Caro Boncinelli, l’affidarsi al sacro è una scelta di salutare realismo

 

di Maria Beatrice Toro
*docente di Psicoterapia e Psicologia presso l’Università “La Sapienza” e l’Università “LUMSA” di Roma

 

Come abbiamo avuto occasione di scrivere, la persistenza della religiosità e della spiritualità, sopravvissute al processo di secolarizzazione caratteristico dell’epoca moderna, costituisce una delle sfide a quella corrente di pensiero che identifica tout court il senso del sacro come una forma di residuale irrazionalità sul cammino della mente positiva.

Con grande meraviglia rispetto alla inesauribile persistenza del senso del sacro nella mente umana, che è presente in tanti diversi contesti, di semplicità, ma anche raffinatezza culturale (mi riferisco a scienziati, filosofi, intellettuali credenti), Richard Dawkins, Lewis Wolpert ed altri numerosi autori, italiani e stranieri, hanno scritto saggi e riflessioni, a cui oggi si va ad aggiungere il libro Contro il sacro, di Edoardo Boncinelli

Ognuno con un suo ragionamento e con declinazioni differenti, essi sostengono che, cercando riferimenti e appigli per i suoi ragionamenti sulla causa dell’esistenza, l’essere umano tenda erroneamente a esportare categorie fisiche quali quelle di causa ed effetto anche in ambiti più ampi, inventando una dimensione trascendente che non ha altre ragioni d’essere che non siano l’errore e la paura. Chi rifiuta la posizione per cui la matrice della vita sia il caso, invoca il sacro, ovvero qualcosa di separato dalla nostra dimensione umana, come principio e senso ultimo della vita. Si può pensare che questo ci “deresponsabilizzi” supponendo che non tutto sia in nostro potere?

A livello psichico il riconoscimento di un limite, lungi dal rendere più irresponsabili, mi sembra invece che ponga un freno a un grave “guaio”, ovvero il sentirsi completamente autodeterminati, quasi onnipotenti nel decidere di noi stessi e del nostro destino. Cito, a tale proposito, un’interessante visione, ben espressa dal libro La caduta dell’angelo: sacro e tossicomania nella modernità, scritto da Mario Pollo nel 2012. Tra lo stimolo e la risposta, a differenza di ciò che accade negli animali, Homo sapiens ha la possibilità di interporre ragionamenti e scelte, in una ricerca di significato della propria vita che porta a farsi domande profondissime e a rispondere dopo un’imponente rielaborazione simbolica in cui nasce e trova spazio ciò che chiamiamo “cultura”.

Il senso del sacro potrebbe nascere in reazione alla vertigine per cui ci rendiamo conto di non riuscire ad abbracciare con la mente la totalità della realtà: affossare questa dimensione di trascendenza, più che liberare l’uomo dalle pastoie dell’irrazionalità, potrebbe significare consegnarsi a un narcisismo distruttivo che rifiuta completamente l’alterità, e, infine, anche quel nucleo dell’esperienza che, in qualche modo, è altro a noi stessi, perché non riusciamo a determinarci completamente. Rendersene conto non ci rende meno liberi, perché la dimensione della scelta responsabile è la più importante prerogativa dell’umano, ma ci rende consapevoli dei limiti della nostra condizione, in modo psichicamente non malato, ma, direi, sottilmente salutare.

La vita umana, infatti, è sempre a contatto con i propri limiti (corporei e temporali, fino al limite dei limiti, ovvero la morte). Si può pensare che, proprio perché siamo limitati siamo unici e irripetibili, e possiamo passare attraverso i nostri limiti tramite la dimensione vitale del cambiamento. Solo ciò che è limitato può avere una forma e solo ciò che è potenzialmente qualcosa di più dei suoi limiti può cambiare, evolvere, non negando il limite ma accettandolo. In psicologia stiamo sempre più diventando coscienti di quanto sia importante la dimensione dell’accettazione e, non a caso, accanto all’importante concetto di autostima abbiamo posto quello, più importante ancora, dell’auto accettazione, o (auto compassione).

Non è per fermarsi a ciò che si è, “rassegnandosi” al limite, ma per orientarsi al cambiamento senza rinnegare ciò che siamo, o siamo stati. Il limite, senza il suo opposto, l’illimitato, “non produce storia ed evoluzione” (M. Pollo, La caduta dell’angelo, Franco Angeli 2012). Nell’incontro/scontro tra queste due dimensioni si gioca la vita umana, una realtà in bilico tra se stessa e il suo auto trascendersi, o, se preferiamo, tra finito e infinito, limitato e illimitato, profano e sacro.

 
Altri articoli dell’autrice:
La fede come espressione di una mente adulta (agosto 2013)
Nati per credere, risposta a Giorgio Vallortigara (aprile 2013)
La fede e il benessere psicofisico: distinzioni dall’“effetto placebo” (gennaio 2012)
 

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