Occorre tenerne conto quando ci si interroga sugli atteggiamenti della Chiesa di fronte alla schiavitù» (J. Andreau e R. Descat, “Gli schiavi nel mondo greco e romano”, Il Mulino 2006, p.216)

 

SANTA BATILDE (626-670 d.C.). Nel VII secolo la Chiesa addirittura proclamò santa la schiava britannica Batilde, divenuta sposa e poi vedova di Clodoveo II, re dei Franchi, la quale sfruttò la sua posizione per organizzare una campagna che ponesse fine alla tratta degli schiavi e per riscattare coloro che si trovavano in schiavitù.

 

PONTEFICI CRESCIUTI COME SCHIAVI. Secondo Tacito, «gli schiavi non avevano religione, o avevano solo religioni straniere» (Annali, XIV), certamente erano esclusi dalle funzioni religiose perché le avrebbero contaminate (Cicerone, “Ottavio”, XXIV). Al contrario il cristianesimo ha da subito predicato l’assoluta uguaglianza religiosa, una radicale novità. La Chiesa non guardò mai alla condizione sociale dei fedeli, offrendo a tutti gli stessi sacramenti. Numerosi chierici ebbero un’origine servile e la stessa Cattedra di San Pietro è stata occupata da uomini che erano stati schiavi, come Pio I (100-150 d.C.) e Papa Callisto I (180-222 d.C.).

 

TOMBE DEGLI SCHIAVI CRISTIANI. Interessante notare anche che nei cimiteri cristiani non vi era alcuna differenza tra le tombe degli schiavi e quelli dei liberi, al contrario dei sepolcri pagani in cui era sempre sottolineata la condizione servile con un’iscrizione (le tombe erano isolate). Addirittura sono state trovate tombe di schiavi onorati con un sepolcro più pretenzioso di altri fedeli liberi, come quello di Ampliatus nel cimitero di Domitilla (cfr. Bulletin of Christian Archaeology, 1881, pp. 57-54, and pl. III, IV). Ciò è particolarmente vero nel caso di schiavi martiri: ad esempio, le ceneri di due schiavi, Protus e Hyacinthus, bruciati vivi durante la persecuzione di Valeriano, sono state avvolte da un sudario di tessuto oro (cfr. Bulletin of Christian Archaeology, 1894, pag 28).

 

IMPERATORI CRISTIANI. Sotto gli imperatori cristiani la condanna al maltrattamento degli schiavi divenne ogni giorno più marcata. Occorre comunque dire che il diritto civile in schiavitù rimase indietro rispetto alle esigenze del cristianesimo («Le leggi di Cesare sono una cosa, le leggi di Cristo un’altra», scrive S. Girolamo in “Ep. lxxvii”), tuttavia si nota un forte progresso in questo senso. L’eliminazione improvvisa della schiavitù, come detto sopra, non era possibile poiché gran parte del sistema economico romano si basava sulla schiavitù e la sua condanna avrebbe causato seri problemi di ordine sociale per qualsiasi imperatore.

L’imperatore Costantino cercò di raggiungere due obiettivi molto importanti: favorire la liberazione del maggior numero di schiavi possibile da parte dei padroni tramite quello che viene definito “favor libertatis” e migliorare la condizione esistenziale degli schiavi che non ottenevano la libertà. Diede molto risalto nella sua attività legislativa alla cosiddetta “libertà per ricompensa” che prevedeva la liberazione dello schiavo che denunciava all’autorità pubblica delitti quali la coniazione di monete false oppure gli omicidi, i rapimenti, diede grande impulso ai processi di affrancamento per motivi religiosi emanando una legge che imponeva ai padroni ebrei di vendere gli schiavi cristiani alla Chiesa. Infine, Costantino stabilì in sedici anni (a differenza dei venti previsti da Diocleziano) il periodo necessario all’acquisto della libertà da parte dello schiavo. Per quanto riguarda i provvedimenti adottati da Costantino per migliorare la condizione servile ed eliminare abitudini molto crudeli, egli abolì la loro crocifissione, ribadì il divieto di castrazione imponendo altrimenti la confisca dello schiavo, eliminò il marchio a fuoco impresso sulla fronte degli schiavi condannati a combattere nelle arene come gladiatori o ai lavori forzati nelle miniere. Inoltre, impedì che le famiglie costituite da schiavi venissero separate riconoscendo il valore morale, materiale e religioso di tali famiglie come voleva la Chiesa cattolica. Infine Costantino in una costituzione del 326 invitò i padroni a non vendere i propri schiavi. A tale riguardo Costantino scrisse: «Tolerabilius est servos mori suis dominis quam servire extraneis».

Sotto il regno di Giustiniano la legislazione imperiale cristiana raggiunse il suo più alto livello programmatico in quanto l’imperatore affermò più volte che la schiavitù era contraria al diritto naturale. Egli si rese conto che non potendo abolire la schiavitù per ragioni di vario tipo, era necessario limitare il numero degli schiavi e rendere sempre più umana la loro condizione esistenziale applicando i principi etici del cristianesimo. Riconosceva che la dottrina cristiana era incompatibile con l’esistenza della schiavitù, ma d’altra parte si rendeva conto che i tempi non erano ancora maturi per abolirla come il diritto naturale richiedeva. Tuttavia M. Melluso, in La schiavitù nell’età giustinianea, spiega che «Giustiniano cerca sicuramente di dare una dimensione più “umana” alla schiavitù, continuando nell’opera di erosione dell’istituto quale si era radicato nella società di epoca classica» (pag. 296).

 

TOMMASO D’AQUINO. San Tommaso d’Aquino ha dedotto che la schiavitù era un peccato, e nella sua analisi complessiva della morale nei rapporti umani, la schiavitù è stata da lui messa in opposizione al diritto naturale, deducendo che tutte le “creature razionali” hanno diritto alla giustizia. Non ha trovato alcuna base naturale per la riduzione in schiavitù di una persona piuttosto che un’altra, rimuovendo ogni possibile giustificazione per la schiavitù in base alla razza o religione. D’Aquino ha distinto anche due forme di “sudditanza” o autorità, giuste e ingiuste. La prima si verifica quando il padrone produce un vantaggio e beneficio ai suoi sudditi. La forma ingiusta di soggezione, invece, è quella della schiavitù, in cui il sovrano gestisce il soggetto per il suo vantaggio. Per chi volesse ulteriormente approfondire il pensiero di Tommaso in questo senso, invitiamo la lettura dello studio del filosofo Hector Zagal.

 

Diffondendosi via via, il Cristianesimo poté cominciare, attraverso i suoi valori morali, ad attenuare le dure leggi e le abitudini severe del mondo romano per migliorare le condizioni degli schiavi. Ad esempio, in seguito alle invasioni barbariche, documenti dal quinto al settimo secolo sono pieni di casi di prigionieri delle città conquistate e destinati al la schiavitù, che la Chiesa ha redento e rimandato a migliaia nei rispettivi Paesi (E. Lesne, Hist de la propriété ecclésiastique en France, 1910, pp 357-69). Tutto questo senza “colpi di stato” o manifestazioni di piazza, ma dimostrando quanto fosse più umano imitare l’esempio del comportamento di Gesù Cristo. Lo ha spiegato il celebre filosofo Cornelio Fabro: «La Chiesa si adoperò in tutti i tempi per emancipare coloro che per diritto di guerra o per altri motivi erano divenuti schiavi. Non meno efficace fu l’influsso della morale e della spiritualità cristiana sulla cause prossime della schiavitù […]. Il movimento di liberazione continuò in tutto il Medioevo e si estese alle genti barbariche del Nord che accettavano l’influsso della Chiesa e del diritto romano fino a far scomparire in pratica la schiavitù antica e a concepire nuove forme di dipendenza più consone alla crescente consapevolezze della dignità dell’uomo» (C. Fabro, “Studi cattolici”, n.66, settembre 1966).

 
 

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5. MEDIOEVO E SCHIAVITU’

L’opera della Chiesa fu quella di traformare gradualmente lo schiavo in servo, e, quando possibile, in uomo completamente libero. Infatti, durante il Medioevo nell’Europa cristiana la schiavitù cessò gradualmente di essere praticata (ricomparve solo nel 1600): «E’ nel corso dell’alto medioevo», hanno scritto gli storici francesi J. Andreau e R. Descat, «che si sono prodotti i cambiamenti più importanti e che si è definitivamente usciti, in Europa occidentale, dalla società schiavista» (J. Andreau e R. Descat, “Gli schiavi nel mondo greco e romano”, Il Mulino 2006, p.222)

Diversi Concili della Chiesa cattolica chiesero di migliorare notevolmente le condizioni di benessere degli schiavi, proseguendo il lento lavoro di erosione di questo istituto: ad esempio invocarono la protezione del maltrattato schiavo che si è rifugiato in una chiesa o a cui sia stata data la libertà in chiesa (Concilio di Orange canone 7, Orléans 511 d.C., 538 d.C., 549 d.C. e Concilio di Epone, 517 d.C.); penitenze per il padrone che abbia battuto lo schiavo/a provocandogli/le un danno (Concilio di Elvira, 305 d.C.) la validità del matrimonio contratto con piena conoscenza tra le persone libere e gli schiavi (Concilio di Verberie, 752 d.C. e di Compiègne, 759 d.C.); il riposo per gli schiavi nella domenica e nei festivi giorni (Concilio di Auxerre, 578 d.C., di Ruen, 650 d.C.; del Wessex, 691 d.C., di Berghamsted, 697 d.C.), il divieto per gli ebrei di possedere schiavi cristiani (Concilio di Orléans, 541 d.C., di Mâcon, 581 d.C., di Clichy, 625 d.C., di Toledo, 589 d.C., 633 d.C., 656 d.C.), la soppressione del traffico di schiavi (Concilio di Chalon-sur-Saône, tra 644 e 650 d.C.), il divieto di riduzione di un uomo libero in schiavitù (Concilio di Clichy, 625 d.C.) e scomunica di chi attenta alla libertà delle persone (Concilio Lugdunense, 566 d.C.), vendita di vasi sacri e di beni della Chiesa per la redenzione e il riscatto di alcuni schiavi (Concilio Agatense, 506 d.C. e concilio Matisconense, 585 d.C.).

Come ha spiegato anche Harold J. Barman, professore alla Harvard Law School, «sotto l’influenza del cristianesimo, a anche in virtù delle idee stoica e neoplatonica recepite dalla filosofia cristiana […], nel diritto relativo agli schiavi fu dato loro il potere di ricorrere a un magistrato in caso di abuso dei poteri da parte del padrone e addirittura, in alcuni casi, di rivendicare il diritto di libertà se il padrone si comportasse crudelmente, moltiplicando le forme di manomissione degli schiavi e permettendo loro di acquisire diritti alla parentela con uomini liberi» (H.J. Barman, “Diritto e rivoluzione. Le origini della tradizione giuridica occidentale”, Il Mulino 2006, p.179). Della medesima opinione anche Guido Clemente, titolare di cattedra di storia romana all’Università di Firenze: «Fu dunque assai importante la pratica e l’incidenza di alcuni movimenti culturali, come stoicismo e cristianesimo, per introdurre mitigazioni in aspetti particolari del trattamento degli schiavi […], la pratica dell’affrancamento fu favorita dall’ampliamento delle procedure consentite (ad esempio l’affrancamento davanti al vescovo), ma rimasero gli obblighi verso il padrone anche se i vincoli giuridici certamente si attenutarono» (G. Clemente, “Guida alla storia romana”, Mondadori 2008, pp. 362-363). Almeno inizialmente, spiegano Jean Andreau e Raymond Descat, «la Chiesa non ha sconvolto ogni cosa, ma ha attenuato alcuni degli aspetti più negativi della schiavitù, ha combattuto gli abusi più palesi. Si è interessata particolarmente al riscatto dei prigionieri e si è opposta alla riduzione in schiavitù, con l’inganno o con la forza, di uomini e donne liberi» (J. Andreau e R. Descat, “Gli schiavi nel mondo greco e romano”, Il Mulino 2006, p.149)

Lentamente la schiavitù si trasformò nella cosiddetta “servitù della gleba” (cioè “della terra”): i servi non erano più beni; avevano dei diritti e un sostanziale grado di discrezionalità. Sposavano chi volevano e le loro famiglie non erano soggette a vendita o dispersione. Pagavano degli affitti che permettevano loro di poter controllare tempi e ritmi del lavoro. I loro obblighi erano limitati e più simili al lavoro dipendente che alla schiavitù. Il padrone, chiamato “feudatario” non aveva potestà sulla vita del contadino, ma poteva solo comandarlo durante il lavoro nei campi come servo della gleba. Egli aveva un terreno proprio, una proprietà privata e possibilità di spostarsi, anche per sottrarsi ai doveri rurali. La Chiesa non condannò la servitù della gleba, ma contribuì in modo determinante a umanizzarla: da istituto che garantiva al padrone diritto di vita e di morte, essa divenne un contratto che garantiva al servo una serie di sicurezze (al punto che, nell’Alto Medioevo, erano frequentissime le richieste di divenire servo). Questa forma di servitù poteva essere anche volontaria nel senso che le persone potevano “vendere” il loro lavoro per un periodo di tempo (servitù a contratto). Anche i monasteri e le abbazie usufruirono spesso di questi servizi dei servi della gleba, spesso rappresentando una vera garanzia di sopravvivenza per i contadini in quanto assicurò loro un minimo di sicurezza. Come ha spiegato la specialista francese Régine Pernoud, curatrice del Musée des Archives nationales: «il servo medievale è una persona, trattata come tale; il suo padrone non ha su di lui il diritto di vita e di morte che gli riconosceva il diritto romano. D’altronde molto più che una categoria giuridica precisa, la servitù è una condizione, legata a un modo di vita essenzialmente rurale e terriero; ubbidisce a imperativi agricoli, e prima di tutto alla necessaria stabilità che implica e abbisogna la coltivazione d’una terra. Nella società che i secoli VI-VII vedono nascere, la vita va organizzandosi intorno al suolo che nutre e il servo è colui da cui si esige la stabilità: è tenuto ad abitare nel feudo e a coltivarlo, perché se è vero che gli è vietato di lasciare que­sta terra, però egli sa che ne riceverà anche la sua parte di messe. In altri termini, il signore del fondo non lo può espellere, non più di quanto il servo possa “svignarsela”. È questo vincolo intimo dell’uomo con la terra di cui vive, che costituisce il servaggio, perché, per il resto, il servo della gleba ha tutti i diritti dell’uomo libero: può sposare, fondare una famiglia, e la sua terra, dopo la sua morte, passerà ai figli, come pure tutti i beni che egli avrà potuto acquistare. Il signore, notiamo bene, per quanto su una scala del tutto diversa, evidentemente, ha tuttavia gli stessi obblighi del servo, infatti non può né vendere, né alienare, né disertare la sua terra. La situazione del servo, come vediamo, è radicalmen­tente diversa, e senza comune misura con quella dello schiavo» (R. Pernoud, “Medioevo, un secolare pregiudizio”, Bompiani 2001, pp. 88-90).

Nell’Europa medievale, comunque, la schiavitù comunemente intesa finì «solo perché la Chiesa estese i suoi sacramenti a tutti gli schiavi e poi riuscì a proibire la schiavitù per i cristiani (e gli ebrei). Nel contesto dell’Europa medioevale, quella proibizione divenne effettivamente un’abolizione universale» (R. Stark, La Vittoria della Ragione, Lindau 2008, pag. 57). Già nell’anno 1102 il Concilio cattolico di Londra vietò severamente il traffico di schiavi definendolo “nefarium negotium” cioè un traffico infame (cfr. La Civiltà cattolica, Anno secondo, Volume VII, edizioni La Civiltà cattolica, 1851, p.67). L’abolizione della schiavitù nell’Europa cristiana, inoltre, comportò anche un conseguente progresso industriale, dato che gli uomini furono costretti a procurarsi energia tramite le macchine. Questo non accadde nelle civiltà orientali e islamiche, dove tra il 650 d.C. ed il 1905 si ridussero in schiavitù circa 18 milioni di abitanti dell’Africa, di cui 5 milioni nel periodo tra il 1500 e il 1900. In India le leggi sanscrite di Manu trattano della schiavitù nel I secolo a.C, nel 1841 c’erano in India 8 o 9 milioni di schiavi, mentre nel Malabar la percentuale di schiavi raggiungeva il 15 % della popolazione.

Un autore non cattolico e al di sopra di ogni sospetto, Léon Poliakov, storico ebreo dell’antisemitismo e del genocidio ebraico, nel suo volume Il mito ariano, scrive: «La tradizione giudaico-cristiana era “antirazzista” e antinazionalista e senza dubbio le stratificazioni, le barriere sociali del Medio Evo […] favorirono l’azione esercitata dalla Chiesa nel senso del suo ideale: tutti gli uomini erano uguali davanti a Dio […]. Per questo l’antropologia della Chiesa ha sempre giocato un ruolo di un freno estremo alle teorie razziste» (Poliakov, Il mito ariano, Editori Riuniti 1999, pp. 370-371).

 
 

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6. CHIESA E COLONIALISMO

Finché la fede fu un fattore incidente nella vita pubblica la Chiesa poté avere voce in capitolo e incidere in senso umanizzante sulla legislazione e i comportamenti dell’umanità europea; man mano che tale incidenza diminuiva, dal tardo Medioevo e progressivamente attraverso il Rinascimento, la Riforma protestante e infine l’Illuminismo, la società si regolò su principi sempre più neopagani e naturalistici. Proprio in questo periodo, infatti, riemerse drammaticamente il problema della schiavitù sopratutto legata alle conquiste coloniali. I Paesi protestanti, contrariamente a quanto si pensa, furono i maggiori organizzatori della tratta degli schiavi.

La società ricominciò dunque a praticare lo schiavismo appena si allentò il legame dei popoli con la religione cattolica, tanto che il sociologo e storico Rodney Stark afferma: «lo spirito dei tempi era -con l’eccezione della Chiesa cattolica- favorevole alla tratta degli schiavi» (R. Stark, For the Glory of God, Princeton University Press 2003, pag. 359). Vittorio Messori spiega invece: «D’altro canto il razzismo biologico -sconosciuto e incomprensibile nella tradizione cristiana- riappare puntualmente proprio quando l’Occidente rifiuta il vangelo e passa a nuovi culti, come quello della Scienza. E, con il razzismo, nella cultura post-cristiana ritorna pure la schiavitù: mi è sempre sembrato significativo che Voltaire abbia investito buona parte dei suoi lauti redditi come intellettuale di corte proprio in una società di navigazione negriera, che assicurava cioè il trasporto degli schiavi africani verso l’America» (Qualche ragione per credere, Ares 2008, pag. 101). Lo ha confermato lo storico del razzismo Léon Poliakov, spiegando che «Voltaire non esitò a diventare azionista di un’impresa di Nantes per la tratta dei negri, investimento eminentemente remunerativo» (L. Poliakov, Storia dell’antisemitismo, La Nuova Italia 1976, vol III, pag. 122). Lo stesso ha fatto la celebre storica francese Régine Pernoud, specialista del Medioevo e curatrice del Musée des Archives nationales: «In Francia è una donna, la regina cattolica Batilde, a chiudere l’ultimo mercato di schiavi nel 650. Il superamento della schiavitù è un fatto dì importanza capitale, che non viene sottolineato adeguatamente da nessun libro di testo scolastico. Forse perché qualcuno potrebbe trovarsi in imbarazzo se gli si chiedesse di spiegare perché l”’oscuro” Medioevo ha abolito la schiavitù e il 1500 l’ha introdotta di nuovo […] ed essa assume il massimo spessore sociale e politico nel 1700, cioè proprio nel secolo dei lumi!» (R. Pernoud, intervista a cura di Massimo Introvigne, “Il Medioevo: l’unica epoca di sottosviluppo che ci abbia lasciato delle cattedrali”, Cristianità, Anno XIII, n. 117, dicembre 1984, p. 11).

Avendo già approfondito il rapporto tra cattolicesimo e schiavitù in questo periodo storico, rinviamo al dossier già pubblicato, in cui citiamo i Pontefici e le direttive della Chiesa contro la schiavitù e in difesa dei popoli conquistati. Particolarmente significativa a questo proposito la nota battaglia di Mbororè svoltasi nell’attuale Brasile, dove i Gesuiti collaborarono con i Nativi per respingere i colonialisti europei.

 
 

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7. PIO XI E LA SCHIAVITU’

Molti aggressori anticlericali citano frequentemente il documento “Instructio 1293” (Collectanea, Vol. 1, pp. 715-720) di papa Pio IX, scritto nel 1866, in cui verrebbe incoraggiato l’istituto della schiavitù. Viene citato questo passaggio in particolare: «La schiavitù in quanto tale, considerata nella sua natura fondamentale, non è del tutto contraria alla legge naturale e divina. Possono esserci molti giusti diritti alla schiavitù e sia i teologi che i commentatori dei canoni sacri vi hanno fatto riferimento. Non è contrario alla legge naturale e divina che uno schiavo possa essere venduto, acquistato, scambiato o regalato».

Il testo è volutamente estrapolato e tradotto male dal latino, questo il testo originale: «La servitù in quanto tale, considerata nella sua natura fondamentale, non è del tutto contraria alla legge naturale e divina. Possono esserci molti giusti diritti alla servitù e sia i teologi che i commentatori dei canoni sacri vi hanno fatto riferimento…Non è contrario alla legge naturale e divina che un servo possa essere venduto, acquistato, scambiato o regalato. Il venditore dovrebbe chiaramente esaminare se il servo messo in vendita sia stato giustamente o ingiustamente privato della sua libertà e che il compratore non possa fare nulla che potrebbe danneggiare la vita, la virtù o la fede cattolica del servo» (Instructio 1293).

Il termine “servitù”, dopo l’esperienza della servitù della gleba nel Medioevo, indicava ovviamente coloro i quali si trovano in servitù penale (come ad esempio carcerati che sono costretti al lavoro) o quelli in servitù volontaria, contrattata (chi liberamente per motivi economici mette a disposizione di qualcuno la sua libertà). Anche nella Summa Theologica, San Tommaso utilizza il termine servus indicando il “servo della gleba” e non lo schiavo. Lo stesso fece Francesco Petrarca, utilizzando il termine italiano servitude (chiaramente proveniente dal latino servitudo) in un contesto che non riguardava la schiavitù ma i servigi, anche di natura artistica, resi ad un signore (in questo caso la sua dipendenza dal cardinale Colonna). Il testo dell’istruzione di Pio IX è datato nel secolo XIX , non può quindi trattarsi di un latino classico ma di un latino che ha ereditato i significati che ha acquisito in età medioevale e moderna.

Il predecessore di Pio IX, Gregorio XVI, si occupò invece proprio della schiavitù nella bolla In Supremo (1839), scrivendo: «Elevati al supremo fastigio dell’Apostolato, ed esercitando senza alcun Nostro merito le veci di Gesù Cristo, Figlio di Dio, che per la sua eccelsa carità si è fatto uomo e si è degnato di morire per la redenzione del mondo, abbiamo ritenuto essere compito della Nostra pastorale sollecitudine adoperarci per distogliere completamente i fedeli dall’indegno mercato dei Neri e di qualsiasi altro essere umano […]. Col trascorrere del tempo, essendosi dissipata più ampiamente la caligine delle superstizioni barbariche ed essendosi mitigati i costumi anche dei popoli più selvaggi sotto l’influsso della carità cristiana, si arrivò al punto che da diversi secoli non ci sono più schiavi presso moltissimi popoli cristiani. Ma poi, e lo diciamo con immenso dolore, sono sorti, nello stesso ambiente dei fedeli cristiani, alcuni che, accecati dalla bramosia di uno sporco guadagno, in lontane e inaccessibili regioni ridussero in schiavitù Indiani, Negri e altre miserabili creature, oppure, con un sempre maggiore e organizzato commercio, non esitarono ad alimentare l’indegna compravendita di coloro che erano stati catturati da altri […]. Noi, ritenendo indegne del nome cristiano queste atrocità, le condanniamo con la Nostra Apostolica autorità: proibiamo e vietiamo con la stessa autorità a qualsiasi ecclesiastico o laico di difendere come lecita la tratta dei Negri, per qualsiasi scopo o pretesto camuffato, e di presumere d’insegnare altrimenti in qualsiasi modo, pubblicamente o privatamente, contro ciò che con questa Nostra lettera apostolica abbiamo dichiarato».

Il successore di Pio IX, Leone XIII condannò a sua volta «il giogo della schiavitù», spiegando che «i Brasiliani intendono eliminare ed estirpare completamente la vergogna della schiavitù. Tale volontà popolare fu assecondata con lodevole impegno sia dall’Imperatore, sia dall’augusta sua figlia, nonché da coloro che governano lo Stato, con salde leggi promulgate e sancite a tal fine. Quanta consolazione Ci arrecasse tale evento, fu da Noi esternato nello scorso gennaio all’ambasciatore imperiale presso di Noi: aggiungemmo inoltre che avremmo Noi stessi indirizzato una lettera ai Vescovi del Brasile in favore degli infelici schiavi […]. Ora, fra tante miserie, è da deplorare duramente la schiavitù a cui da molti secoli è sottoposta una parte non esigua della famiglia umana, riversa nello squallore e nella lordura, contrariamente a quanto in principio era stato stabilito da Dio e dalla Natura».

Nonostante questo, durante la sentenza del caso Dred-Scott nel 1857, la Corte Suprema americana stabilì che «i neri, a norma delle leggi civili, non sono persone» (A. Socci, La Guerra contro Gesù, Rizzoli 2011, pag. 56).

 
 

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8. CONCLUSIONE

Andiamo dunque a riprendere la citazione da cui siamo partiti: «il mondo storico in cui si è potuto formare il “pregiudizio” che chiunque abbia un volto umano possieda come tale la “dignità” e il “destino” di essere uomo, non è originariamente il mondo, oggi in riflusso, della semplice umanità, avente le sue origini nell'”uomo universale” e anche “terribile” del Rinascimento, ma il mondo del Cristianesimo, in cui l’uomo ha ritrovato attraverso l’Uomo-Dio, Cristo, la sua posizione di fronte a sé e al prossimo» (K. Lowith, Da Hegel a Nietzsche. La frattura rivoluzionaria nel pensiero del secolo XIX, Einaudi 1949).

Alla fine del nostro percorso (che rimane continuamente in aggiornamento) riteniamo dunque di aver dimostrato che il filosofo ebreo Lowith non si è sbagliato. Sopratutto riteniamo di aver risposto alle poco consistenti accuse, mostrando che il pensiero cristiano promosso dalla piccola Chiesa primitiva e da quella medioevale, ha contribuito enormemente alla sparizione della schiavitù. Lo ha fatto senza rivoluzioni, senza propaganda ma con una lenta pedagogia, facendo penetrare negli uomini il giudizio nuovo sulla realtà portato da Cristo e attendendo che esso maturasse.

Certamente molti cristiani, sacerdoti, vescovi (e anche un paio di pontefici: nel 1488 Papa Innocenzo VIII ha accettato un dono di un centinaio di schiavi mori dal re Ferdinando d’Aragona, lo stesso Pontefice aveva anche violato la castità essendo padre di otto figli maschi e altrettante figlie) hanno disatteso il messaggio cristiano e avuto un parere positivo sulla schiavitù. Tuttavia, come ha scritto il cardinal Ratzinger: «Tutti i peccati dei cristiani nella storia non derivano dalla loro fede nel Cielo, ma dal fatto che non credono abbastanza nel Cielo».

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Le false citazioni attribuite a Sant’Agostino

Uno dei più noti cavalli di battaglia del movimento anticristiano/anticlericale è senza dubbio l’esposizione di un florilegio di citazioni attribuite ai Padri e Dottori della Chiesa, che per l’assurdità e la ripulsa suscitata dai loro contenuti, dovrebbero immediatamente render manifesta la vacuità e l’inciviltà della religione cristiana, con tutti i suoi duemila anni di storia. Chiunque legga queste frasi dovrebbe porsi la domanda: se la religione cristiana non è allora altro che una tale accozzaglia di sciocchezze, come ha fatto a resistere e diffondersi per oltre duemila anni, ed essere ancora oggi accettata da tanta gente? Purtroppo nella maggior parte dei casi, questo interrogativo non emerge, accontentandosi di credere che la religione sia una cosa da ignoranti e incivili.

Chi invece decide di andare a verificare sui testi dei rispettivi autori, scopre che queste attribuzioni sono falsificazioni, in pochi casi inventate di sana pianta e molto spesso frasi estrapolate da veri testi ed opportunamente alterate, così da poter mettere in bocca ai vari autori ciò che si vuole loro far dire. Un accanimento particolare è rivolto verso Sant’Agostino, proprio per la sua importanza nella Chiesa. Di seguito mostriamo, testi alla mano, cosa veramente abbia scritto il Dottore della Chiesa limitandoci ad una raccolta di testi che possa fungere da utile fonte primaria (al lettore interessato spetta l’eventuale approfondimento). Ne approfitteremo anche per mostrare come si falsa l’immagine di Sant’Agostino nemico della donna e della sessualità.

 

 
 
 
 
 
 
 

1) «Se si dimostrasse che la Terra è rotonda, tutto il cattolicesimo cadrebbe in errore»
Citazione completamente inventata, non si trova in nessuna delle opere di Agostino. Chiunque può verificarlo, esiste infatti il sito www.augustinus.it che riporta la sua Opera Omnia, sia nell’originale latino che nella traduzione italiana. Nel sito è presente un motore di ricerca che permette di cercare dei termini all’interno di tutti i testi, e chiunque può verificare che quelle frasi (anche cercando delle varianti, per esempio solo “terra tonda”, “terra sferica” ecc.) non sono presenti in nessuna opera.

Inutile ricordare che Agostino, nel suo “Genesi ad litteram”, mostrava di considerare chiaramente la Terra come pianeta sferico, come chiunque nel Medioevo:

«Dato infatti che l’acqua ricopriva ancora tutta la terra, nulla impediva che su una faccia di questa massa sferica d’acqua producesse il giorno la presenza della luce e che nell’altra faccia l’assenza della luce producesse la notte che, a cominciar dalla sera, succedesse sulla faccia dalla quale la luce s’allontanava verso l’altra faccia» (Libro I, 12.25)

 
 

2) «Le donne dovrebbero essere segregate, perché sono la causa delle involontarie erezioni degli uomini santi»
Citazione completamente inventata, vale lo stesso discorso fatto per la precedente. Verificare l’inesistenza di questa frase sul motore di ricerca dell‘Opera Omniawww.augustinus.it

 
 

3) «La donna è un essere inferiore, che non fu creato da Dio a Sua immagine. Secondo l’ordine naturale, le donne devono servire gli uomini»
Si tratta di una citazione estrapolata dal contesto e modificata a dovere, così da poter attribuire a Sant’Agostino una concezione della donna inaccettabile per chiunque. In realtà, andando a leggere il testo originale, si scopre subito come l’autore avesse tutt’altre idee, e tranquillamente dicesse che la donna, in quanto essere umano, è immagine di Dio esattamente come il maschio. Il testo originale, che riportiamo qui sotto, è tratto da De Trinitate XII 7, nel quale sono omesse, per non confondere le idee, le parti in cui si parla specificamente della Trinità (il testo completo è comunque scaricabile qui). Agostino scrive:

«Dunque non dobbiamo intendere che l’uomo è stato creato ad immagine della Trinità suprema, cioè ad immagine di Dio, nel senso che questa immagine si riscontri in una trinità di persone umane: tanto più che l’Apostolo dice che l’uomo (vir, maschio) è immagine di Dio e per questo gli proibisce di velarsi il capo, mentre ordina alla donna di farlo. Dice infatti: “L’uomo non deve velarsi il capo, perché è l’immagine e la gloria di Dio. La donna invece è la gloria dell’uomo”. Che dire di questo? […]. Ma vediamo bene come l’affermazione dell’Apostolo secondo cui non la donna, ma l’uomo è immagine di Dio, non sia contraria a ciò che è detto nel Genesi: “Dio fece l’uomo, lo ha fatto ad immagine di Dio; lo ha fatto maschio e femmina e li ha benedetti”. Secondo il Genesi è la natura umana in quanto tale che è stata fatta ad immagine di Dio, natura che si compone dei due sessi e quindi non esclude la donna, quando si tratta di intendere l’immagine di Dio. Infatti, dopo aver detto che Dio ha fatto l’uomo ad immagine di Dio, aggiunge: “Lo fece maschio e femmina”, o distinguendo diversamente: “li fece maschio e femmina”. Come può dunque l’Apostolo dire che l’uomo (vir) è immagine di Dio e per questo non deve velarsi il capo, ma che la donna non lo è per cui deve velarsi il capo? Il motivo è, ritengo, quello che ho già indicato, quando ho trattato della natura dello spirito umano: la donna è con suo marito immagine di Dio, cosicché l’unità di quella sostanza umana forma una sola immagine; ma quando è considerata come aiuto, proprietà che è esclusivamente sua, non è immagine di Dio; al contrario l’uomo, in ciò che non appartiene che a lui, è immagine di Dio, immagine così piena ed intera, come quando la donna gli è congiunta a formare una sola cosa con lui […]. Chi dunque potrebbe pretendere di escludere le donne da questa partecipazione, dato che esse sono nostre coeredi della grazia e visto che l’Apostolo dice in un altro passo: “Voi siete infatti tutti figli di Dio per mezzo della fede in Cristo Gesù, perché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è più né Giudeo, né Greco, né schiavo né libero, né maschio né femmina, perché siete tutti uno solo in Gesù Cristo?”. Si dovrà dunque pensare che le donne che credono hanno perduto il loro sesso? No, ma poiché si rinnovano ad immagine di Dio, là dove non entra il sesso, perciò, ivi stesso ove il sesso non entra, l’uomo è stato fatto ad immagine di Dio, cioè nella sua anima spirituale. Perché allora l’uomo non deve velare il suo capo perché è immagine e gloria di Dio, mentre la donna deve velarlo, perché è gloria dell’uomo, come se la donna non si rinnovasse nella sua anima spirituale, che si rinnova nella conoscenza di Dio secondo l’immagine di Colui che l’ha creata? Perché, essendo la donna differente dall’uomo per il suo sesso, poté giustamente raffigurarsi nel velo del suo capo quella parte della ragione che si abbassa a dirigere le attività temporali. L’immagine di Dio non risiede se non nella parte dello spirito dell’uomo che si unisce alle ragioni eterne, per contemplarle ed ispirarsene, parte che, come è manifesto, possiedono non solo gli uomini, ma anche le donne(De Trinitate XII 7)

Abbiamo qui sopra sottolineato un passo che mette bene in evidenza la pari dignità di uomo e donna, smentendo così ancora una volta quanti ignorantemente sostengono che la dottrina cristiana sarebbe misogina. Nel seguente passo si ricorda l’importanza della fedeltà, cui sia l’uomo che la donna sono chiamati allo stesso modo:

«Ci si domanda anche per solito se si deve parlare di matrimonio, quando un uomo e una donna, entrambi liberi da altri legami coniugali, si uniscono non per procreare figlioli, ma solo per soddisfare la reciproca intemperanza, ponendo però tra di loro la condizione che nessuno dei due abbia rapporti con altra persona. In un caso del genere forse parlare di matrimonio non sarebbe fuor di proposito, purché essi osservino vicendevolmente questa condizione fino alla morte di uno dei due e purché, anche non essendosi uniti a questo scopo, tuttavia non abbiano escluso la prole, come avviene invece quando la nascita di figli non è desiderata o addirittura è evitata con qualche pratica riprovevole. Ma se mancano i due elementi della fedeltà e della prole, o anche uno solo di essi, non vedo in qual maniera potremo chiamare matrimonio simili unioni. In effetti, se un uomo si unisce temporaneamente con una compagna, finché non ne trovi da sposare un’altra all’altezza della sua condizione sociale ed economica, nell’intenzione è un adultero, e non con quella che intende trovare, ma con questa con la quale vive maritalmente, pur non essendo unito a lei da matrimonio. Perciò anche la donna che conosce ed accetta questa situazione mantiene un rapporto senz’altro impudico con colui al quale non è congiunta dal patto coniugale» (“Sulla dignità del matrimonio”, 5.5)

In un altro passaggio Agostino ribadisce chiaramente la pari dignità dei coniugi nel matrimonio:

«A ciò si aggiunge che mentre essi si rendono a vicenda il debito coniugale, anche quando esigono questo dovere in maniera piuttosto eccessiva e sregolata, sono tenuti comunque alla reciproca fedeltà. E a questa fedeltà l’Apostolo attribuisce un diritto tanto grande da chiamarla potestà, quando dice: “Non è la moglie che ha potestà sul proprio corpo, ma il marito; allo stesso modo non è il marito che ha potestà sul proprio corpo, ma la moglie”. La violazione di questa fedeltà si dice adulterio, quando, o per impulso della propria libidine, o per accondiscendenza a quella altrui, si hanno rapporti con un’altra persona contrariamente al patto coniugale. Così si infrange la fedeltà, che anche nelle cose più basse e materiali è un grande bene dello spirito, e perciò è certo che essa dev’essere anteposta perfino alla conservazione fisica, sulla quale si fonda la nostra vita temporale» (“Sulla dignità del matrimonio”, 4.4)

 
 

4) «Non c’è nulla che io debba fuggire più del talamo coniugale, niente getta più scompiglio nella mente dell’uomo delle lusinghe della donna, e di quel contatto dei corpi senza il quale la sposa non si lascia possedere».
Questo genere di citazioni viene utilizzato anche da persone indicate come autorità intellettuali, come nel caso di Eva Cantarella, giurista e docente di diritto romano e greco, la quale scrive questa citazione in un suo articolo per il “Corriere della Sera”, aggiungendo che «è con Agostino, forse, che il cristianesimo raggiunge l’apice della misoginia. La conversione è vista da Agostino come liberazione dal desiderio, dalle tentazioni della carne, e lo stato di grazia può essere raggiunto solo esorcizzando la donna». La citazione è vera, ma del tutto decontestualizzata, è tratta dai “Soliloquia”, opera giovanile di un Agostino da poco convertito. Occorre ricordare che Agostino aveva condotto da giovane una vita dissoluta, e che il suo percorso di conversione si articolò in cinque tappe: la lettura dell’“Hortensius” di Cicerone; l’adesione al Manicheismo; la fase scettica; lo studio della filosofia neoplatonica; infine l’incontro con Sant’Ambrogio a Milano. L’“Hortensius” è un’opera di Cicerone ormai andata perduta, e la maggior parte dei frammenti di essa conosciuti sono proprio nelle opere di Agostino. In quel testo Cicerone spiegava la virtù della moderazione, ovvero del desiderio razionalmente ordinato, come condizione necessaria per raggiungere la vita beata. Il saggio, che dedica la sua vita alla ricerca della sapienza, deve evitare i vizi ed assecondare i suoi desideri solo secondo ragione.

Nel “De Trinitate”, XIV 9. 12, Agostino riporta un passo dell’“Hortensius” e dal suo commento (punto 9) emerge chiaramente che emerge chiaramente l’ideale della saggezza e della virtù che Agostino perseguì per tutta la vita, e che già era delineato nei giovanili Soliloquia. Se andiamo infatti a leggere il contesto da cui è tratta la citazione 4) scopriamo proprio che in esso viene esposta la virtù della moderazione che il saggio deve acquisire; ideale della moderazione che del resto sappiamo essere tipico di tutta la tradizione filosofica greca.

Riportiamo allora, nel dialogo tra la Ragione e Agostino, la parte riguardante il rapporto con la donna (l’intero testo,  Soliloquia I 9.16 – 10.17, lo si può leggere qui) dal quale si vede chiaramente come sia insostenibile una lettura femminista che pretenderebbe mostrarci un Agostino misogino:

«-Ragione: “Non desideri le ricchezze?”.
-Agostino: “No e da tempo. Difatti ora io ho trentatré anni e sono decorsi già quattordici anni dacché ho cessato di desiderarle. E da esse non ho richiesto altro, se eventualmente furono disponibili, che il vitto necessario e l’onesta utilità. Bastò un solo libro di Cicerone a persuadermi che le ricchezze non si devono in alcuna maniera desiderare, ma se si hanno devono essere amministrate con molta saggezza e cautela”.
-Ragione: “E gli onori?”.
-Agostino: “Confesso che ho cessato di desiderarli ora e proprio in questi ultimi giorni”.
-Ragione:E prender moglie? Non ti avvince talvolta il pensiero di una donna bella, pudica, di buoni costumi, istruita o che possa per lo meno essere da te facilmente istruita? Porterebbe inoltre, giacché disprezzi le ricchezze, quel tanto di dote che non la renda in alcun modo di peso alle tue occupazioni liberali, specialmente se speri o sei certo che da lei non avrai alcuna molestia?”.
-Agostino: “Per quanto tu la voglia far apparire con bei colori e ornarla di tutte le doti, ho stabilito che niente più debba fuggire che l’uso della donna. Sento che nulla priva maggiormente della propria sicurezza un’anima virile che le carezze della donna e quel contatto dei corpi senza di cui non si può dire di aver moglie. Pertanto se spetta ai doveri del saggio, motivo che ancora non ho appurato, aver figli ed educarli, chiunque usa il matrimonio soltanto a questo scopo, mi pare che sia da ammirare ma in nessuna maniera da proporsi come esempio. Mi pare che fare una simile esperienza comporta più rischio che possibilità d’esito felice. Pertanto ritengo che per la serenità della mia anima giustamente e vantaggiosamente mi sono imposto di non desiderare, non cercare e non prender moglie“.
-Ragione: “Io adesso non ti sto chiedendo che cosa ti sei imposto, ma se sei ancora combattuto ovvero se hai superato perfino il desiderio. Si tratta infine della guarigione dei tuoi occhi”.
-Agostino:Non cerco affatto certe soddisfazioni e non le desidero, che anzi le ricordo con orrore e con disprezzo. Che vuoi di più? E questo è un bene che cresce per me di giorno in giorno; infatti quanto più aumenta la speranza di vedere la Bellezza di cui sono fortemente acceso, tanto più verso di lei si volgono l’amore e il desiderio”. 
-Ragione: “E quale preoccupazione hai per la bontà del cibo?”. 
-Agostino: “Non mi attirano le vivande che ho stabilito di non gustare, ma confesso che durante il pasto prendo diletto da quelle che non ho escluso. Esse tuttavia, viste o assaggiate, possono essere sottratte senza turbamento dello spirito. E quando mancano del tutto, il desiderio non è poi tanto forte da introdursi come ostacolo ai miei pensieri. Ma smettila di rivolgermi domande sul cibo e le bevande, ovvero sui bagni e sugli altri diletti del corpo. Da essi chiedo soltanto quanto può esser di vantaggio alla conservazione della salute».  (Soliloquia I 9.16 – 10.17)

Si vede quindi come Agostino non insista in alcun modo sulla donna o sulla sessualità, ma ci esponga in generale l’ideale della moderazione cui deve tendere l’uomo saggio.

 
 

5) «Poiché non avete altro modo di avere dei figli acconsentite all’opera della carne solo con dolore, poiché è una punizione di quell’Adamo da cui discendiamo».
Tutto quanto detto fino ad ora è valido pure per la citazione 5), anch’essa strumentalmente decontestualizzata dalla Cantarella a sostegno delle sue tesi. La citazione 5) è tratta dal Discorso 51 e nel contesto Agostino parla sia del desiderio di cibo che della sessualità, dimostrando così di non avere alcuna particolare ossessione per le donne, contrariamente a quanto vorrebbe far credere la studiosa. Nel nutrirsi e nell’attività sessuale non c’è niente di sbagliato, perché esse sono attività naturali e necessarie all’uomo. Il male nasce piuttosto dalla concupiscenza associata ad esse e che è conseguenza del peccato originale. Ecco il testo:

«Due sono le azioni fisiche in virtù delle quali sussiste il genere umano; azioni alle quali le persone sagge e sante si abbassano spinte dal dovere, mentre gli stolti vi si gettano spinti dalla concupiscenza. Una cosa è infatti abbassarsi a un’azione per dovere, un’altra cosa è cadervi per passione. Quali sono queste due azioni, grazie alle quali sussiste il genere umano? Riguardo a noi stessi la prima azione è quella relativa al prendere il cibo (che non può prendersi senza un certo piacere carnale), cioè il mangiare e il bere; se quest’azione non la si facesse si morirebbe. Con questo solo sostegno del mangiare e del bere si conserva il genere umano secondo le leggi della propria natura; ma con esso gli uomini si sostentano solo per quanto riguarda la loro persona; alla loro discendenza invece non provvedono col mangiare e col bere, ma col prendere moglie. Perché infatti sussista il genere umano è necessario anzitutto che gli uomini vivano, ma poiché non possono certamente vivere sempre nonostante tutte le cure che si vogliano avere per il corpo, è logico avere la precauzione che, a coloro che muoiono, succedano altri che nascono. Di fatto, al dire della Scrittura, il genere umano è simile alle foglie che rivestono un albero, ma un albero sempreverde come l’ulivo o l’alloro o un altro di tal genere; siffatti alberi non sono mai privi della loro chioma, eppure non hanno sempre le medesime foglie. In effetti, come dice ancora la Scrittura, il sempreverde ne fa spuntare alcune ma ne fa cadere altre, poiché quelle che nascono man mano succedono a quelle che cadono; l’albero infatti fa sempre cadere le foglie, ma ne rimane tuttavia sempre rivestito. Allo stesso modo anche il genere umano ogni giorno, per il sopraggiungere di coloro che nascono, non avverte la diminuzione derivante da coloro che muoiono e in tal modo, nella misura che gli è consentita, il genere umano sussiste in tutte le sue specie; e come sugli alberi si vedono sempre le foglie, così la terra si vede sempre piena d’uomini. Se invece gli uomini morissero soltanto, e non ne succedessero altri, come alcuni alberi perdono tutte le loro foglie, così la terra rimarrebbe spopolata del tutto. […]

[…]Poiché dunque questi due sostegni, di cui abbiamo parlato a sufficienza, son necessari alla conservazione del genere umano, l’uomo sapiente, prudente e fedele si abbassa ad entrambi spinto dal dovere, non vi cade spinto dalla sensualità. Quanti si precipitano con voracità a mangiare e a bere, riponendo in ciò tutta la loro vita, come fosse la ragione stessa per cui si vive! Essi infatti, pur mangiando per vivere, credono di vivere per mangiare. Costoro sono biasimati da ogni persona sapiente e soprattutto dalla divina Scrittura come mangioni, ubriaconi, ghiottoni, poiché il loro Dio è il ventre. Ciò che li spinge a mettersi a tavola è solo l’appetito carnale e non il bisogno di rifocillarsi. Costoro perciò si precipitano sui cibi e sulle bevande. Coloro invece che vi si abbassano solo per il dovere di vivere, non vivono per mangiare ma mangiano per vivere. Se pertanto a tali persone prudenti e temperanti fosse data la possibilità di vivere senza mangiare e bere, con quanta gioia accoglierebbero questo beneficio, per non essere costretti neppure ad abbassarsi a cose a cui non hanno mai avuto l’abitudine di precipitarsi! In tal modo sarebbero sempre elevati verso il Signore e le loro elevazioni non sarebbero abbassate dalla necessità di ristorare il deperimento del corpo. In qual modo pensate che il santo Elia ricevesse un piccolo orcio d’acqua e una focaccia di pane, che doveva bastargli come alimento per quaranta giorni? Lo prese certo con gran gioia, perché mangiava e beveva solo per il dovere di conservarsi in vita e non perché schiavo dell’ingordigia. Prova, se ti è possibile, a offrire un tal beneficio a un individuo che, simile ad un animale nella stalla, pone tutta la sua delizia e la sua felicità nella buona tavola! Egli avrà in orrore il tuo beneficio, lo respingerà lontano da sé, lo reputerà un castigo. Così pure avverrà per quanto riguarda l’amplesso coniugale; i sensuali cercano le proprie mogli solo per questo e perciò a mala pena si accontentano delle proprie. Volesse poi il cielo che, se non son capaci o non vogliono sopprimere la sensualità, non la lasciassero progredire oltre i limiti prescritti dal debito coniugale e oltre i limiti concessi alla debolezza umana! Se a un tale individuo tu chiedessi davvero: “Perché prendi moglie?”, forse, spinto dalla vergogna, ti risponderebbe: “Per aver figli”. Se però uno, al quale egli fosse disposto a prestar fede senza alcuna esitazione, gli dicesse: “Dio è in grado di darti dei figli e te li darà anche se non ti unirai nella carne a tua moglie”, allora verrebbe messo per davvero alle strette e ammetterebbe che non è per aver figli che cerca la moglie. Confessi dunque la propria debolezza; prenda pure ciò che, come pretesto, diceva di prendere per dovere.

Così i santi Patriarchi, uomini di Dio, cercavano d’aver figli e desideravano di ottenerli. A quest’unico scopo si univano in matrimonio con le donne e si accoppiavano con esse, per l’unico fine di procreare figli. Fu questo il motivo per cui fu permesso loro d’aver più mogli. Se a Dio piacesse una libidine senza freni, a quel tempo avrebbe anche permesso che una sola donna avesse più mariti, come a un sol uomo era permesso d’aver più mogli. Perché dunque tutte le donne caste non avevano più di un marito, mentre un sol uomo poteva avere più mogli? Solo perché un solo uomo abbia più mogli per avere un gran numero di figli, mentre una sola donna non potrà dare alla luce un numero tanto maggiore di figli quanto maggiore sarà il numero dei suoi mariti. Ecco perché, fratelli, se i nostri Patriarchi si univano in matrimonio e si accoppiavano con le donne al solo scopo di procreare dei figli, avrebbero provato una gran gioia se avessero potuto averli senza l’atto carnale poiché per averli non vi si gettavano spinti dalla sensualità, ma vi si abbassavano spinti dal dovere. Giuseppe dunque non era forse padre perché aveva avuto il figlio senza la concupiscenza carnale? Tutt’altro! La castità cristiana non pensi affatto ciò che non pensava neppure quella giudaica! Amate le vostre mogli, ma amatele castamente. Desiderate l’atto carnale solo nei limiti necessari per procreare figli. E poiché non potete averne in altra maniera, abbassatevi a quell’atto con dolore. Si tratta di un castigo meritato da Adamo, dal quale noi abbiamo origine. Non dobbiamo vantarci d’un nostro castigo. È un castigo inflitto a colui che meritò di generare per la morte, poiché a causa del peccato divenne mortale. Dio non eliminò tale castigo perché l’uomo si ricordasse da dove è richiamato e dove è chiamato e cercasse l’amplesso ove non è alcuna corruzione. (Discorso 51)

Inoltre nello stesso discorso, Agostino si dimostra consapevole (e ciò non sorprende se si tiene conto della vita dissoluta che egli condusse da giovane) di come sia difficile vivere nella continenza, e di come tutto quanto detto sia un’ideale cui tendere; ideale cui tutti sono certamente chiamati, ma con indulgenza verso la debolezza dell’uomo.

«Dovete dunque, fratelli miei, comprendere da quanto detto quale giudizio la Scrittura formuli di quei nostri padri, i quali erano uniti in matrimonio solo allo scopo d’aver prole dalle loro mogli. Difatti essi che, in ragione dei tempi e dell’usanza del loro popolo, avevano anche più mogli, le tenevano in modo talmente casto, che non consentivano alla concupiscenza carnale se non per procreare, tenendole davvero in onore. Chi d’altronde brama la carne della propria moglie più di quanto prescriva il limite (ossia il fine di mettere al mondo dei figli), agisce in contrasto con le tavole in base alle quali ha preso in moglie la donna. Le tavole vengono lette, e lette al cospetto di tutti quelli presenti al rito; iniziano: “Allo scopo di procreare figli” e si chiamano “Tavole matrimoniali”. Supponiamo che le donne fossero date e ricevute in mogli per uno scopo diverso; chi darebbe, senza vergogna, la propria figlia in preda alla sensualità d’un individuo? Vengono dunque lette le tavole matrimoniali perché i genitori non debbano arrossire quando danno una figlia in matrimonio, perché siano suoceri e non mezzani. Che si legge dunque nelle tavole? “Allo scopo di procreare figli”. A sentire le parole delle tavole la faccia del padre si rischiara e si rasserena. Osserviamo la faccia del marito che prende la donna in moglie. Anche il marito dovrebbe arrossire di prenderla con altro scopo, se arrossisce il padre di darla per uno scopo diverso. Se però non riescono a contenersi, esigano il debito (l’abbiamo già detto una volta); ma non si spingano più in là del proprio debitore. Sia la moglie che il marito aiutino a vicenda la propria debolezza. Egli non vada con un’altra né lei con un altro (cosa questa da cui deriva il termine “adulterio”, come per dire: “con un altro”). Anche se si oltrepassano i limiti del contratto matrimoniale, non si oltrepassino i limiti del letto coniugale. Non è forse peccato esigere dal coniuge il debito in misura superiore all’esigenza di procreare figli? È certo un peccato, ma un peccato veniale. L’Apostolo afferma: “Questo però ve lo dico per condiscendenza. Parlando poi di questo problema, dice: Non rifiutatevi l’un l’altro se non di mutuo accordo e per un certo tempo al fine di dedicarvi alla preghiera, e poi tornate a stare insieme, affinché Satana non vi tenti a causa della vostra incontinenza”. Paolo inoltre, perché non avesse l’aria di comandare ciò che diceva solo per condiscendenza (una cosa è infatti comandare alla virtù e un’altra condiscendere alla debolezza), soggiunge subito: “Questo però lo dico per condiscendenza, non per comando”. Poiché vorrei che tutti fossero come sono io. Come se dicesse: “Non vi comando di farlo, ma sarò indulgente verso di voi se lo farete” (Discorso 51).

Di solito si accusa Agostino di guardare solo alla dimensione procreativa del matrimonio. Riportiamo dunque una serie di testi relativi alla sessualità nel matrimonio, dai quali emerge un’immagine di Agostino del tutto diversa da quella che Eva Cantarella e altri cercano di divulgare. Il testo seguente è tratto da “I costumi dei Manichei”, 18-65 e l’insistenza sulla sessualità da parte di Agostine nasce dalla necessità di rispondere agli errori dei Manichei, che considerando il corpo un prodotto del demonio, ritenevano malvagia la procreazione, ovvero la produzione di ulteriori corpi. Il matrimonio era quindi giustificabile, secondo i Manichei, al solo fine dell’attività sessuale senza scopi procreativi. Sant’Agostino risponde invece che la bontà del matrimonio sta proprio nel fine di generare figli:

«Resta il sigillo del seno, a proposito del quale la vostra castità è molto dubbia. Infatti proibite non l’accoppiamento, ma, come molto tempo fa ha detto l’Apostolo, proprio il matrimonio, che è la sola onesta giustificazione dell’accoppiamento. Al riguardo non dubito che voi griderete e mi renderete odioso col dire che raccomandate e lodate in modo particolare la castità perfetta, ma che non per questo proibite il matrimonio. Ai vostri uditori, che occupano tra voi il secondo grado, infatti è consentito di prendere moglie e di tenerla con sé. Ma dopo che avrete dette queste cose a gran voce e con grande sdegno, vi rivolgerò più benevolmente questa domanda: non siete voi a ritenere che generare i figli, per cui le anime si legano alla carne, è un peccato più grave dello stesso accoppiamento? Non siete voi che solevate raccomandarci di fare attenzione, per quanto è possibile, al tempo nel quale la donna, dopo le mestruazioni, fosse atta a concepire e durante questo tempo di astenerci dall’accoppiamento perché l’anima non si mescolasse con la carne? Da ciò segue che, secondo il vostro pensiero, la moglie va presa non per la procreazione dei figli, ma per saziare la libidine. Ma le nozze, come proclamano le stesse tavole nuziali, uniscono l’uomo e la donna per la procreazione dei figli. Chi pertanto dice che è peccato più grave procreare i figli che accoppiarsi, proibisce senz’altro le nozze e fa della donna non la moglie, ma la meretrice, che, per certe compensazioni che ne riceve, si congiunge all’uomo per soddisfare la sua libidine. Dove c’è una moglie, infatti c’è matrimonio; invece non c’è matrimonio dove si cerca di impedire che ci sia la madre e dunque la moglie. Perciò voi vietate le nozze, e di questa colpa, che un giorno lo Spirito Santo predisse di voi, non vi difendete con nessun argomento. (“I costumi dei Manichei”, 18-65)

Ma soprattutto è nello scritto “Sulla dignità del matrimonio” che Sant’Agostino espone delle idee diametralmente opposte a quelle che la Cantarella cerca di attribuirgli. Il testo meriterebbe di essere letto per intero (lo si può scaricare dal questo link), qui ci limiteremo a riportare solo le parti che hanno maggior attinenza con la sessualità:

«Ciò che vogliamo dire ora, riferendoci a questa condizione di nascita e di morte che conosciamo e nella quale siamo stati creati, è che il connubio del maschio e della femmina è un bene. E tale unione è approvata a tal punto dalla divina Scrittura che non è consentito di passare a nuove nozze a una donna ripudiata dal marito, finché il marito vive, né è consentito di risposarsi all’uomo respinto dalla moglie, finché non sia morta quella che lo ha abbandonato. Se dunque il matrimonio è un bene, come viene confermato anche nel Vangelo, quando il Signore proibisce di ripudiare la moglie se non per fornicazione, e quando accoglie l’invito a partecipare a una cerimonia nuziale, ciò che giustamente si ricerca è per quali motivi sia un bene. E mi sembra che sia tale non solo per la procreazione dei figli, ma anche perché stringe una società naturale fra i due sessi. Altrimenti non continuerebbe a chiamarsi matrimonio anche nei vecchi, specie quando avessero perduto i figli, o non li avessero avuti affatto. Ora invece in un matrimonio riuscito, anche dopo molti anni, per quanto sia appassita l’attrazione giovanile tra il maschio e la femmina, rimane una viva disposizione d’affetto tra il marito e la moglie. Anzi, quanto migliori sono i coniugi, tanto più presto cominceranno ad astenersi di reciproco accordo dall’unione della carne: in tal modo non diventa in seguito inevitabile non potere più ciò che ancora si vorrebbe, ma si acquista il merito di aver rinunciato fin da prima a ciò che ancora si poteva. Se dunque ci si mantiene fedeli al rispetto e alla stima che un sesso deve all’altro, anche quando ormai il corpo di entrambi è stremato e quasi cadavere, rimane, tanto più sincera quanto più è sperimentata e tanto più accetta quanto più è dolce, la castità degli animi congiunti dal sacro rito. Hanno anche questo vantaggio i matrimoni, che l’intemperanza della carne o dell’età giovanile, anche se in sé è da riprovare, viene rivolta all’onesto scopo di propagare la prole, cosicché l’unione coniugale dal male della libidine produce un bene. Inoltre così la concupiscenza carnale viene frenata e in un certo qual modo arde più pudicamente, perché la mitiga il sentimento della paternità. Si frappone infatti una specie di dignità nell’ardore del piacere, se nel momento in cui l’uomo e la donna sono congiunti l’uno con l’altro, pensano di essere padre e madre» (“Sulla dignità del matrimonio”, 3.3)

Ancora dallo scritto “Sulla dignità del matrimonio”, riportiamo un passo dove Agostino chiarisce che anche il piacere associato all’attività sessuale è cosa buona e non va confuso con la libidine sregolata:

«Quello che infatti è il cibo per la conservazione dell’individuo, questo è l’unione carnale per la conservazione del genere umano; ed entrambe le cose non sono prive di piacere fisico. Ma questo piacere regolato e disciplinato dalla temperanza secondo l’uso della natura, non può essere libidine. Ciò che è nel sostentare la vita un cibo illecito, questo è nella ricerca della prole un rapporto di fornicazione o di adulterio. E ciò che è un cibo non permesso nella ghiottoneria, questo è un rapporto illecito nella libidine senza la ricerca della prole. E all’avidità eccessiva che alcuni hanno per un cibo consentito, corrisponde nel matrimonio il rapporto non gravemente colpevole. Come dunque è meglio morire di fame, che cibarsi di cibi sacrificali; così è meglio morire senza figli, che cercare discendenza da un’unione illecita. Però in qualunque maniera questi figli vengano al mondo, se non seguono i vizi dei genitori e onorano Dio rettamente potranno essere onesti e raggiungere la salvezza. Infatti il seme dell’uomo, da qualsiasi individuo provenga, è creazione di Dio: per chi lo usa male diverrà un male, ma non potrà mai essere un male in se stesso. Come i figli virtuosi degli adùlteri non costituiscono affatto una giustificazione per l’adulterio; così i figli malvagi dei coniugati non costituiscono affatto una colpa per il matrimonio. Perciò i Padri del tempo della Nuova Alleanza che prendevano cibo per doverosa preoccupazione, malgrado il naturale piacere fisico che ne potevano derivare, in nessun modo erano paragonabili a quelli che mangiavano la carne di vittime sacrificali o a quelli che prendevano alimenti sia pure leciti, ma in quantità eccessiva. Così i Padri dell’Antico Testamento compivano l’atto coniugale per la preoccupazione di compiere un dovere, ma quel piacere naturale, che mai poteva arrivare a una libidine irragionevole e colpevole, non dev’esser paragonato alla depravazione nell’adulterio o all’intemperanza nel matrimonio. Senza dubbio, per la stessa madre nostra Gerusalemme, allora bisognava propagare la prole secondo la carne, come ora secondo lo spirito, ma la sorgente della carità era la stessa: solo la diversità dei tempi rendeva diverso il loro operare. Allo stesso modo i Profeti, sebbene non dediti alla carne, dovevano unirsi carnalmente; e si nutrivano carnalmente gli Apostoli, senza essere carnali» (“Sulla dignità del matrimonio” 16.18)

 
 

6) La teologa Uta Ranke-Heinemann da parte sua, in un suo saggio assai citato su siti anticlericali scrive: «Già Agostino aveva scritto che ogni disgrazia dell’umanità ha avuto inizio in certo qual modo con la donna, cioè con Eva, per colpa della quale ebbe luogo la cacciata dal paradiso […]. “Perché il demonio non si è rivolto ad Adamo, ma ad Eva?” Si domanda. Cosi suona la risposta di Agostino: egli si rivolse dapprima alla “parte inferiore della prima coppia umana”, pensando: “L’uomo non è così credulone e potrebbe più facilmente essere ingannato cedendo all’errore di un altro [l’errore di Eva] piuttosto che cadere in un errore proprio”. Agostino riconosce ad Adamo circostanze attenuanti: “L’uomo ha ceduto alla sua donna […] costrettovi da uno stretto legame, senza tener per vere le sue parole […]. Mentre la donna accetta come verità le parole del serpente, egli voleva restate legato alla sua compagna, anche nella comunanza del peccato” (De Civitate Dei 14,11). L’amore per la donna trascina l’uomo alla rovina».

Facciamo notare che questa teologa prima era protestante, poi si è convertita al cattolicesimo, e di questo poi ha finito per contestare tutti i dogmi, fino al punto di essere scomunicata. Si tratta quindi chiaramente di una persona dalle idee confuse, e il suo utilizzo dei testi non è da meno. La Ranke-Heinemann, infatti, citando solo degli spezzoni del “De Civitate Dei” XIV, 11.2 sostiene che Agostino avrebbe accusato del primo peccato la sola donna, ma basta leggere il testo completo per vedere che non è così. Infatti, benché la disobbedienza all’ordine di Dio di non mangiare del frutto dell’albero proibito sia avvenuta in circostante diverse, la donna ingannata dal serpente e l’uomo convinto dalla donna, Agostino spiega comunque che il peccato è stato commesso volontariamente da entrambi e con la stessa gravità:

«Egli (l’angelo superbo) con la furberia del cattivo consigliere propose di insinuarsi nella coscienza dell’uomo che invidiava perché era rimasto in piedi mentre egli era caduto. Quindi nel paradiso del corpo, ove con i due individui umani, maschio e femmina, soggiornavano altri animali terrestri sottomessi e innocui, scelse il serpente, animale viscido che si muove con spire tortuose, perché adatto al suo intento di comunicare con l’uomo. Avendolo sottomesso mediante la presenza angelica e la superiorità della natura, con la perversità propria di un essere spirituale e giovandosene come di uno strumento, con inganno rivolse la parola alla donna, cominciando cioè dalla parte più debole della coppia umana per giungere gradualmente all’intero. Riteneva infatti che l’uomo non credesse facilmente e che non potesse essere tratto in inganno con un proprio errore ma soltanto nel consentire all’altrui errore. Egualmente Aronne non accondiscese al popolo in errore costruendo l’idolo perché convinto ma si adattò perché costretto, né si deve credere che Salomone ritenne per errore di dover prestare culto agli idoli ma fu spinto a quelle profanazioni dalle moine delle donne. Così si deve ammettere che nel trasgredire il comando di Dio, il primo uomo, per lo stretto legame del rapporto, accondiscese alla sua donna, uno solo a una sola, una creatura umana a una creatura umana, il marito alla moglie, e non perché ingannato credette che lei dicesse il vero. Opportunamente ha detto l’Apostolo: “Adamo non fu ingannato, ma la donna”. Essa infatti ritenne vere le parole del serpente, egli invece non volle anche nella partecipazione al peccato disgiungersi dall’unico legame che aveva, però non è meno colpevole se ha peccato con consapevolezza e discernimento. L’Apostolo non ha detto: “Non ha peccato”, ma: “Non fu ingannato”. Esprime il medesimo concetto con le parole: “Per colpa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo”, e poco dopo più palesemente: “Con una trasgressione simile a quella di Adamo”. Ha voluto far capire che possono ingannarsi quelli i quali non ritengono peccato le loro azioni, ma egli lo sapeva. Altrimenti non avrebbe senso la frase: “Adamo non fu ingannato”. Ma non avendo sperimentato la severità divina poté ingannarsi nel ritenere passibile di perdono la colpa commessa. Quindi non è stato ingannato nel senso in cui fu ingannata la donna, ma s’illuse sul modo con cui sarebbe stata giudicata la sua discolpa: “Me ne ha dato la donna che mi hai posto vicino, proprio essa, e ne ho mangiato”. Non c’è altro da aggiungere. Sebbene non siano stati ingannati tutti e due nel prestar fede, nondimeno col peccare tutti e due sono stati abbindolati e accalappiati nei tranelli del diavolo». (De Civitate Dei 11.2)

La disonestà intellettuale della Ranke-Heinemann diventa poi evidente quando sostiene che «Agostino riconosce ad Adamo circostanze attenuanti», quando in realtà, leggendo il testo precedente si vede che è esattamente il contrario. La donna infatti, dice Agostino, fu ingannata, mentre Adamo sembra abbia peccato in piena consapevolezza. Riportiamo ancora, per chiarezza, la parte specifica:

«Essa infatti ritenne vere le parole del serpente, egli invece non volle anche nella partecipazione al peccato disgiungersi dall’unico legame che aveva, però non è meno colpevole se ha peccato con consapevolezza e discernimento».

 
Francesco Santoni

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Le false citazioni attribuite ai Padri della Chiesa

Se si ha la pazienza di navigare per un po’ in rete, aggirandosi tra i siti anticlericali ed anticristiani, si scoprirà ben presto (e con buona pace della libertà di pensiero di cui pretendono di ammantarsi gli autori) come abbondi il copia&incolla: gira e rigira, infatti, i contenuti sono sempre gli stessi, una serie di luoghi comuni e falsificazioni contro il cristianesimo e contro la Chiesa sistematicamente ripetuti come un mantra fino all’ossessione.

Uno dei più noti cavalli di battaglia è senza dubbio l’esposizione di un florilegio di citazioni attribuite a Padri e Dottori della Chiesa, che per l’assurdità e la ripulsa suscitata dai loro contenuti, dovrebbero immediatamente render manifesta la vacuità e l’inciviltà della religione cristiana, con tutti i suoi duemila anni di storia. Chiunque legga queste frasi dovrebbe porsi la domanda: se la religione cristiana non è allora altro che una tale accozzaglia di sciocchezze, come ha fatto a resistere e diffondersi per oltre duemila anni, ed essere ancora oggi accettata da tanta gente? Purtroppo nella maggior parte dei casi, questo interrogativo non emerge, accontentandosi di credere che la religione sia una cosa da ignoranti e incivili. Chi invece decide di andare a verificare sui testi dei rispettivi autori, scopre che queste attribuzioni sono fasulle falsificazioni, in pochi casi inventate di sana pianta e molto spesso frasi estrapolate da veri testi ed opportunamente alterate, così da poter mettere in bocca ai vari autori ciò che si vuole loro far dire. L’anti-cristianesimo (o ateismo moderno), non è mai riuscito a porsi positivamente perché privo di argomenti, ma può affermarsi solo in contrapposizione al Cristianesimo; ed in più, non avendo appunto buone ragioni da esporre, è costretto a inventare menzogne come unico mezzo dialettico a sua disposizione.

Lo scopo di questo nostro contributo è pertanto quello di mostrare, testi alla mano, cosa veramente abbiano scritto i Padri e Dottori della Chiesa vittime della diffamazione anti-cristiana. Non esporremo in maniera sistematica il pensiero dei vari autori, ma ci limiteremo appunto a fare una raccolta di testi che possa fungere da utile fonte primaria dove ritrovare immediatamente la reale forma dei passi falsificati, e conoscere il reale pensiero di ogni autore.

 

 
 
 
 

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Il dossier sul “caso Maciel Degollado”

Il “caso Maciel” è sicuramente il più grande scandalo che ha sconvolto la Chiesa cattolica negli ultimi decenni. Ancora oggi vi sono parecchie ombre, ma su molte cose si è fatta luce: in particolare è emersa per la prima volta la prova che vi siano in Vaticano personaggi oscuri, misteriosi che agiscono in contrasto con la Chiesa stessa e in particolare con l’attuale Pontefice, Benedetto XVI.

Maciel Degollado fu una persona orribile, morfinomane, bigamo, pederasta, perverso e sicuramente malato psicologicamente, dalla «vita priva di scrupoli e di autentico sentimento religioso» come ha dichiarato una nota ufficiale della Santa Sede nel 2010. Una lucida follia la sua, capace di mascherare tutto creandosi attorno un perfetto ed organizzato sistema per di alibi, di fiducia, confidenza e silenzio dai circostanti, rafforzando il proprio ruolo di fondatore carismatico (qui una descrizione di come costruì il suo impero). L’esistenza di questa efficiente maschera rende oggi difficile capire se qualcuno sapeva e taceva, oppure se respingeva le voci critiche per ingenua disconoscenza dei fatti. E’ senza dubbio dimostrata, comunque, la presenza di alcune persone conniventi nel Vaticano “di allora” (la cosiddetta “vecchia guardia”, che ancora oggi mette i bastoni tra le ruote al Santo Padre). Questa pagina sarà in continuo aggiornamento, per la compilazione della cronologia abbiamo seguiremo a grandi linee la ricostruzione apparsa nel 2010 sul quotidiano francese “Le vie”.

 
 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

1. CRONOLOGIA DEL “CASO MACIEL”

1941. I Legionari vengono creati nel 1941, ma nel 1948 ci furono già delle contestazioni contro Maciel, tanto che il Vaticano annullerà l’autorizzazione canonica della Legione.

1956. Le denunce a sfondo sessuale si fecero consistenti e nel 1956, il prefetto della Congregazione dei religiosi, il cardinale Valerio Valeri le prese sul serio. Sentendosi minacciato, il 15 settembre 1956, Maciel istituì il famoso “voto di carità” a cui dovevano impegnarsi subito tutti i legionari, e che doveva impedire loro di parlar male di un superiore, con qualsiasi pretesto. Sei giorni dopo, il cardinale Valeri sospese Maciel dalle sue funzioni e l’inchiesta avviata dal Vaticano concluse che il fondatore doveva essere dimesso, anche perché si rese nota la sua dipendenza da droga e i suoi disturbi urologici che provocavano in lui fortissimo desiderio di gratificazione sessuale. Valeri decise dunque per la rimozione di Maciel ma non la rese pubblica, la guida della congregazione fu assunta da altri sacerdoti. Maciel tuttavia continuò a guidare la congregazione, violò il divieto di entrare a Roma e cercò di influire sull’esito dell’inchiesta che venne fatta su di lui, guidata da Anastasio Ballestrero, superiore generale dei Carmelitani. Il carmelitano non riuscì a trovare riscontri alle accuse e definì i seminaristi intervistati come reticenti, a disagio e preventivamente preparati a sostenere il colloquio con lui. Effettivamente, negli anni ’90 alcuni di loro, tra i quali Josè Barba e Juan Josè Vaca, dichiararono di aver mentito al visitatore apostolico per devozione a Maciel e per rispetto del voto privato di discrezione o carità. Ballestrero consigliò comunque la sostituzione definitiva di Maciel e chiese diverse modifiche all’interno della Congregazione.

1958. Tutto viene interrotto però dalla morte di Pio XII, la visita apostolica non giunse mai a una formale conclusione e nel 1958, approfittando della sede apostolica vacante, il cardinale vicario di Roma, Clemente Micara, amico di Maciel, gli restituì l’incarico, seppure con alcune limitazioni e comunque sotto la supervisione di commissari esterni. Nel frattempo Ballestrero venne sostituito con due nuovi visitatori apostolici, Alfredo Bontempi e il francescano Polidoro van Vlierberghe, che scrissero relazioni favorevoli a Maciel, ritenendo che le accuse non fossero attendibili e che il fondatore dei Legionari fosse vittima di un complotto.  Non è ancora chiaro se Micara conoscesse le accuse fatte a Maciel, fu comunque un episodio determinante. Da qui in poi, nei 40 anni che seguiranno, nessuno riprese l’inchiesta e le accuse verranno tacciate come calunnie,  anche a causa della abilità di Maciel ad ingannare i propri superiori e alla strenue difesa della Legione verso Maciel, un santo vivente, a loro ingenuo avviso.

1972. Durante la celebrazione eucaristica per la Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, il 29 giugno 1972, Paolo VI afferma di avere la sensazione che «da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio».

1997. Alcuni ex seminaristi dei Legionari di Cristo decidono nel 1978 e nel 1989 di inviare alcune lettere a Giovanni Paolo II, raccontando di abusi. Singole segnalazioni, che con ogni probabilità –ricostruisce il vaticanista Andrea Torniellinon arrivarono sul tavolo del Pontefice. Nel 1997 avvenne però la svolta: otto ex seminaristi messicani decisero di contattare il quotidiano americano “Hartford Courant”

1998. Il 17 ottobre 1998 sei di loro (due ritrattarono) presentarono una richiesta formale alla Congregazione per la dottrina della fede (CDF), consegnando nelle mani dell’allora sottosegretario Girotti e guidata dal card. Ratzinger, un fascicolo con l’intestazione: Absolutionis complicis. Arturo Jurado et alii. Rev. Marcial Maciel Degollado nel quale accusarono padre Maciel di aver abusato di loro quand’erano ragazzi, negli anni Cinquanta e Sessanta, e di averli poi illecitamente assolti in confessione.. Tuttavia, solo dal 2001 la CDF ha avuto la facoltà di occuparsi di questo tipo di accuse, inoltre il vaticanista Sandro Magister, ha scritto che «all’epoca Maciel godeva quasi universalmente di una buona fama, non soltanto in Vaticano ma anche nei circoli laici di tutto il mondo, che indusse a non ritenere credibili le denunce, le quali inoltre si riferivano a fatti lontani nel tempo, non più perseguibili in un processo civile». Infine, per sei anni, Ratzinger non poté accertarsi di nulla perché ricevette dai suoi superiori la consegna di non indagare nelle faccende della Legione. E’ qui che compare la figura del card. Angelo Sodano, segretario di Stato di Giovanni Paolo II, uno dei “padrini” di Maciel. Come ha scritto Sandro Magister, Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna, e Sean O’Malley, arcivescovo di Boston accusarono nel 2010 proprio Sodano per aver a lungo ostacolato l’opera di pulizia intrapresa dell’allora cardinale Ratzinger nei confronti di Marcial Maciel. Secondo il vaticanista Salvatore Izzo, esiste una ostilità di una parte della Curia verso Joseph Ratzinger, «al quale fu impedito a lungo di procedere nei confronti del sacerdote messicano». Proprio per questo, evidentemente, Ratzinger «chiese a Giovanni Paolo II di lasciare il suo incarico».

1999. Dal 1999 l’atteggiamento di Giovanni Paolo II verso Maciel mutò radicalmente, tanto che il fondatore dei Legionari non accompagnò più il Pontefice nei suoi viaggi in Messico (1999 e 2002), al contrario di quanto fece nel 1979, 1990 e 1993. Come scrive il vaticanista Salvatore Izzo, «di fatto chi ha fermato le indagini della Congregazione per la dottrina della fede (CDF) ha anche ingannato Giovanni Paolo II, fino a convincerlo dell’innocenza di Maciel riguardo alle accuse di pedofilia. Se non se ne fosse convinto, Papa Wojtyla non avrebbe certo indirizzato ai Legionari, ma altrove, il figlio di un proprio collaboratore che voleva diventare sacerdote».

2001. I termini di prescrizione canonici per i delitti di cui Maciel era accusato furono prolungati.

2004. In questi anni l’inchiesta sui Legionari non riuscì mai a decollare, tuttavia nel dicembre 2004 il card. Ratzinger, trasgredendo la legge del silenzio, volle aprire definitivamente un’indagine, pochi giorni dopo che Giovanni Paolo II, già gravemente ammalato, aveva ricevuto nell’aula Paolo VI i Legionari di Cristo e il suo fondatore.

2005. Alla fine del gennaio 2005, venne annunciato il ritiro di Marcial Maciel. Tre mesi dopo, il morente Giovanni Paolo II affidò la via crucis del venerdì santo al card. Ratzinger, il quale denunciò la “sporcizia” del clero. Pochi mesi dopo, i Legionari di Cristo resero pubblico un fax della Segreteria di Stato della Santa Sede, allora guidata dal cardinale Angelo Sodano, dove si informava che non era in corso, né era previsto nessun processo canonico contro Maciel. Il fax era tuttavia privo di firma e l’indagine -regolarmente in corso- dipendeva dalla Congregazione per la dottrina della fede e non dalla Segreteria di Stato.

2006. Nel maggio 2006, un anno dopo essere divenuto Papa,di fronte agli esiti dell’inchiesta che dimostrano la colpevolezza di Maciel ormai vecchio e ammalato, Benedetto XVI lo ha sospeso a divinis, facendolo isolare e impedendogli di apparire in pubblico. Solo dopo la sua morte, il 30 gennaio 2008, si scoprirà che oltre agli abusi sui seminaristi, si era costruito una doppia e tripla vita con compagne e famiglie in diverse parti del mondo. La Congregazione per la dottrina della fede arrivò a condannarlo ufficialmente, dando così ragione alle accuse apparse nel 1997.

2009. Nel 2009 Benedetto XVI ha avviato un’indagine completa e conclusiva dalla quale è emersa un’omertà sapientemente orchestrata e rilevando che «la maggior parte dei legionari era mantenuta nell’ignoranza di questa vita, in particolare grazie al sistema di relazioni costruito da padre Maciel (…), scartando tutte le persone che dubitavano del suo buon comportamento (…), si è creato attorno a lui un meccanismo di difesa che lo ha reso inattaccabile». Nel 2010 la Legione ha fatto il suo mea culpa«Esprimiamo il nostro dolore e il nostro rincrescimento a tutte le persone che hanno sofferto a causa delle azioni del nostro fondatore. (…) Vogliamo chiedere perdono a tutte le persone che lo hanno accusato in passato, a cui noi non abbiamo creduto e che non abbiamo saputo ascoltare, perché a quell’epoca non potevamo immaginare simili comportamenti».

2010. Nell’aprile del 2010, Jason Berry, il giornalista che con Gerald Renner riaprì nel 1998 il caso Maciel, ha scritto due articoli sul “National Catholic Reporter”, descrivendo un uso diffuso da parte dei Legionari di Cristo di regali in beni e denaro ad alcuni prelati della Curia romana. Berry, le cui fonti erano ex legionari (alcuni sono dichiarati) citò l’ex Segretario di Stato di Giovanni Paolo II il cardinale Angelo Sodano e il suo ex segretario personale Stanisław Dziwisz. Denaro fu offerto anche all’allora cardinale Ratzinger nel 1997, che non lo accettò. Sempre nel 2010 la rivista cattolica statunitense “First Things” accusò Sodano di aver ricevuto per molti anni soldi e benefit dai legionari per i suoi progetti e di aver bloccato nel 1998 le inchieste sugli scandali sessuali di Maciel.

2011. Nell’agosto 2011 Luis García Medina, vicario generale dei Legionari di Cristo, è stato invitato a lasciare l’incarico e tutte le sue responsabilità a Roma, venendo di fatto declassato a guidare una regione legionaria in America. Medina aveva un ruolo chiave nella Legione e molto vicino a Dellogado. L’emarginazione del vicario generale coincide con l’imminente uscita dell’ ancora segretario generale, Evaristo Sada, che dovrebbe lasciare il suo posto in autunno, secondo l’annuncio ufficiale del gennaio scorso. Tra i consiglieri che erano già in carica rimane solo il direttore generale Álvaro Corcuera, nominato nel 2005. La rete dei superiori, insomma, ha cominciato a essere smontata, anche se non bruscamente.

2012. Nel marzo 2012 Benedetto XVI si è recato in visita pastorale in Messico e a Cuba. Alcuni hanno avanzato delle critiche sul fatto che non vi sia stato alcun incontro con le vittime di Maciel Degollado. Il portavoce del Vaticano Lombardi ha però spiegato che l’incontro con il Papa è stato «chiesto con aggressività e ambiguità, senza la volontà di un dialogo profondo, di spiritualità». Il vaticanista Andrea Tornielli ha affermato che gli incontri del Papa «con queste persone si sono però sempre verificati perché erano stati richiesti e concordati con l’episcopato locale. In Messico questo non è stato possibile anche per la veemenza polemica che alcune di queste ex vittime di Maciel hanno dimostrato nei confronti della Santa Sede. L’incontro quindi è stato impossibile perché non si è trattato di qualcosa che è stato desiderato per sanare una ferita, ma per gettare sale su di essa».

 

 
 

2. IL RUOLO DI GIOVANNI PAOLO II (E COLLABORATORI)

Il “caso Maciel” ha gettato parecchie ombre sul pontificato di Giovanni Paolo II e su due suoi collaboratori, il card. Angelo Sodano, segretario di Stato e il suo segretario personale Stanisław Dziwisz.

COLLABORATORI. Come abbiamo scritto, nel 2010 Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna, e Sean O’Malley, arcivescovo di Boston hanno accusato proprio il card. Sodano per aver a lungo ostacolato l’opera di pulizia intrapresa dell’allora cardinale Ratzinger nei confronti di Marcial Maciel, mentre Jason Berry, il giornalista che riaprì nel 1998 il “caso Maciel”, ha scritto due articoli sul “National Catholic Reporter”, descrivendo regali da parte dei Legionari proprio a Sodano e a Stanisław Dziwisz. Anche la rivista cattolica statunitense “First Things” ha accusato Sodano di aver ricevuto per molti anni soldi e benefit dai legionari per i suoi progetti e di aver bloccato nel 1998 le inchieste sugli scandali sessuali di Maciel.  Maciel, ha scritto nel 2010 Andrea Tornielli, sarebbe stato in grado di bloccare «per anni tutte le inchieste» interne in quanto «era uno dei più efficienti raccoglitori di donazioni della Chiesa cattolica», sostenuto dai cardinali Sodano e Martinez Somalo, oltre che dal segretario di Papa Wojtyla, Stanislao Dziwisiz.

Oggi Sodano è decano del collegio cardinalizio e sarà lui a presiedere il conclave, con i media di tutto il mondo che implacabili lo metteranno nuovamente alla gogna. È anche per scongiurare questo esito che i due cardinali hanno sferrato l’affondo, sperando che Sodano esca definitivamente di scena. Il vaticanista Paolo Rodari ha fatto però notare che ai tempi di Wojtyla c’era un modo di agire differente, anche nella società stessa. Non lo si faceva per insabbiare, afferma, «ma perché i tempi erano diversi, molti erano impreparati di fronte al fenomeno, il crimine spaventevole della pedofilia veniva trattato da tutta la società con omertà e paura». E’ abbastanza certo che il segretario personale di Wojtyla, vescovo di Cracovia, Stanisław Dziwisz, abbia filtrato alcune informazioni. Questo comportamento può trovare parziale giustificazione nel fatto che nella Polonia comunista (e in Messico i comunisti erano i nemici principali dei Legionari) l’accusa di pedofilia era uno dei mezzi usati dal regime per diffamare sacerdoti scomodi. Una terza persona chiamata in causa è il cardinale Franc Rodé, ex prefetto della congregazione vaticana per i religiosi, il quale il 29 luglio 2007, un anno dopo la condanna papale del fondatore dei Legionari, ha affermato in un’omelia a loro rivolta: «Ciò che suscita ammirazione nella Legione di Cristo è frutto del genio di padre Maciel. Il Signore vi ha benedetto in questi ultimi anni con tante vocazioni, e vi continuerà a benedire se rimarrete fedeli al carisma lasciatovi da lui. Dove occorre cercare l’origine, la fonte di questa sapienza di padre Maciel? Nel suo amore per Cristo, nel suo amore per la Chiesa. Lì sta il segreto della sua vita e il segreto della sua opera. È questo che gli ha permesso di suscitare un’opera di dimensioni mondiali».

GIOVANNI PAOLO II. Schönborn e O’Malley, hanno attaccato Sodano, ma hanno spiegato che Papa Wojtyla era troppo vecchio e malato per prendere in pugno la questione. Giovanni Paolo II ammirava molto l’insegnamento cattolico dei Legionari, la loro fedeltà a Roma e al papato, e il successo nel generare vocazioni tra i giovani cattolici. Degollado aiutò anche a liberare l’America Latina dalla pericolosa Teologia della liberazione. La Legione si era resa indispensabile alla Chiesa, con organi di stampa come “l’agenzia Zenit”, il seminario Maria Mater Ecclesiae a Roma che forma gratuitamente dei giovani provenienti da paesi poveri. Da una radice marcia sono nate, inoltre, centinaia di vocazioni: «sono poche le case di formazione nel mondo che possono vantare 800 sacerdoti e 2.500 seminaristi maggiori e minori», ha scritto il vaticanista Rodari. Anche Benedetto XVI ha riflettuto su questo: «è una cosa singolare, la contraddizione per cui un falso profeta abbia potuto avere anche un effetto positivo». Sostenitori della Legione sono (erano?) l’uomo più ricco del mondo, il messicano Carlos Slim, il quale permette di tenere rette bassissime alle scuole religione in Messico e ha sovvenzionato diverse operazioni a Roma. Probabilmente questi fattori hanno giocato un ruolo importante nella reticenza di alcuni prelati in Vaticano.

Tuttavia, l’ex portavoce della Santa Sede, Joaquin Navarro Walls,  ha ricordato che Giovanni Paolo II «mai bloccò o nascose» e ricorda che il processo canonico contro Maciel cominciò sotto Giovanni Paolo II, dopo una riunione del Papa con tutti i cardinali americani per discutere del problema della pedofilia. Non ha idea, invece, se il cardinale Sodano intervenne davvero affinché alcune informazioni ‘sensibili’ sul caso Maciel non giungessero al Papa. Una lettera riservata (protocollo n. 147/05 – 14478) del 17 novembre 2007, firmata dal cardinale statunitense William Levada, Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il successore di Ratzinger alla guida dell’ex Sant’Uffizio, ha sciolto qualsiasi dubbio sulla nitidezza dell’atteggiamento di Giovanni Paolo II e ha affondato ogni insinuazione di una qualche forma di ambiguità della sua posizione.

 

 

3. IL RUOLO DI BENEDETTO XVI

In tutta questa situazione Benedetto XVI ha agito come meglio poteva, è riconosciuto da tutti. «Ha la coscienza a posto, Ratzinger non ha avuto pietà e ha letteralmente decapitato la congregazione, commissariandola» si è letto su su Quotidiano.net il giorno prima della sua partenza per il Messico nel marzo 2012.

Nel 2010 una delle vittime di Maciel, Patricio Cerda, ha raccontato: «Ho incontrato Ratzinger nel 2002, prima che fosse Papa. Mi ha ascoltato per mezz’ora e mi ha detto che avrebbe agito. Sei mesi dopo ha incaricato il primo ispettore per indagare sugli abusi. Benedetto XVI ha avuto il coraggio».

Su “Le Monde” nel 2010 scrive: «Benedetto XVI, contrariamente ai suoi predecessori, ha accettato di rompere il silenzio sui casi di pedofilia nella Chiesa. Questo deve essere messo a suo credito».

In un editoriale de “Il Corriere della Sera” nel 2010, il non credente Piero Ostellino ha scritto: «All’origine dell’aggressione cui sono sottoposti la Chiesa, e lo stesso papa Benedetto XVI, sul tema della pedofilia in ambito ecclesiale, ci sono un pregiudizio razionalista e una violenza giacobina […]. A essere oggetto degli attacchi più aspri è proprio l’attuale Pontefice, che ha il merito indubbio di aver fatto opera di trasparenza all’interno della Chiesa, su un fenomeno troppo a lungo sottaciuto, e di aver cercato di definire, e distinguere, gli ambiti dei tribunali civili, riconoscendone le prerogative in tema di persecuzione del reato di pedofilia, secondo la legge civile, e quelli propri della Chiesa, rivendicandone l’autonomia nella condanna dei peccati e nella redenzione dei peccatori, secondo il diritto canonico e la propria predicazione (si chiama carità cristiana). Nonostante questo, oggi Benedetto XVI rischia di passare come il Papa che ha coperto la pedofilia dei sacerdoti».

Sempre nel 2010 in un articolo di Gianluigi Nuzzi, autore di Vaticano S.P.A. apparso su “Libero”, si legge: «c’è un desiderio tumultuoso di far dimettere Joseph Ratzinger, uno de pochi a voler riformare la Chiesa e che si trova oggi solo a rappresentarla tra molti nemici […]. Da subito è stato chiaro che Ratzinger voleva chiudere la stagione dei compromessi […], Ratzinger ha subito chiuso con gli amici sudamericani, ha rotto con chiunque vantava crediti per aver portato denari utili alla Causa di liberare la Polonia, i paesi ostaggio del ‘male assoluto’ […]. Benedetto XVI ha iniziato una radicale opera di pulizia, di rinnovamento […]. Benedetto XVI incontra solo nemici e torna indispensabile accusarlo esattamente di quanto lui stesso cerca di estirpare».

Nell’aprile del 2010  sul Wall Street Journal l’editorialista William McGurn ha criticato i continui attacchi del New York Times a Benedetto XVI, scrivendo: «il cardinale Ratzinger mise in atto cambiamenti che permisero un’azione amministrativa diretta invece di processi che spesso prendevano anni. Circa il 60 per cento dei casi di preti accusati di abusi sessuali furono trattati in questo modo. L’uomo che è ora Papa riaprì casi che erano stati chiusi; fece più di chiunque altro per processare casi e per rendere responsabili i preti che abusarono; e divenne il primo Papa a incontrare le vittime».

Nel febbraio 2016 Papa Francesco ha voluto rendere omaggio all’impegno del card. Ratzinger su questo caso, dicendo: «sul caso Maciel mi permetto di rendere un omaggio all’uomo che ha lottato in un momento in cui non aveva forza per imporsi, finché è riuscito ad imporsi: Ratzinger. Il Cardinale Ratzinger – un applauso per lui! – è un uomo che ha avuto tutta la documentazione. Quando era Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede ha avuto tutto nelle sue mani, ha fatto le indagini e è andato avanti, avanti, avanti… ma non è potuto andare più in là nell’esecuzione. Ma se voi ricordate, dieci giorni prima che morisse san Giovanni Paolo II, quella Via Crucis del Venerdì Santo, disse a tutta la Chiesa che bisognava pulire le “sporcizie” della Chiesa. E nella Messa Pro Eligendo Pontifice – non è uno sciocco, lui sapeva di essere un candidato – non gli importò di mascherare la suo posizione, disse esattamente la stessa cosa. Vale a dire, è stato l’uomo coraggioso che ha aiutato tanti ad aprire questa porta. Così che voglio ricordarvelo, perché a volte ci dimentichiamo di questi lavori nascosti che sono stati quelli che hanno preparato le basi per scoperchiare la pentola. Oggi la Congregazione, il governo della Congregazione è semi-commissariato, ossia, il Superiore generale è eletto dal Consiglio, dal Capitolo Generale, però il Vicario lo elegge il Papa. Due consiglieri generali sono eletti dal Capitolo Generale e altri due li elegge il Papa, in modo tale che li aiutiamo a revisionare dei vecchi conti».

 
 

4. CONCLUSIONI

Possiamo concludere che il “caso Maciel” è un esempio di quanto Benedetto XVI sia disposto a prendersi sulle spalle la responsabilità di errori commessi da altre persone, da infami traditori del Vangelo e della Dottrina stessa della Chiesa. La Chiesa non avrebbe certamente resistito a tutto questo senza un Pontefice come Ratzinger, il cui operato e la cui risolutezza sono d’esempio anche per tutta la società.

Il caso, lo abbiamo visto, sfiora sensibilmente l’operato Giovanni Paolo II: forse avrebbe potuto avere il pugno più duro ma sicuramente era all’oscuro di tantissimi fattori. Molte più responsabilità, indipendentemente dal contesto storico e sociale poco sensibile ai casi di pedofilia, gravano sul card. Angelo Sodano e Stanisław Dziwisz, che non possono comunque essere i capri espiatori di una vicenda estremamente complicata. Tanto complessa e ben orchestrata che su “Il Messaggero” del 22/03/12 ci si è giustamente chiesti: «chi era in realtà questo prete nato nel 1920 e scomparso nel 2008, talmente potente e ricco da riuscire a far insabbiare per ben due volte le inchieste vaticane sulla sua omosessualità e gli abusi commessi impedendo persino a Papa Ratzinger di ridurlo allo stato laicale? Una personalità disturbata e multipla, un caso da manuale di schizofrenia o, come si sussurra man mano che il marcio viene fuori, l’incarnazione del Male?».

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Emanuela Orlandi: cronologia dei fatti

Emanuela OrlandiIl 22 giugno 1983 è sparita a Roma Emanuela Orlandi, cittadina vaticana di 15 anni, figlia di un commesso della Prefettura della Casa Pontificia. E’ uno dei casi più misteriosi nella storia italiana anche a causa dei numerosissimi depistaggi verificatisi nel corso degli anni, dall’assenza della richiesta di un riscatto credibile da parte dei presunti rapitori nonché di una prova dell’esistenza in vita di Emanuela.

Ammirevole il dispendio di energie della famiglia Orlandi, oggi di Pietro e Natalina in particolare, che hanno voluto verificare personalmente ognuna delle numerose soffiate ricevute, anche le più improbabili. Perplessità emergono invece, forse anche sospetti, per la confusione e la poca professionalità da parte delle autorità di polizia (compresi i servizi segreti del Sisde) che hanno svolto inizialmente le indagini e per l’eccessiva cautela e riservatezza da parte della città del Vaticano o di ecclesiasti conoscitori di informazioni, così come affermato da mons. Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede.

Esistono numerose ipotesi formulate che richiamano da vicino altre vicende legate agli anni ’80 e ’90. Le strade principali, secondo noi, possono essere categorizzate in quattro diverse macro-ipotesi: 1) Ricatto al Vaticano per motivi politici: attentato a Giovanni Paolo II e la vicenda di Alì Agca; 2) Ricatto al Vaticano per motivi criminali: l’Istituto per le Opere di Religione (IOR), la Banda della Magliana e il Banco Ambrosiano; 3) Pista a sfondo sessuale in cui potrebbero essere stati coinvolti alti (o altissimi) prelati, personalità dello Stato italiano e/o persone vicine alla famiglia Orlandi; 4) Ricatto multiplo: Emanuela sarebbe sparita a causa della macro-ipotesi 1) o 2) o 3) o per allontanamento volontario o per opera di un serial killer, successivamente personaggi estranei ai fatti avrebbero approfittato della situazione (e finto di essere i sequestratori) per avanzare i loro ricatti politici e/o criminali

Il cristiano non teme la verità, anche se dovesse essere scomoda, perché essa avvicina a Colui che è Vero. La verità va perseguita con coraggio, senza paura di scoprire quel che non si vorrebbe e sapendo superare facili scandalizzazioni. La prima parte di questo dossier ricostruisce la cronologia dettagliata a ritroso degli eventi, dai giorni attuali al 22/06/83. La seconda parte invece, pubblicata separatamente, analizza le quattro marco-ipotesi qui sopra citate. Le due pagine, come sempre, saranno continuamente aggiornate con il procedere delle eventuali novità.

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

12 aprile 2016
La perizia psichiatrica voluta dalla Procura su Marco Fassoni Accetti ha decretato che è capace di intendere e di volere, e lo era anche al momento della sua rivelazione.

 

11 novembre 2015
Sul Corriere Fabrizio Peronaci rivela che un anno dopo la scomparsa di Alessia Rosati, il 6 luglio 1995, sulla segreteria telefonica dei genitori fu lasciato un messaggio. «Alessia sta tanto male… Rintracciatela!», ripeteva in modo concitato una donna. Il padre, al momento di presentare denuncia al commissariato di zona, specificò che la voce era «verosimilmente straniera, forse jugoslava, dal tono imprecisato». «L’impressione mia e di mia moglie – spiega oggi Antonio Rosati – fu che la misteriosa signora, che doveva essere abbastanza giovane, ci stesse esortando a fare qualcosa per nostra figlia. Pareva in grande ansia, preoccupata. Solo che non forniva alcuna traccia, né lasciò un contatto».

 

08 novembre 2015

Sempre in questa data, monsignor Francesco Camaldo, ex decano dei cerimonieri pontifici e attuale canonico vaticano, ha replicato alle accuse che gli sono state mosse nel libro “Via Crucis” secondo cui si sarebbe in grado di “provare il mio coinvolgimento nella sepoltura in basilica del boss della Banda della Magliana”. «Non mi sono mai occupato della scomparsa di Emanuela Orlandi né della tumulazione a S.Apollinare di Enrico De Pedis», ha detto. «Rispetto profondamente il dolore della famiglia Orlandi. Ho sentito il fratello Pietro sostenere che in Vaticano alcuni esponenti delle alte sfere sono a conoscenza di cosa sia effettivamente accaduto a sua sorella Emanuela. Io non credo che sia così. Lavoro in Curia da molti anni e mai mi ha sfiorato il sospetto che qualcuno sappia e taccia sulla scomparsa della ragazza. Certo giornalismo soffia sulle polemiche per alzare polveroni senza l’appoggio di prove reali. Come ha detto giustamente il cardinale Velasio De Paolis, bisogna fare attenzione a non cadere nel populismo e nella demagogia, accettando lezioni di moralità da rappresentanti dei mass media che non mi sembrano proprio titolati a darle».

 

17 settembre 2015
L’avvocato di Marco Fassoni Accetti, Giovanni Luigi Guazzotti, ha presentato un esposto-denuncia indirizzato al capo della Procura di Roma, Giuseppe Pignatone, in merito al presunto trafugamento della bara di Kathy Skerl dal cimitero Verano di Roma.

 

13 novembre 2013
La trasmissione “Chi l’ha visto” ha diffuso la notizia che il nome di Marco Fassoni Accetti (con indirizzo e numero di telefono) compare nella lista di estremisti di destra che stilò Valerio Verbano prima di essere ucciso il 22 febbraio 1980. Oltre a lui anche il nome di Angelo Rizzo, il Mostro del Circeo.

Dal suo blog Marco Fassoni Accetti ha replicato (si veda tra i commenti) che «non vi è alcuna prova che io frequentassi Angelo Izzo». E ancora: «venuto da Tripoli di Libia e da 5 anni di collegio ignoravo che cosa fosse il Fronte della Gioventù, che promuoveva una manifestazione per la libertà religiosa della Lituania nel 1972. Tutto degenerò in guerriglia, fui arrestato ed il mio nome pubblicato sui giornali come appartenente a gruppi di destra. Ma non sono mai stato fascista, come tutte le mie opere cinematografiche e fotografiche, realizzate in questi quarant’anni, possono più che testimoniare la mia appartenenza ad una visione militante che si può ben definire di reale sinistra, culturalmente e politicamente trattando, come del resto lo stesso caso Orlandi – Gregori era mosso da esigenze che confluivano univocamente nella stessa direzione».

Nel suo articolo ha citato la sentenza della Corte d’Assise che lo ha giudicato come omicida del piccolo Garramon dove si contempla la possibilità che il ragazzo stesse attraversando la carreggiata, questo per smentire che il piccolo Garramon si trovasse con lui sul furgone e stesse da lui scappando, come sostiene ancora oggi la madre. Ha inoltre sospettato che dietro la costante diffamazione della trasmissione televisiva nei suoi confronti serva per proteggere il SISDE. Lui stesso dice di essersi recato in procura «proprio per chiedere che si indagasse sui comportamenti di alcuni membri di questo servizio riguardo» la morte del piccolo Garramon. «Per non coinvolgere tali funzionari hanno censurato le mie parole e deviato in innumerevoli ipotesi cialtronesche, che gravitano dalla pedofilia alla massoneria, ai massacratori del Circeo e in ultimo alla morte di Valerio Verbano. Ma non una sola volta che abbiano riferito le mie frasi sulla sospetta partecipazione del predetto servizio, che attraverso i comunicati a firma fittizia “Phoenix” ci minacciava di una morte che si sarebbe verificata proprio all’interno di una pineta. Faccio presente che tale trasmissione si avvale dell’apporto della Polizia di Stato, che li facilita nell’ottenere documenti altrimenti indisponibili. Per cui è mia opinione che per tale rapporto si sia voluta difendere la onorabilità dell’allora struttura del Sisde del 1983».

 

09 novembre 2013
Su una pagina Facebook dedicata al “caso Orlandi”, Marco Fassoni Accetti ha parlato del collegamento tra Emanuela Orlandi e Mirella Gregori: «Per quanto riguarda il collegamento del caso Orlandi con il caso Gregori, il signor Nicotri lo ha sempre escluso appellandosi ad una sentenza del giudice Rando che negava tale suddetto rapporto. Ma gli attuali inquirenti hanno superato quella sentenza e hanno ottenuto nuovi elementi sui quali indagare e verificarne l’autenticità. E’ questo che io ritengo apodittico, il fatto che esistano nuovi indizi evidentemente importanti al punto di aver fatto aprire una istruttoria. Ed è chiaro che ogni istruttoria è sempre una “ipotesi”, che si scioglierà diventando tesi nel momento che la stessa istruttoria avrà conclusione».

 

08 novembre 2013
“Radio Radicale” ospita un confronto tra Pino Nicotri e Marco Fassoni Accetti ma è costretta a chiuderlo dopo 30 minuti a causa di insulti, minacce e offese reciproche. In una pagina Facebook dedicata ad Emanuela il confronto continua e Pino Nicotri spiega perché non crede all’artista: «Come ho dimostrato scatenando le ire funeste di MFA, lui NON può essere l’Americano per il semplice motivo che questi telefonava, anche a fine dicembre ’83, mentra MFA era in carcere. La sua versione sul “rapimento” di Emanuela non fa neppure ridere i polli, ma offende la memoria di Emanuela e della sua intera famigla. Offende Emanuela perché la fa passare per una figlia che pur potendolo fare NON ha mai telefonato o scritto ai genitori per tranquillizzarli, e la fa passare anche per una minus habens quando afferma – posto che sia vero ciò che si è letto su alcuni giornali – che l’avevano convinta che i suoi erano d’accordo con il “rapimento” messinscena. E offende l’intera famiglia Orlandi perché un tale asserito comportamento menefreghista di Emanulela nei loro confronti sottintende che possa essere stato provocato dall’aver subìto chissà quali torti». MFA risponde: « produce un altro falso clamoroso: non esiste alcuna telefonata dell’Amerikano nell’84, al di là della testimonianza di un privato, che avendo ricevuto una telefonata (non intercettata e non registrata) asserisce che la voce del telefonista ASSOMIGLIAVA a quella dell’Amerikano (soltanto assomigliava), per cui non vi è alcuna certezza giudiziaria, non essendoci la prova, che tanto a Lei piacciono, che costui fosse realmente il cosiddetto Amerikano».

 

07 novembre 2013
Nel suo blog, Marco Fassoni Accetti torna alle accuse a lui rivolte di pedofilia respingendole con varie motivazioni. Parlando della morte di José Garramòn, investito da lui nei pressi di una pineta, scrive: «va evidenziata la presenza in situ della villa del giudice Santiapichi, che sapevamo essere “in pectore” per presiedere la prossima Corte d’Assise giudicante la delegazione bulgara, accusata per il fatto del cosiddetto attentato al Papa. Altresì, il giorno seguente si sarebbe verificata l’uscita dal carcere di Rebibbia di Sergej Antonov, un cittadino bulgaro calunniato dal signor Agca di aver ordito il suddetto evento criminoso».

E’ stato condannato a 8 mesi il sedicente agente segreto “Lupo”, Luigi Gastrini, per simulazione di reato per le sue dichiarazioni sul caso Orlandi.

 

05 novembre 2013
Sul suo blog, Marco Fassoni Accetti scrive una lunga lettera contro la trasmissione “Chi l’ha visto”, criticando i vari tuttologi del caso. Ad un certo punto si legge che queste persone «hanno inficiato il mio appello a quanti con me parteciparono, in quanto chi è contiguo o all’interno dell’ambiente ecclesiastico non può che ritrarsi innanzi a tanto clangore di presunta perversione». Per smentire le accuse della signora Garramòn, madre del piccolo José investito e ucciso da Fassoni Accetti, l’artista pubblica anche una parte della sentenza della Corte d’Assise del processo per la morte di Josè Garramòn del 1986 di cui è stato accusato in cui si legge l’estraneità del soggetto da motivazioni a sfondo pedopornografico.

 

04 novembre 2013
Durante la trasmissione televisiva “I fatti vostri” si manda in onda un’intervista (piena di tagli e montaggi) a Marco Fassoni Accetti, presente in studio Pietro Orlandi. Riportiamo alcune risposte di Fassoni Accetti: Perché Emanuela fu rapita? «Per far credere che questo sequestro fosse stato operato da alcuni prelati, d’accordo con la ragazza tra l’altro, dove c’era anche una molestia sessuale. Si fece credere alla ragazza che il padre fosse in pericolo, sotto ricatto…c’erano delle pressioni che lui subiva, per cui la ragazza fu ingannata». Dove è stata portata? «Erano due appartamenti, uno sul litorale uno su un quartiere vicino alla villa stritch dove risiedeva mons. Marcinkus. Io ricordo che una delle nostre ragazze mi disse che doveva andare in farmacia a comprarle dei tamponi perché la ragazza in quei giorni aveva il ciclo. Ha fatto delle richieste, come “la famiglia cosa ne pensa?” e noi dicevamo “la famiglia sa”, non le è stato detto che doveva stare dei mesi lì. Studiava i libri che noi le portammo, aveva un piccolo pianoforte verticale, un flauto. Ricordo che ricamava a volte». Eravate a volto scoperto? «Io avevo una parrucca, le lenti a contatto marroni. Una volta mi chiamavo “Fabio” un’altra “Paolo”, a seconda delle esigenze». Perché compare soltanto ora? «In tutti questi anni mi sono riservato di farlo il giorno in cui poteva esserci la possibilità di rivolgere un appello a quanti con me all’epoca avevano collaborato. Se il flauto non fosse quello di Emanuela Orlandi non lo avrei presentato lasciandoli la matricola». Il flauto di Emanuela che fine fa dopo il sequestro? «Viene sostituito con un altro flauto senza la matricola, quindi non riconducibile alla Orlandi, anche perché la Orlandi cambia identità e poteva ancora benissimo esercitarsi al flauto. Nel 1983 noi lo volevamo restituire ai carabinieri che si stavano recando in perquisizione in questi sotterranei della Basilica [Santa Francesca romana, nda] ma non sono riusciti a rinvenirlo. Lo recuperammo nel 1987, io lo occultai in questa sezione dello stabilimento cinematografico ex De Laurentis, una sezione che era adibita all’oggettistica, per cui se fosse stato rintracciato laddove lo avevo occultato, poteva essere facilmente scambiato per un oggetto usato in qualche pregressa lavorazione cinematografica». Emanuela e Mirella sono state portate in Francia? «Per questioni di sicurezza furono portate all’estero. A me fu sempre detto in modo lapidario: “All’estero stanno bene, meglio non farle rientrare perché si creerebbe uno scandalo inutile”. Non so cos’è successo alle ragazze, io personalmente, né chi è accanto a me, le ha uccise. A nessuno frega niente della Orlandi e della Gregori, stiamo parlando di qualcosa che è accaduto trent’anni fa e tutta la forza degli inquirenti non è stata mai capace di comprendere nulla, neanche di sentire l’odore di qualcuno di noi. Evidentemente c’è un qualcosa di anomalo che è accaduto». Lei è l’Americano? «Io dico sempre, lo sono, non lo sono, non lo voglio dire, questo lo deve dire la procura». Perché non ha mai fatto i nomi dei suoi complici? «Proprio perché nessuno rispetta la parola data, io ho dato la mia parola, a torto o a ragione. Una parola non si rimangia mai, se avessimo ammazzato qualcuno sarebbe giusto rimangiarsela».

Alla fine dell’intervista, Fassoni Accetti ha fatto un appello: «Mi rivolgo all’aspetto femminile della vicenda: lo so avete molti figli, avete una famiglia e un marito, è difficile raccontare al marito e ai figli…io non vi chiamerò mai in correità, ma se volete aiutare, non tanto me, ma queste famiglie, chiudiamola lì anche perché, non prendetela come una minaccia, se si dovesse presentare qualcun altro, al di là di me, e dovesse fare i vostri nomi, ci fate una cattiva figura».

Pietro Orlandi durante la trasmissione ha commentato: «Lui sicuramente ha avuto un ruolo in questa storia, ne sono convinto. Me lo fa pensare quel flauto, che secondo me è quello di Emanuela. Su di esso c’era il numero di matricola e questa persona non poteva sapere se noi lo avevamo tenuto oppure no, in questo caso sarebbe stato smentito subito». Si dimostra scettico sul fatto che Emanuela fosse stata d’accordo con i suoi rapitori, anche perché -dice- avrebbe evitato di prendere appuntamento con la sorella Cristina dopo la scuola.

Durante la trasmissione Pietro Orlandi sostiene anche che papa Francesco, quando lo incontrò all’uscita di una messa domenicale in Vaticano, gli ripeté per ben quattro volte che Emanuela è morta. Pino Nicotri ha ricordato che fino a prima del 4 novembre Pietro aveva detto che papa Francesco quell’affermazione l’aveva fatta una sola volta e che a sentirla gli si era “ghiacciato il sangue”. Tuttavia nel filmato del breve incontro tra Pietro e Papa Francesco alle parole che gli dice il papa il fratello di Emanuela sorride e non pare proprio ricevere da lui una notizia agghiacciante come la morte di Emanuela, oltretutto ripetuta per quattro volte.

 

28 ottobre 2013
Durante la trasmissione “La vita in diretta” Pietro Orlandi afferma che Emanuela poco prima di sparire telefonò a casa dalla scuola di musica dicendo di avere un appuntamento con un tizio “che doveva darle un pacco di volantini da portare a casa. Affermazione, ha spiegato Pino Nicotri, smentita dalle testimonianze verbalizzate degli stessi familiari, che si sono sempre limitati a parlare di una telefonata nel corso della quale Emanuela aveva solo detto di avere avuto un’offerta di lavoro consistente nel distribuire volantini a una sfilata di moda. Pietro sostiene anche che le centinaia di ossa di bambini nel sotterraneo della basilica gli fanno venire in mente le vittime della “pedofilia rituale” diffusa anche negli alti gradi del clero, dichiarazione priva di fondamento.

 

25 ottobre 2013
Marco Fassoni Accetti nei recenti interrogatori in Procura avrebbe fatto i nomi di almeno tre ragazze coinvolte a partire dal 1987, quando sia Emanuela sia Mirella «le avevamo già trasferite all’estero, inizialmente in Francia, una in auto passando da Milano, l’altra con un volo decollato dall’Aeroporto dell’Urbe, sotto i falsi nomi di Fatima e Rosi». Tra queste “sosia” di Emanuela, anche una ex starlette di “Non è la Rai”, che conferma di conoscerlo: «Mi avvicinò mentre ero in viale Libia con mia mamma, mi riempì di complimenti. Disse di avere entrature nel mondo dello spettacolo e che poteva aiutarmi. Io ero minorenne, avevo 16 anni, ma confesso che l’idea mi piaceva. Lo vidi più volte, sempre con mia madre o mia sorella grande. Sì, di fotografie me ne fece tante. Mi portò anche a un concorso, Miss Abbronzatissima, e a una serata in cui recitai una poesia. Mi dava disagio, era un tipo strano. Dopo qualche settimana smisi di incontrarlo». Anche le altre due “sosia della Orlandi” erano giovanissime con i capelli lunghi neri e il viso regolare, solare. Una aveva 18 anni e di lì a poco sarebbe rimasta incinta. L’altra, neanche maggiorenne, oggi poetessa di una certa notorietà, «nel maggio 1987 la portammo a un convegno in Campidoglio tenuto dalla fondazione Re Cecconi, per fare delle foto con dirigenti della Lazio, utili a chiarire un certo conflitto che si era instaurato». Probabilmente si riferisce ad un messaggio sul sequestro Orlandi, arrivato all’Ansa il 17 ottobre 1983, che chiamava in causa il calciatore Arcadio Spinozzi.

Tutte e tre le «controfigure» furono fotografate a loro insaputa, non in primo piano, di profilo, in modo che potessero essere facilmente scambiate con la quindicenne cittadina vaticana. In seguito tali immagini sarebbero state usate «a scopo di minaccia o ricatto, facendo credere alla nostra controparte che continuavamo a detenere la Orlandi». «Le pressioni – ha messo a verbale Fassoni Accetti in Procura – erano su due livelli. Primo: contrastare la gestione dello Ior di monsignor Marcinkus e di Thomas Macioce, l’uomo d’affari americano che fin dal 1987-88 si diceva potesse sostituirlo. Secondo: evitare il rischio che Alì Agca tornasse ad accusare il mondo dell’Est, i bulgari, come mandanti dell’attentato a papa Wojtyla, considerato che in quel periodo ci sarebbe stato il processo d’appello». Ha anche affermato di aver studiato in piazza di Spagna, al San Giuseppe De Merode: «In quel collegio io avevo studiato e conosciuto monsignor Pierluigi Celata, che fu mio direttore e confessore spirituale, figura di riferimento del nostro gruppo, senza che lui fosse coinvolto nelle nostre attività».

 

24 ottobre 2013
La Procura ha accertato che non sono di Emanuela Orlandi le ossa ritrovate nella cripta della basilica di Sant’Apollinare a Roma. Secondo Pino Nicotri si chiude definitivamente il capitolo della pista della basilica nato nel 2005 da una telefonata a “Chi l’ha visto”

Nel frattempo sono uscite alcune affermazioni di Fassoni Accetti in Procura sui tabulati telefonici delle telefonate dell’Americano. Una risalirebbe al 19 luglio 1983, quando chiamò il cardinale Casaroli dal «bar rosticceria di viale Regina Margherita 4», poi un’altra «dal bar d’angolo di piazza San Silvestro: la polizia ci intercettò e le volanti arrivarono pochi secondi dopo, basta controllare il brogliaccio». La telefonata con la voce di Emanuela partì da «un telefono pubblico ai Parioli» e nell’ottobre 1983 «dal capolinea del metrò Laurentino». Infine quella «durante la trasmissione Telefono giallo, da una cabina in una traversa di piazza Vittorio».

Ha chiarito che l’ala progressista di cui faceva parte, contraria alla linea anticomunista di Wojtyla, dal 1979-80 avrebbe fatto pressioni sullo Ior di Marcinkus per frenare l’invio di fondi al sindacato Solidarnosc. Secondo quanto ha raccontato il fine del rapimento era anche indurre Agca (cosa che poi accadde) a ritrattare «le calunnie» contro i bulgari, facendogli credere che sarebbe stato liberato, grazie alle pressioni (legate a Emanuela) sul Vaticano e a quelle (legate a Mirella) sull’Italia, in particolare sul presidente Pertini, titolare del potere di grazia (e anche questa arrivò, seppure solo nel 2000).

Rispetto alla scomparsa di Mirella, il 7 maggio 1983, sarebbe avvenuta quel giorno, e non il 6 o l’8, perché «il 7 era un codice: doveva richiamare ad ambienti interni il 7 giugno dell’anno precedente, data dello storico incontro tra il papa polacco e il presidente Usa Reagan, in cui i due decisero di potenziare i finanziamenti a Solidarnosc da noi osteggiati».

 

23 settembre 2013
Marco Fassoni Accetti ha richiamato in Procura l’attenzione su Paola Diner, la donna di 33 anni morta vittima di un incidente domestico il 5 ottobre 1983 nella sua casa in via Gregorio VII, di cui lo MFA aveva già parlato al “Corriere” il 17 maggio scorso. «Paola Diener fu da noi contattata perché aveva un parente in Vaticano: volevamo convincerla ad accusare di molestie sessuali qualche prelato della fazione a noi avversa, nell’ambito delle nostre attività di pressione», ha spiegato MFA. «Il mio gruppo posizionò nella casa di via Gregorio VII delle microspie. Io ero fuori, in strada, per controllare che non arrivasse nessuno della famiglia. Volevamo essere certi che la donna non riferisse al padre il contatto avuto con noi, e per questo la microfonammo. L’appartamento era al piano terra, entrando sulla destra. C’era un cagnolino vivacissimo, tanto che dovemmo interrompere l’azione per dargli da mangiare».

I riscontri effettuati hanno per ora confermato solo che il padre della Diener, morto mesi fa, aveva lavorato in Vaticano come responsabile dell’Archivio segreto della Santa Sede. Dagli atti del caso Orlandi la data di morte della Diener apparve, allora inspiegabilmente, in un comunicato inviato dai sequestratori il 23 ottobre 1983: «Comunicheremo al cardinale Casaroli il nominativo della cittadina soppressa il 5-10-1983 a causa della reprensibile condotta vaticana». Precisa ancora Accetti: «Stavamo bluffando. Volevamo usare quella morte, a noi estranea, per creare scandalo ed esercitare pressioni sulla controparte. Ricordo che in quei giorni era in corso il Sinodo dei vescovi…».

Fassoni Accetti ha aggiunto un particolare: fu arruolato nel nucleo di «intelligence e controspionaggio» per contrastare la linea anticomunista di papa Wojtyla, «grazie alla pregressa conoscenza di monsignor Pierluigi Celata, mio confessore al collegio San Giuseppe De Merode». «Fu questa – ha ripetuto nei 13 interrogatori il teste – la ragione principale che indusse alcuni ecclesiastici lituani e francesi a creare un gruppo occulto negli anni 1979-80». E’ in questo contesto che il nucleo avrebbe organizzato il «finto sequestro, poi sfuggito di mano» delle due quindicenni, con l’intento di indurre Alì Agca a ritrattare le sue accuse contro la Bulgaria.

 

17 settembre 2013
La trasmissione televisiva “Linea gialla” mette a confronto (tagliando e montando molte parti) Pietro Orlandi e Marco Fassoni Accetti. Pietro ricorda che MFA ha detto di aver sentito da persone appartenenti al suo gruppo che Emanuela è stata portata in una comunità islamica a Milano fondata da un italiano che aveva contatti con la grande moschea di Parigi». MFA ha risposto: «Io tra l’83 e l’85 ero in carcere, quindi posso solo riferire de relato, se avessi saputo di più avrei già informato la Procura. Dovrei riparlare con questa persona?». Pietro vuole che MFA dica i nomi dei suoi complici e quest’ultimo più volte ripete: «Ho dato la mia parola a suo tempo, io dovrei tradire la parola data». Si è presentato ora perché «è cambiato il pontefice e si dice, non lo dico io, che non è curiale e questo dovrebbe psicologicamente influire su certe persone che, a torto o a ragione, vogliano credere a questo, che in Curia ci sarà un po’ più di rispetto».

Parlando del gruppo di cui ha fatto parte ha parlato di «un gruppo di pochi ecclesiastici, minori tra l’altro di secondo o terzo grado, e pochi laici che insieme hanno convenuto di operare, non c’era un mandante». Lo scopo del rapimento «era per ottenere determinati risultati in un certo ambito politico che concerne la Città del Vaticano e i suoi rapporti con altri Stati». Poteva una ragazzina avere questa forza? «Non era stata scelta Emanuela, c’era tutto un ventaglio…c’erano varie ragazze, c’erano delle donne, c’erano delle signore..». Emanuela è stata scelta per la sua cittadinanza? «Certo». «Si era anche pensato a Cristina, la minore, ma la Cristina come altre ragazze non avevano la predisposizione caratteriale per poter con loro dialogare e simulare, questo non vuol dire che Emanuela abbia delle caratteristiche da disprezzare, al contrario…proprio per la sua generosità, per il suo essere aperta, fresca».

Pietro Orlandi si dimostra scettico sul fatto che Emanuela abbia accettato di assentarsi da casa in quanto la famiglia sapeva, «questo dimostra che tu non hai mai avuto contatti con Emanuela, non avrebbe mai fatto così». MFA risponde: «Mai dire mai». Secondo MFA Emanuela era già d’accordo prima di quel giorno, Pietro chiede perché allora avrebbe insistito per farsi accompagnare da lui. «Per rispettare gli orari», ha risposto MFA anche se con i vari tagli non si capisce pienamente la sua reazione a tale obiezione. Si è finito con le telefonate che l’Americano fece a casa Orlandi, Pietro pone una domanda a MFA su una cosa che disse l’Americano su qualcosa che accadde a Emanuela nei primi giorni, fisicamente, e aggiunse di stare tranquilli perché accanto a lei c’era una persona..questa cosa non uscì sui giornali, ma MFA non ricorda. Si conclude con un appello di MFA: «Io non faccio i nomi però sappiano, le persone a cui mi rivolgo, che le indagine nel loro sviluppo possono arrivare ad identificarvi per cui è bene presentarvi avendo l’attenuante, per lo meno, che vi siete presentati».

 

12 settembre 2013
Fabrizio Peronaci sul “Corriere” fa notare Marco Fassoni Accetti si presenta in Procura il 27 marzo 2013, chiamando i complici a farsi avanti, mentre nell’aprile 2013 Antonietta Gregori e una compagna di musica di Emanuela ricevono i due inquietanti plichi con scritto: «Non cantino le due belle more per non apparire come la baronessa e come il ventuno di gennaio martirio di Sant’Agnese con biondi capelli nella vigna del signore». Le ultime righe paiono evocare l’omicidio di Katy Skerl: capelli (biondi), data del ritrovamento del corpo (21 gennaio), luogo (una vigna). L’anonimo invitando le «belle more» a «non cantare» (tacere) si riferisce a Emanuela e Mirella (se vive)? Oppure si riferisce alle amiche che hanno aiutato a far cadere nella trappola Emanuela e Mirella, come raccontato sempre da MFA? Potrebbe essere ancora attiva la «parte avversa» a quella di Fassoni Accetti?

Rispetto all’omicidio Skerl, Fassoni Accetti sostiene che sarebbe stato la «risposta» alle pressioni esercitate in ambienti vaticani tramite Emanuela (figlia del messo papale) e Mirella (vicina di casa di un funzionario della Gendarmeria). Assieme alla lettera, Antonella Gregori e l’amica di Emanuela hanno ricevuto anche la foto di un teschio, scattata nella chiesa di via Giulia che raccoglie le spoglie di cadaveri abbandonati nell’800, il quale appartenne a una certa Eleonora. Una delle ragazze a conoscenza di fatti relativi all’operazione Orlandi-Gregori ha lo stesso nome.

 

29 luglio 2013
I magistrati Giancarlo Capaldo e Simona Maisto hanno convocato tutti coloro che hanno ricevuto per un motivo o per l’altro un avviso di garanzia per la scomparsa di Emanuela Orlandi: don Pietro Vergari, ex rettore della basilica di S. Apollinare e Marco Fassoni Accetti, non sono stati invece convocati, essendo per loro scaduti i termini, Angelo Cassani, detto Ciletto, Gianfranco Cerboni, detto Gigetto, Sergio Virtù e la “super testimone” Sabrina Minardi. L’unico presentatosi di persona alla convocazione di lunedì mattina in Procura è stato don Vergari, gli altri erano tutti rappresentati dai rispettivi avvocati. “Ho così scoperto che mi è stato assegnato un avvocato d’ufficio. Io, non essendo mai stato interrogato, non ho mai provveduto a nominarmene uno”, ha commentato don Vergari.

I due magistrati hanno chiesto alla Questura e ai Carabinieri di Roma notizie sulla manifestazione dei radicali del 22 giugno 1983 in piazza Navona, a Roma, cioè a pochi metri dalla fermata dell’autobus di fronte al Senato, in corso del Rinascimento, volendo sapere se alla manifestazione abbia preso parte Marco Fassoni Accetti, all’epoca militante del partito radicale. A quanto hanno appreso Marco Fassoni Accetti sarebbe stato fotografato mentre partecipava ad almeno una manifestazione radicale vestito da prete.

 

24 luglio 2013
Marco Fassoni Accetti in una testimonianza in procura avrebbe parlato di un ruolo, seppure marginale, avuto dal suo gruppo in relazione all’attentato in piazza San Pietro, due anni prima del rapimento Orlandi. «Eravamo in contatto con due idealisti turchi e tentammo di limitare gli effetti dell’azione di Agca a qualche sparo in aria, a un atto dimostrativo». Sarebbe stato ancora lui a suggerire di alloggiare il killer turco, nei sopralluoghi preparatori nella Capitale, «all’hotel Archimede di via dei Mille, che conoscevo perché vicino c’era un negozio di fotografia, e all’ostello Ymca di piazza Indipendenza, dove frequentavo una palestra».

 

12 luglio 2013
Ai magistrati Marco Fassoni Accetti avrebbe fornito spunti anche per spiegare la morte di Jeanette May, già baronessa de Rothschild, il cui scheletro (assieme a quello di un’amica, Gabriella Guerin) fu trovato nel gennaio 1982 nei boschi marchigiani. «Pensammo a lei per fare un’operazione contro Marcinkus e altre figure che detenevano il potere nello Ior, come il cardinal O’ Connor e l’uomo d’affari Thomas Macioce. La baronessa Rothschild avrebbe dovuto accusare monsignor Marcinkus di molestie: colpendo lui puntavamo a frenare i finanziamenti in Polonia voluti da papa Wojtyla per abbattere il comunismo». Sul suo blog Fassoni Accetti integra: «Nel 1979- 80, ben prima che si ideasse il “finto sequestro” con due giovani ragazze, l’idea originale per esercitare una pressione nei confronti di alcuni ecclesiastici era quella di servirsi di due signore altolocate, che avrebbero dovuto riferire fittiziamente di aver appreso all’interno di una liaison con alcuni ecclesiastici certe notizie riservate e destinate a non esser mai rese pubbliche, ciò avrebbe creato una turbativa con conseguente clamore. La ricerca e selezione di tali signore fu effettuata a vasto raggio, e particolarmente all’interno del Sovrano Ordine dei Cavalieri di Malta, tra le Dame di Grazia e Devozione, d’Onore e Devozione. Questo ordine era già nelle nostre attenzioni in quanto alcuni dei suoi membri erano il Dtt. Macioce e l’avvocato Ortolani (condannato per lo scandalo Ambrosiano, ndr ). E comunque si vagliarono estensivamente le signore altolocate che gravitavano in quei millieu tra diplomazia italiana e quella della Città del Vaticano. La Baronessa Rothschild conduceva in sé quei significati che la posero alla nostra attenzione: la sua famiglia era “consulente” finanziario della Sezione Ordinaria della Amministrazione della Sede Apostolica. La Baronessa frequentava i circoli di araldica vicini a Mons. Bruno Heim, delegato apostolico in Inghilterra».

Il ricatto da attuare attraverso la nobildonna sarebbe stato ideato 3 anni prima del sequestro di Emanuela e Mirella. Ma il 29 novembre 1980, mentre era a Sarnano (Macerata) per la ristrutturazione del suo casolare, la de Rothschild svanì nel nulla: «Noi la signora non arrivammo a contattarla, tutto rimase allo stadio di progetto: la sua scomparsa è estranea alle nostre attività», precisa Accetti. Che però, sullo scontro tra fazioni all’ombra del Vaticano, ha fornito un elemento in più: «Alcuni membri della parte a noi avversa credettero di ravvisare in noi i responsabili di tale scomparsa, per cui nel 1983, dopo la scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, suggerirono alle famiglie delle ragazze la nomina legale dell’avvocato Gennaro Egidio, già legale della famiglia Rothschild in ordine alla scomparsa della baronessa». Secondo i ricordi di Pietro Orlandi, l’avvocato fu loro consigliato pochi giorni dopo la scomparsa di Emanuela, da uno 007 in contatto con la famiglia: «Fu Gianfranco Gramendola, carabiniere del Sisde, nome in codice Leone, a presentarcelo esclamando: “Tranquilli, quest’avvocato è la mano di Dio!”. Poi fu lo stesso Egidio a dirci che si era occupato dei Rothschild e, mi pare, del caso Calvi». In un’altra occasione dice: «Quando sapemmo della scomparsa della baronessa, pensammo che fosse stata un’operazione della parte a noi avversa, che a sua volta sospettò di noi. Un fatto è certo: il mio gruppo era completamente estraneo».

Marco Fassoni accetti torna anche sul caso di Mirella Gregori: «Mirella ed Emanuela erano d’accordo con noi, bastò un piccolo inganno, con l’aiuto inconsapevole di alcune loro amiche, per portarle via. A Mirella citofonai io: lei inventò una scusa per scendere e venne via con me, senza alcuna violenza. Io e il mio gruppo pensavamo di sfruttare questi sequestri per ricattare il Vaticano»

Maria Antonietta Gregori, intervistata, parla dell’amica di Mirella, Sonia De Vito, l’ultima a vederla: «Da quel maledetto giorno non si è mai più fatta viva con noi, proprio lei che mia madre trattava come un’altra figlia. Mai una telefonata, una visita. E per la mia famiglia è stato un grande dolore: lei e Mirella erano sempre insieme. Questo comportamento ci è sempre sembrato strano». E ancora: « «Lei non aveva alcun motivo per andar via di casa, Fassoni Accetti la deve smettere. Quest’uomo deve dire la verità e non inventarsi episodi senza senso: ha detto perfino che mia madre avrebbe incontrato Mirella in Francia, dieci anni fa! Ma vi pare possibile? Quella è una storia totalmente falsa che ci ha fatto stare molto male. Mia mamma è morta col nome di Mirella sulle labbra».

 

09 luglio 2013
Sul suo blog Fassoni Accetti scrive una lettera alla signora Garramòn, madre di José Garramon, il bambino investito e ucciso dall’artista. La madre più volte ha detto che un medico le aveva detto con sicurezza che il bambino era morto sull’ambulanza e non sul colpo, quindi Fassoni Accetti avrebbe potuto salvarlo al posto di andarsene dal luogo dell’incidente. L’artista ha risposto: la donna è «smentita dai verbali che riportano le dichiarazioni del personale paramedico della stessa autoambulanza». Nei commenti sotto l’articolo l’artista approfondisce: «dalle risultanze dell’autopsia emerge che il bambino è morto, in seguito alla lacerazione della aorta e alla sezione completa in più punti del midollo spinale, lesioni che depongono verso la tesi del decesso pressoché istantaneo. Inoltre la morte si sarebbe verificata verso le ore 19, orario contestuale all’incidente, ed il rapporto dei soccorritori delle 19:50 ca. dimostra intanto che il bambino non è morto sull’ambulanza come dichiarato dalla madre». Rispetto alla sentenza contro Fassoni Accetti, «l’omicidio è stato derubricato in primo grado da volontario a colposo, e questo non equivale ad una assoluzione per insufficienza di prove ma ad una formula piena. Addirittura il Pubblico Ministero, Franco Ionta, che rappresentava l’accusa, aveva chiesto in primo grado l’assoluzione per l’omicidio volontario».

Nei mesi scorsi Martha, la governante di casa Garramòn, ha ricordato alla trasmissione “Chi l’ha visto” che Fassoni Accetti avrebbe fatto visita alla loro casa prima dell’incidente. Fassoni Accetti replica: «dopo trent’anni, vedendo una mia foto mostrata dalla redazione della trasmissione Rai, si ricorderebbe di avermi visto per pochi secondi sull’uscio di casa, ed aggiunge che all’epoca, durante le indagini, i carabinieri le mostrarono una foto in cui io recavo la barba, per cui non l’associò con l’uomo che un mese prima bussò alla sua porta. Questo è falso, perché i carabinieri per le indagini non si servirono di una mia foto con la barba, ma di un’altra, verbalizzata agli atti, in cui non portavo alcuna barba. Inoltre, all’epoca, la governante non fece presente, durante gli interrogatori dei carabinieri ed in seguito con il giudice istruttore, di aver ricevuto alcuna visita sospetta. Per questa ragione è stata da me querelata per diffamazione».

Rispetto alla pedofilia, Fassoni Accetti ha spiegato: «“ci ‘travestivamo’ spacciandoci per pedofili, intendendo che, quando individuavamo all’interno di una realtà ecclesiale una situazione di pedofilia, la penetravamo per ottenere un qualcosa ed esercitare pressioni. Per facilitarci il compito simulavamo comunanza e temperatura pedofila, apparente complicità. Non certo nei confronti dei minori, ma esclusivamente verso l’ecclesiastico in questione». Ed infine un appello diretto: «Sappia che per quanto sopra, collaborerò esclusivamente con gli inquirenti, e non certo con il suo legale, già impegnato a difenderla dalla querela che intendo indirizzarLe».

 

07 luglio 2013
La grafologa Sara Cordella ha analizzato la lettera spedita da Boston (precisamente dalla Kenmore Station ) il 22 settembre 1983 a Richard Roth e ricevuta il 27 settembre 1983 presso la sua residenza romana, rilevando un rigido piegamento verso sinistra (“Rovesciata”), aggiungendo che tale segno si trova soprattutto nelle scritture femminili.

Il 6 giugno 2013 Marco Fassoni Accetti ha rivelato che «una ragazza le scrisse in Roma ed un’altra le spedì da Boston. Non confermo se si trattava o meno della mia ex-moglie».

 

06 luglio 2013
Fabrizio Peronaci sul “Corriere” svela alcune affermazioni di Marco Fassoni Accetti in Procura, compresi i nomi degli alti prelati ai quali (senza che ciò comporti un loro coinvolgimento) avrebbero fatto riferimento i gruppi di potere coperto dal cui scontro sarebbe germinato il sequestro di Emanuela e Mirella. Marco Accetti, collegiale al San Giuseppe De Merode, grazie al suo direttore spirituale Pierluigi Celata nei primi anni ’70 conosce alcuni religiosi che gli mettono a disposizione abiti talari e locali per attività filmiche. È questa la sua prima «entratura». Poi maturano altri contatti: «Sacerdoti un po’ peccatori mi proposero: visto che sei così bravo con la cinepresa, vuoi renderti utile?». Le azioni del «nucleo di controspionaggio», elenca Accetti, nascono per «tutelare il dialogo con i Paesi del Patto di Varsavia» (il che coincideva con la linea Casaroli) e contrastare la gestione di Ior e Apsa. «Volevamo condizionare in senso progressista le scelte del Consiglio per gli affari pubblici della Chiesa… Agivamo nell’area di monsignor Backis […]. Nella sua Fiat collocammo microspie per attenzionare persone che erano con lui». Altre figure vicine erano «monsignor Martin, della Prefettura pontificia, e Deskur, preposto alle Comunicazioni sociali», nonché «il cardinal Hume, alle prese con i debiti della sua diocesi». Quanto alla parte avversa, è con l’ascesa nel 1978 del pontefice polacco che il gruppo individua i bersagli: «Ci opponevamo ai finanziamenti a Solidarnosc e in generale alla spinta anticomunista di Wojtyla». Per questo, vittime di ricatti e dossieraggi sarebbero stati il cardinal Caprio (anni prima espulso dalla Cina, spiato con cimici «sotto la moquette gialla») e monsignor Hnilica (condannato per il caso Calvi), oltre a Marcinkus, discusso capo dello Ior, all’uomo d’affari Thomas Macioce e al cardinal O’Connor. Arrivano poi Emanuela e Mirella: ««Le prelevammo dopo la promessa dei servizi segreti ad Agca di liberarlo entro due anni: la Gregori, cittadina italiana, serviva a premere per la grazia presidenziale. Io ci misi le mie capacità di sceneggiatura…».

 

03 luglio 2013
Margherita Gerunda, l’ex pubblico ministero che indaginò nelle prime ore che seguirono il rapimento, ha affermato: «Mi feci subito l’idea, come del resto tutti gli investigatori, che la ragazza fosse stata attirata in un agguato, violentata e uccisa, comunque morta in seguito alle violenze. Certo non ci sentivamo di esternarlo perché sarebbe stato crudele nei confronti della famiglia. Tale convinzione è tuttora confermata dai fatti successivi». E accusa i media: «Se non ci fosse stato questo assedio le indagini avrebbero potuto avere un qualche esito tempestivo. Lo dico sulla base della mia esperienza, che all’epoca era già notevole. Interpretai il mio essere tolta dal caso Orlandi come la precisa volontà di assecondare i clamori e sposare in pieno la pista del rapimento politico per lo scambio con Agca. Direi che oggi non è cambiato nulla. Con continui colpi di scena uno meno credibile dell’altro si vuole evitare che i magistrati possano lavorare senza intralci su piste non di fantasia».

Parlando delle prime ipotesi: «Non ho mai avuto alcun elemento per appuntare l’attenzione sulla ditta Avon. Nessuno me ne parlò. Non credo inoltre che quel giorno Emanuela Orlandi sia andata alla scuola di musica passando per corso del Rinascimento, dove si usa credere che sia stata vista da un vigile e da un poliziotto. Ho maturato la convinzione che i testimoni si siano prestati a dire o a confermare cose che permettevano loro di andare sui giornali, dare interviste, insomma avere il loro piccolo momento di fama se non di gloria. Per uscire almeno una volta nella vita dall’anonimato e sentirsi protagonisti, alla ribalta, partecipi di una storia che interessa molta gente».

 

2 luglio 2013
Marco Fassoni Accetti ha rivelato ai procuratori che Emanuela «fu a Roma per tutto l’83 e poi portata in Francia», secondo il teste era stata ribattezzata Fatima (con tanto di passaporti indiano e iraniano), per richiamare il terzo segreto. Mirella, invece, Rosi: da Rossitza Antonov, moglie del caposcalo della Balkan Air arrestato per l’attentato. Alla Gregori, inoltre, sarebbe stato intimato di dire che al citofono il giorno in cui sparì la chiamò l’amico Alessandro, per «ricordare» a chi di dovere il capo dello Sdece, servizi segreti francesi, marchese Alexander De Marenches». «Pierluigi», autore delle prime telefonate, «alludeva» a un tal monsignore [Pier Luigi Celata, ndr] acerrimo nemico di Marcinkus; «Barbarella», come fu anche chiamata la Orlandi, doveva servire «a localizzare la ragazza» in zona Campo de’ Fiori, vicino la chiesa di Santa Barbara; e infine la basilica di Santa Francesca Romana, dove l’«Amerikano» telefonò una volta, altro non sarebbe stato che un riferimento al doppio nome della nipote di Ilario Martella, giudice istruttore su Agca e accusatore dei bulgari, per questo minacciato. «Ma di che vi stupite?», afferma Accetti, «leggere questi fatti con gli occhi di oggi è vano. Vero è che all’epoca, in piena guerra fredda, operazioni del genere avvenivano così: tramite codici, coperture, raffinatissime dissimulazioni».

 

1 luglio 2013
Dino Marafioti intervista su “Radio Radicale” Marco Fassoni Accetti (intervista si svolge il 25 giugno).
MFA saluta gli ascoltatori, all’inizio e alla fine, come “compagni” tenendoci a mostrare le sue simpatie comuniste, e afferma di essere stato ascoltato in Procura, finora, in circa 10 udienze. «Con un nuovo Pontefice non curiale veniva meno, almeno nelle mie, nelle nostre speranze, quella possibile difesa culturale, psicologica che poteva e può ancora esserci in certi ecclesiastici che all’epoca erano a conoscenza dei fatti». Con i precedenti pontefici, «il prefetto per la Congregazione per la dottrina della fede, poi diventò pontefice, lui certo non era a conoscenza di nulla, ma all’epoca alcuni prelati che componevano tale congregazione ne erano a conoscenza, erano un po’ la nostra controparte. Vi era la necessità di chiedere e questa domanda andava necessariamente sforzata attraverso delle pressioni. Alcuni segmenti della Curia, per lo meno quella Curia, ottenevano e chiedevano attraverso degli sforzi, delle minacce. Per cui bisognava rispondere con lo stesso sistema “culturale”». Tuttavia ora la televisione di stato tramite notizie calunniose ha «vanificato il mio appello se non inficiato per cui non credo che persone appartenenti al mondo ecclesiale desiderino entrare in questo inferno mediatico creato senza alcun controllo dalla televisione di stato».

Si passa al fatto del flauto che MFA considera «di minore importanza. Anche se fosse quello della Orlandi chiunque poteva benissimo ottenerlo in un secondo tempo, l’importante è aver fornito dei riscontri riguardo a delle azioni specifiche del 1983». Tornando alle attività, «non c’era nessun nucleo e nessun controspionaggio, erano pochi laici e pochi ecclesiastici che cercavano di condizionare la politica dell’allora Consiglio per gli affari pubblici della Chiesa, che era un’estensione della Segreteria di Stato quindi attraverso questa camarilla si cercava di suggerire certe scelte, non tutte, della Segreteria di Stato. Poche persone ma che disponevano informazioni attinenti all’interno del Vaticano rientrava nei loro interessi». Come controparte, «non meglio identificate persone di non meglio identificati circoli occidentali cercavano sempre di conoscere le procedure all’interno della Curia per poi farne un uso proprio, deviato». Quella di MFA era una «realtà mobile, non istituzionalizzata, io ero un laico e assieme ad altri laici appoggiavamo ecclesiastici appartenenti ad una corrente progressista». I servizi segreti infiltrati in Vaticano «non parteciparono mai né a livello esecutivo né come entità mandante».

Rispetto al caso Orlandi, «nessuno di noi ha commesso alcun omicidio, non da parte mia e non da parte delle persone che con me collaboravano. Io non posso sapere quale fu la sorte di questa ragazza perché nell’84 fui arrestato dopodiché sono stato accorpamentato poiché ero stato attenzionato da indagini che potevano essere non soltanto al fatto della pineta e di Garramòn». «Mi trovo anch’io dentro un enigma, io non ho la soluzione: non c’è il movente per ucciderle ma le ragazze non ci sono, quindi anche per me questo è un mistero». La Orlandi e la Gregori «sono state fatte riparare all’estero, ma le altre testimoni che hanno concorso con loro e quindi sono a conoscenza dello svolgimento dei fatiti nella loro genesi e nel loro iter tecnico sono rimaste tutte nel loro contesto familiare perché non sono mai state individuate. Solo alcune sono state sospettate: la Orlandi aveva una compagna di scuola e una del corso di musica e un’altra amica ancora, la Gregori aveva una ex-compagna di scuola media di via Montebello nonché un’amica. E anch’io mi accompagnavo con ragazze che all’epoca avevano tutte tra i 17 e i 21 anni, tutte testimoni dello stesso fatto. Allora se avessimo voluto fare la tacitazione testimoniale con la Orlandi e la Gregori, perché non sopprimere anche queste ragazze? Non vedo perché qualcuno le abbia dovute uccidere ma al tempo stesso 30 anni sono assolutamente troppi. Negli anni mi è stato detto è che l’imbarazzo di raccontare, la paura, l’inibizione…era possibile nei primi anni ’80 ma si sarebbe dovuta dissolvere negli anni, ho sempre pensato invece che ci sia una forzatura, un farle vivere bene, un usare una pressione perché le ragazze dimentichino, non ritornino nel proprio nucleo familiare, nel proprio contesto sociale. L’omicidio no, è aleatorio ma potrebbe essere stato commesso compiendo un errore di calcolo enorme, anche perché tutte le ragazze coinvolte potrebbero farsi avanti e per paura di finire allo stesso modo denunciare i responsabili». All’estero dove? «La Francia o la Svizzera per tutte e due, la Francia è sempre stata una protagonista nella nostra storia perché per tradizione sono sempre i servizi francesi ad occuparsi della sicurezza del Papa». L’ultimo riscontro in vita «il 20 dicembre 1983 Emanuela e nell’autunno del 1993 la Gregori», quando incontrò la madre. Sembra inverosimile, «ma cosa c’è di verosimile in questa vicenda? E’ verosimile che Alì Agca dica di essere Gesù Cristo rovinando il processo? In realtà è perché aveva paura per la sorella, noi minacciavamo anche lei».

«Se lei elabora quello che è accaduto il 22 giugno e il 6 maggio, le date della scomparsa di ambedue, pensate che sia veramente accaduto così come dicono i fatti? Un sequestro che possa accadere in questo modo? Io credo che chiunque abbia indagato nel passato vi ha nascosto 5/10 dell’istruttoria, io sono convinto che in tutte le istruttorie del passato vi sono delle parti secretate perché noi lasciavamo tanti e tanti indizi di lettura, volontariamente, che io non li ho mai riscontrati in tutte le istruttorie che sono state poi rese pubbliche. Non comprendere che quel 22 giugno non può essere un sequestro, non comprendere che un sequestratore che va a citofonare alla ragazza spacciandosi per il suo ex compagno di scuola di 16 anni e la ragazza riconoscerebbe in quella voce il compagno di scuola e nessun giudice ha il coraggio di scriverlo che dietro c’è un qualcos’altro. La ragazza scompare il 22 e scomparendo dice “il 25 accadrà qualcosa”, il 25 viene pubblicato (avevamo una persona legata ai servizi con il nome in codice “Ecce homo”) su “Il Tempo” un trafiletto sulla scomparsa della ragazza e una lettera di Alì Agca di un anno prima indirizzata al card. Oddi, e questa lettera dice: “spero che qualcosa accadrà in futuro, qualcuno mi risponda dal Vaticano”, e dopo 3 giorni comincia la ritrattazione su un bulgaro. E nessuno ha indagato, lo racconta oggi il mitomane. Non vedono che la promessa dei due anni dei servizi si manifesta l’83? Non vedono che il 22 giugno 1983 negli stessi momenti il Papa a Cracovia sta incontrando davanti al Senato della Repubblica i membri del Senato accademico? Per questo noi abbiamo scelto quel luogo deputato. Non si accorgono che Agca racconterà anni dopo che un giudice bulgaro lo ha minacciato durante una rogatoria e che faranno altri sequestri per lui, e noi gli stessi giorni della rogatoria abbiamo già spedito una lettera da Boston dove diciamo “facciamo altri sequestri per te”, la lettera parte il 15 da Boston e il 20 lui è minacciato»

Le due ragazze non sapevano davvero i fatti, conoscevano la storia al contrario, non conoscevano i nostri nomi, le nostre reali fattezze, ma sono comunque testimoni che confermano che all’interno della Città del Vaticano è accaduto qualcosa di illegittimo, illegale e di scabroso…è questo l’imbarazzo della loro testimonianza». «Anche la Orlandi e la Gregori erano d’accordo con noi…c’era un inganno è stato un sequestro atipico, un evento moderno, sofisticato..ero un’altra persona, ma era l’unico modo in quel sistema culturale di violenze per imporsi». Perché due minorenni? «Per aumentare scabrosità…la pedofilia, la usavamo come strato di copertura alle nostre reali azioni e nello stesso tempo era un’arma di pressione in un ambiente ecclesiastico». Rispetto alla Gregori, «noi avevamo una persona nel Servizio civile della sicurezza democratica (SISDE) che ci disse che si erano recati verso la fine dell’81 a parlare con il signor Agca e gli avevano accennato che in cambio di un suo pentimento, attraverso il perdono del Pontefice ed attraverso la grazia del presidente della Repubblica Pertini, entro due anni poteva essere libero. Il termine dei due anni è l’83, quindi una cittadina vaticana per quanto riguarda il perdono papale e una cittadina italiana per quanto riguarda la grazia del presidente italiano. A lui fu fatto credere che questo sequestro fosse una trattativa per la sua liberazione, chiaramente non era vero, ma per farglielo credere noi gli dicemmo, attraverso la corruzione di un agente del penitenziario, che doveva essere la classica scappatella perché la Repubblica italiana non avrebbe mai accettato una trattativa del genere e lo sapeva anche lui, ma doveva essere occulta questa trattativa, doveva essere una scappatella e dovevano esserne a conoscenza soltanto gli inquirenti e il presidente della Repubblica che soltanto per umanità avrebbe concesso la grazia, non certo nell’83 ma probabilmente dopo il processo per l’attentato al Papa quindi verso l’87-88. Era il Pontefice che per la liberazione di una cittadina vaticana avrebbe chiesto al Presidente di concedere la grazia, si trattava solo di un ferimento in fondo».

Il fatto della Gregori entra in scena dopo un mese dal rapimento Orlandi perché «arrivò un comunicato di un non meglio identificato Turkesh che noi pensiamo essere la controparte, che proprio il giorno che noi stiamo aspettando l’elezione del nuovo ministro di grazia e giustizia Martinazzoli, sempre perché intervenivano anche sul ministero di grazia e giustizia per il discorso Antonov, per cui loro ci suggeriscono con una domanda: “Vogliamo notizie sulla Gregori”, quasi a dire “vi vogliamo favorire sul fatto di Antonov però cercate di non parlare più della Orlandi”. Noi interpretammo che dovevano spostarci dall’attenzionare la città del Vaticano sul governo italiano, tant’è che chiedemmo l’ottobre successivo l’appello al presidente Pertini».

E ancora: «Non c’era alcuna liberazione di Agca, era un bluff per i giornalisti e per gli inquirenti, lui avrebbe dovuto ritirare le calunnie e lo ha fatto rovinando il processo. Noi abbiamo disseminato tutta la nostra storia di riferimenti a Fatima, il terzo segreto non rivelato. Quando Agca nell’86 va alla prima udienza lui si esprime dicendo che l’attentato al Papa è legato al terzo segreto di Fatima e parla della crocifissione, elemento portante del segreto che non fu rivelato negli anni ’80 ma soltanto nel 2000/01. Agca conosce questo elemento, come fa a saperlo? C’eravamo solo noi in quel momento che parlavamo di Fatima. Inoltre aggiunge che se dal Vaticano mi smentiscono io non parlerò più, nel senso che se si adoperano per me io ritratto. Ha cominciato a folleggiare e noi abbiamo ottenuto che lui ha rovinato il processo». Anche a Emanuela: «ti promettiamo ragazza 375mila lire…che cifra esagerata…ma non vedete che un anagramma della data di Fatima? 3 come 13, 5 come 5 maggio e 7 come 1917. Il codice 158, 5 del 1981…non se n’è accorto nessuno».

«La prosa esasperata dei comunicati era apposita per passare come mitomani. Cari signori della Repubblica italiana voi eravate la nostra cassa di risonanza, voi dovevate dire che noi sicuramente eravamo mitomani, che non c’entravamo niente. Io non sono mai stato un sosia di Benigni, era un travestimento come tanti perché in quel momento del 1999 nel caso io fossi stato individuato da un’indagine avrebbero dovuto dire: “Ma ti pare che un sosia di Benigni potesse…”, ma ti pare che “potevano chiedere la liberazione di Agca tramite il rapimento della Orlandi”, dovevate pensare che noi -così come i comunicati roboanti, con sintassi impropria, con termini arabeggianti-, lo Stato italiano, gli inquirenti, la stampa era fuori dai giochi, era una cosa interna, sotteranea, dovevate fare un grosso disturbo per stancare la nostra controparte…non prendi la ragazzina in cambio di Agca, ma perché non è per questo, ma perché la ragazzina poi devi far credere alla controparte che possa sapere qualcosa magari riguarda ad una certa basilica, ad una certa congregazione…non era vero nulla, era tutto finto. Era un bluff, nel bluff e nel bluff.»

Rispetto i telefonisti: «quelli che si conosco è perché sono stati intercettati, erano 8-10, altri chiamavano verso utenze telefoniche che però non erano controllate. Io potrei anche dire che sono l’Amerikano, non lo dico perché non facendo chiamate di correo non voglio escludendo una figura di telefonista lasciare poi scoperte le altre e permettere l’individuazione. Ero uno dei maggiori, erano due quelli maggiori, io ero quello che chiamava in pubblico. C’è un signore, un altro telefonista che chiama in televisione e cerca di spacciarsi per i telefonisti dell’epoca…forse in questo personaggio c’è l’autore delle famose lettere anonime che sono arrivate ultimamente».

«La nostra controparte erano alcune persone dell’ambiente dell’avvocato Ortolani, alcune persone del dott. Thomas Macioce che però poi si avvalevano della conoscenza di una persona del Sisde che diede corpo al “Phoenix”, lo sapevamo già allora. Ci minacciò di dar corpo di una violenza in questa pineta. Io mi sono presentato massimamente per il fatto della pineta perché io ho avuto un’accusa mostruosa, il fatto di essere stato assolto non mi ha affatto acquietato e in trent’anni ho sempre pensato “un giorno racconterò”. All’epoca non ho raccontato la verità perché dovevo coprire certe realtà di quella pineta. Vorrei portare le indagini su chi ha condotto questo ragazzo in quella pineta in quanto il mio sospetto è che qualcuno all’interno del Sisde forse è a conoscenza, non che siano stati loro». Quelli di Phoenix «non volevano che ci rivolgessimo al Quirinale, stavamo mettendo sotto pressione oltre al Ministero di Grazia e Giustizia alcune persone del Quirinale, sopratutto della nunziatura di una certa persona che era mons. Calamoneri [Assistente della Nunziatura Apostolica in Italia, nda], in particolare modo…quindi crearono questo scherno per minacciarci, per confonderci, tra cui la famosa minaccia della pineta».

«Ho già fornito i riscontri, quali erano le cabine e cosa ci si diceva in telefonate non pubblicate. Essi dichiarano che io ero nell’azione, non posso pretendere che si creda ai miei “perché” che possono essere una mia interpretazione..se non si fanno avanti altri testimoni che confermano il racconto, ho fatto un appello rovinato dalla televisione di stato. Forse mi ritroverò da solo davanti ad una Corte d’Assise, sarà evidente che io c’ero ma il perché andrà perduto. Se fossi un assassino non mi sarei mai presentato, riconosco l’illegittimità e l’illegalità di tutto quello che abbiamo prodotto, che doveva durare appena 24 ore. Si è rovinato tutto perché la prima notte non c’era la denuncia, ci voleva quel pezzo di carta per produrlo in copia per Alì Agca, poi perché arrivarono domani delle voci che la Commissione bilaterale voluta dalla segreteria insieme allo stato italiano per esaminare i fatti dell’Istituto per le Opere di Religione non riusciva ad arrivare ad una conclusione entro il 30 giugno, questo per loro fu molto sospetto per cui decisero di tenere Emanuela oltre il 30. Poi arrivò l’appello papale, poi arrivò il signor Agca che rilanciò, dopo averle ritrattate, le accuse nel cortile della questura. E allora si andava di settimana in settimana, io ero contrario da sempre perché non pensavo che quest’insieme di persone così giovani potesse mantenere il riserbo».

In molti hanno collegato la città francese di Neauphle-le-Château, dove Fassoni Accetti dice possa aver vissuto Emanuela, con il fatto che essa fu l’ultima città in cui compì il suo esilio l’ayatollah Khomeyni, prima di lasciarla nel 1978, cinque anni prima della scomparsa di Emanuela Orlandi, per raggiungere e poi governare l’Iran in rivolta contro lo shah Reza Pahlavi. All’epoca si disse che Emanuela era stata rapita per farne scambio con la libertà per Ağca, che al tempo affermava di avere eseguito l’attentato proprio su ordine di Khomeyni. MFA nel suo blog ha spiegato: «Ho sempre dichiarato che la Orlandi aveva risieduto in questa località solo per gli anni ’84-’85».

Marco Fassoni Accetti parla in procura di Mirella Gregori, secondo la ricostruzione di Peronaci il «nucleo di controspionaggio» circuì Mirella Gregori per «esercitare pressioni» sull’allora Gendarmeria vaticana, in particolare sul un funzionario che abitava nei pressi dell’abitazione della quindicenne, Raul Bonarelli, del tutto estraneo ma che tuttavia anni dopo fu indagato per reticenza e poi prosciolto. Il ricatto (basato sulla minaccia di far balenare un coinvolgimento nel sequestro) avrebbe avuto anche ulteriori e più alti bersagli: ambienti dell’anticamera papale, monsignori polacchi e i vertici dello Ior allora guidato da Paul Marcinkus. Per attuare il «rapimento dimostrativo», Mirella sarebbe stata indotta ad allontanarsi dopo che gli organizzatori del piano le fecero incontrare «un ragazzo biondo, bellissimo», di nazionalità svizzera, cantone tedesco, che parlava poco l’italiano e la stessa quindicenne avrebbe conosciuto l’estate prima, in villeggiatura. «Si innamorò di lui e per questo non abbiamo avuto bisogno di nessuna costrizione. Hanno vissuto insieme a Roma, in affitto, zona corso Italia, fino a tutto il 1983, e poi sono andati all’estero», sostiene il superteste indagato, il quale ha riferito anche di un successivo breve incontro, dieci anni dopo, di Mirella («che si faceva chiamare Rosy») con sua madre a Roma. Prima del presunto «innamoramento», per tranquillizzarla, i sequestratori avrebbero detto alla Gregori che la sua scomparsa era «necessaria», e condivisa in famiglia, per fare pressioni sui creditori, forse usurai, che avevano prestato soldi a suo padre per la ristrutturazione del bar appena terminata.

Secondo “Il Corriere”, giorni fa, nel massimo riserbo, i magistrati avrebbero interrogato Sonia De Vito, che quel 7 maggio fu vista con Mirella in un bar vicino casa, dove si intrattennero per almeno un quarto d’ora nella toilette. L’ipotesi è che Mirella in quel frangente si sia cambiata i vestiti, per impedire che la madre, descrivendoli, mettesse gli investigatori sulle sue tracce, e che abbia lasciato quelli smessi nel bagno pubblico, o li abbia consegnati a qualcuno. Quattro mesi dopo, nel settembre 1983, i sequestratori telefonarono al bar del padre e descrissero minuziosamente gli indumenti della ragazza, compresa la marca della biancheria intima.

 

29 giugno 2013
Marco Fassoni Accetti spiega alla Procura i motivi per cui Emanuela non tornò dalla famiglia e cioè a causa di fatti «non preventivati» che fecero «precipitare la situazione». Emanuela «doveva tornare a casa in 24 ore», ma ciò fu impedito «prima perché il 23 giugno non avevamo in mano la denuncia di scomparsa da produrre in fotocopia ad Agca». E questo trova riscontro: la famiglia fu invitata a non sporgere subito denuncia al Collegio romano, nella speranza di una «scappatella». In un secondo momento, 24-25 giugno, «perché ci arrivò voce che la commissione bilaterale tra Stato vaticano e italiano per esaminare la situazione dello Ior, fissata al 30 giugno, non sarebbe arrivata a un accordo». «E’ bene tenerle», sarebbe stato l’ordine impartito da non meglio precisati ambienti agli esecutori dei sequestri.

 

24 giugno 2013
Marco Fassoni Accetti ha replicato a chi lo accusa di “mania di protagonismo” spiegando che esso «confligge con il fatto che, pur vivendo in un sistema mediatico che offre innumerevoli occasioni di apparire, io non sono mai “apparso” se non in alcuni fatti del lontano 1999, nonostante abbia avuto negli anni innumerevoli inviti a comparire in varie trasmissioni della Rai e di Mediaset. E tutto questo è documentato».

Ha inoltre criticato il comportamento del sito “Affaritaliani”: «Avevo precedentemente dichiarato presso l’emittente “Roma Uno” che insieme a me collaborò, nel 1983, una semplice fiancheggiatrice della Staatssicherheit (Stasi). Non vi erano altre connessioni con servizi d’informazione di alcun paese. E ritrovo a riassunto di questa mia dichiarazione, nel sito “Affaritaliani”, che io avrei raccontato che la ragazza non era una fiancheggiatrice ma “una bionda 007 dell’est, agente della Stasi, di nome Ulrike, la quale rapì la Orlandi”. L’aspetto grave è che vari siti hanno ripreso tale articolo con commenti derisori, dimostrando l’acriticità e la distrazione perpetrata e perpetuata, da quanti in questi siti dichiarano di cercare la verità».

 

21 giugno 2013
Il procuratore aggiunto di Roma, Giancarlo Capaldo, partecipando a un incontro nella terza edizione del Festival Trame a Lamezia, afferma: «Emanuela Orlandi è morta, ma il caso della sua scomparsa potrebbe risolversi. Finora ci sono state molte false piste e molti depistaggi. La verità sulla fine di Emanuela non si è trovata per molto tempo perché troppi temevano che dietro questa storia si nascondesse una verità scomoda».

Ha in seguito chiarito la sua posizione: «Che Emanuela Orlandi sia morta è evidente. Che altro si può pensare di una persona scomparsa che non s’è fatta mai viva con nessuno per ben 30 anni di fila? Se un magistrato pensasse che una sua inchiesta non porterà a nulla eviterebbe di proseguirla. Direi che l’ottimismo è d’obbligo in qualunque caso giudiziario affrontato con serietà. E poiché l’inchiesta da me coordinata è stata affrontata e condotta con serietà penso che si potrà arrivare a chiarire perché Emanuela Orlandi è scomparsa. Ovviamente non rispondo di ciò che a quanto pare viene detto con frequenza eccessiva riguardo “nuovi scenari” e ”soluzione imminente”. Tutto lascia pensare che troppe persone temevano che dietro questa storia si nascondesse una verità scomoda. Non necessariamente per l’ambiente clericale». Rispetto a Marco Fassoni Accetti: «Delle indagini in corso non posso ovviamente parlare. Certo, nel caso si appurasse che questo testimone volontario non la racconti giusta sarà utile capire perché è entrato in scena. Se di propria iniziativa o su stimolo di qualcuno. E il perché e il tipo di un tale eventuale stimolo. Alle verità si può arrivare anche capendo i perché degli eventuali depistaggi. Insomma, i vari “cui prodest?”».

 

20 giugno 2013
Pietro Orlandi ha spiegato: «Marco Fassoni Accetti, il supertestimone-indagato che ha fatto ritrovare il presunto flauto di Emanuela aveva come suo confessore all’istituto romano San Giuseppe De Merode l’attuale vice Camerlengo di Santa Romana Chiesa, l’arcivescovo Pier Luigi Celata che all’epoca della scomparsa di mia sorella era il segretario del premier vaticano Agostino Casaroli e come tale riceveva le telefonate sulla linea codificata 158».

Ha quindi affermato: «Chiediamo a papa Francesco di unirsi al nostro momento di preghiera in piazza San Pietro e di consegnare alla magistrature le bobine delle trattativa tra la Santa Sede e i rapitori: siamo sicuri che contengano il ricatto al Vaticano».

 

19 giugno 2013
Alla trasmissione “Metropolis” partecipano Ilario Martella, presidente aggiunto onorario della Corte di Casssazione e colui che ha indagato sull’attentato a Giovanni Paolo II, Fabrizio Peronaci e un collegamento telefonico con Marco Fassoni Accetti. Quest’ultimo spiega di essere stato «il maggior telefonista», dunque inequivocabilmente l’Amerikano e sottolinea al giudice che il 25 giugno 1983, giorno della sparizione di Emanuela, su “Il Tempo” appare una lettera di Alì Agca al Vaticano, risalente il 24 settembre 1982. Secondo Fassoni Accetti è un messaggio ad Agca, il quale tre giorni dopo (28/6/83), cambierà per la prima volta versione.

Rispetto al rapimento Orlandi spiega: «era un sequestro ma fatto con l’inganno, facendole credere che il padre era sotto ricatto per certi comportamenti per i quali era assolutamente estraneo ed innocente, aveva indirettamente potuto collaborare con i fatti dell’attentato». Rispetto all’incontro tra la madre della Gregori e Mirella sarebbe stato all’inizio dell’inverno del 1993, «c’era un motivo gravissimo per cui le abbiamo fatte incontrare: la signora Gregori, a nostro avviso, non aveva realmente vissuto il fatto del sovrastante Bonarelli per il fatto che costui non si accompagnava tanto tempo presso le sedie di quel bar, c’era qualcosa che ci insospettì molto come se qualcuno potesse averglielo riferito. Quindi stava portando molto pericolosamente l’attenzione sull’ex Gendarmeria che era estranea, ma alcune persone alcune persone erano a conoscenza e per timore o chissà per cos’altro potevano cedere di fronte ad un evento del genere, per cui si cercò questo incontro che all’inizio doveva essere soltanto con l’esibizione di materiale fotografico che però poi la signora poteva anche non riconoscere. Fu impervio, difficilissimo: la signora fu avvicinata da una ragazza, pensava ad una truffa per anziani, noi pensavamo potesse finire tutto quel giorno…ed invece accadde. Ed era soltanto perché la signora doveva assumere certi comportamenti, il fatto che poi non lo racconterà in seguito come dice la figlia, io lo interpreto come un voler proteggere la figlia. Mirella le raccontò che non era esistito nessun sequestro o di possibili mitomani, che la sua era stata una fuga d’amore, la madre avrebbe dovuto perdonare. La madre non le aveva creduto e quindi penso che abbia sospettato un possibile pericolo per lei e per questo motivo può aver taciuto».

Ha quindi detto di essersi pentito per quelle azioni, non le rifarebbe ma non furono cruente, «noi avevamo come 16 ragazze, avremmo dovuto ucciderle tutte per tacitazione testimoniale. C’era una compagna di scuola della Gregori, c’era una amica della Gregori, c’era un’altra compagna del Convitto della Orlandi, c’erano altre due amiche». Si è presentato solo ora perché «io non voglio presentarmi in Corte d’Assise da solo, non faccio chiamate di correo ma ho fatto degli appelli che prima era inverosimile poter produrre in quanto avevamo l’ex prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, in cui poche..una o due persone ne facevano parte, prima ancora c’era Wojtyla. Ora con questo nuovo papato io potrei avere una piccola speranza che il mio appello possa essere accolto». Ed infine: «lo stato della Città del Vaticano è completamente estranea nei suoi vertici, nella sua politica, nella sua religiosità, erano pochissimi ecclesiastici che operavano come una sorta di camarilla per influenzare l’allora Consiglio per gli affari pubblici della Chiesa. Nessun servizio segreto, di nessun Paese ma noi ci avvalevamo della partecipazione della Stasi di soli due membri in Roma che facevano una sorta di fiancheggiamento. Era una ragazza e un ecclesiastico, che non erano agenti ma all’epoca si diceva persone di “informalità”. Era un fiancheggiamento per respingere le calunnie, era sempre un fatto di controspionaggio per evitare che certi circoli occidentali, diciamo, potessero forviare le attività ecclesiastiche allora si faceva quel minimo intervento».

Alle accuse di Martella di non portare riscontri, MFA spiega che portarono Emanuela a Villa Lante per far credere che a scegliere il posto fosse stata Claire Sterling (giornalista americana, anticomunista che accusava dell’attentato al Papa i servizi segreti bulgari per conto dell’Unione Sovietica), «che abitava proprio accanto a Villa Lante», per far credere che facesse parte di questo sequestro. «Quando scegliemmo la chiesa di Santa Francesca Romana nel 1983, chiedo scusa al giudice Martella io ero contrario a questa minaccia nei suoi confronti, si chieda il giudice se il nome Francesca Romana se può essere riconducibile alla sua persona o qualcuno vicino a lei». Il giudice replica: «Lei è veramente bravo, un bravo mistificatore, il nome a cui fa riferimento semmai doveva essere un altro». MFA chiude: «era un codice per ricordare un altro nome. Ci sono dei codici e in trent’anni voi non siete riusciti mai a comprendere nulla perché noi ci chiudevamo nei codici».

 

12 giugno 2013
Durante la trasmissione “Chi l’ha visto” la governante di casa Garramon, Martha, ha riconosciuto in Marco Fassoni Accetti un fotografo che un mese prima dell’incidente al piccolo José si sarebbe recato alla loro abitazione per consegnare delle foto dei bambini.

Dal suo blog MFA ha replicato: «Non mi sono mai assolutamente recato presso l’abitazione della famiglia Garramòn e mi sembra sorprendente il fatto che la domestica della suddetta famiglia racconti come nel ’83, un mese prima dell’incidente un qualcuno abbia bussato alla loro abitazione qualificandosi come fotografo che avrebbe dovuto consegnare delle foto dei bambini. E la stessa domestica non si sia allarmata che questi potesse essere un malintenzionato e non ne avesse fatto menzione ai propri datori di lavoro, non nel giorno stesso né nei giorni susseguenti l’incidente e durante le indagini, tenendo conto che fu interrogata sia dai carabinieri, sia dal giudice istruttore. Costei, sulla sola informazione che io sia un fotografo, riesce a ricostruire dopo trent’anni sia il presunto episodio dell’uomo che si qualifica come fotografo e addirittura il volto».

 

17 maggio 2013
Il giornalista Pino Nicotri ha sottolineato come la trasmissione “Chi l’ha visto” diffonda informazioni sbagliate su fatti importanti riguardanti Emanuela Orlandi, nonostante abbiano dimostrato di conoscere i fatti come realmente si svolsero.

 

06 giugno 2013
Marco Fassoni Accetti risponde e chiarisce, sul suo blog, diverse accuse mossegli dal programma “Chi l’ha visto?” : «Quando inizialmente mi recai in Procura il 27 marzo 2013 dichiarai che mi presentavo principalmente per chiarire il fatto dell’investimento occorsomi nella pineta di Castel Porziano. Avevo patito all’epoca ingiuste ed abominevoli accuse e la conseguente assoluzione non mi aveva affatto acquietato e volevo chiudere moralmente quel caso, che all’epoca non potevo delucidare pienamente in quanto avrei dovuto motivare la mia presenza in quell’area. Ed ora, per farlo, dovevo necessariamente mettere il suddetto fatto in rapporto alle scomparse Orlandi – Gregori, rivelarne la consustanzialità. Auspicavo, attraverso un appello rivolto a certi ecclesiastici ormai in pensione, il loro presentarsi e contribuire con la testimonianza, coscienti che non si trattò di fatti ferali. Era l’appropriato momento storico, con l’elezione di un Pontefice non curiale, per sperare che in certi contesti venissero meno certe difese. Tutto questo risulta essere nel primo verbale firmato presso il giudice G. Capaldo. In seguito, per dar vigore all’appello, necessitavo d’un momento mediatico quale il ritrovamento del flauto, ed alla redazione della trasmissione di Rai 3 spiegai minuziosamente quanto raccontato in Procura e sopra esposto. Per tutta risposta questi autori hanno omesso il dire che la mia prima intenzione fosse quella di riaprire il caso della pineta e all’interno della puntata, ingannando i telespettatori, hanno fatto credere che, indagando sui miei trascorsi, fossero stati loro ad aver “scoperto” la vicenda dell’investimento».

MFA avanza dei sospetti per spiegare questo comportamento della trasmissione: «La redazione di questa trasmissione ha un rapporto di collaborazione con le forze dell’ordine, per ottenere informazioni e quant’altro sui casi trattati. Ed io, apportando nuovi elementi, chiedevo d’indagare su chi potesse aver vergato il comunicato del Phoenix– Sisde, che indicava in una pineta il luogo dove si sarebbe manifestata la loro esecuzione nei confronti della nostra parte. Ritengo verosimile la possibilità che nella redazione abbiano ricevuto un “consiglio” da parte di una qualunque autorità ad investire un solo singolo di tutte le responsabilità del caso Orlandi – Gregori, recidendo ogni legame con lo Stato e non ledendo l’onorabilità dell’allora Servizio d’Informazioni della Sicurezza Democratica (Sisde). Ed ecco quindi le inverosimili coperture: “Costui ama apparire”, la mitomania, pedofilia, assassinio, “La sua credibilità è meno di zero”. Censurando quanto avevo loro dichiarato e non considerando quanto potevo aver detto agli inquirenti».

Fassoni Accetti cita anche degli elementi di sospetto coinvolgimento di persone in rapporto con Sisde: «1) Josè Garramòn era figlio di un “diplomatico” della Fao. Diplomatico come nella promessa fatta a Mehemet Alì Agca di liberarlo con il sequestro di un diplomatico. 2) Garramòn era uruguyano, nazione feudo dell’avvocato Umberto Ortolani, i cui uomini erano la parte a noi opposta (l’avvocato aveva in Grottaferrata una villa. A futura spiegazione) 3) Abitava in viale dell’Aeronautica all’Eur, nei pressi dell’abitazione del signor Enrico de Pedis. 4) Josè Garramòn frequentava il mio stesso collegio St. George School, sito sulla via Cassia, dove io feci le scuole elementari. 5) L’incidente s’è verificato vicino alla villa del giudice Santiapichi, presidente del primo processo ad Agca per l’attentato al Papa ed in predicato per essere il presidente della Corte d’Assise del secondo processo per l’attentato al Pontefice. 6) Esattamente un mese prima, alla fine di novembre (e questo è agli atti) io ed una ragazza, mia coetanea e collaboratrice, fermammo in corso Vittorio Emanuele un dodicenne che avremmo dovuto coinvolgere in una sua presunta testimonianza contro un membro della curia. La stessa età di Josè Garramòn. 7) In quella medesima pineta, precedentemente si erano verificati degli episodi che al momento non posso rivelare in quanto coperti da riserbo istruttorio (episodi che la stessa Sabrina Minardi rievoca pur trasfigurandoli)».

Si discolpa del rapimento di José Garramon sospettato dalla trasmissione televisiva: «sono io a raccontare, la notte dell’arresto, ai carabinieri, di aver incrociato la strada percorsa dal ragazzo il quale era avviato verso la propria abitazione». Inoltre ha spiegato varie motivazioni per cui era poco opportuno un tale rapimento, anche perché è stato accertato che il furgone viaggiava a 60km/h quando lo ha investito e il corpo del bambino è stato ritrovato sul ciglio della strada («che in qualche modo stava per traversare» si legge nella sentenza), tutti elementi poco concordanti con la tesi che l’investitore fosse stato anche il rapitore. Anche perché «non sono state rilevate impronte digitali del ragazzo all’interno del furgone. All’interno del quale non ero solo, ma in compagnia di una ragazza. Tra l’altro, in quei tempi, ero sempre accompagnato da ragazze per motivi di copertura». «Io non ho mai dichiarato che qualcuno potesse aver spinto il ragazzo sotto le mie ruote», ha spiegato. «Questo lo trovo alquanto improbabile. Ho chiesto solo d’indagare sulla sua presenza più che sospetta in quella pineta».

MFA ha anche risposto alle accuse di aver fotografato “una ragazza morta dentro una bara” come si vede nel suo sito web e ha anche toccato l’accusa di pedofilia ricevuta, pubblicando un estratto della sentenza di Corte d’Assise che la smentisce. Gli adolescenti che ha contattato per fotografare «avevano sempre al loro seguito le famiglie che avrebbero poi dovuto firmare la liberatoria necessaria per la pubblicazione dell’opera stessa».

Essendo emerso che Fassoni Accetti è stato sosia di Roberto Benigni, ha voluto chiarire anche questo aspetto: «Nel 1998 e 1999 ricevetti minacce telefoniche di uno sconosciuto che pretendeva la restituzione di materiale fotografico che a suo dire lo avrebbe ritratto durante determinate azioni negli anni precedenti, e che sempre a suo dire io avrei seppellito nel 1986 in una certa località. Località nella quale veramente mi ero recato con uno dei due idealisti turchi, presenti nel processo per l’attentato al Papa. Credetti di riconoscere in quella voce telefonica una persona vicina agli ambienti di Monsignor Bruno della diocesi di New York. Era l’anno 1999 in cui il regista Roberto Benigni aveva vinto l’Oscar ed io in una di queste telefonate di minaccia risposi al telefonista di aver compreso la sua identità e dicendogli che mi sarei presentato nella trasmissione Rai “Domenica In”, dove presentandomi come sosia di Benigni mi sarei attribuito il suo nome, il nome di colui che mi stava minacciando, ma che in verità non conoscevo. Simulavo. Utilizzai invece il nome Alì (Agca, che spara) Estermann (il comandante delle Guardie Svizzere, che muore). Dopodiché mi recai in New York dove cercai di far pressioni nell’ambiente della suddetta diocesi e presso alcune conoscenze di Mons. Cheli, spacciandomi direttamente per l’attore in questione, affinché l’interesse della stampa locale ed italiana avrebbe ancor più accentuato le stesse pressioni. Non sono mai stato un “sosia” di Benigni, era un travestimento. Una iperbole come anche chiedere la liberazione di Agca in cambio della Orlandi, il fermare la stessa davanti al Senato, l’aver usato Mario Appignani – alias Cavallo Pazzo, e le sovrastrutture “gotiche” ed i riferimenti al terzo segreto di Fatima inseriti nei codici e nei comunicati. Per comprendere quest’uso inconsueto e spregiudicato di creare tali coperture bisognerebbe, credo, superare la limitatezza di un certo provincialismo che caratterizza noi italiani. Adoperando non solo l’iconografia, ma anche l’iconologia, la scienza che studia l’interpretazione dei segni e del loro inserimento in un contesto. Vi furono comunque, per necessità d’azione, anche travestimenti come da sacerdote, agente di Pubblica Sicurezza ed altro».

Ha poi accennato ad un telefonista anonimo mandato più volte in onda da “Chi l’ha visto?”, «che già da alcuni anni contatta la loro redazione. Costui cerca d’imitare il mio modo di parlare quando all’epoca eseguivo le telefonate. Credo di riconoscere nella sua voce la stessa persona che mi minacciò nel ’98. Forse un tentativo di arrecare disturbo al mio l’appello nei confronti dei sodali del tempo. Forse è sempre lui ad aver scritto le due lettere anonime che minacciavano le ragazze testimoni, lettere che riconducono ai codici da noi adottati negli anni ‘80 ed al mio stilema fotografico».

 

29 maggio 2013
Durante la trasmissione “Chi l’ha visto” si prosegue a suggerire il coinvolgimento di Marco Fassoni Accetti nel rapimento del piccolo José Garramon. Si informa anche che nell’interrogatorio alla moglie di Fassoni Accetti, dopo il 20 dicembre 1983, si scopre che la donna è stata a Boston (USA) presso l’abitazione del fratello, dal 2 agosto al 10 novembre 1983, ininterrottamente. Effettivamente l’8 maggio 2013 Fassoni Accetti ha rivendicato la paternità delle missive spedite da Boston nel settembre-ottobre 1983. Marco Accetti ha precisato in Procura che nell’estate di trent’anni fa una «ragazza», militante come lui nel «nucleo di controspionaggio» avrebbe sequestrato la Orlandi, e si trasferì a Boston «nell’ambito della stessa operazione». La «moglie» e la «ragazza» erano quindi la stessa persona? «Sì», risponde senza esitazioni al Corriere della Sera il supertestimone indagato.

Il 31/05/13 la collaboratrice di Marco Fassoni Accetti, Dany Astro, diffonde un comunicato nel quale scrive: «Nessuna lettera firmata Phoenix è stata mai spedita da Boston. Si tratta di lettere che sono state scritte da una ragazza a Roma e spedite da un’altra ancora da Boston. Marco, che non fa mai chiamate di correità, non ha mai dichiarato a nessuno che si trattasse dell’allora sua moglie diciottenne. Inoltre, lui personalmente non ha mai dichiarato che lei si trovasse in quel periodo a Boston. A farlo è stata la sua ex consorte quando è stata interrogata per i fatti della pineta, e questo figura nei verbali». Lo stesso Marco Accetti precisa: «Le lettere firmate Phoenix le scriveva una ragazza sotto dettatura in Roma, e un’altra le spediva da Boston. Delle due ragazze non ho mai fornito le generalità e a loro mi appello affinché si presentino per fare testimonianza e chiarezza. Il cosiddetto Phoenix non scrisse alcuna missiva da Boston e comunque non eravamo noi».

Durante la trasmissione si informa anche che un telefonista anonimo ha chiamato la redazione del programma televisivo, dice questo: «Non sono né uno sciacallo né un mitomane. Sono il telefonista del 2008 nonché del 1983…settembre. About Mirella Gregori….Vorrei che comunicaste quanto segue alla signora Maria Antonietta..che presto andrò a trovarla personalmente al bar (…) per riferirle quanto so sullo sparimento…sulla sparizione, padron…di sua sorella. Distinti saluti». L’uomo è lo stesso che ha chiamato la trasmissione il 04/05/11 e non il 2008, come ha invece detto. Marco Fassoni Accetti ha commentato il 6 giugno 2013: «Durante le trasmissioni hanno sovente mandato in onda la voce di un telefonista anonimo che già da alcuni anni contatta la loro redazione. Costui cerca d’imitare il mio modo di parlare quando all’epoca eseguivo le telefonate. E la redazione stessa allude al pubblico che questi sarei io. Credo di riconoscere nella sua voce la stessa persona che mi minacciò nel ’98. Forse un tentativo di arrecare disturbo al mio l’appello nei confronti dei sodali del tempo. Forse è sempre lui ad aver scritto le due lettere anonime che minacciavano le ragazze testimoni, lettere che riconducono ai codici da noi adottati negli anni ‘80 ed al mio stilema fotografico»

 

28 maggio 2013
Marco Fassoni Accetti scrive a Pino Nicotri: «Sono ben tre puntate che la nota trasmissione Rai manda in onda il suo filmato di ricostruzione, che mostra come il bambino dell’incidente della pineta stia correndo fuggendo innanzi al furgone che lo insegue. Le invio l’estratto della sentenza di Corte d’Assise che descrive come contrariamente il bambino “in qualche modo stava per traversare”. Tenendo conto che la redazione di detta trasmissione possiede la sentenza appena citata, se ne deduce che tale filmato di ricostruzione è una falsificazione. Una contraffazione per farmi apparire un assassino solitario e far venir meno i legami che la vicenda Orlandi – Gregori possono aver avuto con lo Stato. Con questo e molti altri elementi da me già prodotti la trasmissione in questione dovrà pagare in causa civile i denari dei contribuenti italiani. Inoltre continuano a mandare in onda la dichiarazione della madre del bambino che racconta di un dottore che le avrebbe comunicato che lo stesso morì sull’autoambulanza, mentre i verbali raccontano che l’equipaggio medico non aveva alcuno strumento per constatare la condizione in vita o in morte dell’investito quando questi giaceva sul ciglio della strada. Questa trasmissione, mentendo manca di rispetto verso la ricerca di ogni verità e verso il suo stesso pubblico». Effettivamente la sentenza esclude l’investimento volontario, la morte di Josè per mancato soccorso da parte dell’investitore e, infine, la pratica della pedofilia da parte di MFA.

A palazzo di giustizia, si informa nell’articolo, ha suscitato un po’ di sorpresa il fatto che l’avvocato Maria Calisse, legale di MFA è lo stesso che hanno avuto sia la “supertestimone” Sabrina Minardi e della giornalista di “Chi l’ha visto?”, Raffaella Notariale, per la querela intentatale dai familiari di De Pedis.

 

23 maggio 2013
Gli esperti della scientifica hanno accertato la presenza di oltre 40 reperti biologici sul flauto fatto ritrovare da Marco Accetti, ma le loro dimensioni, ed il livello di logorio, non consentono una comparazione con il dna di Emanuela. Devono essere conclusi quelli sul rilevamento di impronte digitali.

 

22 maggio 2013
Durante la trasmissione televisiva “Chi l’ha visto” si confrontano i percorsi realizzati da Marco Fassoni Accetti e il piccolo Josè Garramon la sera del 20 dicembre 1983, quando il primo investì e uccise il secondo. Secondo la trasmissione ci fu un momento in cui entrambi si incrociarono nello stesso punto in zona Eur alle ore 19 mentre Josè tornava a casa, suggerendo che l’uomo è anche il rapitore del ragazzo oltre che il suo involontario (secondo la sentenza) assassino. Si ipotizza anche che Fassoni Accetti sia l’Americano.

Sul sito web Notte criminale appare un’intervista a Marco Accetti il quale spiega: «Mi sono presentato in questo momento storico dinnanzi ai magistrati poiché con un nuovo pontefice non curiale potrebbe esserci la possibilità che alcuni personaggi ecclesiastici possano avere meno resistenze nel presentarsi alla Procura mettendola al corrente di fatti che non erano assolutamente cruenti come contrariamente si narra. Ho fatto rinvenire il flauto per avere un momento mediatico nel quale evidenziare l’appello. La motivazione della mia richiesta era quella di avere chiarimenti in merito all’incidente del 1983 nel quale fui condannato per omicidio colposo. All’epoca non potevo chiarire, in quanto avrei dovuto mettere l’ episodio in relazione ad altri eventi, tra cui il caso Orlandi – Gregori. Quella pineta era un’area nella quale avevamo delle intenzioni nei confronti del giudice Santiapichi, doveva diventare presidente del processo d’appello ad Antonov, ma questo avrebbe consolidato le calunnie di Agca ai Bulgari, noi invece volevamo che il Turco ritrattasse per salvare gli equilibri politici tra est e ovest. Il nostro obiettivo era Arianna, la figlia del magistrato». Alì Agca, prima del 20 dicembre 1983, «ricevette un messaggio nel quale si parlava del sequestro del figlio di un diplomatico. Vicino alla casa di Garramon – all’eur, in via Vittorini – abitava De Pedis». Parla poi dell’incidente nella pineta di Castel Porziano: «Due mesi prima il servizio per le informazioni della sicurezza democratica (Sisde) occultato in un gruppo denonimato Phoenix ci indirizzò un comunicato le cui minacce si sarebbero dovute verificare in una “pineta”. Per una minaccia di morte si possono immaginare luoghi meno peregrini che non l’uso di una pineta, (ad esempio in una colata di cemento, “suicidio” in casa). Ma una pineta è un riferimento troppo specifico. Ecco un altro indizio: quel ragazzino abitava vicino alla casa di Enrico de Pedis all’eur. Era figlio di un diplomatico. Ecco un diplomatico. Proprio così come nella promessa iniziale fatta ad Ali Agca della possibilità di liberarlo con il sequestro di un diplomatico, per l’appunto. Jose G. frequentava le scuole medie nello stesso collegio sulla Cassia che tra l’altro frequentai anche io. In particolar modo il ragazzino aveva la stessa età di un altro minorenne, Stefano G., fermato in Corso Vittorio Emanuele II, a fine novembre, esattamente un mese prima, con l’intenzione di fabbricarne una finta testimonianza di adescamento sessuale nei confronti di un ecclesiastico a noi avverso. Io mi trovai ad investire questo ragazzo, ma non ho mai potuto spiegare la presenza dello stesso in questa pineta tenendo conto che l’indomani era anche un giorno particolare: l’uscita dal carcere di Serghei Antonov, per recarsi ai domiciliari. Non poteva trattarsi di un mio omicidio volontario perché per la giuria della Corte d’assise non vi era alcuna possibilità tecnica che rimandava all’ipotesi della volontarietà. Le perizie stabilirono che il furgone correva alla velocità di 70 km orari, una velocità eccessiva per rincorrere qualcuno. E non furono riscontrate impronte del bimbo e ne altro». Rispetto alle ipotesi di Chi l’ha visto nei suoi confronti spiega: «Non contattavo per il mio lavoro solo ed esclusivamente gli adolescenti, ma donne, uomini e anziani. Le mie opere sono visibili nel sito. E tutti i minorenni avevano un’autorizzazione dai propri genitori che tra l’altro erano presenti nell’esercizio delle mie funzioni. Possiedo le agende con i numeri di telefono che cominciano dagli anni’ 70 e ho anche tutte le liberatorie. Mi sono rivolto alla trasmissione televisiva per riportare all’attenzione della Procura il caso del piccolo Josè G. Ho chiesto al giudice Capaldo di indagare su chi mai avesse redatto e ideato quel comunicato del Sisde. E tutto questo venne riferito da me alla redazione della nota trasmissione televisiva. Ma i filmati sono stati censurati e non portati a conoscenza del pubblico. La trasmissione si limitò nel parlare esclusivamente dei primi sospetti concernenti la prima fase istruttoria anziché delle conclusioni scaturite dal dibattemento”».

 

19 maggio 2013
Rita di Giovacchino intervista Marco Fassoni Accetti, il quale afferma: «Sono stato in carcere 2 anni e bollato da accuse infamanti. Fu un incidente stradale, l’auto procedeva a 70 km orari, l’ipotesi dell’inseguimento ventilato da una trasmissione televisiva è insensata. Non so perché il ragazzino si trovasse lì, so perché mi ci trovavo io. Voglio parlare del capitolo Pineta, è la chiave di tutto. Noi cercavamo di dare una mano a un piccolo gruppo di prelati che cercava di opporsi alle iniziative di Wojtyla. Lì vicino c’era la casa del giudice Santiapichi, doveva diventare presidente del processo d’appello ad Antonov, ma questo avrebbe consolidato le calunnie di Agca ai Bulgari, noi invece volevamo che il Turco ritrattasse per salvare gli equilibri politici tra est e ovest. Il nostro obiettivo era Arianna, la figlia del magistrato». E ancora: «Non parliamo di Vaticano, facevo controspionaggio per conto di un piccolo nucleo di preti e monsignori, l’ala progressista che cercava di ostacolare la politica dello Ior. Ero legato a monsignor Pierluigi Celata, direttore dell’istituto San Giuseppe, che si trova a piazza di Spagna, che frequentavo. Era il mio direttore spirituale. La scuola è vicina all’ingresso delle Sorelle Fontana. Quando si scrive Sorelle Fontana, si deve leggere Celata, quando si parla di Sala Borromini, si indica Francesco Pazienza che abitava alle spalle della Chiesa nuova dove incontrava i suoi amici della Magliana. I codici sono importanti nelle operazioni camuffate. Tra l’Istituto San Giuseppe e le Sorelle Fontana c’era il tabernacolo dove il 5 ottobre è stato deposto un messaggio accompagnato da due proiettili calibro 357 magnum. Se aggiunge due volte 1 vien fuori la data dell’apparizione della Madonna di Fatima 13 maggio 1915, lo stesso gioco va fatto con la cifra indicata a Emanuela: 375 mila lire. Un messaggio all’éntourage polacco. Perchè uno come De Pedis si mette in bella vista davanti al Senato, parcheggia di traverso una Bmw? Ecco, vedete, sono io, la Banda della Magliana, vogliamo i nostri soldi. C’era ben altro. Come si chiamava Celata? Pierluigi. Che Celata facesse pressioni su Pazienza perché agisse su Marcinkus non sono stato io a raccontarlo ma lui, molti anni dopo, nel suo libro “Il disubbediente”. Per essere un pedofilo mitomane non è che sapevo in anticipo un po’ troppe cose? Mettono la foto di Benigni, mi definiscono il “sosia”. Ah, ah, questo è l’uomo che sa tutto! Sono stato io a inventare il gioco». Ed infine torna sul piccolo José Garraomn: «Il giorno dopo ad Antonov sono stati concessi gli arresti domiciliari e Acga ha cominciato a ritrattare le accuse. Mettiamo in fila le date: il 20 dicembre 1983 vengo arrestato, il 21 Antonov esce, il 27 Wojtyla incontra Ali Acga in carcere. Prima che tutto ciò accadesse il Turco ricevette un messaggio in cui si parlava del sequestro del figlio di un diplomatico. Ma quello che mi colpì è il messaggio indirizzato a Pierluigi e Mario: “Finirete a far concime nella pineta”. Chi lo sapeva della pineta? Lo sa che De Pedis in quel periodo abitava all’Eur (via Vittorini ndr), a cento metri dalla casa dei Garramon?»

 

18 maggio 2013
Fabrizio Peronaci riporta sul Corriere della Sera alcune dichiarazioni di Marco Fassoni Accetti, secondo cui il «nucleo di controspionaggio» di cui avrebbe fatto parte -un «ganglio» formato da agenti segreti, malavita romana e prelati («officiali maggiori di seconda classe, consiglieri e uditori di nunziatura», precisa)- si occupò della «gestione» di Ali Agca: per trasformarlo in un volto noto alla sicurezza vaticana, tale da potersi avvicinare alla Papamobile senza destare sospetti, Agca (accreditato come «studente») viene invitato ad alcune udienze del pontefice nella primavera del 1981. Effettivamente si sa della presenza (con foto) di Agca nella chiesa di San Tommaso d’Aquino, a pochi passi da Wojtyla, il 10 maggio 1981. L’«impiego» del suo gruppo e i relativi contatti «di copertura» con il Lupo grigio erano finalizzati «a limitare le conseguenze dell’azione di piazza San Pietro a un gesto intimidatorio», magari solo qualche revolverata in aria ma senza uccidere il Pontefice. Secondo Fassoni Accetti il papà di Emanuela, Ercole Orlandi, messo della prefettura pontificia, si occupava proprio degli inviti alle udienze papali e quindi poteva essere ricattabile per l’«accesso non controllato» (a sua insaputa) del futuro attentatore. Per Mirella, invece, l’«aggancio» sarebbe nato dalla conoscenza con una «talpa» vaticana, mentre l’arma di pressione sarebbero stati i forti debiti contratti dal padre per la ristrutturazione del suo bar vicino la stazione Termini. Tra coloro che pedinarono i possibili «obiettivi» c’era «un idealista turco, il suo nome è agli atti, non è difficile identificarlo», giura il superteste. Un giovane straniero – moro, altezza media, tipici tratti mediorientali – effettivamente seguì per settimane, ogni mattina, la figlia dell’aiutante da camera di Giovanni Paolo II sul bus 64 che la portava a scuola, prima che i rapitori cambiassero bersaglio e puntassero Emanuela.

In seguito a questo articolo Fassoni Accetti scrive a Pino Nicotri: «Mi dispiace entrare in polemica con il giornalista Fabrizio Peronaci, una persona certamente onesta, ma che con questo suo ininterrotto ed inopportuno flusso di articoli rischia di disturbare l’attività degli inquirenti nonché minare la mia stessa attendibilità, generando nei lettori un possibile disorientamento. Peronaci ha assistito ad una mia lunga conversazione con Pietro Orlandi e della stessa riporta alcuni stralci, in modo riduttivo e a volte malamente. Io e i miei sodali dell’epoca non abbiamo mai organizzato alcun attentato al Pontefice, ma ne eravamo solo a conoscenza e ne sfruttammo limitatamente alcuni aspetti. Questo dichiarai nelle prime udienze con il Giudice Giancarlo Capaldo e questo risulta negli atti della sua istruttoria. Chiedo all’amico Peronaci di considerare la possibilità di astenersi dall’apportare nuovi elementi che in questo momento, non potendo lui approfondirli, non possono che generare confusione, nell’attesa che la procura faccia chiarezza su quanto e si pronunci».

 

17 maggio 2013
Pino Nicotri critica una recente intervista all’ex magistrato Ilario Martella, il quale da sempre sostiene la pista bulgara per l’attentato a Wojtyla e la pista dei Lupi Grigi turchi per il “rapimento” di Emanuela realizzato per barattarla con la liberazione di Agca. Ha anche citato il suo libro “Mistero Vaticano” in cui ha citato quel che emerse dall’inchiesta del giudice Rosario Priore sull’attività di depistaggio dei servizi segreti della Germania dell’Est. Gunther Bohnsack, ex colonnello della Stasi, aveva dichiariato a Priore che avevano realizzato una falsa lettera firmata dal leader politico tedesco occidentale, Joseph Strauss, e indirizzata al colonnello turco Arsaplan Turkesh (ideologo del “Lupi grigi”). Il tutto con lo scopo di coinvolgere la Repubblica Federale di Germania con l’attentato a Giovanni Paolo II. Nicotri ha telefonato a Boshnack il quale gli ha detto che loro erano gli autori dei comunicati firmati “Turkesh” durante il caso Orlandi: «A fabbricare quei komunicati era il mio ufficio. Ci divertivamo a scriverli in un italiano molto scorretto. Abbiamo fabbricato noi anche i comunicati firmati Phoenix e altri con firme che ora non ricordo. Cercavamo così di aiutare i bulgari assurdamente accusati per l’attentato di Agca».

In realtà questa citazione è contenuta nel suo secondo libro, nel suo libro Emanuela Orlandi: la verità, pag. 109, dove però non viene citata la sigla Phenix: «Si, li facevamo noi, insieme a colleghi dei servizi segreti bulgari che incontravamo qui a Berlino». Anche per le missive spedite da Boston? «Si, abbiamo usato varie firme anche se non ricordo l’elenco preciso. E poi più si parlava di America, comunicati dall’America e complici in America, meno si parlava della Bulgaria, no?» (telefonata del 3/7/02 citata in Emanuela Orlandi: la verità, pag. 109). In ogni caso rispetto a Phoenix è stato Pietro Orlandi a riferire che Giulio Gangi, ex agente del SISMI, gli ha riferito c’erano loro, cioè i servizi segreti italiani, dietro Phoenix. Tuttavia nei commenti sotto l’articolo Nicotri afferma: «Gangi NON ha mai detto ciò che gli viene stranamente attribuito. Anche perché, come ho ampiamente scritto, i comunicati Phoenix, Turkesh, ecc, erano fabbricati dal X Dipartimento della Stasi a Berlino Est, ufficio diretto dall’allora colonnello Guenter Bohnsack». Il 30 maggio 2013 Nicotri informa di aver consultato Gangi il quale gli ha risposto: «Mi sono limitato a dire “Boh, forse sono i nostri che cercano di muovere le acque” quando si seppe della prima lettera firmata Phoenix. Oltretutto, io al Sisde ero già stato allontanato dalle ricerche riguardanti Emanuela».

In un’intervista al “Corriere”, Fassoni Accetti svela cosa si celasse dietro al messaggio del novembre 1983 in cui si parlava di una “cittadina soppressa il 5-10-83”: «Nell’ambito delle pressioni da noi esercitate per la restituzione dei soldi del crack Ambrosiano, che avrebbe segnato la fine politica del presidente dello Ior Marcinkus, e che effettivamente si realizzò con gli accordi di Ginevra del maggio 1984, ci ispirammo a un incidente domestico in cui perse la vita una donna, Paola Diener. Lo scopo era intimidatorio». Effettivamente il 5 ottobre 1983 Paola Diener morì fulminata sotto la doccia.

 

15 maggio 2013
Sul Corriere della Sera si informa che i magistrati stanno procedendo a verificare la voce (timbro, estensione, intensità) di Fassoni Accetti paragonandola a quella dell'”Americano” e e di “Mario“, proprio lui infatti si è autoaccusato di aver avuto il doppio ruolo di «ideatore del rapimento e telefonista».

Durante la puntata di “Chi l’ha visto” viene intervistata la madre di José Garramon, il bambino investito e ucciso da Marco Fassoni Accetti alcuni mesi dopo la sparizione di Emanuela Orlandi. Secondo Accetti questo caso sarebbe una punizione nei suoi confronti (gli avrebbero buttato sotto le ruote questo bambino) per aver avuto a che fare con il sequestro di Emanuela. La madre dice anche che il medico dell’ambulanza che soccorse il bimbo la notte del 20/12/83 le disse che lo trovarono vivo e morì in ambulanza. Fassoni Accetti ha invece recentemente affermato che dopo l’impatto ne aveva constatato la morte.

 

14 maggio 2013
Marco Fassoni Accetti invia un’e-mail al giornalista Pino Nicotri dove scrive: «Il signor Pietro Orlandi ed io avevamo prodotto, in tempi e modalità diverse, un appello a membri della comunità ecclesiale affinché si presentassero alle autorità competenti per renderle edotte su fatti che riconducono alla cosiddetta scomparsa Gregori – Orlandi. Questa aura nera di presunta pedofilia, dolosamente creata, non può che inibire prevedibilmente i suddetti ecclesiastici a comparire. Domani, mercoledì 15 maggio i ratti della disinformazione e manipolazione continueranno forse la loro opera d’intimidazione nei confronti d’ogni eventuale testimone. Sono tre le date e le circostanze su cui potrebbero intervenire falsificando: estate 1979marzo 1982inverno 1996. Erano episodi attinenti alle attività per cui è processo istruttorio, assolutamente conosciuti dal Giudice Dott. Capaldo. Comunque sia, questo pseudo – servizio pubblico è stato già diffidato dal mio legale. Eventuali cause, penali e civili, li vedranno dover pagare i denari dei contribuenti italiani». Il supertestimone si rivolge con queste parole probabilmente al programma televisivo “Chi l’ha visto” e intende dire che vennero fatti appelli in tempi diversi ma non in comune con Pietro Orlandi. Non si capisce se i due si conoscessero già prima del momento in cui Fassoni Accetti ha deciso di comparire pubblicamente facendo ritrovare il presunto flauto di Emanuela

 

11 maggio 2013
Fabrizio Peronaci intervista il magistrato in pensione Ilario Martella, giudice istruttore dell’inchiesta sull’attentato a Giovanni Paolo II, il quale rilancia la pista internazionale: «Mi sono occupato della scomparsa delle ragazze [Emanuela e Mirella] nella fase iniziale. Ritengo si possa con certezza affermare che ambedue i delitti siano stati ideati da una ben ramificata organizzazione criminale, che più volte ha dato notizia di sé con messaggi e comunicati volti a richiedere in ogni sede (tra cui Vaticano e presidenza della Repubblica italiana) lo scambio della libertà di Emanuela con quella di Agca e talora dei suoi amici Bagci e Celebi. La prima domanda che feci ad Agca quando, nel 1982, manifestò l’intento di collaborare fu perché non avesse presentato appello alla condanna all’ergastolo. Mi rispose dicendosi certo che la sua organizzazione l’avrebbe fatto evadere con varie modalità, tra cui un sequestro di persona. Mi giunsero messaggi di intimidazione che minacciavano me e i miei familiari della stessa sorte di Emanuela. Chiusa l’istruttoria, a fine 1984, cessarono». Il giudice Martella spiega anche che secondo lui Ali Agca, «nonostante la sua torbida personalità, potrebbe riferire qualche notizia utile, ovviamente da sottoporre a rigorosissima verifica. Ritengo altresì verosimile che il fatto delittuoso sia stato eseguito su commissione, mentre le altre ipotesi prospettate, a sfondo sessuale o l’intreccio De Pedis-Marcinkus-Ior, mi appaiono prive di fondamento». Per quanto riguarda Fassoni Accetti dice invece: «Il solo fatto che questo personaggio affermi che la signora Gregori incontrò la figlia dieci anni dopo mi fa dubitare fortemente della sua credibilità». Invita infine a rivolgere un appello corale a Papa Francesco su quanto sanno le autorità vaticane

 

10 maggio 2013
Secondo altre rivelazioni fornite dal Corriere della Sera, Marco Fassoni Accetti si sente al centro di un «massacro mediatico» ai suoi danni. Smentisce le accuse che lo vogliono l’assassino di Emanuela e Mirella («Io sarei l’assassino di Emanuela Orlandi e fors’anche di Mirella Gregori? Ammettiamolo pure. E allora che faccio? Aspetto 30 anni, abbandono il lavoro di fotografo e regista, saluto le persone care e mi presento in tribunale per farmi comminare un ergastolo…?»). Minaccia anche di interrompere la collaborazione: «Avevo deciso di raccontare quel che so, compreso il mio ruolo, confidando nel nuovo pontefice e nella coscienza di altre persone che all’epoca parteciparono e che tuttora spero si facciano avanti… Invece vedo che molti partecipano a una manipolazione per non coinvolgere responsabilità ad altri livelli: l’ho già detto ai magistrati, sono tentato di non collaborare più». Avrebbe confessato di essere stato uno dei «cinque o sei telefonisti» e ha riferito di aver fatto parte dal 1979 all’83 di un «nucleo di controspionaggio» incaricato di «lavori sporchi» all’ombra del Vaticano, formato da giovani vicini ad ambienti ecclesiali («Io studiai al San Giuseppe De Merode, poi diventai comunista»), da elementi dei servizi (Stasi, deviazioni del Sisde) e da esponenti della Magliana. Obiettivo? Condizionare la politica di papa Wojtyla («per tutelare il dialogo con l’Est»), nonché intervenire con attività di dossieraggio («anche su impulso di personalità ecclesiastiche») nell’ambito di contrasti e guerre di potere all’interno delle Mura Leonine. Il sequestro di Emanuela e Mirella sarebbe servito per la liberazione di Alì Agca (il quale si sarebbe sdebitato ritrattando le accuse ai bulgari di complicità nell’attentato al papa) e sfruttare il clamore planetario della vicenda per mettere all’angolo monsignor Paul Marcinkus, il presidente dello Ior, sulla restituzione dei 400 milioni di dollari del crack Ambrosiano (poi avvenuta nel 1984, secondo Fassoni Accetti). Sembra che il supertestimone conosca bene quel che sta dietro alle telefonate fatte nei primi giorni alla famiglia Orlandi: il primo telefonista «disse di chiamarsi Pierluigi, e non fu un caso. Scegliemmo quel nome perché era lo stesso di un alto prelato, oggetto delle nostre attenzioni». Per quanto riguarda l’Amerikano, rivela: «Quella dell’Amerikano era una parodia di Macioce, un’imitazione». Thomas Macioce è stato presidente della Allied Stores Corporation di New York, nonché Supremo cavaliere di Colombo, la più grande organizzazione cattolica di beneficenza negli Stati Uniti. Consigliere d’amministrazione della banca vaticana nel 1989, quando si chiuse l’era Marcinku, morto però nel 1990 di leucemia.

Fassoni Accetti ricorda una lettera inviata da Boston il 15 ottobre 1983 che annunciava nuovi “prelevamenti” di ragazze, fissando il termine del maggio 1984: guarda caso proprio in quel mese a Ginevra, sostiene l’indagato, verrà siglato l’accordo Ior-Ambrosiano per la restituzione di 400 milioni di dollari, che avrebbe rappresentato l’obiettivo, vinto, della trattativa segreta”.

Pino Nicotri rivela di aver chiamato giorni fa Marco Fassoli Accetti domandandogli se lui era l’Americano come starebbe presupponendo il programma televisivo Chi l’ha visto, il supertestimone ha risposto: «Ma chi è che sostiene questa idiozia? Non ci posso credere! Io non ne so nulla, non ho mai detto né a loro né ai magistrati che io ero l’ Americano. E’ una balla bell’e buona».

Marco Fassoli Accetti invia una e-mail a Pietro Orlandi (con copia anche a Pino Nicotri) accusando esplicitamente la Rai e gli autori di “Chi l’ha visto” di depistaggio delle indagini: «Pietro, quel che ti avevo annunciato tempo fa si è verificato. La Rai significa lo Stato, e lo Stato suggerisce di non implicare responsabilità dello stesso e di altri Stati, ed indirizzare tutto ad un solo individuo, come già fatto con Enrico De Pedis». Replica alle accuse di pedofilia spiegando di non aver fotografato solo bambini, sempre con autorizzazione della famiglia, ma anche adulti. E ancora: «Avevo dichiarato nella prima udienza con il giudice Giancarlo Capaldo ed a Fiore De Rienzo (Chi l’ha visto) che la Orlandi aveva risieduto in Neauphle-le-Chateau solo per gli anni ’84 e ’85; e in trasmissione hanno fatto credere che vi fosse stata fino a poco tempo fa, organizzando una trasferta inutile a spese del contribuente. A tutto questo io rispondevo nella lunga intervista completamente censurata. Chiedete a Fiore de Rienzo, se mai lo desidera, di mostrarvi le interviste integrali. Chiarivo, come ho chiarito con il giudice Capaldo, mentre loro creano una cortina di confusione. Ancora una volta ho chiamato in diretta per delucidare e mi è stato negato l’intervento. E quel che è più grave è che le altre testate giornalistiche seguono pedissequamente, senza verificare, quel che dice questa trasmissione» (denunciata per calunnia aggravata la giornalista Rita Di Giovacchino). Informa anche di aver «sospeso la mia collaborazione coi magistrati. Innanzitutto perché questi gravi fatti di depistaggio possono aver intimidito le persone a cui mi ero appellato per presentarci insieme e raccontare. Si può pensare che delle donne sui 40-45 anni con figli si prestino ad entrare in una tale tensione mediatica che racconta solo di pedofilia e omicidi? Questi testimoni sono coscienti che non vi è stata alcuna pedofilia né tanto meno omicidi. L’episodio della pineta mi ha visto assolto con formula piena dall’accusa di volontarietà […] Ho chiesto alla Procura d’indagare su questa più che sospetta operazione di mistificazione operata dai signori autori del programma». Invita infine ad un incontro chiarificatore con la famiglia Orlandi, lui e i giornalisti interessati da pubblicare integralmente sul web.

 

09 maggio 2013
Nella puntata di “Chi l’ha visto” l’attenzione si rivolge a Marco Fassoni Accetti (qui la sua foto) anche perché gli viene fatta una breve intervista in cui parla dell’omicidio del piccolo José Garamon il 20 dicembre 1983 collegandolo con Emanuela (che è poi la motivazione per cui Fassoni Accetti ha deciso oggi di uscire allo scoperto, come ha spiegato): «All’epoca vi fu questo comunicato del Phoenix che noi sapevamo essere opera di alcuni, almeno, agenti del Sisde che parlava di una pineta come luogo in cui si sarebbe verificata una presunta punizione nei nostri confronti». Il messaggio è quello inviato il 19 settembre 1983 dagli USA e arrivato il 27 settembre 1983 in Italia, era rivolto minaccioso a Mario e Pierluigi, «che ci rappresentavano, erano una sorta di emblema questi due nomignoli» spiega Fassoni Accetti. «Inoltre vi era la vicinanza a poche decine di metri della villa del magistrato dott. Santiapichi che noi sapevamo essere impredicato per lo meno a prendere la presidenza del prossimo processo a Sergej Antonov». Un anno e mezzo dopo iniziò il processo contro i bulgari presunti complici dell’attentato al Papa, con presidente proprio Severino Santiapichi. «Io ho trovato questo ragazzo sulla mia corsia e non potevo fare assolutamente nulla per evitarne l’impatto», ha continuato il supertestimone. «Per quanto riguarda l’omissione, io intanto ero in compagnia con un’altra persona, scendemmo con la torcia e toccando le vene del collo ne constatammo la morte e non potemmo in quel momento farci identificare perché altrimenti avremmo dovuto rivelare che cosa noi facessimo in quel torno di tempo in quella pineta».

L’uomo ha dunque cambiato versione perché ai magistrati l’uomo disse sempre di essere da solo e di essersi fermato dopo l’impatto, di non aver visto nulla ed essere tornato a casa con i mezzi pubblici. E’ poi tornato sul luogo per riprendere l’attrezzatura fotografica ma venne fermato dai carabinieri, che hanno anche trovato il suo giubbotto sporco di sangue del piccolo José. Venne infatti condannato per omicidio colposo e e omissione di soccorso, ma non per rapimento. Oggi si è giustificato così rispetto al silenzio sull’altra persona: «Dovevo coprire sia la persona sia le nostre intenzioni in quell’area», e così sul cambio di versione: «Questo trent’anni fa, ora riportando i fatti in una nuova luce…ho riportato al giudice Capaldo come veramente andarono i fatti». Di Rienzo gli ha domandato: «Lei questo bambino lo conosceva?» «No», la risposta. «L’ha prelevato lei?», risposta: «Lei praticamente sta ricostruendo quello che fu il processo nell’83».

La trasmissione televisiva ha anche sottolineato a lungo l’interesse di Marco Fassoni Accetti per i minori, adescati anche con delle menzogne e promesse di denaro, per poterli fotografare. E’ percepibile l’intenzione a indurre lo spettatore ad andare oltre questa motivazione e pensare ad un interesse sessuale. Nel 1983 gli inquirenti scoprirono che Fassoni Accetti voleva fare le foto ad alcuni ragazzini che contattava grazie alla posta di Topolino e uno dei numeri presenti nella sua rubrica era quello di un bambino di 12 anni che Fassoni Accetti disse di aver incontrato in Corso Vittorio Emanuele, vicino a Corso Rinascimento (dove fu vista per l’ultima volta Emanuela mentre parlava con un uomo che le offriva molto denaro per un lavoretto). Nella puntata, come si è detto, si parla anche di José Garamon, il figlio dodicenne di un funzionario uruguayano morto investito da Marco Fassoni Accetti il 20 dicembre 1983. Dagli atti risulta che Accetti si trovava su quella strada perché stava andando da una ragazzina a cui doveva fare il servizio fotografico ma aveva sbagliato strada, la 15enne dichiarò agli inquirenti che non avevano un appuntamento. Quel giorno comunque José si recò dal barbiere e vicino a casa, all’Eur e venne ritrovato morto un’ora dopo in una zona lontanissima, a Castel Porziano vicino a Ostia, investito da Fassone Accetti.

Pino Nicotri pubblica un messaggio ricevuto da Dany Astro, da 12 anni modella e collaboratrice di Marco Fassoni Accetti la quale intende replicare alla trasmissione “Chi l’ha visto?”: «Ero presente all’intervista dove Marco ha spiegato, con documenti alla mano, molti dubbi posti nella trasmissione». «Il fatto della pineta lo ha spiegato ampiamente e non hanno usato quasi nulla di questa testimonianza, nella quale diceva che nel primo interrogatorio con il giudice Capaldo faceva presente che si era presentato per riaprire innanzitutto il fatto della pineta, e per farlo era obbligato a raccontare della Orlandi. Inoltre, basta guardare nelle sue fotografie come nei suoi film, ci sono più gli anziani ed adulti che non adolescenti. Hanno omesso di dire che nello studio di Marco vi sono già dagli anni ’80 decine e decine di indirizzi e liberatorie degli anziani ritratti. E che tutti gli adolescenti sono venuti con le famiglie che dovevano firmare le obbligatorie liberatorie per essere pubblicate. Io sono testimone di questa procedura da 12 anni e prima di me conosco le altre ragazze che ha avuto Marco, che mi hanno testimoniato della stessa procedura anche negli anni ’80 e ’90. Le stesse adolescenti contattate non possono lamentare alcuna molestia subita, se non riferire solo dell’intenzione di Marco di fotografarle nelle opere che conoscete, e che non sono affatto di erotismo o pornografia. Inoltre “Chi l’ha visto” non ha letto un documento del processo, che Marco può anche produrre in questo sito, che riporta le dichiarazioni del personale dell’ambulanza che, non essendo attrezzati degli strumenti atti a verificare la morte, decisero comunque di portare subito il corpo all’ospedale. E non come si è raccontato perché il ragazzo doveva essere necessariamente vivo per il fatto d’essere stato trasportato in ospedale. Inoltre continuano a non leggere il titolo posto sotto la fotografia “Martire adolescente posta sotto l’altare” e la presentano invece come una semplice, macabra “ragazza in una bara” (la ricostruzione di questo simulacro d’una martire e un altare sono ispirate a quelle reali che si trovano nella chiesa del suo collegio a piazza di Spagna). Marco ha chiamato in diretta per la seconda volta anche in questa puntata per puntualizzare quanto ho detto, ma gli è stato negato ancora una volta d’intervenire, mentre, un’altra ragazza ha avuto la possibilità di entrare in diretta per raccontare solo il fatto che, abitando nello stesso palazzo di Marco, questi le aveva chiesto di posare per una sua opera. Tutto questo Marco lo riferirà mercoledì nell’udienza che ha con il giudice Capaldo, indicando come questa censura e mistificazione possa essere il tentativo di addossare tutto ad una sola persona isolata, e non mettendo alla luce i legami con lo Stato Vaticano e lo Stato Italiano».

Su Repubblica un monsignore anonimo rivela: «Giovanni Paolo II qualche mese dopo la scomparsa di Emanuela disse agli Orlandi che si trattava di “un caso di terrorismo internazionale”. Che sia così, ne siamo tutti convinti, ma la domanda resta una: cosa intendeva il Papa per “terrorismo internazionale”? Sono molti oltre il Tevere a ritenere che la scomparsa sia legata alla Banda della Magliana e insieme ad ambienti malavitosi italiani». La Magliana, secondo lui, organizzò il rapimento di un cittadino vaticano per fare pressione e riavere i soldi. Per quanto riguarda De Pedis, «la sepoltura nella basilica nella quale don Vergari era rettore si spiegherebbe come una sorta di espiazione da parte del Vaticano, o comunque di qualche personalità del Vaticano, di un debito regresso. Come a dire: non ci avete ridato i soldi, pagate il conto così. Insieme, c’è anche la volontà di chi ebbe rapito Emanuela di indicare un luogo significativo per risolvere l’intero mistero». La pista interna e quella internazionale (finanziare il sindacato polacco di Solidarnosc) sarebbero in realtà due facce della medesima medaglia, la fonte anonima spiega ancora: «Wojtyla, quando parlava di “caso internazionale”, si riferiva ai soldi sporchi (ovviamente lui ha scoperto dopo che fossero tali) finiti oltre Cortina, tardivamente consapevole che la provenienza di questi soldi era italiana. La Banda della Magliana, certo, ma anche Cosa Nostra: è agli atti il coinvolgimento del cassiere della mafia Pippo Calò».

Sempre su Repubblica Giancarlo De Cataldo, giudice di Corte d’Assise a Roma, spiega che secondo lui «Emanuela è rimasta vittima di un gioco erotico, ovvero è stata rapita dalla Banda della Magliana, ma senza il concorso di turchi, Servizi deviati e via dicendo. Entrambe le “piste”, come è sempre accaduto in questa storia che sembra non avere fine, conducono direttamente al Vaticano. Da un lato, il “gioco” erotico avrebbe coinvolto alti o medi prelati (secondo l’autorevole esorcista Padre Amorth, addirittura adepti del Maligno); dall’altro, Renatino De Pedis avrebbe rapito Emanuela per rientrare delle ingenti somme malaccortamente affidate allo spregiudicato finanziere in tonaca Paul Marcinkus. Che, peraltro, il Vaticano fosse l’epicentro della vicenda è noto sin dalle prime battute. Così come resta un punto fermo la scarsa, per non dire nulla, collaborazione delle autorità di Oltretevere».

Sempre su Repubblica si spiega l’inattendibilità di Agca, il quale nel suo ultimo libro ha spiegato che quando la giornalista Claire Sterling pubblicò su imbeccata della Cia l’abbozzo della cosiddetta pista bulgara, lui ci saltò sopra subito. «A me viene da ridere ma è grazie a questa ipotesi che mi balza alla mente un’idea: invento che durante il mio soggiorno a Sofia mi sia davvero incontrato con uomini dei servizi segreti bulgari legati all’Unione Sovietica». Si legge anche che Markus Wolf, la mitica spia senza volto del servizio tedesco orientale, in un faccia a faccia in un caffè di Berlino prima di morire negò ogni coinvolgimento della Stasi sull’attentato e sulla scomparsa della ragazza: «Vede, infiltrare spie nella Santa Sede era per noi un lavoro molto difficile. Bisognava individuare le persone, io amavo reclutare i giovani, ma aspettare anche che crescessero. C’era una divisione, la XXesima, che lavorava sulla Chiesa. Ma poiché questo ufficio non dava i risultati sperati, lo chiudemmo». Secondo Marco Ansaldo, che firma l’articolo, nulla a che fare su Emanuela anche dal fronte turco, inventato dai servizi della Germania Est per depistare. Lo dimostrò l’ex colonnello della Stasi, Guenter Bohnsack. «Le lettere inviate in Italia sul caso della Orlandi? Le conosco. Le facevamo scrivere noi in turco. Chiedevamo la liberazione di Ali Agca e uno scambio con la ragazza. Ma era un trucco per distogliere l’attenzione dai bulgari, in quel periodo sotto tiro per l’attentato al Papa. Ce lo chiese direttamente il Kgb. E noi fabbricammo quei messaggi. Ecco qui», terminò l’ex spia, sparpagliando sul tavolo una serie di lettere originali.

 

08 maggio 2013
Viene esplicitato da Marco Fassoni Accetti, la cui attendibilità sembra aumentata agli occhi della Procura per i tanti retroscena che conosce, l’obiettivo del sequestro di Emanuela e di Mirella: favorire lo «scambio» con Alì Agca, pronto in nome della sua libertà a ritrattare le accuse ai bulgari di complicità nell’attentato. Il «ganglio operativo» che secondo il supertestimone era attivo «a tutela del dialogo con l’Est» già dal 1979, in combutta con «elementi dei servizi e della malavita romana» e su impulso di «alcune personalità» vaticane, nel 1983 avrebbe compiuto altri ricatti. Indirizzati sempre all’interno delle Mure Leonine. La traccia è palesata da alcuni messaggi in codice. In particolare questo: in una lettera inviata da Boston il 15 ottobre 1983 (grafia dell’«Amerikano») si fa presente che si opereranno altri sequestri per la liberazione di Agca (così come comunicherà il 20 ottobre un giudice bulgaro al terrorista). Nello specifico, «prelevamenti di cittadine statunitensi», delle quali «forniremo i nominativi nel 5-1984». Fassoni Accetti avrebbe rivelato che «la materia del contendere era la gestione dello Ior di Paul Marcinkus, con riferimento alla restituzione della montagna di soldi del crack dell’Ambrosiano». Il monsignore americano era contrario, «perché avrebbe comportato la sua fine politica», ma il «ganglio», anche per conto degli avversari del banchiere, avrebbe esercitato il suo peso sfruttando proprio la trattativa sulla Orlandi. «A riprova» di quanto dice il testimone ha esibito un dato di fatto: «Fummo noi a dettare i tempi con quella lettera», dal momento che «poi, effettivamente, l’intesa Ior-Ambrosiano fu raggiunta nel maggio del 1984 a Ginevra», con il versamento di 400 milioni di dollari alle banche creditrici. Si tratterebbe di un doppio movente, dunque.

 

06 maggio 2013
Ali Agca invia un’e–mail, tramite il suo avvocato, a Pietro Orlandi in cui scrive (qui la lettera integrale): «Caro amico Pietro. Hai visto… con le confessioni di Marco Fassoni Accetti sta emergendo una parte della verità che io ti avevo rivelato. Tuttavia questo Marco Fassoni Accetti è soltanto una piccola manovalanza che non può essere determinante per scoprire tutto e liberare Emanuela e Mirella che sono vive tuttora». Nella mail Agca cita anche Mirella Gregori e fa riferimento a una serie di documenti circolati all’epoca del sequestro indicandoli come tasselli significativi della vicenda e aggiunge: «Il castello dell’intrigo sta per crollare». Inoltre, si dice pronto a incontrare Pietro Orlandi «a Istanbul il più presto possibile» L’ex terrorista invita a rivedere una lettera inviata all’Ansa nell’agosto 1984, nella quale i rapitori scrivono: «Agca deve essere prima trasferito al carcere vaticano e successivamente tra il Vaticano e il governo di Panama e del Costarica deve essere firmato un accordo per trasferire Ali Agca nel Costarica o nel Panama». L’attentatore del Papa aggiunge, a riprova della sua tesi, che «il 23 agosto 1984 il presidente del Costarica Luis Alberto Monge si dichiarò disposto a ospitare Ali Agca nel suo territorio a condizione che il Papa deve chiederlo personalmente». «Caro Pietro – conclude il turco – devi insistere con questi documenti storici, questi sono dati di fatto immensi e incredibili».

 

05 maggio 2013
Marco Fassoni Accetti viene interrogato dalla Procura per la sesta volta in un mese ed è stato iscritto nel registro degli indagati per reato ipotizzato di concorso in sequestro di persona aggravato dalla morte dell’ostaggio e dalla minore età. Per la prima volta, in ogni caso, è stata fornita agli inquirenti una ricostruzione organica (per quanto da verificare) del contesto storico e del movente del doppio rapimento. Fassoni Accetti ha infatti dichiarato che lo stesso «nucleo di controspionaggio che agiva per conto di ambienti vaticani», di cui lui avrebbe fatto parte, sarebbe responsabile pure della scomparsa di Mirella Gregori. L’avviso di garanzia è un atto dovuto e i reati in questione sono caduti in prescrizione

 

02 maggio 2013
Le agenzie riportano che secondo gli inquirenti i casi di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori sono collegati. Rispetto a Marco Fassoni Accetti sottolineano che se da un lato ha fornito “ricostruzioni di tipo fantastico”, dall’altro ha permesso di ritrovare il flauto che potrebbe essere appartenuto a Emanuela. Il testimone non ha invece rivelato il nome e che tipo di gruppo era quello di cui avrebbe fatto parte in Vaticano, circostanza su cui ad oggi dalla procura non sono ancora stati chiesti riscontri.

 

01 maggio 2013
Fabrizio Peronaci su il Corriere della Sera spiega che Fassoni Accetti avrebbe sostenuto di aver agito in collaborazione con elementi legati ai servizi segreti dell’Est dotati di «entrature» nelle redazioni dei quotidiani. Infatti, afferma, il giorno dopo la scomparsa di Emanuela su “Il Tempo”, «il trafiletto sulla scomparsa della Orlandi era collocato a fianco alla notizia della Fiat 127 da noi gettata nel Tevere il giorno prima, con il braccio di un manichino fuori dal finestrino. Quel gesto conteneva messaggi in codice di minaccia contro una persona». Nelle intenzioni dei rapitori, l’avviso ad «ambienti vaticani», pubblicando le due notizie una vicina all’altra, sarebbe stato anche questo: «Far capire la nostra capacità di azione, influenza dell’opinione pubblica e depistaggio». Inoltre, sempre il 25 giugno 1983 e sempre su “Il Tempo” è apparsa una lettera di Alì Agca al Vaticano risalente il 24 settembre 1982, e questo secondo Accetti, diventa «straordinariamente» rivelatore: «Agca aveva scritto la lettera a Oddi un anno prima, come si spiega che diviene pubblica solo quando Emanuela Orlandi sparisce? Perché ha ottenuto ciò che voleva: premere sulla Santa Sede attraverso un sequestro di persona per ottenere la grazia». Secondo Fassoni Accetti, si trattava di un messaggio criptato stampato grazie a un loro “agente” (soprannominato “Ecce homo”) nelle redazioni: la “risposta” attesa era proprio il sequestro della Orlandi, per premere a favore della scarcerazione del turco, che in cambio avrebbe ritrattato le sue accuse ai bulgari di complicità nell’attentato a papa Wojtyla, cosa che avvenne esattamente tre giorni dopo, il 28/6/83.

Secondo Pino Nicotri, siamo davanti a qualcuno che ha «messo in moto un diabolico ingranaggio. Qualcuno, che ha studiato a fondo le carte delle varie inchieste, si è letto tutti i libri e documenti pubblicati sulla vicenda, conosce tutti i dettagli a menadito, questo qualcuno, negli anni scorsi, a più riprese, appena l’interesse per il caso si attenuava, faceva da megafono a rivelazioni improbabili, supertesti inattendibili».

 

30 aprile 2013
Il Corriere della Sera rivela altre dichiarazioni di Marco Fassoni Accetti ai magistrati: Emanuela sarebbe stata adescata con la promessa di molto denaro (le famose 375 mila lire per un lavoro con la Avon) e indotta dalla presenza di un’amica a non tornare a casa ma a salire su un’auto in corso Rinascimento dove «sul sedile davanti, a fianco all’autista, c’era un nostro uomo vestito da monsignore», perché tanto «tu abiti in Vaticano e lo sai, Emanuela, dei sacerdoti ci si può fidare…». Le dicono: «la scuola è finita e la tua scomparsa durerà qualche ora, poco tempo…». La prima sera «la portammo a Villa Lante, ai piedi del Gianicolo, in un istituto religioso dove affittavano delle stanze», sostiene Fassoni Accetti. «Abbiamo avuto l’accortezza di farla stare sempre con ragazze. Le portavamo quanto desiderasse. C’era un bel giardino, le ripetevamo che suo padre era d’accordo e non si sarebbe arrabbiato. E facemmo in modo che una sua amica andasse a trovarla. Restò a Villa Lante per quattro giorni. Quando voleva fare un giro a Trastevere le mettevamo una parrucca corta. Una volta passeggiamo insieme al Ghetto e lei era divertita, ricordo che parlammo di un progetto di film». Intanto la madre superiora di Villa Lante ha iniziato a cercare gli elenchi degli ospiti di 30 anni fa.

Il giornalista Pino Nicotri ipotizza chiaramente una “mastermind”, cioè un’unica regia delle rivelazioni paragonando le rivelazioni di Sabrina Minardi con quelle di Marco Fassoni Accetti, anche se in entrambi i racconti vi sono contraddizioni palesi.

 

28 aprile 2013
Marco Fassoni Accetti rivela di essere responsabile dell’episodio avvenuto il 23 giugno 1983, giorno dopo la sparizione di Emanuela. Un pescatore rivelò di aver visto due giovani spingere una Fiat 127 in mare con a bordo una persona. «Era un sequestro sceneggiato, no? Non dimenticate che io sono un artista. E che con le scenografie, i manichini ho sempre lavorato…», ha detto ai magistrati.

Con analoghe tecniche (travestimenti, foto scattate per strada, contatti con amiche e compagne per trarle in inganno) Accetti spiega che avrebbe ideato il “sequestro simulato” della Orlandi

 

27 aprile 2013
Il “Messaggero” rivela che gli investigatori hanno recuperato gli atti di una vecchia indagine in cui Marco Fassoni Accetti parla al telefono con la sua fidanzata. Lei è molto arrabbiata e gli dice: «Ora basta, ne hai fatte di tutti i colori, persino in quella storia di Emanuela Orlandi».

 

26 aprile 2013
Marco Fassoni Accetti, interrogato dagli inquirenti, lega la scomparsa di Emanuela e Mirella a quella di Caterina Skerl, detta Katy, 17 anni trovata strangolata in una vigna a Grottaferrata il 22 gennaio 1984. Avrebbe attribuito l’omicidio della Skerl alla «fazione opposta» alla sua di quel nucleo di intelligence di controspionaggio che svolgeva «azioni di pressione» nell’ambito di presunte lotte di potere all’interno del Vaticano. Lo scenario diventa quello di ragazze pedinate, «agganciate» con l’inganno, usate per foto e filmati utili a ricattare, distruggere i «nemici».

Ritorna in mente il messaggio della lettera anonima inviata pochi giorni fa (10/04/13): «Non cantino le due belle more per non apparire come la baronessa e come il 21 gennaio martirio di Sant’Agnese con biondi capelli nella vigna del signore». «belle more» (le quindicenni), 21 gennaio (morte di Katy), «biondi capelli» (Katy) e «vigna» (luogo criminis). La Skerl era iscritta alla Fgci (Comunisti)…blocchi contrapposti? Occorre ricordare che la stessa tesi è contenuta nel libro “Dodici donne un solo assassino” (Koinè 2006)

Rispetto all’omicidio del piccolo Josè Garramon, investito proprio da Marco Fassoni Accetti il 20 dicembre 1983, al Corriere della sera l’uomo ha dichiarato: «Era buio, c’erano delle ombre. Quel bambino mi fu gettato sotto la macchina, fu un incidente provocato. In seguito sono stato assolto. La prova è in un comunicato sul caso Orlandi in cui si parla di una pineta: era un messaggio in codice indirizzato a me, è lampante». Si riferisce al 27/09/1983 (prima dell’omicidio?), quando in una lettera firmata «Phoenix» c’era scritto: «Vogliamo generosamente ricordare a “Mario” che nella pineta c’è tanto posto per aumentare la vegetazione…». Secondo lui quell’incidente venne «provocato dal Phoenix-Sisde», parte avversa al suo gruppo

Sempre in questa data appare un’intervista a Marco Fassoni Accetti da parte di Pino Nicotri, dove il supertestimone critica la trasmissione televisiva “Chi l’ha visto”: «La prima volta che mi recai presso la redazione della trasmissione “Chi l’ha visto”, il 2 aprile 2013, feci presente che, essendoci un nuovo Pontefice, non curiale, facevo recuperare il flauto al fine di creare un evento mediatico che mi permettesse di rivolgere un appello a presentarsi a quanti con me avevano partecipato a determinati fatti e principalmente, soprattutto a far luce sul mio investimento di un minorenne, verificatosi in una pineta nella quale operavamo in quanto adiacente alla casa del giudice Severino Santiapichi, prossimo presidente di Corte d’Assise giudicante Alì Agca, l’attentatore alla vita del papa nell’81. Chiedevo che la Procura indagasse su quel comunicato Phoenix – Sisde di 3 mesi prima che indicava proprio in una pineta il luogo dove avremmo dovuto subire la loro “punizione”. Chiedevo di rintracciare chi avesse deciso nel Sisde di far redigere il comunicato con quel riferimento alla pineta. Questo dichiarai in primis nella loro intervista e questo la redazione tagliò al montaggio per poi mostrare nella trasmissione del 24 aprile 2013 il fatto dell’investimento come rintracciato da loro e a mia insaputa, e inducendo sospetti sulla mia persona in un caso giudiziariamente chiuso. Il processo mi vide in tutti i gradi assolto con formula piena e nonostante tutto non mi trova acquietato, al punto che dopo trent’anni sono io ad averne riparlato, e questo avevo già dichiarato al magistrato Giancarlo Capaldo 6 giorni prima di presentarmi alla Rai, questo è nei verbali. Nella stessa intervista raccontai che essendo stato nel 1999 telefonicamente minacciato, risposi a queste minacce presentandomi ad una “Domenica In”, travestito come Roberto Benigni, l’attore, e dandomi il nome Alì (Agca) Estermann (il comandante delle Guardie Svizzere ucciso il 6 maggio ’98), nel senso: Alì spara, Estermann muore. Ed andai anche a New York, simulando di essere Benigni in persona, per contrastare la stessa persona delle minacce che ritenevo gravitasse in certi ambienti di quella diocesi, ed attirando volutamente l’interesse della stampa locale. Erano i metodi di usare i media per nostri fini, in modo certo sui generis, imprevedibile e soprattutto occulto. Anche questo spiegavo nell’intervista a “Chi l’ha visto?” e questo hanno tagliato, illustrando l’episodio come una loro scoperta e quanto io fossi esibizionista gratuitamente ed ossessionato con le storie vaticane. In verità in seguito sono stato invitato in molte trasmissioni della Rai come controfigura di Benigni, e di questo ne ho la documentazione, sempre rifiutando in quanto non ne avevo motivo di accettare. Dichiaro di essere uno dei telefonisti e non comparano la mia voce con quella dei telefonisti storici del caso, ma con quella di un possibile millantatore che chiamò in passato alla redazione e alludendo che quasi sicuramente fosse la mia, senza il parere di alcun perito. Ho chiamato durante la trasmissione e mi è stato impedito di rettificare in diretta con la conduttrice. Quindi sono stato censurato, diffamato, hanno nascosto la verità al loro pubblico e agli Orlandi – Gregori e presentato come un più che probabile mitomane e maniaco, deviando l’interesse da un possibile coinvolgimento del Sisde e dalle pertinenze della Città Stato del Vaticano. Hanno così creato un’atmosfera di turbamento, disorientamento, che può inibire i testimoni che io sollecitavo. Sarebbe necessario indagare sui motivi reali di questa contraffazione. Un mitomane è certo meno imbarazzante. Hanno dato il “la” a tutte le testate, che li hanno seguiti senza approfondire». Ha anche risposto ad alcune allusioni sospette su Emanuela suscitate dalle sue opere fotografiche.

Sempre in questa data Pino Nicotri, in un’intervista su Radio Radicale, spiega che Sabrina Minardi non era l’amante di De Pedis ma una delle tante escort di cui si servì Renatino (massimo per un paio di anni, non dieci) per fare pressione su alcuni personaggi. Lei aveva incontri sessuali con loro e con delle videocamere nascoste De Pedis poteva ricattarli. Rispetto a Fassoni Accetti, ipotizza invece una regia che gestisce l’apparizione di questi supertestimoni (come la Minardi) a ridosso degli anniversari della scomparsa di Emanuela o di date sensibili al “caso”, di cui beneficiano giornali e audience

 

25 aprile 2013
Durante la trasmissione “Chi l’ha visto?” viene intervistato, mentre si reca all’interrogatorio in Procura, l’uomo che ha fatto ritrovare il flauto. Si tratta di Marco Fassoni Accetti, autore di arte cinematografica indipendente, autoaccusatosi di essere «uno dei principali telefonisti» del sequestro Orlandi, organizzato da un gruppo di contro-spionaggio che con l’apporto di elementi dei servizi e della banda della Magliana agiva per conto di ambienti vaticani, per condizionare la politica della Santa Sede. Emanuela e Mirella si sarebbero allontanate spontaneamente, i loro sarebbero gli unici «sequestri simulati» attuati per «proteggere il dialogo tra Santa Sede e Paesi del Patto di Varsavia». Venne creata una «trama di amiche con cui si allontanarono». Per la Orlandi, davanti al Senato, avrebbe agito «una compagna di scuola, che salì con lei su un’auto assieme a un finto prete», mentre con la Gregori «successe l’imprevisto: si innamorò di un nostro operatore, andò all’estero e tornò una sola volta a Roma, nel 1994, per incontrare sua madre in un caravan in un sottopasso di corso Italia». Quanto a Emanuela, l’idea era di liberarla presto, «il tempo di avere in mano la denuncia di scomparsa per esercitare pressioni», ma il piano fallì «soprattutto per l’appello del Papa all’Angelus, il 3 luglio, che diede risalto mondiale al caso». La ragazza «non subì violenze, visse in due appartamenti uno in centro e uno sul litorale e in due camper, le procurammo un pianoforte e la rassicuravamo dicendole che la famiglia era al corrente», questo fino a dicembre 1983. Poi, «il gruppo la trasferì all’estero, nei sobborghi di Parigi (Neauphle-le-Château) dove potrebbe essere ancora viva, così come Mirella, ma non so dove». Antonietta Gregori ha negato che la madre avesse incontrato Mirella nell’94: «Mai e poi mai, nei mesi successivi, quando si ammalò o addirittura sul letto di morte, avrebbe nascosto a me e mio padre un avvenimento del genere». Fassoni Accetti parla solo ora perché confida nel «nuovo clima» in Vaticano dopo l’avvento di papa Francesco e nel fatto che altri, «soprattutto le ragazze coinvolte in quello che è stato un sequestro-bluff», seguano il suo esempio. Emanuela e Mirella vennero sequestrate in legame all’attentato di Ali Agca al Pontefice: Emanuela in quanto cittadina vaticana, Mirella italiana. La linea telefonica 158 per il Vaticano stava per 5-81, mese e anno dell’attentato al Papa, mentre le 375 mila lire offerte a Emanuela per il lavoro per la Avon riconddurrebbero a 13-5-17, giorno dell’apparizione della Madonna di Fatima in Portogallo.

La stampa ha scoperto che Fassoni Accetti, il 21 dicembre 1983 fu accusato della morte di un bambino di 12 anni, Josè Garramon, figlio di un funzionario uruguayano che lavorava all’Ifad, un’agenzia dell’Onu. Fassoni Accetti era il proprietario del furgone che ha investito il piccolo Josè vicino a Ostia, nei pressi della pineta di di Castel Porziano molto lontano dal luogo della sua sparizione. Ha partecipato a “Domenica In” come imitatore di Roberto Benigni presentandosi come: Alì Esterman (una via di mezzo tra Ali Agca e Alois Estermann). Ha vissuto per lungo tempo in America e non ha smentito il fatto di essere l’Americano.

Più avanti MFA spiegherà: «Quando inizialmente mi recai in Procura il 27 marzo 2013 dichiarai che mi presentavo principalmente per chiarire il fatto dell’investimento occorsomi nella pineta di Castel Porziano. Avevo patito all’epoca ingiuste ed abominevoli accuse e la conseguente assoluzione non mi aveva affatto acquietato e volevo chiudere moralmente quel caso, che all’epoca non potevo delucidare pienamente in quanto avrei dovuto motivare la mia presenza in quell’area. Ed ora, per farlo, dovevo necessariamente mettere il suddetto fatto in rapporto alle scomparse Orlandi – Gregori, rivelarne la consustanzialità. Auspicavo, attraverso un appello rivolto a certi ecclesiastici ormai in pensione, il loro presentarsi e contribuire con la testimonianza, coscienti che non si trattò di fatti ferali. Era l’appropriato momento storico, con l’elezione di un Pontefice non curiale, per sperare che in certi contesti venissero meno certe difese. Tutto questo risulta essere nel primo verbale firmato presso il giudice G. Capaldo. In seguito, per dar vigore all’appello, necessitavo d’un momento mediatico quale il ritrovamento del flauto, ed alla redazione della trasmissione di Rai 3 spiegai minuziosamente quanto raccontato in Procura e sopra esposto»

 

10 aprile 2013
Durante la trasmissione televisiva “Chi l’ha visto?” si riferisce che qualche giorno prima di Pasqua una busta da lettera anonima è stata inviata a Raffaella Monzi, una delle compagne del corso musicale frequentato da Emanuela Orlandi. All’interno, una bustina contenente dei capelli e un pezzo di merletto, ritagli dell’Osservatore Romano in tedesco, pezzi di pellicola fotografica accompagnano un foglio con un messaggio scritto a mano in caratteri stilizzati: “Non cantino le due belle more per non apparire come la baronessa e come il ventuno di gennaio martirio di S. Agnese con biondi capelli nella vigna del Signore”. Sul lato destro, in verticale, due numeri: “193” e “103”. Uno dei ritagli di quotidiano riporta la foto del giuramento di una guardia svizzera sopra una didascalia in tedesco la cui traduzione è: “Durante il giuramento ogni recluta si posiziona davanti alla bandiera della Guardia e promette di servire fedelmente, lealmente e onorevolmente il Pontefice e i suoi legittimi successori”. Accanto alla foto c’è scritto a penna ”4 – FIUME”. Un altro ritaglio è di un box di una prima pagina intitolato “Giuramento delle nuove guardie svizzere”. A margine, le scritte a mano “SILENTIUM” e “V. FRATTINA 103”. Sul retro un’altra scritta: “MUSICO 26/OTT/1808 – 5/3/1913 – 2013”, si tratta del musicista Hugues morto il 5/3/1913 e nato il 27/10/1836 (e non il 26/10/1808!), quando Emanuela sparì aveva nello zaino proprio gli spartiti di Hugues, fatti ritrovare in fotocopia nei mesi successivi. Nella bustina di plastica trasparente c’erano dei capelli, un fiore colorato di merletto, frammenti di un materiale che potrebbe essere terriccio e un brandello di tessuto scuro. Allegati alla lettera anche tre negativi fotografici. Uno di essi nasconde una foto dell’attentato al Papa, l’altro ritrae un teschio umano con la scritta “Eleonora De Bernardi, Morta in Campagna, Lì 23 agosto 1854”, il teschio si trova nella cripta in Santa Maria dell’Orazione e Morte, in via Giulia

Anche la sorella di Mirella Gregori ha ricevuto una lettera anonima con lo stesso testo (“Non cantino le due belle more…”) e allegati di quella arrivata a Raffaella Monzi. Dal racconto di Antonietta Gregori, che ha già consegnato agli inquirenti il plico e il suo contenuto, emergono alcune piccole differenze. Come l’appunto a margine di un articolo, che nella prima lettera era “4 – Fiume” mentre nell’altra è “V. – Fiume”. Infine c’è in aggiunta un riferimento al marito di Mirella: “Mercurio vola in sella del suo ciclomotore dal caffè alla via Nomentana all’altro caffé”. Filippo Mercurio ricevette la telefonata in cui i presunti rapitori descrissero i vestiti di Mirella il giorno in cui sparì.

 

03 aprile 2013
Alla trasmissione “Chi l’Ha visto?” si presenta una persona ed indica dove trovare il flauto che Emanuela Orlandi aveva con sé quando è sparita. Il giornalista Fiore di Rienzo trova effettivamente un flauto in questo luogo sotto una formella raffigurante una stazione della Via Crucis, di marca “Rampone&Cazzani”. Natalina Orlandi lo riconosce vagamente prima di passarlo alla polizia scientifica per verificare la presenza tracce biologiche. L’uomo si è scoperto essere Marco Fassoni Accetti e il luogo è l’ex stabilimento cinematografico De Laurentis.

 

27 marzo 2013
Si presenta in Procura a Roma Marco Fassoni Accetti, il quale riferisce di aver partecipato al duplice sequestro Orlandi-Gregori per conto di un nucleo di potere coperto, di non poter escludere che Emanuela e Mirella siano ancora vive. Indica Francia e Svizzera per i loro primi trasferimenti (gennaio 1984). Infine auspica che altri «sodali» si facciano avanti per confessare, visto il nuovo clima legato all’elezione di papa Francesco.

 

21 dicembre 2012
Viene trovata nel colonnato di piazza San Pietro un busta con scritto “non toccare”, all’interno un teschio che il medico legale ritiene formato da ossa abbastanza vecchie, i risultati sono ancora in corso. La calligrafia assomiglia alla scritta delle lettere che saranno inviate a metà aprile a Raffaella Monzi, compagna di Emanuela alla scuola di musica e a Maria Antonietta, sorella di Mirella.


COMPAIONO IL FLAUTO E MARCO FASSONI ACCETTI (2013)

 

Inizio luglio 2012
Secondo Antonio Goglia, ex maresciallo dei carabinieri di San Giorgio a Cremano (Napoli) e studioso del caso Orlandi, la data-ultimatum del 20 luglio (05/7/1983) e il codice identificativo 158 (05/07/1983) sarebbero collegati ad una confraternita di omosessuali costituitasi presso la chiesa di San Giovanni in porta Latina, con la complicità di alcuni frati, nel 1500. I presunti rapitori avrebbero scelto questa data per ricordare lo scioglimento, avvenuto il 20 luglio 1578 (il codice identificativo 158 indicherebbe l’anno di scioglimento della congregazione, escluso il 7).

 

22 maggio 2012
Il vaticanista de La Stampa, Giacomo Galeazzi, riporta alcune frasi di Padre Gabriele Amorth, un noto esorcista della diocesi di Roma, sul caso Orlandi, secondo il quale sarebbe stato «un delitto a sfondo sessuale». Tuttavia Padre Amorth non ha mai affermato queste cose ma, come rivelato Pino Nicotri e da Pietro Orlandi, è una tesi sostenuta dalla giornalista Anna Maria Turi nel suo libro. Amorth ha invece detto a Pietro Orlandi: «Non mi sono mai interessato a questo caso. Posso dirti soltanto che le modalità del sequestro (proposta lavoro da persona distinta, tranquillizzare la vittima dare l’idea di una persona affidabile ecc) sono le tecniche usate dagli adescatori di sette sataniche ma altro, ti ripeto, non saprei cosa pensare».

 

19 maggio 2012
Pietro Orlandi ricorda che nei giorni successivi alla sparizione, «quando cercavo disperatamente qualche testimonianza utile, le amiche della scuola di musica di Emanuela mi dissero che suor Dolores, la direttrice, non le faceva andare a Messa o cantare nel coro a Sant’Apollinare ma preferiva che andassero in altre chiese proprio perché diffidava, aveva una brutta opinione di monsignor Vergari. E le stesse mi riferirono un altro dettaglio: suor Dolores non voleva che si sapesse che nello stesso complesso aveva gli uffici Oscar Luigi Scalfaro». Il giornalista Pino Nicotri afferma di aver parlato con la suora, la quale ha smentito il fatto che avrebbe impedito alle allieve di recarsi in Chiesa a Sant’Apollinare. Anche don Vergari ha smentito nel marzo 2013, parlando di “bufala”.

 

18 maggio 2012
I quotidiani riferiscono che mons. Piero Vergari, fino al 1991 rettore della Basilica di Sant’Apollinare, è di recente stato iscritto nel registro degli indagati per concorso nel sequestro di Emanuela Orlandi.

 

26 aprile 2012
Carla Di Giovanni, vedova di De Pedis, ha pagato un miliardo di vecchie lire per la sepoltura nella basilica di Sant’Apollinare. Una fonte vicina alla Santa Sede (interpellata dall’Ansa) ha spiegato che davanti alle insistenze del rettore di Sant’Apollinare, Piero Vergari, «il cardinale Ugo Poletti, inizialmente reticente ad approvare la concessione, di fronte a una cifra così cospicua diede la sua benedizione». Quel denaro «fu usato per le missioni e in parte per lavori di restauro della basilica».

 

14 aprile 2012
Mons. Federico Lombardi, in un documento pubblico, dichiara ancora una volta piena disponibilità a collaborare alle indagini rispetto alla tomba di De Pedis. Ricorda l’impegno di Papa Wojtyla e i suoi appelli, nonché l’installazione del canale diretto con i rapitori e di come agli inquirenti venne lasciato libero accesso alla famiglia Orlandi «senza alcuna mediazione di funzionari vaticani». Tutte le notizie «erano state trasmesse a suo tempo» al giudice Domenico Sica anche se non si ebbe in Vaticano alcun elemento concreto utile per la soluzione del caso». Si riteneva «che il sequestro fosse utilizzato da una oscura organizzazione criminale» che voleva fare pressioni in favore di Alì Agca, e «non si ebbe alcun motivo per pensare ad altri possibili moventi del sequestro». E’ infondato attribuire la «conoscenza di segreti» sul sequestro a persone del Vaticano e finisce per essere «un alibi di fronte allo sconforto e alla frustrazione per il non riuscire a trovare la verità», l’impegno è stato trasparente e «Non risulta che sia stato nascosto nulla, né che vi siano in Vaticano “segreti” da rivelare. Se le Autorità inquirenti italiane crederanno utile o necessario presentare nuove rogatorie alle Autorità vaticane, possono farlo, in qualunque momento, secondo la prassi abituale e troveranno, come sempre, la collaborazione appropriata». Il capo della Procura di Roma, Giuseppe Pignatone, ha apprezzato la nota vaticana.

 

Aprile 2012
La fotografa Roberta Hidalgo pubblica il libro “L’affaire Emanuela Orlandi” (Croce 2012). Dopo essersi procurata del materiale biologico di vari esponenti della famiglia Orlandi sostiene che Emanuela Orlandi sarebbe in realtà figlia di Anna Orlandi (quella che è sua zia) e di Paul Marcinkus e che oggi viva con Pietro a Roma, mentre la vera moglie, Patrizia Marianucci, vive in campagna. Viene allegata una perizia di nove anni fa del noto criminologo Francesco Bruno sulla documentazione fornita in cui si conclude: «In sintesi si può dire che la donna che convive con Pietro Orlandi da almeno 10 anni non presenti molti elementi in comune con Patrizia Marinucci, ma che al contrario presenta numerose somiglianze con la sorella di Pietro, la scomparsa Emanuela». Pietro Orlandi si è rivolto ai suoi legali.

 

03 aprile 2012
Il cardinale Giovanni Battista Re, all’epoca dei fatti era numero tre della segreteria di Stato, afferma che in Vaticano non se ne sa niente, «altrimenti qualcuno avrebbe parlato. Ma purtroppo le cose non stavano così: non siamo riusciti a capire nulla, a sapere cosa ci fosse dietro». Si è parlato di un fascicolo custodito tuttora in Segreteria di Stato, ma ufficialmente non esiste, l’unica inchiesta è quella della magistratura italiana e quelle contro l’allora presidente dello Ior sono «accuse infamanti» e «senza fondamento». Al massimo, afferma, «si può magari dire che Marcinkus fosse un cattivo amministratore, ma un assassino no». Quanto alla tomba di De Pedis, «abbiamo sempre detto che non c’era nulla da scoprire».

 

02 aprile 2012
Alcune indiscrezioni, attribuite a inquirenti della Procura di Roma affermano che la Procura sarebbe convinta del fatto che in Vaticano qualcuno conosca la verità sulla scomparsa di Emanuela Orlandi. Il 3/4/12 il capo della procura di Roma Giuseppe Pignatone assume su di sé il “caso Orlandi”, togliendolo a Giancarlo Capaldo, precisando che «le dichiarazioni e le valutazioni sul procedimento per la scomparsa della Orlandi attribuite da alcuni organi di informazione ad anonimi inquirenti della procura di Roma non esprimono la posizione dell’ufficio». Il 4/4/12 la Segreteria di Stato vaticana risponde alle voci circolate: «Se i magistrati ritengono che qualcuno in Curia abbia elementi di verità a livello indiziario, formalizzino le rogatorie», richieste ufficiali di interrogatori per i prelati che nei primi anni Ottanta erano ai vertici del Vaticano. Nomi e cognomi precisi e non vaghi riferimenti.

Pino Nicotri, esperto del “caso Orlandi”, ricorda che nella basilica di Sant’Apollinare, dove c’è De Pedis, «non è sepolto nessun santo, papa o cardinale, e il sotterraneo non è neppure in terra consacrata». Pubblica poi un’intervista alla signora Carla De Pedis, vedova di Enrico la quale spiega di aver «fatto traslare dalla tomba della mia famiglia al Verano solo perché nella basilica di S. Apollinare ci eravamo sposati, e quindi per me aveva un grande significato sentimentale e affettivo, e si trova a 200 metri da dove lavoro da 30 anni, e quindi per me era comodo poter andare a far visita al mio marito ogni volta che volevo senza dover fare chilometri in auto». L’uscita del film “Romanzo criminale” ha creato fantasie nella gente arrivando «all’idea assurda che la tomba di mio marito in S. Apollinare sia stato il premio per favori da lui fatti al cardinale Ugo Poletti e che nascondesse la verità e magari anche le ossa della povera Emanuela Orlandi». Non esiste alcuna condanna che individui De Pedis «anche come semplice gregario di una qualche banda». La sua uccisione è causata dall’«avere tagliato con l’ambiente non solo malavitoso, ma prudentemente anche con quello dei detenuti rimasti in carcere». Voleva pulirsi, anche in vista di futuri figli, non era ricco e non aveva alcun locale, tanto che non ha lasciato nulla: nell’ultimo periodo lavorava nel campo dell’antiquariato, è morto con la fedina penale pulita, aveva in tasca una regolare patente, una carta di identità valida anche per l’espatrio e un passaporto. Certo, «ha fatto degli errori da giovanissimo, ma che io sappia ha voluto venirne fuori, anche per amore verso di me». E’ stato prosciolto dalle accuse per le quali è stato in carcere e la condanna è stata annullata nel nuovo processo ordinato dalla Cassazione. La donna ha anche difeso la posizione di mons. Piero Vergari, l’allora rettore della basilica di Sant’Apollinare, il quale ha aiutato Enrico dopo il carcere. Nella basilica si sono sposati ed Enrico ha aiutato a sua volta don Piero con offerte per i poveri e cose di questo genere: «Ecco perché don Piero ha acconsentito alla mia richiesta di poter seppellire mio marito nella basilica dove ci eravamo sposati e alla quale quindi ero molto legata. Per quale strano motivo la Chiesa avrebbe dovuto rifiutare di seppellirlo lì?», spiega. Nessun complotto tra il cardinale Poletti, don Piero, lei, i fratelli De Pedis, il Comune di Roma, l’Ufficio igiene, il cimitero del Verano e l’Ufficio comunale delle sepolture, dunque. La gente, dice, è aizzata dal programma “Chi l’ha visto?”, «come cattolica sarei perplessa e contrariata anch’io se un grande criminale dei nostri tempi fosse seppellito in una chiesa, ma mio marito non era un grande criminale».

 

30 marzo 2012
Il ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri rivela che nella basilica di Sant’Apollinare non vige l’extraterritorialità, se non per i profili fiscali. Il Comune di Roma (il 24 aprile 1990) e il Vaticano (il 10 marzo 1990) hanno concesso la regolare sepoltura di De Pedis.

 

Marzo 2012
Pietro Orlandi viene avvicinato da un uomo che dice di conoscere questa storia “da quasi 29 anni”, aggiungendo: «La persona che fece salire in macchina Emanuela la conosci bene». Ha anche aggiunto: «Chiedi a Sabrina Minardi, che su quella macchina c’era»

 

22 febbraio 2012
Due intercettazioni telefoniche, riguardanti conversazioni dell’avvocato della famiglia Orlandi (fornito loro dal Sisde), Egidio Gennaro, con i presunti rapitori con un tono distaccato, come se fosse una normale sparizione, insospettiscono e sorprendono i magistrati.

 

22 febbraio 2012
La trasmissione televisiva “Chi l’ha visto?” rivela un appunto riservato di padre Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede, nel quale avanza alcune perplessità su alcuni «aspetti di comportamento umano e cristiano probabilmente criticabili o imprudenti». La nota, probabilmente destinata al segretario del Pontefice, mons. Georg, è datata gennaio 2012, e Padre Lombardi scrive: «Restano dei punti su cui non è facile dare oggi risposta definitiva e documentabile», come il mancato avvertimento della famiglia Orlandi da parte del Vaticano sull’allarme sequestro lanciato dagli 007 francesi poco prima della scomparsa della ragazza, la non collaborazione con le autorità italiane (le rogatorie), gli aiuti economici della Santa Sede a Solidarnosc (una circostanza che se fosse emersa avrebbe provocato una reazione militare dell’Urss in Polonia), che potrebbero aver messo Giovanni Paolo II nella condizione di essere ricattato e, infine, la presenza “inspiegabile” di spie e informatori Oltretevere. Sulla sepoltura di De Pedis a Sant’Apollinare, Padre Lombardi scrive: «poiché mi pare che il cardinal vicario abbia dichiarato la disponibilità a lasciar aprire la tomba, non capisco perché questo non sia ancora avvenuto».

In forma anonima un “Corvo”, che afferma di «lavorare in Vaticano da vent’anni» invita le autorità vaticane ad impegnarsi «su una vicenda che mi fa pensare in maniera costante, la scomparsa di Emanuela Orlandi». In proposito ha aggiunto: «Forse non è stato fatto tutto quello che si poteva o forse si va a toccare cose troppo scottanti, troppo delicate». Il Corvo ha parlato del Vaticano, «un Paese dove uno fa una strage e sparisce nel nulla», alludendo forse alla morte del capo delle Guardie svizzere, Alois Estermann. Si scoprirà che questo Corvo, altro non è che Paolo Gabriele, maggiordomo di Papa Benedetto XVI, arrestato e processato per aver sottratto alcuni documenti riservati dalla scrivania del Papa.

 

21 gennaio 2012
Durante una manifestazione organizzata da Pietro Orlandi davanti alla basilica di san’Apollinare viene visto e fotografato un uomo che a sua volta fotografava i partecipanti. Si tratta di un agente segreto vaticano, cioè Francesco Minafra, da oltre 5 anni in forze nel Corpo della gendarmeria, agli ordini del comand