«Vogliono farvi credere che farsi di cannabis è normale…»

mantovano droga«Vi vogliono far credere che fumare una canna è normale, che andare sempre oltre è normale. Qualcuno vuol soffocarvi». Queste le parole della mamma di Giò (Giovanni Bianchi), il ragazzo di Lavagna, suicidatosi tre giorni fa durante un controllo della Guardia di Finanza, che lo aveva sorpreso con qualche grammo di hashish.

Era stata la madre a chiamare gli agenti, «dopo innumerevoli tentativi di convincere il figlio a smettere di farsi di spinelli non sapeva più cosa fare», ha dichiarato il generale Renzo Nisi. La madre ha voluto ringraziare i militari «per avere ascoltato un urlo di disperazione di una madre che non poteva accettare di avere suo figlio perdersi e ha provato con ogni mezzo di combattere la guerra contro la dipendenza prima che fosse troppo tardi». Ha chiesto poi scusa a suo figlio: «Perdonami per non essere stata capace di colmare quel vuoto che ti portavi dentro da lontano».

Non ci sarebbe altro da dire. Se non stigmatizzare l’immediata strumentalizzazione di Roberto Saviano, che ha usato la vita e la morte di Giò per la sua battaglia sulla legalizzazione delle droghe leggere. Una “iena” secondo lo psichiatra Paolo Crepet. E’ proprio la legalizzazione della marijuana che ha aumentato esponenzialmente i ricoveri ospedalieri dei minori in Colorado, sono proprio le campagne pro-cannabis ad aumentare l’uso di droghe (del 6%) da parte dei giovani, portando a ritenere socialmente accettabile la marijuana. Non esiste più la “droga leggera” degli anni ’60, hanno spiegato i ricercatori dell’University of Arkansas, oggi i composti sono letali, «portano a psicosi, dipendenza e la morte». E’ la Fondazione Veronesi a dare la parola a Roberto Cavallaro, responsabile dell’Unità per i disturbi psicotici dell’ospedale San Raffaele di Milano, il quale spiega: «La marijuana una droga leggera? Può anche raddoppiare il rischio di schizofrenia. La verità è che non esistono droghe leggere o pesanti, è un concetto da superare: sono tutte droghe con effetti deleteri, il rischio e la gravità con cui si manifestano in una condizione patologica sono individuali».

La voce della comunità scientifica è ben udibile nel libro Libertà dalla droga. Diritto, scienza, sociologia (Sugarco 2015), scritto dal magistrato Alfredo Mantovano, dal sociologo Massimo Introvigne e da Giovanni Serpelloni, direttore del Servizio per le tossicodipendenze (Sert) di Verona. In esso si affrontano tutti i luoghi comuni a favore della legalizzazione, smontandoli uno a uno. Si mostra ad esempio, così come ha fatto il National Drug Control Policy, che la cannabis non è affatto paragonabile all’alcool: mentre l’uso di quest’ultimo può essere distinto in uso moderato -benefico per la salute (il bicchiere di vino a pasto) e in abuso, «per il consumo di droga la distinzione non regge: già il semplice uso di stupefacenti produce alterazioni dell’equilibrio fisico e psichico» (p. 28). Infatti, Luigi Janiri, vicepresidente della sezione dipendenze della Società italiana di psichiatria, ha spiegato: «gli episodi acuti psicotici transitori di cui è responsabile la cannabis non si verifichino con l’alcol. Mentre un episodio psicotico transitorio si può verificare in una persona anche alla prima assunzione di cannabis, non si verifica alla prima assunzione di alcol» (p. 28). Si confuta anche la bufala che «la mancata legalizzazione è causa dell’arricchimento dei clan: ogni legalizzazione ha infatti dei limiti (di età dell’assuntore, di quantità e di qualità)», così «alla criminalità sarà sufficiente operare oltre i limiti fissati» (p. 30).

Inoltre, i tre autori rivelano i dati del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria che mostra come la riforma “proibizionista” del 2006 non è stata per nulla “carcerizzante”: gli ingressi in carcere per violazione della legge sulla droga sono in costante calo, così come i decessi per droga. «Dunque, la legge del 2006», concludono, «ha concorso a far diminuire il consumo totale di droghe e il numero di tossicodipendenti in carcere, con parallelo incremento dei recuperi» (p. 45). Con tanto di tabelle e fonti ufficiali, gli autori dimostrano che «il fenomeno della droga in Italia è in lenta contrazione con un continuo decremento dei maggiori indicatori quali l’uso delle principali sostanze, della mortalità e delle carcerazioni droga-correlate» (p. 101). Decine di pagine elencano tutti gli studi più recenti che dimostrano la pericolosità del consumo anche saltuario di cannabis, una droga pesante a tutti gli effetti secondo la letteratura scientifica. «Nessun’altra sostanza al mondo con queste caratteristiche così ben documentate da studi tanto autorevoli», si legge, «verrebbe altrettanto classificata come “leggera” e quindi fatta percepire come non pericolosa, consentendone, quindi, implicitamente, se non addirittura esplicitamente, l’uso» (p. 90).

Ritorniamo alle parole della mamma di Giò: «Diventate protagonisti della vostra vita e cercate lo straordinario», ha detto ai coetanei di suo figlio. Non ascoltate i profeti di morte, non è affatto normale che degli adolescenti (e tanti adulti) siano così delusi, disperati e disillusi da voler fuggire dalla realtà, rifugiandosi nello sballo e affidando la loro vita a sostanze tanto gravi per la loro salute (altro che “solo uno spinello”). Droga pesante, così come è pesante la responsabilità morale di Roberto Saviano per i danni che quotidianamente migliaia di giovani italiani subiscono dalla marijuana.

 

Qui sotto le parole della madre durante il funerale

 

La redazione

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