La nostra intervista a Marco Fassoni Accetti: «il caso Orlandi? E’ risolvibile, ma i magistrati…»

Marco AccettiIl 14 gennaio 2016, in seguito alla pubblicazione del nostro secondo dossier sul caso di Emanuela Orlandi, la cittadina vaticana scomparsa il 22 giugno 1983, abbiamo avuto una lunga conversazione telefonica con Marco Fassoni Accetti e qui di seguito riporteremo la trascrizione della telefonata (rivista e confermata dall’intervistato).

Fassoni Accetti si è presentato in Procura nel marzo 2013 autoaccusandosi di essere stato uno dei responsabili e dei principali telefonisti (il cosiddetto Amerikano) della sparizione di Emanuela e di Mirella Gregori, un’altra ragazza scomparsa un mese prima della Orlandi, raccontando un complesso e articolato scenario, evitando di fare chiamate di correità verso (presunti) sodali, divulgando un appello per invitarli a presentarsi spontaneamente. Gli inquirenti hanno svolto degli approfondimenti sugli elementi prodotti da Fassoni Accetti ma, poco prima della sentenza, il caso è stato tolto dalla responsabilità del procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, autore fino ad allora delle indagini. Nell’ottobre 2015 il gip Giovanni Giorgianni ha deciso l’archiviazione del procedimento su richiesta del procuratore Giuseppe Pignatore, scrivendo: «la vicenda descritta da Marco Fassoni Accetti deve ritenersi non credibile e “frutto di un lavoro di sceneggiatura scaturito dallo studio attento di atti e informazioni acquisite negli anni” da parte di un soggetto con spiccate smanie di protagonismo».

Sentenza da rispettare ma che, valutando le motivazioni fornite dai magistrati, abbiamo ritenuto per nulla convincente, argomentando i nostri dubbi nella sezione del nostro dossier dedicata a Fassoni Accetti. Richiesta di archiviazione, oltretutto, che non è stata firmata dal dott. Capaldo, in forma di aperto dissenso. Marco Fassoni Accetti è stato conseguentemente accusato di calunnia e autocalunnia e subirà un processo, pochi giorni fa è iniziata la perizia psichiatria nei suoi confronti, chiesta dai pm per stabilire la capacità di intendere e di volere dell’indagato e la sua capacità di stare in processo. 

Abbiamo studiato il caso della scomparsa di Emanuela, al quale Marco Fassoni Accetti ha legato altri casi misteriosi (oltre a Mirella Gregori): quello di Catherine (Kathy) Skerl, di José Garramon e di Alessia Rosati. Chi vuole approfondire ha a disposizione il già citato dossier, nel quale abbiamo valutato punti forti e deboli per ognuna delle principali piste emerse fino ad oggi. Abbiamo chiesto a Marco Fassoni Accetti di commentare le nostre conclusioni, in particolare chiarire i punti deboli che abbiamo rilevato nel suo racconto (alla luce delle sue risposte è stato modificato anche il dossier). Alcune persone ci hanno chiesto di non riportare i loro nomi per intero, per gli altri abbiamo voluto noi evitare di scrivere il cognome, Fassoni Accetti si è comunque assunto la totale responsabilità delle accuse proferite. Per qualunque comunicazione è possibile scrivere a redazione@uccronline.it.

 
 
Sig. Fassoni Accetti [d’ora in poi MFA, NDA], abbiamo pubblicato un dossier sul caso Orlandi studiando anche la sua ricostruzione dei fatti: abbiamo rilevato diversi punti forti e altrettanti punti deboli. Mi interessava un suo giudizio, sopratutto un chiarimento sui punti deboli…
Si, è uno lavoro equilibrato, quello che avrebbero dovuto fare i giudici nelle loro conclusioni istruttorie, quello che avrebbero dovuto fare tanti giornalisti…

Ogni giornalista forse ha la sua tesi da difendere?
Esatto, stessa cosa i giudici. Pensi a come il giudice Giorgianni ha liquidato l’intercettazione della mia ex convivente [MFA si riferisce ad una intercettazione del 04/04/1997 tra lui e Ornella C., nella quale la donna lo minacciò di parlare alla polizia di Emanuela Orlandi: “adesso io comincerò a raccontare per telefono tutte le cose di una certa ragazza…di tutte le cose che tu hai fatto con questa ragazza […], parliamo di Emanuela Orlandi e di quello che vuoi fare con lei?”, NDA]. Hanno liquidato questa intercettazione perché io nella telefonata la chiamavo “pazza”: è la firma o di una negligenza o di una volontà. C’era la volontà di chiudere le vicenda in un certo modo. La stessa donna, interrogata, non ricorda e depone a favore del fatto che non fosse una questione importante e saliente…non c’è la volontà di indagare. Lo stesso giudice Capaldo -che sicuramente si risolveva, nelle sue conclusioni finali, ad indicarmi comunque come un organizzatore o un partecipante storicamente chiaro-, ha condotto un’istruttoria oscena nel senso che, se lui avesse mietuto più materiale, facendo i confronti e le intercettazioni, ben più difficilmente il capo della Procura poteva togliergli la possibilità di rinviare a giudizio o meno, se l’è cercata. Ecco, prendiamo per esempio P.D.B. -che Capaldo più di una volta mi ha confermato avere l’idea che era chiaramente una partecipante (assieme a Eleonora C. ed altre)-: bastava semplicemente, come gli ho suggerito tante volte (ma Capaldo è così…non saprei neanche definire il suo comportamento), bastava chiederle come fossero andati i fatti quella notte in quella caserma [per chi non capisce il riferimento, l’episodio di cui sta parlando MFA si trova qui, NDA], se ci fosse stata la presenza di Sica e, ricevendo risposta negativa, avrebbe dovuto chiedere alla donna come mai allora ha inventato questa storia, che motivo aveva, possibilmente mettendola a confronto con me. E lì poi procedere ad una perizia grafica. Invece, non ha controllato i fatti della caserma, non ha contro-interrogato la P.D.B., non ha proceduto ad un perizia grafica, non l’ha messa a confronto con me… e allora! E’ chiaro che poi Pignatone ti toglie l’inchiesta! Io non indico alcun nome, ma è anche inutile che lo faccia a questo punto. Ma non c’è bisogno nemmeno di farlo perché li conoscono benissimo: ci sono 6-7 ragazze che hanno individuato come partecipanti, chiaramente devi convocarle, intercettarle…invece loro le chiamano, fanno qualche domanda di rito e quando le ragazze negano allora “buonasera, grazie e finito lì”. Ma è logico!

Ecco, tornando al nostro dossier…
Avete fatto anche tanti errori, alcuni anche un po’ gratuiti perché bastava scartabellare nei documenti. Poi qualche considerazione un po’ avventata: ad esempio, quando scrivete che poiché queste donne, oggi, poiché sono madri di famiglia non malavitose dovrebbero sentire ancor di più la voce della coscienza [MFA si riferisce al primo punto debole che abbiamo individuato del suo racconto, NDA]. E’ invece vero il contrario: la donna di cinquant’anni, madre di famiglia con figli, non va ad esporsi facendo sapere che quando aveva 18-20 anni partecipò alla scomparsa di due ragazze, mettendo a repentaglio i figli e il loro futuro. Il vostro è un parallogismo terribile. La chiave di Filippo P. avete fatto bene ad inserirla [MFA si riferisce al sedicesimo punto forte da noi rilevato: ritiene che P.D.B. si nasconda dietro questo profilo Facebook, NDA]: la P.D.B. anticipa a modo suo, infantile, una possibile chiamata di correità -questo fin dall’inizio, parlo di due anni e mezzo fa-, inventando cose, nella sua ingenuità, che erano verificabilissime, come ad esempio la presenza di Sica. Bastava chiedere a tutti i carabinieri presenti quella notte…

Ho intervistato il tenente dei carabinieri che firmò il primo rapporto dell’interrogatorio, Roberto P., purtroppo si ricorda solo vagamente l’episodio e non riesce a confermare l’assenza in quella notte del magistrato Domenico Sica (il nome di quest’ultimo non compare nel rapporto)…
Dovrebbero comunque farlo i giudici questo…Il caso Orlandi è un caso risolvibilissimo perché sono tante le tracce ormai scoperte, ma non le hanno percorse. Pensi solamente al fornetto della Skerl: è vuoto! Basterebbe appurarlo, ma non lo fanno [nel settembre 2015 MFA ha dichiarato che nel 2005 la bara di Catherine Skerl sarebbe stata prelevata dal fornetto del cimitero Verano, smurato e poi richiuso, NDA]. Se interrogata, una amica della Alessia Rosati può testimoniare che dopo la scomparsa io e la Rosati, su un motorino, la cercammo e trovammo però -ricordo vagamente- dei ragazzi a cui chiedemmo dove poter trovare questa Claudia. Ma nessuno indaga, c’è come una volontà allucinata di non voler risolvere, ma è tutto scoperto.

Ho letto che i genitori stessi di Alessia Rosati hanno maturato dei dubbi proprio su questa amica, sostenendo che abbia mentito…
Si, ma non le chiedono nulla! Questa testimonianza di Claudia c’è, nessuno la verifica, la tomba della Skerl sta lì e nessuno la verifica. Tornando al caso Orlandi, bastava interrogare per bene queste persone. Pensi a questa Eleonora, che stava a Boston: tenete conto che, esattamente un anno prima, mi diede l’arma del padre perché io la usassi come…ora, una persona che ti consegna un’arma -questo però rientra nell’autonomia del giudice che deve comprendere le cose-, se una ti dà un’arma nell’82 figurati se non ti imbuca delle lettere [MFA si riferisce a dei comunicati relativi al caso Orlandi che nel 1983 partirono proprio dalla città di Boston, NDA]. Io con quell’arma, con tanto di matricola risalente a suo padre, potevo compiere rapine, omicidi ecc. Il furgone che usai per recarmi nella pineta era quello di suo padre, è chiaro che poteva benissimo imbucare delle lettere!

Certo, la coincidenza che proprio in quel periodo Eleonora C. si recava proprio a Boston a trovare il fratello è sorprendente, tuttavia la donna ha smentito davanti ai giudici di aver imbucato le lettere….
E’ il segreto di Pulcinella. Purtroppo i familiari della Orlandi si perdono in maratone, cerimonie, fanno la maglietta ecc. Basterebbe pretendere che si muovano pochi passi ma giusti, mirati, ed è tutto lì, finisce lì. Ora però, al processo che subirò, si tratterà di condannare e io pretenderò che l’accusa provi ogni singolo passo. Ad esempio, io so che l’avv. Egidio disse e l’Amerikano rispose, o viceversa: mi si deve dire in quale documento scritto io possa averlo letto e appreso. Questo rinvio a giudizio e questa archiviazione sono frasi in libertà che non provano nulla, è come il processo della pineta di trentadue anni fa, dove mi rinviarono a giudizio e poi dopo un’ora di Camera di consiglio sono stato rimosso dall’accusa [MFA si riferisce all’imputazione di omicidio volontario dopo l’investimento di José Garramon del 20 dicembre 1983, poi trasformatasi in condanna per omicidio colposo e omissione di soccorso per la quale ha scontato 18 mesi di carcere, NDA]. Per condannare devi provare mentre per rinviare a giudizio no, stai demandando l’esame ad una Corte. Il fatto che io avrei cercato i giornalisti? E’ successo solo una volta con la redazione di Rai3, poi mi hanno sempre cercato loro. Ma anche se fosse, questo cosa prova? Come avete scritto anche voi, dopo trent’anni di silenzio…il mitomane ha una patologia impellente, incontrollabile.

Lei ha scritto sul suo blog di una certa Ligeia S.
Appena uscito dai domiciliari nell’86 mi recai alla scuola della Skerl e cercai una sua compagna di liceo, Ligeia S. Nessuno l’ha mai cercata per appurare. Dicono che avevo un’ossessione, ma se rimandiamo tutto alle ossessioni a questo punto…

I giudici parlano di sue ossessioni, lo dicono anche i suoi familiari…
Per quanto riguarda la testimonianza di mia sorella -lei non mi ha raccontato niente privatamente e l’ho letto nei verbali-, mi ha fatto ricordare che la Orlandi aveva anche un flauto dolce, l’ho ricordato dopo trent’anni, che io ricordo bianco, però, di legno o plastica…ma non posso ricordare tutto. Lo feci vedere a mia sorella perché volevo coinvolgerla, poi ho visto che non era il caso e tralasciai. Ancora una volta i giudici prendono la testimonianza di mia sorella e poi non ci mettono a confronto…questo è l’errore mortale di Capaldo. Non è affatto vero che io avevo un’ossessione per la Orlandi, che ne parlavo…questa è un’invenzione di mio padre a mo’ di difesa estrema e puerile. Lo dissi solo a mia sorella ed è successo che una volta lui trovò dei fogli su un tavolo, tutto qui. Ma figuriamoci se andavo a parlare a mio padre del caso Orlandi, a che scopo?

Questa lamentela del mancato confronto lei la fa anche nei confronti del poliziotto Bosco, che avrebbe assistito all’incontro davanti al Senato tra Emanuela e De Pedis. Lei però racconta due versioni, è una contraddizione e quindi un punto debole del suo racconto.
No, no, era un piccolo gioco di presenza-assenza. Lì, davanti al Senato, ci alternavamo: andata via la “persona” [De Pedis, NDA] mi presentai io a chiedere dove fosse la Sala Borromini per confondere le acque e la possibilità di un identikit. Secondo me quell’identikit che circola dell’esponente della criminalità [De Pedis, NDA], è una cosa posticcia fatta a posteriori, per incastrarlo. Loro [i testimoni oculari, Bosco e Sambuco, NDA], avevano assistito a questa scena dove c’era il cosiddetto “imprenditore”, andato via “l’imprenditore” mi sono sostituito io -chiaramente loro non è che avessero l’occhio fisso sulle nostre mosse- per incidere meglio nella memoria, mi sono presentato io e gli ho chiesto: “dov’è la Sala Borromini?”. Non ricordo se al vigile o al poliziotto, oltretutto c’erano anche altri impiegati, credo del Senato…Quando è uscito questo identikit ho sempre pensato ad un’azione posticcia, fasulla, per volerlo coinvolgere anche se non conosco i percorsi…non credo che loro, nell’immediatezza, abbiano fatto quell’identificazione ma è una cosa a posteriori, addirittura negli anni.

Pietro Orlandi ha sempre raccontato che carpì lui, per primo, la testimonianza del vigile Sambuco poche ore dopo la scomparsa di Emanuela…
Mah…non lo so, non lo so. Fatto sta che se io mi presento per un fatto il cui momento massimo è proprio lì davanti al Senato, mi avrebbero dovuto far fare il confronto con costui [con il poliziotto Bosco, NDA], anche perché lui mi descrive: viso lungo, leggermente stempiato…sono io, è chiaro! Perché proprio vado innanzi a loro! E poi i giudici non mi hanno nemmeno chiesto che macchina io usassi all’epoca: avevo una macchina verde metallizzato dello stesso colore di quella usata davanti al Senato. Non me l’hanno mai chiesto, questo è gravissimo, ci sono lacune spaventose che io racconterò al processo.

Emergerà qualcosa da questo processo?
Mah, lo aggiusteranno dicendo che è vero, non c’è l’autocalunnia ma resta misterioso…se lo aggiusteranno e diranno che non si può più riaprire il caso. Infatti io credo bisognerebbe fare, al di là della magistratura, un processo con tanto di telecamera…ci vorrebbe Pietro Orlandi, persone che non hanno interessi [da difendere, NDA]. Basterebbero pochi elementi. Ho ripetuto più di una volta una cosa che ritengo sia di una gravità enorme: la Minardi nomina due quartieri, Monteverde e la località marittima di Torvajanica. Questi luoghi sono citati nella prima telefonata in assoluto del cosiddetto “Mario” che, sotto forma di codice, ma non ricordo bene…-ecco, giocano tutti sul fatto che io non mi ricordo cosa si disse esattamente in quella telefonata…ma chi se ne frega, quelle telefonate alla famiglia erano semplicemente per attirare i giornalisti, a mo’ di cassa di risonanza. Le prime due telefonate erano per far finta che fosse una “scappatella”, ma non avevano quell’importanza tale che uno se ne possa ricordare dopo trent’anni-. Comunque sia, all’interno di questa telefonata di “Mario” è contenuto un riferimento a Monteverde e Torvajanica: ora, di tutte le località marittime e i quartieri romani, la Minardi cita proprio questi due nel…, non ricordo l’anno. Non ricordo perché non sono uno storico di questo caso, io l’ho vissuto ma non sono uno storico!

La Minardi lo dice nel 2008…
Comunque, o alla Minardi è stato fatto leggere il testo della telefonata e, allora, è comunque importante perché significa che vogliono mettere in mezzo la cosiddetta Banda della Magliana. Oppure la Minardi veramente ricorda e dice il vero. In tutte e due i casi emergono elementi di un’importanza enorme e questo nessuno lo ha mai rilevato, a cominciare da Capaldo, e di questo non c’è traccia nelle conclusioni. E’ incredibile.

Secondo lei la Minardi cosa c’entra in tutto questo?
La Minardi io non la conoscevo, non sapevo chi fosse, mai vista né conosciuta e non ha fatto parte assolutamente del caso Orlandi. Tre quarti delle cose che dice non sono vere (la storia che le è stata consegnata la Orlandi ecc.), però qualcuno glielo ha riferito, perché riporta cose vere trasformandole, per due motivi: perché manda un messaggio, vuole qualche cosa e allo stesso tempo protegge la stessa persona a cui ha mandato il messaggio e rende vane le verifiche giudiziarie. Ad esempio, lei parla di una una ragazzina nomade nella pineta di Castel Porziano, una “zingarella”: è una cosa vera, ma era uno zingarello di undici-dodici anni e, guarda caso, lei configura questa circostanza nell’83-84 e proprio nell’83 c’è la stessa pineta [dove poi il piccolo Garramon venne investito dal furgone di MFA, NDA]. Non può essere una coincidenza, no? Dice il vero anche riguardo a Monteverde e Torvajanica, soltanto che poi aggiunge tante cose per inficiare…

Perché si presenta la Minardi? A che scopo?
Qualcuno gliel’ha riferito, io all’epoca non ricordo nulla di questa donna. Certo, poteva benissimo co-esistere con gli altri, non è che dovevo necessariamente conoscere tutto. Questi sono i misteri del caso, perché la persona subentra…perché manda questi messaggi…non lo so. Forse qualcuno vuole chiudere sulla Banda della Magliana, anche Pignatone voleva chiudere sulla Magliana. Del resto fanno quello che noi volevamo fare fin dall’inizio: coinvolgere un membro della Banda della Magliana e alcune sue pertinenze, queste dimore, perché in caso di perquisizione si chiudeva il caso su di loro, tanto erano già esposti e in cambio li si dava qualche cosa… Per assurdo, anche la magistratura chiude su quella che per noi era una copertura…infatti credono alla Minardi, nonostante abbia detto cose incredibili, e non credono a me. Io non sono un complottista ma non posso neanche pensare che sia negligenza. Per me questo è un segreto di Pulcinella, l’unico che si è dato da fare -seppur malamente- è Peronaci, gli altri giornalisti sono completamente assenti e poi c’è stata questa trasmissione di Rai3 che ha fatto danni assurdi all’appello che io avevo fatto…

Questo appello è completamente rovinato?
Completamente. Figuriamoci se degli ecclesiastici si vanno a mettere dentro una situazione di caccia all’untore. Lo hanno fatto, io penso, perché sollecitati da alcuni funzionari del Sisde di allora, così da buttarla su una cosa greve come la pedofilia, che è una cosa risibile. Io sarei il pedofilo meno segnalato e denunciato d’Italia, neanche una segnalazione, neanche un bambino che si confida con la madre. Solamente quell’investimento nella pineta e un ragazzino fermato in corso Emanuele [Stefano Coccia, NDA], oltretutto quando con me c’era anche una ragazza.

Dopo l’incidente nella pineta casa sua è stata perquisita…
Si, e trovarono il numero di Stefano Coccia nel mio cassetto e, guarda caso, non c’era nulla riferibile alla Orlandi o altri documenti, c’era solo quello che volevo che si potesse far trovare. Quello che io auspico è un processo dove si esaminano uno a uno questi fatti, si invitano i testimoni…perché io non penso che la magistratura procederà mai. Le coincidenze quante possono essere? Due, tre, quattro? Ma sono infinite qui..come il caso di Paola Diener: quando la fotografai portava al guinzaglio un cagnolino. Come faccio a sapere che aveva un cagnolino? Qualcuno dirà: “eh, ma tu lo hai letto”…eh, ma allora! E nella stessa strada hanno fatto trovare un teschio. Nel 2013 qualcuno ha lasciato un altro teschio sotto il colonnato di San Pietro, un mese prima che io mi presentassi, un luogo altamente monitorato dalle telecamere [in realtà è stato nella notte tra il 20 e il 21 dicembre 2012, probabile riferimento alla notte del 20 e 21 dicembre 1983, quando Fassoni Accetti venne arresato dopo aver investito Garramon, NDA]. Loro [gli inquirenti, NDA] hanno quindi l’immagine di chi ha deposto quel fardello e non se n’è mai saputo niente. Colui che ha posto il teschio certamente sa delle due lettere [gli stessi inquirenti hanno concluso che si tratta dello stesso autore, NDA]. C’è un’omissione, una copertura che mi ricorda molto quella che è stata fatta nei miei confronti nel 1997, quando mi hanno intercettato. Allora venni intercettato per la scomparsa di un minore e loro [gli inquirenti, NDA] sapevano che nell’83 ero stato indagato per l’omicidio di un altro minore. Quando sentono la mia convivente che parla della Orlandi, altra scomparsa sempre nell’83, chi sta ascoltando dovrebbe mettere in fila le cose…ed invece nessuno mi convoca o, meglio, non convocano la ragazza che era giovanissima…bastava metterla sotto uno stretto interrogatorio per 24 ore e avrebbe parlato. Non l’hanno chiamata.

Ecco, parliamo di questa intercettazione del 1997. La donna le dice anche “parliamo di Emanuela Orlandi e di quello che vuoi fare con lei”, cosa significa?
La Orlandi in quel momento era una persona di cui non era stata verificata né la morte né la vita, questo era sempre un elemento di ricatto, di pressione che noi usammo fino al 1999, mi sembra. In quegli anni continuavamo, con piccole pressioni, ad usare la figura della Orlandi, il cui destino poteva essere causa di qualche rinvio a giudizio, nessuno lo avrebbe fatto però, era un modo per disturbare. C’è un prelato in particolare, mons. Cheli, che compare anche nel caso di Calvi e che, guarda caso, era proprio preposto all’opera di assistenza ai migranti e ai nomadi. Noi usavamo metterli sotto pressione: “nella tua abitazione abbiamo nascosto un indumento della Orlandi, in un posto che tu non puoi rintracciare ma possiamo mandare gli inquirenti…”, erano piccole cose alle quali nemmeno credevano. Però era un fastidio e così chiedevamo un incarico curiale, una nomina, che loro in genere rifiutavano. Comunque la ragazza [Ornella C., NDA], che io avevo messo al corrente perché mi serviva per certi versi, chiaramente in quel momento, come spesso fanno le ragazze giovanissime, se n’è uscita con quella frase…io mi sono gelato e sentito perso, ero sotto copertura ed ero legato a certe azioni del….tenga conto che in quegli anni c’erano stati problemi gravissimi al Sisde, degli ammanchi, era il momento in cui abbiamo poi chiesto aiuto alla Rosati. Usavamo sempre ragazze, giovanissime, per fingere che avessero potuto avere rapporti peccaminosi con quel tale, li infastidivamo con piccole pressioni perché piccole erano le richieste. La Orlandi, se poi la ragazza non fosse veramente scomparsa, sarebbe tornata a casa risolvendosi che era una scappatella e tutto quello che ne era seguito erano stati mitomani, malintenzionati, balordi ecc. Purtroppo, con l’appello papale e il non ritorno a casa, questa situazione si è ingigantita a dismisura ed è degenerata.

A Emanuela cos’è successo?
Il fratello purtroppo non lo vuole comprendere ed infatti quello che facemmo è di difficile comprensione. La Orlandi era una ragazza buonissima e molto ingenua. Noi facemmo un sequestro psicologico, le dicemmo: “se tu esci [cioè, ritorni a casa, NDA] rovini i tuoi, tuo padre può perdere il lavoro”, ma nessuno la forzò fisicamente, assolutamente. Ci fu un modo per circuirla e non so come abbiamo fatto a resistere fino a dicembre. E’ una cosa eccezionale, tutta questa storia lo è: il comportamento della Orlandi, ma anche l’archiviazione attuale. Le conclusioni di Giorgianni non sono forse eccezionali? Cosa c’è di normale? Tenga poi conto che prima della Orlandi selezionammo più ragazze, alcune che abitavano nella stessa palazzina…ma nessuna andava bene, le avvicinavamo, le sondavamo per valutare il modo di reagire psicologico. La ragazza aveva un’innocenza, aveva queste grandi virtù, riuscimmo a fermarla tutti quei mesi ma non per mia personale volontà, ci fu chiesto e io non potevo più tirarmi indietro. Se lo avessi fatto e poi, senza il mio controllo e ausilio, le cose fossero degenerate poi comunque legalmente venivano a cercare anche me. Ho dovuto seguire la cosa fino all’ultimo, ci sono poi stati due morti: il Garramon, un mese esatto dopo che io fermai Stefano, e Catherine Skerl un mese esatto dopo che io fermai l’altra Catherine [Gillespie, NDA]. E non posso essere stato io ad ucciderla perché stavo in carcere. Fermai questa ragazza [la Gillespie, NDA] che stava nella stessa direttrice della Nomentana [direttrice che effettivamente collega in qualche modo le abitazioni di Emanuela, Mirella, Catherina Gillespie e il negozio del padre di Stefano Coccia, NDA]. Era qualcosa di studiato, di meticoloso ma pensato anche per poter sembrare inverosimile.

A proposito di ragazze, ho letto nell’istruttoria che una persona a lei vicina si è presentata in Procura dicendo di aver visto Emanuela a Parigi, quando venne da lei mandata alla moschea di Parigi dopo la morte di Scalfaro…
Ha creduto di ravvisare un viso…

Secondo lei non era Emanuela?
No, sono somiglianze, anche perché donne più grandi… L’ho detto anche a Capaldo, quello della Orlandi è un volto normolineo che può assomigliare a tantissime persone.

Ma come mai la moschea di Parigi? C’entra qualcosa?
Perché io avevo questi riferimenti, quanto poi fossero veri non lo so, l’ho voluto appurare…c’ho provato ma non c’è stata nessuna corrispondenza. Tutto qui.

Riferimenti…su persone che avrebbero potuto sapere?
Persone, i cui nomi non faccio e non ho fatto a nessuno, che all’epoca dei fatti avevano dato accoglienza e forse, dopo tanti anni, ancora poteva…chi lo sa, c’ho provato, senza esserne sicuro. E infatti non so nulla, non so assolutamente nulla di quello che possa essere successo. Io personalmente penso che sia morta.

Uccisa?
Io penso di si, anche se senza un grosso motivo se non quello di continuare il ricatto, di usare la sua possibile presenza come un ricatto continuo…

Ma gli autori sarebbero la controparte o la sua fazione?
No, non lo so. Ucciderla perché non parlasse direi di no, altrimenti uno avrebbe dovuto uccidere anche tante altre ragazze. Oltretutto c’è anche la Gregori. Non c’era motivo di ucciderle, però è anche vero che è difficile immaginare che una persona sia ancora viva, conduca una vita…

Si può ipotizzare magari che sia ancora sotto minaccia costante, ma effettivamente è difficile crederlo…
Ripeto comunque che anche queste altre ragazze sono state individuate dalla Procura [le presunte complici di MFA, NDA] e nessuno le stimola più di tanto, anche se la Orlandi fosse tornata le avrebbero potuto far recitare una formula di rito, nessuno della magistratura sarebbe andato a fondo. Però questo non lo potevano sapere, lo sappiamo ora. Qualcosa è successo, se però fossimo degli assassini, la P.D.B., la Eleonora e le amiche della Orlandi e della Gregori -c’è sempre un’amica, come con la Alessia Rosati- non avrebbero mai partecipato ad un fatto omicidiario. In cambio di che cosa? Di soldi? E’ ridicolo. Non può essere stato un atto di omicidio, non può essere stato un festino di sesso, ma che festino? Uno fa un festino e poi si mette a fare le telefonate? Ognuno in questa storia ha il suo miserabile interesse: Pino Nicotri si è legato alla famiglia De Pedis, non so a che titolo, P.D.B. difende se stessa (malamente), Pignatone mi è difficile configurare le sue intenzioni, “Chi l’ha visto” forse ha rapporti con il Side, voglia di non scomodare più di tanto la Santa Sede. Orlandi non è all’altezza, la Garramon non ha fatto nulla per trent’anni perché sapeva che il marito ha delle amicizie lecite -attenzione legittime e legali-, con delle persone che rientravano in questo scenario, e come io mi presento cerca di tagliarmi le ali, di rimandare alla solita stolta idea del pedofilo solitario che rincorre la gente a 70km/h con il furgone.

Ecco, a proposito di furgone, non riesco davvero a capire come il piccolo José sia finito sotto le sue ruote, i magistrati hanno dimostrato che il bambino stava come attraversando la strada…
Quella notte in quella pineta è accaduto di tutto: c’era il caravan della ragazza [con dentro Emanuela Orlandi, NDA] pronto ad essere portato via, e poi accadde l’incidente. Un’altra chiave di lettura è il fatto che io lasciai il ragazzino sulla strada: quando trovammo il ragazzino al centro della strada, perché l’impatto avvenne al centro di essa, io gli illuminai la pupilla ma non si dilatava, la ragazza che era con me ascoltò le pulsazioni: era morto. Il primo impulso fu nascondere il corpo nella vegetazione perché rintracciato lui rintracciavano noi, per poi magari andare a seppellirlo in un’altra zona, occultando il cadavere. Siccome l’autobus non è passato subito, abbiamo avuto tempo per pensare più lucidamente: eravamo convinti che questo ragazzino fosse un nomade, poiché scuro di carnagione e di capelli, della stessa età e della stessa origine del nomade che noi avevamo fotografato tre mesi prima, sempre nella pineta. Per cui pensammo che quel ragazzino poteva essere lì per una sorta di risposta e avemmo netta l’idea che potevamo essere osservati da chi aveva portato il ragazzino nella pineta, così, se noi avessimo quindi occultato il corpo, potevamo finire sotto ricatto perché questo avrebbe deposto a favore dell’omicidio volontario. Potevamo soltanto lasciarlo lì, lo spostammo sul ciglio perché altrimenti sarebbe stato schiacciato da altri mezzi, io non potevo farmi arrestare in quel momento. Dovevo tornare a casa a togliere le cose dai cassetti, fare certe telefonate, bisognava preparare tutto…una cosa lunga, per questo poi ritornai alle 4 di notte. E poi, a mo’ di messaggio, ci avvicinammo alla villa di Santiapichi per farmi fermare e arrestare. La cosa più importante, cinicamente lo facemmo, fu sfruttare questa morte per far credere ad Agca -tramite un agente di custodia corrotto dalla criminalità romana- che si poteva tentare un’azione omicidiaria verso di lui dallo stesso killer che, per entrare in carcere, aveva ammazzato il figlio di un diplomatico (la stessa cosa che gli dicemmo in precedenza: “ti libereremo sequestrando il figlio di un diplomatico”). Sopratutto dopo che Antonov era uscito dalla prigione, non era opportuno farlo finché era anche lui in carcere perché si poteva pensare che fosse stato lui l’ispiratore…cosa impossibile ovviamente, infatti Agca non ci cascò per nulla. L’unico modo per fargli rovinare il processo gli fu detto dal giudice bulgaro: agca dice di essere stato intimato dal giudice e cita le parole che gli vennero dette: “Se tu non ritratti noi faremo altri sequestri per liberarti e getteremo il cadavere della Orlandi in piazza San Pietro”. Ma non ha nessun senso, cosa gliene fregava ad Agca della Orlandi? Il giudice bulgaro gli parlò invece del cadavere di sua sorella Fatima, che stava in Turchia. La frase esatta fu: “Noi la ammazziamo in Turchia, gli stacchiamo un pezzo del corpo e lo buttiamo in piazza San Pietro”. Cosa che nessuno avrebbe fatto, per carità, ma lui evidentemente lo ha creduto tant’è che appena inizia il processo nomina la croce, Fatima e il terzo mistero. Fa il pazzo e rovina il processo. Perché Agca nomina Fatima? Chi c’era in quegli anni che nominava Fatima? Noi, con i codici, e lui lo sapeva anche perché gli raccontammo parte del Terzo mistero di Fatima: “c’è una croce…”. Perché uno che si è pentito e ha parlato dovrebbe rovinare il processo senza avere nulla in cambio? Poteva ottenere la grazia, concessioni, carceri migliori. Invece lui rovina il processo senza niente ottenere, tant’è che si è fatto diciassette anni. Perché? Per proteggere la sorella, gliel’ha detto il giudice bulgaro non una lettera anonima o un detenuto.

Perché, secondo lei, ancora oggi Agca continua a rendersi pazzo, a dire follie su Emanuela, chiama il fratello Pietro per raccontargli le solite assurdità…
Per mostrare che non racconterà mai niente, conferma a tutti che la verità non la dirà. Questo ha fatto anche, secondo me, la Minardi dicendo delle assurdità. E in parte anche io, perché una grossa bugia l’ho detta e mi risolvo a dirla nel processo, dovevo garantire una maggiore tranquillità alle persone che secondo me si sarebbero dovute presentare con l’appello. Quello di Agca è un modo di rendersi non credibile anche perché se dovesse fare qualche nome nessuno gli crederebbe, infatti lo hanno assolto. Attenzione: i bulgari non c’entravano nulla con l’attentato [a Giovanni Paolo II, NDA], completamente estranei, c’erano gli idealisti turchi. Un’altra cosa che non hanno mai verificato: il leader degli idealisti turchi, Serdar Celebi, veniva a casa mia, quattro, cinque volte. C’eravamo conosciuti in carcere, ma venne a trovare solo me e non tutti gli altri detenuti (chiesi io di essere trasferito nello stesso piano del braccio del carcere in cui era lui). Di questo non c’è nulla, un silenzio che sembra così strano.

C’è silenzio anche sul fornetto della Skerl che lei dice essere vuoto…
Con Capaldo mi sono incontrato diverse volte e gli ho raccontato tante altre cose, per esempio questa camicia del cadavere della Skerl con scritto “via Frattina”, come andarla a trovare…ma lui si rifiuta. Non vuole procedere, né con il fornetto, né con la camicia…mi ha confermato che lui crede alla mia partecipazione e anche a quella delle varie ragazze, però se lo tiene per sé…certo, domani lascerà una memoria immagino. A parte che la presa di distanza dall’archiviazione c’è stata, mentre gli altri sono convinti sulla Magliana…ecco, un’altra cosa sulla Banda della Magliana: ma non si vede che l’identikit dei due che entrarono nel bar della Gregori è lo stesso di quello di chi seguiva la Orlandi? Entrarono nel bar all’inaugurazione e c’ero anche io. Tanto che dico all’avv. Egidio: “la ragazza in quella circostanza ha litigato con il suo ragazzo”. Come faccio a saperlo? Stiamo parlando di quando è cominciato il fatto Gregori, durante la prima telefonata, perché lui mi chiede: “Come mai avete contattato la sig.ra Gregori?”, io gli rispondo descrivendo un fatto: “Avvocato, lei ricorda che durante l’inaugurazione Mirella ha litigato con il ragazzo…”, certamente lui non era presente però glielo avranno raccontato. Lui disse: “Bravissimi, è vero, è vero..”, attribuendoci autenticità. Chi lo chiamava sapeva. Nonostante questi identikit però hanno archiviato. Un’altra cosa che mi lascia perplesso: hanno aperto la tomba di De Pedis (ma cosa pensavano di trovare?), però non aprono quella della Skerl. Sono le intenzioni della Procura: orientare verso la Magliana. Quella della Skerl è una cosa grave, lì non c’è proprio più la cassa!

Ma i genitori, i parenti della Skerl? Cosa dicono di questo? Si saranno informati, no?
Si, continuano a portare fiori sulla tomba vuota.

E i segni sulla lapide?
Ci sono i segni sulla lapide perché, mi hanno riferito, si poteva soltanto rompere per togliere la cassa. E si vede che è stata rotta. E lì ci sta un altro personaggio losco, molto losco, che tiene una pagina sulla Skerl, che fa di tutto per rendermi non credibile e che si è affrettato a dire “no, no, c’è stato un restauro”. Non è vero assolutamente, quando morì Wojtyla e quando mi dissero che era stata trafugata andai subito ed era così com’è. Va periziato il materiale con cui è stata chiusa e si vedrà che è di dieci anni fa. Lì dentro c’è solo una maniglia. E’ sparita una cassa, per farlo non si può scavalcare il muro ed è un’azione che non può essere quella di un mitomane: aprire un fornetto, richiuderlo e portarsi via la cassa. Anche la camicia non vogliono andarla a rintracciare…

Ma questa camicia lei sa dov’è?
Si, dentro Cinecittà c’è una ricostruzione scenografica ed è messa là dentro. Sono le stesse persone che mandarono quelle lettere [nel 2013, NDA], che hanno fatto questo, persone con cui ho avuto anche contatti. Alcuni credono che io sia stato un personaggio del caso ma non credono alle fazioni vaticane, dicono che tutti i quartieri di Roma potrebbero rimandare a significati…ma non è vero: le Sorelle Fontana rimandano all’abitazione di mons. Celata, il quale ebbe un contatto con Pazienza per defenestrare Marcinkus. La Sala Borromini è nei pressi dell’abitazione di Pazienza. E sono codici abbinati. I codici, tutti 3-7-5 o 1-5-8…non può essere tutta casualità. A meno che io, io da solo, avrei costruito tutto…io sono affascinato da una persona del genere. Però chi comincia a rovinare il processo?

Effettivamente ci sono, come abbiamo scritto, delle coincidenze nella sua stessa biografia personale che non può essersi inventato. Ad esempio, il fatto che Garramon frequentasse il suo stesso istituto, la sua abitazione vicino alla Rosati e alla Gregori, l’intercettazione che la riguarda nel 1997, una persona a lei vicina che andava spesso a Boston ecc.
Ecco, un altro elemento grosso è il Sisde: Capaldo e la Procura non hanno mai fatto una domanda al Sisde, ai funzionari dell’epoca, se è vero o no che avessero costituito questo fantomatico Phoenix. Io lo sapevo, erano loro. Non ha fatto nulla, nemmeno interrogarli per poi ricevere magari risposta negativa. Stiamo parlando di due possibili morti, un terzo Garramon, un quarto la Skerl. Il flauto? Non c’erano tracce, ma davvero io ti porto un flauto con la matricola? Mi hai preso per scemo? E se si poteva comunque risalire al vero proprietario? Sull’incidente della pineta non c’era un indizio eppure mi hanno fatto il processo, quando c’è la volontà si va fino in fondo allora, ma qui non c’è la volontà. Nel mio caso non si vuole andare a fondo.

Nel nostro dossier abbiamo ricordato che l’Amerikano fece un errore affermando che Emanuela non sarebbe nata in Vaticano, circostanza smentita dai familiari. Ovviamente la ragazza non poteva sbagliarsi su questo…
No, non me lo ricordo. Molte volte noi volevamo passare per balordi davanti all’opinione pubblica, le telefonate dell’Amerikano servivano solo per i giornali, per fare cassa di risonanza, pressione. Per esempio, c’è un nastro registrato in cui c’è anche l’Amerikana, non sono l’Amerikano. Ho detto a Capaldo: “lei lo vuole il nome e cognome di questa ragazza? Lei la può chiamare e questa le conferma”. Mi ha risposto: “Ah no, non voglio sapere niente, per carità”. C’è una ragazza che ha fatto l’Amerikana: in questo nastro, in cui finge di essere americana, pronuncia male la parola “States” dicendo letteralmente states. Ma quando mai un’americana sbaglierebbe così? Io so chi è questa persona, una ragazza romana di estrema sinistra. Nessuno mi ha mai chiesto nulla.

Non c’è modo di forzare l’attenzione dei giudici? Lei dice che non fa chiamate di correità…
A che servono queste chiamate? Io faccio un nome: Mario Rossi. Loro non fanno nulla e Mario Rossi mi denuncia per calunnia…la chiamata di correità, che viene nascosta generalmente alla persona indicata, va a braccetto con un suo monitoraggio. Ma loro non lo fanno, Capaldo e la Maisto hanno avuto davanti alla loro scrivania molti responsabili, hanno mentito tutti a cominciare da mio padre. Vada a vedere le origini di mio padre, quanto mi sono servite le sue conoscenze in certi ambienti [il nome del padre di MFA è presente in un elenco degli affiliati dell’Accademia del Mediterraneo, fondata dal principe Giovanni Alliata di Montereale, massone e vicino alla P2, NDA]. Tutti hanno mentito perché chiaramente bisognava convocarli dopo averli monitorati. Anche se faccio la chiamata di correità, a che serve?

Nel dossier abbiamo però scritto che lei potrebbe produrre prove materiali, come fotografie delle ragazze, la presunta citofonata di Sonia De Vito alla Gregori che dice di aver registrato. Questa non è una chiamata di correità però dimostrerebbe l’autenticità del suo racconto.
Ho capito cosa intende. Io mi sono presentato dopo trent’anni ma, mi creda, mai prima avevo pensato minimamente di presentarmi…tutto è nato negli ultimi dieci anni, a ridosso o qualche anno prima della morte di Wojtyla. In quegli anni andava distrutto tutto, a parte il fatto che io non conservavo nulla ma consegnavo tutto in domicili che non erano controllabili dagli inquirenti italiani, ma comunque le cose si tenevano per l’uso che se ne doveva fare. Lei dubita che avevamo delle foto di Emanuela, però la tessera l’avevamo, no? E dov’è l’originale? Abbiamo prodotto le fotocopie per poterne poi fare delle altre, e c’era comunque il desiderio di passare allo stesso tempo per balordi, altrimenti avremmo inviato l’originale. I vestiti della Orlandi? Dove sono? La borsa, i monili, l’orologino, il flauto (dolce)…tutto distrutto. Si teneva finché serviva, anche se le avessi tenute perché avrei dovuto farlo per vent’anni? L’idea di presentarmi era peregrina. Ho avuto la borsa di Emanuela che poi ho dato ad una ragazza, avevo i monili che potevamo usare per fingere di nasconderli in casa di qualcuno…Ma quando tutto è finito non si poteva rischiare, tenerli poi per cosa? Oggetti di feticcio? I vestiti di Mirella li abbiamo usati per leggere le etichette…

Il Fronte Turkesh era la sua controparte?
Questa era una nostra ipotesi, però dialogavamo con loro…chiedevano della Gregori e noi, dopo due mesi, abbiamo risposto. Non abbiamo mai saputo chi fossero, quello che loro scrivevano a volte aveva un senso e noi ci comportavamo di conseguenza. Citavano luoghi attraverso i quali mostravano di conoscerci: per esempio S. Silvestro, dietro avevamo un appartamento che usavamo, o il comunicato con scritto “Via Frattina”: è dopo la morte della Skerl, che è stata sepolta con una camicia con questa etichetta. O era qualcuno dei servizi segreti, o l’altra parte o l’avv. Egidio, che poi è la stessa cosa.

Scusi, in che senso l’avv. Egidio?
Mah, l’avv. Egidio era un ruolo un po’ dell’altra parte, un ruolo un po’…faceva capo ai vertici dello IOR per cui sapevamo che era persona dell’altra parte. Tutte le telefonate a lui non significavano nulla, era solo affinché le riferisse poi ai giornalisti. Non avevamo niente da chiedere all’avv. Egidio e lui niente da darci. Noi chiedevamo la liberazione, che poi era la ritrattazione, di Agca in cambio di questo finto inganno…questo insistere sempre su Agca…il caso Orlandi non può avere altro senso, tuttalpiù si potrebbe dire che è morta per conto suo e poi noi abbiamo strumentalizzato: ma è la stessa cosa, in fondo. Fatto sta però che noi abbiamo registrato la sua voce…addirittura mettono in dubbio anche questa. Io la ragazza l’ho frequentata trentadue anni fa e l’ho vista per mesi, quella è proprio la sua voce, questa voce un po’ cantilenante che aveva, un po’ lagnosetta. Oggi anche la famiglia fatica a riconoscerla. Ma le pare che noi presentiamo la voce di un’altra, in modo che la famiglia ci smentisce da subito?

Dove venne registrato quel brano della Orlandi? Sembra quasi che risponda ad un’intervista…
Lei disse quella frase una sola volta, io avevo un registratore a due piste e ripetei più volte quella frase in modo che fosse chiaro a chi ascoltasse. Venne registrata in un appartamento al chiuso, infatti non ci sono rumori di fondo, le voci dei compagni della scuola ecc.

Qualcuno dice arrivasse dalla scuola, prima della sua sparizione…
Ma come? La Orlandi rilascia un’intervista e non dice nulla alla famiglia? E i compagni di classe non sanno nulla di questa intervista? Come la tessera, ci sarebbe un’altra copia nella scuola? Ma se così fosse l’avrebbero rintracciata nella scuola, no? E dove sono le tessere delle altre studentesse della scuola? Se fossero esistite bastava rintracciarle nella scuola, no? Nessuno all’epoca mise in dubbio che la tessera fosse autentica o non fosse la voce della Orlandi, queste cose sono uscite solo recentemente, con Nicotri.

Pino Nicotri è rimasto colpito da alcune telefonate con l’avv. Egidio, in cui si è parlato della zia Anna Orlandi, di Torano ecc.
Ma quale zia Anna, ma per favore! Non c’entra nulla, queste leggende sono uscite dopo. Mettiamo anche che il convivente della zia Anna ammazza Emanuela, e poi? Perché dovrebbero averlo fatto? Togli Agca, togli lo IOR…pressioni per cosa? Per giocare?

Qualcuno parla anche di pista sessuale…
La pista sessuale? Io violento una ragazza, la ammazzo, la sotterro, poi faccio una telefonata per mettermi in luce? A che scopo? Sono tesi che vengono scritte ma in un contraddittorio, possibilmente in una sede processuale, cadono subito. Nicotri dice di aver fatto fare due perizie sulla mia voce, perché non le pubblica? Chi sono i periti? E’ una storia piena di rivoli, ma il nucleo centrale è uno solo. Anche l’accusa di omicidio mi andrebbe bene, tanto non la possono provare, uno che uccide poi si mette in luce? E’ un pazzo, ma allora devi farmi una perizia psichiatrica…non se ne esce. Se loro facessero un gioco democratico non se ne esce perché qualunque accusa nei miei confronti va a vuoto, Mi dicono: “tu sei un mitomane”, ma dove sono stato in questi trent’anni allora? E allora perché io studio e so cose che voi inquirenti o giornalisti non sapete?

Quello che abbiamo scritto nel nostro dossier è che lei ha raccontato cose che effettivamente non erano mai uscite, dei collegamenti inediti che nessuno aveva mai fatto. Certo, possono essere sue ricostruzioni a posteriori ma allora lei dovrebbe essere un genio, ha fatto quello che non hanno mai fatto investigatori e giornalisti in tutti questi anni. Oppure qualcosa sa…
C’è stata una serie di negligenze che io penso, in un certo senso, sempre manovrate dal Sisde, gli inquirenti potevano già arrivare tanti anni fa a tante cose. Per esempio, Paola Diener: bastava guardare sui giornali chi morì quel giorno, era figlia di un archivista vaticano [MFA fa riferimento ad un comunicato spedito da Boston il 28/10/83 in cui c’era scritto: “Comunicheremo al Segretario di Stato cardinal Casaroli il nominativo della cittadina soppressa il 5-10-83 a causa della reprensibile condotta vaticana”, esattamente la data di morte di Paola Diener, NDA]. Per me c’è un blocco fin dall’inizio, arrivano a capire certe cose poi forse è imbarazzante mettere alcuni nomi di alcuni funzionari del Sisde dell’epoca. Per esempio la pineta: il Sisde lo sapeva che nella pineta c’era, non il caravan, ma la villa di Santiapichi. Voi avete scritto che quindi sapevano mesi prima del caravan, no sapevano che lì c’era Santiapichi. Che poi, tra l’altro, lui non stava nemmeno tanto in quella villa, non c’era mai, a noi interessava la figlia che mi sembra fosse minorenne, di nome Arianna, e allora cercavamo un po’ di coinvolgerla, di far sapere a qualcuno del Ministero di grazia e giustizia che la figlia era coinvolta, in modo da ottenere gli arresti domiciliari per Antonov. Per questo ci minacciarono parlando della pineta…era nel settembre 1983, lo ricordo perché erano i tempi della ripresa di questo ragazzino a Castel Porziano davanti alla villa del presidente della Repubblica [Cossiga, NDA]. Sapevano che noi avevamo messo sotto pressione persone vicine alla presidenza della Repubblica, mandarono questa lettera di cui noi ce ne fregammo altamente perché se avevano capito non facevano nulla, perché non potevano. Finché poi non apparve questo ragazzino…

Ecco, questo “apparve” non riesco a capirlo: come apparve Garramon? Fu un caso? Una coincidenza?
Eh non lo so, fu una coincidenza. Sapesse quante coincidenze accadevano e che poi erano utili…

Però quel bambino è stato portato da qualcuno in quella pineta…
Quello si, lo hanno portato lì. L’uso non lo so, chiaramente lo volevano portare lì per coinvolgerci in qualche cosa, doveva forse essere testimone di qualche cosa, frequentava la stessa scuola mia…

Mi stupisce che poi arrivi proprio sotto le ruote del suo furgone…
Il bambino era al centro e io stavo nella mia corsia di destra, se la stavo rincorrendo perché avrei dovuto investirlo con la parte sinistra del furgone e non al centro? Se uno insegue non sta nella sua corsia, lui avrebbe visto me in lontananza e si sarebbe spostato. Ma poi perché ammazzarlo in questo modo?

Su questo non ci sono dubbi, secondo me. Il problema è che non si riesce a capire come sia finito lì e poi sotto le sue ruote.
Questo è un caso, perché o lui è fuggito da costoro o costoro gli hanno detto che doveva scappare da me, anche se mi sembra un po’ strano voler obbligare un dodicenne a fare una testimonianza a posteriori, lucida, controllata. Può essere pure che lo volevano ammazzare e lui è scappato, magari volevano ucciderlo e buttarlo là dove noi eravamo stati [nella pineta, NDA].

Non c’è davvero modo di coinvolgere queste persone? 
No, nessuno si presenta. Se c’era una minima speranza è fallita. Comunque sono già state identificate e negano. P.D.B. è stata interrogata e nega, ma è talmente chiaro che lei ha scritto quei comunicati. Oppure Eleonora che ha mandato le lettere…negano e io non posso farci niente. E tutti gli altri hanno fatto cose del genere. Posso dire un monsignore? E il monsignore nega, e che facciamo? Non faccio chiamate di correità ma pensavo bastasse la mia persona, sono un responsabile e chiuso. Gli altri ve li andate a cercare da soli…

Monsignori non ne hanno individuati però, hanno interrogato delle donne…
E cosa ci fanno? La parte più facile era P.D.B. perché lei già si è compromessa con il racconto dell’interrogatorio e della presenza di Sica, perché è una cosa verificabile. Tra l’altro adesso ha creato anche un profilo falso, attenzione, ci sono più momenti della stessa intenzione. Questa è una responsabile della scomparsa di due ragazze, perché scriveva i comunicati, ha mentito davanti alla Procura e ha inventato una cosa verificabile. A Nicotri ha inventato anche una testimonianza di Santiapichi, che Sica chiamò Santiapichi. Io ho ottenuto il telefono di Santiapichi e l’ho chiamato, lui ha negato. Pietro Orlandi dovrebbe incatenarsi alla Procura e obbligare a verificare questa cosa di Sica. Bisogna verificare se il fornetto è davvero vuoto. P.D.B. era nella pineta quella notte, è lecito pensare che mesi prima poteva aver partecipato anche ad altre cose. Se questa oggi si inventa un interrogatorio, una cosa di una gravità enorme, nessuno la raccoglie? Questa è una prova importante della colpa di questa ragazza che, con il suo comportamento, mi colloca al centro della scena. Lei potrebbe starsi vendicando per la storia sentimentale, ma lei mi vuole rendere estraneo al caso Orlandi dicendo che avrei picchiato Appignani (c’è una sentenza che lo smentisce), dicendo che sono fascista e che non avrei potuto far parte di questa fazione, con l’interrogatorio di Sica dice che non è vero che io sapessi di Santiapichi ecc. Lei quindi crea una falsità che vuol dimostrare che io non sapessi nulla, non è una vendetta per amore. E nessuno raccoglie tutto questo. Basterebbe che il giudice controlli su Facebook: chi è questo Filippo P.? A parte il fatto che fu P.D.B., con il suo nome, a inventare la cosa di Sica a Nicotri, poi ha continuato a farlo con nome Filippo P. perché si è sentita esposta, si è pentita di averlo fatto con il suo nome. Si è detta sicura di essere stata interrogata per due ore da Sica, il quale sarebbe stato lui ad aver fatto il nome di Santiapichi, che in quel periodo era però sotto copertura. Una cosa folle. Nessuno la raccoglie…

Quindi non se ne esce?
No, io sarò assolto. Questo non significa che io non sia responsabile, non so che forma ridicola metteranno. E’ triste se questa storia finisse così, dando ragione a tanti….tanti colpevoli che con questa archiviazione sono ancora a spasso. Perché veramente quelle persone erano entrate al bar ecc., però non sta a me fare il cacciatore.

C’è una intercettazione a questo Sergio Virtù che ritengo interessante: come capitato con lei e Ornella C., quest’uomo ha parlato al telefono con la sua amante ammettendo che la Orlandi era parte del suo passato, che lo aveva fatto per soldi ecc.
Si, ma non era vero che fece salire la Orlandi sulla sua macchina, sono persone che facevano parte della storia. Io ho dato materiale per far capire ai giudici che la presenza della Banda era una specie di depistaggio, anche perché poi la Magliana non si comporta in questo modo: fa la fotografia dell’ostaggio sul giornale, fa vedere che è viva, non certo una cosa così sporca…mandando una fotocopia della tessera scolastica, parlando di Agca…ma quale Magliana? E’ una vicenda articolata che tocca più realtà, la Magliana era una finta esecutrice e la nostra intenzione era fare ritrattare sui bulgari perché c’era diplomaticamente un certo buon rapporto con i Paesi dell’Est. Fatto sta che io avevo mons. Celata come direttore spirituale, il quale abitava sopra le Sorelle Fontana, Agca poi effettivamente ritratta…è una cosa che si chiude qui. I codici erano tutte cose esagerate, trombonesche, non perché qualcuno doveva effettivamente capirli ma perché facevano parte del depistaggio, era tutto materiale che si metteva per fare fumo. Se io non mi fossi presentato loro avrebbero sempre pensato ad uno scenario del genere, nel momento in cui uno glielo conferma dicono “no, no, è un’invenzione”. Se avessero trovato un Memoriale nascosto sotto al mio letto, assieme al flauto, dietro una telefonata anonima…e io avessi poi negato tutto…ecco, lì mi avrebbero dato l’ergastolo. Il fatto che il responsabile si presenta dopo che lo stanno cercando per trent’anni, e mettono ogni anno la voce nei TG…sono io…e non gli credono, è una cosa unica, unica! Questo è un romanzo. Io sono il telefonista, so tutto di quella storia e loro mi dicono “no, no, hai sceneggiato”. Assistere a P.D.B. che, ultimamente in una pagina [Facebook, NDA], stava commentando la sua scrittura in un comunicato e la stava giudicando! Lei ha scritto le lettere da Boston, ne è stata pubblicata una giorni fa e lei la sta commentando e gli altri non sanno che lei è l’autrice di quella lettera. Cose da romanzo, allucinante…lei che commenta: “no, ma secondo me…”. Ma se sei tu!

Sempre che sia vero, perché si starebbe comportando così? Non certo vuole influenzare i giudici da una pagina Facebook…
Lei ha paura che io faccia la chiamata in correità ma è un comportamento stupido il suo. Infatti le altre ragazze non hanno fatto questo, sono state buone…guardi che sono tante, saranno tredici, quattordici ragazze che sanno, ma stanno tutte a casa loro, zitte. Sono andate dal giudice: “non so niente”. Punto, finita lì. A cominciare da Ornella: “Non ricordo, non so niente”. Ma no che ti metti a parlare con Nicotri, che ti inventi…

Queste ragazze di cui parla sembrano siano state minacciate dalle lettere nel 2013: “Non cantino le due belle more…”. Potrebbero avere anche paura…
P.D.B. non tanto, evidentemente.

C’è qualcuno che forse le sta minacciando?
Certo, certo. Anche perché quello ha fatto ritrovare un cranio e mi piacerebbe vedere il filmato di colui che depone questo cranio.

Un cranio sotto cui c’è scritto Eleonora De Bernardi…
Ecco quello che voi non avete scritto è che Eleonora C. abitava in via Giulia e quel cranio è stato fotografato in via Giulia, la Chiesa della Morte è in via Giulia. Colui che ha fatto la foto del teschio nell’ipogeo della chiesa della Morte in via Giulia, sapeva quindi che Eleonora abitava in via Giulia. Perché tra i tanti teschi ha fotografato proprio quello.

Una minaccia verso di lei?
Certo, certo. Poi su chi siano le due belle more per la precisione non lo so. Ho un’idea su quei capelli che hanno fatto ritrovare nella busta: Catherine Skerl, hanno ancora il cadavere. I giudici però hanno fatto la perizia pensando solamente alla Orlandi e alla Gregori e non alla Skerl, ma quelli sono i suoi capelli.

Ho letto che hanno provato ad analizzarli ma con le tinture il dna si è degradato e non si è riusciti a risalire…comunque effettivamente nelle lettere del 2013 citano la sua data di morte.
Era lei che aveva i capelli biondastri. Se lei guarda le foto, la Skerl ha le sopracciglia un po’ scure e i capelli biondastri, quindi probabilmente se li tingeva. Io dico che sono i suoi capelli, anche perché assieme c’erano delle schifezze mortuarie, brandelli di vestito…io la Skerl l’avevo nominata, perché non hanno indagato in quella direzione? Non fanno nulla. Siamo all’interno di una storia abdnorme, che non muore mai e sulla quale sta pendendo la pietra tombale dello Stato. Mi fa più effetto ciò che provo ora di non quello che provai nell’83, e sì che di cose tremende ne abbiamo fatte in quegli anni. Ma questa latitanza della democrazia, della legge, della ragione…è una cosa che fa paura, perché finché siamo noi in un certo senso “criminali” -perché io sono stato anche un criminale, non ho mai ammazzato ma sono stati gesti criminali- da noi è lecito aspettarsi, non costituiamo sorpresa. Ma lo Stato quando si fa criminale è veramente spaventoso e a questo punto c’è da aspettarsi di tutto. Questo finto servizio pubblico di Rai3 che ha inventato cose assurde…c’è da avere paura di questa gente.

Il Vaticano in tutto questo che ruolo ha avuto?
No, l’apice non c’entrava nulla, erano poche persone distribuite un po’ nel Consiglio per gli Affari pubblici, in qualche Congregazione…

Ma c’è qualcuno che ancora è a conoscenza?
Si, poi è chiaro che come sempre avranno saputo da altri…per esempio mons. Celata non sapeva più di tanto, l’ha saputo in seguito. Non è che i prelati si mettono a fare queste cose, loro non sono responsabili. Però è imbarazzante che questo sia accaduto con la presenza di alcuni ecclesiastici. Erano poche persone con ruoli molto minori, che però avevano la disponibilità di mezzi, sia finanziari che di contatti. Nell’83 era un altro mondo, non come adesso, adesso è tutto compartimentato…mi fa ridere chi dubita della presenza della Stasi…ma oggi si parla così, la Stasi allora era un ufficietto ubicato presso l’ambasciata della Ddr nella Repubblica Tedesca, bastava presentarsi, parlare con il consigliere, dare l’informazione e loro la accoglievano e la ascoltavano, certamente non ti arruolavano o pagavano ma intanto la recepivano e ti facevano parlare con un addetto. La Stasi era un servizio ministeriale che aveva anche qui [in Italia, NDA] una piccola rappresentanza. Io non conobbi assolutamente responsabili o dirigenti, soltanto qualche collaboratore, una ragazza [nel memoriale MFA dice: «una donna giovane, bionda, tra l’altro molto bella. Era della Germania dell’Est, parlava bene l’italiano. Si chiama Ulrike, ovviamente un alias», NDA] un altro. Non c’erano spie o robe del genere…certamente la vicenda era nei loro interessi…

Per Agca?
Certo, a parte il fatto che loro mandavano le lettere per conto loro e tutto quanto, per cui ci avvalemmo di loro e loro si avvalsero di noi. Non bisogna vedere in loro i mandanti, fu una minima partecipazione con qualche collaboratore. Ci sono persone che me li presentarono, in quegli anni la città di Roma era uno scenario di piena osmosi tra le varie realtà: la criminalità romana aveva rapporti con il terrorismo, il terrorismo con i servizi, i servizi con il movimento operaio. Non era molto difficile entrare in contatto se tu stavi facendo un’operazione che a loro interessava: noi avevamo una cittadina vaticana, la Orlandi, per cui potevamo fare pressione sulla presidenza della Repubblica Italiana, sulla diplomazia vaticana, molto importante questo per loro. Mi fanno ridere oggi i quattro giornalisti da strapazzo che dicono “no, no, sicuramente è una cosa più semplice…”. Quindi? Era un balletto erotico, per sesso e poi…ma è una cosa ridicola. Io trovo molto più inverosimile quello.

Lei nel 1999 si presenta a “Domenica In” con il nomignolo “Alì Estermann”. L’omicidio di Estermann ha qualcosa a che fare con questa vicenda?
Nelle Guardie Svizzere c’era una fondazione -che non era proprio delle Guardie Svizzere-, di ex militari, di ausiliari, che si raccontava fosse un po’ violenta, senza fare i nomi. Questo indipendentemente da quel triplice omicidio-suicidio. Avevo sentito che c’era questa fondazione che si adoperava…anche lì era tutto lo stesso ambiente e funzionava più o meno allo stesso modo, ma non è conoscessi tutto e tutti. Io quel che ho sentito dire è una storia….ma non ha nulla a che fare con il caso Orlandi, e non so quanto sia vera, non l’ho mai detta alla Procura, me l’ha riferita una persona che l’ha sentita dentro un ambiente…non saprei dire nulla di più. Ma non ha nessun rapporto perché non l’ho mai citata.

Con il nome “Alì Estermann” ha voluto però collegarla ad Agca?
No, no, Estermann era come messaggio per il fatto che è stato ammazzato: “Alì fai la fine di Estermann”. Ma non era neanche riferito a lui, perché poi andai a New York dove c’era un ambiente vicino a mons. Franco, un italo-americano dell’ambiente di Marcinkus, che stava allo Ior e apparteneva alla controparte. Viveva anche lui a Villa Stritch dove noi posizionammo anche il caravan con la Orlandi. Andai a New York…non ricordo bene però, io non sono uno studioso di queste cose…andai lì e poi a Il Cairo…dovevo rintracciare delle persone e feci questi due viaggi a distanza di poco tempo. Nel 2001, appena morto il card. Oddi (che anni prima era Nunzio apostolico a Il Cairo) andai a Il Cairo -dove lui aveva dei rapporti- con una ragazza che scelsi apposta dell’Est, tale Iva Skibovà di 18 anni, dove non trovai nessuno, fu un buco nell’acqua. Prima invece, appena morì un prelato italiano dello Ior, molto stretto a mons. Silvestrini…ma non ne ricordo il nome, andai a New York facendo questa farsa di Benigni per attirare la stampa. Erano cose che lasciavano il tempo che trovavano, non funzionavano affatto.

Ho letto che lei andò a New York perché era stato minacciato telefonicamente…
Si, c’erano state delle minacce da parte di uno che voleva sapere…, per cui andai lì e risposi con la stessa veemenza, minacciando di dire ai giornalisti…se andavo da solo non potevo attirare la stampa. Sono cose talmente sopra le righe che viste oggi sembrano autentiche buffonate che io mi invento, ma purtroppo andò così. Ma perché dovrei farmi chiamare “Alì Estermann”? Come artista sono molto eccentrico, particolare, ma un conto l’eccentricità un conto è la patologia. Uno che fa un concorso e si fa chiamare “Alì Estermann” solo perché gli piace il caso Orlandi, io a questo punto dovrei avere dei disturbi enormi, dovrei essere pericoloso. Ma esiste davvero un personaggio del genere? Così come può essere credibile che questo Filippo P. sia un professore di 68 anni, come dice lui, che si agita tanto solo perché è indignato…non sono cose credibili. Ma queste cose qua solo voi, e in un certo senso anche Peronaci, ci state ragionando. Ma è una cosa ridicola. Feci una cosa in grande a New York, tant’è che mi intervistò la Rai, il New York Post, pensi che in quell’occasione -non l’ho ancora detto a nessuno-, mi si presentò un agente e mi offrì dei soldi per spacciarmi come Benigni in una grossa pubblicità televisiva del 2000 in Sudafrica per un grosso Casinò di Johannesburg. E io accettai per i soldi e per farmi una vacanza, non so se Benigni questo lo ha mai saputo. A New York mi sentii di farlo in quel modo esasperato, d’altra parte lo stesso caso Orlandi per tre quarti erano mie idee: i codici legati a Fatima, le telefonate alla famiglia, il simulare la voce dell’Amerikano imitando il dott. Macioce che parlava più o meno così, ed era il dominus vero dello Ior. Inventai questa parodia, poi gli mandavano lettere anonime per spiegarglielo, era un modo di dar fastidio. Loro non è che ci cascavano o si facevano intimorire, hanno ceduto solo dopo Garramon e la Skerl. Quando si sono visti gli omicidi, cioè che la cosa degenerava, hanno accettato quelle pochissime cose che gli abbiamo chiesto. In un comunicato di ottobre 1983 scriviamo “la trattativa finirà nel maggio 1984”, così, senza motivo, perché sapevamo che dopo 7 mesi in Svizzera la Curia aveva accettato di firmare l’accordo per la restituzione dei debiti contratti dal Banco Ambrosiano. Nessuno lo sapeva nell’opinione pubblica e nel maggio 1984 accade [effettivamente avvenne il 25 maggio 1984, NDA]. Gli inquirenti, soliti grandi studiosi, non hanno messo le cose in rapporto. Tutti nel Vaticano erano contrari a questa restituzione perché significava indirettamente assumersi una parte di responsabilità, compresa la parte a noi confacente legata al card. Casaroli. Tutti tranne un’ultra minoranza, che ci aiutava. Noi, per mostrare che sapevamo, mettemmo questa data nel comunicato…a noi interessava perché così veniva meno la politica di Macioce, ed infatti dopo qualche anno lui e Marcinkus andarono via e nell’89 arrivò il prof. Caloia. Noi sapevamo in anticipo quella data, e guarda un po’ nel maggio ’83 c’è la restituzione dei soldi. Mettiamo che io sia uno sceneggiatore: sono anche davvero fortunato, posso inventare quanto voglio, posso ricamarci sopra, ma sono tutte cose che portano a quello…

Mi ha stupito molto che lei ha citato Alessia Rosati sul suo blog, ha chiamato i genitori lasciando un messaggio sulla segreteria telefonica, ma loro non l’hanno richiamata e sono andati a “Chi l’ha visto”…
Certo, l’unico interlocutore è la televisione. Io non ho nessun interlocutore, nessun riferimento. Comunque…lei stasera ha parlato con il telefonista.

Questo lo avevo intuito paragonando la sua voce a quella dell’Amerikano, la stessa voce, lo stesso modo di interrompere l’interlocutore, la stessa cadenza, le stesse pause…
E la voce di Mario?

No, quella non l’ho riconosciuta. Era sempre lei?
Si. L’ha capito anche Egidio che fece fare delle perizie assieme a Nicola Cavaliere, allora capo della Mobile, e hanno capito che era la stessa persona.

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3 commenti a La nostra intervista a Marco Fassoni Accetti: «il caso Orlandi? E’ risolvibile, ma i magistrati…»

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  1. Laura ha detto

    Che quest’uomo c’entri davvero con il caso è ovvio, non credo però vi sia copertura da parte dei giudici…semmai negligenza.

    4+
  2. Xavi ha detto

    Beh sconvolgente! Cioè abbiamo il rapitore e la magistratura non lo accusa? Ma che scherzo è questo??

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  3. Boomers ha detto

    Pino Nicotri?? Poveretto…ha dedicato la vita a questo caso senza acchiappare nulla e oggi è completamente fuori dai giochi, gli danno retta giusto quattro o cinque lecchini su facebook. Che Accetti abbia a che fare con la vicenda è ovvio, non so che ruolo ma certamente ha avuto a che fare. Nicotri lo sa e sa anche che ormai si è screditato con Accetti, e cerca di gettare fango sui giornalisti che si occupano del caso (vedi Peronaci) perché vorrebbe farlo solo lui, ha capito che ormai i suoi articoli e libri sono roba vecchia.

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